Wolgang Goethe

 

 

IL CAMMINO DEI MASSONI

 

      Dei massoni il cammino è simile alla vita

      ed alle sue fatiche; alle azioni degli uomini assomiglia, quaggiù nel

      mondo.

      Al nostro sguardo l'avvenire asconde,

      grado a grado, dolore e gioie.

      Noi, senza timore, andiamo avanti

      sulla nostra strada. sempre.

      Remoto e grave incombe

      come un velo su di noi;

      il nostro passo tranquillo muove

      più in alto delle stelle e nel profondo

      più delle tombe.

      Voi saggi, riflettete ed annunziate così:

      s'anche nel cuore dei migliori s'alterna

      la fermezza con dubbio, noi sentiamo

      dall'al di là chiamare le voci dello Spirito, dei Maestri il pensiero

      e perciò non manchiamo di esercitare la forza del Bene.

      Qui, in immortale serenità

      si intrecciano le colonne che debbano ampiamente gli Operai premiare.

      Noi vi chiamiamo alla Speranza.

      ____________________

 Il Fratello Wolfgang Goethe, autore di questa poesia, fu iniziato alla Libera Muratoria e fu membro onorario della Loggia "Ai tre globi" di  Berlino. Fu inoltre membro della Stretta Osservanza Templare e membro dell'Ordine degli Illuminati di Baviera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Rudyard Kipling

 

 

 

SE

 

      Se tu puoi mantenere la calma quando tutti intorno a te la stanno

      perdendo.

      Se sai avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, tenendo

      però nel giusto conto i loro dubbi:. Se tu puoi aspettare e non

      stancartene, o essendo calunniato non rispondere con calunnie, o essendo

      odiato non dare spazio all'odio, senza tuttavia sembrare troppo buono ne

      parlare troppo da saggio;

      Se tu puoi sognare senza fare dei sogni tuoi padroni;. Se riesci a pensare

      senza fare dei pensieri il tuo fine: Se sai incontrarti con il successo e

      la sconfitta e trattare questi due impostori proprio allo stesso modo;

      Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto distorta da

      imbroglioni che ne fanno una trappola per ingenui e guardare le cose - per

      le quali tu hai dato la vita - distrutte e umiliarti a ricostruirle con i

      tuoi strumenti ormai logori:

      Se tu puoi fare una unica pila di tutte le tue vittorie e rischiarla ad un

      colpo di testa e croce e perderle e ricominciare da nuovo dall'inizio

      senza mai dire una parola di ciò che hai perso;

      Se puoi costringere il tuo cuore ed i tuoi nervi a sorreggerti, anche dopo

      molto tempo che sono esausti, a resistere quando in te non vi sia altro

      tranne che la volontà che dice loro: resistete;

      Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà e passeggiare

      con i re senza perdere il tuo comportamento normale

      Se non possano ferirti ne i nemici ne gli amici troppo premurosi.

      Se per te tutti gli uomini contano, ma non troppo.

      Se riesci a colmare l'inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che

      passa; TUA E' LA TERRA e tutto ciò che vi è in essa;

      e, quel che più conta, TU SARAI UN UOMO, figlio mio

      ____________________.

 

Il Fratello Rudyard Kipling, (1865 - 1936) autore di questa poesia, fu iniziato, a venti anni e sei mesi, - per speciale autorizzazione - , nella  Loggia Hope and Perseverance n.° 782 di Lahore - India.

