MADONNE PIANGENTI ED ALTRI PRODIGI

 

di  Vittorio Vanni

 

Avete notato la navigata ambiguità della Chiesa Romana di fronte ai miracoli?

Da un lato il Papa si mette in camera la riproduzione della Madonna di Civitavecchia, dall’altro le gerarchie ecclesiastiche fanno le schifiltose, facendo finta di impiparsene dei miracoli.

            Credo che vi sia una sola ragione per cui i cattivi faccian piangere le Madonne. Zapatero sta facendo le scarpe agli ultimi respici dei privilegi ecclestici. Abolire l’ultimo obolo? Far pagare le tasse al sacro? Ma piangerebbe anche la più misconosciuta delle Sante, quella tal Santa Cunnigaudia, fondatrice dell’Ordine delle Antefissine della Sacra Coratella, la cui agiografia ci è stata tramandata da Tommaso Crudeli.

            Di fronte a tanta ipocrisia, vien voglia di credere ai miracoli, troppo pochi di fronte ai bisogni dell’umanità. Ben pochi, nel crepuscolo del secondo millennio dell’era cristiana, credono ancora ai miracoli ed ai prodigi. Fra questi, paradossalmente, non vi  è la maggioranza dei clerici, ma molti di quei laici non materialisti che siano lettori e cultori delle steganografie Tritemie, delle analogie cosmiche d’Agrippa, del pensiero magico-primitivo del De Martino, delle nevrotiche ed eleganti analisi Freudiane, dell’universo sincronico di Jung

            Questi, epigoni di un rinnovato platonismo ed avanguardie di una gnosi futura, sempre malinconicamente sognanti della reintegrazione, in un perduto ed illuminato candore, ammirano i composti e tenaci misticismi delle tetragoni stirpi contadine del Veneto e le focosità religiose delle popolazioni meridionali , con le loro Pizie, Sibille e tarantolate, con le loro Saruzze e Natuzze, serpentari e flagellanti, battuti scalzi e penitenti incappucciati; ma questa ammirazione è   forse più rivolta al loro ruspante e prorompente paganesimo di fondo che a quel labile velo di religiosità cattolica la cui trasparenza ben poco nasconde.

            Il popolo, la cui fede non deriva dal sentimento, dalla ragione o dalla gnosi, ma da una istintualità profonda e pagana, non teme il miracolo ma lo cerca e lo ama, come una sua propria manifestazione e come una liberazione anche violenta dalla teologia e dalla morale delle religioni dominanti, poco comprese ed ancor più, nascostamente, meno amate.

             Un’altra categoria che non teme i miracoli è  quella. acculturata, sin dalla fine dello scorso secolo, degli esperimenti sulle manifestazioni isteriche di Charcot alla Salpetriére, che non contesta affatto la verità delle stimmate, delle estasi e dei deliqui, delle infinite manifestazioni della psiche sul soma e sulla materia vivente ed inerte.

            I miracoli, quotidianità dell’uomo nell’eternità del divino, non li meravigliano ne li entusiasmano, come sanno invece meravigliargli le rozze, ma efficaci ciarlatanerie dei vari maghi anubi, ed ancor più l’immensa stupidità dei loro clienti.

            Un’ulteriore categoria di credenti del miracolo, meno numerosa, ma più pragmatistica, è  quella dei parroci campestri e periferici, che vedono aumentare il fervore dei fedeli e, con esso, la speranza di maggiori prebende, ad ammolcire l’amarezza delle scomparse sinecure, trasmutate, aimè, in vere sicumere.

            Caratteristica    invece la disdegnosa neutralità delle gerarchie ecclesiali, a cui il miracolo   sempre fastidioso, così come i santi di troppo elevata (e quindi eterodossa) statura, a cui si preferisce quelli di minore e non eroica indole, quelli domestici, allevati in batteria nelle curie, miti ed arrendevoli alle necessità dei capintesta.

            A queste necessità, certi miracoli poco finalizzati potrebbero intralciare i minuetti, gli inchini, le graziette ed i baciamano con gli imperatori di turno, che considerano il sacro solo in funzione dell’utilità politica e sociale e la religione l’oppio dei popoli altrui.

            Dal punto di vista degli eterni Principi, è ben più pericoloso il fervore anarchico ed entusiasta delle plebi più povere di fronte ai miracoli che tutta la teologia della liberazione.

            I semplici, pur intasando di fogli da centomila le immagini dei venerati santi protettori, non versano il prezioso otto per mille sul reddito; è  preferibile quindi non conturbare lo scetticismo agnostico dei moltissimi tiepidi borghesi, cattolici e scristianizzati assieme, i cui attuali costumi scandalizzerebbero il più libertino degli illuministi.

            Se le immaginette kitsch di un’altissimo Principio oggi piangano, così come piangevano, sorridevano od assentivano le immagini degli dei falsi e bugiardi, il prodigio, come sempre,  è nell’uomo e nelle sue facoltà meravigliose, ed ancora poco conosciute, di esprimere sempre e comunque una incomprensibile volontà superiore o, a volte, di truffare i gonzi ed i semplici,

            “Todo modo per buscàr la voluntad divina” diceva Ignazio di Loyola e nella sua frase, certo plurisignificante, vi è  tutta la saggezza e la malizia assieme di ogni religione mai professata.

            Ma la volontà divina abbaglia i ciechi e non si rivela in quegli infinitesimali frammenti di specchio della verità che sono le religioni, intermediazione troppo umana e quindi imperfetta fra l’uomo, l’universo e Dio, la cui unicità non può non essere sempre libera, diretta e personale..

            Non saremo certamente noi, laici e massoni, a negare che lo spirito soffia dove vuole e quando vuole, ma mai nelle aule del potere e della contraffazione.

            Che ben ritornino quindi, nuovo millennio, i prodigi e gli arcani; che dai labirinti e dalle grotte rispuntino i grifoni e le manticore, le sirene e le chimere; che le statue si animino, che le Pizie s’invasino, che le Sibille profetizzino; finché la Stella del Mattino, simbolo dello spirito libero, riporti ancora nel volgere delle ere e delle età, l’ordine divino nel caos dei sentimenti e dei pensieri dell’umanità..