Perché gli dei ritornano

 

                                  Antonio D’Alonzo

 

                          

 

Secondo la celebre previsione di Andrè Malraux- «II secolo XXI sarà religioso o non sarà»-. In effetti, lo scrittore francese aveva visto giusto. Oggi assistiamo ad un proliferare caotico di nuove forme di spiritualità, che per comodità epistemologica possiamo indicare come “nuovi movimenti religiosi (NMR)” o “nuovi movimenti magici (NMM)”. Movimenti studiati da grandi specialisti come Massimo Introvigne e Gordon Melton. Se è vero come scrive la studiosa francese Françoise Champion che siamo alla presenza di una “nebulosa mistico-esoterica” composta da una mentalità incentrata su una concezione olistica, dal primato dell’amore universale e dell’esperienza sulla teoria, da una visione ottimistica dell’esistenza, dall’uso frequente di tecniche psicosomatiche, dalla ricerca d’esperienze-limite indirizzate alla realizzazione eudemonistica individuale, ecc., si deve necessariamente prendere coscienza di come la spiritualità contemporanea sia inedita ed in fieri. Ed è tanto più bizzarro che la nostra epoca riscopra la Spirito, quanto più la Chiesa Cattolica Romana ha concentrato il discorso evangelico sull’esclusività dell’ortoprassi e del confronto con i grandi temi etici del mondo contemporaneo a discapito di qualunque dimensione mistica e gnostica. La gnosi antica è stata cancellata dalla chiesa cristiana con la spada delle crociate, la mistica è stata ostracizzata con l’Inquisizione, con la messa all’Indice di libri ed autori, con il bagliore dei roghi (quella che comunemente viene oggi definita “mistica” non ha nulla a che vedere con la grande tradizione annientata alla fine del 600).  

 

 

 

Rotture epistemologiche

 

 

 

Nonostante tutto, fino all'inizio del quattrocento il pensiero teologico era molto vicino alla tradizione esoterica occidentale: la Scuola di Chartres, per esempio,  non aveva nulla da invidiare a molte seriori scuole occidentali[1]. Durante il quattrocento si produce una rottura epistemologica, la teologia abbraccia il pensiero aristotelico e la Scolastica,  la cosmologia (intesa come scienza delle cause seconde) diventa appannaggio degli esoteristi rinascimentali nella Firenze medicea. La teologia perde per sempre quel patrimonio incommensurabile di simboli, mitologemi ed archetipi. Legandosi al pensiero aristotelico, però, è destinata a perdere, quando l'aristotelismo è soppiantato dalla nascita della scienza moderna nel Seicento. Il nuovo paradigma, che si basa sulla sperimentazione e sulla riproducibilità del fenomeno in laboratorio,  nasce Descartes ed il suo Discorso sul Metodo. La conoscenza cosmologica e l'esoterismo, al contrario, si propagano al di fuori della Chiesa Cattolica Romana, diventando appannaggio di ricercatori che presso le corti rinascimentali danno inizio al vero e proprio esoterismo occidentale moderno (Cabbala Cristiana,  Teosofia,  Alchimia, Paracelsismo, ecc.). Da questo momento la Chiesa Cattolica Romana è costretta ad insistere sul dono della fede e sulla via amoris dell'anima, anche perché la mistica speculativa- intellettuale e noetica- è stata ampiamente sconfessata e repressa. La Chiesa Cattolica Romana potrebbe far fronte agli assunti della scienza moderna, richiamandosi agli archetipi ed al simbolismo: ma dopo essersi focalizzata sulla Scolastica e sui sillogismi aristotelici, non è in grado di riappropriarsi del corpus delle dottrine esoteriche e cosmologiche, ormai appannaggio di ricercatori eterogenei alle cariche ecclesiastiche. La Chiesa costretta a rimanere nel solco del pensiero aristotelico si trova di fronte al pensiero scientifico moderno e non potendo contrastarne gli assunti è costretta a ripiegare sull'etica e sul sentimentalismo religioso. La Chiesa Cattolica Romana avrebbe potuto vincere la partita contro il neopositivismo se non avesse gettato a mare i solidi pilastri teoretici della cosmologia medievale, se non avesse sconfessato la mistica dell'essenza in favore della mistica dell'"amore sponsale". Infatti,  il pensiero esoterico non si è estinto, ma ha ricevuto nuova linfa dagli studi di psicologia del profondo e dell'Immaginario. La Chiesa Cattolica, oggi, paga dazio alle sue scelte sbagliate: la teologia del Novecento si fonda sulla constatazione della sconfitta di fronte alla laicizzazione della società e alla scristianizzazione dell'Occidente. Ora la Chiesa Cattolica Romana è costretta a cavalcare la tigre del modernismo: è debole di fronte alla scienza moderna, ma al contempo è "costretta" a perseguire politiche sbagliate come quella contro il controllo delle nascite e l'uso dei contraccettivi, in un'epoca dove l'esplosione demografica del Terzo Mondo rischia di mettere in crisi l'ecosistema. Inoltre, essa si trova in difficoltà di fronte ai rapidi cambiamenti sociali, come quelli che attraversano l’America Latina. Al contrario, la situazione della Chiesa Ortodossia Orientale è diversa: per esempio,  la Chiesa Russa è in ripresa.

