LA DEA CIBELE, MITO E COMPLESSO:

UN PONTE ANTROPOLOGICO DALLA PREISTORIA AI NOSTRI TEMPI

 

uno studio sperimentale fra psicoterapia, mito e antropologia

 

di Mario Bulletti

01. Gli antefatti

 

Nell’ottobre dell’anno 1983, terminati gli studi in scienze familiari e sessuologiche presso la facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) iniziai il mio lavoro di psicoterapeuta nello studio di Perugia situato al numero 68 di via Gallenga. Tra gli utensili utilizzati per l’indagine psicologica, vi era quello del Complesso di Edipo notoriamente evidenziato nella teorizzazione psicoanalitica freudiana. Proprio in questo periodo si presentò nel mio studio una coppia di maturi coniugi perugini che avevano un grave problema di relazione con la figlia. Era soprattutto la madre che chiedeva un aiuto allo psicologo al fine di convincere la figlia ad abbandonare la sua relazione sentimentale con il proprio fidanzato. Interdetto da tale richiesta convocai la ragazza in questione. Si trattava di una giovane donna dell’età di trentadue anni che mi raccontò di aver avuto diversi fidanzati con i quali aveva sempre dovuto rompere la sua relazione, in conseguenza della reiterata disapprovazione della madre. Una disapprovazione che giungeva fino alla violenza fisica, fatta agire dalla madre attraverso il braccio del padre. La ragazza, dal canto suo, sembrava decisa, sul momento, ad opporsi ai voleri della madre. La figura del padre, all’interno del quadro familiare, si mostrava estremamente remissiva, interpretando lo stesso un ruolo secondario di sottomissione, la cui unica funzione consisteva in un sottomesso supporto alle decisioni della coniuge. Riconvocata la coppia parentale, la madre affermò con decisione che la scelta affettiva della figlia era sbagliata, senza alcuna possibilità di appello. Il padre, da parte sua, nell’esprimere il suo parere in merito alla questione, mostrò solo qualche lievissima perplessità nei confronti della linea seguita dalla moglie. Argomentò, con un bisbiglio sommesso: “questa povera figlia, così come stanno le cose, non potrà mai farsi una famiglia...”. Questa sua perplessità fu immediatamente censurata dalla coniuge che lo mise in tal modo fuori causa. Le argomentazioni dell’uomo furono rigettate con veemenza. La donna concluse affermando che era stata lei e solo lei, inconfutabilmente, a portare il peso della figlia per nove mesi ed a partorirla con grande sofferenza. In tale affermazione di possesso nei confronti della figlia e di reiezione[1] nei confronti del padre, la madre precludeva[2] il ruolo paterno del marito che veniva in tal modo completamente estraniato[3]. Così facendo la donna affermava il suo potere sovrano ed inconfutabile sul destino della figlia. Diveniva così palesemente l’unico ente generante, proclamando in tal modo la sua partenogenesi. Una partenogenesi legata anticamente al concetto della divinità. Una posizione cultuale che fu in anteprima matriarcale ma che poi si ripropose, nel patriarcato attraverso il culto dell’imperatore divinizzato[4].

Cercai a tal punto di ricondurre positivamente alla ragione quella donna così fortemente volitiva, compiendo però in tal modo un errore dovuto all’inesperienza. Il tentativo da me condotto ebbe inizio utilizzando una strategia non direttiva. Una metodica tesa a far emergere le dinamiche attive, traslate in negativo[5] nella circostanza. Il risultato fallimentare non si fece attendere. Infatti la donna, come intuì che poteva attivarsi una benché minima censura, anche indiretta, che potesse mettere in questione la sua dialettica pulsionale così nefanda[6], di cui era perfettamente cosciente, interruppe immediatamente il suo rapporto con lo psicologo. Dalla figlia, rimasta in contatto con me seppi in secondo tempo, che la madre si recò, accompagnata dal padre, nella casa del fidanzato con cui conviveva. In tale occasione il padre, reso “furente di rabbia”[7] (cifr. G.V.Catulli) dalla moglie, malmenò pesantemente la figlia che poi costrinse a salire, sempre con violenza, nell’auto dove l’aspettava la madre. La madre, a sua volta, aggrediva e neutralizzava verbalmente con pesanti insulti il fidanzato che, uscito dalla sua abitazione, voleva prestare soccorso alla ragazza. La storia si concluse in un definitivo accasamento forzato della figlia che rimase sottomessa, come direbbe Catullo, “per tutta la vita” ai voleri della madre. Riportata in tal modo la figlia a casa, la stessa si piegò ancora una volta alla volontà della madre divenendo in modo definitivo colei che potremmo descrivere letteralmente o poeticamente come “ancella della dea”[8] madre. Una madre che potremmo definire, ora, senza alcuna ombra di dubbio, una madre cibelica.

Attualmente, eseguendo una verifica di accertamento, sono stato aggiornato dalla non più giovane figlia, oramai cinquantaseienne: la stessa vive ancora con la vecchissima madre rimasta vedova pochi anni dopo l’evento da me narrato. La matriarca, come mi riferisce la figlia, sentenziava e sentenzia a tuttoggi la frase: “ora stai con me, dopo la mia morte farai quello che vuoi”. Possiamo dire che questo enunciato sancisce l’epitaffio conclusivo e definitivo dell’evirazione operata sulla figlia. A tutt’oggi quella madre, al dire della stessa, non ha perso né lucidità mentale né veemenza.

Questo caso emblematico, proprio grazie all’insuccesso terapeutico, diventerà per me soggetto fondamentale di studio. Venne da me registrato come caso A e divenne il motore di quello studio pluridisciplinare che mi porterà a formulare la teorizzazione del complesso di cibele.

 

02. Analogie fra il caso A con quello dei vissuti freudiani.

 

Il caso A fu per me un rivoluzionario soggetto di riflessione, che potrebbe essere definito come quello della tipica “fortuna del principiante”. Entrambi gli attori maschili, padre e fidanzato, si erano mostrati incapaci di opporsi alla ferrea volontà della donna: una madre che si mostrava reiteratamente dominante sulla vita affettiva della figlia. Entrambi gli uomini, marito e genero in erba, apparivano platealmente preclusi o reietti dalla potente volontà di quella donna. Una donna che esprimeva, in sé e per sé e pienamente, la figura di una madre così dominante da mostrarsi come un vero e proprio centro[9] ginocratico della vita familiare.

Scoprirò in seguito che anche la suocera di Sigmund Freud separerà, attraverso la forzatura psicologica,“per lunghi anni”, le due figlie, Martha e Minna Bernays, dai rispettivi fidanzati. Infatti, scrivendo alla cognata Minna, il padre della Psicoanalisi affermerà riguardo alla futura suocera: “come madre, dovrebbe essere felice di sapere felici per quanto è possibile i suoi tre figli, e sacrificare i suoi desideri ai loro bisogni. Non lo fa, si lamenta di essere superflua, di essere trascurata, cosa di cui noi, per la verità, non le diamo alcun motivo, vuole trasferirsi ad Amburgo per una specie di raffinato capriccio, senza tener conto che, così facendo, separa te e Schönberg, e me e Martha per lunghi anni.”[10]. Nell’evidenza dei fatti, la suocera di Sigmund Freud avrà lo stesso comportamento di separazione, sebbene meno cruento, agito dalla madre del caso A. Infatti mentre la madre del caso A attivava una palese forzatura fisica, la suocera di Sugmund Freud rendeva attiva una palese forzatura psicologica. Quindi la forzatura si evidenziava come strategia privilegiata tesa a dividere ed allontanare le figlie dai rispettivi fidanzati. Una forzatura evidente nel primo caso, mimetica nel secondo, ma pur sempre espressione della volontà ginocratica. Con il lamentarsi di essere superflua e trascurata, attivava una tecnica molto più raffinata, quella sadico-passiva dell’algolagnia[11].

Ignaz Schönberg, fidanzato della cognata Minna, si ribellerà alla suocera dicendole, come ci ha testimoniato proprio Sigmund Freud, che: “[...] è egoista, e che non ha trovato in lei la madre che cercava.”[12]. Il risultato di tale ribellione vedrà, anni dopo, la convivenza della cognata Minna in casa Freud[13]. Del ribelle Ignaz Schönberg, contrario ai voleri della suocera e vittima del conflitto con la stessa, non rimarrà più traccia. Il genero non gradito, o meglio forcluso dalla suocera, seguirà, anche se in modo più diplomatico, lo stesso destino di reiezione del fidanzato del caso A.

Ritornando proprio al caso A, dopo l’evento del ratto della figlia, cominciai, giustamente, a nutrire dei dubbi sulle dinamiche edipiche. In questo caso non c’era una figlia innamorata del padre o un figlio innamorato della madre ma, in tutta evidenza, una madre ferocemente innamorata della figlia. Iniziai quindi a supporre che sia la fase preedipica che quella edipica fossero dirette e pilotate da questo complesso patologico evirante agito dalla madre. Un complesso che sarà finalmente messo in luce nel campo di indagine della postanalisi, con la nomenclatura di “complesso di Cibele”. Mi resi conto anche che il nucleo della nevrosi non era da ascrivere né alla fase preedipica, come teorizzato dal padre della psicoanalisi solo nel 1931[14], né a quella edipica, ma all’interno del complesso di Cibele. Esso era il vero motore pulsionale nel quale, parafrasando proprio Sigmund Freud, potevano essere definite “la genesi di tutte le fissazioni e rimozioni alle quali siamo soliti ricondurre il sorgere delle nevrosi”[15]. A ciò noi potremmo aggiungere senza tema di smentita, ogni forma di psicopatologia.

La scoperta del complesso di Cibele ci ha permesso di coniare il termine - postanalisi – poiché, il campo di indagine della stessa, si pone in diretta successione concettuale al campo dell’indagine psicoanalitica freudiana.

