Dialogo immaginario tra Johaman  il Sadduceo e Aster il Greco

sull’Anima e la Resurrezione

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di Sidus

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 Aster: sapientissimo Johaman vorrei permettermi di introdurti alcuni concetti relativi all’anima e alla sua immortalità e di come questi concetti diversamente da come spesso hai avuto modo di supporre siano in realtà nati molto, molto tempo prima che il mio popolo, i Greci,  li abbia espressi nella figura di Platone e successivamente di Plotino.

L’anima come tu ben sai è termine di origine latina: anima che suona un pò come il greco anemos -vento- che nella mia lingua si traduce in  psyche (yukh) o pneuma,  l’aria, il soffio o respiro, nome che ha qualcosa in comune con il Dio Ebraico e Cristiano Yahweh come ebbe modo di dimostrare il Prof. Meek (riportato dal noto mitologo comparato Joseph Campbell nella sua ormai introvabile ‘Mitologia Occidentale’). Infatti il tetragramma a dispetto di molte scuole rabbiniche deriverebbe dal verbo arabo h-w-y, guarda caso con il sorprendente significato di «soffiare»; anima quindi che indica il principio della vita di ogni vivente. La divisione di corpo e anima, entità, questa, che gli sopravvive alla morte, è presente in molte credenze religiose dell’antichità a cominciare dal VII-VI secolo nella mia Grecia anche se alla periferia orientale di essa, con Orfeo che per primo cantò l’immortalità dell’anima, e andando più in là nel tempo e più a oriente nel luogo, il concetto era presente anche nella religione babilonese nel secondo millennio a.C., in quella iranica, nel buddismo e nel brahmanesimo; il concetto inoltre lo troviamo ovviamente anche nell’antico Egitto ben prima che la Civiltà arrivasse a lambire le coste dell’Asia minore, delle Isole dell’Egeo e della Grecia continentale. 

Anche nella religione omerica pre-storica (medioevo ellenico fine del secondo millennio a.C.) il termine psyché non equivale ad anima contrapposta al corpo ma corrisponde allo pneuma, soffio, che fuoriesce alla morte della persona per poi sopravvivere nel triste mondo delle ombre .

Johaman: Sul piano teoretico, noi Sadducei, a differenza dei Farisei consideriamo vincolante solamente ciò che viene tramandato dalla Torah, un po’ come gli attuali Sunniti nel mondo islamico. Al contrario, i nostri avversari Farisei (come gli attuali Sciiti) sostengono la superiorità della Legge orale, ossia la tradizione verbale che interpreta la Torah, trasmessa con il racconto parlato di generazione in generazione. Al contrario dei Farisei, noi non crediamo alla resurrezione dei morti, ossia alla perpetuazione dell'individuo dopo la morte in spirito, né alla rivivificazione dei corpi e degli spiriti alla fine dei tempi. Respingiamo anche l'esistenza di un’anima immortale non accettando nemmeno la dottrina angelica né di conseguenza la sua teurgia. Noi Sadducei costituiamo una fondamentale corrente spirituale del tardo giudaismo (periodo del 2° Tempio). Siamo in  prevalenza aristocratici delle più antiche famiglie e abbiamo mediato con molti invasori stranieri e non ultimi coi romani conquistandoci con merito le loro simpatie; nell'ambito del nostro gruppo venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo Sacerdote; la nostra corrente si richiama nel nome proprio al leggendario Sadoq Sommo Sacerdote al tempo di Salomone. Riprendendo la mia premessa è ben vero che nell’antropologia ebraica Vetero-Testamentaria l’uomo è inequivocabilmente visto in senso unitario con anima e corpo senza dualità e la parola nefesh che più appresso avrò modo di approfondire, racchiude questo concetto intendendo sia la vita dello spirito che la vita vegetativa senza dicotomia alcuna, senza antinomia. Ma occorre inoltre aggiungere doverosamente, e qui sta la nostra divergenza di opinione, che persino i termini neotestamentari escludono una visione dualistica tra l’anima e il corpo; alla psyché-anima si attribuiscono poi i sentimenti di tristezza e gioia, mentre allo pneuma (spirito) si attribuiscono i sentimenti di ira, dolcezza e pazienza. E’ stato Platone, e tu ne puoi ben convenire, che in maniera netta ha realizzato la divisione tra le due entità, teorizzando la sua immortalità essendo di un principio totalmente opposto a quello dei corpi mortali, appartenente al mondo delle idee e quindi preesistente e non estinguibile.

