LA STREGA

di Vittorio Vanni

 

La strega – L’Infanzia

 

I ricordi affioravano lentamente, come vaghe nebbie ai monti, e subivano delle trasformazioni, come se la realtà passata potesse essere trasmutata dalla realtà presente.

La mia casa, in un piccolo borgo montano, era senza uomini, ed era già un motivo di diffidenza nel paese. Mia madre e mia nonna vivevano tuttavia una vita senza offese e prevaricazioni, protette dalla loro fama un po’ ammirata ed un po’ sinistra.

Il camino era sempre acceso, e l’aroma delle vivande era sempre mescolato a quello più pungente ed aspro delle erbe, che in decotto, infusione, o distillate, erano l’odore delle mia infanzia, l’odore di mia madre, della mia casa ed il mio stesso.

Ad ogni parete vi erano delle mensole che innalzavano vasi di terracotta, in cui con il carbone erano iscritti segni incomprensibili a tutti, tranne a chi li aveva tracciati. Erano solo dei poveri geroglifici da analfabeti, ma agli occhi di tutti sembravano segni arcani, pericolosi.

Mia nonna parlava pochissimo, mia madre non stava zitta un attimo, ma il suo parlare continuo del poco o del nulla della nostra vita quotidiana era una forma più sofisticata di silenzio, ed io imparai presto che il sapere tace perché è atto, gesto, e la parola che crea non è quella che esprime. Nella mia casa il sapere era soprattutto guarigione, o perlomeno sollievo al dolore, linimento alle piaghe, sonno che ristora.

Il denaro era una meraviglia rara, quasi sconosciuta al piccolo vaso in cui era conservato. Chi cercava rimedio ai suoi mali, portava piccole cose, i vegetali ed i cereali, le uova della gallina, un poco di farina o d’orzo, miglio e vecce.

A volte il sollievo di una guarigione clamorosa accendeva l’allegria dello spiedo, dove girava con brio un coniglio smilzo o la tonda carcassa di una gallina. Non amavo molto la processione delle paesane che, un po’ intimorite, prolungavano le chiacchiere dopo la confezione delle medicine e spesso mi addormentavo sulle mie braccia incrociate, sul rozzo tavolo di cucina.

Il loro cicalare mi assopiva e mi riassicurava, mi dava la sensazione d’avere, come tutti, la casa piena di una famiglia di fratelli e sorelle, zie e nipoti.

Mi stupiva la nostra solitudine, ma non mi pesava, piena, com’era, del caldo del camino e delle zuppe, delle carezze di mia nonna e di mia madre, delle lunghe favole zeppe di stupori e meraviglie che facevano a gara a raccontarmi.

Sapevo che quando il materasso morbido e le coperte amorevoli mi donavano il sopore profondo della fanciullezza, il variare costante della luna dava una lucentezza fervida agli occhi delle due donne che componevano la mia famiglia. La pioggia invisibile dei raggi lunari le trasformava, come in un’ebbrezza, ed i loro volti splendenti erano il riflesso della dea nella loro natura.

Ogni domenica mi portavano a messa, negli ultimi banchi in fondo alla chiesa, dove il prete ci tollerava senza tuttavia negarsi, a volte, di predicare brontolando contro la superbia di chi vuol conoscere e guarire senza esser potente o sacerdote. Nessuno in fondo ci amava, ma nessuno alzava la voce contro di noi, nessuno il dito.

Vivevamo in pace nelle nostre piccole cose amate.

Ciò che adoravo erano le grandi passeggiate nei colli alti o nelle montagne, alla cerca d’erbe rare e preziose. Di giorno o di notte, secondo le stagioni e le fasi della luna, camminavano senza fretta, guardando la terra carica e rigogliosa delle centomila mammelle gonfie di nutrimento e di bellezza.

I colori ed i profumi erano infiniti ed ognuno di essi era insegnamento e gioia nel contempo.

Mia nonna mi diceva con compunzione e sottovoce:

 

Ogni erba è una stella. Vedi, nella notte, quante sono le piccole luci? Anche loro hanno un profumo ed un colore particolare di cui le erbe e le pietre si sono impregnate. Si, anche le pietre. Le pietre vivono sai? E crescono come i bambini, ma tanto lentamente che nessuno può notarlo. Annusa. Guarda, ed anche tu potrai veder crescere le pietre, sentirne il respiro lentissimo. Le pietre e le erbe parlano.  Anche tu un giorno potrai sentire la loro voce, perché hai il dono e la dea ti aiuterà”

 

Io non sapevo chi era questa dea; era il segreto delle mie donne, ma a volte, nei sogni, vedevo un volto dolcissimo e luminoso che mi sorrideva.