 

 

 

Survivals e riplasmazioni assimilatrici

 

 

 

Nonostante la crisi del cattolicesimo secolarizzato e sebbene il secolo appena trascorso sia stato dominato dalle grandi ideologie ratiocentriche figlie dell’eredità dei Lumi- il “razionalismo”, il “positivismo”, il “materialismo”, il “nichilismo”, ecc. (moltiplicando a dismisura gli «ismi»)- non si è mai del tutto estinto l’anelito antropologico alla dimensione trascendente. Infatti, se la formulazione di un non-luogo rimanda ad un non-tempo e ad un non-spazio, la dimensione del sacro rimane da sempre associata all’idea di un Altrove spirituale. Mentre lo sguardo orizzontale, tipico dell’utopia sociale, è ricomparso soltanto recentemente dopo il crollo delle grandi ideologie politiche del Novecento- come nel caso, per esempio, del movimento no-global- lo sguardo verticale dell’uomo verso il Cielo non è mai diminuito. Dio non è mai morto veramente nella spiritualità occidentale.

 

Nell’Occidente del Cristianesimo secolarizzato sono soprattutto gli dei a ritornare. Secondo Jung, non può esserci vero oblio collettivo degli archetipi. Qualora la polisemia dei significati mitici fosse espunta dalla memoria storica, gli archetipi continuerebbero, comunque, a produrre energia nell’Immaginario come significanti negativi o demoniaci. Nella Germania prenazista, gruppi di giovani, denominati Wandervögel[2],  praticavano la vita nei boschi e il nudismo, esaltavano la danza e la bellezza; i Wandervögel rifiutavano la civiltà industriale e finivano per riattualizzare l’archetipo di Wotan, re degli dei del pantheon nordico. Wotan o Odino, sconfitto dalla cristianizzazione delle popolazioni germaniche, poteva essere riattualizzato nell’Immaginario soltanto assumendo una valenza negativa, esclusivamente nelle vesti di dio della guerra e non della saggezza. Ecco perché il nazionalsocialismo si riappropriò, mediante il wagnerismo, delle arcaiche strutture della tradizione nordica, utilizzando la macchina mitologica per la folle propaganda sulla razza e la sottomissione dei popoli non germanici.

Come ricorda Mircea Eliade, il mito, ossia l’archetipo, è trascendente rispetto alla storia:  quest’ultima, può aggiungere significati addizionali al simbolo, ma non può annientare del tutto la struttura semantica originaria[3].

 

