TOMMASO D’AQUINO

 

“quando contempli i tuoi cieli,

opera delle tue dita,

la luna e le stelle che Tu hai fissato;

che mai è l’uomo, mi dico, perché ti ricordi di lui,

e il figlio dell’uomo, perché ti interessi di lui?

Anzi , lo hai reso poco da meno di Dio;

di gloria e splendore lo hai coronato.

Lo hai fatto signore delle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi:

pecore e armenti tutti quanti,

perfino le bestie selvatiche,

gli uccelli dei cieli e i pesci del mare,

che corrono i sentieri del mare.” (Salmo 8) (1)

 

…….. primi decenni post Cristum natum. Grande è il fermento del pensiero cristiano…

Dall’impatto con la Bibbia emergono problemi dottrinali e filosofici che vengono affrontati dai Padri della Chiesa, da cui il movimento spirituale che prese il nome di “Patristica”, e cioè i Padri Apologisti, Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, i Padri Cappadoci, Basilio, e poi Agostino…

“Nessuno può attraversare il mare di questo secolo se non è portato dalla Croce di Cristo”

S. Agostino

Con filosofia patristica si intende la filosofia cristiana dei primi secoli, elaborata dai Padri della Chiesa e dagli scrittori ecclesiastici. Essa consiste nell'elaborazione dottrinale delle verità di fede del Cristianesimo e nella loro difesa contro gli attacchi dei "pagani" e contro le eresie. Quando il Cristianesimo, per difendersi da attacchi polemici, dovette chiarire i propri presupposti, si presentò come l'espressione compiuta della verità che la filosofia greca aveva cercato, ma non era riuscita a trovare pienamente, in quanto la Verità stessa non si era ancora manifestata agli uomini, poiché Dio stesso non si era ancora incarnato.

Da un lato si cerca di interpretare il Cristianesimo mediante concetti ripresi dalla filosofia greca, dall'altro si riporta il significato di questa al Cristianesimo. Pochi sono gli scrittori cristiani dell'antichità la cui opera è stata fatta propria dalla Chiesa.

La patristica si divide generalmente in tre periodi:

  1. fino al 200 è dedicata alla difesa del cristianesimo contro i suoi avversari (padri Apologisti,San Giustino martire).
  2. dal 200 al 450 sorgono i primi grandi sistemi di filosofia cristiana  (Sant’Agostino, San Giustino martire).
  3. dal 450 al VIII secolo c’è la rielaborazione delle dottrine già formulate e delle intuizioni originali (Boezio con l’opera “De consolatione philosophiae” ebbe influsso enorme sul pensiero e sulla spiritualità del Medioevo. Dante nel canto X del Paradiso celebra il “martire” Boezio –versi 124-129-). (2)

La chiusura, all’inizio del VI secolo, delle ultime scuole pagane ad opera di Giustiniano, oltre che un atto politico, segna la fine della cultura pagana.

L’apertura di nuove scuole o l’assorbimento delle antiche in nuove istituzioni educative da parte della Chiesa, segna l’inizio della formazione e della organizzazione, lenta e laboriosa, di una nuova cultura.

 

L'eredità della patristica fu raccolta dalla  Scolastica.

Per Scolastica  si intendono la filosofia e la teologia che venivano insegnate nelle scuole medievali.

Fino al secolo XIII, quando comincia la formazione delle Università, le scuole prendono nomi diversi a seconda dei casi: se erano annesse ad una abbazia erano dette monacali se ad una cattedrale episcopali se alla corte stessa palatine da palatium.

 

Le scuole abbaziali o monacali sono state preziosissime, nel periodo delle invasioni barbariche. Erano il rifugio privilegiato della cultura sia per l’opera di trascrizione che per l’opera di  conservazione dei testi classici. Le scuole episcopali sono state il luogo di quella istruzione elementare necessaria per accedere al sacerdozio o per assolvere compiti di pubblica utilità. La scuola palatina, voluta da Carlo Magno ed affidata nel 781 ad Alcuino di York,  fu però quella che più di ogni altra contribuì al risveglio della cultura.

