Di Emilia
La foresta assisté, quella notte, ad una violenza.
Era notte di magia. Gli alberi si aggrappavano alle radici per non essere strappati al suolo dalla forza del vento, che odorava di fulmini e d’incendi lontani.
Urlanti streghe volteggiavano sulle scope lucenti e dopo esser planate leggere sul limite del sottobosco, zigzagavano fra i rami delle querce per poi sfrecciare, in un carosello frenetico, verso le nubi lasciando dietro di sé l’eco di grida gutturali e odore di zolfo.
La cagnetta si aggirava a coda bassa fra i cespugli cercando un riparo. Aveva freddo ed era inquieta. Insinuandosi tra i rovi e le rocce si aprì un varco che la portò faticosamente entro una cavità.
E fu lì che il suo sguardo si fissò, disperdendosi, su due cerchi gialli, dilatati, magnetici, che la attirarono, la inglobarono, la possedettero.
Il cane era nero, come buia e
nera era
Il sentiero dei sogni la condusse in una lontananza ove gentili e ambigue creature le offrivano cibo a dismisura, ruscelli cantanti improvvisamente si trasformavano in fiumi torrenziali, gli alberi erano stracarichi di frutti dai mille colori e venti carichi di polline le accarezzavano il pelo, che brillava come le stelle.
Quando il tempo fu compiuto, il suo ventre le parlò e lei seguì il percorso che da sempre le madri hanno esplorato.
Nacque un piccolo, poi un altro, un altro ancora…e ancora, ancora, ancora…
Sembrava che quel parto non finisse più e lei, stupita, guardava le creature già nate che si rotolavano l’una sull’altra e continuava a partorirne.
Ebbe l’impressione che quanto accadeva fosse avulso dalla consuetudine, provò a ricordare l’esperienza delle compagne del suo branco, una strana ansia l’assalì, ma il pensiero si confuse e cadde in un sonno profondo.
I cuccioli erano numerosissimi e spaventosamente famelici, travolti da una voracità insaziabile che non conosceva riposo. Col passare dei giorni dimostrarono anche d’essere testardi e litigiosi. Non avevano la percezione del pericolo né attitudine all’ascolto. Pieni di forza, ribelli e impavidi, perlustravano incessantemente il bosco, la coda ritta, il naso rasente il suolo, divorando qualunque cosa, strappandosi reciprocamente di bocca la preda, per poi tornare avidamente alle mammelle sfinite della madre.
Una sera la cagna si accucciò sul bordo della collina, il muso proteso verso il sussurro del vento, ed ascoltò le alate parole; poi, strisciando silenziosamente fra l’erba alta, si allontanò dalla grotta, dai figli, dalla foresta.
Fu vista avanzare in direzione delle cime innevate dell’alta montagna e sparire nel sole morente.
Quando i cuccioli rientrarono in ordine sparso alla tana, infangati e sazi di scorribande, non trovando la madre e le sue provvide mammelle inizialmente restarono interdetti, ma quasi subito intuirono l’enorme opportunità che era loro offerta: una libertà infinita.
Rotolandosi nel muschio, ebbri d’aspettative, si concessero tutte quelle licenze che avevano sempre sognato e non pochi uscirono dal voluttuoso vortice guaendo e leccandosi le ferite.
Finche giunsero al silenzio e a concertare un piano: avrebbero infranto il rigoroso divieto della madre, sarebbero scesi al villaggio degli umani per sperimentare la propria forza su di loro. Con astuzia e incantamenti ed altro ancora.
Come una valanga si mosse la schiera variopinta e caoticamente precipitò a valle.
Era quello un agglomerato di casette in pietra ai margini della foresta.
Sorgeva su una radura inondata dal sole. Ogni casa aveva il suo orto e il suo giardino. Tranquilla e operosa scorreva la vita dei suoi abitanti.
Non lontano da lì, oltre il boschetto d’aceri, era il castello di Monna Felicità, e da quella direzione il vento portava al villaggio inebrianti profumi, confusi ad echi di musiche e canti.
Oltre ancora, più in alto, lungo il crinale della grande montagna, si ergevano le mura dell’algido castello della Regina Psiche, stagliato su un cielo terso trafitto da voli d’aquile.