In fondo, è una sorta di nemesi storica se si pensa ai numerosi prestiti del paganesimo al cristianesimo postpaolino.  Ricordiamo, la figura della Santa Vergine ricalcata da Iside, dea egizia. Non sono prive d’interesse anche alcune correlazioni con il calendario celtico. Il Samhain, il capodanno celtico, cadeva con l'inizio della parte buia dell'anno. La data d’inizio dell'anno non era però fissa  rispetto  al  calendario solare, perché nel calendario lunare l'inizio delle lunazioni non coincideva con l'inizio dei mesi del calendario solare. I cristiani si sono inventati la festa di Ognissanti o Halloween (1 novembre), che nulla ha a che fare con la tradizione giudaico-cristiana, ma che celebra il raccolto autunnale preservato dai Celti in inverno. Anche la festa di San Michele (era originariamente una festa agricola dell’antica Britannia. La Pasqua era strategicamente fissata in prossimità dell’equinozio di primavera, dove la Natura si risveglia, risorge dall’oscurità invernale, rinnovando il ciclo delle stagioni e il tempo dell’uomo. Quale migliore metafora per la Resurrezione? Non a caso, la pasqua ebraica, Pesach, era la festa del raccolto. Quando il Cristianesimo si espanse nel Nord Europa, la festa della primavera assorbì la festa mediterranea del raccolto: Ostern ( ted. «Pasqua»), non a caso deriva da Eostre o Astarte, la dea Madre del Vicino Oriente antico, promotrice della fertilità delle piante, degli animali e delle donne.

Il simbolismo della Croce è un simbolo solare indiano; l’aureola è un simbolo egizio; l’abete natalizio è un simbolo celtico e germanico che richiama rispettivamente Irminsul, la quercia sacra dei Celti, abbattuta da Carlo Magno nel 772, e la quercia di Geismar, sacra a Thor, abbattuta, a sua volta, da San Bonifazio. La stessa nascita di Gesù, arbitrariamente fissata al 25 dicembre, è un tentativo di riplasmazione assimilatrice della festività del Sol Invictus (il solstizio invernale),  che spesso coincideva nell'antica Roma con le Saturnalie e con la nascita di Mithra. 

 

 

 

Teodicee e senso del peccato

 

 

 

In questa sede non c’interessa analizzare il fenomeno neopagano dal punto di vista sociologico, né ricostruire la storia del movimento dalla Wicca al Chaos Magick. Ci preme piuttosto analizzare le ragioni di questo scacco apparente del dio monoteista nei confronti delle più versatili divinità del pantheon pagano. A nostro avviso si tratta della crisi del sistema dualistico nei confronti della metafisica monistica. Soprattutto nella tradizione cristiana, Dio è presentato come un essere ricolmo d’amore e misericordia, alleggerendo in questo senso notevolmente i tratti accigliosi e vendicativi dello JHWH delle Scritture ebraiche. All’origine della Caduta dell’uomo, troviamo un serpente tentatore capace d’indurre Eva ad assaggiare i frutti dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male[4]. La colpa originale è dell’uomo, ma egli è indotto a sbagliare dalla presenza di un Avversario[5], anche se nel racconto biblico non si dice chiaramente che il serpente è il diavolo, Satana o Lucifero. Si delinea dunque, per la prima volta, la tipica dicotomia etica e gnoseologica con la quale il pensiero occidentale dovrà prepararsi a fare i conti.

È vero che secondo i parametri interpretativi delle scienze storico-religiose non si può parlare di dualismo vero e proprio per il Cristianesimo, poiché l’opposizione non si presenta ad un livello cosmologico o antropogonico- potremmo dire nella sfera dei principi metafisici- ma soltanto su un piano derivato e consequenziale all’epifania della Creazione. In altre parole, la dualità non è cosmogonica, ma etica ed assiologica[6]. Dunque, nel caso di semplice dualismo etico, qual è il caso del Cristianesimo, in cui la contrapposizione tra il bene ed il male si correla all’antagonismo tra Dio ed il diavolo- dove quest’ultimo è il risultato di un successivo atto di ribellione nei confronti dell’ordine originario- non si può parlare di dualismo ontologico strictu sensu. Al contrario di quanto avviene, per esempio, nello Zoroastrismo e nel Manicheismo, dove il bene ed il male rimandano a principi ontologici correlati e contrapposti e dunque primari: Ahura Mazda (Ohrmazd) lotterà con il suo antagonista malvagio Angra Mainyu (Ahriman) fino alla fine del tempo[7]. Nel Cristianesimo, nell’Ebraismo e nell’Islam, Satana si ribella alla volontà di Dio, ma la sfida non è paritetica e sembra quasi che il primo possa perpetuare il male nella Creazione soltanto attraverso una sorta di tacito consenso del secondo, come strumento inconsapevole e confacente al piano escatologico. Il Dio cristiano appare con i tratti del deus otiosus: distante e propenso- dopo la discesa del Redentore- a contemplare dall’ipeuranio le scelte umane, in attesa che si compia il tempo del Giudizio finale. Il male non abita nel dio dei cristiani, ma deriva da un’entità minore, un angelo decaduto e tentatore, che sarà comunque annientato alla fine del tempo. La possibilità del male, dunque, è stata interpretata dai cristiani come effetto diabolico causato dalla colpa o dal peccato originario: risposta che non soddisfa, perché subentra in questo caso un ulteriore problema inerente alla persistente predisposizione dell’uomo riguardo al male. Perché l’uomo continua dunque a peccare, malgrado il sacrificio sulla croce del Redentore? Nella storia del pensiero occidentale in molti hanno provato a fornire la risposta o ad elaborare una teodicea: da Liebniz a  Dostoevskij, da Kafka alla Arendt. In Genealogia della Morale, Nietzsche scrive:

