LA PROTOMASSONERIA FIORENTINA

 

di Vittorio Vanni

 

 

LA MASSONERIA FIORENTINA

 

La Massoneria fiorentina ha sempre avuto, ormai da quasi tre secoli, un'importanza particolare nell'ambito della Massoneria italiana ed internazionale, sia dal punto di vista numerico (si contano a Firenze più di cinquanta Logge) sia da quello qualitativo, in quanto il pensiero, la storia, la cultura massonica hanno avuto un particolare sviluppo nella nostra città.

Non soltanto a Firenze nacque la prima Loggia Massonica, ma ebbe inizio anche la prima persecuzione antimassonica da parte della Chiesa Cattolica.

Vi erano dunque particolari motivi di questa genesi e di questa  quasi immediata opposizione.

Per una corretta informazione sull'antimassoneria cattolica è errata la considerazione, che alcuni vogliono effettuare, della sua virulenza solo nelle frange tradizionaliste o integraliste del cattolicesimo.           L'antimassoneria è connaturata non soltanto alla mentalità, ma alla stessa teologia cattolica, così come si è venuta formando dal IV/V secolo in poi.

Il testo della scomunica di Clemente, ma soprattutto quella di Leone XIII, è ben esplicativo sotto questo riguardo. La pubblicistica antimassonica, dall'Abate Barruél a Don Bernardino Negroni, dal Concilio Anti-massonico di Trento fino a quell’attuale, ripete gli stessi temi. La Massoneria è considerata l'erede delle grandi eresie, in particolare da quella di Mani; ma soprattutto della Gnosi, che la Chiesa Romana considera la forma religiosa concorrente più profondamente insidiosa e pericolosa.

L'avversione antimassonica di tipo ecclesiastico non è solamente socio-politica, ma d’ordine profondamente teologico, e non è quindi legata agli avvenimenti temporali, ma all'essenza stessa del cattolicesimo. Non è comunque da stupirsi della presenza, nel mondo curiale romano, di personaggi che si dichiarano benevolenti verso la Massoneria o addirittura a lei vicini, in buona o cattiva fede.

Ciò deriva dall’ammirevole visione, storica e meta-storica, del cattolicesimo, che lascia alle sue gerarchie la catena lenta, in modo che ogni aspetto del contingente politico, sociale, culturale ed ideologico sia in qualche modo "coperto" dai suoi quadri, così che qualsiasi evenienza storica possa essere compresa, anticipata e quindi esorcizzata.

Gli aspetti spirituali che possano in ogni caso coesistere con questo pragmatismo, anche se certamente degenerati, sono però sempre stati messi al servizio dello scopo temporale della Chiesa Romana, quello del controllo della società attraverso la mente e il cuore degli uomini.

La Massoneria è sospettata di esser portatrice di germi protestanti, tramite l'influenza anglosassone, nei paesi latini, e di esser l'ispiratrice e la protettrice del movimento New Age (o delle nuove religioni), e questo sospetto non è poi così peregrino, in quanto la libertà di pensiero, principio fra i più alti dell'Ordine, necessita della pluralità e della soggettività delle espressioni religiose e spirituali.

Nessuno può porsi a mediatore fra l'uomo e la sua ricerca di un contatto di amore e di conoscenza di un piano superiore, indefinibile oggettivamente, ma solo soggettivamente. D'altro canto, ogni collettività ha certamente diritto e piena libertà di dare forma e culto comune a tale ricerca individuale, ma nel pieno rispetto della libertà altrui di fare altrettanto.

L'unica limitazione a tale libertà è il rispetto delle leggi morali universali e di quelle dello stato. La negazione della libertà di pensiero e di religione, che è costata secoli di lotte e di sangue fino al XX Settembre 1870, in cui si è chiuso definitivamente un capitolo fra i più oscuri dell'umanità, ricomincia subdolamente a serpeggiare, nonostante che certi sepolcri siano oggi rimbiancati dall’ecumenismo, che quell'apparente apertura universale è in realtà la nuova arma dell'intolleranza, ribadita, anche se con prudenza, dal nuovo Catechismo.

Vi è inoltre il maggior punto di contrasto fra Massoneria e Chiesa  Cattolica, e cioè l’esistenza di un “esoterismo” massonico, come importante branchia dell’esoterismo universale.

"Esoterismo" indica in realtà svariati concetti. Se l'esoterismo è un linguaggio tecnico-simbolico di una comunità legata da comuni principi ed interessi, anche il sindacato tranvieri ha certamente un suo esoterismo, così come lo ha la Chiesa Cattolica.

L'occultismo, che per noi Massoni ha sempre avuto un significato volgare e deteriore, è comunque una libera espressione di un pensiero che, comunque si voglia giudicare è comunque lecito, anche se non sempre rispettabile.

Se poi con "occultismo" si voglia indicare la degenerazione truffaldina da ciarlatani o la genia infinita e ricattatoria dei maghi oggi di moda, è cosa che può riguardare solo gli allocchi o i carabinieri e la stessa degenerazione si potrebbe dimostrare e lo potremmo ben fare, in un certo cattolicesimo "di frangia" che vanta oggi vasta popolarità.

Nella Firenze dei primi decenni del '700 erano ancora presenti le grandi correnti culturali rinascimentali, indotte in tutta Europa del Concilio di Firenze, che ristabilì gli interrotti rapporti fra il mondo orientale e quell’occidentale con la traduzione e la diffusione dei testi neo-platonici ed ermetici.

Queste correnti, rappresentate da alcuni personaggi della prima Loggia fiorentina, quali il Lami ed il Cocchi, pitagorici e neo-platonici, e in modo più popolare, arguto e sarcastico, dal Crudeli, erano da sempre sotto l'osservazione curiale, che difendeva con notevole vigore la sua ortodossia in una città tradizionalmente portata all'eresia - spenta sempre con il sangue -, alla libertà paganeggiante, allo scetticismo, alla satira dissacrante. Gli aneddoti sulla cosiddetta blasfemicità attribuita al Crudeli, che metteva in evidenza nei caffè e nei circoli intellettuali della città le contraddizioni della teologia e della catechesi sono molto indicativi a tale riguardo.

In questo contesto storico non è quindi casuale la presenza tradizionale a Firenze ed in Toscana di una Massoneria importante, attiva e vivace quanto difficile e inquieta, e nello stesso tempo di un'antimassoneria cattolica attenta e sagace, altrettanto attiva e radicata quanto la Massoneria.

Le motivazioni di questa particolare importanza  di Firenze, da questo punto di vista, sono:

1) La presenza storica a Firenze di molti aspetti proto-massonici, in particolare nel periodo del Rinascimento e soprattutto in quello Manierista. Il quattrocentesco Concilio di Firenze per la riunificazione della Chiesa d’Oriente con quella Romana, il cui mecenate fu Cosimo il Vecchio dei Medici, portò in Occidente l'antica sapienza dell'Impero Romano d'Oriente, la prisca teologia d’Ermete, il neoplatonismo di Proclo, Giamblico, Porfirio. Questi aspetti prepararono certamente la rifioritura esoterica e massonica del settecento.

2) Alla morte di Cosimo III (1723) il predominio ecclesiastico in Toscana era consolidato, anche in presenza di un S. Uffizio attivo e potente. All'ascesa sul trono Granducale di Gian Gastone, iniziarono però dei movimenti di riforma che trovarono appoggio ed anzi si identificarono con la nascente massoneria. La prima Loggia fiorentina è, infatti, del 1731/32.

3) Il cosmopolitismo di cui Firenze ha sempre goduto per il suo essere città d'arte e cultura. Nei primi decenni del settecento, una numerosissima colonia inglese portò a Firenze la Massoneria moderna assieme a quegli aspetti di liberalismo che trovarono un terreno già fertile e consolidato.

4) Nonostante l'oppressione ecclesiastica, le Accademie, i Teatri, i ritrovi letterari di Firenze erano paragonabili a quelli veneziani, dove la repubblica permetteva notevoli libertà.

5) I primi massoni fiorentini, il Cocchi, il M.se Rucellai, il M.se Rinuccini, l'Abate Niccolini, l'Abate Franceschini, l'Abate Buondelmonti, il Lami ecc. rappresentavano l'élite intellettuale dell'epoca, confluiti, in numero di circa sessanta, nella prima Loggia Fiorentina, il cui Venerabile era Sir Horace Mann, Ambasciatore inglese presso il Granducato.

6) All'avvento dei Lorena, troviamo già il primo Granduca, Francesco III di Lorena, iniziato alla Massoneria. Il M.se Rinuccini e Giulio Rucellai appartennero al Consiglio Superiore della Reggenza e ed ebbero sempre ben presenti i diritti dello Stato di fronte alla Chiesa.

Dopo la persecuzione dei Fratelli e la distruzione delle Logge da parte del regime fascista la Massoneria fiorentina fin dal 1945 ha contribuito alla ricostruzione materiale e morale della città, fino a subire, con l'assassinio del Fratello Lando Conti, Sindaco di Firenze, da parte delle Brigate Rosse, un nuovo contributo di vita alla causa della libertà.