 

Alcuino  organizzò l’istruzione in tre gradi:

  1. leggere, scrivere, nozioni elementari di latino volgare, comprensione sommaria della Bibbia e dei testi liturgici;
  2. studio delle sette arti liberali (trivio:grammatica, retorica, dialettica; quadrivio: aritmetica, geometria, astronomia e musica)
  3. studio approfondito della Sacra Scrittura.

 

Espressione dello spirito e dell’impegno con cui Alcuino si dedicò a quest’opera di rinnovamento, voluta dall’imperatore e dalla corte di Aquisgrana, sono le parole: “Sorgerà in terra franca una nuova Atene più splendida dell’antica, poiché la nostra Atene, nobilitata dall’insegnamento di Cristo, supererà la sapienza dell’Accademia.”

 

Anche se fu incapace di esprimere una cultura che andasse oltre l’accostamento o la contaminazione di modelli letterari e filosofici del mondo classico, Alcuino ebbe il merito di preparare dei manuali per ognuna delle sette arti liberali con cui ne incanalò l’insegnamento e lo studio.

 

Il termine Università non indicava originariamente un centro di studi come intendiamo oggi bensì una specie di corporazione a tutela degli interessi di una categoria di persone.

Bologna e Parigi furono le prime.

A Bologna prevalse la universitas scholarum, cioè la corporazione studentesca, a Parigi l’universitas magistrorum et scholarum, cioè una sorta di corporazione unitaria di maestri e di studenti. L’Università di Parigi, ampiamento della scuola di Nôtre-Dame, fu oggetto di attenzione della curia romana, che la sottrasse alla tutela diretta del re, del vescovo e del suo cancelliere. Il carattere clericale dell’università ci fa intendere perché le autorità ecclesiastiche redigessero gli statuti, proibissero la lettura di certi testi ed intervenissero per comporre dissidi e controversie.

 

Gli effetti dirompenti delle Università furono, a grandi linee, due.

La prima fu che nacque un ceto di maestri, sacerdoti e laici, di importanza storica, poiché fino ad allora la dottrina ufficiale era affidata alla gerarchia ecclesiastica, e la nascita di una classe di intellettuali; la seconda che la frequentazione delle università non era aristocratica, ma popolare nel senso che accoglieva studenti anche poveri, figli di contadini e di artigiani, cui, attraverso alcuni privilegi, come l’esenzione dalle tasse o borse di studio era consentito portare a termine i severi corsi di studio. Entrati nelle università scomparivano le differenze sociali degli studenti. Nasce un nuovo concetto di  “nobiltà”. 

Boccaccio a buon diritto dirà che è “gentile chi ha lungamente studiato a Parigi, non per vedere la sua scienza a minuto, come molti fanno, ma per sapere la ragione delle cose e la cagion di esse”.

La cultura medievale fiorisce assieme a queste istituzioni e per Scolastica si intende, ripeto, quel corpo dottrinale che venne elaborato in forma abbastanza disorganica all’inizio e poi sempre più sistematica. In questo contesto incontriamo uomini creativi di grandi capacità di critica e di acutezza logica.

Massimo tra gli scolastici è Tommaso d’Aquino tanto da meritare il nome i doctor angelicus.

 

La Vita

Tommaso nasce nel 1221 nei pressi di Equino, a Roccasecca, nel regno di Napoli che in quegli anni era attraversato, anche per impulso di Federico II°, da numerose correnti innovative, in conflitto con il sistema feudale.

Inizia gli studi nell’Abbazia di Montecassino e li prosegue nell’Università di Napoli, fondata da Federico in contrapposizione a quella di Bologna che era molto pontificia.

A 19 anni entra nell’ordine dei domenicani contro il volere della famiglia.

La vocazione di Tommaso è omogenea con quello che sarà il suo straordinario compito intellettuale: il compito di riconciliare la fede cristiana con la ragione e di inglobare in una medesima tradizione  dell’uomo razionale anche l’insegnamento del pagano Aristotele.

A 20 anni è a Parigi discepolo di Alberto Magno che lo conduce con se a Colonia.

