Per un nuovo inizio- Il nichilismo come realizzazione
A. D’Alonzo
In
un celebre passo, Nietzsche identifica il nichilismo con il deserto che avanza.
La sabbia, evocata dalla metafora, richiama la
polverizzazione degli ideali, il diventare-rovina degli antichi regni: [i]«Incontrai
un viandante da un’antica terra/che disse: Due immensi arti di pietra, senza
tronco/ s’ergono nel deserto» [/i].Così Shelley in [i]Ozymandias[/i] esenta il gusto romantico per le rovine, il malinconico
ma consolante languore di chi, malgrado tutto, si scopre sopravvissuto al
tempo. Si tratta dello stesso moto descritto da Lucrezio, quando dall’alto di un promontorio contempla l’inutile lotta di
una nave tra i flussi delle onde in tempesta. Intimistico e
cinico (ma umano) tepore di chi si sente al sicuro e scruta le sorti avverse
altrui. Al contrario, il passo di Nietzsche ci dice un’altra cosa. Il
deserto sta per sommergerci, eppure non possiamo fatalmente abbandonarci alla
furia della sabbia, o rifugiarsi su un’altura per organizzare la nostra nuova
vita come nomadi del deserto. Il suggerimento di Nietzsche ci sprona ad
attraversare il deserto, non semplicemente a cercare rifugio. La distinzione tra chi con un atto di coraggio decide
l’attraversamento dello spazio e del vuoto- nichilismo «attivo»- e chi rimane
dove si trova, nichilismo «passivo». Il deserto-nichilismo, dal filosofo
tedesco identificato con la svalutazione di tutti i valori vigenti del mondo
borghese-cristiano, è un evento in fieri: non si può semplicemente negarlo o
combatterlo. Tentare di restaurare la vecchia scala di valori è altrettanto
superfluo, perché questi si disgregano dall’interno, si decompongono in sabbia:
il mondo «vero» è diventato una favola. Non soltanto
il mondo «vero»- il dominio della metafisica- è diventato una favola, ma anche
il mondo «apparente» è altrettanto fallace. Una conclusione
che trova la sua analogia nella dottrina indiana di Maya, l’illusione che
soggiace alla sfera del divenire. Mentre, però, la
filosofia indiana ci spinge a riconoscere l’illusione in quanto tale ed a
trascendere le dicotomie del divenire, Nietzsche ci sprona a reagire, ad
attraversare il deserto, assumendolo come compito essenziale dell’uomo. La
reazione non è una svalutazione dell’esistenza mondana-
sebbene non in tutte le dottrine indiane si presenta una sconfessione
della prassi e dell’impegno karmico, pensiamo al buddhismo mahayana o al
tantrismo- ma un invito a cercare un nuovo spazio dove fondare nuovi valori.
Spazio che può essere pensato come a) situato nel deserto o b) al di fuori di esso. Nel primo caso, prende consistenza la tesi
heideggeriana che interpreta la filosofia di Nietzsche come massima espressione
del nichilismo, assicurato dalla volontà di potenza pensata come dominio della
tecnica. Se lo spazio in cui fondare nuovi valori non è al di fuori del
deserto, ma soltanto qualche miglia più in là e comunque
sempre all’interno di esso, i valori che devono essere posti sono gli stessi
del mondo capitalistico-tecnocratico. È il trionfo della «società dello
spettacolo», come scrive Debord, in cui l’apparato ed il postmoderno hanno «liquidato»-
altra celebre definizione coniata da Baumann- le stesse categorie della nostra
esperienza del mondo. In questo senso, se Nietzsche ha pensato di trasvalutare
i valori senza avere oltrepassato le sabbie, allora ha
effettivamente ragione Heidegger. Ma se, al contrario, facciamo nostra la
seconda opzione, il mondo della tecnica è ancora
compreso nel deserto e noi siamo ancora in cammino verso nuovi territori. Condizione
paradossale, questa tensione utopica verso un altrove, pensato come un topos escatologico
che verifica ed accredita quanto fin qui accaduto: non era stato forse proprio
lo stesso Nietzsche a sconfessare qualsiasi finalismo storicistico, riducendo
la metafisica a mera favola? Come deve essere pensata, allora, questa seconda
possibilità, qualora si verifichi un’improvvisa nuova
convergenza nel pensiero escatologico?