 

03. L’Esiodea Gaia e la Frigia Cibele: due espressioni ambivalenti del mito della Grande Madre.

 

La forza evirante della madre cibelica di quel mio primo caso, mi spinse a ricercare la figura mitologica più rappresentativa della madre evirante. Con mia grande meraviglia scoprii le icone di due dee che interagivano in parallelo fra di loro, esattamente come interagirono fra di loro la civiltà greca con quella romana. Queste divinità erano: l’esiodea Gaia o Gea: “...dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti / gli immortali che tengono la vetta nevosa dell’Olimpo,” [16]e l’anatolica “Mater deum”[17] Cibele. Seguendo il metodo dell’indagine postanalitica[18], le analogie all’interno del quadrinomio delle due dee si presentarono ben presto nella loro evidenza. In primo erano entrambe dee incestuose. Nel narrato mitologico entrambe amavano i propri figli; figli amanti predestinati all’evirazione. Nella fattispecie avremo Urano[19] con la madre Gaia[20], ed Attis[21] con la madre Cibele[22]. Queste due divinità erano le matriarche indiscusse del Pantheon patriarcale pagano. Gaia rappresentata come metafora del “monte Olimpo”[23] e Cibele rappresentata come metonimia dei monti Kybela. Di fatto, il nome di Cibele derivava proprio da quello dei monti Kybela[24], situati in Anatolia. Nel Pantheon greco la matriarca era esplicitamente Gaia e, per ciò che riguarda il Pantheon romano lo era, la “Mater deum” Cibele. Gaia, in quanto Gea, rappresentava la terra intera. Cibele, a sua volta, in quanto anche Magna mater o Grande Madre dei romani, rappresentava anch’essa la terra intera. La Grande Madre greca e la Mater deum romana possedevano in loro una proprietà, quella definibile come la più pregnante per ogni donna, legata all’essenza della fecondità. Erano tutte e due madri di ogni creato, comprendendo dei e uomini, animali e cose, ed anche madri di tutto il percepito, e persino del non percepibile. Quello della fecondità era un attributo, una proprietà talmente consustanziale da presentarsi come il loro sinonimo più pregnante. Un sinonimo che però conteneva al proprio interno una duplice caratteristica legata alla funzione stessa. Nei fatti tale funzione poteva definirsi, nel suo essere ambivalente ed ambigua, come felicemente gaia od infelice, rivelandosi quindi in tutta la sua dualità nevrotica. Seguendo lo schema tipico della nevrosi, che “...è per così dire la negativa della perversione”[25], potremo senza dubbio affermare che la risultante della funzione della fecondità, ossia il procreato, veniva predestinato ad essere sadicamente evirato. Quindi nella funzione del creare si esprimeva chiaramente l’endiadi vita-morte. Per giustificare tale funzione si aveva nel culto di Cibele, una liturgia, per così dire, riparatoria che diveniva remunerativa nel momento stesso in cui, tre giorni dopo la morte, si attualizzava la resurrezione del figlio Attis. Ciò avveniva al fine di permettere alla madre la reduplicazione all’infinito dell’evirazione mortifera agita sul figlio. Una funzione questa, che esprime non solo una essenza nevrotico-perversa, ma anche il sintomo più tangibile della psicosi e della psicogenesi psicotica. Una funzione il cui risultato sta proprio nell’effetto della psicosi, vera e propria morte dell’anima, che diviene antitesi della funzione. Un’antitesi che si rende evidente in quel “defunto”, derivato dal rovesciamento negativo di funto, participio passato del verbo fungere. Quindi la psicogenesi psicotica, rappresentata nel mito di Cibele ed agita nel complesso che da esso deriva, è la messa in scena dell’assassinio dell’anima compiuto da ogni madre cibelica sulla psiche dei figli di ambedue i sessi. In tal modo, per queste due matriarche terribili e terrificanti, di cui la terra è etimologicamente metafora, è possibile definire una fenomenologia che vede entrambe riflettersi nello specchio nevrotico perverso, illuminato dalla fredda luce psicotica. Infatti per rimemorare, anche Gaia indurrà l’evirazione del figlio Urano. Una evirazione che, come chiarificato, simbolicamente equivale alla morte. Una morte che si trasformerà in vita con il nascere della dea Afrodite: “[...] una figlia/nacque [nel mare, dalla spuma dell’immortale membro], e dapprima a Citera divina/giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai flutti”[26]. A tal punto ci sembra importante evidenziare l’analisi riguardante il campo perverso. Un campo che ci obbliga a considerare la dinamica del feticismo o del “fetichismo”[27]. Una dinamica che interessa la parte del corpo o la “parte del cuerpo” con il corpo intero o “como sustitutos de una persona” (cifr. E.Roudinesco Y M. Plon). In sostanza dovremo considerare il rapporto esistente nel calembourpars pro toto”. Il nome di Gea rappresenta, infatti, la totalità del corpo terreno, ossia della terra. E’ perciò il toto all’interno del quale sono contenute tutte le parti. Quindi la persona Gea, nel momento in cui permette la definizione del corpo intero della terra, come avviene in geografia, diviene metafora proprio perché permette lo “scambio della persona con la cosa” [28], come sancito da Roman Jakobson. Il nome di Cibele, invece, derivato da quello di una catena montuosa, rappresenta una parte del corpo della terra, ossia una “pars pro toto”. Di conseguenza, il nome Cibele si presenta come una metonimia, in quanto, sempre come sancito da Roman Jakobson, è: “scambio della cosa con la persona”. Avremo quindi un’insieme costituito dalle equazioni: Cibele sta a Gaia esattamente come la pars sta al toto o come la metonimia sta alla metafora. Inoltre, sotto il profilo dinamico, Gea potrà essere divisa o frazionata in parti, mentre Cibele, per sommazione di parti, potrà costituire il corpo intero della Grande Madre ossia di se stessa: la Terra. Perciò potremo aggiungere un’altra equazione, Gaia sta a Cibele esattamente come la proprietà del dividersi sta a quella del sommarsi. Quanto appena esemplificato fornisce, in breve, una esemplificazione della dialettica feticistica, o più estesamente perversa, che lega dialetticamente fra di loro le due matriarche del Pantheon greco e romano. Una dialettica che però, nel momento stesso in cui è psicologicamente evirante, mostra, in tutta la sua evidenza, anche la sua controparte nevrotica.

 

 

04. I seicento anni del culto di Cibele a Roma.

 

Per ciò che riguarda l’introduzione della Grande Madre Cibele nel mondo romano, gli avvenimenti furono del tutto singolari. La dea Cibele ebbe la sua sede più degna a partire dal 204 a.C. in un tempio per lei appositamente elevato nell’acropoli della Roma più sacra, quella quadrata, fondata da Romolo sul colle Palatino. Andando a ritroso di un anno nel tempo, ossia nel 205 a.C., potremo collocare la narrazione dell’arrivo della dea a Roma. Lo storico Tito Livio ci testimonia gli antefatti relativi al 4 aprile di quell’anno, data in cui, la pietra nera di berillo, simbolo della dea: “[...] fu deposta nel tempio della dea Vittoria che è sul Palatino. Quel giorno fu dichiarato festivo. Una folla di popolo portò doni sul Palatino, dove furono celebrati con un lettisternio dei ludi, detti Megalesi”[29]. Il simulacro della Magna Mater, Grande Madre fu portato a Roma, sempre secondo Tito Livio, poiché, durante il periodo delle guerre puniche, “era stata trovata nei libri sibillini una profezia che diceva che, quando un nemico venuto da terre straniere avesse portato guerra in Italia, si sarebbe potuto cacciarlo e vincerlo se fosse stata recata a Roma da Pessinunte la statua della Madre Idea. Questo vaticinio trovato dai decemviri influì sul senato, tanto più in quanto gli ambasciatori che avevano portato doni a Delfo avevano riferito che, quando essi avevano fatto sacrifici ad Apollo Pizio, l'esame delle viscere aveva dato esito favorevole ed era venuto dall’oracolo un responso che diceva che era prossima per il popolo romano una vittoria molto più grande di quella dalla cui preda erano venuti i doni che essi portavano”[30]. Da allora in poi, la pietra nera della dea rimarrà indisturbata sul tempio del colle Palatino dal 204 a.C., fino a quando l’editto dell’imperatore romano Teodosio I (379-395 d.C.), abolirà, nel 392 d.C., tutti i culti pagani. Si tratta di un arco temporale che si estende per ben 597 anni. Se consideriamo la data della fondazione di Roma, nel 753 a.C., e la fine del suo impero con la deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo nel 476 d.C., avremo un arco di 1229 anni che corrisponde a poco più del doppio del regno di Cibele nel suo trono sul colle Palatino. Quindi la dea Frigia impose il suo culto nella capitale dell’impero nel periodo in cui iniziò la grande espansione di Roma accompagnando la città eterna fin verso la fine del suo declino. Potremo, quindi, affermare che Roma, come Attis, prese vita e forza dalla dea, al nascere del suo vero potere, fino all’inizio della sua decadenza e morte.

 

 

05. Il tempio romano del Pantheon e Cibele.

 