Aster: ma anche in Aristotele successivamente l’intelletto, essendo il principio per cui l’uomo pensa e conosce, non è combinato al corpo ma è per sua natura separato, immortale e divino… Tu ben saprai che la parola «resurrezione», in ebraico Techijat ha metim, «rivificazione dei morti» è un punto fondamentale nella fede rabbinica anche nei tempi contemporanei, che viene recepito come conservazione dell’essere, ossia dell'anima e dello spirito, che fanno ritorno alla loro origine divina. Entrambi i punti di vista sono presenti nei teologi classici e moderni di fede ebraica! E’ anche vero che nella Bibbia si trova spesso una diffusa fede antico-orientale in un regno delle ombre, abitato dai morti, in ebraico Sheol (Isaia dice a proposito della Discesa agli inferi: «dal basso gli inferi si agitano per te per farsi incontro al tuo arrivo; per te esso risveglia le ombre»; e così Ezechiele « Figlio dell’uomo…discendi…e giaci con i non circoncisi … Gli eroi più possenti gli parleranno in mezzo agli inferi…»). Sempre nella Bibbia sappiamo bene che Enoc ed Elia si presentarono a Dio pur essendo ancora in vita. La convinzione nella resurrezione è dichiarata per la prima volta nel libro di Giobbe che disperatamente domanda «Ma se l’uomo muore può ancora rivivere?» e la risposta qualche versetto appresso «dopo che questa mia pelle sarà distrutta ormai senza la mia carne vedrò Dio, io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno»). Nel Salmo 43 e nel Salmo 72 i malfattori saranno destinati allo Sheol e le anime dei devoti saliranno a Dio. Molto diffusa era la fede nella resurrezione degli Ebrei giusti alla comparsa del Messia per partecipare alla benedizione di Israele, così in Isaia 26, 19 (nel IV sec. a.C.). Ma Daniele (12, 1) verso il 165 a.C. estende il concetto di resurrezione anche ai malvagi che verranno poi condannati alla vergogna eterna nel giudizio, mentre i buoni vivranno in eterno. Nella letteratura apocalittica si sviluppa e si studia dettagliatamente la resurrezione in quanto punto di vista dei Farisei, in contrasto con la Vostra dei Sadducei, che respingevano questa fede perché considerata fideisticamente non biblica proibendo un'interpretazione libera dell’antico testamento. I Farisei accolsero la resurrezione nella liturgia: viene lodato Dio «che fa rivivere i morti», «che quotidianamente restituisce l'anima dei corpi morti», e che è il Salvatore di questo mondo e del mondo futuro. Olam ha-ba, il «mondo a venire», è la denominazione consueta dell'aldilà delle anime e in epoca messianica esso appare accanto al regno di Dio sulla terra. Gesù in realtà condivise ampiamente (come sostengono i moderni teologi) questa fede dei Farisei e la difese contro i Sadducei. Nella letteratura rabbinica vi sono parecchie divergenze su chi risorgerà: gli Ebrei, gli uomini pii, i martiri che muoiono sulla terra d'Israele, anche quelli che muoiono in terra straniera. Simili differenze si trovano anche nel vangelo di Luca, in Giovanni e negli Atti. I morti germoglieranno come erba solamente per esempio in Gerusalemme, quelli morti in terra straniera vi giungeranno sotto terra. Ci si richiamava quindi ai miracoli di resurrezione operati dai profeti Elia, Eliseo ed Ezechiele. Un importante argomento erano la contumace giustizia di Dio per le iniquità patite e le promesse di salvezza nella Bibbia. A questo prendono parte anche i non Ebrei pii. Al contempo si sottolineava sempre l'importanza della vita su questa terra. Nella fede popolare esistevano vivaci rappresentazioni delle gioie della resurrezione, che riflettevano il desiderio di quanti erano privati dei loro diritti di ottenere bellezza, cibo e bevanda senza timori. Di contro i teologi, e in particolare i mistici, sottolineavano la beatitudine puramente spirituale: l'eternità non è un luogo, bensì una condizione indipendente dal tempo e dallo spazio; l'uomo buono non giunge in cielo, ma diviene cielo reintegrandosi, vivendo secondo la volontà di Dio. Comunque occorre ricordare che la resurrezione, il tredicesimo articolo di fede di Maimonide (XII sec. d.C.) è a tutt’oggi vincolante per tutti gli Ebrei!!! Maimonide stesso ne sottolinea l'aspetto spirituale. Il movimento riformista vi aderisce e invece di resurrezione parla, come Cristo, di vita eterna.

