Su unantropologia filosofica
del branco
Antonio
DAlonzo
Di fronte
allirruzione ormai quotidiana della violenza nelle maglie del sistema, dobbiamo
ancora una volta constatare linadeguatezza culturale della classe politica italiana,
incapace di abbozzare una qualsiasi disamina che non sconfini subito nel solito e patetico
chiacchiericcio retorico. Il compitino attuale della politica è di mettere in
atto soluzioni a fronte delle varie emergenze sociali, ma la missione del politico
dovrebbe concernere qualcosa di più di una semplice sociologia da tappabuchi. Se a questo
quadro desolante si aggiungono i dibattiti stantii e burattineschi che imperversano nei
programmi televisivi, al contempo rassicuranti e beceri, demagogici e pleonastici, si
comprendono le ragioni che impediscono di affrontare seriamente il problema. Dopo gli
ultimi episodi di teppismo che hanno portato alla morte di un dirigente di una società
calcistica e di un poliziotto a Catania, si sono susseguiti nei palinsesti dibattiti e
tavole rotonde presiedute da giornalisti sportivi e calciatori nelle vesti di opinion
maker. In tivù non è apparso alcun antropologo o sociologo in grado di fornire una
lettura più articolata: soltanto gli stessi volti noti della domenica sera. La nostra
società, sconcertata di fronte ad un fenomeno per certi versi inclassificabile-
giovanissimi figli dellopulenza e del benessere- preferisce limitare le sue
elucubrazioni sulla modalità di reazione, peraltro sempre abbondantemente sconfessata ed
ostacolata da interessi economici di parte. Lopinione pubblica sinterroga
sugli effetti (la reazione) e non sulle cause. Sulle ragioni del teppismo giovanile,
dentro e fuori delle curve di tutta Italia.
Che cosa
potremmo rispondere, quale giustificazione potremmo avallare, di fronte alla sconsolante
teoria che addita la violenza di gruppo come uno stratagemma di riconoscimento sociale, un
gioco di ruolo teso a conferire unidentità da deviante alla debole e massificata
personalità del giovane e delladolescente? Già Heidegger indicava nella condizione
pubblicistica la cifra della nostra epoca, dove lente compensa nella sua
piena visibilità e spettacolarità, loblio dellessere[1].
La società contemporanea è dominata dallutilizzo preponderante dei mezzi di
comunicazione di massa, in particolare da quelli fondati sulla diffusione delle immagini.
Se gli dei sono fuggiti, il loro posto è stato rimpiazzato dai divi dello showbitz e non
è certamente un caso che deva in sanscrito
significhi «dio/dea»: pensiamo alle recenti scene disteria giovanile di fronte ad
un albergo romano dove era alloggiata la popstar Madonna. Per le nuove leve è essenziale
essere al centro dello schermo- «tutto intorno a te», come proclamava fino a qualche
tempo fa una nota compagnia di telefonia mobile- anche a costo di esporsi alle degradanti
umiliazioni della tivù trash. Ma per questi analfabeti mentali, verbali ed emotivi- come
li definisce Galimberti- è importante apparire per qualche istante nella fabbrica
dei sogni, pronti anche ad urinare davanti alle telecamere o ad immergersi in un
terrario pieno di cavallette. «Sono riconoscibile, dunque esisto»: è il nuovo grido di
battaglia di aspiranti veline e tronisti. Per pochi privilegiati esistono i reality show,
per tutti gli altri la possibilità di far parlare di sé attraverso qualche gesto
estremo, camuffando la propria identità allinterno del branco che garantisce la
cassa di risonanza mediatica. Ma anche questa violenza, che cela il principio
dindividuazione nellappartenenza al branco, ha bisogno di essere spettacolare
per ricevere pubblicità dai media. In caso contrario, il gruppo non ha visibilità, non
esiste. La conditio sine qua non
dellesistenza deviante diventa la presenza del pubblico che osserva il gesto
criminale del branco che lancia la bomba-carta o stupra una ragazzina. Lidentità si
scinde: studenti per la mamma, ultrà o sex offender nel branco.
In Psicologia delle masse e analisi dellIo, Freud,
attraverso gli studi di psicologia delle masse di Le Bon, spiega come laggressività
individuale latente possa debordare allinterno di una vasta aggregazione collettiva.