Di là dalle motivazioni storiche, comunque, vi è certamente un quid indefinibile nel rapporto fra la città e la Massoneria, forse dovuto al carattere dei cittadini simile a quello della Massoneria, conservatore e rivoluzionario assieme, elemento in ogni caso d’equilibrio e di crescita morale.

La persecuzione del poeta Tommaso Crudeli perché massone e libero pensatore fu il primo atto di guerra dell'Inquisizione contro il liberalismo e la tolleranza religiosa affermate dalla Massoneria. Il suo processo e la sua condanna, che lo portarono alla morte, rimase ben impresso nella memoria storica dei fiorentini.

8) I legami della Massoneria con la Rivoluzione francese prima ed il risorgimento poi identificarono l'Ordine con i nuovi tempi e la nuova civiltà europea.

9) Un nuovo momento storico importante fu la creazione, nel 1859 della Loggia Massonica "Concordia", tuttora esistente, che assieme alle altre Logge da lei nate ed a lei collegate ebbe una parte importantissima nel Risorgimento e nella restituzione di Roma all'Italia.

A Firenze vi sono sempre state, quindi, delle radici sotterranee di eterodossia religiosa e di libertà di pensiero, che solo nell’era moderna sono quasi completamente venute alla luce.

Il grande alveo del fiume Massonico ha raccolto nei secoli infiniti affluenti, anche da sorgenti sotterranee che a volte si manifestano, ma spesso poi si rioccultano.

Seguire storicamente alcune di queste affluenze è lo scopo di questa ricerca, dedicata a tutti coloro che nel cerchio magico fiorentino dettero tributo di pensiero, ed a volte di sangue, alla causa del libero spirito.

 

L’ESOTERISMO FIORENTINO  NEL MEDIOEVO

 

Lo spirito di libertà è sempre stato presente nella storia dell’uomo, così come la  sua persecuzione e l’oppressione dei potenti. Spesso vediamo il medioevo come un evo in cui vi era spazio solo per l’ortodossia cattolica o per il suo contrario, l’eresia.

Ma l’eresia portava in sé componenti metafisiche riservate, che una teologia eterodossa nascondeva.

Quali migliori testimonianze  di quelle di chi predicava contro i cosiddetti eretici?

In tempi i cui la comunicazione era affidata solo alle sacre rappresentazioni ed alle prediche, strumento quasi unico di cultura popolare e di cronaca è ad esse che bisogna rivolgersi per seguire il nostro filo di Arianna.

 

Ubertino da Casale

Nel Corbaccio di Boccaccio: si evince che dal pulpito si parlava anche si metempsicosi e storia delle religioni

Federico da Pisa paragoni astronomici ed astrologici con citazioni Aristotele Platone

Frà Uberto Guidi confutava tenacemente “le storie dei pagani e le favole dei loro poeti”. Evidentemente la mitologia era conosciuta e radicata.

Remigio Girolami (ultimo trentennio del ‘300) Professore dello Studio dell’Ordine, come Priore di S.Maria Novella, allievo ed amico di Tomaso d’Aquino, insegnava non solo teologia, e materie giuridiche, letterarie e politiche, ma anche astrologia, alchimia e persino magia.

Fra Giordano da Rivalta successore di Fra Remigio: insegnava antichità classiche ed era un ammiratore d’Aristotele.  Aveva studiato a Bologna ed a Parigi ed aveva una straordinaria memoria. Predicava contro Pitagora e la sua numerologia, testimoniando così che, anche il Pitagorismo era diffuso. Parlava anche due ore di seguito e uno dei suoi fedeli lo confortava poi con un “fiaschettuzzo”. Ducento anni prima di Pico, leggeva il Vecchio testamento in greco e si mise ad imparare da un ebreo il “giudesco”, anche nelle sue allocuzioni era violentemente antisemitico, fino al punto di lodare un progrom cui aveva assistito in Germania, ed in cui erano stati sterminati 24.000 ebrei. Giordano affermava che la terra si librava nello spazio infinito come una palla, più piccola d’ogni altra stella, ma nel contempo predicava che l’uomo non debba saper nulla di più che gli è giovevole alla salvezza dell’anima, e che si dovesse prestar fede a ciò che insegnava la Chiesa senza domandarsi altro. Le prediche di Fra Giordano, che ci sono rimaste, sono un  profondo pozzo da cui attingere notizie ed umori sul XIV secolo a Firenze.

 I battuti, i pellegrinaggi (proibizione dei viaggi in Terrasanta 1216 Capitolo generale di Vallombrosa) La Chiesa a volte ingiungeva come penitenza il pellegrinaggio, ma solo perché ne poteva commutare l’imposizione in elargizione di contanti.

Guido Cavalcanti, miscredente e libero pensatore va in pellegrinaggio a Sant’Jago: la sua vita spendereccia ed una bella dama di Tolosa lo fermarono.

Confraternita dei Pellegrini d’oltre mare. Chi assumeva la croce, e l’impegno di partecipare ad una futura crociata era esentato dalle tasse e dai debiti. Se si può ipotizzare una sincera manifestazione di fede, forse anche considerazioni più pragmatistiche possono esser considerate.

La fede, anche se effettiva, si accompagnava al disprezzo contro gli ecclesiastici, anche perché questi godevano eccessivi privilegi di fronte alle mancanze di diritti della popolazione. Le beffe erano continue.e pungenti, ed espresse con quel particolare ed acuto sarcasmo del popolo fiorentino e toscano in genere.

Il Fiore manuale dell’anticlericale.

Gli eretici furono spenti con la violenza nel 1200. Ma erano ben presenti, anche se nascosti nel 1300.

Dalle interrogazioni degli inquisitori: si intravede uno spaccato della vita medioevale fiorentina ben diverso da ciò che si crede comunemente: le domande vertevano su:

L’aver posseduto o solo visti libri eretici

Se si conoscesse persone i cui usi si distaccassero dal normale o che non frequentassero delle chiese e se erano in grado di denunciarli.

Se avessero adorato idoli o se avessero fatto delle magie con gli specchi, spade, bastoni d’ebano ed avorio, o un globo celeste e terrestre, se avessero usato per le loro arti magiche un teschio, se facessero fondere piombo fuso per interrogare il futuro.

Se usassero i giorni “fausti” ed “infausti” egiziani,

Se avessero indotto uomini o donne all’amore o l’odio

Se si credesse negli influssi del sole e della luna, nei segni zodiacali, dei sogni ecc.

Se si credesse che non era peccato lo stare ignudi con donne ignude ecc.

 

Molte di queste domande ci rivelano la natura “magica”  ed eversiva dei movimenti ereticali, in particolare dei Fratelli del Libero Spirito, degli Adamiti, dei Frati Apostolici, dei Dolciniani ecc. La compagna di Frà Dolcino, Margherita era fiorentina, e di lei si diceva, con religioso orrore, “…ha predicato lo spirito di libertà”

Alvaro Pelayo, vescovo di Syles, nella sua opera Sulla tristezza della Chiesa, racconta  che nel 1304,  quando si trovava ad Assisi, vi era un frate minore, chiamato Giovanni  l’apostolo, cui prestava rispetto ed ammirazione per la sua saggezza  e perfezione di vita. A lui aveva confidato le sue problematiche giovanili, essendo tormentato dal desiderio sessuale. Il frate gli aveva risposto sorridendo che non soffriva di simili tormenti. Alvaro pensò allora che fosse un uomo miracoloso, ma quando l’apostolo fu arrestato assieme a molti altri frati minori e laici, fu riconosciuto come il capo di una comunità dei Fratelli del Libero spirito. Vi era quindi un senso recondito nella risposta. Il Frate era poi morto nelle carceri dell’inquisizione fiorentina.

 Le Confraternite di Laudesi, unico spazio relativamente libero concesso dal potere, erano centri di pensiero eterodosso, ed avevano in genere carattere corporativo.