Johaman: II significato origi­nario di néfesh è probabilmente gola. Da ciò  si passa al senso di respiro (nafash si traduce con «prendere fiato») e quindi al significato di «essere vivente», «vita» che è quello principale, quindi tutti significati legati al concetto basilare di «vita». Nella Bibbia parlando della carne si dice: «guardati assolutamen­te dal mangiarne il sangue, perché il san­gue è l'anima (hannàfesh) e tu non mangerai l'anima (hannéfesh) insieme con la carne». Molte volte «anima» desi­gna semplicemente l'essere vivente con le sue passioni e le sue emozioni. Al plurale néfesh può significare «perso­ne» in frasi come: «Portò in cattività 382 anime» oppure  «Te­nendo conto del numero delle anime». Quindi, visto che néfesh designa l'essere vivente, accanto all'aggettivo «morto» può designare un essere che ha cessato di vivere. Da tutto ciò si evince che nell’antico testamento è totalmente estranea l'idea greca di un dualismo anima-corpo, cioè l'idea di un'a­nima spirituale e immortale, rinchiusa nel corpo, che si stacca da questo al momento della morte; secondo la Bibbia l'uomo non «ha» un'anima, ma «è» un'anima. In effetti, néfesh è l'essere umano totale e quindi essa muore! Ecco alcune espressioni tipiche:

1) «L'anima mia preferisce... la morte» (Giob 7:15).

2) «L'anima sua si avvicina alla fossa» (Giob 33:22).

3). «Quelli che cercano l'anima mia per farla perire» (Sa140:14).

 

Aster: di contro nel vecchio testamento esistono comunque espressioni anche del tipo «Facendo morire anime che non de­vono morire» (Ez 13:19) e «l'anima che pecca sarà quella che morrà» (Ez 18:4,20) sembra chiaro che l’anima del giusto non perisca!

 

Johaman: abbiamo anche altri testi come i Re (17:21,22) dove néfesh signi­fica «respiro» e quindi «l'anima del fanciullo ritornò in lui» non vuol dire che l’anima, entità spirituale, rientra nel corpo ma semplicemente  «riprese a respirare» (vedi 17:17 «non gli restò re­spiro»). In Genesi 35:18  il versetto dice: «e avven­ne, nell'uscire la sua anima poiché mo­rì ...». La CEI traduce bene con «mentre esalava l'ultimo respiro...»; quindi, l'idea popolare dell'anima che esce dal corpo quando questo muore è solo un equivoco basato su un antico modo di dire!

 

Aster: però Saul nel consultare lo spirito di Samuele implicitamente dimostra l’immortalità dell’anima di Samuele che sopravvive come spirito e quindi diviene evocabile per interpellarlo dall’aldilà…

 

Johaman: riguardo questo testo si deve notare prima di tutto che non si può assolutamente trattare dell'apparizione dell'anima del defunto Samuele voluta da Dio, prima di tutto perché secondo la Bib­bia (come abbiamo già visto), l'anima è l'uomo stesso e quindi muore, poi perché Dio non stava rispondendo a Saul per nessuna via e sarebbe stato inconcepibile che gli avesse risposto pro­prio tramite una medium, visto che Egli stesso aveva comandato di mettere a morte coloro che praticavano lo spiritismo in Israele.

 

 

Aster: beh, che necessità c’è di procurare l’estremo della pena per chi pratica lo spiritismo se gli spiriti non esistono? Sarebbe come confermare implicitamente che gli spiriti in realtà esistono! Tutt’al più trattandosi di truffatori o ciarlatani la pena dovrebbe essere commensurata a questo tipo di delitto;  un po’ come avviene paradossalmente nel nostro stato laico italiano che non crede alla magia ma condanna chi fa la magia nera in base al codice penale! Non ti sembra una contraddizione?