Tornato a Parigi ottiene nel 1256 la licenza di insegnare.

Dal 1259 al 1268 soggiorna in Italia icon l’incarico di organizzare gli studi ed è utilizzato dai Papi come consigliere teologico.

Insegna ad Anagni ed a Viterbo ed è in contatto con Guglielmo di Moerbecke che traduce per lui direttamente dal greco in latino alcune opere di Aristotele.

Nel 1268 torna a Parigi, chiamatovi da dispute sui grandi temi dell’uomo e dei rapporti tra fede e cultura.

Nel 1272 torna in Italia ed il nuovo re di Napoli, Carlo  D’Angiò, gli dà l’incarico di riorganizzare l’Università.

Il 7 marzo, in viaggio verso Lione, muore improvvisamente nell’Abbazia di Fossanova poco più che cinquantenne.

Grande lavoratore, porta avanti opere di grande mole. Importanti i suoi commenti ad alcune opere di Aristotele. Commenti letterali tesi a ritrovare il senso reale del testo. Uno sforzo di comprensione che la dice lunga sul suo modo di intendere la filosofia.

Le sue opere più importanti sono:

1.      Somma contro i gentili (1269-1273) scritta per i suoi confratelli in missione presso i Mori -

2.      Somma teologica “ad uso dei principianti”, iniziata nel 1269 e rimasta incompiuta.

 

 

Il Pensiero.

 

Il pensiero di San Tommaso d’Aquino si muove lungo due assi distinti che si intrecciano di continuo: il primo è la fiducia attiva nella ragione, il secondo è il riferimento costante alla natura.

La riscoperta della cultura greca, fatta al di fuori della via araba, si risolse in lui in una appassionata ricerca del modo con cui incarnare la parola di Dio nel tessuto della ragione (logos) e nella causalità della natura (physis), senza nulla detrarre all’autonomia dell’una e dell’altra.

Dominava allora, nonostante i sussulti razionalistici, come quello di un Abelardo, e le provocazioni “blasfeme”  dell’anticristo Federico II°, l’impostazione agostiniana dei rapporti tra fede e ragione che aveva come presupposto, da nessuno contestabile senza rischio di eresia, la debolezza intrinseca della ragione, resa incapace dal peccato originale di raggiungere i suoi stessi obiettivi senza l’ausilio della fede.

Il progetto di Tommaso, un progetto messo in atto in quella grandiosa cattedrale del pensiero che è la  Summa theologiae, era di un ardimento che non è facile misurare come si deve.

I filosofi greci, e tra questi Aristotele, divenuto “intelligibile ai Latini”, avevano messo in mano ai teologi un armamentario logico molto adatto ad esporre le “ragioni delle cose”, ma  appunto per questo molto incline a respingere le certezze di fede in zone estranee alla ragione, nella sfera di opinioni soggettive, tanto inconfutabili quanto indimostrabili.

Una fede così ridotta ai margini dell’uomo non avrebbe avuto più nessuna presa effettiva  sulla realtà umana ora che, entrate in deperimento le rudimentali forme della produzione agricola, prendeva piede la struttura produttiva cittadina vincolata ai calcolati finalismi della ragione.

La questione che ormai si poneva era quella sulla idoneità della fede cristiana  ad avere piedi e mani per agire sulla vita collettiva.

 In una fase storica in cui le “arti” meccaniche si mettevano in grado di umanizzare il cosmo, i problemi erano già, in fondo, quelli che si porranno con più violenza due secoli dopo, nell’età dell’umanesimo del 400. Anche allora ci si rivolgerà alla saggezza degli Antichi con un esito complessivo che sarà la liquidazione stessa della cristianità.

Quella di Tommaso è una risposta interna alla cristianità  e tuttavia perenne, proprio perché comprensiva delle ragioni autonome della crescita umana, della logica commisurata a quelle che allora si chiamavano “cause seconde”.

Alla base della risposta tomista non c’è solo l’innovazione epistemologica operata da Alberto Magno; c’è l’adozione della logica aristotelica quale struttura nativa e quindi universale della mente. Di più c’è l’opzione di fondo, che rimane sottintesa, dell’unicità dell’orizzonte dell’essere, che comprende in sé sia Dio che le cose e dentro il quale non si possono dare due verità tra loro inconciliabili.