Le due Signore degnavano il villaggio della loro attenzione e spesso il Borgomastro, uomo saggio e sensibile, era ricorso al loro aiuto per dirimere quelle controversie fra paesani che lui non era in grado di quietare.
La maggioranza dei cuccioli non giunse a valle.
Nella loro sfrenata rovina, alcuni precipitarono fra i crepacci, altri si smarrirono, altri ancora cambiarono improvvisamente idea e si dispersero in altre direzioni.
Il gruppetto che raggiunse il villaggio si acquattò in una valletta ombrosa e dopo una rapida consultazione ritmata da scontri e ringhi e morsi convenne sull’opportunità di separarsi e di cercare, ciascuno, la propria fortuna.
Il Ciabattino lavorava all’ombra di un ciliegio.
Serio batteva il martelletto sui minuscoli chiodi e canticchiava.
Dall’interno della casetta proveniva il rumore delle stoviglie appoggiate sul tavolo e profumo di spezzatino. I raggi del sole, facendosi strada tra i rami del ciliegio, disegnavano graziose figure ai piedi del Ciabattino, che ammirava sorridendo quella piccola opera d’arte.
Il Cucciolo Fulvo osservava la scena.
Senza perder tempo in fastidiose progettazioni si lanciò nell’avventura e, avanzando a passo spedito, si accoccolò ai piedi del Ciabattino, sogguardandolo dietro le folte ciglia e dolcemente guaendo.
Sorpreso l’uomo restò col martelletto a mezz’aria.
“Ma guarda che bel cagnolino! Da dove sarà sbucato? Vieni, vieni qui!”
Cucciolo Fulvo gli fece le feste, gli leccò le mani, si mise a pancia in su.
Il Ciabattino gli grattò la pancia, gli portò dell’acqua e del pane, infine una porzione di spezzatino all’insaputa della moglie.
E mentre coccolava il cucciolo, il Ciabattino sentiva crescere in sé una smania, un’insofferenza mai provata.
Guardava il cucciolo e vedeva se stesso: era a cavallo, vestito magnificamente, armato di tutto punto ed alla testa di una guarnigione di soldati nell’attesa di un suo cenno per sferrare l’attacco. La gloria lo attendeva su quella pianura, l’ebbrezza del trionfo, e anche un grande bottino, l’elogio del Re, l’invidia dei suoi pari, il sorriso delle nobildonne…
“Ed eccomi qui col martelletto in mano a fabbricare scarpe per questi pezzenti!”
La rabbia lo travolse e, seguito dal cucciolo, il Ciabattino si precipitò gridando in casa, sparecchiando furiosamente la tavola, gridando sconcezze sotto lo sguardo allibito della moglie che stava asciugando una padella, che fu vista e presa e brandita dal consorte.
Vi fu un esilarante inseguimento: la moglie che, sottane all’aria, correva fuori chiedendo aiuto a squarciagola, il marito che la inseguiva gridando:
”Tu!Tu sei stata la mia rovina! Ero un giovane di talento, robusto, audace, coraggioso! Sarei potuto diventare un condottiero! La gloria mi avrebbe baciato! E invece tu mi hai infinocchiato, mi hai legato al tavolino, a far scarpe per i villici! Vieni qua, fermati, che ti faccio sentire come suona la padella! “
Il cucciolo sbavante, fiero, aveva gli occhi del vincitore.
La moglie riuscì a rinchiudersi nella porcilaia e a nulla valsero le padellate contro la porta, le spinte e i calci.
Stanco e sdegnato il Ciabattino fece fagotto e si diresse verso il bosco, seguito dal docile e soddisfatto Cucciolo Fulvo, certo che avrebbe di lì a poco trovato il modo di palesare la sua valentia e finalmente soddisfare quel bisogno di gloria che da sempre, solitamente, albergava dentro di lui.
Clotilde era stata una bella ragazza. Le sue forme avevano destato i desideri di numerosi giovanotti. Ma Clotilde non si concesse mai, e neppure lei sapeva perché.
In quel momento stava portando il pastone alle oche che la aspettavano starnazzando.