 

 

 

GIOSUÈ CARDUCCI

Giosuè Carducci era stato  iniziato massone nella Loggia “Severa” all’Oriente di Bologna nel 1862. Nel 1866 passò alla Loggia “Felsinea”, sempre a Bologna, dove raggiunse il 33° grado del R.S.A.A. nel 1888

 

(Valdicastello 1836 - Bologna 1907)

Nacque a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta in provincia di Lucca, il 27 luglio del 1835 da Michele, che esercitava la professione di medico, e Ildegonda Celli; trascorse nella cittadina lucchese solo i primissimi anni della sua infanzia perché nel 1838 suo padre si trasferì prima a Castagneto, poi a Laiatico e nel 1849 a Firenze dove il giovane Carducci compì i primi studi presso le scuole dei padri Scolopi di San Giovannino. Fu padre Barsotti, uno dei suoi insegnanti, che nel 1853 lo convinse a fare un concorso per un posto gratuito di convittore presso la Regia Scuola Normale di Pisa, dove, nel 1855, a soli 20 anni, si laureò in filosofia e filologia con una tesi sul poema cavalleresco. Durante questo periodo universitario fu negativamente colpito e criticò il tipo d’insegnamento che definì “antiquato”. Nel 1866 ottenne il suo primo incarico ufficiale come professore di retorica presso una scuola di San Miniato al Tedesco, ma alcuni suoi atteggiamenti, legati allo spirito rivoluzionario ed alle idee mazziniane che aveva ereditato dal padre, nonché alcuni discorsi d’impronta ateistica, lo resero “sospetto”, tanto che dovette cambiare ambiente e, pur avendo vinto nel 1857 la cattedra di greco al Ginnasio d’Arezzo, le autorità toscane furono dissuase dall’assegnargliela.

Visse allora dei proventi di lezioni private e delle «cento lire toscane per tomo» che gli derivavano dalla direzione della collana «Diamante» presso l'editore Barbèra.

Il 1859 fu un anno importante per il Carducci che sposò la cugina Elvira Menicucci, fu poi nominato professore di latino e greco nel liceo di Pistoia ed alcuni mesi più tardi fu nominato, dal Ministro della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiami, professore d’eloquenza, poi di letteratura italiana all'Università di Bologna; aveva compiuto appena venticinque anni.

A Bologna arricchì i suoi interessi culturali estendendo gli studi dagli autori latini ed italiani, agli scrittori e storici europei: Hugo, Goethe, Von Platen, Shelly, Tierry, Bèrenger, Barbier, Quinet, Michelet, Teine, Blanc.

Le sue lezioni di letteratura divennero presto affollatissime ed il Carducci acquisì una fama ed una popolarità che lo fecero presto identificare come uno dei più prestigiosi rappresentanti della cultura italiana; ma il suo interesse non era solo culturale, egli era sollecitato anche da interessi che non erano certo quelli della borghesia, e cominciò a scrivere su giornali sicuramente democratici, preparò programmi per le Società Operaie che andavano costituendosi un po’ dappertutto. Nel 1860 pubblicò “Juvenilia”, una raccolta di poesie nelle quali affrontò problemi culturali, politici e morali, ma espressero anche la sua protesta anticlericale, come nella Voce dei preti:

 

“Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,

Quando vessil di servitù la Croce

E campion di tiranni apparve Cristo!”

 

 Nel 1862 venne in contatto con la Massoneria e si affiliò alla Loggia “Severa” all’Oriente di Bologna. Nel 1863 pubblicò “Le Stanze, “l'Orfeo”, “Le Rime” e due anni dopo pubblicò l'Inno a Satana, decisamente anticlericale, che suscitò un vespaio di polemiche.

Continuò a far sentire la sua voce rivoluzionaria in opere come “Sicilia e rivoluzione”, Dopo Aspromonte”, “Per il quinto anniversario della battaglia di Mentana”, ma la raccolta che incarnava la denuncia e l'attacco fu la prima stesura di “Giambi ed Epodi”, una raccolta di poesie dove si ritroverà la consueta polemica antipapale, una visione feroce e grottesca della restaurazione borbonica in Francia, ed il desiderio di un’umanità progressista e libera da qualsiasi forma d’ipoteca politica ed ecclesiastica.