Per giungere a questo Tommaso dovette farsi strada tra due opposte obiezioni, incarnate in uomini ed in scuole: quella averroistica  rappresentata da Sigieri e quella Agostiniana rappresentata dai francescani ed in modo particolare da Bonaventura.

Secondo i primi non si dà che una sola forma di sapere, quella filosofica, né si dà altra verità che quella della ragione.

Secondo gli altri non c’è che un solo sapere, quello teologico, basato sull’autorità della Parola di Dio: anche le verità di ragione non possono essere conosciute senza il sussidio della fede.

 

La novità epistemologica costruita da Tommaso comporta i seguenti principi:

1.      la ragione e la fede sono due modi distinti del conoscere, il primo basato sull’evidenza e la dimostrazione, il secondo sulla rivelazione e cioè sulla autorità di Dio.;

2.      l’ambito specifico della ragione è quello che ha per base la conoscenza sensitiva e per vertice le verità metafisiche, quelle che stanno al di qua dell’ambito proprio della fede, come l’esistenza di Dio o l’immortalità dell’anima. In questo senso la filosofia è “ancella della teologia” perché raggiunge quelle conoscenze che sono i presupposti necessari della teologia. Ad esempio: la verità teologica che Dio è in tre persone presuppone la verità filosofica che Dio esiste.

3.      il mondo della ragione , che consiste nel giungere, a partire da cose già conosciute, alla conoscenza di cose che erano sconosciute (il sillogismo aristotelico), può essere applicato anche all’interno di quelle verità che si sono accolte per fede. Prendiamo una verità che la rivelazione ci consegna e che noi accogliamo con libero assenso: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono Dio. La ragione arriva a stabilire che essi sono una sola natura in tre persone. La teologia è dunque una vera e propria scienza, quanto al metodo;

4.      il sapere filosofico e quello teologico sono sottoposti al principio di non contraddizione per cui, dato che i dogmi sono assolutamente certi, se una posizione filosofica è contraddittoria ad un dogma, essa è sicuramente falsa e come tale va rigettata;

5.      la ragione, sebbene autonoma, ha nella fede non solo una salvaguardia ma anche l’indicazione degli obiettivi verso i quali dirigersi, che sono poi le stesse verità rivelate da Dio. Anche in questo senso la  filosofia e ancella della teologia.

 

 

La teologia naturale.

Questo delicato rapporto tra fede e ragione non poteva conciliarsi con la dottrina aristotelica, sia quella trasmessa in occidente dai falasifa islamici, sia quella autentica resa accessibile per via diretta dalle traduzioni dal greco. Si può dire che l’aristotelismo di Tommaso è una nuova creazione imposta dalle pregiudiziali delle verità di fede. A tale scopo Tommaso modifica il sistema aristotelico dall’interno, cioè per via di ragione, costruendo, a partire da premesse aristoteliche, una “teologia naturale”, cioè fondata su argomenti di ragione.

Nella metafisica di Aristotele il dinamismo della realtà, dalla materia prima all’Atto puro, aveva come struttura causale il rapporto tra potenza ed atto: la forma è atto della materia, la materia è potenza della forma.

Tommaso vede nelle sostanze materiali una doppia composizione: quella aristotelica citata, di materia e forma e l’altra di essenza e di “atto di essere”, cioè di esistenza.

L’essenza di una cosa non è solo la sua forma, è la forma e la materia nella loro composizione quale appare all’intelletto (l’uomo, ad es. è un animale razionale) e che può essere pensata a prescindere dal fatto che esista o meno.

L’essenza è possibilità di esistere e solo con l’atto di esistere l’essenza entra nell’ordine dell’essere.