Non frequentavo gli altri bambini. Nessuno m’invitava nella loro casa, e sapevo che se avessi invitato qualcuno a giocare, non gli avrebbero permesso di venire. Non ne soffrivo però. Era il mio modo di vivere, era quello della mia famiglia, era la normalità quotidiana della mia vita.

Nella mia casa non vi erano giocattoli come nella casa delle altre bambine, ne gattini o canini, ma io non ne sentivo la mancanza,

Mia madre mi faceva vedere nella mezzina dell’acqua miriadi di piccole donne-pesciolini che chiamava ondine, ed io m’incantavo a vederne le giravolte, le sussiegose nuotatine in cui mettevano in mostra le loro graziette, le loro infinite e reciproche querele.

Oppure, mi metteva di fronte al fuoco del camino e mi metteva la mano sulla testa. Allora, vedevo gli animaletti che abitano nel fuoco, le salamandre, simili a grosse lucertole color rosso vivo, con occhietti neri come il carbone e vivaci come cutrettole.

Avevo però degli amici, che neanche mia madre e mia nonna vedevano, ma che per me erano sempre presenti. Erano un po’ silenziosi per la verità, ma io parlavo anche per loro.

Il mio preferito era un omino piccino e bruttino, dalla bazza a punta e dal grande naso ricurvo, che viveva dietro la trave maggiore della mia casa. Non rideva mai, e mi raccontava a volte di pene che non capivo bene, ma nonostante la sua tristezza ero attirata dai grandi occhi scuri ed infossati, dal suo modo di posare, dolente, la testa sulla sua spalla destra.

 Ma il più buffo era un ometto tarchiatotto dalla lunga barba, che quando parlava brontolava sempre ed era irritato contro tutto e contro tutti. Vi erano poi delle donnine piccolissime e graziose, che a volte intravedevo solo come dei puntini luminosi. Mi volevano tutti bene, così come io gliene volevo ed a volte mi portavano dei regali che io conservavo e nascondevo con cura nel mio tesoro.

Fra le altre meraviglie, avevo un guscio di tartaruga gigante, delle conchiglie bellissime, delle piume coloratissime d’uccelli mai visti, delle uova grandi come mele, che non si schiudevano mai. L’ometto tarchiatotto mi portava poi delle pietre trasparenti e colorate con cui a volte giocavo.

Da quando la mia testa aveva superato il tavolo di cucina, la nonna mi dava dei piccoli lavori, il pavimento da spazzare, il focolare da pulire, e, quando faceva il pane, mi faceva fare delle schiacciatine, da impastare ed infornare.

Ma quando rimescolavano erbe e cose strane nel calderone, mi era permesso solo di assistere.

Mi piaceva l’odore pungente ed aspro delle erbe lungamente cotte, l’acqua bollente che diventava color smeraldo con sfumature cangianti d’ogni colore.

Queste operazioni erano svolte solo quando la luna non vi era o quando era piena del suo faccione nel cielo notturno.

A veglia, in queste occasioni, mia madre cercava di spiegarmi perché:

 

Vedi, piccina, nelle erbe e nelle pietre vi è tanta forza, tanto bene, ma non sempre questa forza e questo bene è uguale. Per cogliere ciò che è utile agli uomini, bisogna conoscere il tempo, il luogo ed il modo. Ma anche questo non basta. Ci vuole il gesto e la parola. Il gesto è la parola del corpo. Nelle tue mani vi è il sole e la luna, ed ognuno dei tuoi diti è uno dei loro diversi raggi. La parola è suono, vibrazione, forza, ma questa si disperde senza il carme che incanta.  Canta con me:

 

Lucciola lucciola vien da me

Ti darò il pan del Re

Ed il pan della Regina

Lucciola lucciola poverina…

Io non capivo molto, anche se il suono armonioso della voce di mia madre mi faceva intravedere delle porte sconosciute, che a volte si aprivano un attimo a rivelare immagini luminose e confuse..

Poi il sonno mi prendeva, e scivolavo, protetta e sicura, una calda oscurità di braccia morbide ed amorose.

Mia nonna aveva un volto duro, pieno delle pieghe sempre più profonde nel tempo. I suoi occhi erano spesso gelidi, inespressivi, vuoti. Raramente l’ironia e l’allegria vi guizzavano, ed allora il color castagna della pupilla riprendeva vigore, si accendevano bagliori dorati.

            Mia madre la chiamava mamma, ma il suo nome era Consiglia, e mai nome era stato così appropriato. Ma chi consiglia gli altri per tutta la vita, difficilmente poi sa accettare, a sua volta, i consigli.

Mia nonna si rinchiudeva sempre di più in sé stessa, negandosi tutto, anche il bicchiere di vino al camino, e mangiava sempre meno, parlava sempre meno, e diventava sempre più magra, pallida, assente.