 

«questo appunto significa l’ideale ascetico: che qualche cosa mancava, che un’enorme lacuna circondava l’uomo- egli non sapeva giustificare, spiegare, affermare se stesso, soffriva del problema del problema del suo significato <...> ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì che il grido della domanda “a che scopo soffrire?” restasse senza risposta. <...> l’uomo, l’animale più coraggioso e più abituato al dolore, in sè non nega la sofferenza; la vuole, la ricerca persino, posto che gli si indichi un senso di essa, un “perché” del soffrire[8]»

 

Di fronte al silenzio divino verso il male assoluto- che si tratti di Auschwitz o dell’onda di uno tsunami- l’uomo colto dall’angoscia, s’interroga smarrito e sbigottito sulle ragioni di quest’assenza. Il male come effetto della colpa originaria, come assenza del bene, come punizione divina...      

 

 

 

 

L’energia cosmica che dà e sottrae

 

 

Abbiamo visto finora come la presenza del male e della sofferenza sia spiegata nel Cristianesimo attraverso lo snodarsi di due punti focali e consequenziali: la persistenza del male e della sofferenza come manifestazione diabolica; b) il male e la sofferenza come punizione per una colpa da espiare.

 

Ci proponiamo adesso di analizzare le caratteristiche storico-religiose delle divinità del politeismo, collegando la disanima alla valutazione della risposta di fronte al problema del male. Cercheremo, in altre parole, di capire se il pagano riesce in modo migliore a fronteggiare il dolore, di quanto non riesce a fare il fedele di una religione monoteistica, in particolare del cattolicesimo.

 