Alla dea Cibele, oltre al tempio per lei elevato sull’acropoli di Roma fu anche consacrato, nel 27 a.C., un’altro tempio, l’unico dei templi pagani rimasto intatto fino ad oggi: quello del Pantheon. E’ il professor Umberto Cordier[31] che ci informa sugli antefatti: “Secondo una leggenda, Agrippa fu ispirato alla costruzione del Pantheon da un’apparizione della dea Cibele, che gli promise aiuto in una guerra contro la Persia in cambio della costruzione di un tempio magnifico, di cui gli mostrò l’immagine”[32]. L’etimologia del nome è ben chiara. Infatti secondo il linguista Giacomo Devoto, Pantheon è: “forma sostantiv. della formula gr. pàntheon (hierón) <<tempio (hierón) di tutti (pan-) gli dei (-theion)>>”[33] . In questo tempio infatti, come ci evidenzia ancora Umberto Cordier, vi sono “sette grandi nicchioni, alternativamente rettangolari e circolari, che contenevano in origine le statue delle sette divinità planetarie”. Tali divinità planetarie, erano anche dette “reggenti”. Ad esse venivano associate le ore di ogni giorno. Attraverso il computo del susseguirsi delle stesse, venne determinata la sequenza dei giorni che ritroviamo ancora oggi nella settimana attuale. Alfredo Cattabiani ci informa al proposito che: “Si attribuiva la prima ora, quella del mattino, al pianeta più lontano, Saturno, e le altre gradatamente ai pianeti meno lontani, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, per terminare con la Luna, il più vicino”[34]. Questa successione di pianeti definirà la geometria del tempo della nostra settimana. Il giorno di Saturno diverrà per noi il sabato, quello del Sole la domenica e poi ancora avremo che dalla Luna avrà origine il lunedì, da Marte il martedì, da Mercurio il mercoledì, da Giove il giovedì e infine da Venere il venerdì. Quindi palesemente la dea Cibele sovraintendeva alla dimensione cronologica del tempo che da ogni ora si estendeva alla settimana per poi fluire, senza interruzione, al di là dei mesi e degli anni. A questa vera e propria trascendenza del fluire cronologico, ritmato dai pianeti dell’universo generati dalla dea ed inglobati nel ventre del suo tempio, si aggiunge un’altra evidenza: quella dello hieros gamos tra cielo e terra. Questa fusione veniva favorita e resa evidente proprio grazie all’artefatto architettonico della cupola a calotta semisferica alla cui sommità fu praticato un foro circolare a cielo aperto del diametro di 9 metri. Questa grande apertura con il cielo aveva un significato ben evidente: non esistevano diaframmi od ostacoli fra la dimensione terrena e quella celeste, per cui il Pantheon si presentava come l’utero terreno aperto alla congiunzione feconda con il cielo. Nel tempio pagano del Pantheon, di fatto, si realizzava simbolicamente l’amplesso finalizzato al concepimento, fra magna mater terrena e l’universo etereo. Metaforicamente potremmo dire dell’anima con il corpo. Una congiunzione che ci rinvia al concepimento del tempo presente anche nell’epifania esiodea di Crono, conseguente al matrimonio sacro fra la terra Gaia con il figlio cielo Urano.        Quindi il Pantheon, seguendo passo per passo l’iterazione ideale, è il luogo sacro dove la terra, generando il cielo e poi unendosi con esso, dà vita al tempo, ed anche il luogo dove la terra od il corpo, generando l’anima e fondendosi poi con essa, dà vita all’essenza umana. Questa diade simbolica immanente e nel contempo segreta, del tempo e dell’essenza umana, celata nel simbolismo del tempio, non appartiene, però, alla Mater deum patriarcale ma alla pacifica Grande Dea della primigenia religione monoteista matriarcale. E’ un reliquato concettuale che ripropone caratteristiche specifiche concepite all’interno del mito riguardante la prima divinità adorata dall’essere umano. Un primato che vedrà ogni altro culto nomenclabile solo come successivo o secondo, in ordine numerico, a quello monoteista della Grande Dea. Le coincidenze concettuali fra Gaia-Cibele e la Grande Dea sono immediatamente identificabili nella definizione che ci viene fornita dal paleoantropologo Terence Meaden: “Un elemento comune nei miti della creazione e dei riti annuali, che celebravano il rinnovamento del mondo, erano le Nozze Cosmiche o le Nozze Sacre (l’unione delle divinità), che garantivano l’eterno processo della creazione e della continuazione dell’universo. Assolutamente evidenti erano le nozze celesti, quelle fra le divinità che rappresentavano il cielo e la terra, oppure il sole e la luna”[35]. Nel Pantheon si ripeteva quella congiunzione, quello hieros gamos, fra cielo e terra che però era già oggetto di culto nell’era neolitica. Un esempio fra tanti ci viene fornito dal tempio di Gavrinis, luogo di adorazione della Grande Dea, già quattro millenni prima della nostra era e dell’edificazione del Pantheon. Questo santuario, è situato sull’isola di Gavrinis, al largo della costa della Bretagna, eretto sulla punta estrema di una penisola, di fronte all’Oceano Atlantico. Ciò che dimostra la concettualizzazione dello hieros gamos fra cielo e terra, più precisamente fra i pianeti Sole Luna con l’utero della Grande Dea, viene reso nel concreto attraverso l’imperniarsi spazio temporale ben preciso di una pietra, di quarzo bianco, con un orientamento ben particolare. Ci informa al proposito Terence Meaden: “l’entrata e la galleria [del tempio di Gavrinis] sono state orientate in maniera tale che questa pietra potesse essere illuminata al sorgere della luna nel suo punto estremo a sud, condizione che si verifica ogni diciotto anni, e anche al sorgere del sole nel solstizio d’inverno ogni anno”[36]. Quindi si aveva un congiungimento, all’interno del talamo uterino della Grande Dea, con due pianeti diversi che scandivano, esattamente ed inequivocabilmente, la cronologia dell’universo. Come si vede il doppio principio della congiunzione e dell’epifania scandita, che dava origine al tempo era già ben presente nel mondo matriarcale monoteista già molti millenni prima della nascita del matriarcato androcratico di Gaia-Cibele. Nello specifico di queste due matriarche androcratiche, Gaia concepisce il tempo con un solo figlio, ossia Urano, mentre Cibele concepisce il tempo con le sette divinità reggenti di cui, in quanto mater deum, è la Magna Mater, la Grande Madre. Perciò si avrà palesemente, per quest’ultima, l’evidenza di un rapporto plurimo od orgiastico, etero ed omosessuale. Un matrimonio sacro che vedrà la congiunzione nell’utero tempio della Grande Madre, spalancato verso il cielo, non solo tra i figli di sesso maschile ma anche fra la Luna e Venere, di sesso femminile. Quegli stessi sette figli che, in quanto pianeti, gravitavano nel cielo etereo per congiungersi con i loro corrispondenti terreni, rappresentati simbolicamente dalle sette statue delle divinità a loro corrispondenti. La filogenesi concettuale di questo plurimo matrimonio sacro si rende evidente nella precedente liturgia della Grande Dea. Infatti lo scandirsi iniziale del tempo, ossia il concepimento del tempo, veniva sancito, anche nel Pantheon, attraverso la connessione epifanica del sole e della luna, come, in precedenza, nel tempio di Gavrinis. Non a caso, secondo quanto ci fa notare Umberto Cordier, nel Pantheon: “Il foro della sommità è il Sole che, infatti, agli equinozi proietta, sempre a mezzodì, un raggio di luce che taglia il cornicione proprio come l’astro in quei giorni taglia l’equatore celeste”[37]. Per ciò che invece riguarda la luna: “la struttura è orientata con uno scarto di 5°, pari all’obliquità dell’orbita lunare, come il Palazzo della Ragione di Padova e Castel del Monte di Andria”. In sostanza nel tempio romano si volevano ottenere le stesse risultanti di congiunzione solilunare analoghe a quelle agite nel tempio bretone della Grande Dea. Nei fatti, però, nel tempio di Gavrinis si celebrava la partenogenesi della Grande Dea. Infatti in questo tempio vi era già una venerazione che vedeva l’attribuzione della mascolinità al Sole e della femminilità alla Luna. Ambedue i pianeti però, in un’epoca antecedente, anteriore al 10.000 a.C., essendo ritenuti creazione partenogenetica della Grande Dea, erano espressione diretta della universalità femminea di tutto il creato. Un attributo, quello della femminilità, che la Grande Dea estendeva a tutto l’universo da Lei generato. Per tal motivo ogni concepimento era conseguente a quell’autofecondarsi da se che avveniva in tutto il percepibile ed il non percepito presente nell’universo. Un’autofecondarsi da se che si richiama e ci richiama alla riproduzione protozoica per autoscissione. Un modello riproduttivo che si esprime attraverso una concatenazione infinita di autoscissioni che, nel momento in cui inizia a perdere la sua vitalità, si ravviva grazie allo scambio di sostanze interne che avviene fra queste cellule. Uno scambio di sostanze che avviene fra cellule identiche alla cellula madre per cui questa singolare pratica ripropone quell’autofecondarsi da se operato, nella prassi concettuale, nella liturgia dalla Grande Dea. Di conseguenza, da questa partenogenesi del monoteismo matriarcale, si avrà poi, sempre all’interno del matriarcato monoteista, l’evoluzione concettuale dello hieros gamos eterosessuale. Tale rivoluzione poté avvenire grazie alla presa di coscienza della paternità acquisita dall’uomo. Ci informa al proposito l’antropologa inglese Reay Tannahill: “nulla ci fa supporre che l’uomo, neppure lontanamente, fosse conscio del proprio ruolo fisico nell’atto del concepimento. Sembra che questa consapevolezza si sia rivelata solo con l’avvento dell’agricoltura poco dopo il 10.000 a.C.: essa certo ebbe l’effetto di rafforzare l’ego maschile”[38]. La partenogenia rimarrà però fissata nella mitologia del collettivo; una fissazione che si può facilmente intravedere nei reliquati concettuali espressi nel mito. Infatti nel traslato evolutivo della partenogenesi si avrà un matrimonio tra madre e figlio, nella fattispecie fra Gaia e Urano, nel quale il figlio maschio non è altro che il frutto della partenogenesi materna. Con Cibele anche le divinità reggenti sono un reliquato concettuale della partenogenesi del matriarcato monoteista. Un reliquato che per estensione ingloba non solo l’insieme dei figli di sesso maschile ma anche quelli di sesso femminile. Un sesso femminile espresso nell’endiadi ideale e carnale della dea Luna e della dea Venere. In sostanza, con il matriarcato monoteista, il concepimento è solo frutto della partenogenesi mentre nel politeismo androcratico il femminino viene messo in minoranza pur conservando, la matriarca, ogni potere ideale saldamente nelle proprie mani.

 

06. L’analogia distorta fra il mito di Cibele e la teologia del cristianesimo.

 