Per quanto riguarda le sostanze spirituali, gli angeli, ai quali Agostino e la sua scuola attribuiva la composizione di materia e di forma, Tommaso le pone sotto la struttura metafisica della potenza e dell’ atto: ciascuna di esse è una specie a sé  (è a causa della materia che una specie si moltiplica; la sostanza spirituale è per definizione una forma pura senza materia) e come specie a sé è semplice possibilità ad esistere: il passaggio dalla possibilità all’atto, dall’ essenza all’essere, richiede l’intervento di una causa superiore.

Per Tommaso non esiste essenza fuori dall’atto di esistere, che è il suo stesso atto di compiutezza. Il passaggio dall’essenza all’esistenza richiede l’intervento di quell’unico essere in cui essenza ed esistenza coincidono e cioè Dio. Dio è l’essere  nel senso che è lo stesso atto di esistere. Egli è “il solo essere la cui essenza è la stessa sua esistenza”. E’ questo il luogo ontologico in cui il punto di arrivo della teologia razionale si incontra con il punto di partenza della teologia rivelata.

 

L’esistenza di Dio

Poiché l’essenza di Dio si identifica con la sua esistenza, poiché l’esistenza non è accidentale nei confronti dell’essenza, ma ne è lo stesso principio costitutivo, è inutile voler dimostrare che Dio esiste a partire dall’idea che ne abbiamo. Solo dopo aver dimostrato che Dio esiste sarà possibile comprendere quale sia la sua essenza. Ciò che è primo nell’ordine dell’essere, Dio, è l’ultimo nell’ordine del conoscere. Il passaggio dalla possibilità di esistere all’atto di esistere non può avvenire se non per intervento di una causa superiore e cioè di un essere che, per rendere conto della propria esistenza, non rimanda ad altro che a se stesso, cioè Dio.

Attorno a questo asse ontologico Tommaso costruisce le sue note cinque vie, che hanno rappresentato per secoli l’eredità più preziosa del sapere scolastico.

 

1.      come dimostra l’esperienza, il divenire è passaggio dalla potenza all’atto, passaggio che presuppone l’esistenza di un altro essere in atto. Per accendere una fiamma ci vuole il fuoco; per avere un uomo ci vuole un uomo. Se quest’altro essere già in atto è a sua volta un essere che diviene, bisognerà risalire ad un altro essere e così via fino a che non si giunga ad un essere che è Atto senza potenza, cioè Atto puro. L’Atto puro è il “motore immobile”  che tutto muove senza muoversi e cioè che causa il divenire universale senza divenire lui stesso. (Fisica aristotelica)

2.      nel suo insieme la realtà non è che un ordine di cause delle quali ciascuno è insieme causa ed effetto. Risalendo da effetto a causa si dovrà arrivare ad una causa prima, cioè ad un essere che non è effetto di nessuna causa, perché altrimenti, se si prolungasse la catena all’infinito negando che ci sia una causa prima, si verrebbe a sopprimere tutte le cause intermedie. (Fisica aristotelica)

3.      gli esseri si distinguono in “possibili”, o contingenti, e “necessari”. L’essere contingente è quello che non ha in se stesso la causa di se stesso e, dunque, proprio per questo, c’è, ma poteva non esserci e non ci sarebbe stato se non ci fosse stata la causa che lo ha posto. Ecco perché il “contingente” si dice anche possibile. L’essere necessario è quello che ha in se stesso la causa di se stesso e pertanto non può non esserci. Le cose che noi conosciamo sono contingenti, cioè non hanno in se stesse la ragione di se stesse e perciò rimandano ad un essere che sia ragione di sé e di tutte le cose. (Maimonide)

4.      in tutte le cose che rientrano nella nostra esperienza c’è una gradazione di perfezioni – ad esempio delle perfezioni trascendentali: bontà, verità, bellezza- che ci permette di giudicarle come più o meno perfette, il che implica l’esistenza di un essere perfetto che possegga tutte le perfezioni allo stato puro e di cui tutti gli altri esseri partecipino.(Platonica)

5.      l’esperienza ci mostra molti esseri non intelligenti che pure agiscono per un fine. Agire in vista di un fine è caratteristica di esseri intelligenti. Si dovrà allora ammettere una intelligenza suprema che ordina tutte le cose di natura verso un fine.(Fisica aristotelica)