Gli dei del pantheon politeistico presentano caratteristiche spiccate e tratti complessi- al pari della psiche umana- estremamente differenziati tra loro[9]. La questione, del resto, è facilmente comprensibile, se si presta attenzione al fatto che essi articolano le prime caratteriologie delle civiltà “superiori”, riflettendo la pluralità degli interessi e dei bisogni umani. Dalla distinzione delle classi e dei mestieri nasce il pantheon politeistico, ma, al contempo, gli dei richiamano i diversi idealtipi umani. La scuola sociologica di Durkheim era solito attribuire la manifestazione del fenomeno religioso ad una sorta di divinizzazione della società[10], ma in realtà non esiste una netta contrapposizione tra l’approccio sociologico e quello psicologico, poiché altrimenti non si darebbe ragione del rapporto intimistico dell’individuo come elemento cellulare di fronte alla Natura. Inoltre, in ambito indoeuropeo, il passaggio all’interiorizzazione degli archetipi religiosi è filologicamente rilevabile. Si prenda, ad esempio, il processo introspettivo della coscienza indiana nei confronti del ritualismo esteriore ed il mondo del mito, avvenuto nell’VIII sec. a.C., ed esposto nelle Upanishad[11]: gli dei iniziano ad abitare nell’interiorità dell’autocoscienza. Già a quel tempo, le divinità politeistiche erano pensate come archetipi o manifestazioni di un’unica energia che pervade tutto il cosmo. Anche nel pantheon greco, gli dei rappresentano degli archetipi che richiamano la complessità della natura umana, dunque la rappresentazione di tutti gli aspetti necessari al mantenimento dell’equilibrio cosmico. Se è vero che il microcosmo non è altro che la raffigurazione allegorica del macrocosmo, le strutture simboliche inconsce che coordinano il funzionamento della psiche si estrinsecano proiettandosi nelle molteplici connotazioni delle personalità divine necessarie all’equilibrio dell’insieme. Il pantheon stesso degli dei nella sua pluralità simboleggia l’armonia universale, così come i molteplici archetipi della psiche rimandano alla raggiunta maturità della personalità umana. In questo senso è facile ricordare come Afrodite richiami l’amore sensuale o Ares lo slancio guerriero. Sopra di ognuna di queste divinità si erge possente ed inesorabile il giogo di Moira, così come sopra l’equilibrio della psiche umana incombe l’eredità del vissuto e l’avvento del divenire. Gli dei non sono onnipotenti, come il dio unico, ma dipendono anche loro, alla pari dei mortali, dai progetti di Ananke, che colpisce e gratifica indiscriminatamente secondo disegni imperscrutabili. Il volere del Fato è conosciuto dagli dei, ma non è in loro potere di mutarne il corso, perché ciò che deve essere accadrà. Simone Weil in L’Iliade poema della forza[12], individua proprio nel poema omerico il giogo cosmico di questa necessità oscura a cui tutti, animali, uomini, dei, devono sottostare. Tutto ciò che noi siamo, che pensiamo caratterizzare la nostra essenza, è determinato dalla forza. Non ha senso dunque gonfiare il petto di fronte alla ricchezza, alla bellezza ed all’intelligenza: tutto ciò che siamo dipende dalla sorte. L’unica virtù omerica consiste allora nel mantenersi umili, nell’evitare la tentazione di adorare la sorte, perché la forza colpisce tutti, concede e sottrae: il vincitore domani si trasformerà ineluttabilmente in vinto. Nell’Iliade il male non deriva da un peccato originale o da un demone tentatore. La forza stritola tutto, perché deve mantenere l’equilibrio cosmico. Dunque, non più un mondo sensibile peccaminoso contrapposto al un regno celeste, una «città terrena» opposta alla «città di Dio». Di fronte al potere di Ananke, tutto è buono e degno di amore. La Weil postula la possibilità di liberarsi della gravità, della pesanteur, aprendo alla grazia[13].      

 

Attraverso il potere di Moira si producevano concatenazioni di espiazioni, destinate a ricadere sui posteri[14]: ma- contrariamente a quanto potrebbe apparire ad un primo sguardo superficiale- le similitudini tra le espiazioni dei pagani ed il peccato originale cristiano sono soltanto apparenti.

a)      In primo luogo, la catena delle colpe e delle espiazioni pagane si può esaurire nell’arco di qualche generazione- dunque all’interno del divenire- senza per questo dover necessariamente rimandare ad un Giudizio finale fuori dalla storia e dal tempo, come nel caso del Cristianesimo.

b)       Non si deve dimenticare che l’uomo greco viveva il senso dell’esistenza come un gioco oscuro e assurdo, dove i capricci degli dei e l’ordito di Moira sfuggivano a qualsiasi connotazione persecutoria di tipo vittimista o colpevolista. La colpa abitava fuori dall’anima greca, più percepita come uno sgarro del destino che come una colpa generata da un peccato. Ai martiri cristiani si contrapponevano gli eroi tragici dei greci.

 

In La nascita della tragedia, Nietzsche descrive lo stridulo riso di Silenio, inseguito nei boschi da Mida:

 

«stirpe misera e caduca, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che è per te il meno profittevole a udire? Ciò che è per te la cosa migliore di tutte, ti è affatto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma dopo questa, la cosa migliore per te è morir subito[15]»

 