Nel 1867 i fratelli massoni di Bologna fondarono l’Unione Democratica ed il giornale “L’Amico del Popolo” alla quale ovviamente aderì anche il Carducci; nel 1868, in concomitanza con il Concilio Ecumenico, fu ripubblicato l’Inno a Satana, ancor più forgiato dall'innato anticlericalismo carducciano e che contrapponeva la cultura illuministica della rivoluzione e del progresso scientifico al Sillabo di Pio XI.

Come conseguenza sia per la sua adesione all’Unione Democratica, sia per questa riedizione, il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, Broglio, lo trasferì d’ufficio all’università di Napoli; ma Carducci non si piegò al provvedimento che sapeva tanto d’epurazione ideologica, e continuò a scagliare numerosi strali contro la mediocrità della classe politica italiana che non aveva saputo conseguire un’unità completa e che aveva emarginato, nella persona del re, Giuseppe Garibaldi.

Le sue idee avverse alla politica governativa gli valsero la sospensione dell'attività e dello stipendio per tre mesi, ma nel 1869 commemorò il ventesimo anniversario della Repubblica Romana scrivendo la poesia “In morte di Giovanni Cairoli”, deceduto per le ferite riportate a Villa Glori nel tentativo garibaldino di liberare Roma nel 1867; la chiusura della poesia, “La nostra patria è vile” suscitò indignazione nella destra moderata italiana.

 Il 1870 si aprì e si concluse con avvenimenti funesti che lo colpirono nell'intimo. Infatti, il 3 febbraio morì la madre ed il 9 novembre morì il figlioletto Dante. Da quest’avvenimento luttuoso, nacque la struggente elegia “Pianto Antico”. Ma chiusa quest’infelice parentesi si aprì per Giosuè una stagione d’amori e di muse ispiratrici, ed amerà per lunghi anni l'affascinate Carolina Cristofori Piva che cantò con il nome di Lina nelle “Primavere elleniche” o di Lidia in altri passi.

Nel 1871 uscirono presso l'editore Barbèra di Firenze, “le Poesie”, raccolta che comprende “Decennali”, “Levia gravia” e “Juvenilia” e due anni dopo fu la volta di “Nuove poesie” (confluite nelle Rime nuove).

Ma la sua attività si esplicò anche in campo saggistico e filologico nell'opera “Studi letterari” poi, nel 1876, inBozzetti critici e discorsi letterari”. Nel 1875 si legò a Zanichelli che curerà molte edizioni delle sue opere come la prima delle “Odi barbare”.

Nel frattempo le sue posizioni radicali si ammorbidirono, passando da un repubblicanesimo acceso alla monarchia, tant'è vero che nel 1878, colpito dal fascino della regina Margherita, moglie d’Umberto I, le dedicò l'ode “Alla Regina d’Italia

Nel 1880 lo Zanichelli pubblicò una riedizione di “Juvenilia” ed un’edizione delle “Nuove odi barbare”. Nel 1882, dopo l’impiccagione di Guglielmo Oberdan al quale Francesco Giuseppe aveva rifiutato la grazia, il Carducci, invocando il “giorno della giustizia”, lo definì “l’imperatore degli impiccati”, e, in quello che doveva essere il suo ultimo anelito giacobino-repubblicano, pubblicò la raccolta di sonetti “Ça ira”, rievocazione della rivoluzione francese.

Guai fisici cominciarono a debilitarlo ed ebbe una paresi al braccio destro, ma nonostante ciò continuò la sua fervente attività scrivendo un saggio in onore del Prati e del Parini principiante, e nel 1886 fu nominato Accademico della Crusca.

Tra il 1889 ed il 1905, sempre con la casa editrice Zanichelli, avviò un’edizione completa delle sue opere, lavoro che lo impegnerà quasi fino alla morte. La sua attività culturale lo portò ad intervenire nel 1897 in senato, per la tutela e la pubblicazione degli scritti leopardiani.

Nel 1906 ricevette in Bologna, dall'ambasciatore di Svezia, il premio Nobel per la letteratura. Morirà solo un anno dopo, nella notte fra il 15 e il 16 febbraio a Bologna, per broncopolmonite. Fu sepolto nella Certosa di Bologna dove tutt’ora riposa.