 

Di queste cinque prove la terza è desunta da Maimonide, la quarta è platonica, le altre tre sono desunte dalla fisica aristotelica. L’aristotelismo subisce però in Tommaso una trasmutazione. Mentre Aristotele si preoccupa solo di mostrare il Primo Motore o la Causa Prima o la Prima Intelligenza nella catena degli effetti, Tommaso considera la causa universale, che produce dal nulla, in modo istantaneo, senza dare nessun rilievo all’eternità o all’inizio temporale dell’azione creatrice. Ciò che importa  non è il fatto che Dio ha tratto le cose dal nulla, quanto il fatto che le cose che diciamo create dipendono in modo totale dall’essere incondizionato, che è quello che è indipendentemente dal fatto che le cose ci siano o meno. Tra il mondo e Dio non c’è necessità reciproca.. Dio è necessario al mondo ma il mondo non è necessario a Dio.  E’ Dio che comunica l’essere alle creature ed è Dio che le mantiene nell’essere. La Natura diventa in Tommaso, ed in larga parte nella cultura del MedioEvo, per suo tramite, l’insieme delle cause seconde alle quali occorre riferire i fenomeni per comprenderli e sulle quali bisogna far leva per governarli.

 

L’antropologia.

Attraverso Aristotele Tommaso ha ripulito la natura da ogni sovrastruttura mistica e da ogni soggezione ad influssi extramondani. Per lui il mondo è mondo e va compreso per mezzo delle cause mondane. Lo stesso vale per la comprensione dell’ “uomo”. L’agostinismo del tempo attribuiva all’uomo una pluralità di forme: vegetativa, sensitiva, razionale. Gli agostiniani ponevano tra l’anima razionale ed il corpo una “forma” del corpo per garantire l’immortalità dell’anima razionale. Quando muore il corpo muore anche la sua forma che è però quella corporea e non quella razionale che è immortale per sua natura.

Averroè  diceva che ogni individuo ha la sua forma sostanziale mentre l’intelletto passivo è unico per tutti gli uomini, separato dunque dalla sorte del singolo individuo. In polemica con queste affermazioni Tommaso dice: “… nell’uomo non vi è altra forma sostanziale all’infuori dell’anima razionale e per essa l’uomo non solo è uomo, ma altresì animale e vivente e corpo e sostanza ed ente.” Questa dell’anima razionale come unica forma del corpo suscitò molte polemiche anche all’Università di Parigi. L’obiezione più corrente era quella di affermare che se l’anima razionale era la forma del corpo, quando moriva il corpo moriva anche l’anima. Tommaso risponde che l’anima assolve si le funzioni di anima vegetativa e sensitiva ma è anche anima razionale che si pone altre la corporeità, la trascende. L’anima non è dunque immersa totalmente nella corporeità ma ha in sé la consistenza ontologica della sostanza o meglio di una “sostanza incompleta” che, scioltasi dalla materia, è in grado di sopravvivere anche se in strutturale nostalgia della corporeità.

Come si vede anche qui il risultato è quello di aver messo l’uomo con i piedi per terra, anima e corpo, anche se con una parte, l’anima, omogenea all’eternità.

Per Tommaso l’anima non gode di alcuna particolare “illuminazione”. L’oggetto vero dell’intelletto umano non sono le essenze eterne ma le essenze connesse con la realtà materiale e che, per processo astrattivo, danno luogo al concetto di “essere”.

I gradi del processo astrattivo si susseguono secondo la dinamica del passaggio dalla potenza all’atto: i sensi che sono in potenza al sentire passano all’atto nella sensazione  per opera del sensibile esterno. Unificate dal “sensorio esterno” le sensazioni formano il “fantasma” , l’immagine dell’oggetto interno, la quale contiene in sé, in potenza, l’intelliggibile.

L’intelliggibile è in potenza ad essere così come l’intelletto umano è “in potenza” (passivo o possibile) ad intendere.

I termini di intelletto attivo e di intelletto passivo fanno parte delle grandi questioni del Medio Evo.