Gli Ebrei erano considerati con odio e disprezzo, ma incutevano anche timore per le supposte conoscenze “magiche. Non erano vietati i rapporti con gli ebrei, ma il canone penitenziale interdiceva di mangiare i loro cibi, considerati impuri. La presenza di alcuni personaggi ebraici nella Firenze medioevale influì certamente sulla cultura eterodossa fiorentina. Possiamo citare Manuel Leoni, Eleazaro da Firenze, Mayr da Firenze, la cui professione era la medicina e l’astrologia. A Pisa, città di traffici con l’Africa Nord ed il Medio Oriente, la presenza ebraica è citata fin dal XII secolo. Prima del XV secolo, la presenza ebraica a Firenze era ben poco diffusa. Solo nelle prediche erano citatissimi, e certamente non erano lodati. Le costituzioni feudali del Vescovo Francesco Silvestri minacciavano le autorità cittadine affinché non si tollerasse la presenza di usurai ebrei nella città, d’altro canto sempre graditi dalle autorità civili, proprio a causa della loro professione. Nel 1396 si invitarono gli ebrei a trasferirsi a Firenze, ma l’imposizione del tasso massimo del 15% annuale non la rendeva una piazza troppo appetibile, fino a che non fu aumentato al 20°%. A Firenze giravano soltanto dei vagabondi ebrei, convertiti o pseudoconvertiti che, dotati di bolle papali, chiedevano l’elemosina o ingannavano le donnette con rimedi magici. Nel 1324 troviamo Firenze Datillus da Roma,  dotto medico ebreo, ma anche famiglie ormai fiorentinizzate come i Leoni ed i Salomoni. Dante non fu tenero verso gli ebrei nella  sua Comedia:

 

Uomini siate,

e non pecore matte

si che il giudeo tra voi

di voi non rida

 

Ma un curioso episodio delle “contesa” fra Dante e Bicci Forese può far pensare ad una pratica all’usura del padre di Dante o addirittura a qualche sua discendenza ebraica. Bicci, nella sua polemica, afferma, riferendosi al dantesco genitore che : “ben ti strignea il nodo Salomone”. E la pratica dell’usura, o ancor più qualche forma di giudaismo, era a quell’epoca un’offesa sanguinosa fra i guelfi “bianchi”. Comunque, le rare presenza ebraiche furono tollerate. Solo nel 1495, all’inizio dell’era moderna. gli Ebrei furono cacciati da Firenze, ma in seguito reintegrati..

Le superstizioni non erano soltanto ereticali. La maggior parte erano canoniche ed esercitate dal clero cattolico. Nel 1294 fu vietato ai Domenicani di recarsi nelle case per motivi di magia e profezia.

Fino al Pontificale di Pio V° vi era addirittura la pratica di esorcizzare i crocifissi, nella preoccupazione che potessero essere “occupati” da presenze diaboliche. Le cosiddette pratiche di “scienze diaboliche”, astrologia, alchimia, magia, cabbala, anche se sottoposte a grave sospetto e pregiudizio, erano tollerate e potevano esser esercitate, con prudenza e discrezione anche dai canonici, anche se la pratica non doveva esser poi esposta con teorie che potessero discostarsi dall’ortodossia cattolica. Elia da Cortona, (rogo) Cecco d’Ascoli (rogo) e Pietro d’Abano (morto nel carcere dell’Inquisizione a Padova) non ebbero tanto la colpa di esercitare le “professioni oscure” ne quella di renderle pubbliche, ma di avervi inserito proposizioni che potevano contrastare con il controllo della società da parte degli ecclesiastici, tanto è vero che nello Studio Generale fiorentino era insegnata l’astrologia. Nell’immaginazione popolare, comunque, i sapienti, laici od ecclesiastici, erano perdonaggi sospetti. Secondo Antonio Pucci,  Dante che aveva dannato all’inferno gli astrologi, era un “eccelso astrologo” e “mago”

I ricordi della paganità a Firenze erano comunque presenti.  Su ricordava, con il Villani e Dante che Marte era stato il predecessore di S. Giovanni Battista a patrono della città. Non è quindi da meravigliarsi della “rinascita degli dei” che il Rinascimento fiorentino produsse.

Jacopo Passavanti nello Specchio della vera penitenza, parla diffusamente di magia, considerandola come una pratica comune della sua generazione.

Dino Compagni nella sua Intelligenza,       parla con competenza dei poteri magici delle parole, delle erbe e delle pietre, seguendo così i testi di Cecco D’Ascoli da cui Cagliostro aveva preso la definizione dei suoi poteri (in verbis, in herbis et in lapidibus)

Mastro Boncompagno afferma che ai primi del 200 tutti si interessavano d’alchimia.

Nel 1300 ai Dominicani fu proibito di interessarsi d’alchimia.

Magia, astrologia e alchimia, pratiche ben comuni in tutti i secoli dell’umanità erano nel medioevo tollerate,  se politicamente  e teologicamente corrette.

Era comunque ben conosciuta, e sottoposta ad indagine inquisitiva continua, la natura eversiva e liberatoria della  metafisica esoterica. La società occidentale ha percorso una strada di dolore e di sangue, attraverso la Riforma e le Rivoluzioni, per affermare un principio di libertà civile senza la quale non può esistere la libertà spirituale. Quando le condizioni culturali, sociali e politiche lo permisero, gradualmente ciò che era necessariamente occulto fu rivelato. È da questa indispensabile gradualità che derivano i limiti del “metodo storico”, secondo la definizione di Réne Guènon, La “Philosophia Perennis” può essere seguita più dal polline del suo pensiero, che feconda ogni evo, che dalla rigida analisi storica. Ma una nuova storiografia, che esamina oggi gli influssi del pensiero metafisico negli avvenimenti umani, può trovare nuovi elementi, esumare le testimonianze sepolte negli archivi. Può riconsiderare la storia non soltanto come un susseguirsi di necessità e delle conseguenti risoluzioni, fino a ritrovare quel fresco zefiro della Primavera botticelliana che potrebbe rinnovare umanamente una civiltà sempre più disumanizzata.

 

 

DANTE ALIGHIERI (1265 –1321)

 

 

Fra gli splendidi affreschi della Cappella Brancacci, nella Chiesa del Carmine a Firenze, vi è una curiosa raffigurazione di Dante Alighieri, corrispondente a ciò che la tradizione, sia colta sia popolare, attribuiva alla mitica e favolosa personalità del gran fiorentino.

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Filippino Lippi ci ha trasmesso il noto profilo, aquilino e sdegnoso, sotto lo spoglie di Simun Mago, denunciante a Nerone gli apostoli Pietro e Paolo come nemici dell'Impero, perturbatori della

 

quiete pubblica, corruttori della gioventù e falsi profeti.

Questo leggendario episodio deriva da un aneddoto narrato da Ippolito Romano, una singolare figura di santo (canonizzato) e nel contempo antipapa, che nel IV° secolo scrisse il suo Philosophumena contro gli eretici, ed in particolare contro gli gnostici.

Questo episodio, certamente apocrifo, ci dimostra, nella mancanza di notizie storiche dei primi secoli cristiani, come le correnti gnostiche erano considerate più vicine alla società pagana e forse anche a lei alleate. Eppure Dante stesso si scaglia, nel XIX dell’Inferno contro Simon Mago ed i simoniaci:

 

“O Simon mago, o miseri seguaci

Che le cose di Dio, che di bontade

Deon esser spose, voi rapaci

Per oro e per argento avolterate.

 

Il gioco inquietante di Filippino, che inserisce la già mitica e affabulata personalità di Dante in un'allusiva leggenda, è un sofisticato collage temporale a testimonianza della trasmissione di conoscenze filosofiche e simboliche attraverso l'arte.

Nella stessa Cappella Brancacci, Filippino si identifica nell'Angelo (sensualmente botticelliano) che libera S. Pietro dal carcere, liberando nel contempo se stesso dalle influenze masacciesche.

Si chiude qui la dicotomia etica fra la due universalità. Quella pagana, imperiale e misterica e quella del monoteismo dogmatico del cattolicesimo, risolta nella mitologia estetica e psicologica del Rinascimento, che accomuna Dee e Madonne nella carnale bellezza dell'umano, popolando e Chiese d’altissime forme d’arte cristiana ed i giardini e le dimore (i Paradisi fiorentini del rinascimento) di forme pagane di trionfante bellezza.

 Se l'inquadramento allusivo e simbolico della figura di Dante in Filippino risulta ben chiaro a chi conosca l'origine dell'allegoria usata, ancor più facile risulta inquadrare nell'ambiente storico ed artistico fiorentino .i presupposti filosofici e metafisici che indicavano l'uso di un preciso simbolismo.

Proprio a Firenze ed in quel tempo tornavano alla luce i concetti del neoplatonismo e di quella prisca religione, che pur non rinnegando la salvezza cristiana, ammirava ed affermava nel contempo la spiritualità misterica del passato.

Le Arti, pur essendo organizzazioni pragmatistiche di mestiere, avevano nonostante ciò una loro connotazione religiosa e metafisica, in quanto, nella mentalità della loro epoca, ogni azione umana era retta solo nell'allineamento micro-macrocosmico, cioè nello svolgimento dell'azione umana come cosciente partecipazione a quella divina. Il Sansovino ci ricorda come nelle associazioni artistiche, comunemente collegate a confraternite religiose, "s'operano cose religiose, perciò quasi come in Accademie o scuole pubbliche si impara".

All'Arte degli Speziali erano ascritti tutti i pittori, scultori, architetti ed artisti in genere, per la dipendenza delle materie prime ed è in lei che si poteva esprimere quella spiritualità tutta latomistica che si esprime simbolicamente negli strumenti del costruire e dell'ornare.

Dante appartenne a quest'Arte, non perché‚ in un  qualsiasi modo la esercitasse, ma solo in quanto senza iscrizione alla matricola di un Arte Maggiore non era possibile concorrere  ad incarichi politici.