Il dualismo complementare tra apollineo e dionisiaco, enfasi della forma plastica e dissoluzione nell’ebbrezza ditirambica, teorizzata da Nietzsche è stata ridimensionata da Giorgio Colli, in La sapienza greca: Apollo è al contempo apollineo e dionisiaco[16], anch’egli- non diversamente da Pan- insegue le ninfe in preda ad estatiche ebbrezze sensuali. Rimane il fatto, come osserva Joseph Campbell che «il luogo mitogenetico originario è la mente umana, creatrice e distruttrice di tutti gli dei e di tutte le immagini poetiche e soprannaturali»[17]. Dunque, mentre nel Cristianesimo il dio unico appare come una sorta di deus otiotus, poco disponibile ad intervenire per arrestare genocidi e crimini contro l’umanità, gli dei del politeismo appaiono, in fondo, come estensione e frammentazione delle facoltà della psiche umana: in altre parole, come archetipi, nel senso junghiano del termine. Interfaccia o polarità, secondo il neopaganesimo contemporaneo[18], comunque sempre sottomessi al giogo del Fato, dunque in grado di rappresentare in modo efficace l’accettazione tragica o dionisiaca della personalità umana di fronte allo scacco della sconfitta. Il male accettato come destino tragico, indipendente dalla sfera della soggettività individuale, e non come colpa o peccato intrinseco alla natura umana. Non più la dicotomia teologica tra il Dio buono e misericordioso e il demonio tentatore origine del male. Alla stregua di Apollo, molte divinità sono ambivalenti e presentano un volto radioso ed uno terribile, realizzando l’armonia dei contrari inerenti alla natura umana: l’Io e l’Ombra.  In particolare, nell’archetipo della Grande Madre possiamo trovare la perfetta esemplificazione della riconciliazione degli opposti.

 

 

  

Malia della Grande Madre

 

 

 

Se gli archetipi sono universali- variegata è la loro manifestazione nelle diverse culture. Un popolo di cacciatori-raccoglitori non vive come un popolo di agricoltori. Presso gli agricoltori, l'archetipo della Grande Madre si esprime nel culto della Madre Terra, signora della vegetazione e dell'agricoltura. Presso i cacciatori-raccoglitori nel culto della Signora degli animali, cui il cacciatore lascia nel bosco un'offerta primiziale,  una parte del raccolto o una singola preda, come ringraziamento. Un'importante chiave di lettura sulla genesi del monoteismo, deve essere ricercata nell'interrelazione tra i popoli e l'ambiente. Per gli indoeuropei- germani, celti, slavi, arii, ecc.- che vivevano immersi in un ambiente naturale ricco di foreste, paludi, corsi d'acqua, ecc., era naturale identificare i luoghi naturali con molteplici divinità, specialmente femminili. Mentre i nomadi del deserto erano portati ad idealizzare un modello patriarcale, dominato da un singolo capotribù maschio, dotato di potere assoluto sui sudditi. Lo stesso culto di Iside si è diffuso più velocemente tra le genti contadine, perché la donna è tradizionalmente dedita alle  piante e richiama da sempre l’idea della fertilità universale. Al contrario, tra i semiti del deserto, popoli di pastori dove predominava l'allevamento del bestiame, la donna è sempre stata socialmente poco rilevante. L'importanza dell'archetipo femminile religioso deve essere ricercato nella scoperta dell'agricoltura e nella coltivazione delle piante; o, comunque, nella vicinanza di importanti corsi d'acqua, come il Nilo, ad esempio. Tra le civiltà c.d. "primitive" sono quelle appartenenti al gruppo dei "coltivatori" a testimoniare una posizione femminile socialmente elevata: per esempio, gli Ao-Naga della pianura di Assam (India). Tuttavia, queste considerazioni diffuse dagli studi di geografia religiosa non inficiano l’idea bachofeniana che all’origine di tutte le civiltà- compresa quella semitica- vi sia il matriarcato ed il culto della Dea.  Campbell dimostra benissimo come le religioni del Padre rimangono chiuse all’interno di schematismi prevalentemente dualistici (il Bene/il Male, il Sole/le Tenebre, il Maschile/il Femminile, il Vero/il Falso, ecc.), mentre le religioni della Madre considerano le coppie d’opposti come semplici aspetti complementari della realtà, da ricondurre ad unità. In questo senso, mentre nella spiritualità solare-maschile il Sole esclude le Ombre, in quella Lunare Luce e Ombre sono complementari e sussistono simultaneamente[19]