Cucciolo Pezzato la adocchiò da dietro il muretto: la osservò attentamente e seppe cosa fare.
Con andatura danzante sbucò dalla siepe di rosmarino e, passo dopo passo, abbaiando con sussiego, le fece un giro intorno e si distese ai suoi piedi, mugolando.
La donna si fermò, posò a terra il pentolone, si mise le mani sui floridi fianchi e guardò il cane negli occhi. Oh, ma cosa aveva quel cagnetto negli occhi?
Erano scuri e profondi come un pozzo, caldi come la vampa d’agosto, morbidi come il pelo di un gatto, inquietanti, avvolgenti.
Che desiderio di perdercisi dentro, che voglia di affondare le dita in quel pelo maculato e dimenticare tutto…
E dalle viscere le salì su una sensazione insolita e fastidiosa: si sentì prendere con autorità e determinazione dal rimpianto del bel corpo che aveva, dalla nostalgia degli sguardi degli innamorati che aveva respinto, dallo smacco dell’esser rimasta sola con la sua incipiente vecchiaia, dalla novella curiosità per qualcosa che non avrebbe ormai più provato e che aveva ingenuamente rifiutato.
Le oche la circondavano affamate, il cucciolo la fissava intensamente e lei troneggiava nell’aia, le mani sui fianchi, le lacrime agli occhi, ad inseguire il rimpianto.
Finche, rapida come una saetta, non dette un robusto calcio al pentolone e fra lo sconcerto delle papere si diresse nella piazzetta del paese dove, a gran voce, si mise a gridare all’intero villaggio il suo bisogno carnale, la voglia di un amplesso ormai sconveniente e tardivo, piangendo e disperandosi platealmente.
Accorsero alcune donne, che rimasero di stucco nel vederla sciogliersi con violenza le vesti e correre, seminuda, nel folto del bosco, inseguita da un cagnolino sconosciuto che abbaiava festoso.
Intanto la quiete serafica del villaggio cominciava ad incrinarsi, perché non erano passate inosservate né le grida del Ciabattino né la scena di Clotilde.
Dal bosco inoltre provenivano insoliti uggiolii e occhietti di fuoco serpeggiavano tra i cespugli.
Il sole stava calando fra le braccia della montagna, mentre leggere nubi davano il benvenuto alla luna.
Da occidente ad oriente correva il saluto serale. Trilli d’uccelli anticipavano il momento della sospensione, quando la natura, stanca, si appresta a dormire.
Uberto si accomodò sulla panca e, fra le argentee foglie del salice, i suoi occhi curiosavano nella volta celeste che in quel particolare momento raccoglieva un’infinità di colori.
Il Cucciolo Ciuffo-Bianco era in attesa.
Quando lo sguardo dell’uomo si staccò dal cielo, distratto da un frullo di passerotti nella siepe alla sua destra, Ciuffo-Bianco s’incamminò verso di lui, vezzosamente piegando di lato il capino.
Strusciandosi morbido, il cucciolo iniziò a leccare i piedi dell’uomo e a guardarlo teneramente.
Uberto lasciò cadere una mano sul mantello del cane e la mano s’insinuò nella peluria calda e soffice. La mano accarezzava e il cucciolo guaiva di tenerezza. E la mano trasmise al cuore d’Uberto una tale ondata di delicate sensazioni che il giovane non poté fare a meno di stendersi accanto al cagnolino e ruzzare con lui, come un bimbo.
Giocavano nell’erba e ridevano, uomo e cane, e tutto all’intorno sembrava senza età.
Il cane all’improvviso conficcò il suo sguardo nello sguardo dell’uomo e misteriosamente il suo cuore fu aggredito dallo sconforto.
“Perché son così solo? Perché non ho accanto chi mi copre di baci e carezze? Chi mai mi ha voluto quel bene infinito di cui ho infinito bisogno?”
E sollevandosi stancamente da terra alzò le braccia al cielo ormai carico di stelle, ad implorare una risposta. Ma le stelle, si sa, sono mute e Uberto si accasciò su se stesso come un sacco vuoto, abbracciando il cucciolo che gli leccava le lacrime.
