Miscellanea
sullIslam
Premessa
Durante lestate del 2003, mi fu
chiesto di scrivere una serie di articoli sullIslam per conto di un giovane gestore
di un blog di Tiscali. Originariamente, ero intenzionato a pubblicare soltanto uno schema
sommario del microcosmo Islamico, ma ben presto nuovi articoli furono pensati per
integrare ed arricchire il materiale già pubblicato. Il risultato è forse uno scritto un
po farraginoso e lacunoso, ma che del resto non potrebbe comunque avanzare pretese
di esaustività, considerato lenorme complessità dellargomento che non può
certamente essere esaurito in poche pagine. Successivamente ho raccolto tutto il materiale
e ne ho tratto questo articolo.
A.D.
Novembre 2003
Parte
prima: elementi di una fede e di una gnosi.
1- Il
microcosmo della fede Islamica.
ISLAM (Abbandono, sottomissione totale e incondizionata a
Dio, VII sec. d. C.).
Principali grandi correnti: Sunniti,
Shiiti (Sciiti), Scismatici.
1) Sunniti = (ahl al- Sunnah wa l
gamaa : gente della Sunnah e
della comunità). Fedeli alla Sunnah (Tradizione).680 milioni di
fedeli,83% di tutti i Musulmani. Per i S. , dopo la morte di Muhammad (sigillo dei
profeti) il califfato non è altro che una carica politica di carattere esecutivo
volta alla corretta applicazione della legge (sharia). ulteriore ramificazione
sunnita; Hanifiti, Malikiti, Sciafiiti, Hanbaliti.
a) Hanfiti
= 350 milioni. 43% di
tutti i Musulmani. Seguaci della scuola dellimam iracheno Abu Hanifa (696
767). Musulmani indiani e suddti della dinastia turca degli Ottomani.
b) Malikiti
= seguaci della scuola dellimam Malik ben Anas (710-795 d. C.). 160
milioni di seguaci. 20 %. Algeria,Marocco,
Tunisia, Sudan, Alto Egitto.
c) Sciafiiti
= 169 milioni. 20%. Scuola delli. al- Shafi i Abu Abd Allah Muhammad
ibn Anas (767-820).
d) Hanbaliti
= 0,2 %. Seguaci scuola ipertradizionalista di Ahmad ibn Hanbal (780-855).
2) Sciiti = 127 milioni. 15, 5 %. seguaci della shi a
(partito di Ali). Sostengono che alla morte di Muhammad il più meritevole di
essere capo (imam) era proprio Ali suo parente più prossimo e rappresentante dei più
pii. Ulteriore ramificazione: Zaiditi, Ismailiti, Quarmati, Fatimidi, Nizariti, Khojas,
Bohora, Imamiti, Nusairiti.
a)
Zaiditi = da
Zaid ibn Ali. Yemen.
b)
Ismailiti = da Isma il, figlio
di Gia- far as- Sadik. Siria, Iran, Afghanistan, India settentriale.
c)
Qarmati = da H. Qarmat, Iraq meridionale, Siria, Chorassan, Punjab ed
Arabia.
d)
Fatimidi = da Ubaidallah. Africa del Nord.
e)
Nizariti = scissione dai Fatimidi. Arabia Saudita, Siria, Iran,
India.
f)
Khojas = da Nizariti. India e Africa Orientale.
g)
Bohora = dai Fatimidi, ma non appartengono al ramo dei Nizariti, ma a
quello di Mustali.
h)
Imamiti = Duodecimani, ossia ce riconoscono 12 imam. Iran e Pakistan.
i)
Nusaraiti = da Muhammad ibn Nusair. Corrente estremista. Libano e
Siria.
Inoltre altre correnti sciite sono gli
Ali ilahi, gli Assassini, i Batniti, gli Hurufi, i Muhammadiya e i Mutawali.
Correnti scismatiche.
1) Kharijiti
= seguaci del 4° califfo Ali. Oasi Africa settentrionale, Oman ed isole.
2) Ibaditi
= ramo moderato dei Kharijiti, dal nome del
fondatore Abd Allah ibn Ibad. Diffusi in Oman, Zanzibar, tra i Berberi
dellAlgeria meridionale.
3) Wahhabiti
= corrente radicale, di sedicenti sunniti, che prende il nome dal fondatore Muhammad ibn
Abd al-Wahhab. I Wahhabiti predicano il ritorno allIslam originario di
Maometto e proibiscono il consumo del caffè e del tabacco. Predicano, inoltre, lineluttabilità della guerra
santa, ritenendo normativi solamente il Corano e la Sunnah primitiva. Rifiutano il
culto delle reliquie e dei sepolcri dei santi.
4) Yazidi
= corrente diffusa soprattutto dai Curdi. Originata da Omayyadi Yazid I. denominati anche
timorosi di Satana. Gli Yazidi si dividono in laici e religiosi (sei classi).
I bambini sono circoncisi e battezzati.
5) Drusi
= dal turco Muhammad ibn Ismail ad-Darazi. Curiosamente essi credono nella
trasmigrazione delle anime e non riconoscono come precetti religiosi il digiuno ed il
pellegrinaggio alla Mecca.
6) Ahmadiya
= originario del Punjab indiano e formato da Mirza Ghulam Ahmad.
Doveri religiosi
Per i Sunniti i pilastri dellIslam
sono cinque:
1) la shahada
= la professione di fede
2) la salat
= la preghiera
3) la zakat
= lelemosina
4) il sawan
= il digiuno nel mese del ramadan
5) lo hagg
= il pellegrinaggio alla Mecca
Oltre a questi 5 gli sciiti considerano
come normativo un sesto dovere:
6) la fede
negli imam.
