La Prima ‘Dea Nera’ in Grecia arcaica
di Sidus
Lo scrittore greco Pausania, dotto antiquario del II
secolo d.C, dell’epoca degli imperatori Antonini, nel suo celeberrimo libro ‘Viaggio
in Grecia’ [1] o
Periegesi, riporta nell’VIII libro dedicato alla regione più interna della
penisola peloponnesiaca, l’Arcadia, abitata da gente che era considerata allora,
e ancora oggi, la più antica popolazione della Grecia, un curioso e
interessantissimo culto relativo ad una dea dalle sembianze molto singolari che
sarà oggetto di questa trattazione dalle molteplici implicazioni, sia storiche,
mitologiche che di psicologia archetipica. Lo scrittore ci racconta che
esisteva, nella propaggine meridionale e occidentale della regione, una piccola
città, Phigaleia, oggi facente parte
del distretto dell’Elide al confine con la Messenia, a ridosso del costone
orientale della profonda vallata del fiume Neda, unico fiume della Grecia con nome
femminile, che deriva da una primitiva divinità delle acque. A Phigaleia si venerava una dea dal nome
misterioso: Melaina, cioè la
Nera. La sua arcaica statua lignea, ai tempi dello scrittore
non più visibile, è stata comunque oggetto della curiosità del Periegeta, che, indagando
con scrupolosa passione antiquaria (aveva interrogato le persone più anziane
del piccolo paese dell’Arcadia), ne aveva recuperato la memoria storica (fig.2)
con la seguente descrizione: «la dea
sedeva su di un masso e tutto il resto del corpo, tranne che nella testa, aveva
aspetto di donna, mentre la testa e la chioma erano di cavalla, e sopra la
testa spuntavano figure di dragoni e di altre bestie. Vestiva un chitone lungo
fino ai piedi e aveva nella mano destra un delfino e nella sinistra una
colomba….Dicono di averla chiamata Melaina (Melaina)
perché la Dea aveva una veste nera» . Lo scrittore in seguito racconta che la
statua fu distrutta da un incendio e che gli abitanti non la ricostruirono. Successivamente
(e qui riecheggia fortemente il mito di Demetra e Kore), per il fatto che non
fu riedificata alcuna statua alla dea, una forte carestia colpì la regione, per
cui gli abitanti si rivolsero alla Pizia, la quale vaticinò decadenza e rovina
per tutti gli abitanti della zona se non si ripristinava il culto della sacra
divinità femminile. Così infatti i culti della Dea furono ricostituiti e fu
commissionata una statua bronzea al famoso scultore Onata di Micone che, in
base a vecchi disegni, ricostruì le sembianze della Dea dopo una generazione
dall’invasione della Grecia da parte di Serse (quindi circa nella metà del V
secolo a.C.), quattro secoli circa prima della nascita del nostro viaggiatore
Pausania. Anche la statua bronzea comunque andò completamente distrutta da un
crollo della volta del tempio meno di un secolo prima del viaggio in Arcadia
dello scrittore ma il culto della Dea si conservò. Phigaleia è una delle poche
cittadine dell’Arcadia che non coniò mai monete[2],
considerata quindi un centro minore come importanza politica e strategica. Il
culto della Dea teriomorfa risale molto probabilmente agli albori della civiltà
egea, presumibilmente da collocare tra il primo e il secondo millennio avanti
Cristo, sicuramente antecedente al medio evo ellenico. Un’intricata trama di
rapporti mitico-culturali esiste tra la città arcadica di Phigaleia e la città
di Thelpusa, sempre nella stessa regione, ma situata più a settentrione a circa
trenta chilometri [3]. Le due città, ma
soprattutto Thelpusa, si collegano con un altro centro importante di culto e
precisamente alla città arcadica di Lycosoura, a una quindicina di chilometri a
oriente di Philageia, ove esisteva un imponente santuario dedicato ad una dea dal
nome altrettanto misterioso, Despina, che significa ‘La Signora’. Alla dea
impronunciabile (esattamente come è impronunciabile il tetragramma ebraico del
nome di Adonai, il Signore), erano
dedicati culti misterici i cui particolari non ci sono pervenuti (come accade
di norma in tutti i contesti misterici arcaici), ma che con molta
verosimiglianza facevano parte dell’ambito cultuale demetriaco o meglio del
contesto più arcaico del culto della Grande Dea, la cui ipostasi più tardi si frazionerà nelle
varie divinità del pantheon femminile ellenico. Ritornando alla città di Thelpusa, a settentrione di Phigaleia, qui
esisteva un importante tempio dedicato a Demetra
Erinys. La dea aveva ricevuto questo appellativo (che, in dialetto
arcadico, ci riporta Pausania, significa ‘nutrita di collera’) per la violenza
subita da un’altra divinità importante, il fratello del padre degli dei del
Pantheon greco, Poseidone, che, invaghito di essa mentre era nella cerca
disperata della figlia rapita da Ade (altro fratello di Zeus), si trasformò in
cavallo per potersi accoppiare con la dea che si era camuffata in mezzo a una
mandria di destrieri assumendo le sembianze di puledra per potergli sfuggire. Nella
importante città arcadica di Mantinea, sita nella porzione più orientale della
regione, vi era un santuario oracolare sacro a Poseidone Ippio, cioè a quella
stessa divinità che si era congiunta con Demetra Erinni. Dall’unione delle due
divinità teriomorfe era nata la Despoina, venerata nei misteri di Lycosoura [4].