Risalendo ad epoche a noi più vicine, il Pantheon, unitamente ai suoi significanti più reconditi, verrà donato intorno all’anno 608 dall’imperatore romano d’Oriente Foca (602-610) a Papa Bonifacio IV che: “guardava con desiderio quel capolavoro dell’architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana”[39]. Il tempio pagano sarà consacrato a chiesa cristiana il 13 maggio del 609, in onore di S. Maria ad Martyres. Mille anni dopo, il corredo bronzeo parietale posto all’interno di questo tempio verrà fatto fondere da Papa Urbano VIII Barberini ed utilizzato dal Bernini per costruire il “baldacchino di San Pietro e cannoni per Castel S. Angelo: in quell’occasione, sulla famosa <<statua parlante>> di Pasquino venne trovato, ben a ragione, un cartello satirico che diceva in latino: “<<quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini>><<ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini>>!” (cifr. U. Cordier). Sull’utilizzo di quel bronzo, usato per realizzare il baldacchino di San Pietro, ci informa l’illustre storico dell’arte Ennio Francia: “Iniziata nel 1624 e terminata nel 1633, questa grandiosa opera fu commissionata all’artista da papa Urbano VIII Barberini: allo stemma del suo casato si riferiscono le api che, sparse dappertutto, formano un motivo decorativo. Sotto il Baldacchino è l’altare papale che si affaccia sulla Confessione[40]. Inoltre “Le quattro colonne vitinee, in bronzo dorato, alte ben 20 m, sostengono un baldacchino, pure in bronzo dorato, dal quale scendono frange e nappe a imitazione dei baldacchini portatili”[41]. I legami topici fra il culto di Cibele ed il culto cristiano si consolidano ancora una volta. Nei fatti il legame fra la basilica di S. Pietro, centro del cattolicesimo, con il culto di Cibele ed Attis, si rivela ancora più stretto grazie ai reperti archeologici ritrovati in un altro santuario di Cibele, denominato Phrygianum, situato proprio nell’area vaticana. Infatti, come ci informa Renato Del Ponte: “Nel santuario della Grande Madre al Phrygianum – oggi sotto le fondamenta di San Pietro – i dati epigrafici delle iscrizioni commemorative ci parlano di riti effettuati ininterrottamente almeno sino al 390”[42]. Ai legami topici, ora identificati nel loro essere comuni, del Pantheon e del Phrygianum, con la chiesa di S. Maria ad Martyres e la basilica di S. Pietro, bisogna aggiungere quelli cultuali esistenti, in apparenza, fra la “mater deum” Cibele ed il figlio Attis con la “mater dei” Maria ed il figlio Gesù. A quest’ultima analogia, che è del resto impossibile, poiché interviene fra personaggi inesistenti e personaggi storicamente esistiti, fece ben presto seguito un aspro conflitto religioso. Ci aggiorna al proposito l’antropologo James Frazer: “Sembra, infatti, secondo la testimonianza di un anonimo cristiano che scriveva nel secolo IV della nostra èra, che tanto i cristiani che i pagani erano colpiti dalla sorprendente coincidenza fra la morte e la risurrezione delle loro rispettive divinità, e che questa coincidenza era oggetto di aspre controversie fra i fedeli delle due religioni rivali: i pagani pretendevano che la risurrezione di Cristo era una imitazione di quella di Attis; i cristiani asserivano con egual calore che la risurrezione di Attis era una contraffazione diabolica di quella di Cristo. In queste dispute, non sempre cortesi, i pagani avevano quel che a un osservatore superficiale potrebbe sembrare un grande vantaggio: poter mostrare, cioè, che il loro dio era il più antico, e quindi probabilmente non era una contraffazione, poiché come regola generale l’originale è anteriore alla copia. Questa debole argomentazione i cristiani la respingevano facilmente. Essi ammettevano infatti che secondo un ordine puramente cronologico Cristo era la divinità più recente, ma dimostravano trionfalmente la sua reale priorità, accusando la malizia di Satana, che in una occasione così importante aveva superato se stesso invertendo l’ordine usuale della natura”[43]. Per ciò che riguarda la liturgia relativa al mito di Cibele ed Attis con quella cristiana dobbiamo segnalare ulteriori coincidenze. Coincidenze di cui la prima è di carattere cronologico. Il dio Attis risorgeva, tre giorni dopo la sua morte ogni anno il 25 marzo. Anche la resurrezione del dio cristiano sembra che sia stata festeggiata nella stessa data. Ci precisa al merito Alfredo Cattabiani: “secondo sant’Agostino e San Cipriano, che registravano una tradizione diffusa fin dal protocristianesimo, la prima Pasqua cristiana sarebbe caduta il 25 marzo, data che inglobava anche la creazione del mondo e l’incarnazione del Verbo con l’Annunciazione”[44]. A tutti gli effetti la datazione del 25 marzo non era univoca all’interno della Chiesa. Infatti nella realtà documentale si riscontra che, per ciò che riguarda la dibattuta questione della data della ricorrenza pasquale, la Pasqua stessa veniva: “celebrata in tempi diversi secondo antiche tradizioni delle singole Chiese”[45]. Quindi nell’impero romano, la ricorrenza del 25 marzo, non essendo riconosciuta da tutte le Chiese, non poteva essere considerata come canonica ed univoca. A proposito di questa vexata questio, proprio nel concilio tenuto a Nicea a partire dal mese di maggio a quello di giugno del 325, verrà stabilito il criterio per la nuova datazione della ricorrenza pasquale valido a tuttoggi[46]. Allo stesso tempo, in quel concilio, venne anche operato un netto distinguo per ciò che riguardava il rapporto con gli accoliti del culto di Cibele ed Attis. Infatti, nell’elenco dei canoni sanciti, leggeremo ciò che venne stabilito a proposito di: “quelli che si mutilano o permettono agli altri di farlo su di loro”, nella specifica leggeremo proprio nel primo canone: “se qualcuno è stato mutilato dai medici per una malattia o menomato dai barbari, può restare nel clero. Ma se qualcuno, pur essendo sano, si è evirato da sé, costui, se appartiene al clero, conviene che ne sia escluso e in futuro nessuno che abbia agito così sia ordinato. E’ evidente, che quello che è stato detto riguarda coloro che deliberatamente compiono ciò e osano mutilarsi; se poi qualcuno fosse stato evirato dai barbari o dai propri padroni, ma fosse degno sotto gli altri aspetti, i canoni lo ammettono nel clero”[47]. Appare ben evidente che il riferimento a coloro che osano mutilarsi si riferisce ai fedeli del culto di Cibele ed Attis. Il distinguo nei confronti degli stessi non era solo di carattere morale ma anche dottrinale, viste le coincidenze riguardanti l’evento rivelato della resurrezione e della salvazione. Un mistero che coinvolgerà non solo il dio Attis ma anche i suoi credenti dopo la loro morte. Questa concettualizzazione, però, si deve sempre al recupero dei reliquati cultuali legati al mito monoteista primigenio della Grande Dea. Tale affermazione si rivela, nella sua evidenza, fra i tanti, attraverso la redazione del paleoantropologo Terence Meaden: “nell’epoca megalitica la divinità femminile era onnipotente. Ella era l’oggetto dell’adorazione che condusse gli uomini a muovere pietre e montagne, a erigere templi e santuari in suo onore. Ella era la Grande Dea. Come prodotto della natura, ella simboleggiava la natura in tutti i suoi aspetti. Suo era il ciclo della vita da cui nascevano gli esseri viventi dalla terra, e che alla terra tornavano al momento della morte per rinascere nuovamente”[48]. Una rinascita dell’essere umano nella sua unità corporale e spirituale molto più vicina a quella del nuovo testamento piuttosto che a quella dell’evirato Attis. Ci informa al proposito, di quest’ultimo, l’antropologo James Frazer: “una luce squarciava improvvisamente le tenebre; la tomba s’era aperta: il dio s’era levato tra i morti; e mentre il sacerdote toccava le labbra degli adoratori piangenti con del balsamo, sussurrava loro dolcemente la buona novella della salvazione. La resurrezione del dio era accolta dai discepoli come una promessa che anche loro avrebbero trionfato sopra la corruzione della tomba”[49]. Questa serie di “coincidenze”, che si espresse in una conflittualità con i cristiani, è ancor oggi motivo di rimozione[50]. Una rimozione che però non riguarda il sicuro credo del teologo, che rimane giustamente indifferente allo psicotico culto cibelico, ma che invece mette sorprendentemente in grave difficoltà un certo intellettuale laico. Un laico che contrasta con vigore la messa in evidenza del culto di Cibele ed Attis legando, secondo un paradosso inconcepibile, la psicopatologia del culto cibelico alla teologia cristiana. Questo laico compie un errore madornale poiché non si rende conto che il cristianesimo non ha a che vedere con il mito di Cibele. Perciò, al contrario di questi intellettuali laici, la postanalisi, evidenziando la gravità della psicopatologia cibelica, si trova in pieno accordo con il giudizio magistrale del teologo che vede nel culto cibelico una esplicita espressione della “malizia di Satana”. Infatti l’analogia dialettica fra la nomenclatura psicotica e quella satanica si mostra chiaramente in tutto il suo parallelismo sinottico. Ciò che per il postanalista è l’espressione della più grave psicopatologia, per il teologo è l’espressione più intensa del male diabolico. Attualmente, quello che si presenta come evidente è l’oblio completo della legenda di Cibele ed Attis. Un oblio che dimostra anche, in se e per se, l’inconsistenza esistente fra il confronto di un mito leggendario con quello della teologia, configurata nella realtà storica del cristianesimo. Se esiste qualche coincidenza ideale, la potremmo rilevare, semmai, fra la Grande Dea pacifica e benefica con quel cardine concettuale dell’amore, sul quale si impernia il cristianesimo. Un amore, che al contrario è denegato, ancor prima del concepimento dell’essere umano, nella diabolica psicosi del culto cibelico che ritroviamo all’interno del complesso ad esso legato. Quindi l’alterità concettuale tra mito e religione si rivela pienamente: non può esistere legame fra Cibele e la storica testimonianza evangelica. E’ proprio la raggiunta consapevolezza e coscienza di tale inconsistenza che dà ragione al fatto che quel conflitto non avesse, e non abbia, più ragione di esistere. Ci siamo soffermati su questo punto poiché, nel momento stesso in cui l’indagine postanalitica ha messo in luce il complesso di Cibele, ha dovuto lottare contro una forte resistenza da parte di certi intellettuali laici. Una resistenza che però, al contrario, non è mai stata riscontrata in ambienti cattolici nei quali, la teorizzazione e la divulgazione del complesso in questione, è stata invece sollecitata. Anche l’antropologo Alfredo Cattabiani si conforma su tale linea concettuale. Scrive al proposito: “di fronte a queste somiglianze con i riti pasquali si sarebbe tentati di parlare, come fece Simone Weil, di un antico testamento pagano destinato ad essere illuminato e purificato dalla Rivelazione di Cristo”[51]. Un antico testamento che vediamo legarsi con quello del pacifico matriarcato primigenio, attraverso l’universalità dell’amore.

 

07. Cibele e la psicosi

 

Nel caso specifico del mito e del relativo complesso di Cibele, potremo affermare che sia il complesso che il mito da cui deriva, si situano anche all’interno di una ambivalenza fisiopatologica. Il complesso di Cibele, con andamento fisiologico, sarà destinato a tramontare esattamente come l’Edipo. Un Edipo che dovrà: “[...]cadere quando e perché ha fatto il suo tempo”[52]. Di pari passo anche la maternizzazione fisiologica, geneticamente comune ad ogni madre che si occupa dei propri figli, dovrà definirsi in una gaia autonomia psicofisica degli stessi. Una autonomia che chiaramente non significa la negazione di quel tenero legame affettivo con la madre ma la rinuncia, da parte della stessa, al legame incestuoso sublimato con i propri figli. Nella persistenza patologica del complesso infatti prevarrà, al contrario, il legame nevrotico perverso con la prole. Nel contempo si renderà anche evidente che la pratica dell’evirazione e dell’infibulazione psicologica agite, sia nel mito che nel complesso, evidenzieranno la prevalenza del fattore psicopatologico. Le due coppie endiadiche psicofisiologica-psicopatologica si renderanno all’evidenza dell’indagine psicoanalitica, nel senso esteso della parola. Infatti secondo Sigmund Freud: “Il metodo d’indagine psicoanalitico può (...) essere ugualmente applicato alla spiegazione dei fenomeni psichici normali, e ha reso possibile scoprire l’intima relazione tra prodotti psichici patologici e strutture normali come i sogni, le piccole sbadataggini della vita quotidiana, e fenomeni di gran valore come i motti di spirito, i miti e le creazioni della fantasia.”[53]. Se il mito di Cibele si rifà al sogno si potrà parlare, più propriamente, di un incubo. Un incubo che vedrà al suo risveglio il corpo mutilato del “miste”, ossia dell’accolito del culto di Cibele ed Attis. Questa autotomia od automutilazione non si presenta soltanto come l’attualizzazione di un sintomo nevrotico perverso, spinto fino all’estremo, ma anche, o più precisamente, come espressione, secondo la nosografia psichiatrica, di una sindrome schizofrenica. Ci conferma al proposito l’illustre psichiatra Christian Müller: “Lo schizofrenico, sovrastato da paure sessuali, per fuggire il contatto con l’altro sesso, cerca una soluzione radicale nell’autocastrazione: con i mezzi spesso del tutto impropri questi pazienti si tagliano i testicoli, a volte anche il pene; qualche volta riferiscono di aver agito per ordine di voci.”[54]. Una voce che, nel mito, è quella della Grande Madre. La schizofrenia, di fatto, si sovrappone perfettamente, lettera per lettera, al culto cibelico. Quindi il complesso di Cibele, da cui deriva, si rivela essere non solo il nucleo psicogeno dell’endiadi nevrosi-perversione ma anche, e più chiaramente, come quello su cui si fonda ogni psicosi, secondo la nomenclatura postanalitica. Infatti, di concerto, le psicosi, secondo Laplanche-Pontalis, hanno una loro ben precisa suddivisione, espressa anche nella schizofrenia: “La psicanalisi non si è posta direttamente il compito di costruire una classificazione comprendente la totalità delle malattie mentali che lo psichiatra deve conoscere; l’interesse si è rivolto dapprima alle affezioni più direttamente accessibili all’investigazione analitica e, all’interno di questo campo più ristretto di quello della psichiatria, le distinzioni fondamentali sono quelle tra perversioni, nevrosi e psicosi.