Mia madre non se ne preoccupava. Le voleva bene, ma diceva che ognuno ha il suo destino, che le stelle scrivono nel cielo. Mi parlava anche della morte, dicendomi che un giorno anche loro sarebbero rimaste ferme, immote, sempre più fredde.

Per un po’ sarebbero rimaste vicine a chi gli voleva bene, invisibili, ma presenti. Poi sarebbero volate via, in un posto bellissimo che conoscevano già, riservato a chi sapesse vedere oltre le cose.

Mia madre intuiva che avevo già visto quel posto, che visitavo nei sogni. Non era come la campagna oltre il mio borgo, bella, ma sempre uguale. Ciò che si vedeva era sempre mutabile, vi erano colori nuovi, e tutto viveva e mutava, anche gli alberi azzurri, i cieli arancione e giallo, le pietre violette.

Vi erano tanti bambini come me, e tutti avevano qualcosa dei cuccioli d’animale con cui avevo desiderato giocare; la coda del cane o od i baffi del gatto, il becco dell’oca, od il musino tenero del vitello. Là, finalmente, giocavo con loro, come se fossero stati i bambini del villaggio.

Mia nonna e mia madre cucinavano a turno, ma non v’era molta varietà di cibi. Il latte ed il formaggio della capra, le erbe dell’orto, la frutta a sua stagione appena staccata dall’albero, le povere cose che ci portavano i poveri come noi, le uova, l’orzo ed i ceci, il lardo che affumicava lentamente all’angolo del camino, il pane nella madia, il vino nella botte, erano il nostro nutrimento, la nostra gioia quotidiana.

Non so se ero una bambina felice. Il desiderio e la nostalgia della felicità, la sua stessa idea, nascono dalla sofferenza, ed io avevo calore, affetto, cibo ed anche gli svaghi ed i sogni che altri bambini difficilmente hanno.

Ma vi erano momenti in cui vedevo mia madre e mia nonna che parlavano piano, per non farsi sentire. La loro espressione era preoccupata, i lineamenti tesi, il bisbiglio affannato.

Mi è difficile descrivere l’emozione di un sentimento infantile che non conosceva ancora la paura, l’ansia, la preoccupazione.

Era come se un’acqua chiara e ferma si coprisse ad un tratto di fremiti oscuri, rivelandomi una presenza che ancora non potevo definire male, ma che intuivo, nei precordi, come il soffio della vipera che avevo sentito un giorno, nella proda vicino alla sorgente.

Solo in quei momenti concepivo l’esistenza di un bene, tanto quotidiano e banale da essere quasi inesistente quando non se n’intuisca una possibilità di privazione.

In quei momenti, in quell’infanzia protetta e amata che non conosceva ne odio ne dolore, si risvegliò la mia natura ardente d’amore e di ribellione, d’odio e compassione. Si rivelarono i miei fati, nel vento torrido, e gelido, assieme della libertà.

Ma ancora non sapevo che questa mia natura di fuoco e di vento, che impauriva ed abbatteva i deboli, che ingelosiva gli ipocriti ed insospettiva i potenti, era quella stessa di mia madre e di mia nonna, che gli stupidi chiamavano sottovoce “Streghe”.

Si assumono sempre, per orgoglio, gli epiteti ingiuriosi con cui gli “altri” vorrebbero definirci. E strega, dunque, sia.

 

LA STREGA – L’ADOLESCENZA

 

Le mie donne cercavano i segni di una mia acerbissima maturità, e, calcolando le lune, mia madre mi prese in un canto, e mi rivelò che la dea presto avrebbe dato il suo presagio di vita, e m’insegnò a non aver paura del sangue che sarebbe scorso.

Quando dal mio sesso cadde a terra una goccia di sangue, andai da lei, come mi aveva detto, e m’insegnò a bendarmi, ed a sbendarmi spesso, gettando immediatamente il panno nell’acqua amara dove la cenere era stata filtrata più volte.

M’insegnò molte cose, che sono i primi segreti delle streghe. Posso dire soltanto che in quei giorni non avrei più dovuto guardare il fuoco, o il volto della luna, espormi alla pioggia od al sole, ma che, in caso di necessità, avrei potuto comportarmi come sempre.

Le donne del villaggio, al primo menarca delle loro figlie, che il prete riteneva motivo d’abominio, diventavano, nei loro confronti, più austere, più sospettose, più oppressive.

Le donne erano punite con il sangue, dicevano, della colpa d’Eva, che d’ora in poi le avrebbe esposte al demonio ed al peccato. Avrebbero dovuto coprirsi i capelli, imporsi di abbassare sempre gli occhi di fronte agli uomini, confessarsi e punirsi per ogni piccolo rossore, ogni piccolo turbamento.