Nella folla è in azione la pulsione gregaria che livella intelligenza ed emozioni. Un
individuo dotato di spiccate capacità cognitive, immerso in una folla eccitata, subirà
un abbassamento del proprio quoziente intellettivo, mentre il livello emotivo si
assesterà sugli umori della folla. Lintelligenza regredisce, lemotività
aumenta: leggregore di una folla riottosa conduce a compiere gesti che
lindividuo isolato non potrebbe compiere. Proprio perché la fusione collettiva
agisce livellandosi su valori medi è possibile anche il processo inverso. Ecco perché
lindividuo che frequenta musei o vernissage cresce intellettualmente e
spiritualmente, mentre il curvaiolo è destinato alla regressione bestiale. Il
gruppo incanala le pulsioni e le istanza spirituali/intellettuali dellindividuo.
Tuttavia, nemmeno il cenacolo più raffinato può sradicare del tutto laggressività
dalla dimensione antropologica. Eros e Thanatos abitano da sempre nellinconscio;
come ricorda Freud, la civiltà si fonda sulla sublimazione di queste due pulsioni [2].
L«animale umano»- per usare unespressione cara a Nietzsche- sublima le
pulsioni sessuali nellistituto matrimoniale e lantagonismo sociale con il
sarcasmo e la dialettica. Schopenhauer ha dimostrato come il fine della dialettica-
ricondotta alleristica- non deve essere individuato nella ricerca della verità, ma
piuttosto nel tentativo di arrogare la parola finale e come il prevalere
sullinterlocutore comporti la sublimazione di una dose di aggressività, altrimenti
destinata allaggressione fisica. Lo stesso sarcasmo- al
contrario dellironia che è piuttosto una relativizzazione della finitezza,
unapertura trascendentale- ha come scopo quello di ridicolizzare
linterlocutore, privandolo della dignità personale. Dal canto suo, listituto
matrimoniale è servito a incanalare le pulsioni libiche della perpetuazione della specie
che, incontrollate, potevano condurre allo stupro: in fondo, la riattualizzazione
dellarchetipo di Pan.
Nel mondo
animale non esiste lo stupro, ed il consenso della femmina è indispensabile per
laccoppiamento. Ma secondo gli studi di antropologia filosofica del Novecento,
luomo non possiede istinti, ma pulsioni. Gli istinti guidano lanimale alla
soddisfazione dei bisogni elementari. Lanimale è dotato di strumenti naturali per
cacciare o sfuggire ai predatori, potenti fauci ed artigli o arti scattanti per fuggire
lontano. Luomo non possiede né artigli, né lunghe leve per correre nella savana:
sotto questo aspetto è biologicamente poco dotato. Le uniche armi delluomo sono la
facoltà di inibire le pulsioni e differirne limmediata soddisfazione, organizzando
il comportamento e lo spazio psichico[3].
Ma se la violenza sessuale non esiste presso le altre specie animali, ad eccezione di
quella umana, e se la caratteristica essenziale di questultima è la capacità di
rimandare il soddisfacimento immediato attraverso la pianificazione della fruizione del
bisogno, si deve concludere che ciò che muove il sex
offender non è lassenza di vincoli inibitori o lirruzione di desideri
bestiali, ma la gelida strategia della ragione strumentale. Come spiegato da Adorno ed
Horkheimer in Dialettica dellIlluminismo[4],
la ragione strumentale non mette in questione i fini, non pone postulati da indagare, ma
assume principi apodittici, già dimostrati. Assumendo come fini esclusivamente la
produzione ed il profitto, la ragione illuministica, nata per realizzare
lasservimento baconiano della Natura, finisce per instaurare il dominio
delluomo sulluomo. Se lunico valore fondamentale diventa il profitto- la
Ratio è strumentale proprio perché si preoccupa esclusivamente dindividuare i
mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo- letica diventa un ingombrante orpello
sulla strada della pianificazione totale. Se il solo valore è il profitto, come non
dichiarare decaduta lantropologia umanistica? La ragione strumentale non riconosce
nessuna istanza sopra di sé; essa inaugura il dominio delluomo sulluomo che
trova la massima espressione nella pianificazione utilitaristica del genocidio[5],
o nel piacere intellettuale della regressione sadiana:
«Pazze creature] (n.d.a. esclama il presidente Blammont
riferendosi alle donne) come godo a vederle
dibattersi nelle mie mani! È come lagnello fra le grinfie del leone<...> E come nella conquista di una città, bisogna
impadronirsi delle alture... ci si insedia in tutte le posizioni dominanti, e poi si
irrompe in piazza senza più temere resistenza[6]»
Così risponde il ministro Saint-Fonds, quando una
ragazza terrorizzata scoppia in lacrime di fronte a lui: « E così che mi piacciono le donne... ah, perché
non le posso ridurre, con una sola parola, tutte quante in questo stato[7]»
Basta
leggere lordine geometrico delle devastanti perversioni programmate in Le 120 giornate di Sodoma, per rendersi conto che
dietro la truce maschera del sex offender non si nasconde un desiderio frustrato ed
inappagato, ma la gelida e razionale criminalità di una volontà di potenza deviata.