Esiste
forse una terza possibilità, da elaborare in connessione con il pensiero
dell’eterno ritorno. Secondo il noto passo della [i]Gaia Scienza [/i] si tratta di
rispondere ad un demone che ci presenta la possibilità che ogni attimo della
nostra esistenza, così come la stiamo vivendo, si riproduca all’infinito,
innumerevoli altre volte. La dottrina dell’amor fati era già
stata elaborata dallo stoicismo, non è certo una teoria originale. Ma,
Nietzsche dice che non basta volere semplicemente
l’eterno ritorno dell’identico, si deve anche e soprattutto [i]amarlo [/i], desiderarlo intensamente. Con
la differenza che l’universo degli stoici è pensato e disciplinato da una mente
razionale, mentre per il filosofo tedesco tutta l’esistenza è intrinsecamente
irrazionale, priva di una qualsiasi parvenza di ordine
e giustizia.
Alla
luce di questa chiave di lettura, perché si dovrebbe desiderare di uscire dal
deserto del nichilismo se ogni attimo della nostra vita deve essere amato? Non
dobbiamo anche desiderare in eterno le sabbie del nulla? Quale
strano situazione ci si presenta davanti, quale bizzarro conflitto tra
lo sguardo ed il pensiero? Con lo sguardo cerchiamo la fine della distesa di
sabbia, con il pensiero aneliamo, bramiamo il deserto. Il lettore di Nietzsche
sa che il carattere asistematico del suo pensiero, rende improbabile qualsiasi
facile appropriazione e riduzione unilaterale. Vi sono molti
Nietzsche nell’opera di Nietzsche, ognuno deve ricercare il proprio,
senza unilateralità.
A
me sembra che lo sguardo non debba essere per forza proiettato in una direzione
rettilinea, orizzontale. Se tutto ritorna,
attraversare il deserto vuol dire lasciarsi alle spalle anche l’idea che dal
deserto si può veramente uscire. Vuol dire rinunciare alla speranza utopica
dell’avvento di una nuova era, di una fine del nichilismo. Leggere il passo sul
«deserto che avanza» attraverso la dottrina dell’eterno ritorno, significa
costatare come l’oltrepassamento non riguarda tanto il deserto, quanto l’idea
che sia possibile uscire dal deserto. Il nichilismo è
come un labirinto senza uscita: l’unica possibilità è rinunciare a cercare l’uscita
per incominciare ad amarlo.
Abituarsi
al labirinto del nichilismo, però, implica necessariamente potenziarne i
margini con la tecnica, o, forse, sentirsi talmente bene in esso
da dimenticarlo? Ricordiamo la distinzione tra il nichilismo passivo e quello
attivo. Il nichilista passivo si arrende all’avanzare del deserto, ne è sommerso: atteggiamento che potrebbe coesistere con
quello del postmoderno homo tecnologicus, il quale non nega più il mondo, vi
abita [i]e basta [/i]. L’altro atteggiamento del nichilista attivo che
attraversa il deserto per approdare all’idea che non vi è più né uscita, né
deserto, non potrebbe coincidere con la [i]sublimazione
[/i] stessa del deserto? Il dire sì alla vita ed al deserto, non conduce
dritto all’[i]oltrepassamento
[/i] delle sabbie del nichilismo? Credo che sia possibile presentare questa
lettura alternativa del passo in questione, in raffronto ad un mero radicamento
tecnocratico nel nichilismo o all’impossibilità di una tensione
utopico-millenaristica venata da suggestioni new-age. Si deve abitare
all’interno del deserto, sublimandolo nella mente, dicendo sì, per coglierne
l’oltrepassamento. Oltrepassamento che supera, dissolve, la stessa contrapposizione
tra nichilismo e volontà di potenza, tra decadenza spirituale e utopismo
millenaristico. Il nichilismo è, dunque, superato dall’interno.