La Grande Madre è un archetipo religioso che simboleggia il ciclo della Natura, quindi la Vita, che crea-per-distruggere e distrugge-per-creare. Originariamente nelle civiltà agricole arcaiche o "primitive", il culto della Grande Madre- o Mater Natura- si diffonde con la scoperta delle piante alimentari. Si dovrebbe introdurre una prima distinzione tra i popoli cacciatori-raccoglitori, i popoli che praticano la pastorizia e quelli che conoscono l'agricoltura (anche se a livello "primitivo": non certamente la cereocultura o l'uso dell'aratro). Per la mentalità "primitiva" era strabiliante che dal suolo sorgessero le piante alimentari, dopo aver seminato. Questo "evento" fu messo in connessione con l'alternarsi periodico delle stagioni e con la fertilità della donna. Sia perché il grembo femminile come la Terra partorisce i suoi frutti, sia perché, probabilmente, la donna è stata la prima a prendersi cura cura delle piante, mentre l'uomo si dedicava alla caccia ed alla guerra. A quest’importante serie di nessi simbolici, Terra/Natura/Stagioni/Donna/ciclo mestruale, si aggiunse anche il simbolismo lunare. La Luna simboleggia l'eterno ritorno del divenire, la ciclicità dell'Anno e del Cosmo, in quanto- a differenza dell'astro solare- si trasforma evolvendosi nel cerchio perenne del tempo. Al potere della Grande Madre erano associati regimi matriarcali[20], come per esempio quello della civiltà minoica, prima della conquista dell'Ellade da parte degli Achei, adoratori del montone e del solare (ma anche lunare) Apollo. Cibele in Frigia, Iside in Egitto, Astarte in Fenicia, Inanna nella civiltà sumera, Rea a Creta, Ecate dea degli inferi preellenica, ecc, sono tutte Grandi Madri. Naturalmente tra gli dei indoariani non si deve dimenticare Kali la nera: forse la dea che più di tutte, danzando sopra una piramide di teschi ed indossando una collana di mani, racchiude il significato profondo della Natura che genera-per-distruggere, ma sa proteggere i suoi figli.

Dunque, un parallelismo  tra l'elemento tenebroso/terribile/distruttivo e quello materno/protettivo/generatore. Femmina sanguinaria ma al contempo, materna; assassina e, nello stesso tempo, madre: «ventre fertile e tomba del mondo».[21]

 

Nel tantrismo shivaita, l'aspetto femminile rappresentato da Shakti è più importante di quello maschile. Shakti è la manifestazione della potenza di Shiva.  La lezione tantrica supera il dualismo gnostico-manicheo, per il quale la realtà è essenzialmente dicotomica. La lezione della Grande Madre è in fondo questa: Kali con la destra porge doni e con la sinistra cinge una spada[22]. Circolarità dell’essere articolata in una forma di sacralità dove il Sublime non è contrapposto, ma speculare al Terribile, la noesis alla carne, la contemplazione al sangue ed alla violenza. Un tipo di metafisica che si trova anche presso gli Aztechi (anche se gli Inquisitori cristiani non avevano niente da invidiare a questi, sotto il profilo della crudeltà e dell'efferatezza). Un tipo di analisi simile è proposta anche da R. Girard con i suoi studi sullo scapegoat[23].

 

 

Conclusione

 

 

 La mancata armonia dei contrari è peculiare al Cristianesimo post-paolino che ha trionfato nel corso della storia e ha realizzato l’apogeo del suo trionfo con la persecuzione dei Quietisti alla fine del XVII secolo. La grande tradizione della mistica renano-fiamminga- che affonda le sue radici nel pensiero greco e che si estende fino al Quietismo francese- era in grado di superare qualunque apparente difficoltà teoretica derivata dall’impianto speculativo dualistico, basilare all’elaborazione dottrinale della Chiesa Cattolica Romana. Ma la mistica dell’essenza fu perseguitata e sconfitta dalla teocrazia sacerdotale. Il dualismo fondamentale è dunque rimasto irrisolto e latente, pronto a tornare in superficie alla prime crepe sul muro dell’ortodossia religiosa. Il ritorno degli dei non è altro che il ritorno del “perturbante” freudiano, il conflitto rimosso. Sta alla teologia contemporanea risolvere il conflitto psichico e religioso tra l’Io e l’Ombra, tra la Luce e le Tenebre, che tanti danni ha provocato nell’Immaginario religioso collettivo[24].  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

§         W. Mogge, I Wandervögel: una generazione perduta. Immagini di un movimento nella Germania prenazista, ed. Socrates, Roma 1999.