Non si è mai potuto spiegare perché‚ Dante si iscrisse a quest'Arte particolare anziché‚ in un'altra più consona all'attività familiare, (si presume che suo padre avesse svolto attività finanziarie): si  potrebbe ipotizzare che l'interesse di Dante per la particolare Arte fosse dovuto all'esistenza in lei di un esoterismo di tipo proto-latomistico indotto dagli artisti dell'epoca.

Negli ultimi anni del XIV° secolo nell'Arte degli Speziali si formò una compagnia di Laudesi chiamata la Compagnia di S.Luca Evangelista a cui potevano appartenere soltanto pittori, scultori, architetti ed artisti in genere, a cui naturalmente appartenne l'intera famiglia Lippi, Luca, Filippo e Filippino.

Questa Compagnia ebbe l'onore di una  cripta funebre nella chiesa della SS.Annunziata, opera del Montorsoli, la cui lastra tombale è ricca di simboli latomistici.

Negli ultimi decenni del XVI° secolo la Compagnia formò le basi storiche della nuova Accademia del Disegno, sotto la protezione di Cosimo I° di cui il primo Provveditore fu Don Vincenzo Borghini, benedettino, Priore degli Innocenti, insigne  umanista ed ermetista.

I nuovi tempi e l'assunzione da parte dei Medici del Ducato prima, e del Granducato poi, imponevano un più stretto controllo mediceo sulle organizzazioni di mestiere.

Sia Cosimo che Francesco poi si glorificarono della loro qualità di patroni ed "accettati", nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio dove sono ambedue effigiati con in mano la squadra ed il compasso dei costruttori. Alcuni secoli di ricerche storiche sul simbolismo della "Divina Commedia" e sulla personalità Dante ci hanno donato una notevole mole saggistica sull'argomento, ma purtroppo rimane ancora nella quiete degli archivi l'influenza della metafisica esoterica, latomistica e compagnonica sulla formazione delle confraternite civili e religiose della Firenze fra Medioevo e Manierismo.

Pochi anni dopo la morte di Dante, la sua leggenda, popolare e colta assieme, lo indicava come eretico, kabbalista, Fedele d'Amore, Templare, ma anche eccelso astrologo - come lo definiva Antonio Pucci, trombetto del comune, poeta e cronachista - ma anche stregone, come lo riteneva Giovanni XXII°, che lo accusò, su testimonianza di Galeazzo Visconti, di aver tentato assieme al vecchio Maffeo Visconti di procurargli morte, attraverso immagini di cera e varie malie.

Ma al là di qualsiasi ipotesi, accusa ed elogio, l'immagine di Dante è quella di un'altera sfinge dal volto impenetrabile, amaro, doloroso, che non cede facilmente il suo mistero. Fra le immagini tramandate di Dante, solo in Giotto il suo volto acquista trasparenza e chiarità, in una giovinezza attenta e raccolta, dagli occhi chiari e limpidi, immensamente pieni di quella luce calma ed intensa che rompe il buio dei vicoli fiorentini.

Nel volto giottesco permane, viva, una fiduciosa umanità, in un momento forse di momentanea pace cittadina, tanto effimera e bugiarda quanto nascostamente fosca d’odio profondo e di faide omicide. Dopo Giotto il volto di Dante è quello di un’immota maschera, raggelata nel suo silenzioso sdegno, nella sua interiore e quasi disumana spiritualità.

Quanto vorremmo veder aprirsi quelle labbra sottili e serrate  ed udire la preghiera ermetica  di Bernardo alla Vergine, nel XIII° canto del Paradiso, l'aulica retorica del "De Monarchia", le rime d'amor sacro e d'amor profano. Quella maschera muta tuttavia sa ancora vibrare di "quell'amor che muove il sole e l'altre stelle" per chi sa vedere con gli occhi dello spirito la Rosa e la Croce dell'Empireo.

Un'amore, biblicamente più forte della morte, che vibra ancora in una Firenze che vogliamo e speriamo nascostamente viva, in cui possano risuonare  ancora gli echi dei passi di Dante in S.Croce, dei canti perduti di Casella, delle dispute bizzarre di Guido Cavalcanti, delle rime leggiadre di Lapo Gianni.

 

Dante ed i Fedeli d’amore

Negli ultimi giorni del XIV secolo, Franco Sacchetti, cronachista fiorentino, scriverà

Come posso sperar che surga Dante

Se già chi l’sappia legger non si trova?

 

Già pochi anni dopo la sua morte, i contemporanei temevano che l’opera dantesca fosse di troppo difficile lettura per poterne comprendere a pieno il significato. D’altro canto, anche la semplice lettura e declamazione, anche a quei tempi, non era facile.

Il Volgare, così come Dante lo chiama, non era certamente la lingua del popolo, ma una sua trascrizione ideale, letteraria, colta, poetica. Una leggenda coeva tramandava che l’opera di Dante sarebbe stata compresa solo sei secoli dopo la sua morte.

Coloro che, a cavallo del XIX e XX secolo reinterpretarono Dante, si sentirono autorizzati ad affermare che avevano interpretato Dante anagogicamente, cioè al più alto livello simbolico.

Per comprendere le motivazioni di questa reinterpretazione, può essere interessante indicare chi ne fossero gli autori, ed in quale periodo scrissero i loro testi:

Mario Caetani Duca di Sermoneta, 1852 precursore

Aroux, 1870

G.A.Scartazzini, 1890

Giovanni Pascoli, 1898

E.Parodi, 1914

L.Pietrobono, 1915

Luigi Valli, 1922

P.Vinassa De Regny, 1928

Cosimo Ricolfi, 1930

René Guènon, 1933

Tutti questi autori avevano qualcosa in comune, l’appartenenza alla Massoneria.

Dopo il 1859 la Massoneria italiana, dopo la seconda guerra d’indipendenza, voleva fortemente il totale compimento dell’unità italiana, soprattutto la liberazione di Roma dalla teocrazia papale. Qualcuno, con arguzia, ha notato che la breccia di Porta Pia non ha portato soltanto Roma all’Italia, ma soprattutto ha portato il Vaticano in Italia. Anche i Massoni, a volte, possono essere strumenti di una “provvidenza” non desiderata..

Le pulsioni risorgimentali trovavano resistenza nel sentimento popolare, favorevole all’unità, ma cattolico nella sua stragrande maggioranza. Le ragion di stato sabaude dovevano tener conto di questo sentimento popolare, così come delle relazioni con gli stati esteri, favorevoli al mantenimento della sovranità papale su Roma.

Si doveva così creare un movimento culturale e politico che indicasse nella gloria nazionale la necessità di avere a capitale Roma.

Mario Caetani, Duca di Sermoneta, appartenente ad una famiglia d’antichissime origini romane, era uno degli ideologi di un cerchio ristretto d’intellettuali ed esoteristi che vedevano nel cristianesimo una degenerazione religiosa e sociale, che aveva prodotto sia la distruzione dell’impero romano sia delle sue idee di forza nella giustizia, che ne avevano prodotto la sovranità imperiale.

Il suo testo su Dante, primo di una lunga serie ripresa da molti altri autori vedeva, nell’ottavo e nono canto dell’inferno, le tracce di una dottrina segreta professata da un’Ordine esoterico, d’origine cataro-gnostica ed in conflitto permanente con il cesaro-papismo;  quell’alleanza cioè fra Chiesa e Potere che avrebbe prodotto la sconfitta della tradizione romana ed imperiale dell’antica Roma.

Successivamente, la creazione della “Società Dante Alighieri”, pur moderata ed ufficiale nell’interpretazione dell’opera Dantesca, portò all’interesse popolare verso il sommo poeta, considerato come il supremo interprete ed il cantore dell’unità italiana e del suo compimento con l’annessione di Roma al nuovo regno.

Nasce così, da numerosi autori, il mito di Dante mago, eretico, templare, astrologo, cabbalista, pitagorico, Fedele d’Amore, un mito che pur fondandosi su alcuni elementi reali, costituiva un corpus simbolico atto a scatenare nella massa il risveglio d’archetipi sempre presenti nell’umanità.

L’elaborazione e la speculazione simbolica, che la pubblicità mass-mediatica conosce oggi assai bene, è uno dei fondamenti della metodica massonica. Molto spesso, non è la storia a formare i miti, ma questi stessi a formare la storia. Gli elementi culturali e storici con cui questa nuova interpretazione si fondava non erano purtuttavia una novità, ma circolavano già ai tempi di Dante e successivamente.

La leggenda medioevale indicava già in Virgilio il mago e la sua scelta come guida,  caratterizzava già il discepolo. Non vi sono ragioni sufficienti per ritenere Dante eretico. Lo sdegno contro gli eresiarchi nell’Inferno ne è la prova già sufficiente.