Per ritornare alla città di Phigaleia, oggetto della nostra trattazione, in una
caverna in prossimità della città, sul monte Elaion, la Dea Melaina aveva la
sua epifania ed era associata a Demetra con il nome di Demetra Melaina: questa
dea dalla testa di cavalla (risulta evidente qui la commistione con il mito
panellenico di Demetra-Core-Ade e quello di Demetra e Poseidone Ippio arcadico),
si era ivi rinchiusa, come riporta Pausania, in segno di lutto per il doppio
dolore causato dai due dei fratelli: lo stupro ad opera del dio del mare e la perdita
della figlia ad opera di Ade, signore delle tenebre; quindi indossando, in segno
di mestizia, l’abito nero, permaneva in questa spelonca per un lungo periodo di tempo. La dea madre Demetra
assume quindi una forma teriomorfa adottata invano per sfuggire alle attenzioni
della suprema divinità del mare, coprendosi ulteriormente di un velo nero
che la caratterizzerà e la
contraddistinguerà da tutte le altre divinità. Al nascondimento in segno di
lutto della dea segue il periodo rovinoso di carestia ed impoverimento della
terra. Tutti gli dei imploravano che facesse ritorno con le sue messi ma
ignoravano il luogo dove la divina si nascondeva. Il dio Pan la scoprì nella
grotta e riferì a Zeus che le mandò subito le Moire le quali, con opera di
persuasione, convinsero la dea ad
abbandonare il lutto, uscire dall’antro e ripristinare l’equilibrio della
natura senza alcuna contropartita (ciò si discosta dal mito di Persefone e del
suo ritorno stagionale dagli Inferi). I figalesi per riconoscenza istituirono
il culto della dea che ha abbandonato il lutto, edificando uno spazio sacro ove
venerare l’epifania della dea costruendole prima una statua lignea e
successivamente una statua bronzea che ai tempi del periegeta erano andate
entrambe distrutte. “L’aspetto teriomorfo, e gli attributi animali pertinenti
ai tre regni, terrestre, acquatico e aereo, secondo la mitologa Sfameni
Gasparro[5], configurano
l’immagine, di una signora (Despoina) degli animali, una personalità dall’ampia
dimensione cosmica, connessa alla fertilità ctonia ma in termini diversi
rispetto alla cerealicola Demetra panellenica”. Il culto, come riportato dallo
scrittore ellenico, non prevedeva il sacrificio di alcuna vittima animale ma la
deposizione ‘sull’altare eretto davanti
alla caverna di frutti degli alberi e tra gli altri quelli della vite, i favi
delle api e le lane non ancora lavorate, ma ancora intrise di grasso. Una volta
deposte le offerte sull’altare’ venivano cosparse di olio. Il rito veniva
celebrato da una sacerdotessa e con lei dal più giovane dei cosiddetti
sacrificatori (cfr. più sotto il rapporto tra Demetra e Dioniso)[6]. Un boschetto sacro di querce circonda la
grotta (contesto iniziatico e cultuale costante nelle religioni arcaiche
–specie nella dionisiaca–) con la presenza di una sorgente di acqua fredda ove
l’acqua rappresenta la purificazione ma contiene anche valenze archetipiche che
più avanti analizzeremo. Per il noto studioso bavarese storico delle religioni e
filologo Walter Burkert[7] sarebbe possibile ricostruire dal mito della
Dea Nera dalla testa equina il processo di formazione della figura di Demetra
con collegamenti che toccano le divinità sumerico-accadiche di Inanna-Ishtar e
quello ittita di Telipinu, il dio che scompare, equivalenza secondo M. Eliade [8]
della discesa agli inferi e del ritorno alla terra come in Dioniso, e che come
conseguenza finale inaridisce la natura nelle sue molteplici
manifestazioni, che
viene in seguito risvegliato da una puntura di ape che lo farà ritornare attivo
ma collerico e che per calmarne l’ira diverrà oggetto di procedure magiche per
poter alfine far ritrovare al mondo il suo equilibrio naturale. La dea nera di Phigaleia, Demetra Melaina,