§         N. G. Clarke, Le radici occulte del nazismo, SugarCo edizioni, Varese 1992.

§         M. Eliade, Enciclopedia delle religioni, vol. 1, Marzorati, Jaca Book, Milano, 1993.

§         F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano, 1990.

§         Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma, 1995.

§         N. Turchi, Storia delle Religioni, vol. I, Sansoni, Firenze, 1954

§         H. Zimmer, Filosofie e Religioni dell’India, Mondadori, Milano 2001.

§         S. Weil, L’Iliade poema della forza in La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, Torino 1967.  

§         S. Weil, La pesanteur et la grâce, Plon, Paris 1948.

§         Enciclopedia delle Religioni, La religione dei Greci, Garzanti, Milano 1991.  

§         F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Universale Laterza, Roma-Bari 1989.

§         G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1987.

§         J. Campbell, Mitologia occidentale, Mondadori, Milano 1992.

§         F. Dimitri, Neopaganesimo,Castelvecchi, Roma 2005. 

§         R. Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987.

§         M. Eliade, Il sacro ed il profano, Bollati Boringhieri, Torino 1984.

§         M. Eliade, Enciclopedia delle religioni, vol. 1, p. 236, Marzorati, Jaca Book, Milano, 1993.

§         A. Faivre, Accès de l’ésotérisme occidental, vol. II, Gallimard, Paris 1996.

 

 

 

 

 



[1] Cfr. A. Faivre, Accès de l’ésotérisme occidental, vol. II, Gallimard, Paris 1996,  pp. 15-16.

[2] Cfr. W. Mogge, I Wandervögel: una generazione perduta. Immagini di un movimento nella Germania prenazista, ed. Socrates, Roma 1999. Inoltre, per approfondire, cfr. N. G. Clarke, Le radici occulte del nazismo, SugarCo dizioni, Varese 1992.

 

·[3] Cfr. M. Eliade, Il sacro ed il profano, Bollati Boringhieri, Torino 1984.

· 

[4] Genesi 3:1.

[5] «Avversario», «»Satan nell’Antico Testamento, tradotto nel III sec. A.C. dagli ebrei d’Egitto con «diabolus».

[6] Cfr. M. Eliade, Dualismo, in Enciclopedia delle religioni, vol. 1, p. 236, Marzorati, Jaca Book, Milano, 1993.

[7] Cfr. M. Eliade, Monoteismo, in Enciclopedia delle religioni, vol. 1, p. 394, Marzorati, Jaca Book, Milano, 1993.

 

[8] Cfr. F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano, 1990, pag. 156.

[9] Cfr. A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma, 1995.

[10] Cfr. N. Turchi, Storia delle Religioni, vol. I, Sansoni, Firenze, 1954.

[11] Cfr. H. Zimmer, Filosofie e Religioni dell’India, Mondadori, Milano 2001, pp. 30-31.

[12] Cfr. S. Weil, L’Iliade poema della forza in La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, Torino 1967.  

[13] Cfr. S. Weil, La pesanteur et la grâce, Plon, Paris 1948.  

 

[14]Cfr. Enciclopedia delle Religioni, La religione dei Greci, Garzanti, Milano 1991.  

[15] Cfr. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Universale Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 33-34.

[16] Cfr. G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1987.

[17] Cfr. J. Campbell, Mitologia occidentale, Mondadori, Milano 1992 (nota di copertina).

[18] Cfr. F. Dimitri, Neopaganesimo,Castelvecchi, Roma 2005 pp. 85-86.

[19] Cfr. J. Campbell, Mitologia occidentale, Mondadori, Milano 1992 p. 35.

[20] Non tutti gli storici delle religioni concordano sulla plausibilità di un matriarcato primordiale, teoria propugnata per la prima volta da Bachofen. Tra i principali teorici del matriarcato primordiale troviamo il celebre studioso di mitologia comparata americana, J. Campbell.    

[21] Cfr. J. Campbell, Mitologia occidentale, Mondadori, Milano 1992 p. 35

[22] Cfr. Ibid. p. 35.

[23] Cfr. R. Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987.                       

[24] Caso tipico di questa drammatizzazione epilettica del conflitto dei contrari è la celebre vicenda delle indemoniate del convento di Loudun.