 

Johaman: in realtà la spiegazione secondo la quale si sarebbe trattato dell'apparizione dello spi­rito di Samuele si ritrova solo nel testo di un apocrifo incluso nelle usate Bibbie cattoliche: Siracide (o Ecclesiastico), 46:20 che dice, parlando di Samuele: «Perfino dopo la sua morte profetizzò, predicendo al re la sua fine; anche dal sepolcro levò ancora la sua voce per allontanare in una profezia l'iniquità del popolo» (CEI), si tratta però di un testo del II secolo a.C.

Secondo la spiegazione data dalla Bib­bia stessa, invece, all'origine del fenomeno non c'è Dio; infatti la Bibbia dice: «Così morì Saul, a motivo dell'infedeltà che egli aveva commesso contro l'Eterno per non aver osservato la Parola dell'Eterno ed anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evoca­no gli spiriti, mentre non aveva consultato l'Eterno». Da ciò si arguirebbe che fu uno spirito diabolico ad apparire sotto le spoglie di Samuele (c'è da notare che Saul non lo vede, perché chiede al versetto  13 «che vedi?») e inoltre sappiamo dalla Bibbia che Saul era già tormentato «da un cattivo spirito»! La spiegazione del testo sulla base di una apparizione diabo­lica fu sostenuta all'unanimità dai Padri della Chiesa e dai commentatori fino alla Riforma. Quindi  nel versetto «allora Saul comprese che era Samuele» descrive semplicemente quello che Saul dedusse dalla descrizione della donna.

In ogni caso, visto che si tratta di un chiaro caso di spiritismo, sembra bene mettere nel testo il nome «Samuele» fra virgolette, visto che non si trattava del profeta, ma di una contraffa­zione!

 

Aster: in verità il versetto «anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evoca­no gli spiriti» non mi sembra chiami in causa il demonio o che lo spirito evocato sia solo una mistificazione del maligno! La giustificazione della condanna era legata al fatto che Saul non avrebbe «consultato l'Eterno» come riporta testualmente la Bibbia; inoltre mi sembra di arguire che tutto ciò che verrebbe dallo Spiritismo, dalla Teurgia usando un termine ermetico, sarebbe, per i religiosi esegeti interconfessionali, frutto del Maligno! Per concludere nella frase ‘non aver osservato la Parola dell'Eterno ed anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evoca­no gli spiriti’riemergerebbe la contraddizione riportata testè: cioè ‘chi evoca gli spiriti’ergo gli spiriti sono evocabili e quindi esistono! Mentre secondo la tua tesi gli spiriti non esistono essendo artefatti generati dal Diavolo.

 

Johaman: A partire dalla conquista di Alessandro Magno (fine del IV sec a.C.) la Palestina iniziò a su­bire fortemente l'influenza greca. Questo processo, particolarmente accen­tuato nel II secolo a.C. portò profondi mutamenti anche in alcune credenze reli­giose ebraiche. Questi cambiamenti sono riflessi dagli scritti del tempo, soprattutto da quelli chiamati «apocrifi» e «pseudoe­pigrafici»; in essi compare chiara la cre­denza nell'immortalità dell'anima, nell’inferno, nel giudizio subìto dopo la mor­te, ecc. Nel 1° libro di Enoch (che è una specie di «Divina - Commedia» ante litteram) troviamo tra l'altro una descrizione del luogo in cui sono punite le anime degli empi. Queste credenze si trovano anche in al­cuni di quei libri apocrifi che sono stati accettati come ispirati anche dalla Chiesa Catto­lica e quindi sono compresi nelle Bibbie cattoliche (ma non in quelle protestanti!). Ad esempio, nel Libro della Sapienza, scrit­to tra il 50 e il 30 a.C., troviamo: «Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace» e ancora: «Ero un fanciullo di nobile indole, avevo avuto in sorte un'anima buona o, piutto­sto, essendo buono, ero entrato in un cor­po senza macchia» (8:19,20, CEI). E' chiara qui la credenza non solo nell’immortalità, ma anche nella preesistenza delle anime! Sotto l'influsso greco si diffuse quindi in varie correnti del giudaismo, l'idea dell’immortalità dell’anima.