Anche gli Kharijiti e gli Ismailiti
considerano come fondamentale un sesto precetto:
6 ) la gihad = la
guerra santa.
Sufismo (Tasawwuf)
Si tratta della corrente
mistico-esoterica dellIslam. Tasawwuf dal termine suf (stoffa di lana
grezza ) utilizzata dai mistici Islamici. Principali esponenti: Gialalud
ad-Din Rumi, Abu Hamid al-Ghazali, ibn Arabi. Oltre a questi, hanno aderito al
sufismo anche diversi pensatori tradizionalisti, o perennialisti (corrente
perennialista) occidentali, come R. Guénon e F. Schuon. Sovente avversato dalla
teologia ufficiale per la sua esaltazione dellamore universale, molto sviluppato in
Iran (Persia) ed Iraq.
Islam contemporaneo
Organizzazioni contemporanee (sic) che propongono un ritorno
allIslam originario = Movimento PanIslamico, Lega Musulmana (1906, Dakka),
Confraternita Musulmana (1928, Egitto; messa fuori legge nel 1954), Lega Araba (1945,
Cairo).
Correnti contemporanee:
1) c.d. Fondamentalisti
(fondamentalismo Islamico) = propongono un ritorno alle origini, fondato sulla unione
dellautorità spirituale con il potere temporale. Applicazione alla
lettera della sharia e rifiuto violento della cultura occidentale (Iran,
Pakistan, Afghanistan talebano)
2) c.d. Secolaristi
= sostenitori della laicità dello stato (Iraq, Siria, Egitto, Turchia; n.b. Iraq, alla
salute di chi predica lo scontro tra civiltà
)
3) c.d.
Tradizionalisti = corrente intermedia. Si richiama alla tradizione e alla sharia, ma
senza rifiutare lOccidente (Arabia Saudita, stati del Golfo).
4) c.d. Liberali
= musulmani che rifiutano la visione integralista dello stato (minoranza).
5) Come evoluzione
della corrente al punto 3, si devono segnalare anche le scuole millenaristiche,
caratteristiche soprattutto dellAfrica Islamica; e correnti moderniste, come
evoluzione dei punti 2 e 4.
Prima di illustrare in dettaglio i
diversi aspetti della dottrina Islamica, per es. inerenti alla sfera interpersonale e
familiare (relazioni uomo/donna, ecc.), o di avvicinare essotericamente (esteriormente) la
mistica Islamica, ritengo che sia utile esporre i fondamenti metodologici dello studio di
una o più religioni. Questiniziativa aiuterà ad inquadrare meglio la questione e a
focalizzare lasse da cui deve svilupparsi il dibattito. Nei prossimi giorni,
pubblicherò quindi un breve rendiconto criteriologico.
2-criteriologia
e principali correnti nella sdr.
I principali studiosi di scienze
religiose hanno dimostrato da tempo linefficacia delle ricerche orientate e
condizionate da due atteggiamenti antitetici, ma proprio per questo complementari nel loro
anelito di rimozione della dimensione storica: il religionismo e il
riduzionismo.
Definiamo religionista,
latteggiamento di chi si appresta a fare la storia delle religioni, partendo egli
stesso, da una posizione religiosa (consapevole o meno). Di solito, il religionista
sostituisce la teologia o la filosofia della storia alla storiografia obiettiva. La
metafisica allanalisi diacronica. Latteggiamento religionista limita la
libertà dellindagine storica, perché in fondo ha già deciso, fideisticamente, che
la storia del mondo riflette un piano universale della salvezza divina, e che le singole
formazioni ierogenetiche devono essere assorbite in un quadro escatologico.
Definiamo riduzionista, la
tendenza a ridurre a mere formazioni sociali tutte le grandi istituzioni sociali,
specialmente la religione. Questa pozione fa capo alla scuola sociologica francese di
Durkheim , per il quale la religione non sarebbe, in fondo, altro che la divinizzazione
della stessa società, realizzata nei momenti di esaltazione della vita mentale e psichica
degli individui. Ora, è evidente che i fattori materiali sono essenziali, se non primari,
nella formazione delle rappresentazioni sacre. Ma non sono tutto: infatti, il
riduzionismo, non può spiegare la religiosità dellindividuo come elemento
cellulare e nel suo rapporto con la sacralità della Natura. Si tratta, cioè, di una
chiave di lettura che risente di una chiara forzatura di fondo.
Altre correnti, ricadono, in modo discontinuo e variegato, nei due errori di
fondo, sopra illustrati. La fenomenologia religiosa, ad es., predilige studiare i fenomeni
religiosi in sé stessi, considerati come tipi ideali, senza alcuna preoccupazione di
nesso causale o di collocazione spazio-temporale. I suoi sostenitori (M. Eliade, van der
Leeuw ) sostengono che LA religione è congenita alla dimensione
dellesistenza umana, e che luomo è per sua essenza homo
religiosus. Così, linfinita varietà dei fenomeni religiosi vengono ridotti a
pochissime radici generalmente invariabili. Si tratta quindi, di un atteggiamento
latentemente religionista. Tuttavia, molti esponenti di questa corrente hanno incominciato
a ridefinire la loro metodologia, cercando un connubio della fenomenologia con la storia.
Lultima fenomenologia appare quindi più fondata scientificamente.
Probabilmente, il metodo più sicuro per
la storia delle religioni, è quello metodo-comparativo. Anche gli esponenti
dellapproccio filologico ed archeologico- o comunque dello storicismo specialistico
non comparativo- ricadono in alcuni errori di fondo. Lo specialista di una singola
civiltà, ignora che lo stesso fenomeno religioso può essere presente anche in ambiti
diversi, per cui non sarà mai in grado di valutarne il significato allinterno della
civiltà di sua competenza (A. Brelich, introduzione alla SDR). Per esempio la
presenza dellofferta primiziale nella religione romana non può essere spiegata
dallinterno della stessa, perché questa è più antica della civiltà romana.