Tommaso dice: l’intelletto passivo è una funzione dell’anima come forma del corpo così com’è funzione dell’anima l’intelletto attivo. Il processo conoscitivo è interno ad ogni singolo soggetto contro gli averroismi che ponevano fuori del soggetto ambedue gli intelletti e contro gli agostiniani che sostituivano l’intelletto attivo con l’illuminazione divina.

L’uomo ha in sé tutte le cause delle proprie attività umane, prima fra tutte quella del conoscere.

Il male morale non è un venir meno alla razionalità, come per i filosofi greci, non è identificabile con l’errore. Il male è disubbidienza a Dio, è rifiuto della fondamentale dipendenza dal Creatore. La radice del male è nella libertà. (3)

 

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“Solo su questo Dio non ha alcun potere: far sì che non siano le cose che sono state fatte.”

Aristotele , Etica nicomachea.

 

Agosto 2006

 

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Bibliografia:

 “Storia del pensiero umano” di Ernesto Balducci.

“Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi –Medioevo-“ di Giovanni Reale /Dario Antiseri

“La  filosofia antica” di Emanuele Severino

 

NOTE.

(1)   Gli astronauti N. Armstrong ed E. Aldrin  hanno affidato alle sabbie lunari questo salmo come straordinaria celebrazione dell’uomo nella trama grandiosa dell’universo. Può richiamare le battute del primo coro dell’Antigone di Sofocle:

 

Χο.   πολλά τά ̣δεινά κούδέν άν –

        θρώπου δεινότερον πέλει…. (vv.332-333)

“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna

È più mirabile dell’uomo….”

 

 

Ancora nel “silenzio eterno degli spazi infiniti…. Questa canna pensante” che per Blaise Pascal è un granello microscopico. La sua realtà è ancora più insignificante di fronte ad un “Dio creatore che ricama nel cielo con le sue dita le costellazioni ed i pianeti. Eppure è proprio questo Dio che si china sull’uomo e lo incorona rendendolo di poco inferiore a se stesso, sovrano dell’orizzonte cosmico. Un canto dell’umanesimo, quindi; una preghiera pericolosa quando l’uomo diventa tiranno e umilia il mondo” come dice David Maria Turoldo. Che aggiunge “è per questo che la Lettera agli Ebrei ha trasformato questo salmo notturno nel canto della notte di Natale e della nascita dell’uomo perfetto, il Cristo”.

 

(2)   L’ordine divino contemplato, costruito e conservato per mezzo della Trinità, è quello delle “alte ruote”, cioè dei cieli (il poeta seguiva anche in questo Boezio) disposti in modo che da esso derivi “l’ordine mondano”: caldo –freddo, buio-luce, umido-secco, etc. anche nel Convivio Dante aveva trattato dell’ordine dell’universo sempre sulle orme di Boezio che nel canto X del Paradiso canta così:

 

“l’anima santa che il mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode.

 

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace

Giuso in Cieldauro; ed essa da martirio

E da esilio venne a questa pace”.

 

L’importanza di Boezio per la trasmissione della cultura del pensiero antico al Medio Evo è grandissima tanto da essere definito ultimo dei romani e primo degli Scolastici, figura di primo piano in una età che fu cruciale per la formazione dell’Europa occidentale. Il  De consolatione fu il primo libro filosofico con il De amicitia di Cicerone che Dante ebbe tra le mani dopo la morte di Beatrice. E gli fu di grande consolazione.

 

(3)   Mi viene da pensare al Salmo 91. il dire “NO”  alla tentazione. Mentre il Fratello Oscuro,il Male, portava il Cristo sotto le ali nere del deserto al pinnacolo del Tempio e poi sull’alto della montagna,  Egli diceva “vade retro Satana, poiché sta scritto…” mentre dall’alto del pinnacolo  si percepiva il risucchio dell’abisso, l’incantesimo del fascinoso e del magico con la sua spirale avvolgente: dominare i piccoli uomini che si muovono laggiù nell’immensa spianata. Tra tentazione e tentazione Cristo sussurrava: “servirai solo a Dio”. Questo fa riflettere che solo Lui ha saputo dire veramente NO.