Va notato però che non tutti accettavano questo teo­ria come ad esempio negli Esseni di Qumran: essi sostenevano l'idea biblica che possiamo chiamare «dell'im­mortalità condizionata» e non innata. Né­fesh, a Qumran, come nell'antico testamento designa l'uomo totale, l'essere vivente che ovvia­mente, può morire.

 

Aster: ma a Qumran si ritrovano anche scritti di questo tenore: «Ti ringrazio, Adonai, perché hai liberato l'a­nima mia dalla fossa e dallo Sheol», quindi la speranza salvifica dell’anima era presente anche tra gli Esseni del Mar Morto.

Tu comunque sostieni che anche nel nuovo testamento sia estranea l’idea di un’anima che sopravvive, che guadagna il Paradiso. Ma cosa puoi controbattermi se ti cito il testo della parabola del ricco e del povero Eleazar: «C'era un uomo ricco, che portava vesti di por­pora e di bisso e faceva festa ogni giorno con grandi banchetti. Un povero, di nome Eleazar, sedeva alla sua porta a mendicare, tutto coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con gli avanzi che cadevano dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Poi morì anche il ricco e fu sepolto. Finito negli inferi tra i tormenti, alzando lo sguardo verso l'alto, vide da lontano Abramo e Eleazar che era con lui. Al­lora gridò: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Eleazar a intingere nell'ac­qua la punta del dito e a bagnarmi la lin­gua, perché soffro terribilmente in que­sta fiamma". Ma Abramo rispose: "Fi­glio, ricòrdati che hai ricevuto la tua par­te di beni durante la tua vita, ed Eleazar parimenti le sofferenze. Ma adesso lui è consolato, tu invece sei tormentato. Per di più, tra noi e voi c'è un grande abisso; se qualcuno di noi vuol passare da voi, non lo può fare; così pure nessu­no di voi può venire da noi". E quello disse: "Allora, padre, ti supplico di man­darlo a casa di mìo padre. Ho cinque fratelli e vorrei che li ammonisca a non venire anch'essi in questo luogo di tor­mento". Abramo rispose: "Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino!". Quello replicò: "No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti andrà da loro, cambieranno modo di vivere". Abramo disse: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasce­ranno convincere neppure se qualcuno risorge dai morti"».

Cosa ne pensi mio caro amico Johaman?

 

Johaman: Il testo più spesso citato infatti da chi sostie­ne l'immortalità dell'anima è certamente la parabola del ricco e di Eleazar raccontata dal Vangelo di Luca. Possiamo senz'altro dire che, essendo una parabola, è certamente sbagliato ser­virsene per sostenere una dottrina, come sarebbe sbagliato dedurre dalla parabola di Jotham, (in Giudici 9:8- 15) che gli alberi camminano o parlano! Notiamo ora le diverse incoerenze cui andremmo incontro interpretando la parabola letteralmente:

a) Risulta dal testo che l'Ades (il sog­giorno dei morti, la tomba), è diviso in due parti: uno è il «seno di Abramo» (cioè il «paradiso»), l'altro il «soggiorno degli empi» (l'«inferno»); inoltre, il paradiso e l'inferno sarebbero vicini, ma separati da «un grande abisso». Naturalmente chi crede nell'immortalità dell'anima considera questa descrizione come simbolica!

b) Secondo i sostenitori dell'immortali­tà dell'anima, alla morte è l'anima, spiri­tuale, disincarnata che va in paradiso o all'inferno! Qui invece si parla di «occhi»; «dito», «lingua», quindi di es­seri dotati di corpo. Ma il corpo sarà resu­scitato solo alla fine dei tempi, come ne conviene anche chi crede all'immortalità dell'anima! Inoltre, c'è da notare che la menzione «del grande abisso» per non permettere il passag­gio dei dannati in paradiso e viceversa, sarebbe assurda nell'ipotesi di anime disin­carnate (che potrebbero passare dovun­que!).

c)  Secondo la Bibbia inoltre Abramo non ha ancora avuto il suo «premio», quindi né lui né la sua anima possono essere evidentemente in paradiso e ciò con­traddirebbe i versetti che hai letto.