In quest’ultimo gruppo, la psicoanalisi ha cercato di definire diverse strutture: paranoia (in cui essa include generalmente le affezioni deliranti) e schizofrenia da un lato, malinconia e mania dall’altro. La teoria psicoanalitica individua fondamentalmente in una perturbazione primaria della relazione libidica con la realtà il denominatore comune delle psicosi e considera la maggior parte dei sintomi manifesti (costruzione delirante in particolare) con tentativi secondari di ripristino del legame oggettuale[55]”. E’ ben chiaro quindi che la “perturbazione primaria della relazione libidica” avvenga, o possa avvenire, assolutamente in primo, nel legame oggettuale che la madre ha con i propri figli. Un legame nel quale la madre non permetterà il raggiungimento dell’autonomia agli stessi. Un legame che esprimerà in se e per se la più indicibile aggressività materna nei confronti della prole.

 

08. La Cibele dell’indagine postanalitica.

 

Per ritornare all’elaborazione del complesso di Cibele la stessa comportò una percorrenza concettuale estremamente perigliosa. Innanzitutto ciò che emergeva nella pratica sperimentale della psicoterapia che agivo via via nel tempo, era il mimetismo camaleontico messo in atto dalle madri cibeliche. Nel caso A, invece e fortunatamente per l’indagine psicologica, la madre si esprimeva con un furore che potrebbe essere definito tipicamente leonino. L’effetto che ne derivava era quello di suscitare, proprio come nel carme di Catullo, il terrore nella figlia al fine di farla rimanere per tutta la vita accanto a se. Nella maggior parte dei casi, come verrà a noi esplicitato durante l’esperienza professionale, la madre cibelica opererà, quasi sempre, usando le più sofisticate tecniche del mimetismo e dell’artefatto. Un chiaro esempio ci viene dal caso della suocera di Sigmund Freud interpretato dal padre della psicoanalisi come un “raffinato capriccio”. Un capriccio che avrà come risultante il perenne ed ambiguo stato di nubilato della figlia Minna Bernays. Questa finalità, ossia quella di determinare un ambiguo stato di nubilato o di celibato, psicologico o fisico, nei figli anche sposati, verrà perseguita in vario modo da tutte le madri cibeliche. La figlia o il figlio rimarranno sempre legati, anche se fidanzati o sposati, in modo prioritario, al “baricentro” materno. I partners dei figli cibelizzati saranno sempre figure di secondo piano. Il centro affettivo primario rimarrà per ognuno sempre la madre. Un baricentro affettivo dichiarato senza ombra di dubbio, oppure celato nel segreto più intimo e nascosto. La madre cibelica, dal canto suo, opera sempre con efficacia, seguendo modalità psicofisiche cruente o incruente. Nel caso A le modalità erano, sia sul piano psicologico che su quello fisico, manifestatamente cruente. Al contrario dell’esplicitazione diretta vi è anche una modalità isterica, quella del controinvestimento, che si mimetizza attraverso un’apparente eccesso di tenerezza ed apprensione. Ci esemplifica al proposito Sigmund Freud: “L’isterica, per esempio, la quale tratta con eccessiva tenerezza i suoi bambini che in fondo odia, non diventa per ciò in generale più disposta ad amare di altre donne, e neppure più tenera nei confronti di altri bambini”[56]. Questa strategia perversa seguita dalla madre è tesa ad operare in modo indiretto quella che in psicoanalisi viene definita come castrazione ma che in postanalisi viene definita come evirazione od infibulazione psicologica. Ambedue, sia l’evirazione che l’infibulazione, sono chiaramente agite su di un esclusivo piano psicologico. I mezzi di intervento, per fissare la suddetta psicopatologia, sono però innumerevoli; mostrandosi come eterogenei od omogenei. Sono eterogenei o specifici esprimendosi come escursioni bipolari quali la violenza fisica o la violenza psicologica. All’interno di uno stesso polo possiamo rilevare una forma cruenta omogenea come ad esempio quella ambivalente delle percosse fisiche od aggressività psicologica. Al polo opposto riscontreremo, invece, sul piano psicologico una seduzione manifesta od un’eccessiva tenerezza, oppure un eccesso di apprensione o di preoccupazione per eventi negativi.

In postanalisi, per motivi pratici, viene utilizzato per lo più il termine di evirazione che però sottintende, nello specifico femminile, anche quello dell’infibulazione psicologica. Questa endiadi verrà agita, dalla madre cibelica, al fine di impedire al figlio od alla figlia di allontanarsi o di sfuggire dal suo pericentro affettivo. Un pericentro che è sinonimo, in se e per se, di un ben definito recinto affettivo il cui confine non può essere varcato dai figli. Inoltre nella serie di automatismi che vengono attivati c’è sempre, alla base, quel reduplicare il traumatismo iniziale dell’evirazione. In realtà la madre cibelica non è altro che una donna che da bambina, durante la fase preedipica, ha subito l’evirazione psicologica da parte della madre; che non ha permesso alla bambina stessa di superare la fase preedipica in modo sostanziale. In pratica, l’evirazione subita si reduplicherà in una serie infinita di concatenazioni che risalgono all’indietro nel tempo di figlia in madre, fino al passato più remoto. La dinamica attraverso la quale viene trasmessa questa concatenazione si attiva durante la fase preedipica della bambina come un vero e proprio “imprinting”. Un processo, quello dell’imprinting, che secondo l’etologo H. Thomae è da considerare: “[...] come un caso di apprendimento <<naturale>> involontario, in cui il primo fatto da prendere in considerazione sarebbe non tanto l’unione di determinati contenuti di conoscenza in una precisa struttura comportamentale, bensì la fissazione del comportamento in determinati schemi”[57]. Quindi la fissazione del comportamento in determinati schemi eviranti, si inscriverà in modo indelebile, nella personalità di base di ogni figlio della madre cibelica. Tale dinamica persisterà, per poi reduplicarsi, di madre in figlia e interessando collateralmente anche il figlio di sesso maschile. La figlia sarà, quindi chiaramente, il tramite privilegiato e lineare del processo di evirazione cibelica. Un processo di evirazione che, sotto il profilo filogenetico della partenogenesi, ci rimanda, ancora una volta, alla riproduzione asessuata dei protozoi. Un processo di riproduzione, quello protozoico, per autoscissione che vede l’assenza del maschio. Un’assenza che ci riporta paradossalmente alla metafora della riproduzione asessuata. Il maschio infatti, nella proiezione partenogenetica cibelica, sarà sempre precluso o reietto, sia in modo esplicito che implicito. Per attualizzare tale esclusione, sul piano dell’ambivalenza psicofisica, verranno utilizzati tutti gli artefatti che permetteranno la messa in atto del rimando partenogenetico attivato nella strategia cibelica. Nel complesso di Cibele è chiaro che vi sia un controinvestimento affettivo, a carattere nevrotico che si propone, di riflesso, anche sul piano perverso della partenogenesi. La prassi perversa è chiaramente descritta da Louise J. Kaplan: “Incentrando la propria vita sul figlio e i suoi desideri infantili, la madre bloccherà lo sviluppo sessuale e morale del bambino. Inoltre, concentrando i propri desideri erotici sul figlio, presto o tardi la madre finirà per rivendicare la propria menomata esistenza tormentando il figlio”[58]. Un figlio tormentato che nel suo nascosto è chiaramente la figlia attraverso la quale verrà reduplicata la perversione del reinglobare la prole. Un inglobare, un circuire che ne impediranno la normale crescita psicologica e l’allontanamento fisiologico nell’autonomia. A questo enunciato più che emblematico della perversione farà da eco il sintomo principale e più conclamato dell’isteria: quello paradossalmente più mimetizzato dell’odio. Scrive al proposito Sigmund Freud: “E’ molto più difficile dimostrare il controinvestimento nell’isteria, dove pure, in base alle aspettative teoriche, esso è altrettanto indispensabile. Anche qui non si può non riconoscere una certa alterazione dell’Io determinata da formazioni reattive, e anzi in alcune circostanze questo fenomeno è talmente vistoso da imporsi all’attenzione come sintomo principale della malattia. In tale maniera viene risolto, per esempio, il conflitto di ambivalenza nell’isteria: l’odio contro una persona amata viene tenuto a bada con un eccesso di tenerezza e di apprensione per essa. Va notato, tuttavia, che a differenza della nevrosi ossessiva queste formazioni reattive non mostrano la natura generale dei tratti di carattere, rimanendo confinate ad alcuni particolari tipi di reazioni”. [59] Questa iterazione concettuale si riferisce chiaramente al rapporto di odio nascosto che ha ogni madre isterica con i propri figli. Un odio ben presente, anche se ben camuffato, nella madre Cibele che induce e quindi provoca l’evirazione del figlio Attis. Di fatto è proprio nel complesso di Cibele che possiamo rilevare la radice più nascosta dell’odio. Un odio mimetizzato nel suo contrario più impensabile; quello dell’eccesso di tenerezza e di apprensione verso la prole. Un sentimento che si presenta esattamente all’opposto dell’amore che la Mater Dei nutriva per il figlio. Un odio cibelico che sotto forma di aperto conflitto perseguita così profondamente tutta l’umanità. Pertanto il complesso di Cibele, della cui scoperta la postanalisi si fa vanto, diviene la chiave di lettura di innumerevoli psicopatologie che ogni occhio attento può intravedere ed ora, dopo la concettualizzazione postanalitica, evidenziare chiaramente.

 

09. Dal pacifico matriarcato monoteista all’aggressivo patriarcato politeista pagano.

 

La conflittualità emblematizzata della matriarca Cibele, non esisteva nel periodo del matriarcato monoteista preistorico. La cronologia dell’avvento della violenza nel regno cultuale/culturale della Grande Dea ci viene presentata in tutta la sua precisa definizione dalla più illustre paleoantropologa del ventesimo secolo, Marija Gimbutas: “Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a. C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e dopo la metà del V millennio, perfino a ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo la cultura “Kurgan” (In russo Kurgan” significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti. Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che risalgono al VII e VI millennio a.C. nell’alto e medio bacino del Volga sono il: patriarcato; patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di animali, compreso l’addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione preminente del cavallo nel culto; e, di grande rilievo, fabbricazione delle armi quali l’arco e la freccia, la lancia e la daga. Elementi distintivi, tutti che si accordano con quanto è stato ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di mitologia comparata e che si oppongono alla cultura gilanica, pacifica, sedentaria dell’antica Europa, caratterizzata da un’agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche.

Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che considero protoindoeuropei) misero fine all’antica cultura europea all’incirca tra il 4300 e il 2800 a.C:, trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. Le regioni dell’Egeo e del Mediterraneo e l’Europa Occidentale si sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e Sardegna l’antica cultura fiorì dando luogo a una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la completa trasformazione dell’Europa centrale. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini della nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni. Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga alienazione dell’autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra.”[60] Oltre all’altissimo livello di civiltà espresso nel periodo del matriarcato, l’assenza di guerre, e quindi di odio fra collettività differenti(cifr. S.Freud), all’interno di questa società pacifica, ci viene comprovata anche dall’illustre genetista Luca Cavalli-Sforza dell’Università Californiana di Stenford: “Abbiamo detto che mesolitici e neolitici prosperavano in due ambienti diversi: agli uni serviva la foresta, agli altri terreno favorevole all’agricoltura, che si può ricavare da certi tipi di foresta abbattendone gli alberi. All’estrema periferia dell’espansione, per esempio in Spagna e Danimarca, alcuni mesolitici sopravvissero a lungo accanto ai primi neolitici, forse perché erano di costumi abbastanza avanzati da non temere il confronto. Vi furono certamente numerosi contatti fra gli uni e gli altri, ma non ci sono tracce sicure di conflitti. Gli agricoltori vivevano di solito in villaggi e in case singole senza protezioni speciali, con palizzate tutt’al più utili per trattenervi il bestiame. Solo millenni più tardi, e soprattutto all’epoca dei metalli, compaiono chiare postazioni difensive”[61]. Alla pacifica cultura matriarcale faceva da eco un culto matriarcale ben specifico, quello della Grande Dea. Una Grande Dea benefica, al contrario della Grande Madre del politeismo androcratico pagano. Quindi, sotto il profilo storico, il rovesciamento della pacifica cultura matriarcale fu determinato dall’aggressiva invasione dei Kurgan che ribaltò la stabilità della più longeva civiltà umana. Un rovesciamento cruento che colpì in primo, fin nel più profondo, ogni donna. E proprio da quel cruento traumatismo che ebbe inizio, per controreazione, e poi fissazione, la psicopatologia cibelica. Una psicopatologia che si reduplicherà per via matrilineare di madre in figlia, interessando collateralmente anche i figli di sesso maschile. Una psicopatologia giunta intatta fino a noi con tutto il suo potenziale terrificante. Un potenziale che interessa ogni conflittualità intrapsichica, fra individuo e individuo, individuo e collettivo ed infine, non per ultima, la belligeranza mai interrotta fra collettivi dell’umanità postmatriarcale. Con l’avvento dei Kurgan, questa reduplicazione cibelica è giunta fino a noi. Ognuno di noi ne subisce, incontestabilmente, le conseguenze dirette od in riverbero della stessa. E’ indubbio che, quanto detto, ha la sua rappresentazione simbolica nella Grande Madre, presente all’interno della cultura greco-romana nel binomio Gaia-Cibele. Alla presenza di queste due matriarche, solo per qualche millennio, si contrappone l’inimmaginabile longevità della Grande Dea primigenia. Una presenza documentata a partire dal 500.000 a.C.. Grazie a questa datazione possiamo affermare che essa ha superato la barriera del tempo nella quale si sono sviluppate tre differenti specie umane. Quella dell’homo antecessor[62], dell’homo sapiens e dell’homo sapiens-sapiens, a cui noi apparteniamo. Per ciò che riguarda il reperto archeologico che dimostra innegabilmente l’età della Grande Dea esso è costituito da una icona che ci viene descritta dalla paleoantropologa Marija Gimbutas: “Una pietra triangolare come simbolo della Dea o del suo potere rigeneratore risale forse al Paleolitico Inferiore. Formati naturalmente o tagliati ad hoc, i triangoli in selce, alcuni con i seni o la testa abbozzata al vertice del triangolo, si incontrano nei depositi Acheuleani/Heidelbergiani dell’Europa occidentale. Questa figura triangolare del Paleolitico Inferiore, in selce staccata dal nodulo, è dotata di seni e reca le tracce dei colpi inferti per modellare la testa, i seni, la vulva. Le sporgenze naturali sono state scheggiate per formare i seni. La statuetta può reggersi su una superficie piatta. Ritenuta Heidelbergiana; datata, sulla base dell’associazione con utensili, probabilmente intorno al 500.000 a.C” [63]. Quindi il culto della dea Cibele fa da ponte fra la cultura preistorica più arcaica con quella odierna dell’occidente. Un ponte sostenuto dalle analogie con la Grande Dea paleolitica, da una parte, e con quelle relative alla nostra cultura occidentale, dall’altra. Cibele però rappresenta la parte più psicopatologica della nostra cultura. E’ l’icona più aspra della sofferenza femminile. E’ proprio su tale realtà e sull’indagine psicologica, operata sulla stessa, dalla postanalisi che si è definito il complesso di Cibele. Rimarcando ancora, è proprio sulla psicogenesi cibelica che viene iterata ed amplificata tutta la nostra ricerca in modo ampio e dettagliato. Una ricerca che ci permette di affermare che ogni violenza subita dalla donna ha un riflesso negativo diretto ed immediato, così esteso e profondo, in ogni società e cultura, da superare ogni immaginazione.

La scoperta del complesso di Cibele è stata definita come rivoluzionaria nel campo della psicologia dinamica e dell’antropologia sociale. Apre un nuovo campo di ricerca e visione del mondo partendo da un presupposto basilare. Un presupposto ben visibile, una volta identificato, ma che fino ad oggi è rimasto celato all’interno del rimosso più tenace di ogni individuo e collettivo. Una ricerca tesa a migliorare e difendere lo status della donna, della sua funzione materna, e di riflesso dell’umanità intera. La postanalisi, da sempre, propone, già prima di ogni altro, la parità delle quote rosa in ogni Parlamento ed in tutte le istituzione di ogni Stato, e la perfetta equiparazione dei diritti fra donna ed uomo, tenendo, giustamente, conto delle differenze psicofisiche esistenti. Una ricerca che è, in se e per se, un omaggio dovuto, a quella metà del cielo dal cui ventre fertile ogni essere umano viene concepito, nutrito e conformato, per poi essere partorito alla luce della vita.

 

Dott. Mario Bulletti

Psicologo Psicoterapeuta

Laureato in: Licencié en:

 

 

 

§         PEDAGOGIA - indirizzo psicopedagogico ( Facoltà di Magistero-Università degli Studi di Perugia Italia )

 

 

n. 79 Albo dei periti Tribunale di Perugia ( Italia )

§         PSYCHOLOGIE-LCP -troisième cycle- 150h ( Facultè de Psychologie et Sciences de l’Education-Universitè Catholique de Louvain-Belgique )

 

 

n. 1084 Registro Periti del Tribunale di Perugia

§         SCIENCES FAMILIARES ET SEXUOLOGIQUES - orientation Psycho-clinique (Facultè de Medecine-Universitè Catholique de Louvain)

 

 

n. 35 Albo professionale degli Psicologi e Psicoterapeuti –Ordine Psicologi dell’Umbria Perugia

§         FILOSOFIA- indirizzo antropologico ( Facoltà di Lettere e Filosofia-Università degli Studi di Perugia)

 

 

n. 77884 degli esperti del Registro degli Psicologi Ministero degli Esteri - Roma

§         SCIENCES FAMILIARES ET SEXUOLOGIQUES- orientation Psycho-clinique- troisième cycle - 400h (Facultè de Medecine-Universitè Catholique de Louvain)

 

 

 

§         PSICOLOGIA-indirizzo applicativo ( Facoltà di Magistero-Università degli Studi di Roma”La Sapienza” )

 

 

 

Indirizzi:Mario Bulletti

via Francesco Alunni Pierucci,33

06127 Perugia

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postanalisi@mariobulletti.it

 

 

 


APPENDICE:

 

(nota 7): G. VALERI CATULLI, Carmina, LXIII, Super alta vectus Attis celeri rate maria, traduzione a cura di G. Chiarini, Frassinelli, Milano, 1996

 

“Quando, varcati su celere nave i mari profondi, Attis

posò avidamente il piede impaziente nel bosco troiano

ed entrò nel folto, nel regno della dea recinto di selve,

qui, di furente rabbia ferito e la mente ondeggiante,

con selce affilata recise il peso del sesso.

Così, sentendo le membra svuotate del nerbo virile,

macchiando di sangue ancor fresco il suolo del luogo,

con candida mano prese, invasata, il tamburo leggero,

il tuo tamburo, Cibele, delle tue iniziazioni, oh madre,

e battendo con tenere dita la cava pelle di toro,

così prese a cantare fremendo con le compagne:

“Su, andate, oh Galle, alle fonde selve sacre a Cibele,

andate, mandrie erranti della Signora del Dindimo,

voi che, cercando come esuli luoghi remoti,

la mia fede seguiste, compagne e ancelle ubbidienti,

acque vorticose sfidando e mari in tempesta,

e il corpo eviraste in odio a Venere, smisurato:

al cuor della dea date gioia con corse sfrenate.

Via ogni indugio dal cuore: andate tutte, seguitemi

alla frigia dimora di Cibele, ai frigi boschi della dea,

dove dei cembali la voce risuona, dove rombano i tamburi,

dove suona il frigio flautista note gravi con canna ricurva,

dove le Menadi squassano il capo d’edera incoronato,

dove le sacre orge compiono con alti ululati,

dove la schiera errante della dea ama andar volteggiando:

là è bello affrettarci con danze impetuose”.

Com’ebbe così cantato alle amiche, Attis, donna incompiuta,

subito il tiaso ulula con lingua convulsa, muggisce

il tamburo leggero, tinniscono i cembali cavi, veloce

il coro si lancia verso l’Ida frondoso con piede impaziente.

Folle anelante errabonda va Attis, tutta affannata,

le compagne col tamburo guidando per opaca foresta,

come giovenca non doma che rifugge dal peso del giogo:

rapide le Galle seguon la guida dal piede affrettato;

e quando di Cibele la casa raggiungono estenuate,

per troppa fatica son vinte dal sonno e non toccano pane.

Un pigro sopore suggella i lor occhi con esitante languore.

Il rapinoso furore si volge in placida quiete.

Ma come il Sole dal volto dorato con occhi raggianti chiarì

l’albido cielo, la terra ferma, il mare selvaggio, e scacciò

le ombre notturne con gli zoccoli sonanti dei vivaci

destrieri, allora il Sonno fuggì veloce da Attis svegliata:

nel palpitante suo seno lo accolse Pasitea divina.

E come Attis dalla morbida pace senza focoso furore

riandò nel suo cuore a quanto le era accaduto,

e con lucida mente vide di cosa e dove fosse privata,

con animo in tumulto di nuovo al mare fece ritorno.