Ma le streghe, invece, facevano festa e mia madre e mia nonna tolsero qualche soldo dal piccolo vaso, per acquistare un vino rosso potente dal taverniere ed un’oca grassa dalla vicina.

Erano euforiche, quella sera, per la gloria del vino forte e per una felicità che si produce raramente nel tempo, e che si ricorda per tutta la vita.

La dea iniziava ad esplorare la mia mente ed il mio corpo. Diventai più inquieta, nervosa, irritabile.

Non amavo più il camino, gli amici invisibili, il mio tesoro segreto. Andavo per i campi ed i pascoli, sempre di corsa, ad osservare il lavoro dei contadini e dei pastori, sfidandoli con occhio altero.

Portavo i capelli lunghi sciolti, senza cuffia o velo, camminando svelta con un incedere da regina, nella mia solita gonnella bruna lavata e rilavata. Mi facevo corone di margherite al primo sole della primavera, o mi adornavo gli orecchi di quelle bacche rosse che la voce popolare diceva cibo da serpenti.

Non avevo specchi, se non il motile riflesso della mia immagine nell’acqua. Le rozze fattezze delle villane, piegate sul lavoro dei campi, o umiliate dalla spossatezza dei tanti figli, non mi davano paragoni.

Ma lo sguardo torvo degli uomini, che cercavano già di indovinare le forme appena nascenti del mio seno mi rivelava, anche da lontano, il fiato acre e torrido del loro desiderio.

Non conoscevo l’amore, se non quello del becco e del verro, del toro e del gatto, che morde torbido il collo della gatta. Nel pollaio, osservavo l’arroganza tronfia del gallo che, quasi con disprezzo indifferente, si compiaceva di coprire l’umile condiscendenza delle sue galline.

Se da bambina guardavo incantata queste stranezze, ora ridevo al teatro sempre uguale della copula animale, lo starnazzare e lo spiumare delle ovaiole, le ripulse e le fughe, il loro coccodè un po’ sdegnato, negante ed affermante assieme. Ridevo dei tentativi maldestri del gallo, che aveva lasciato l’incedere aulico, lo sventolio eroico delle sue ali nel chicchirichì, per un difficile e ridicolo equilibrio su piume aliene, con un’asta corta e troppo rapida.

Ma in questa commedia, la fine è sempre uguale, e non si ringrazia nemmeno il pubblico.

Il mio riso di bambina, appena malizioso, diveniva sempre meno credibile, per un brivido un po’ molesto ed un po’ cercato che un’inquietudine a volte febbrile mi procurava.

Mia madre non apparteneva a nessuno e quindi non aveva un uomo che la proteggesse. Nell’opinione dei più, una donna sola appartiene a tutti ed ogni maschio ha, su di lei, il diritto di foia. Paradossalmente, poi, s’immagina che, non avendo uomo, sia sempre in calore come le cagne. Una donna sola non ha la dignità del suo corpo, ma solo una fodera per le brame.

Non ha nemmeno anima. L’anima delle donne è solo quella che il marito, raramente, le presta. Una donna sola, qualsiasi età possieda, è preda di lussuria, è carne del demonio; è una strega.

Mia madre conosceva ed apprezzava la forza di vita e di libertà che è in ogni natura, soprattutto quella che era in lei, ma conosceva anche il mondo.

Per non subire gli attacchi violenti dei villani, riceveva ogni tanto il capitano del castello, di cui tutti avevano, giustamente, paura.

Fin da bambina la mia curiosità aveva sbirciato gli incontri di sua madre e del capitano.

Mia madre, con le sottane alzate ed il ventre nudo, mordicchiava una mela per la noia, senza darsi nemmeno la pena di qualche strilletto.

Il capitano, con le brache abbassate ed il viso rosso, si affannava e sudava, sbrigandosela in un baleno. Data la fama di mia madre, non ardiva domandare, come in altre più comode occasioni, se le sue prodezze avessero donato stupefacenti estasi.

Ma il modo tronfio in cui si riallacciava la bandoliera, il moto altezzoso con cui si attorceva il baffo destro dimostravano l’alto concetto che aveva di sé come amatore, che le contadine esaltavano all’eccesso, ridendo a bocca chiusa.

Mia madre aveva un amore. Era un garzone di contadini che avevano un pezzo di terra poco lontano dalla nostra. Era riccioluto e magro, ma reso forte e torsuto dai lavori dei campi. Non parlava quasi mai, ed era ritenuto un po’ matto per il suo affetto ridente e commosso per le persone e per gli animali. Forse, era solo un po’ ritardato.