Inoltre, una particolare festa romana non può essere compresa bene se non si conosce il
fenomeno festivo in sé, nella sua dimensione generale. Ma anche le religioni storiche ed
universali, come il cristianesimo, lIslamismo, il buddismo, non possono essere
studiate allinterno di un singolo ambito culturale, perché si riallacciano a
tendenze più antiche, che improvvisamente potenziano, anziché rappresentare delle
novità assolute (ib.).
Ne consegue, che il migliore e più
sicuro approccio alla storia delle religioni è costituito dal metodo storico-comparativo.
Altre correnti storico-religiose sono:
la scuola naturalistica, la scuola antropologica o
animistica o totemistica, le varie scuole
preanimistiche (tra cui la scuola del monoteismo primordiale), i
culturstorici ed infine gli storico-psicologi.
3- Sufismo(Tasawwuf
).
Con questo termine, il cui equivalente
arabo Tasawwuf deriva dalla parola suf (stoffa di lana
grezza), sintende la corrente mistica dellIslam. Mistica ed esoterica,
perché nel caso del sufismo la distinzione tra i due termini non è agevole (in ambito
puramente teorico, il mistico occidentale si distingue dallesoterista per
lintenso desiderio di bruciare la tappe, trascendere le immagini e gli
intermediari per dissolversi estaticamente con Dio). La stoffa di lana era quella
utilizzata dai primi mistici e asceti. Inizialmente il sufismo subì lostilità
della teologia ortodossa; attualmente è diffuso soprattutto in Iran ed India, oltre che in Europa ed in America. Il modello sufico è la
vita del Profeta, in particolare la sua ascensione notturna. Il sufismo non è fondato
sullosservanza della sharia, ma sullesercizio della pietà e
dellamore universale. Esso è anche considerato il cuore (esoterico) dellIslam
di contro al formalismo ortodosso. Il sufi (termine, che però devessere attribuito
unicamente a chi ha raggiunto la fine del cammino iniziatico, analogamente allo yogi
indiano) ricerca lestasi mediante una pratica definita dhikr
(menzione) che consiste in ripetizioni litaniche a voce alta e/o interiormente, accompagnate da
particolari movimenti del corpo e ad esercizi respiratori. Oltre allo dhkir, viene
esercitata lascesi (zuhad), le abluzioni rituali, la danza. È proprio la dhkir,
unita ai movimenti del corpo ed alla danza che consente lunione con il Reale, ossia
il Principio divino. Si tratta quindi di una forma di meditazione, che il maestro (shaykh o pir) insegna ai discepoli,
insieme alla metafisica, la cosmologia, langelologia, La psicologia, e
lescatologia. il sufismo è una scuola di educazione spirituale: ladepto
ricerca più la realizzazione della virtù, che la conoscenza metafisica, che per il sufi
appartiene a Dio. Attraverso laddestramento della volontà contro la brama della
concupiscenza, ladepto cerca di trasformare il piombo dellanima in oro e di
realizzare lascensione spirituale verso Dio (in questo caso fortemente connotante è
il simbolo dellaquila, immagine che in ambito cristiano per Giovanni
identifica il Logos divino, ossia il Verbo).
Tra le più note confraternite sufi
(circa cento), possiamo menzionare quella degli Ahmadiya, contrassegnata
dallutilizzo del turbante rosso. La confraternita turca dei Bektashiya,
quella dei Mawlawiyyah (di cui fece parte Gialalud ad-Din Rumi, il celebre
mistico e poeta), conosciuta anche come ordine dei dervisci danzanti. Mentre
dervisci urlanti sono definiti i membri della confraternita irachena dei
Rifaiya.
Tra i grandi maestri possiamo
annoverare, oltra al già citato ad-Din Rumi, al-Ghazali, ibn Arabi, ed infine la
celebre mistica sufi Rabi, ah al-Adawiyyah.
3a-
Sufismo: mistica o esoterismo?
Come
abbiamo visto, con questo termine si è soliti indicare la corrente esoterica formatasi
nellambito Islamico (sufismo, da suf, la ruvida veste di lana dei primi
seguaci). Si tratta, indubbiamente, di una corrente che può essere considerata come
esoterica, in quanto presenta dei gradi diniziazione; daltra
parte, non si può ignorare che il rito di passaggio non necessariamente qualifica gli
elementi di una dottrina come esoterici. Esistono numerosi riti di passaggio, presso le
civiltà c.d. primitive, che hanno carattere sociale e non sapienzale-elitario. Ma anche
qualificando il tasawwuf come mistica, ci troviamo di fronte a dei problemi
concettuali.
La
parola mistica, infatti, ai nostri giorni, presenta diversi significati.
Uno
dei quali, la intende come esperienza-limite, visio beatifica, apertura eccezionale
di un canale di comunicazione con il divino, estasi febbrile ed eroica/erotica. In altre
parole, come sentimento oceanico secondo la celebre definizione di Freud.
Laltra
possibilità, richiama- viceversa- la unitas spiritus, lunione con
lUno, reiterata però come condizione possibile, costante e per nulla straordinaria
(proprio nel senso che si dà nella quotidianità dello spirito e non nellepifania
di unestasi catabasica sovrannaturale). Questultima posizione è propugnata in
Italia da M.Vannini.