Lì, contemplando le vaste distese con occhi piangenti,

così mesta parlò alla patria con voce mesta:

“Patria oh mia creatrice, patria oh mia genitrice,

che io infelice, lasciando come lasciano i padroni

i servi fuggiaschi, alle selve dell’Ida mossi il piede

per trovarmi in mezzo alla neve e alle gelide tane di fiere

e cacciarmi in preda al furore nei lor nascondigli:

dove, in che luogo suppongo tu sia, oh mia patria?

Da sé la pupilla rivolge bramosa lo sguardo in cerca di te,

nel breve intervallo in cui sgombra è la mente di rabbia.

Dovrò dunque aggirarmi in queste selve remote da casa?

Dovrò rinunciare alla patria, ai beni, agli amici, ai genitori?

o rinunciare al foro, alla lotta, allo stadio, alla palestra?

Infelice oh infelice, piangi ancora e ancora, anima mia.

Quale aspetto, qual forma non ho io già assunto?

Io son donna, io son stato ragazzo, io giovane e bimbo,

io fior degli atleti, io ornamento dei giochi:

per me le porte si aprivano, le soglie s’empivano d’ammiratori,

la casa già tutta era piena di corone fiorite

quando lasciavo, col primo sole, il giaciglio.

Sono io adesso invece ministra di dei e schiava di Cibele?

Io Menade, io parte di me, io uomo che non può generare?

Io abiterò le fredde cime nevose del verde Ida?

Io vivrò alle falde delle alte vette di Frigia,

regno della cerva silvestre, del cinghiale di macchia?

Di ciò che ho fatto adesso mi duole, si adesso mi pento“.

Come tali suoni uscirono dalle labbra rosate,

alle orecchie degli dei portando l’annuncio inatteso,

lesta Cibele disciolse i leoni aggiogati

e pungolando la belva di sinistra così parla:

“Su, forza, va’ con ferocia, riempilo di follia,

fa’ che follia lo colga e rientri nei boschi,

lui che, libero oltre misura, vorrebbe sfuggire al mio imperio.

Su, con la coda flagellati i fianchi, battila fino al dolore,

fa’ che tutti i luoghi riecheggino del tuo fremente ruggito,

scuoti spietato la rossa criniera“.

Così minaccia Cibele e libera il giogo.

La belva s’esorta incitando il cuore selvaggio,

va, ruggisce, svelle i cespugli aggirandosi in caccia.

Ma come giunge alle umide piagge del lido lucente,

e gli appare la tenera Attis presso i flutti spumosi,

la assale. Quella fuggì dal terrore nel bosco selvaggio:

e lì per tutta la vita fu ancella della dea.

Dea grande, dea Cibele, dea signora del Dindimo,

lontano dalla mia casa stia, oh dea, il tuo furore:

altri spingi ai tuoi riti, altri rendi invasati.”

 

(nota 32): U. CORDIER, Guida ai luoghi misteriosi d’Italia, Piemme, Casale Monferrato, (Al), 1997, pp.329,330.

 

“E’ uno dei più augusti e grandiosi edifici di Roma, e il meglio conservato. Per la mole eccezionale, per il particolare carattere della planimetria, per l’armonia d’insieme e la sapienza costruttiva, si può considerare il più importante e significativo monumento dell’architettura romana.

Lo fece costruire, nel 27 a. C., Marco Vipsiano Agrippa, genero di Augusto, che lo chiamò Pantheon perché dedicato a <<tutti gli dei>>. Venne più volte danneggiato e restaurato; fu poi saccheggiato dai barbari. Nel Seicento, papa Urbano VIII Barberini fece togliere le travature di bronzo per farne il baldacchino di San Pierto e cannoni per Castel S. Angelo: in quell’occasione, sulla famosa <<statua parlante>> di Pasquino venne trovato un cartello satiruco che diceva in latino: <<ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini>>!

Il Pantheon è una struttura veramente straordinaria. Malgrado sia completamente spoglio, è tuttora mirabile per l’armonia delle proporzioni e la grandiosità delle linee. E’ preceduto da un pronao di tipo greco (m 33,10 x 15,50), composto da 16 colonne monolitiche, le più grandi che esistano (altezza m 12,50, con m 4,50 di circonferenza). La cella è costituita da un colossale corpo cilindrico del diametro di 43,30 m. e di pari altezza, sormontato da una cupola a calotta semisferica della stessa misura, la maggiore che sia stata mai costruita, alla cui sommità è praticato un foro circolare a cielo aperto del diametro di 9 m; i muri alla base raggiungono lo spessore di 6,20 m.

Nel grandioso interno sono ricavati sette grandi nicchioni, alternativamente rettangolari e circolari, che contenevano in origine le statue delle sette divinità planetarie. Il tempio è concepito come una sfera, simbolo dell’eternità degli dei, la cui metà superiore è rappresentata dalla stessa cupola e quella inferiore è tracciata idealmente nel vano dell’aula. Scrive Aldo Tavolaro: <<Il cornicione che divide le due mezze sfere può identificarsi con l’equatore celeste se consideriamo la sfera una allegoria del cielo. Il foro della sommità è il Sole che, infatti, agli equinozi proietta, sempre a mezzodì, un raggio di luce che taglia il cornicione proprio come l’astro in quei giorni taglia l’equatore celeste>>. Tutta la struttura è orientata con uno scarto di 5°, pari all’obliquità dell’orbita lunare, come il Palazzo della Ragione di Padova e Castel del Monte di Andria. [Per ciò che riguarda la sua costruzione] Secondo una leggenda, Agrippa fu ispirato alla costruzione del Pantheon da un’apparizione della dea Cibele, che gli promise aiuto in una guerra contro la Persia in cambio della costruzione di un tempio magnifico, di cui gli mostrò l’immagine. La circostanza dimostra una certa universalità ed eternità dei fenomeni religiosi: la Vergine Maria cristiana - pur con tutte le debite differenze - può essere avvicinata alla Grande Madre dei pagani, e anche Lei è sovente apparsa domandando la costruzione dei santuari.”

 



[1] J. LAPLANCHE ET J.-B. PONTALIS, Vocabulaire de la psychanalyse, PUF, Paris, 1990, FORCLUSION, p. 163.

Forclusion:

“D.: Verwerfung. – En.: repudation o foreclosure. – Es.: repudio. – I.: reiezione. – P.: rejeção o repùdio.

Terme introduit par Jaques Lacan: mécanisme spécifique qui serait à l’origine du fait psychotique.”

 

[2] LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari, 1984, PRECLUSIONE, p.393.

Preclusione:

“D.: Verwerfung. – En.: repudation o foreclosure. – Es.: repudio. – I.: reiezione. – P.: rejeção o repùdio.”

“Termine introdotto da Jaques Lacan: meccanismo specifico che sarebbe all’origine del fatto psicotico”

 

[3] R. TANNAHILL, Storia dei costumi sessuali, Rizzoli, Milano, 1985, p. 34.

“una donna di una tribù aborigena australiana, dopo che le era stato spiegato come vanno le cose secondo gli occidentali, si rifiutò nettamente di credere a ciò che le veniva detto: “lui non c’entrare niente!” disse sprezzante”

 

[4] I. MARIOTTI, Storia e testi della letteratura latina, Da Tiberio a Traiano, Zanichelli, Bologna, 1983, p. 5.

“Da Augusto Caligola riprese l’idea di un culto imperiale, ma l’attuò con giovanile eccesso e con l’inserzione di elementi orientali. Impose dichiaratamente alle comunità dell’impero, sia in Oriente che in Occidente e senza compromessi, il culto suo e dei suoi congiunti, collegandolo a quello solare: in ogni tempio di qualsiasi religione doveva essere collocata la sua effigie fra quella degli altri dei”

 

[5] LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari 1983, p. 610.

Transfert (o traslazione):

“Questo transfert di apprendimento è talora chiamato positivo,in opposizione a un transfert detto negativo che designa l’interferenza negativa di un primo apprendimento con un secondo (α).”

 

[6] LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari, 1984, PULSIONI DI MORTE, pp.464,465.

Pulsione di morte:

“Nel quadro dell’ultima teoria freudiana delle pulsioni, designano una categoria fondamentale delle pulsioni che si oppongono alle pulsioni di vita e tendono alla riduzione completa delle tensioni, cioè a ricondurre l’essere vivente allo stato inorganico. Rivolte dapprima verso l’interno e tendenti all’autodistruzione, le pulsioni di morte verrebbero successivamente dirette verso l’esterno, manifestandosi allora sotto forma di pulsione di aggressione e di distruzione”.

 

[7] vedi testo in appendice p.18

 

[8] G. VALERI CATULLI, Carmina, LXIII, Super alta vectus Attis celeri rate maria, traduzione a cura di G. Chiarini, Frassinelli, Milano, 1996

 

[9] S. FREUD, Epistolari, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, lettera del 21 febbraio 1883, pp. 31,32.

“Vi sono questioni serie che meritano di essere trattate diversamente. Probabilmente sai di che si tratta. La mamma ha deciso di andare ad Amburgo con te, prima di tutto per fare laggiù una ricognizione, poi per mettervi le tende. Schonberg le ha detto che è egoista, e che non ha trovato in lei la madre che cercava. Furono rotti i rapporti e ci fu grande ostilità. Voglio dirti subito che ho preso posizione, ma ti pregherei molto, se mi concedi una certa influenza in proposito, di non prenderne partito, nelle tue lettere, per la mamma, o di credere a tutte le sue lamentele che adesso senti su di noi. Ora non credere che io le sia ostile o abbia rinnegato l’alta opinione che ho di lei, oppure che i miei rapporti con lei siano meno affettuosi. Non credo di farle un torto; la vedo tra noi con una grande energia, spirituale e morale, capace di grandi cose, senza una traccia delle ridicole debolezze delle donne anziane, ma non si può fare a meno di riconoscere che essa prende posizione, contro noi tutti, come un uomo anziano. Per il fatto che la sua energia e il suo fascino hanno resistito così a lungo, esige ancora una piena partecipazione alla vita, e non da persona anziana, bensì vuole essere il centro, la dominatrice, il fine di tutto. Ogni uomo, giunto all’anzianità con tutti gli onori, vuole la stessa cosa, ma nella donna ciò è insolito. Come madre, dovrebbe essere felice di sapere felici per quanto è possibile i suoi tre figli, e sacrificare i suoi desideri ai loro bisogni. Non lo fa, si lamenta di essere superflua, di essere trascurata, cosa di cui noi, per la verità, non le diamo alcun motivo, vuole trasferirsi ad Amburgo per una specie di raffinato capriccio, senza tener conto che, così facendo, separa te e Schonberg, e me e Martha per lunghi anni.”

 

[10] S. FREUD, Epistolari, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, lettera a Minna Bernays, del 21 febbraio 1883, p. 32

 

[11] L.E. HINSIE – R. J. CAMPBELL, Dizionario di Psichiatria, Astrolabio, 1979, p. 24.

“Piacere del dolore. Termine introdotto da Schrenck-Notzing per comprendere sia il sadismo che il masochismo. Il sadismo viene chiamato algolagnia attiva, mentre il masochismo algolagnia passiva.”