Mia madre lo teneva nel suo letto per ore, nudo e sempre un po’ impaurito all’inizio, ma poi lentamente rivelava dolcezze e tenerezze quasi infantili, il suo vigore da puledro maturo. Mia madre lo amava molto, e parlava ai suoi occhi muti e grandi ed attenti, carezzandolo, calmandolo, producendo in lui la gloria e lo splendore turgido del toro.

Erano solo questi i suoi filtri e le sue malie, anche se a volte la dea si manifestava in lei, per godere la vita della materia nella materia.

Da tempo, non osservavo più quel groviglio di bianchissima e morbida carnagione femminile e d’olivastra e dura pelle di maschio. I miei turbamenti non sopportavano di dipendere da quelli di mia madre.

Il mio fuoco nascente mi consumava e diventavo dispettosa, bisbetica ed aggressiva verso le mie donne, che cominciavano ad irritarsi ed a preoccuparsi per me.

Temevano che il mio ardore di vita potesse farmi diventare soggetta e schiava di un bruto qualsiasi, che il vento della libertà potesse insaccarsi ed estinguersi in due tubi di sporche brache.

Decisero quindi che era già il tempo dell’iniziazione.

Una sera, al camino, mia madre mi preparò un decotto dal gusto mai sentito, amaro e dolce assieme, che scendeva dentro di me come un torrente gonfio e torbido dopo le piogge.

            Il liquore caldo mi ampliava, la mente mi brillava e sentivo una musica che non intristiva come quella che sentivo in chiesa, ma dava una gioia intensa e leggera, gaia come le mattine fresche e soleggiate d’alcuni aprili.

             Il mio corpo era sempre presso il camino, ma vi era anche una me stessa che mi vedeva a filare, calma, un po’ di lana assieme alle mie donne. E vedevo mia nonna come trasfigurata in un’antichissima ed eterna gioventù. Il suo volto era tondo e leggiadro, pallidissimo e dorato assieme.

Vedevo il suo sorriso, sempre più raro, distendersi come la luce lunare, in una chiostra di denti bianchissima e perfetta.

La silente parlò, ed il suo tono non era più quello che si usa con i bambini. Le sue parole erano serie e compunte, ma danzavano e brillavano come le lucciole di maggio.

 

Una volta, sulle nostre montagne, vivevano donne come noi, felici come le caprette sui balzi, cogliendo erbe e fiori per curare gli infiniti mali degli uomini. Quando avevano la tua età, venivano degli uomini dalle vesti candide, ci radunavano presso un ampio spazio che il bosco non osava occupare, presso una fonte d’acqua freschissima.

C’imponevano le mani sulla testa ed allora dormivamo e viaggiavamo là dove è tutto è verità, la verità semplice dei semplici, dove le erbe, le pietre e le stelle dimorano assieme, e si compenetrano nell’armonia, nel Ritmo senza rumore e nella Parola che non dà suono, ma muta vibrazione.

Stelle ed erbe e pietre ci rivelavano i segreti del loro amore, le infinite variazioni eteriche e materiche assieme di ciò che è, senza necessità di aver senso, tempo, luogo e modo.

Imparavamo a cogliere l’analogia della vibrazione del nostro corpo con quella di ciò che era esterno a noi, ed a renderle armoniche, a farle viaggiare assieme, in una bolla trasparente e lucente come quelle del sapone, nell’universo infinito.

Poi ci risvegliavano, nella notte fonda, e c’indicavano il volto pieno della nostra dea ed i suoi molti nomi. Poi se n’andavano, ma noi non saremmo mai più state le stesse.

Le anziane si prendevano cura di noi e c’insegnavano come le lontane ed astratte verità potevano essere catturate con la rete dei sogni, come le farfalle, c’indicavano i tempi, i luoghi ed i modi dell’arte.

C’imponevano il “rede”, l’unico comandamento di libertà: ama e fa ciò che vuoi. Ci spiegavano le conseguenze ed i fati: ciò che fai di bene ti sarà reso tre volte, ciò che fai di male ti renderà tre volte male.

Non dovevamo essere di nessuno, se non di noi stesse, ma, se lo volevamo, potevamo cogliere il fiore dell’amore e del piacere sempre e dovunque, purché la nostra libertà fosse anche la nostra dignità. Ma non vi è libertà che non sia nel contempo dignità, non vi è alcuna dignità senza la bellezza della libertà.

La dea che non ha nome, ed ha tutti i nomi, ci avrebbe dato in regalo un magico anello d’oro anguiforme, che avrebbe impedito la generazione non voluta, e donato la liberazione del giogo della natura.

Vivevamo felici nella nostra arte, nelle gioie semplici che le stagioni ci davano con i loro diversi frutti, nella progressiva sapienza arcana senza scrittura che acquistavamo, nell’ebbrezza e nell’energia superna che i pleniluni estivi ci donavano, quando il suono del flauto e delle nacchere ci faceva ballare nude sotto il volto gentile della dea.