Sin dagli esordi, nel suo impegno con l'Accademia dei Filomusi e in seguito con gli Amici Pedanti, fu chiara ed inequivocabile, l'avversione al romanticismo svuotato dei paradigmi iniziali e pieno di languido sentimentalismo come quello che rispecchiava le produzioni di un Prati e d’Aleardi.

Non criticò, anzi apprezzò l’opera di Giovanni Berchet o di Goffredo Mameli, in cui c'era l'afflato patriottico, della prima generazione romantica che pensava al riscatto della nazione italiana. Si spiega in quest'ottica il recupero della classicità, come l'età eroica per eccellenza.

Questa grandezza del passato spicca notevolmente, se confrontata con la pochezza e la mediocrità di un Risorgimento che, nato sotto lo stimolo d’altri intenti, aveva portato ad un'unita incompleta e prodotto una classe politica e dirigente che era stata la diretta responsabile di tentennamenti e fallimenti. L'eroe è colui che afferma se stesso contro tutto e contro tutti, egli è diverso dagli altri, e non esita per affermare se stesso e la sua diversità a ricorrere al gesto estremo e stoico del suicidio.

L'affermarsi dell'eroismo era in un certo senso una limitazione anche d’ordine religioso. Infatti, l'eroismo cozza con la morale degli «umili», propria del cristianesimo. Quest’ateismo non della prima ora, dal momento che nel 1848 aveva scritto “A Dio”, può esser visto anche come adesione ideale alla cultura settecentesca e illuministica.

Inoltre il cristianesimo, come sostiene in “Alle fonti del Clitunno”, aveva raso al suolo quel mondo da lui tanto celebrato. L'eroismo carducciano fu genuinamente presente in quegli uomini vestiti di rosso e d’ardore che «fecero l'Italia» sbarcando a Quarto o combattendo sull'Aspromonte e resistendo a Mentana, ma a volte esso trasfigurò, e non di rado, tra i regi eserciti dove compaiono legioni, e grandissimi generali romani come gli Scipioni.

Ma è pur vero che tra armi e battaglie spesso si aprì uno squarcio rasserenante di natura incontaminata: la fresca rappresentazione della sua Maremma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Tommaso Crudeli

 

MADRIGALI

 

XXXIII

 

Il vezzoso terremoto va ingoiando le città

Ed il fulmine giulivo,

Non lasciando un uomo vivo,

Va scherzando in qua ed in là.     

 

XXXIV

 

L’elefante innamorato,

Con maniera non più fiera,

Ma gentile, ma vezzosa.

La proboscide amorosa

Spinge in seno al caro ben

 

XXXV

 

Graziosetta oltre l’usato

E nel volto più serena

Va per l’onda la balena

Vezzeggiando, saltellando,

Quando Amor le spinge il sen         

 

 

Tommaso Crudeli (1703-1745) membro della prima Loggia fiorentina (1732) fu uno dei più ironici e caustici poeti del settecento fiorentino. Le sue sarcastiche osservazioni e poesie, espresse e recitate pubblicamente al caffè di Panone in Calimala, a Firenze, le sue intemerate storie della Beata Cunnigaudia delle Antefissine della Sacra Coratella, che strappavano le risate anche alle numerose spie, non furono dimenticate dai Monsignori Illustrissimi, che lo elessero a capro espiatorio della prima persecuzione antimassonica, dopo la scomunica di Papa Corsini, anche lui fiorentino. Apprezzatissimo e molto amato dai residenti inglesi a Firenze, come Horace Mann, Lord Sakeville, Lord Middlesex, Horace Walpole, Tommaso Crudeli ben rappresenta la fiorentinità massonica, pungente ma non volgare, ben poco usa all’adulazione dei potenti, sempre pronta a mostrare la faccia mordace di fronte all’arroganza alla prevaricazione, all’ipocrisia dei codini e dei reazionari.