 

[12] S. FREUD, Epistolari, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, lettera a Minna Bernays, del 21 febbraio 1883, p. 31

 

[13] D. BERTHELSEN, Vita quotidiana in casa Freud, Garzanti, 1990, p. 25.

“[Paula, la collaboratrice domestica di casa Freud]Contrariamente alla moglie di Freud, la zia le appare <<molto possessiva>>. Paula si limita a prendere atto che la camera da letto di Minna è attigua a quella dei Freud e accessibile solo attraverso questa: evidentemente nelle case dei signori tutto è un pò strano.”

 

[14] S. FREUD, in Opere, Sessualità femminile (1931), vol. XI, p. 64

“Con ciò la fase preedipica della donna acquista un significato che finora non le avevamo attribuito.           Poiché in tale fase vi è spazio per tutte le fissazioni e rimozioni alle quali siamo soliti ricondurre il sorgere delle nevrosi, pare necessario ritrattare la validità generale della tesi che il complesso edipico sia il nucleo della nevrosi.”

 

[15] S. FREUD, in Opere, Sessualità femminile (1931), vol. XI, p. 64

 

[16] ESIODO, Teogonia, 117-118.

 

[17] T. LIVII, Ab urbe condita,XXIX, 11.

 

[18] M. BULLETTI, La genesi della Violenza in Occidente, Volumnia, Perugia, 2004.

 

[19] ESIODO, Teogonia, 126-128.

Gaia per primo generò, simile a sé,

Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno,

che fosse ai beati sede sicura per sempre.”

 

[20] ESIODO, Teogonia, 161-166

Presto,creata la specie del livido adamante,

fabbricò una gran falce e si rivolse ai suoi figli

e disse, a loro -aggiungendo coraggio, afflitta nel cuore:

<<Figli miei e d’un padre scellerato, se voi volete

obbedirmi potremo vendicare il malvagio oltraggio del padre

vostro, ché per primo concepì opere infami>>.”

 

Teogonia, 178-182

ma dall’agguato il figlio [Crono] si sporse con la mano

sinistra e con la destra prese la falce terribile,

grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre

con forza tagliò, e poi via li gettò,

dietro;”

 

[21] A. CATTABIANI, Calendario, Rusconi, Milano, 1989, p. 162.

“Egli [Attis, figlio di Cibele] torna alla madre primordiale, ridiventa androgino in lei, si separa dalla propria virilità per risorgere nell’Uno.

Il rito che rammentava il mito e lo attualizzava per i partecipanti, si svolgeva nella seconda quindicina di marzo, intorno all’equinozio di primavera: cominciava il 15, che nel calendario lunare antico era il giorno della luna piena, e culminava nei giorni che segnavano il passaggio del sole dallo zodiaco meridionale a quello settentrionale. Questo legame con la luna piena e il sole trionfante, su cui è superfluo spendere commenti, è testimoniata da una statua ai Musei Vaticani dove Attis appare con il berretto frigio ornato da una falce lunare e i raggi solari.”

 

J. FRAZER, Il ramo d’oro, Boringhieri, Milano, 1973, XXXIV. Il mito e il rituale di Attis, vol. I, p. 546

“Si davano [i novizi] in preda alla più sfrenata eccitazione e lanciavano i pezzi tagliati del loro corpo verso la statua della crudele dea. Questi mutili strumenti di fertilità venivano poi impacchettati e sepolti rispettosamente in terra o in camere sotterranee sacre a Cibele, dove, come per il sacrificio del sangue, venivano forse considerati capaci di richiamare Attis in vita ed affrettare la risurrezione generale della natura, che allora faceva germogliare le foglie e sbocciare i fiori sotto il sole primaverile”

 

[22] J. FRAZER, Il ramo d’oro, Boringhieri, Milano, 1973, XXXIV. Il mito e il rituale di Attis, vol. I, p. 546.

“... la madre di Attis concepì suo figlio ponendosi in seno una melagrana proveniente dagli organi genitali tagliati ad un mostro chiamato Agdestis, una specie di doppione di Attis.”

 

[23] Enciclopedia della geografia, edizione De Agostini, Novara, 1993.

“Olimpo (Grecia), il più alto (2917) massiccio montuoso della Grecia centro-orientale, tra Tessaglia e Macedonia. Nell’antichità, sulla sua vetta, spesso nascosta dalle nubi, si riteneva avessero la loro dimora gli dei.”

 

[24] F. CASSOLA, Inni Omerici, Mondadori, Milano,1991, p. 327

“Alcuni studiosi moderni chiamano la madre degli dei «Cibele» (Κυβέλη), e quest’uso, che ha il vantaggio della semplicità, non può dirsi scorretto; ma non va dimenticato che il nome Cibele, come Idea, Dindimene, ecc., deriva da un toponimo (i monti Kybela) …”

 

[25] S. FREUD, in Opere, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Primo saggio. Le aberrazioni sessuali, 4. Pulsione sessuale dei nevrotici, vol. IV, p. 477.

“I sintomi dunque si formano in parte a spese della sessualità anormale; la nevrosi è per così dire la negativa della perversione.

 La pulsione sessuale degli psiconevrotici permette di scorgere tutte le aberrazioni che abbiamo studiato come variazioni della vita sessuale normale e come manifestazioni di quella morbosa.

a) In tutti i nevrotici ( senza eccezione ) si trovano nella vita psichica inconscia moti di inversione, ossia fissazione della libido su persone dello stesso sesso.”

 

[26] ESIODO, Teogonia,191-193

 

[27] E. ROUDINESCO Y M. PLON, Diccionario de psicoanàlisis, Paidòs, Buenos Aires, 2005, p. 322.

 

[28] A. MARCHESE, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, Milano, 1989, voce METONìMIA, p. 190.

 

[29] T. LIVII, Ab urbe condita,XXIX, 14.

 

[30] T. LIVII, Ab urbe condita,XXIX, 10.

 

[31] Vedi testo in appendice p.19

 

[32] U. CORDIER, Guida ai luoghi misteriosi d’Italia, Piemme, Casale Monferrato, (Al), 1997, p.330.

 

[33] G. DEVOTO, Dizionario Etimologico, F. Le Monnier, Firenze, 1989, p.301.

 

[34] A. CATTABIANI, Calendario, Rusconi Milano, 1989, p. 32.

 

[35] T. MEADEN, Stonehenge- il segreto del solstizio, CDE, Milano, 1998, p. 63.

[36] Ibidem, p. 43.

 

[37] U. CORDIER, Guida ai luoghi misteriosi d’Italia, Piemme, Casale Monferrato, (Al), 1997, p.329.

 

[38] R. TANNAHILL, Storia dei costumi sessuali, Rizzoli, Milano, 1985, p.5

 

[39] C. RENDINA, I Papi, Newton Compton, Roma, 1983, p.170.

 

[40] E. FRANCIA, La Basilica di S. Pietro, De Agostini, Novara, 1983, p.41.

 

[41] E. FRANCIA, La Basilica di S. Pietro, De Agostini, Novara, 1983, p.34.

 

[42] R. DEL PONTE, La religione dei romani, Rusconi, Milano, 1992, pp.262,263.

“Fra il 382 ed il 391 (di fatto sino al 394) si vivrà a Roma una situazione veramente insolita. Non esiste più culto di Stato, ma i collegi sacerdotali continuano a sussistere e ad officiare i loro riti: le spese sono sopperite dall’ingente patrimonio delle famiglie più ragguardevoli dell’aristocrazia senatoria. Nel santuario della Grande Madre al Phrygianum – oggi sotto le fondamenta di San Pietro – i dati epigrafici delle iscrizioni commemorative ci parlano di riti effettuati ininterrottamente almeno sino al 390”

 

[43] J. FRAZER, Il ramo d’oro, Boringhieri, Milano, 1990, XXXVII. Religioni orientali in Occidente, vol. II, pp. 565, 566.

 

[44] A. CATTABIANI, Calendario, Rusconi Milano, 1989, pp.163,164.

 

[45] R.AUBERT-G.FEDALTO-D.QUAGLIONI, Storia dei Concili, San Paolo, Milano, 1995, p.15.

 

[46] EUSEBIO DI CESAREA, Storia ecclesiastica e i Martiri della Palestina, trad. e note di G. Del Ton, Roma-New York 1964, 5, 16,; 5, 23, 24: pp.384ss,408ss.

 

[47] R.AUBERT-G.FEDALTO-D.QUAGLIONI, Storia dei Concili, San Paolo, Milano,1995, pp.277-278.

 

[48] T. MEADEN, Stonenghe, Armenia-CDE, Milano, 1998, pp.20,21.

 

[49] J. FRAZER, Il ramo d’oro, Boringhieri, Milano, 1973, XXXIV. Il mito e il rituale di Attis, vol. I, p. 548.

 

[50] LAPLANCHE-PONTALIS, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari, 1984, p. 514.

Rimozione:

si attua nei casi in cui il soddisfacimento di una pulsione, atta di per sé a procurare piacere, rischierebbe di provocare del dispiacere rispetto ad altre esigenze.

 

[51] A. CATTABIANI, Calendario, Rusconi Milano, 1989, p. 163.

 

[52] S. FREUD, in Opere, Il tramonto del complesso edipico (1924), vol. X, p. 28.

 

[53] S. FREUD, in Opere, Boringhieri, Torino, 1979, Sulla psicoanalisi (1911), vol. VI, p. 496.

 

[54] C. MüELLER, Lessico di psichiatria, Piccin, Padova, 1980, Autolesionismo-Automutilazione, p. 93

 

[55] LAPLANCHE-PONTALIS, Eciclopedia della psicoanalisi, Laterza, 1984, PSICOSI, pp. 439,340.

 

[56] S. FREUD, in Opere, Inibizione, sintomo e angoscia (1925),Capitolo 11. Aggiunte, A. Modificazione di vedute già esposte, vol. X, p. 304.

 

[57] H. THOMAE, 1954 (a cura di) Handbuch der Psychologie 3: Entwicklungspsychologie, C.J.Hogrefe, Göttingen, p. 242.

 

[58] L. J. KAPLAN, Perversioni femminili, CDE, Milano, 1992, p. 226.

 

[59] S. FREUD, in Opere, Inibizione, sintomo e angoscia (1925),Capitolo 11. Aggiunte, A. Modificazione di vedute già esposte, vol. X, p. 304.

 

[60] M. GIMBUTAS, Il Linguaggio della Dea, Introduzione, XX-XXI.

 

[61] L. & F. CAVALLI-SFORZA, Chi siamo, Mondadori, Milano, 1995, p. 221.

 

[62] G.MANZI, Argil, l’antenato d’Europa, in “Le Scienze”, 428/Aprile 2004, p.53.

“si candida come rappresentante dell’umanità che diede origine alla divergenza evolutiva tra le linee del Neanderthal e di Homo sapiens”

 

[63] M. GIMBUTAS, Il Linguaggio della Dea, Pg. 21/ La vulva rigeneratrice: triangolo, clessidra e zampe di uccello, p. 237, vedi fig. n°369.