 

Aster: quindi il Cristo avrebbe errato nel raccontare questa parabola! O Luca avrebbe … interpolato qualcosa di non autenticamente trasmesso per via orale! Comunque il sostenere la debolezza della costruzione simbolica del racconto cristico liquidandola genericamente come ‘trattasi di semplice parabola o ‘favoletta’ che dir si voglia, ove sarebbero espressi esempi irragionevoli per sostenere eventuali dottrine’, anche con l’aggiunta delle spiegazioni successive (un testo sacro è sovente ricco in contraddizioni) mi sembra cosa un po’ troppo semplicistica e riduttiva e non condivisibile.

 

Johaman: secondo il racconto che hai letto il ricco è inoltre tormentato dalle fiamme, che sono una caratteristica della Geenna,  che però, secondo il Vangelo, si situa solo alla fine dei tempi; inoltre il ricco non va nella Geenna, ma nell'Ades che indica nella Bibbia solo la tomba e quindi non un luogo in cui c'è il fuoco!

 

Aster: si tratta solo di dettagli e contraddizioni non sostanziali. In ogni caso quindi il Cristo o Luca hanno sbagliato. Ci sarebbero quindi madornali errori dottrinali nei Vangeli!

 

Johaman: inoltre secondo Gesù stesso, il premio o il castigo verranno assegnati ad ognuno alla fine dell'età presente e non alla morte. Tutte queste incongruenze rendono evi­dente che la parabola va interpretata per quello che è, cioè un racconto allegorico con una morale. Gesù utilizzò semplice­mente alcuni elementi delle credenze reli­giose popolari del tempo (tipiche dei Farisei) per insegnare che il destino eterno si decide in questa vita e per questo non c'è più la possibilità di una seconda prova dopo la morte; quindi bisogna sfrut­tare al massimo le occasioni di questa vita.

 

Aster: quindi seguendo il tuo ragionamento risulta alterato ed erroneo anche il versetto di Luca che riporta la frase di Cristo inchiodato alla croce che si rivolge al buon ladrone dicendo ‘tu sarai con me oggi in paradiso?’

 

Johaman: per quanto riguarda il versertto di Luca citato basta ricordare che i manoscritti originali del Vangelo non avevano punteggiatura e il testo (tradotto letteral­mente) si leggeva: «E disse a lui in verità a te dico oggi con me sarai nel paradiso»; basta mettere il punto dopo oggi e la frase acquista il senso di una promessa a tempo indeterminato; d'altronde Gesù stesso, la domenica della resurrezione dice a Maria che non è ancora stato in Paradiso.

 

Aster: Il testo originale dal greco senza punteggiatura è il seguente : Amén (così è in verità o amen) soi (a te) lego (dico), sèmeron ( shmeron) met emoy (con me)  ese (sarai) en to paradiso. Rileggendo letteralmente : AMEN A TE DICO IL GIORNO D’OGGI (oggi) CON ME SARAI NEL PARADISO. La frase lungi dal voler essere sibillina esplica chiaramente il concetto: non ‘amen a te dico oggi (sembrerebbe quasi un linguaggio ‘amministrativo o legale…), con me sarai in paradiso’ poiché non ha senso dire ‘amen a te dico oggi’  o nella variante ‘così è in verità  a te dico oggi’ poiché il rimarcare l’avverbio oggi dopo la frase ‘amen a te dico è un pleonasmo,

L’avverbio semeron che vuol dire il giorno d’oggi, oggi, è chiaramente riferito alla frase successiva rafforzandone il significato; diversamente, se la cosa non voleva risultare ambigua e ambivalente sarebbe stata detta diversamente: amen a te dico, sarai un giorno (e non OGGI) con me in paradiso!

 

Johaman: l’uomo nell’atto di morire si addormenta e risorgerà dai morti (come anche la liturgia cattolica recita) alla fine dei tempi quando il Cristo ritornerà per giudicare. L’anima non è immortale. Solo Dio è immortale come è possibile ricavare dall’antico testamento. Alla fine dei tempi i Giusti risorgeranno e come recita l’apocalisse di Giovanni, gli empi subiranno ‘la seconda morte, lo stagno del fuoco’. I Giusti dimoreranno con Dio nella nuova Gerusalemme, ma dimoreranno per un regno millenario, quindi non infinito, non eterno ma con un preciso arco temporale che avrà un inizio e un termine.