Poi entrò in casa e ne uscì poco dopo, bisaccia in spalla, incamminandosi a lenti passi verso il bosco. Ciuffo-Bianco era al suo fianco.
Qualcuno aveva visto Uberto andarsene sconsolato ed aveva capito che non sarebbe tornato. Aveva anche notato il cagnetto. E siccome due più due fa quattro, aveva tratto le sue conclusioni.
Così si era precipitato dal Borgomastro, dove già si era raccolta una piccola folla agitata: erano molti ormai ad aver assistito a strani fatti, e sempre c’era di mezzo un piccolo cane.
Nell’arco di una sola giornata numerose persone avevano dato in escandescenze ed alcune se n’erano andate verso il bosco, precedute o seguite da piccoli cani, imprecando e inveendo velenosamente.
L’episodio che maggiormente impressionò la comunità fu raccontato da una giovane contadina, che continuava ostinatamente a ripetere quello che aveva visto come a liberarsi dello sconcerto provato.
Dunque: ai margini del villaggio, laddove la radura cedeva il posto ad un boschetto ceduo, da anni viveva in solitudine una donna che dedicava il proprio tempo alla preghiera. Molti la consideravano un’asceta, alcuni una santa.
La giovane contadina ogni tanto passava vicino alla capanna della Santa, mentre portava le primizie al villaggio. Quel giorno, nel primo pomeriggio, tornava verso casa sua. Si era sentita stanca ed accaldata perciò si era seduta su un tronco per riprendere le forze, poco distante dall’abitazione della Santa.
Mentre calcolava il guadagno della giornata, fu scossa da alte grida. Incuriosita, oltre che preoccupata, andò a vedere di che si trattava.
Lo spettacolo era orripilante: la Santa si strappava i capelli lanosi urlando a squarciagola improperi, si rotolava per terra e sbavava. Intorno le girava un cagnetto che sembrava ripetere le sue parole ed imitare i suoi gesti.
Poi la vecchia sembrò calmarsi e controllando il tono della voce parlò agli alberi, alla terra e al cielo:
“Ho rinunciato alle ricchezze, agli agi, alle
comodità, alle profferte amorose. Ho vissuto di stenti e di preghiere per amor
vostro. Per voi ho patito il freddo e
E così dicendo espresse la rabbia che la divorava con un ultimo urlo che azzittì le creature del bosco e, preso in braccio il cagnolino, si allontanò fra i castagni a grandi passi.
La folla che sempre più numerosa si radunava di fronte all’abitazione del Borgomastro era attonita e impaurita. Dal saggio consiglio del vecchio attendeva conforto.
E lui scese fra il suo gregge, che gli fece cerchio intorno, e parlò:
“In tutti questi anni voi mi avete onorato della vostra fiducia ed io ho
cercato di essere all’altezza dell’incarico affidatomi, ma una situazione del
genere non si era
Mestamente, il gruppo si sciolse e nella notte ciascuno tornò guardingo a casa propria.
L’unico rumore che percorse il villaggio fu quello dei chiavistelli che scorrevano nella loro guida e delle chiavi che giravano nelle toppe.
Il paese impaurito faceva cerchio intorno al suo cuore.
All’alba il Borgomastro percorse la distanza che lo separava dal castello di Monna Felicità, bagnando le piante fra la rugiada tenera dei campi, che attendeva di diventare nebbia e poi nube e poi rugiada ancora.
Quando giunse al castello, i valletti gli si fecero intorno premurosi, ed alla sua richiesta di incontrare Sua Letizia la Castellana, sorridenti ed affabili gli comunicarono che la loro padrona non era lì.
Era partita, infatti, Monna Felicità per una missione importante e - come sempre accadeva nella vacanza- nel castello avevano preso alloggio Messer Rimpianto con l’indivisibile consorte Donna Nostalgia, che albergavano nelle stanze più buie trascorrendo le ore in lacrimosi conciliaboli.
Era
giunta da poco anche
Il Borgomastro padroneggiò bene il proprio disappunto, lasciò i suoi omaggi ed il saluto del villaggio a Sua Letizia e a passi lenti e meditabondi si avviò verso il castello della Regina Psiche.