Le simpatie di Dante per i movimenti dei fraticelli e dei pauperismi, la difesa dei Templari ingiustamente perseguitati da Filippo il bello e da Clemente non eccede le opinioni colte del tempo suo ed in esse non vi è traccia d’eresia.

Certo, Dante e la fazione dei Bianchi cui apparteneva si opponevano all’estendersi dell’influenza politica di Bonifacio VIII (Tanto nomini…) “De servitio faciendo domino Papae nihil fiata”.

La prima opposizione di Dante al temporalismo era di natura politica, e solo successivamente diviene filosofico-religiosa. Dante afferma nel De Monarchia che l’autorità deriva da Dio e dal popolo romano che n’è il mandatario e che al Pontefice si deve soltanto la riverenza, che è l’unico appannaggio del potere spirituale.

Gli accenni astrologici nell’opera dantesca sono numerose e non mancano alcuni accenni di mistica ebraica, che solo nel XIII secolo cominciò ad avere connotazioni cabbalistiche.

La Divina Commedia rappresenta una summa della cultura medioevale e dimostra in Dante non soltanto il genio poetico e letterario, ma anche la sua immensa cultura, che tuttavia non si discosta - e non potrebbe essere altrimenti - da quella dei suoi tempi.

Vi sono quindi due linee interpretative per comprendere la realtà interiore di Dante, ciò che effettivamente era e quali erano le sue opinioni ed appartenenze. Una consiste nell’esaminare senza alcun pregiudizio tutta le letteratura che da metà dell’ottocento in poi ha reinterpretato Dante. La mole e la profondità di questa saggistica non si può eludere, e rappresenta una branca di studi danteschi ormai indispensabili.

Ma la prima consiste nell’esame della vita di Dante nel suo contesto familiare, cittadino, culturale, prima che la figura del genio prenda corpo e vita. La moderna storiografia ha superato i limiti che le imponeva la metodica ottocentesca, ricercando l’origine della vita pubblica e dei grandi avvenimenti nella vita privata, negli avvenimenti quotidiani.

L’immaginazione vede in Dante il un gigante ed il genio, ma molto spesso non è conosciuta la realtà vivente della sua esistenza, della sua città, degli ideali e delle crisi che coinvolgevano il suo mondo.

Cercheremo quindi di dare un ritratto fedele neutrale di quest’ambito, mettendo soprattutto in risalto ciò che lo stesso Dante dice di sé. Soltanto dopo questa sintesi potremo verificare se le fonti del mito sono genuine. Non si può staccare Dante dall’ambiente in cui è nato e vissuto, perché fu uomo dei suoi tempi e della sua città.

 

“Io fui nato e cresciuto sopra  il gran fiume d’Arno alla gran villa”

 

Questo è tutto ciò che dice Dante della sua infanzia e della sua adolescenza. Ma questa “gran villa”, in che consisteva? Vicino ad un borgo etrusco, identificato in un piccolo quadrato fra Piazza S. Firenze, Borgo de Greci, via dell’Anguilla e Piazza S.Croce, nel I secolo a.C. i romani edificarono le mura della prima cerchia, un quadrilatero di circa 1800 metri, circa 20 ettari, bastante per ospitare 2000/2500 abitanti.

La “cerchia antica” in cui viveva Cacciaguida, l’avolo di Dante, risale al 1078, Fu edificata da Matilde di Canossa, per la continua minaccia dei cavalieri tedeschi, al tempo per la lotta delle investiture, tra Enrico IV ed il Gregorio Papa VII. La cerchia matildina poteva ospitare circa 20/25.000 abitanti. Dante abitò nel periodo della costruzione della seconda cerchia comunale, resasi necessaria per conglobare i vari borghi che erano nati all’esterno della prima cerchia comunale,

All’inizio del XIV secolo i vari focolari comportarono 85.000 abitanti. Per i parametri dell’epoca Firenze era effettivamente una gran città, considerando che Parigi, nello stesso periodo, non superava i centomila. La  città era caratterizzata, come tutte le città medioevali, da alte torri e da vicoli strettissimi, con una grave carenza di piazze in  cui la popolazione poteva radunarsi.

La piazza della Signoria, la cui costruzione fu il compimento delle lunghe e gravi lotte fra il Comune e le famiglie feudali, fu edificata solo dopo che l’antica famiglia degli Uberti, che aveva case e torri in quel luogo, poté essere distrutta. 

Ai piedi delle torri, (alte al massimo 50 braccia fiorentine - 29metri - ) e delle case di pietra fortificate delle famiglie magnatizie vi erano catapecchie di legno o di materiale di recupero, di una sola stanza, con un focolare, che ospitavano la parte più povera della popolazione.

Il pavimento era di terra battuta, ricoperto di fieno o anche di stoppie, anche per le case borghesi o magnatizie. Il piccolo negoziante, l’artefice di concetto aveva a volte due stanze, una per la cucina ed una per il letto. Ma anche le grandi dimore non avevano molti agi. La poca luce passava attraverso le inpannate, specie di imposte di tela grezza  a copertura  di finestrine minuscole.

I cessi erano spesso fatti di tavole di legno fra una torre e l’altra, e scaricavano nel “chiassetto” di sotto, quando non si gettava tranquillamente il vaso ed il suo contenuto direttamente nella strada, come ben ricorda il Boccaccio.

Le cucine e le lavanderie erano o fuori della torre, o all’ultimo piano per i rischi d’incendio.  L’alimentazione era problematica in quanto soltanto il grano era importato e le derrate provenivano direttamente dal contado, dove a volte i raccolti erano scarsi e producevano carestie. Firenze poi non aveva porti propri e dipendeva da Pisa, spesso nemica.

Dante, che è un conservatore ed un  laudator temporis acti critica spesso i cosiddetti lussi della sua epoca, ma non ha niente da dire sull’alimentazione che era spartana anche al tempo suo. Comunque, per quanto scarsa e sottoposta a cicliche carestie, l’alimentazione era sufficiente e la solidarietà nutriva anche i più poveri.

I pasti principali erano due: il desinare , fra le nove e le dieci, e il cenare, in inverno al tramonto, l’estate un po’ prima. Per i ricchi, la merenda, a metà giornata. Ma soprattutto venivano consumate grandi quantità di pane, base dell’alimentazione, scuro ed integrale, e non solo di grano, ma anche di orzo, vecce, segale, lupini ecc.

 Si cucinava solo al mattino e la sera si consumava i resti. Zuppa di legumi, con pane  raffermo o senza, formaggio, olive e “rizzati” come dicono i fiorentini. Due volte la settimana (giovedì e domenica) un po’ di bollito di manzo o arrosto di pecora, vitello, agnello.

Nelle vigilie, venerdì e quaresima, rigidamente osservate, si consumava cereali, (ceci, fagioli, vecce, lupini, orzo ecc.) e verdure. Chi poteva permetterselo, o se li pescava, pesci d’Arno o ranocchi. Tonno, tonnina e acciughe erano considerate gran leccornia; (le aringhe ed il baccalà non erano ancora importate dalla Norvegia). Per i ricchi, pesce di mare, non freschissimo naturalmente.

Nei giorni di festa, piccole quantità di maiale, selvaggina, pollame. Un lusso era l’usare una gran quantità di pepe, soprattutto  a causa della scarsa possibilità di conservazione della carne: altrimenti, aceto.

Come bevanda acqua o vinaccia annacquata (acquerello). Il vino pretto era solo per gli uomini, all’osteria. I grassi alimentari sono scarsi. La coltivazione dell’ulivo non era ancora nella sua massima espansione e per cucinare si consumava per lo più lardo o, per più poveri, anche la sugna.

Un piatto tipico e quotidiano della tavola fiorentina popolare? Si mette nel paiolo un trito di cipolla ed aglio, un po’ di sugna, ma a “miccino, e cavoli affettati. Si aggiunge poi acqua e sale. Dopo la bollitura si aggiungono fette di pane abbrustolite.

Anche l’insalata si condisce spesso con un po’ di pancetta o lardo sciolte un po’ nella padella. Un bicchiere d’acquerello (detto anche sprezzantemente ed amaramente cerborea) rallegrava, per così dire, il pasto. Di tutto ne doveva rimanere anche per la cena.

Il concetto del tempo era molto diverso dal nostro. I rari che scrivevano di notte lo misuravano con la candela graduata, con l’arenario o clessidra, e con la meridiana di giorno.

Ma soprattutto con le campane, soprattutto con quella di Badia, con cui s’indicava “e terza e nona”, vale a dire, secondo il commentatore dantesco Jacopo della Lana, l’ora di inizio e della fine del lavoro.

La campana del Palazzo dei Priori pesava 5.775 chili e richiedeva dodici uomini per muoverla. Qual era la giornata del fiorentino medio? Sveglia alle sei, un’abluzione molto sommaria, viso, mani e collo. Per colazione - il latte era derrata cara - un tozzo di pane con l’immancabile acquerello e tutti, soprattutto le donne, a messa.