Ma i sapienti candidi ed odorosi, dalle vesti bianche, non vennero più, e le voci parlavano della persecuzione e della morte di chi conosceva la voce delle stelle.

Vennero invece i barbari dalle vesti nere, dall’odore acre e caprino di chi sprezza il corpo.

Ci parlarono di un saggio buono di un paese lontano che ci avrebbe dato la vita eterna. Ma i loro occhi e le loro mani non erano buoni. Piantarono lo strumento della loro stessa tortura nella raduna dei sogni, e insozzarono la fonte sacra.

Ci dissero che la vita, la natura ed il nostro stesso corpo era male, ci frustarono per una strana cosa che chiamavano penitenza, per un male che non avevamo fatto.

C’impedirono la visione stessa della dea dai tre volti visibili. Nel nostro cuore rimase, comunque, il suo volto invisibile.

Chi seppe sopportare e tacere fu rinchiusa in un carcere triste di sole donne, a pregare un dio sconosciuto che ci dissero amare la sofferenza. Ma noi non ci credemmo, perché chi ha conosciuto il dolore non può tollerare quell’altrui.

Le più forti e ribelli furono torturate ed uccise.

Ma è talmente alta e luminosa la nostra dea nel cielo notturno che niente al mondo la può negare. La sapienza rimase, perché ogni frazione di quel cosmo infinito che è l’essere umano la può contenere intera in sé.

Finché una sola di noi potrà trasmettere ad un’altra la conoscenza e la pratica della materia sottile che vi è fra la terra e la luna, la sapienza semplice che c’è stata affidata non morirà.

Tu conosci, per la via del sangue, l’esistenza di questo mondo sottile che raggiungi a volte nell’illuminazione o nei sogni.

Ma ancora non sai volare.

Anche se nessuno degli antichi può ormai lanciarci sulle ali dei venti, la nostra arte ha ancora delle risorse.“

 

Tutto ciò che la mia mente lucidissima osservava, con occhi che non hanno l’opacità di quelli materiali, era il corpo ormai addormentato che mia madre e mia nonna portavano, con amore e cura, nel mio letto. Mi tolsero con delicatezza le vesti, ed unsero il mio corpo nudo con una mistura morbida.

Non so m’inabissavo o salivo. Le direzioni erano scomparse o confuse. Al principio era il buio, ma l’oscurità aveva riflessi luminosi di un blu scurissimo o di un verde brillante ed insinuante.

Cominciarono ad apparire delle luci fievolissime di un biancore vago ed opaco, simili a stelle malate. Poi un pulsare più brillante, un ritmo più forte ed armonico come quello del sangue nel cuore ne rivelò la vita.

Anch’io divenni una piccola luce pulsante ed un’energia danzante mi prese, per amore, quella vaga sensazione corporea che ancora avevo. Danzavo, girando, e la gioia finalmente esplose.

Io conoscevo la gioia dell’attimo, come ogni creatura. Ma la gioia dell’infinito e dell’eterno era come un mare i cui i flussi e riflussi erano come lunghissime e languide carezze le cui sensazioni erano senza limite.

Ma si può narrare il tutto con il nulla? descrivere l’indescrivibile, definire l’indefinibile? Sapevo che altri infiniti piani di coscienza erano sopra di me, che infinite vie si aprivano ancora per occhi ancora diversi. Io non li avevo, e forse non avrei saputo un giorno averli, ma ciò che ero ora era pago.

Danzavo, ed ogni verità, ogni ragione, ogni sensazione e sentimento erano solo rozze stele di un mondo greve ormai lontanissimo.

Nel volo, e nella danza, tutto era uno senza due. Ero, nel contempo, erba e pietra, parola e suono, ero me ed ero altro, ogni altro. Dove tutto è uno, tutto è bene. È il piacere senza il tempo, l’amore senza la separazione materica. Tutto coesiste, nulla e nessuno è così lontano, negletto, solitario ed alieno, come in ciò che chiamiamo realtà.

La danza non si spostava nel tempo e nello spazio, era analoga a quella, velocissima, di una trottola, la trottola magica della dea, che percorre immobile gli universi.

Nel suo corso fatale, era me ed era la dea, senza forma e con tutte le forme, diaframma fra il possibile e l’impossibile, fra l’immaginato e l’immaginabile, fra il potenziato ed il potenziabile.

Era la notte, la cui luce purissima è quella dell’a-stron, del senza luce.

Cominciai a risentire vagamente i limiti ed i confini del mio corpo, e vedere da un punto indefinibile la sagoma nuda di me stessa che galleggiava in un’aria densa e morbida.

Vidi mia madre che con una delicatezza estrema m’incideva l’imene e m’inseriva, nella profondità, un anello d’oro a forma di serpe attorto.