Non si può affermare che fosse contento.
Avvicinare quella donna era sempre complicato: bisognava calibrare le parole, argomentare con linearità e consequenzialità, padroneggiare le emozioni e saper rispondere a complessi quesiti. Ma si fece animo e mentre il sole allietava l’oriente col suo giovane sorriso giunse al portone adamantino del maniero. Si fece riconoscere dalle guardie, e fu introdotto entro le mura.
Finalmente giunto al cospetto della Regina, dette fondo a tutte le doti di sintesi e logicità che possedeva ed espose i problemi che affliggevano il villaggio.
Quando il Borgomastro ebbe terminato il racconto, Sua Intelligenza allargò l’azzurro sguardo su invisibili e sconfinati orizzonti e tacque a lungo.
Sudava il Borgomastro, quando la Regina disse:
“Non ritengo di poter essere utile, perlomeno non più di tanto”
A quelle parole il Borgomastro si sentì svenire.
“Perché?” flebile uscì il quesito dalle labbra secche del vecchio.
“Perché le forze che agiscono sugli abitanti appartengono ad un mondo che io non posso dominare “.
“Ma almeno indirizzare?”
“Neppure”
“E…una conciliazione?”
“Forse”
Nessuno sa. Il Borgomastro non rivelò ad alcuno il prosieguo dell’incontro.
Fatto sta che, tornato a pomeriggio inoltrato, inviò messi per tutto il villaggio invitando il popolo a bagni purificatori e digiuni e ordinò che al tramonto del giorno successivo tutti quanti si radunassero nella piazza del paese.
La notte distese il suo velo d’ombre su case silenziose e trepidanti.
Nuvole rossastre accompagnavano il sole verso un letto di cobalto mentre una teoria d’uomini, donne, vecchi e bambini si radunava nella piazza.
Muti ed assorti attendevano.
Giunse il Borgomastro, serio e curvo sotto i paramenti e le insegne del suo grado, ed invitò al silenzio, sebbene non ce ne fosse bisogno, giacche mai una folla era stata più silenziosa.
Indicò il cielo che scuriva, dicendo:
“Quando la luna sarà allo zenit siate pronti a tutto! Ma abbiate fiducia in voi stessi, abbiate cari voi stessi. Allargate la mente e il cuore, non rinnegate niente di quanto vi appartiene, cullate i vostri desideri, inseguite il percorso dei pensieri, scavate nelle caverne della vostra interiorità e fatene uscire quanto d’inespresso vi si annida. Non vi spaventi l’urlo del lupo, perché non può nuocervi: voi avete voi stessi come riparo e scudo. Abbandonatevi ai raggi della luna, che saprà parlarvi. Io sono garante.”
E
la luna, gialla, piena, ignara bagnò dei suoi raggi quella congerie di creature
infreddolite dall’umido notturno che volgevano a lei i visi e le palme.
Non è stato tramandato cosa sia accaduto quella notte. Gli abitanti del villaggio hanno suggellato quell’esperienza con un sacro silenzio.
La vita riprese, non più serafica come in precedenza ma riprese.
Si videro tornare gli esuli, accompagnati dai propri cuccioli, quale al guinzaglio, quale portato in braccio, quale sciolto e libero.
E si tornò al lavoro, alle relazioni sociali, agli studi, ad osservare e commentare il volgere delle stagioni, ad esplorare il cielo alle malignità, agli sfoghi, alle litigate, a contrarre matrimoni, a sciogliere matrimoni, a seppellire i morti.
Qualcuno afferma che questa è solo una fiaba.
Ma a contrastare tale affermazione ci soccorre la Storia, quella con la S maiuscola: fra le pergamene conservate nell’archivio di D. risulta un capitano di ventura detto “il Padella”che, da umili e sconosciute origini addivenne a tale grado ed a gran fama in tarda età.
Era noto presso i suoi militi per l’abitudine che aveva, quando si arrabbiava, di afferrare una vecchia padella arrugginita che custodiva con la massima cura e brandirla inferocito creando scompiglio e, diciamolo pure, ilarità.
Luglio 2006