Si
tratta quindi di scegliere. Nel primo caso (freudismo), la mistica è
unesperienza-limite intrisa di fideismo, dirrazionalismo, magari prodromo di
disturbi psichici latenti (esiste tutta unampia, seppur superata, letteratura
scientifica che riconduce la mistica alle compulsioni represse ed ai conflitti con le
istanze inibitrici della psiche). Nel secondo (Vannini), essa è unesperienza carica
di lógos,
di razionalità e di lucidità. Chiunque- premesse certe condizioni preliminari di
purificazione interiore- può diventare un mistico, proprio perché si tratta di
unesperienza umana essenziale, e quindi comune a tutti, indistintamente.
Tuttavia,
proprio perché, secondo Vannini, la religione Islamica- come quella ebraica si
fonda sullassoluta trascendenza di Dio, esiste una sorta di frattura ontologica tra
il credente ed il Creatore, uno iato assiologica ed incolmabile che rende problematico
parlare di unitas spiritus, di Unione con lUno.
Vannini
presenta, nel suo quasi introvabile libro Il volto del Dio nascosto,
una seconda argomentazione sulla problematicità di una mistica musulmana, in senso
proprio. Secondo lo studioso, la mistica è eterogenea al milieu ortodosso musulmano, che
difatti ha sempre ostacolato aspramente il tasawwuf. Tuttavia, il fatto di asserire
che esistono grandi e significativi mistici musulmani, ma solo nel senso che
provenivano dalla cultura Islamica, con la quale sono entrati in conflitto[1],
evidenzia come proprio dalla cultura Islamica provenga, si formi, un qualcosa di
avvicinabile, equiparabile nei suoi assunti teoretici, ad una mistica. Identificato e
verificato quindi il nucleo dottrinale coranico, diventa poi difficile negarne la
provenienza ed appartenenza (sebbene, come nel caso del Sufismo, non risulti assottigliato
sulla datità ortodossa). Proprio perché il sufismo, nasce nellambito musulmano,
esso non può prescinderne.
Più
efficace, a nostro avviso, si presenta, invece, laltra argomentazione sopra indicata
di Vannini, che nega la qualifica di mistica al tasawwuf, proprio
perché riconosce lassoluta trascendenza divina, la totale sottomissione
(Islam) del fedele verso Allah.
Seguendo
la tesi dello studioso italiano, diventa allora problematico il continuare a riferirsi ad
una presunta mistica Islamica. Più efficace si presenta lequiparazione
al termine esoterismo. A. Faivre, mostra come anche questo termine presenti
tre significati. Nel primo, esoterismo è inteso come una scienza o dottrina
segreta. Nel secondo, come un Centro spirituale dellessere, a cui accedere mediante
tecniche arcane trasmesse dal maestro allallievo. Nel terzo significato, il termine
indica la storia delle correnti esoteriche occidentali, Islamiche, ebraiche[2]. Poiché il sufismo rientra in tutti e tre i
significati, possiamo quindi definirlo come una corrente esoterica (tuttavia andrebbe
ugualmente bene anche un altro vocabolo, gnosi. Il tasawwuf può quindi
essere definito come una corrente esoterica e gnostica).
3b
- Il Sufismo e la mistica cristiana del sentimento.
Abbiamo visto come il Sufismo sia, più
che una mistica vera e propria, una dottrina esoterica che presenta numerose affinità con
la mistica cristiana ed ebraica; entrambe caratterizzate, come lIslam, dalla
completa subordinazione passiva ad un Dio, totalmente trascendente.
Centrale nel tasawwuf è la via amoris, edificata come cavalcavia,
stazione di passaggio verso lIdentità Suprema, lesaustiva unione
con Dio. Tutta lascetica sufi è indirizzata a questo fine e presenta delle notevoli
affinità con la spiritualità cristiana dei Padri del deserto. Si tratta di un
atteggiamento intimista e contemplativo contro lattivismo degli altri seguaci del
Profeta. Anche la rozza tunica di lana (suf) dei primi sufi deve essere intesa come
simbolicamente contrapposta alla ricchezza del primo impero musulmano in via di
espansione. Questo primordiale ascetismo, tuttavia, con il tempo si sublimò nella
conoscenza damore, equiparando la Rinuncia a semplice mezzo preliminare e non più a
fine. Lo scopo della fuga mundi, quindi, era la via amoris, a sua volta
passaggio obbligato per lIdentità Suprema.
Figura di punta della conoscenza
damore è la schiava Rabiah. Celeberrimi sono i suoi versi:
O mio Signore, le
stelle brillano e gli occhi degli uomini sono chiusi, e i re hanno chiuso le
loro porte e ogni amante è con il suo amato, e io sono qui sola con te[3]
Lamore puro e
spirituale di Rabiah è esclusivo,
proprio perché esclude dal suo orizzonte qualsiasi altro oggetto damore, che non
sia quello divino. Si tratta, quindi, di una chiusura relazionale privilegiata del
contemplante con il contemplato, con Dio, il sommo bene ed il supremo oggetto
damore. Non si può sottovalutare le profonde affinità che uniscono gli slanci
damore divino di Rabiah a quelli di altre pseudo-mistiche cristiane (sempre
che si continui ad intendere la mistica come unitas spiritus, secondo la
prospettiva di M. Vannini, e non come mera mistica del sentimento, e quindi,
in altre parole, come pseudo-mistica[4]).