Gli uomini andavano al lavoro con una mela, o poco più, in tasca, accompagnata dal consueto seccherello (pane raffermo).

Gli uffici pubblici aprivano all’alba e chiudono alla “nona” (le 15), orario cui dovevano smettere il lavoro anche gli artigiani. Ma probabilmente lavoravano tutti  finché durava la luce del giorno (circa le ore 18  - Vespero -).

Dopo la cena a letto, tranne che d’estate, quando si poteva passeggiare fino al coprifuoco. Solo i bordelli e le osterie potevano restare aperti fino a compieta, ma chi era fuori a quest’ora era considerato con sospetto.

Il sabato pomeriggio era libero e dedicato alle pulizie della casa e della persona. Le stufe, nelle antiche terme romane, permettevano una pulizia meno sommaria di quella quotidiana del mattino.

La domenica la messa era obbligatoria ed il lavoro interdetto, tranne nel caso dei barbieri, dei fornai, del calzolai e degli speziali. Le riunioni pubbliche dei privati cittadini erano concesse solo per motivi religiosi.

Da ciò deriva l’incredibile sviluppo delle Confraternite religiose dei laudesi, unica occasione di aggregazione sociale. Anche ai matrimoni, funerali e battesimi era imposto un numero massimo di partecipanti. Il controllo politico, in mano alle Arti, era rigoroso ed opprimente. In questa Firenze austera, poco luminosa, grigia e monotona le uniche attività più vivaci erano la partecipazione alle cerimonie religiose, quella alla vita pubblica, per quanto molto pericolosa, e lo studio.

L’immensa cultura di Dante da dove era stata tratta? Qual era la sua ideale biblioteca? Quali furono i suoi maestri e dove trasse la sua dottrina?

Le scuole erano del tutto private, ma una società di mercanti, già nel ‘200, era cosciente che un minimo di istruzione era necessario.

A Firenze in quest’epoca ai bambini era insegnato a leggere ed a scrivere. Nelle famiglie di medio ceto, fino alle più ricche, l’insegnamento elementare era impartito anche alle bambine.

A chi aveva speranza di raggiungere un Maestrato artigiano, era insegnato l’abbaco, l’algoritmo, la matematica, ed elementi di francese. A coloro che aspiravano ad un Maestrato professionale il latino, la grammatica, la logica e rudimenti di filosofia.

Ma lo studio più approfondito si svolgeva nello Studio Generale di Santa Croce dove Dante apprese la massima parte della cultura dell’epoca. Ma l’incontro fondamentale di Dante fu quello con Brunetto Latini, che ritornato dall’esilio, prese particolarmente a benvolere - fino a vaticinarne il futuro genio - il giovane Dante che lo ricorda nei suoi famosissimi versi:

 

Che n’la mente m’è fitta ed or m’accora,

la cara e buona immagine paterna,

di voi, quando nel mondo ad ora ad ora,

m’insegnavate come l’uom s’etterna;

 

Sarebbe molto utile, per approfondire la nostra tesi, esaminare le fonti bibliografiche delle opere dantesche. Uno dei più grandi eruditi del Rinascimento, Don Vincenzo Borghini, affermava che i suoi Maestri erano i libri e dalla ricostruzione di un’ideale biblioteca dantesca potremmo trovare le origini del suo stesso pensiero. Dante stesso ci parla delle sue cognizioni letterarie, scientifiche e filosofiche, nel IV canto dell’Inferno:

 

E vidi Elettra con molti compagni,

Tra’ qui conobbi Ettore ed Enea

Cesare armato con li occhi grifagni

Vidi Camilla e la Pantasilea

Dall’altra parte, e vidi ‘l re Latino

Che con Lavinia sua figlia sedea:
Vidi quel Bruto, che cacciò Tarquinio:
Lucrezia, Julia, Marzia e Corniglia;

E solo, in parte, vidi il Saladino:

Poi ch’innanzi un poco più le ciglia,

Vidi l’maestro di color che sanno

Seder fra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor gli fanno:

Quivi vid’io Socrate e Platone.

Che n’anzi agli altri più presso gli stanno;
Democrito che l’mondo a caso pone,

Diogenes, Anassagora e Tale,

Empedocles, Eraclito e Zenone:
E vidi il buon accoglitor del quale

Dioscoride dico; e vidi Orfeo

Tullio e Lino e Seneca morale;

Euclide geometra e Tolomeo

Ippocràte, Avicenna e Galieno;

Averroe, che l’gran comento feo.

Dante, fu un “fiorentino spirito bizzarro” che, una volta. non aveva lo stesso significato di eccentrico che oggi ha, ma di iracondo.. Forse, più che l’indole, furono le amarezze, le delusioni subite a trasformare il suo carattere. Nell’invettiva Dante è terribile, soprattutto verso i suoi concittadini:

 

Filippo Argenti degli Adimari Caviccioli:

 

Tutti dicevano: A Filippo Argenti!

E ‘l fiorentino spirito bizzarro

            A sé medesmo si volgea co denti

 

Della famiglia Adimari Caviccioli

 

L’oltracotata schiatta che si indraca

Dietro a chi fugge, ed a chi mostra il dente

Ovver la borsa, com’agnel si placa

 

I Visdomini

 

Color che quando nostra chiesa vaca,

si fanno grassi stando a concistoro

 

I Fiorentini in genere:

 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Gente avara, invidiosa e superba

…………………………………..

quell’ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico

E tiene ancor del mondo e del macigno

…………………………………………

faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme e non tocchin la pianta

S’alcuna sorge ancora in lor letame

 

………………………………………

Godi Fiorenza che se così grande

Che per mare e per terra batti l’ale

E per lo ‘ferno il tuo nome si spande!

 

Dante denuncia come “compagnia malvagia e scempia” la sua parte politica e ben pochi scampano alla sue irose raffigurazioni poetiche: ma vi sono delle rare eccezioni.

Le parole d’affetto, compassione, amore, Dante le riserva a coloro che sono in “piccioletta barca”

O voi che siete in piccioletta barca

Desiderosi d’ascoltar, sèguiti

Dietro al mio legno che cantando varca.

Non vi mettete in pelago; ché forse

Perdendo me, rimarreste smarriti.

L’acqua ch’io prendo, giammai non si corse:

Minerva spira e conducemi Apollo

E nove Muse mi dimostran l’Orse.

Voi pochi altri che drizzaste il collo

Per tempo al pan degli angeli, del quale

Vivesi qui, ma non sen vien satollo.

Metter potete ben per l’alto sale

Vostro naviglio, servando mio solco

Dinanzi all’acqua che ritorna equale.

(Parad. Canto II)

 

 

Per pochi amici ebbe stima e rispetto, soprattutto per quel grande personaggio che fu Guido Cavalcanti, e per Lapo Gianni, la triade fiorentina degli anni migliori e della più perfetta affinità spirituale: ricordate il sonetto?

 

Guid’io vorrei che tu e Lapo ed io

Fossimo presi per incantamento

E messi in un vasel cad’ogni vento

Al voler vostra andasse e al mio.

E Monna Vanna e Monna Lagia e poi,

con quella ch’è sul numer delle 30….

 

Quella ch’è sul “numer delle trenta” è Beatrice. Molto spesso Beatrice ha rapporti con il 9 nella divina Commedia, è il nove è l’ultimo dei numero dispari, divini secondo Pitagora. Ma 30 è formato da 3x9+3 ed il numero dei cori angelici che sono più prossimi a Dio. Un antico testo ermetico afferma che, giunto al 9, il saggio si tacque.

Ed in questa terna di perfezione che consiste la crittografia dei Fedeli d’Amore, il mistero profondo della Sophia, la Sapienza santa. Beatrice, Giovanna, Selvaggia, sono le “Dominae”, le Signore, le terribili entità “feminine” che formano l’entità animica dei loro Fedeli.

Vi è uno splendido monologo biblico all’Altissimo della Sapienza femminina, increata e diaframmatica fra il visibile e l’invisibile, fra il possibile e l’impossibile, fra il potenziale ed il potenziato, così come era Ekate di fronte a Zeus.

 “L’Altissimo mi ebbe con se all’inizio delle sue imprese, prima di compiere qualsiasi atto, da principio. “Ab Aeternum” sono stata costituita, anteriormente alla formazione della terra. Io ero già generata e gli abissi non esistevano e le fonti delle acque non scaturivano ancora, né i monti ancora sorgevano con la loro grave mole; prima ancora dei colli fui generata; non aveva ancora creato la terra, né i fiumi né i cardini del mondo. Quando disponeva i cieli fui presente, quando accerchiava gli abissi nel giro regolare dei loro confini, quando fissava in alto le atmosfere e sospendeva le fonti delle acque, quando segnava intorno al mare il suo confine e poneva un limite alle acque affinché non oltrepassassero le sponde, quando gettava i fondamenti della terra, assieme a lui disponevo di tutte le cose e mi deliziavo in tutti quei giorni, trastullandomi di fronte a lui continuamente, trastullandomi nel cerchio della terra e la mia delizia era vivere con i figli degli uomini “

Dalla Bibbia: I Proverbi

La Donna dei Fedeli d’Amore era speculare alla loro interiorità, la loro stessa anima. Ma quest’entità femminea aveva una parte oscura e terribile, con caratteri cabbalistici delle “Signore delle Tenebre”.