riassume in sè i simboli alchemici dell’aria, dell’acqua e della terra: per ciò
che riguarda l’aria (il simbolo alchemico triangolare con apice verso l’alto), la
colomba, tenuta nella mano sinistra era probabilmente poggiata sul cuore alla
maniera delle rappresentazioni delle statuette fittili cultuali raffiguranti
Kore-Persefone (fig.3), lato cardiaco dell’anima o pneuma, soffio divino, ma anche lato maschile secondo la tradizione
cabalistica ebraica [9], della
saggezza/istintualità (Hokmah) che permette di
raggiungere le alte vette della conoscenza (secondo Eliade la colomba
rappresenta il simbolo cosmologico dell’axis mundi). L’uccello, facente parte
del corteo simbolico della Grande Madre e delle sue ipostasi successive (Kore, Artemide),
è da inserire anche nel contesto cultuale della religione misterica dionisiaca,
che secondo recenti studi, era parte
del pantheon di accompagnamento della Grande Dea: come sostiene Mircea Eliade[10],
la divinità maschile che accompagna la Grande Dea nel culto della fertilità delle
culture di Catal Huyuk e Hacilar (7000 a.C.)
appare sotto la forma di un ragazzo, figlio o amante della dea […] col suo animale
sacro: il Toro. Come inoltre sostiene l’Ingrillì[11] in una sua
recente pubblicazione, Dioniso è una divinità terrestre della
vegetazione, un dio ctonio, come Demetra. Nella letteratura antica troviamo
spesso la figura di Dioniso affiancata a quella di Demetra. Innegabilmente
esiste una contiguità tra l’universo religioso dionisiaco e l’universo
religioso demetriaco. Nel corteo degli dei, raffigurato sul celebre vaso
François, Dioniso e Demetra seguono a piedi le altre divinità che incedono sul
carro. Esse sono due divinità “aggiunte”, che non facevano parte del pantheon
olimpico originario’. In
un certo senso è normale che il dio della vita e la dea della fertilità
presentino delle affinità. Tuttavia fra le due
religioni
sembra esserci una relazione che va oltre l'affinità. E' come se i due culti si richiamassero a un lontano sfondo comune.
E questo sfondo comune potrebbe essere costituito da una religione sincretica
demetriaco-dionisiaca, formatasi nella prima metà del primo millennio a.C. in
ambiente cretese e diffusa in tutta l'area egeo-anatolica ma a Phigaleia non
ancora sviluppata se non successivamente (IV secolo) con la cooptazione del ragazzo
officiante ‘sacrificatore’ a latere della Sacerdotessa. Demetra Melaina inoltre
tiene sulla destra un delfino, rappresentazione simbolica diffusa nelle pitture
murali a Cnossos, soprattutto nella sala della regina, collegato quindi al
simbolo dell’acqua, del triangolo alchemico con il vertice verso il basso,
simbolo femminile tenuto con la mano destra, che in accordo con la tradizione
sephirotica ebraica, rappresenta anche qui il lato femminile (punitivo della
Madre Terribile). La testa della divinità di Phigaleia è curiosamente e
sorprendentemente di forma equina, epifania teriomorfica della dea della Terra
che ci mette in relazione all’idea del movimento, del divenire cosmico[12],
della energia pulsionale con doppia valenza: libera e pericolosa quando allo
stato brado, frenata e controllata quando addomesticata, che riesce a
riequilibrare aria e acqua come nel pantacolo martinista la croce al centro del
sigillo di Salomone[13]
, e come, secondo la psicologia archetipica junghiana, si viene ad attuare con
il travagliato processo di individuazione che conduce al Sé. Il cavallo è simbolo dell’inconscio (come
l’archetipo della Grande Madre) e ce lo dimostra il colore nero della veste,
del lato oscuro, del regno delle tenebre, della energia vitale; è inoltre
rappresentazione della forza del desiderio e della libido e domarlo equivale a
padroneggiare le pulsioni interiori.