In molte mistiche cristiane come Teresa
dÁvila che desidera contemplare il colore degli occhi di Gesù, ad Agnese
Blannbekin che vorrebbe toccarne il prepuzio infantile, a Margherita Ebner che anela ad
allattare il neonato Gesù, per finire con Angela da Foligno che si vede tutta nuda di
fronte a Cristo, assistiamo ad un chiaro camuffamento delle pulsioni sessuali represse e
mortificate nellascesi. Tuttavia nel caso di Rabiah gli slanci pulsionali
camuffati, tipici del monachesimo femminile, sono sublimati e raffinati in schemi derivati
dalle categorie neoplatoniche che riescono a salvaguardare la purezza intenzionale
cosciente del soggetto. A differenza dello spontaneismo delle mistiche cristiane del
sentimento- che pur partendo da nobili intenti spirituali cadevano prede della forza
simbolizzante del Perturbante, dellEs- nel caso della sufi, la padronanza delle
categorie metafisiche, quindi della capacità procrastinante, dif-ferenziante, rinviante
dellIntelletto, sottrae la immediatezza dello slancio amoroso alle trappole
dellInconscio. Le categorie metafisiche, innestate dalla riflessione intellettuale
(in senso lato) sublimano, elaborano e perciò assicurano la salvezza e la conservazione
della purezza originaria. È qaauindi errato, a nostro avviso, equiparare il Sufismo alla
mistica cristiana del sentimento.
3c- Shaykh al-Junayd ed
al-Hallaj.
Attraverso lopera ed il pensiero
di Shaykh al-Junayd (morto nel 910), il sufismo raggiunge il suo vertice speculativo.
Influenzato da Plotino ed attento- secondo il
grande Islamologo L. Massignon nel muoversi con una certa prudenza nel farraginoso
dominio della gnosi eterodossa, Shaykh al-Junayd, tuttavia, fu fautore di
unoriginale rilettura della dottrina della creazione.
Per al-Junayd, la creazione è
unemanazione della preesistenza di Dio verso lesistenza dellente, che in
quanto tale è separata nel tempo dal suo Principio. In quanto emanazione, la creatura
preesiste, da sempre, nellintelletto divino:
Egli mi annullò
(nella mia preesistenza divina) nel crearmi proprio quando, allinizio, egli mi creò
(nella mia esistenza separata nel tempo) quando non esistevo. (Kitab al-Fana).
Lallievo di Al-Junayd, al-Hallaj,
portò ad estreme conseguenze questa dottrina emanazionistica, dando vita ad una teoria
monistica, giudicata eretica dallautorità ortodossa, e che gli costò la condanna
alla pena capitale nel 922. Con al-Hallaj, il sufismo inizia ad utilizzare il linguaggio
damore in un senso più simbolico. Di fatto, malgrado laccusa di monismo-
molto temuta dalle autorità religiose, in genere per la sua prossimità al panteismo,
secondo cui ogni cosa, anche la più infima ed abbietta (fango, capelli, ecc.) è
Dio- al-Hallaj credeva che la gnosi fosse un fenomeno transeunte, provvisoria. Lo stato
dellIdentità Suprema non poteva essere permanente, ma occasionale:
tra me e te resiste
un sono io che mi tormenta. Ah, per la grazia, togli questo io tra
di noi.
Ed anche:
Io sono Colui che
amo, ed egli che io amo è io. Siamo due spiriti che dimorano in un unico corpo.
Come si vede, la fusione gnostica tra
creatura e Creatore- micro e macrocosmo, secondo il linguaggio ermetico- non è perfetta,
perché permane sempre uno scarto dAlterità, un residuo dualistico. Per lo stesso
motivo, è da escludere lidea che al-Hallaj fosse arrivato ad una dottrina
panteista. Dio, mantiene sempre la Sua irriducibile trascendenza rispetto alla contingenza
del creato:
egli ha legato il
tutto alla contingenza, poiché la trascendenza è sua propria
rimane lontano dalla
condizione della creazione, in lui non cè nessuna mescolanza con la sua creazione,
il suo atto non consente miglioramento, egli è separato da loro dalla sua trascendenza
come le creature sono separate da lui dalla loro contingenza.[5]
3d- la via amoris in
al-Ghazali, Ibn al-Arabi, ed Ialal al-Din Rumi
Al-Ghazali, è considerato il più
grande dei teologi Islamici. Formatosi allo studio della legge Islamica, abbandonò
linsegnamento e girovagò per undici anni prima di fermarsi in un monastero sufi.
Cercò soprattutto di superare le dicotomie implicite nella dottrina di al-Hallaj,
evidenziando il valore dellesperienza contro gli eccessi dellinterpretazione
rigorista.
Debitore soprattutto del neoplatonismo e
della teologia aristotelica, con Ibn al-Arabi, il sufismo acquista una connotazione
peculiarmente monistica, attenuando il distacco della creatura dal Creatore (abbiamo
visto, come lIslam ortodosso- essendo la religione dellassoluta sottomissione
a Dio- non possa consentire la realizzazione dellunitas spiritus senza richiamare la
subordinazione gerarchica, la distanza, delluomo nei confronti di Dio). Infatti, il
sufismo, con Ibn al-Arabi inclina al monismo, senza però mai abbandonare la
predilezione nei confronti del linguaggio damore; predilezione che reintroduce
surrettiziamente la dicotomia essenziale che si era tentato di superare. Lamore è
un moto della volontà che anela al possesso delloggetto desiderato; ma nel possesso
deve reintrodurre lo scarto, lo iato, tra il desiderato ed il desiderante, pena
lestinzione del desiderio, quindi della sua stessa essenza. Lunione amorosa
(anche, ma non solo, sessuale) non è una stasi, ma unec-stasi- nel senso
heideggeriano del termine- una rottura della temporalità della distanza, un
oltrepassamento temporaneo della differenza, una fuga dal transeunte. Ma lamore,
dopo aver realizzato lidentità con loggetto, deve riaffermarne
dialetticamente lalterità, altrimenti si prosciugherebbe la sua stessa energia
desiderante. In altre parole, siamo destinati ad amare sempre e soltanto ciò che è
assente. In questo senso, la mistica che enfatizza lamore non può superare
veramente il suo dualismo essenziale.