 

Aster: ma l’apocalisse dice anche:ecco la dimora di Dio con gli Uomini, e dimorerà con loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio con loro e non vi sarà più morte né lutto e grida e dolore’.

Apriti mio caro amico Johaman al mistero insondabile dell’anima che sopravvive; essa è la speranza; se la neghi demolisci la vita stessa e la sua poesia! Il mondo si ridurrebbe a enormi scheletri che sopravvivono e si trascinano come degli zombi.  Ogni cosa tangibile diverrebbe la carcassa di se stessa. Non vedere il futuro della vita come vuote tenebre o improbabile sonno. Apriti alla Luce, alla potenza dei raggi del Sole, alla luce della desiderio, alla Teurgia Divina, la Divina Magia, «l’opera alchemica grandiosa, temeraria e onnipotente di sollevare l’anima della creatura all’altezza dei raggi illuminanti del sole creatore» così come istruì il Martinez de Pasqually al suo allievo e segretario L.C. de Saint Martin. Apriti mio sapiente e caro amico a considerare il mondo come anima che non muore ma è immanente come il divino nelle cose come dicevano gli gnostici.

 

EPILEGOMENI

 

S. Findeisen, Teologo di Neumunster, città del nord della Germania: «Probabilmente l'idea dell’anima è sorta nell'uomo quando si è incontrato per la prima volta con se stesso, forse guar­dandosi allo specchio e cercando la propria immagine. Questo incontro è divenuto per lui l'incontro con la pro­pria origine, in cui ha fatto l'esperienza; di vedersi con i propri occhi, quasi  come in uno specchio. Lo sguardo si è allora incontrato non soltanto con «l'uomo esteriore», così come è nato fisicamente dal seno della madre, ma con l'uomo interiore l’«anima» che si esterna nell'espressione degli occhi (intesi come ‘la finestra dell'anima’) e nella mimica. In questa immagine allo specchio l'uo­mo ha sperimentato una complessa apertura verso se stesso».

-Egli si è visto collocato in un lega­me inseparabile con quella profondità che sta sotto di lui, e che in maniera inafferrabile e imperscrutabilmente mi­steriosa sostiene la sua immagine, e in tal modo se stesso.

- Egli si è visto esposto alla luce del cielo sopra di lui. Senza questo cielo egli non poteva percepire nulla, né di se stesso né del suo mondo.

- Nella sua immagine egli ha perce­pito se stesso nella prospettiva verticale dall'alto in basso e in quella orizzontale, e ha sentito di essere il loro mi­sterioso collegamento.

- Vedendo la sua immagine, egli ha percepito anche le immagini degli altri uomini, che gli venivano incontro così come egli era. Ciascuno conservava un suo mistero.

- La percezione dell’anima - donata da altezze incommensurabili e sostenuta da profondità insondabili - nasce solo nel silenzio. I movimenti - vento, onde, correnti e turbinii - disturbano, anzi di­struggono l'incontro col mistero dell'a­nima. Se si percepisce in maniera di­storta l'immagine stessa, la  profondità della propria origine e del proprio mistero, questo incontro viene a dissolversi: come l’acqua anche l’anima sfugge a qualsiasi presa...». *

 

 

* N.d.A.: questa magica avventura è realizzabile in ambito teurgico ed ermetico nell’esperienza dell’anacrisis dell’evocazione dell’Hishim, la creatura angelica custode degli uomini, nella sfera celeste più vicina allo stato grossolano dell’individuo.

 

 

 

Compiuto a Calci (Pi),  alle ore 14,20 dell’Equinozio di Primavera del 2007

 

Fonti

 

  1. Bibbia Ebron San Paolo Editore, 2000
  2. Mitologia Occidentale, Le Maschere di Dio, Joseph Campbell, Oscar Mondadori 1992
  3. La Scienza dei Magi, G. Kremmerz, Ed Mediterranee, 1974
  4. Trattato sulla reintegrazione degli esseri, M. De Pasqually (a Cura di O.La Pera); FirenzeLibri 2003
  5. Das Glosse Bibbellexicon, Burkhardt, Grunzweig, Laubach, Maier; R. Brockhaus Verlag 1989