Lentamente, mi risvegliai. Ero nel mio letto, con le consuete coperte rimboccate dall’affetto, ed una piccola lucerna ad olio illuminava i consueti contorni della mia camera.

Ma niente era più consueto. Potevo percorrere ogni parte del mio corpo, seguire il sangue nelle vene e nelle arterie, estrarre e trasmutare i succhi preziosi dei vasi misteriosi delle ghiandole, capire la mineralità vivente delle mie ossa. Chi sente e conosce se stesso può sentire e conoscere il proprio male e quello altrui, può lenire e guarire.

Per questo c’era stato concesso il volo, i volti mutevoli della dea, e la sapienza della materia in noi e fuori di noi.

La nostra natura era semplice, rustica, nobile e selvaggia. Ma soprattutto avevano la coscienza del sapere.

Sapere non è solo l’apprendere, ma possedere l’essenza dell’essere, conoscere il flusso inesauribile della vita.

Ed io sapevo. Ma il sapere dona un umile potere che è inviso a chi vive come i ciottoli del torrente, che il corso dell’acqua muove e consuma inutilmente.

E fu il sapere, poi, la nostra tragedia.

LA STREGA - LA GIOVINEZZA

 

Non avevo più la gonna bruna consumata dalle macchie dei rovi, ma vesti nuove. Più lunga la gonna, fino ai miei piedi nudi, più largo il corpetto, rosso come i papaveri fra i campi, come il grano maturo i capelli biondi sciolti fino alla vita.

L’asprezza spigolosa dell’adolescenza si era sciolta in più dolci e pieni contorni. Non correvo più, ma incedevo. Mi sentivo bella, fra gli sguardi in tralice dei contadini e quelli pieni d’odio delle loro femmine.

Il vento caldo dell’estate rendeva torrida la mia castità, ma nessuno nel paese mi piaceva, e di ciò mia madre e la nonna erano soddisfatte, perché temevano la malizia e la rozzezza dei molti, di tutti. Un giorno un vagabondo si fermò vicino alla mia casa, a ricucirsi senza fretta un vecchio paio di brache sdrucite.

Dicono che i vagabondi siano pericolosi, perché hanno la follia di chi non ha lavoro e famiglia, di chi ha la fame e la sete della loro strada senza meta. A volte hanno l’ottusità del bruto o lo sguardo torbido di chi si è rassegnato alla sua disperazione.

Lo osservai con curiosità, e vidi che aveva il volto cotto dal sole e solcato dalle innumeri rughe di una vita libera e penata. Ma aveva gli occhi chiari e lo sguardo buono.

Gli diedi del pane, una mela, la brocchetta di terracotta piena dell’acqua del pozzo. Mi ringraziò sorridendo, strizzando un po’ gli occhi e piegando leggermente la testa, con un gesto di estrema ed innata nobiltà, da cui riconobbi, senza averla mai conosciuta, un’antichissima stirpe, perduta e dimenticata.

Lo guardai mangiare il pane e la mela, bere l’acqua del pozzo. Vi era il sole del primo giorno in lui, e la mia luna fresca ed umida si asciugava già al suo calore, si faceva tonda e piena e vibrava, distendendo mille mani eteriche di raggi argentei a pretendere, ed implorare assieme, luce e calore.

Non gli chiesi il nome, né lui chiese il mio. Qualsiasi nome possiamo portare, pronunziarlo è sempre una bugia. So che avevamo lo stesso nome segreto, lo stesso volto interiore, lo stesso sangue, di colore e calore diverso da quello d’ogni altro.

Ci prendemmo la mano come se ci fossimo sempre conosciuti, come se avessimo bevuto, da sempre, lo stesso latte al mattino.

Aveva l’odore del giglio selvatico e della rosa canina. I miei effluvi si aprivano, finalmente, come quando l’acqua è liberata dalla chiusa.

Non lo rividi più. I Passanti non si fermano, i loro sentieri sono aspri e solitari, rimane solo un profumo ed un sorriso, la nostalgia bruciante di ciò poteva essere e non è stato, di ciò che è stato e poi scordato e ancora, inutilmente, ricercato.

Ma la dea fu benigna, il suo anello perse per un attimo il suo potere, e la luna muta del mio ventre si allargò in un primo quarto tanto più brillante quanto più il sole si allontanava, nel giorno sempre più lontano.

Mia madre indovinò subito, osservando attenta il mio volto, e disse:

 

Sarà un femmina, sciacquerà umilmente i panni nel ruscello, e metterà il caglio nel latte delle capre con le mani indurite dal lavoro. Ma nessuna, sulle montagne se non la dea, avrà più di lei il dono di guarire.