Nell’albero Sephirotico della cabbalà la colonna del Rigore è Hocmah, la Madre. Ma è una madre tellurica, non celeste; ctonica, non cillenia. È l’aspetto oscuro di Iside, Astarte, Ekate, Cibele, Durga Kalì.

Quest’entità si esprime nella materia come Venere Pandemia, l’Eros volgare della massa, che deve metaformizzarsi in Venere Urania, la Virgo, che è sublimazione della madre e del femminile.

Quest’antichissimo concetto è stato ridiffuso da Carl Gustav Jung. Le concezioni psicoanalitiche di Jung sono spesso desunte dalla filosofia esoterica. La sua formazione massonica, presso la Loggia Modestia cum Libertate all’Oriente di Zurigo, di Rito Scozzese Rettificato, dove raggiunse il massimo grado di “Gran Professo”. Questa stessa loggia, che frequentò assieme a Kereny, il grande mitologo dell’antica Grecia, gli consentì una preparazione iniziatica, che Jung stesso definì come gnostica.

Jung portò nel campo della psicologia l’Animus e l’Anima. L’Animus era l’archetipo dell’anima insito nella donna, l’Anima era la versione maschile di questo simbolo arcano. L’Anima, la Sophia dei Fedeli d’Amore doveva congiungersi ermeticamente con lo spirito, l’Intelletto, per poter esulare dalla dualità di Rigore e Misericordia, nella colonna sephirotica dell’Equilibrio.

Così l’amore terreno era soltanto l’allegoria e l’anagogia dell’amore celeste, la veste materica della donna, il paradigma della Nostra Donna Interiore, la Pietra grezza e “nigra” che doveva trasmutarsi in pietra cubica.

È la Dòmina a cui portano Amore i Frates Lucis ed i Frates Tenebris, forse il nome segreto di un’Ordine cui si presume appartenne Dante,

Quest’Ordine aveva una metafisica che, nella sua speculazione, aveva anche scopi politici, ed usava il simbolo dell’Aquila, che era quello stesso dell’Impero Romano e del suoImperatore.

La sconfitta politica del ghibellinismo fece sì che i grandi signori cui Dante richiese pane ed asilo non fossero poi così ospitali.

Dante, grande vate dell’Idea Imperiale era ormai un testimone scomodo nei nuovi tempi borghesi e il poeta dovette adattarsi a guadagnarsi la vita “frusto a frusto” e ad assaporare “come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere ed il salir le altrui scale”.

Ma la sua grandiosa visione metafisica, universalmente ed atemporalmente descritta nel Paradiso, superava gli accadimenti e le contingenze, e la sua Beatrice, cui certamente si congiunse in un’unità spirituale, si tramutò nella “Virgo Celestis”, quella stessa cui Dante fece rivolgere a S. Bernardo la famosa invocazione ermetica:

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio

Umile ed alta più che creatura

Termine fisso d’etterno consiglio.

Tu sei Colei che l’umana natura

Nobilitasti sì che l’suo fattore

Non disdegnò di farsi sua fattura

Nel ventre tuo si raccese l’amore

Per lo cui caldo nell’etterna pace

Così è germogliato questo fiore.

 

 

La grandezza di Dante è tale che nella sua Comedia si potrebbe rintracciare qualsiasi radice e qualsiasi foglia, fino all’ultimo ramo, del pensiero universale. Gli studi sulle tracce di metafisica esoterica nella Comedia sono opera, in particolare, della Massoneria dell’800, che ebbe agio e sapienza di commentarle e diffonderle. L’assioma fondamentale di questa particolare interpretazione iniziatica della storia del pensiero consiste nella credenza che esista una sola fonte di verità e conoscenza, dalla quale sono scaturite innumeri correnti diverse, ma composte comunque dalla stessa acqua. Una catena ininterrotta di sapienti ha tramandato ciò che la moderna storiografia definisce la “filosofia perenne” e che gli antichi definivano, da Marsilio Ficino a Giordano Bruno la “prisca philosophia”, la filosofia primordiale. Questi sapienti, per quanto esprimano a volte la stessa essenza con forme diverse, sono archetipalmente concordi ed appartengono alla stessa famiglia, alla stessa fratellanza secolare. Potremmo seguire questa trasmissione in ogni momento della storia, intravedendo che essa effettivamente è, la maschera temporale della eterna metastoria.

 

 

Il concilio di Firenze.

 

Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria. Col consenso per quanto segue del nostro carissimo figlio Giovanni Paleologo, nobile imperatore dei Romani, dei rappresentanti dei venerabili fratelli nostri patriarchi, e degli altri che rappresentano la chiesa orientale. Si rallegrino i cieli ed esulti la terra: è stato abbattuto il muro che divideva la chiesa occidentale e quella orientale ed è tornata la pace e la concordia, poiché quella pietra angolare, Cristo, che ha fatto delle due cose una sola, vincolo fortissimo di carità e di pace, ha congiunto le due pareti e le ha unite e le tiene strette col vincolo della perfetta unità. E dopo la lunga nebbia della tristezza e la scura e spiacevole caligine della lunga separazione, è apparso a tutti il raggio sereno della desiderata unione. Gioisca anche la madre chiesa, che ormai vede i suoi figli, fino a questo momento separati, tornare all'unità e alla pace; essa, che prima piangeva amaramente per la loro separazione, ringrazi l'onnipotente Dio con ineffabile gaudio per la loro meravigliosa concordia di oggi. Esultino tutti i fedeli in ogni parte del mondo, e i cristiani si rallegrino con la loro madre, la chiesa cattolica. Ecco, infatti: i padri occidentali ed orientali, dopo un lunghissimo periodo di dissenso e di discordia, esponendosi ai pericoli del mare e della terra, superate fatiche di ogni genere, sono venuti, lieti e gioiosi, a questo sacro concilio ecumenico col desiderio di rinnovare la sacratissima unione e l'antica carità. E la loro attesa non è stata vana.”

           

Il 6 luglio 1439 così il vescovo Eugenio apriva la prima sessione del Concilio tenuta a Firenze. Cosimo il Vecchio con la sua abilità diplomatica, riuscì a portare a Firenze i padri occidentali ed orientali, aprendo così a Firenze non solo la cultura e la teologia di Bisanzio, che fino ad allora era stata tenuta separata dalle nazioni europee occidentali, ma le porte economiche dell’Oriente.

            Le conseguenze del Concilio di Firenze furono incalcolabili nel percorso di civiltà dell’Occidente, rendendo innanzitutto inevitabile la Riforma. La riaffermazione della supremazia del Papato produsse la rivolta contro Roma e la sua corruzione.

Le cause della separazione tra Oriente ed Occidente, dallo scisma di Fozio (IX sec.) al al 1204 (saccheggio di Costantinopoli da parte dei crociati) erano in gran parte da imputarsi alla prevaricazione della Chiesa di Roma. Nel 1215 (Concilio Laterano IV°) si proibì la compresenza in una  diocesi di un vescovo latino e un greco. I Vescovi latini strapparono ai greci, con la violenza, le cattedrali a Costantinopoli, in tutta la Grecia e nei territori della repubblica veneziana. Ma Costantinopoli costituiva una barriera commerciale ai  traffici con le ricchezze orientali ed era sempre più necessaria all’espansione europea. Il Concilio cercò quindi  di risolvere i punti di disaccordo nelle questioni teologiche in disaccordo, in quanto senza la loro risoluzione le rispettive Chiese non avrebbero mai potuto tollerare un accordo politico.

Il contendere verteva sulla legittimità dell'aggiunta del Filioque (processione dello Spirito Santo dal Figlio oltre che dal Padre) operata dai latini nel Credo, l’esercizio del primato papale,  l’uso del pane azzimo nell'eucaristia, , l’epiclesi  (invocazione dello Spirito Santo) nella preghiera eucaristica, l’esistenza del Purgatorio.

 I resoconti dei dibattiti, che ci sono pervenuti, non hanno la freddezza dello scontro teologico, ma sono pieni di vivace apertura sulla vita di quel mondo ormai lontano, ed affrontano temi politici, civili e sociali. I Greci richiesero aiuto economico e militare ai latini per la guerra contro i turchi, che costituiva il maggior interesse politico dell'Impero romano d'Oriente al raggiungimento dell'unione, ma anche l’accordo sul mantenimento economica dei padri greci, che sarebbe stato assunto dal papa durante il concilio.