Per Ibn al-Arabi, lAssoluto
si lascia conoscere perché viene vinto dal desiderio di sapere delluomo, ed allora
si proietta con limmaginazione creativa nellalterità del creato. È questa
stessa proiezione dellUno con il mondo, a determinare lidea differenziata di
Dio nelluomo; ed anche se la creatura è da sempre divina, resta comunque
subordinata rispetto a Dio. Tuttavia, il creato, tramite la mediazione umana, può
ritornare allunità primordiale (si noti, appunto, come sia il molteplice a
ritornare e a dissolversi nellunità. In altri termini, il due, o è considerato
come subordinato rispetto alluno, o, in alternativa, può acquistare valenza
assiologia solo ritornando e dissolvendosi nelluno).
La mediazione perfetta, tra il creatore
ed il creatore lIdentità Suprema non può ovviamente essere
realizzata dallhomo tecnologicus, ma soltanto dal santo, dal sufi. Il sufi, realizza
larchetipo dellUomo Perfetto riflettendo, in quanto specchio di Dio, la Sua
luce nel cosmo, ed a ritroso la sua immagine fino allUno. Soltanto in quanto
mediatore, il sufi può realizzare lunità spezzata tra lUno ed il molteplice:
ma ancora una volta, resta sottintesa la subordinazione del riflesso verso
larchetipo divino.
Infatti, Ibn al-Arabi, fautore del
monismo più radicale apparso nella cultura Islamica, non attenua la centralità della via
amoris, quale strumento privilegiato per ricongiungersi a Dio. Ma come sopra ricordavamo
è proprio la peculiarità dualistica, psudo-monistica, ad impedire il completo
riassorbimento nellUno. Lamore, in tutte le sue forme, anche sessuale, è
dicotomia irrisolvibile, pena il progressivo spostamento delloggetto del desiderio.
Lunità è solo illusoria e transeunte.
Con Ialal al-Din Rumi, il sufismo
diventa prevalentemente desiderio intenso ed a tratti passionale dellunità con il
divino, espresso in versi di grande lirismo:
Non cè né corpo, né anima,
poiché appartengo allanima dellAmato. Ho allontanato la dualità, ho visto
che i due mondi sono solamente: lUno io cerco, l?uno io conosco, lUno io vedo,
lUno io chiamo. Egli è il primo, Egli è lultimo, Egli è il mondo esteriore,
Egli è il mondo interiore[6]
Dopo Rumi, questo erotismo
teocentrico (nel senso greco originario ) e pseudo-mistico conobbe il suo culmine
nellopera di un altro grande poeta persiano, Abd, al-Rahman Jami.
4- Individuo ed Islam
Subito una curiosità: nella versione
Islamica del mito della Caduta edenica, Adamo è colpevole quanto Eva. Non fu Eva a
tentare Adamo con il frutto dellalbero proibito: assaggiarono entrambi. Inoltre, non
si può parlare di un vero e proprio peccato originale nel senso cristiano del termine,
trasmettibile di padre in figlio. La condizione umana, così come per Platone, è
piuttosto quella della smemoramento (al-ghaflah), delloblio dalla natura
primigenia (al-fitrah), della rimozione del pensiero dellunità divina (al-tawhid).
Il fedele, per lIslam, deve riconoscere questa Identità divina, rimuovere le
passioni e mediante lintelligenza e la volontà ritornare alla natura
primigenia. Conoscere è quindi essenzialmente ricordare, come per Platone,
lermetismo e lo gnosticismo.
Il fedele, uomo e donna, deve servire
Dio (abd Allah) e per fare questo deve rimanere passivo verso il Cielo-
immagine della volontà divina- ed attivo verso il Creato, quale vicario di Dio sulla
terra (ritroviamo una concezione simile anche nellermetismo. Luomo è composto
da una doppia natura: divina e spirituale in
quanto imago divina, e materiale e corporea per prendersi cura delle creature terrene).
Lindividuo deve quindi
sottomettersi (Islam) alla volontà di Dio, e contemporaneamente contribuire a
trasmettere la stessa grazia e misericordia divina alla Natura.
NellIslam assistiamo dunque a un totale rovesciamento di quello slancio faustiano di
padroneggiamento della Creazione e di ribellione verso il Cielo, tipico del mondo
occidentale. NellIslam la grandezza dellindividuo, non è tanto nella
progettualità prometeica, quanto nellasservimento a Dio. Il valore umano si misura
in base a questa scala di acquiescenza. Ecco una delle ragione per cui nellislam
ortodosso il governo giusto è teocratico. Anche il sovrano deve ricordare la
natura teomorfica delluomo, così come recita lhadith principale:
Dio creò luomo a sua immagine.
Questo è il principio metafisico per
eccellenza. Luomo è immagine di Dio e a Lui deve ritornare. Anche
linno-invocazione Allah akbar (Dio è grande) si
propone di rammentare al Cuore del fedele (simbolo di conoscenza non meramente
logico-discorsiva, ma noetica) la dimensione ontologica del divino, e di conseguenza la
destinazione spirituale delluomo e della donna. Perché lindividuo,
nellIslam, è il Centro della circonferenza (simbolo della Verità metafisica e
ierofanica) che può comunicare direttamente con Dio senza la mediazione di intermediari
sacerdotali.
5-
Il Corano e la donna.