 

Venne una sera il prete alla nostra casa, sbuffando sulla viottola, e mi disse:

 

Nascondi la tua vergogna e non ardire di venire in chiesa. Quando il bambino sarà nato me lo darai. Lo battezzerò, perché con l’acqua possa lavare l’afrore del tuo ventre di cagna, lo manderò lontano perché possa scontare nelle sue vene il sangue di strega.”

 

Non dissi niente a mia madre perché intendevo prima riflettere e meditare.

Mia nonna quella notte morì. Mia madre la lavò e le ricompose gli arti e la povera veste. Sul letto sembrava più grande ed il suo volto si era raddolcito.

Nel camino bruciai aghi, legno e resina di pino e la fiamma odorosa svettò altissima, per un momento. Accesi quattro torce bitumate ai quattro angoli del giaciglio, le misi sotto la nuca la foglia di ontano con il glifo della dea: )O( .

Sapevo che mia nonna era ancora lì con noi, e che ci osservava con gli occhi dello spirito. Non aveva paura, conosceva, da tanto tempo, tutti i sentieri astrali che portano dalle profondità della nostra terra alle dimore lunari, ma la pena e l’amore per noi la tratteneva presso le sue spoglie con il dolore di non aver più mani per accarezzarci, braccia per levarci un po’ della nostra fatica, piedi per risalire i sentieri dei monti, per portarci i funghi più rari e preziosi.

Io e mia madre cantammo allora l’antico carme, per addormentarla, affascinarla, incantarla, per far sì che il flusso infinito dell’energia la portasse finalmente là dove tutto è bellezza.

Poi la notte finì, e la seppellimmo sotto le radici dell’abete più grande, perché la materia del suo corpo desse all’albero più vita e più coscienza.

La figlia del Passante cresceva in me, ma io non trovavo ancora il coraggio di dire a mia madre che ce l’avrebbero strappato dalle braccia se non avessimo lasciato la nostra casa e non fossimo andate nella forra più inaccessibile del monte, nelle grotte dove abitavano le antiche Madri.

Ma nella valle una processione di mule grigie e bianche chinee procedeva, portando uomini oscuri dalle nere tonache, come nuvole minacciose nel vento che precede la tempesta.

Cercavano il male che era in loro, e noi eravamo gli specchi della loro paura, della loro abominazione. Cantavano nenie d’amore e di misericordia, e preparavano gli strumenti della tortura e dell’orrore.

Quando ci presero, mia madre disse:

 

Di tutto quello che vogliono, qualsiasi cosa, forse ti faranno soffrire meno Comunque, non la scamperemo. Coraggio.”

 

Mia madre ebbe la fortuna di morire, dopo che il cavalletto gli ebbe straziate le membra, le tanaglie roventi e gli aculei gli ebbero strappato brandelli di carne. Forse per questo, nonostante il consiglio che mi aveva dato, non cedette, e non confesso le atrocità mai commesse, mai pensate, mai volute.

Ebbe la sua paga di dolore per il dolore che aveva lenito, lo scherno e l’odio per la consolazione che aveva elargito. La dea la prese fra le sue braccia, e non fu gran peso.

Io non ebbi il suo coraggio. La vita che portavo era più importante di me, del mio orgoglio, della mia sapienza che non serviva più, e provai con disperazione a suscitare pena e disprezzo, chiedendo perdono per ciò che non avevo commesso, pentendomi di tutte le colpe ignobili che mi attribuivano, ammettendo tutto ciò che volevano farmi ammettere.

Chiesi pietà fra le lacrime che bruciavano il mio volto tumefatto e pieno di sangue, con le membra gonfie dagli ossi spezzati.

Chiesi misericordia e ottenni misericordia. Il boia mi avrebbe pietosamente strangolato prima di bruciare sul rogo, che avrebbe incenerito ciò che rimaneva del mio corpo.

Allora rinunciai alla pietà di quei buoni ed urlai all’aria e al tempo la mia innocenza e la forza del mio odio novello, che non avevo mai conosciuto prima, e maledii i miei persecutori evocando ed invocando la dea, affinché la loro carne e la loro anima conoscesse lo strazio della malattia e della morte, senza più nessuno che li guarisse.

Prima che le fiamme mi lambissero, che il fuoco mi bruciasse, sentii sul mio corpo il fresco mantello della notte, la veste stellata della dea, che mi copriva e mi proteggeva. Vidi mia nonna e mia madre ed una miriade infinita di Passanti e di Streghe, in una catena d’oro che li univa in ogni tempo ed ogni luogo. Vidi la corrente del bene senza forma e senza nome scorrere eternamente nell’infinito, perché l’amore è più forte della morte. Là dove sono ora, non ho più paura, caldo, freddo, fame, sonno, desiderio, perché sono luce, e sentimento eterno d’amore.