Lais d’un vieux templier

 

 

Tradotto da un’antico argotico provenzale da Eques a Phoenicae

 

Siamo morti mille volte di sete nei deserti del Negreb, mille volte di fame e stenti nelle segrete di Algeri e di Fez.

In battaglia, abbiamo attaccato il nemico strisciando sui ginocchi quando ci tagliarono i piedi, abbiamo usato i denti come arma da bestia feroce quando ci tagliarono le mani. Quando ci strapparono la pelle dalle carni al palo del dolore, le nostre spoglie poi impagliate incutevano ancora terrore al nemico.

 

Abbiamo dato amore in cambio d’odio, protezione in cambio di persecuzione, comprensione in cambio di calunnia, consolazione in cambio di delazione, lealtà in cambio di tradimento, libertà in cambio di tirannia. Le tanaglie hanno strappato le nostre carni, gli uncini le hanno straziate, il fuoco liberatore le ha trasmutate in terra ed aria, l’acqua ristoratrice le ha dissolte, perché l’oggi non fosse uguale al

 

DOMANI

 

In te, Domine ho creduto, perché mi donasti la libertà di non credere, ti dato amore perché mi donasti la libertà di non amarti, ti ho lodato come il Salmista perché mi donasti la libertà di bestemmiarti. Non ti offersi l’ascetismo dell’eunuco e del vile, ma il virile distacco da ciò che da te trascende, da ciò che non è te. Quando amai il vino e le rose, mi rompesti il fiasco e mi appassisti i fiori. Ti gridai allora, irato: “Ma bevi dunque come un Templare, Domine?” Ma quando poi ti vidi, nei tramonti ardenti e sfumati del deserto, nell’acqua chiara e fresca che ridona vita, negli occhi dolenti e ridenti degli uomini, chinai il collo ribelle sotto la tua collata, purché l’oggi non fosse uguale al

 

DOMANI

 

Ed ora, Domine, che i diecimila DOMANI sono diventati infiniti IERI, che la stanchezza piega i miei ginocchi indomiti e che i miei occhi ardenti si addolciscono di fronte ad un Nulla che è un Tutto in potenza, rivolgi a me, che ho conosciuto il buio del tuo rigore, il lato luminoso del tuo volto. Dammi la gioia sconosciuta del tuo sorriso, la speranza che anche dopo nostra morte corporale ci sia, ancora, un

 

DOMANI