Risultanza della vittoria dello spirito arricchito sui sensi questa Dea
ammonisce di padroneggiare con severità (lato destro) le pulsioni negative del
profondo (lato inconscio) ma anche riequilibrarle afferrando e controllando con intuito e saggezza (mano
sinistra cardiaca) gli slanci generosi verticali della mente che ne derivano da
questa disposizione positiva. Dalla testa equina della Dea emergono però creature
mostruose generate dalla mente inquieta e non in equilibrio: ma queste
proiezioni negative sono allontanabili non attraverso esercizi cruenti, e qui
sta tutta l’originalità di questo culto, ma attraverso l’offerta di semplici
oggetti (i frutti della vite, la lana degli animali, il miele –simbolo
junghiano del Sé- e riemerge per i primi
due anche qui il mito di Dioniso) e quindi attraverso la riscoperta di quel semplice che dovrebbe stare alla base dei rapporti umani e dei rapporti con la
Natura, proponendosi in una nuova e più moderna prospettiva religiosa ove viene
preferito un offertorio che supera splendidamente l’arcaicità dei sacrifici animali.
La dea infine si è ritirata in un antro-spelonca, anche qui con forti valenze
simboliche da ricollegare ai culti primitivi della Grande Madre[14]
, ove la caverna rappresenta la proiezione simbolica dell’utero materno, dove
lo stagno e l’acqua di sorgente esterni sono sempre rappresentazioni cultuali e
simboliche inerenti al grande archetipo della Dea Infera, che, come abbiamo
visto è latrice di un messaggio positivo che, per sorte favorevole, grazie al
dotto viaggiatore dell’epoca imperiale romana, è giunto sino a noi.
Compiuto a Calci il
31/3/2008
[1] Pausania, Viaggio in
Grecia, Arcadia, Libro VIII, cap XLII, 2004 Ed BUR.
[2] D.R. Sear, Greek Coins, vol 1, Seaby 1975.
[3] Sfameni Gasparro, in Miti e Misteri. La fondazione mitica del
rituale iniziatico in Grecia: il caso di Eleusi (in Il mito e il nuovo millennio, a cura di Ortoleva e Testa, Moretti e
Vitali Ed.,2006.
[4] Pausania, Viaggio in
Grecia, Arcadia, Libro VIII, 25, 4-7, 2004 Ed BUR.
[5] Sfameni Gasparro, in Miti e Misteri, pag 96-100, a cura di Ortoleva e Testa, Moretti e Vitali
Ed.,2006.
[6] Pausania, Viaggio in
Grecia, Arcadia, Libro VIII, cap XLII, 2004 Ed BUR.
[7] W. Burkert 1979, tr. it.
pp.197-225.
[8] M. Eliade, Storia delle
Credenze e delle Idee Religiose, libro 1, Sansoni, pag 160
[9] E. Shadmi, Sefer Yetzirà,
libro della formazione, ATANOR ed. 1995.
[10] M. Eliade, Storia delle
Credenze e delle Idee Religiose, libro 1, Sansoni Ed.
[11] F. Ingrillì, I Cerbiatti
di Dioniso, pag 62-69, Ermes dei Parchi
Ed. 2004.
[12] C. Morel, Dictionaire des symboles, mythes et
croyances, L’archipel Ed, 2004.
[13] L.C. de Saint Martin, I
Numeri, Ed Firenze Libri 2004, trad. O. La Pera, pag73.
[14] E. Neumann, La Grande Madre, Casa
Editrice Astrolabio1981, pag 30-64.