Anche la donna, come luomo, deve
per Il Corano, sottostare a degli obblighi religiosi e sociali, ovviamente differenti. La
donna Islamica è dedita essenzialmente alla famiglia ed alleducazione della prole,
mentre il marito provvede al mantenimento economico. Tuttavia ella può disporre
liberamente dei propri beni economici, ereditati e non, indipendentemente dalla volontà
del marito. Luomo e la donna sono per il Corano complementari: entrambi sono dotati
di unanima immortale ed entrambi saranno giudicati nellaldilà per le azioni
compiute in vita. Il matrimonio è visto nellIslam più come un contratto stipulato
dalle due parti, che come un vero sacramento. Questo perché, a mio parere, a differenza
di quanto accade nel Cristianesimo, la sessualità è ritenuta sacra. Al contrario, il
matrimonio cristiano è fondato sulla sublimazione delle pulsioni e sul trascendimento
delle passioni: da qui la necessità del sacramento coniugale. Una possibile spiegazione
per questa valorizzazione Islamica dellerotismo, può essere ricercata, forse, nella
diversa connotazione della ricezione delleredità greca. Mentre il Sufismo è stato fortemente ispirato dal
pensiero di Platone, lIslam ortodosso, ma non mistico, ha assorbito più
propriamente il pensiero aristotelico. Quindi leredità aristotelica, visibilmente
presente in molti filosofi arabi come Averroè ed Avicenna,
potrebbe aver orientato il pensiero Islamico ad un superamento della
diffidenza verso la sessualità- certamente vissuta e regolata nei cardini matrimoniali-
ma non per questa finalizzata esclusivamente alla procreazione (Cristianesimo), o trascesa
nellanelito allidentificazione con Dio (Sufismo, che comunque, non si deve
dimenticare, è una via mistica riservata a
pochi eletti e non certamente alla maggioranza).
La poligamia è ammessa unicamente sul
consenso di tutte le parti e soltanto se vincolata dallimpegno
maritale ad un comportamento equo verso tutte le mogli. Ladulterio è punito
severamente dalla legge Islamica, ma per essere riconosciuto devessere testimoniato
da almeno quattro persone. La legge Islamica non vieta il divorzio, considerato a volte
come una soluzione dolorosa, ma inevitabile. Non
si deve comunque dimenticare che la maggioranza delle famiglie musulmane sono monogamiche,
mentre la poligamia è di solito appannaggio di quei pochi che riescono a sostenere il
mantenimento delle mogli e della prole.
A proposito del velo indossato dalle
donne, non può essere trascurato che questa tradizione non appartiene al solo Islam. Per
secoli è stato usato anche dalle donne cristiane (specialmente appartenenti alle chiese
orientali ) ed ebree. In molti paesi del Mediterraneo occidentale, molte donne anziane
continuano a velarsi il capo non soltanto per
andare in Chiesa. Nello stesso Islam, la velatura non è del resto una pratica universale:
le nomadi e le contadine di solito non lo usano. LIslam, in verità, pretende che le
donne non si vestano in modo eccentrico e che coprano il corpo ed i capelli. La donna deve
mostrarsi nella sua bellezza solo agli occhi del marito e dei figli: ma la velatura viene
vissuta dalle stesse donne come una forma di
liberazione e di garanzia dal desiderio degli altri uomini. Le donne musulmane
ovviamente qualora non si arrivi agli eccessi del burqa indossando il chador si
sentono tutelate dagli sguardi maschili, e proprio per questo su di un piano di parità.
Linteriorizzazione dello sguardo maschile,
le fa sentire apprezzate come persone e non solo come oggetti del desiderio (o come
carne da esposizione mediatica come avviene nella televisione italiana).
Sapendo che gli occhi degli uomini non si fisseranno unicamente sulle loro forme o sui
loro capelli, le donne Islamiche si sentono liberate e libere di poter studiare o
lavorare, senza correre il rischio di essere molestate sessualmente. Si tratta quindi, a
mio parere, di una concezione profondamente pessimistica nei confronti del maschio: come
se le donne potessero essere libere soltanto per sottrazione o detrazione, e non
nellaffermazione fisica e sessuale della presenza.
6-
Escatologia Islamica.
La dimensione teleologica Islamica
inerente alla singolarità non è apparentemente diversa da quella cristiana, ed in minor
misura, da quella ebraica. Anche per il musulmano e la musulmana è previsto un giudizio
post mortem che dischiude, a seconda delle azioni compiute in vita un paradiso, un
purgatorio, un inferno. Come per le altre Religioni del Libro ed a differenza delle
cosmologie indiane sulla sorte finale dellanima è garante la possibilità
della grazia divina. Dio, il Clemente ed il Misericordioso, può quindi salvare in
extremis linfedele, se questa è la Sua volontà: al contrario, linflessibile legge karmica non prevede deroghe allesito
della retribuzione dei meriti esistenziali.
Lescatologia Islamica è fondata,
come il giudaismo ed il cristianesimo, sulla scansione lineare della storia, che comunque
è destinata a finire. Per la profezia Islamica, prima della fine del tempo comparirà il
Mahdi (il ben guidato da Dio), che verrà a porre fine al male e
alleresia e a far trionfare la giustizia e la pace. I sunniti credono che il Mahdi apparterrà alla tribù del Profeta e si
chiamerà Muhammad, mentre gli sciiti lo riconoscono come il dodicesimo Imam Muhammad Al-
Mahdi. È curioso, come per la Profezia, la venuta del Mahdi sarà seguita dal ritorno di
Cristo a Gerusalemme che segnerà la fine della storia del mondo e linizio del
Giudizio Universale. Cristo, nella sua veste di profeta abramitico, riveste quindi un
ruolo centrale nellescatologia Islamica.
Parte seconda: genesi
dei fondamentalismo Islamico. Considerazioni sullIslam tradizionale.
1) Le origini della
corrente fondamentalista nella cultura cristiana.
