I MITI DI OGGI

 

Solitamente cerchiamo di curare i nostri mali psichici e non pensiamo alle idee malate con cui spesso visualizziamo noi stessi e gli aspetti della nostra vita. La filosofia dovrebbe correggere le idee divenute stantie, egemoni per forza di abitudine, per pigrizia intellettuale per cui si generano dei falsi miti che diffondono i loro effetti nefasti senza trovare alcuna resistenza.

Uno di questi miti è quello della “giovinezza” a tutti i costi. L’arco della vita in cui siamo biologicamente forti e produttivi e forse più felici è breve e noi vorremmo prolungare questo momento all’infinito. E’ umano desiderare questo ma, così facendo, releghiamo nell’insignificatezza e nella tristezza tutti quegli anni, e sono i più, che seguono a questa età ricca e bellissima. Si vive il tempo che ci resta sulla terra nell’idea della sopravvivenza. Le idee malate che regolano la cultura occidentale sono il fattore biologico e quello economico che, gettando nell’angolo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia alla inutilità e l’inutilità alla attesa della morte.

E’ pur vero che l’anziano è meno efficiente e produce meno, per cui la vecchiaia è una afflizione, però vorremmo sapere se questa afflizione non è generata dall’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia, come di un tempo inutile che ha nella morte il suo fine.

A che servono i vecchi, che scopo hanno?

Platone ne “La Repubblica” fa dire a Socrate che si rivolge al vecchio Cefalo:  “da te ascolterei volentieri un giudizio sulla vecchiaia: se davvero essa è un periodo triste della vita o se qualche altra cosa tu abbia da dirci.” Cefalo inizia con una serie di lagnanze che fanno apparire la vecchiaia come causa di tutti i mali. Socrate risponde: “Mio caro Cefalo, di tutti questi mali c’è si una unica causa, ma essa non è la vecchiaia ma il carattere dell’individuo.”

Hillman ne “La forza del carattere” (Adelphi) spiega che si può disfare la connessione vecchiaia-morte per cui la vecchiaia è la rivelazione del carattere che si evidenzia nella sua unicità, facendoci conoscere quello che veramente siamo. “Invecchiando”, scrive Hillmann “rivelo il mio carattere non la mia morte, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama così perché la faccio proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, le peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato.”

Nel Levitico (19,32) è scritto: “onora la faccia del vecchio” perché la faccia è il primo segno da cui prende le mosse l’etica di una società. E’ un dovere mostrare la propria faccia e non nasconderla con interventi chirurgici o artificiali di cosmesi come oggi è consentito. E’ un danno che le facce che invecchiano abbiano poca visibilità quando, esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, telegeniche per garantire un prodotto mercantile e politico.

La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato chirurgicamente è una falsificazione che rivela l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi alla vista con la propria faccia.

Nel disperato tentativo di opporsi all’intelligenza della natura, che vuole l’inesorabile declino degli uomini, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere ogni minimo segno di decadenza. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione saranno compagni di viaggio dei suoi giorni, mentre i suoi feticci saranno la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.

Se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale?

La faccia del vecchio è un bene per il gruppo e soltanto a Dio è concesso di nascondere il suo volto.

Scrive Hillmann che, per il bene dell’umanità, “ bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità” perché oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.

Che si muore lo può dire la logica, la metafisica, la teologia, ma non lo può mai dire la nostra psiche, perché, ce lo ricorda Freud in Noi e la morte , la morte è in attingibile al nostro vissuto psichico, e prendere a prestito dalle metafisiche e dalle teologie della morte una nozione che la nostra psiche non riesce a sperimentare, significa contorcere la nostra psiche e costringerla a pensare e a vivere il nulla di cui è assolutamente incapace. Finché consideriamo ogni ruga, ogni capello che incanutisce e cade, ogni tremito, ogni nome dimenticato come indizio di declino, affliggiamo la nostra mente tanto quanto la sta affliggendo la vecchiaia. Ogni volta che vediamo la nostra faccia allo specchio se ci ripetiamo questa diagnosi negativa su quanto ci sta accadendo, dimostriamo la potenza dell’idea alla quale abbiamo legato ed imbrigliato l’ultima parte della vita.

Allora il lifting facciamolo non alla nostra faccia ma alle idee e scopriremo che tante idee che in noi sono maturate guardando alla televisione lo spettacolo della bellezza, della giovinezza, della sessualità, in realtà servono a nascondere a noi stessi ed agli altri la qualità della nostra personalità, alla quale per tutta la vita non abbiamo prestato attenzione, perché fin dalla nascita ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere, con il risultato di rischiare di morire sconosciuti a noi stessi ed agli altri.

 

E l’amore? Cosa è l’amore per il vecchio che può affidarsi solo alla memoria ed al rimpianto?

Mario Sgalambro nel “Trattato dell’età”(Adelphi) non si rifugia nel concetto della giovinezza interiore ma si rivolge alla “sacra carne del vecchio” che contrappone a quella del giovane, buona per la riproduzione. L’eros scaturisce da ciò che sei non dalle forme del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso.

Una sessualità totale succede alla sessualità genitale.

Non più il fugace abbraccio, il vile amore notturno, ma il trasalimento che, come un’onda inesorabile che ritorna instancabile sulla stessa riva, è un tributo alla incarnazione senza riproduzione perché, scrive Scalambro, “ la Specie non è niente, alcuni uomini sono tutto.”

Questi favori che anche a parere di Orazio “la natura negò ai giovani” consentono all’amore di raggiungere il proprio apice che non è nella riproduzione, cui è legato l’animale di ogni specie, e neppure nel piacere troppo omogeneo e compatto nella giovinezza della carne. L’apice dell’amore è nella conoscenza del tempo, non del tempo passato che si avvinghia a quello futuro, ma di quel tempo dei tempi dove l’amore e la morte, che in ogni orgasmo tutti sentono in qualche modo imparentati, trovano il loro modo ineffabile di abbracciarsi finalmente senza maschere e fraintendimenti.

Qui si annida il segreto dell’età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.

Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto non hanno potuto capire e precisamente quello che uno è aldilà di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.

 

Da una lettura di Umberto Galimberti.

 

Emmanuela Di Pisa

 

Firenze 4 Novembre 2005