L'accordo sui punti principali fu raggiunto e ratificata l'unione con i greci nel luglio 1439. In seguito seguirono le bolle di unione con i copti e gli armeni.  Dopo quattro secoli sembrava che l'unione  fra le due Chiese separate avesse termine, ma al ritorno in patria dei padri le contraddizioni interne esplosero. A Costantinopoli gli antiunionisti prevalsero, per la debolezza locale della Chiesa latina e per l’ambiguità dall'atteggiamento dell'imperatore. Il Sinodo riunito a Costantinopoli nel 1484,  dopo aver stabilito la formula per i latini che si convertivano, la chiesa greca ripudiò ufficialmente il concilio di Firenze. Il risultato teologico fu dunque nullo, ma nello scontro la Chiesa in Occidente fortificò il primato papale e credette, se non altro, di poter ottenere un controllo assoluto sulla società dell’epoca. Ma la “prisca philosophia” dei testi ermetici era ormai passata, sgusciando fra le tonache dei venerabili patriarchi, e produsse il ritorno estetico e filosofico degli antichi dei, la bellezza eterna dei miti dei pagani, e con essa il Rinascimento.

 

 

Lorenzo de’ Medici ed il neoplatonismo fiorentino.

 

L’Altercazione che Lorenzo che scrisse in età giovanile (1473-1474) è una disturna fra Lauro, il potente carico di affanni e cure, che si rifugia nella natura agreste di Careggi

 

Da più dolce pensier tirato e scorto,

fuggito avea l’aspra civile tempesta

per ridur l’alma in più tranquillo porto

 

ed Alfeo, semplice pastore che pascola le sue greggi.

Lauro lamenta la sua condizione ed esalta la vita semplice dei campi e dei boschi; Alfeo, a sua volta, rammenta la durezza e l’isolamento della sua condizione, criticando l’atteggiamento del Signore, che taccia di affettazione ed ipocrisia:

 

…non so’ per qual cagion tanto ti piace

quel che tu laudi e poi laudato fuggi,

e come tu non segui tanta pace

 

Buon giudice, interviene qui il “novel Plato” quel Marsiglio a cui Cosimo e Lorenzo avevano donato il podere di Careggi, “di tanta rendita che potesse ben viverci assieme ad un amico”.

La stima e l’ammirazione che Lorenzo portava a Marsilio può esser descritta solo da Lorenzo stesso, nel momento stesso in cui ode la sua voce:

 

Pensai che Orfeo al mondo ritornasse

o quel che chiuse Tebe col suon degno

si dolce lira mi parea sonasse

 

L’Alternazione è in realtà un summa del pensiero del neoplatonismo fiorentino, che pur basandosi sulla grandezza e profondità di pensiero di Platone, Porfirio, Proclo, Giamblico e Plotino, ha nelle sue concezioni una vena di melancolia, di una dolcissima vena di tristezza.

L’abilità politica di Lorenzo, la sua diplomazia perfetta, servirono perfettamente alla grandi ambizioni politiche e culturali di Firenze, non solo producendo la più grande storia, ma dandole senso e colore e vita ed affidandola così non solo all’eternità, ma anche all’attualità, all’eterno presente dello spirito.

Ma in Lorenzo ogni processo materico è effimero e temporale perché: “nel doman non v’è certezza”. Persino nella attrazione erotica di Bacco ed Arianna “l’un dell’altro ardenti”, la forma più alta del fuoco del divino nell’uomo, vi è il senso della caduta, dell’annientamento della “certezza”.

Anche nella passione estetizzante medicea per l’arte vi è la coscienza erotica di un superamento e di una caducità del “bello”. Diotima, la donna di “Mantinea”, nel Simposio è la maestra di Socrate nelle questioni d’amore, materia di cui lo stesso filosofo riconosce di non saper niente.

In Diotima, l’ideale estetico della Grecia classica si supera, superando la forma e l’apparenza, quando afferma:

 io non amo il mio amore perché è bello, ma perché produce bellezza

La passione amorosa nel neoplatonismo rinascimentale è la “forza più forte di ogni forza”, perché produce conoscenza, nella triade Venere-Ercole-Minerva.

Nell’ascesi erotica del desiderio la bellezza si sposta dalla perfezione del corpo al “bello in sé”, che è bellezza eterna.

Il “Marsiglio” Laurenziano, per quanto impegnato, con Pico stesso, ad tentare un’impossibile comparazione e fusione di Platone ed Ermete con il cristianesimo, è uno dei primi ad affermare la divinità nell’uomo e dell’uomo ( ma anche Cristo disse: “Voi siete dei…), da cui Giordano Bruno indusse il sillogismo che se l’uomo è dio, e dio è libero, anche l’uomo avrebbe dovuto essere libero. Marsilio aperse le cateratte di acque antiche eppur novissime ad ogni generazione, quando nelle sue opere De Sole, De Vita e De Amore ripropone l’uomo come affine e specchio dell’universo, un microcosmo ed un macrocosmo che si influenzano analogicamente e magicamente. L’universo è la “machina mundi”, non materia inerte, ma essenza vivente, cosciente ed intellettuale perché animata dallo “spiritus mundi”. Il pensiero umano ha il fine di raggiungere l’autocoscienza districandosi dalle illusioni materiche, attraverso l’illuminazione indotta dall’immaginazione (“spiritus” .“fantasia”) alla razionalità (ratio) e dall’Intelletto (mens).

La divinizzazione dell’uomo nasce quindi dalla consapevolezza prima della sua perfettibilità, della sua immortalità. I mezzi per quest’opera sono le “signaturae rerum”, quei “symbola” presenti nel cosmo e nell’astrale, geroglifici od archetipi originati dal mondo celeste.

La “Mens” tende all’”Ens” quell’Uno che per i neoplatonici era il superamento del dualismo materico, cagione del male. Nella platonica caverna in cui l’umanità è prigioniera, ed in cui appaiono le ombre ed i fantasmi delle idee e del reale, l’anima stessa è unico elemento di liberazione. Marsiilo nella sua Theologia Platonica afferma:

“ L’anima imita Dio con l’unità, gli angeli con l’intelletto, la specie propria con la ragione, gli animali bruti con il senso, le piante con il nutrimento, le cose che mancano di vita con l’essere. È dunque l’anima dell’uomo in certo modo tutte le cose”.

La Philosophia Perennis, quella stessa di cui un ramo non minore è la Massoneria, ripete qui i suoi massimi assiomi: la libertà spirituale dell’uomo come identificazione con il divino, la liberazione dalla materia come elemento di disidentificazione, con i mezzi stessi che questa, ombra di Dio, concede all’uomo: il corpo e la mente.

Le Accademie Platoniche di Firenze e di Roma, che Inigo Jones, Gran Maestro della Massoneria del seicento inglese affermava esser state il “modello” della Libera Muratoria”, formarono anche il modello dell’Accademia del Disegno di Cosimo I°, che fu la prima entità proto-massonica manifestata nella storia.

ficino.jpg (19821 byte)       Marsilio Ficino

Appunti d’iconografia proto-massonica a Firenze.

 

Orsammichele:

 

La nicchia della Compagnia dei Maestri di Pietra e di Legname - Raffigurazione dei Quattro Coronati. Nella predella tutti i simboli dell'Arte.

 

Piazza della Signoria

 

Palazzo Vecchio - Salone dei Cinquecento - Affreschi

Maestà di Cosimo dei Medici con squadra e compasso in mano

La conquista di Siena - Cosimo de Medici medita la conquista di Siena con squadra e compasso nelle mani.

Lo "studiolo" di Francesco I - un gabinetto ermetico del Rinascimento.

La Fontana dell'Ammannati, con il segno astrologico dei Gemelli che eseguono la "griffe" del Maestro

 

Piazza SS. Annunziata

 

Chiesa della SS. Annunziata

La Cappella funeraria della Compagnia del Disegno, opera del Montorsoli, con i simboli dell'Arte.

Nel "Cappellone degli Spagnoli" Hiram presenta a Salomone i progetti della costruzione del Tempio. In questo quadro sono raffigurati i maggiori artisti del tempo, compreso Michelangelo.

Alla base i simboli dell'Arte.

 

Porticato degli Innocenti

 

Cosimo investe Don Vincenzo Borghini, umanista ed ermetista, della carica di Provveditore dell'Arte del Disegno, con caratteristiche ed iconografie protomassoniche.

Cosimo fonda l'Ordine di S. Stefano, riviviscenza rinascimentale dell'Ordine del Tempio.

 

S. Maria del Fiore

 

L'orologio di Paolo Uccello. l'unica testimonianza dell'antica "ora magica"

Lo gnomone di Paolo Toscanelli dal Pozzo. La grande scienza senza computer.

Il "Rebis" sulla tomba di un Cardinale ermetista.

Battistero - Lo zodiaco medioevale

 

S. Miniato al Monte

 

Il grande zodiaco romanico sul pavimento della chiesa

 

Palazzo Pitti

Nell’ultima sala della Galleria Palatina, nell’affresco del soffitto, Cosimo è seduto, in veste di dio greco, su uno sfondo di palme e piramidi. In mano, porta squadra e compasso.