Ovviamente, la violenza del branco è più sicura, semplice ed anonima, rispetto alla
diabolica e determinata perversione di un personaggio sadiano. Ma nemmeno si deve
ignorare, come spiega Mario Carotenuto, come lOmbra del dongiovanni sia lo
stupratore:
« Se lOmbra del baldo Don Giovanni è la violenza e
lo stupro, ciò non vuole significare che il Don Giovanni sia uno stupratore, ma che, come
ogni immagine mitica, limmagine del Don Giovanni contiene ed esprime la realtà
degli opposti psichici[8]»
.
Il
vituperato Georges Bataille, in La parte maledetta,
ha lintuizione fondamentale di distinguere l«economia ristretta» da quella
«generale». Mentre la prima economia è meramente industriale e commerciale, incentrata
sullo scambio delle ricchezze, la seconda interessa la dimensione antropologica
delleccesso di produzione e dispendio di energia vitale. Questultima deve
essere scaricata naturalmente attraverso il dispendio (dépense) della caccia e della nutrizione, della
riproduzione e della morte. Tuttavia, oltre a queste funzioni meramente biologiche, il
dispendio può essere scaricato attraverso le feste, le competizioni ed i sacrifici
cruenti: stratagemmi e tecniche attive che assicurano la sovranità sulla
«parte maledetta»; al contrario, la guerra imposta dallalto, rende luomo
oggetto passivo della dépense,
destinato a soccombere[9].
Oggetto passivo o soggetto attivo, il dispendio, leccesso, deve comunque essere
scaricato: ma, nei territori dellOccidente civile e
civilizzato non vi sono più guerre da almeno cinquanta anni. Così come non
vi sono più sacrifici umani o supplizi di piazza: questi ultimi abrogati perché
favorivano lidentificazione tra il pubblico ed il suppliziato[10].
In altre parole, viviamo in una società dove, fortunatamente, si sono diffusi determinati
valori liberali e filantropici, dove non si perseguitano più- almeno fisicamente- gli eretici e i diversi.
Ma dove la parte maledetta non viene più scaricata. Se condividiamo la teoria
della negazione della repressione sessuale[11],
al contrario, dobbiamo convenire come laggressività umana- elemento antropologico
fondamentale- non sia più scaricata attraverso riti collettivi come la guerra o
linsurrezione. Ma Thanatos non può semplicemente essere rimosso: la rimozione non
fa altro che incrementarne la forza di propulsione centrifuga. Ecco, allora,
lirrompere fenomenologico della
devianza, del bullismo da branco e della violenza ultrà.
Sarebbe
utile, allora, ripensare le nostre fondamenta culturali. Si dovrebbe lavorare sul
simbolismo e sullimmaginario per scaricare in modo naturale la parte
maledetta, senza aspettare che la sua sistematica repressione imploda e generi
macerie. Ma questo compito è troppo grande per le possibilità della nostra civiltà- a
nostro avviso- ormai prossima al collasso.
Bibliografia
[1] Cfr. M. Heidegger, Lepoca dellimmagine del mondo , in Sentieri Interrotti, La Nuova Italia, Firenze, 1968.
[2]Cfr. S. Freud, In Il Disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
[3]Cfr. U. Galimberti, Psiche e Techne, Feltrinelli, Milano 1999.
[4] Cfr. T. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dellIlluminismo, Einaudi, Torino, 1969.
[5] Cfr. G. Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 1994.
[6] Cfr. D. A. F. De Sade, Aline et Valcour, in T. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dellIlluminismo, ivi cit. p.118.
[7]Cfr. D. A. F. De Sade, Histoire de Juliette in T. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dellIlluminismo, ivi, cit. p. 117.
[8]
Cfr. M. Carotenuto, Riti
e miti della seduzione R.C.S. Milano, 1994.
[9] Cfr. G. Bataille, la parte maledetta, Universale Bollati Boringhieri, Torino, 1992.
[10] Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976.
[11]Cfr. M. Foucault, Storia della sessualità, Feltrinelli, Milano, 1985.