D’altro
canto sappiamo che per Heidegger il nichilismo coincide con la stessa storia
dell’Occidente, nella quale dell’essere non vi è più traccia. [i]Idea[/i]
(Platone), [i] enèrgeia[/i]
(Aristotele), [i] ens creatum[/i]
(teologia cristiana), [i] soggettività[/i]
(Descartes), [i] monade[/i]
(Leibniz), [i] spirito [/i] (Hegel),
[i] volontà di potenza[/i] (Nietzsche),
[i] gestell/impianto[/i] (tecnica). Il nichilismo come destino dell’Occidente, già insito nella stessa
dottrina platonica delle idee. Diversamente dal pensiero della
Tradizione, per Heidegger la risposta al nichilismo non consiste in un ritorno
alla metafisica: anzi quest’ultima deve essere considerata come la radice
stessa dell’oblio dell’essere. Soffermiamoci sull’idea heideggeriana di
tecnica. Il [i]gestell[/i], la
tecnica è il compimento del nichilismo ed al contempo la possibilità di un nuovo
inizio. La tecnica, attirando l’attenzione sul pericolo insito nella sua
essenza, richiama contemporaneamente l’attenzione sul proprio mistero e «su ciò
che salva» (Cfr. M. Heidegger, [i] La
questione della tecnica[/i], in [i] Saggi
e discorsi [/i], Mursia, Milano, 1985). Come nel caso di Nietzsche, anche
per Heidegger, il culmine del nichilismo, il momento più basso, coincide con
l’inizio della riscossa. Heidegger cita l’elegia di Hölderlin: «[i]Ma dove è il pericolo, cresce/Anche ciò che
dà salvezza[/i]» ( Cfr. M. Heidegger, [i]La poesia di Hölderlin[/i], Adelphi,
Milano, 1988).
È
una sorta di trasmutazione alchemica, dove alla nigredo segue l’albedo, poi la rubedo:
nel mezzo del deserto nietzscheano inizia il superamento stesso del nichilismo,
nel [i] gestell
[/i] (impianto) della tecnica heideggeriana inizia la salvezza. Con questa
traiettoria si apre una prospettiva radicalmente diversa, dalle solite
metafisiche della storia che vedono la salvezza
nell’avvento di un nuovo Yuga o era cosmica. È superata anche la concezione
galimbertiana della tecnica ridotta a circolo autoreferenziale, dal quale è impossibile uscire. Nella stessa [i]tèchne-nigredo[/i] si cela la [i]téchne-albedo[/i]. Le possibilità intrinseche
alla realtà virtuale sono state presentate da Zolla in [i]Uscite dal mondo[/i]. (Cfr. E. Zolla, [i]Uscite dal mondo[/i],
Aldelphi, Milano 1992), ma fin dagli anni ottanta si è diffusa una particolare corrente
neopagana che cerca di utilizzare la cibernetica per ricercare nuove
possibilità spirituali. In particolare, il [i]Pop Magick[/i], il [i]tecnopaganesimo[/i], lo [i]sciamanesimo metropolitano[/i],
attraverso gli scritti di Grant Morrison, Neil Gaiman, Phil Hine, Peter
Carrol, Taylor Ellwood, ecc.
Può
darsi che queste nuove correnti pagane siano delle
mere mode, destinate a scomparire presto, assorbite dall’industria culturale.
Tuttavia, il compito del pensiero è di analizzare la contemporaneità, non
quello di elaborare visioni messianiche o dottrine escatologiche. La lezione
della contemporaneità è che la tecnica, lungi dal realizzare semplicemente
l’eclisse del sacro, la perdita del Centro ed il trionfo del nichilismo- sta
producendo nuove forme di spiritualità. Non siamo in grado di sapere quanto esse potranno durare, né dove ci condurranno. Ma non è una buona ragione per etichettarle frettolosamente
come «controiniziazione». Si deve attendere per capire le possibili evoluzioni
o regressioni del fenomeno.