Il termine fondamentalismo
in realtà non nasce nel mondo Islamico, ma- notizia che non deve sorprendere più di
tanto- in quello cristiano, per la precisione allinterno del milieu protestante. NellOttocento, nella
cultura protestante si forma questa corrente teologica che predica un brusco rifiuto della
modernità. In particolare, i primi esponenti del fondamentalismo cristiano si oppongono
al tentativo di applicare il metodo delle scienze umane alla Bibbia. Rifiutano la
possibilità di fornire uninterpretazione storicistica delle Verità Rivelate del
Vecchio e dal Nuovo Testamento. In ultima analisi, i teologi fondamentalisti sono
preoccupati dallenorme diffusione e popolarità che le dottrine evoluzionistiche
stanno riscuotendo allepoca. La sfida che Darwin lanciava alla Rivelazione metteva
in discussione la costruzione mitopoietica dellidentità umana come immagine di Dio;
opera diretta del Creatore senza la mediazione di anelli inferiori progenitori
dellhomo sapiens. Se il darwinismo avesse avuto ragione sarebbe caduto anche il mito
edenico con la correlativa colpa originale; in ultima analisi sarebbe stata la fine della
cristianità e della sua dottrina.
In una conferenza, avvenuta intorno al
1889, venne fissato una sorta di manifesto del fondamentalismo fondato su cinque
enunciati.
1) La
veridicità del racconto biblico, in quanto verità divina e rivelata, assolutamente
trascendente i possibili assunti delle dottrine scientifiche. Si rivendicava la
possibilità, per il credente, mediante un atto di sottomissione fideistica, di respingere
gli assiomi scientifici, a prescindere dalla loro provata e accertata sperimentazione.
2) La
divinità di Cristo.
3) La
sua nascita da una vergine.
4) La
Redenzione universale.
5) La
resurrezione di Cristo, il Salvatore.
La
corrente fondamentalista, originariamente intrinseca alla mentalità protestante, si è
successivamente estesa- mediante il fenomeno definito da A. Brelich riplasmazione
coerente anche al milieu ebraico e a quello Islamico, e, non ultimo, anche a
quello cattolico. Il fondamentalismo riplasmato e riadattato alle esigenze dottrinali
delle altre culture religiose, estende e generalizza alcuni assunti e ne rimuove altri
(ovviamente, per il fondamentalismo non cristiano quelli relativi alla trascendenza di
Cristo).
I postulati di questo fondamentalismo
universale, caratterizzante nella sua genericità tutte le religioni del Libro, sono
essenzialmente due:
1) la
centralità della Verità Rivelata dal Libro Sacro di turno (Bibbia e/o Vangelo, Corano)
che instaura una assiologia verticale tra luomo e Dio, ed una orizzontale che
concerne lapplicazione sociale della dottrina religiosa.
2) La
conformazione sociale sulle norme ed i precetti rivelati dal Libro. In altri termini, il
ritorno o il consolidamento della teocrazia, della sottomissione del potere temporale
allautorità spirituale.
2-
Il Wahhabismo
Come abbiamo visto, il termine
fondamentalismo è di chiara matrice occidentale, e, per di più, presenta lo
svantaggio epistemologico di risentire di un eccesso di genericità tassonomica riguardo
alla varietà delle vivide correnti e scuole Islamiche. In altri termini, con la parola
fondamentalismo sono stati accomunati svariati fenomeni religiosi inerenti
alla dottrina Islamica, ma che presentano delle estreme diversificazioni, sotto le istanze
condivise e le esigenze diffuse dellidentità culturale e religiosa,
dellapplicazione della legge divina, della riaffermazione della tradizione, e del
richiamo allumma (la comunità musulmana), ecc.
Ormai, comunque il termine è diventato
duso comune, mutuato dagli stessi musulmani dalla corrispettiva espressione coniata
dalla cultura protestante. Per cui è lecito parlare di fondamentalismo Islamico, anche se
forse sarebbe più corretto usare il termine revivalismo. Con questa
espressione, sintende qualunque movimento interno a qualsiasi dottrina religiosa che
intenda rinnovarne lo spirito, predicando il ritorno alle origini.
Nellottica revivalista
devessere inquadrata lideologia wahhabita, movimento rigorista sunnita nato
nellArabia centrale nel XVIII secolo, ad opera di Muhammad ibn Abd al-Wahhad.
Questultimo a sua volta era a sua volta un seguace della scuola giuridica degli
Hanbaliti (scuola giuridica rigorista). I wahhabiti si richiamano allunità di Dio e
tentano di applicare inflessibilmente la dottrina hanbalita. Il movimento wahhabita è
insieme politico e religioso. Dal punto di vista religioso, il movimento è un fervido
oppositore di qualunque innovazione. Nemico dei fautori del kalam, una particolare scuola
di teologia speculativa, ma anche del sufismo. In particolare, i wahhabiti si scagliano
contro il culto dei santi e delle reliquie, della logica greca nel pensiero teologico;
contro luso del caffè e del tabacco. I wahhabiti spregiano anche ogni forma di
comodità e di lusso, così come vietano laggiunta dei minareti alle moschee. Nel
1805 i wahhabiti, impugnate le armi, devastarono la tomba di Muhammad a Medina, perché
reputavano blasfema la venerazione del sepolcro del Profeta. Successivamente i wahhabiti
subirono delle dure sconfitte ad opera del governo ottomano. Furono confinati dagli
egiziani ai margini dei territori dellArabia, finché nel 1904, guidati
dallemiro Ibn Saud conquistarono la Mecca e formarono lArabia Saudita.
Il wahhabitismo, dunque, attualmente è molto potente in Arabia Saudita; anche se la
concentrazione in questarea delle ricchezze e del petrolio, ha contribuito ad
allentarne seppur parzialmente lintransigenza religiosa.
Non si deve dimenticare, comunque, che
il movimento wahhabita ebbe anche un ruolo positivo nella cultura Islamica, perché
riuscì a risvegliare lo spirito religioso, un po assopito (anche se con dei mezzi e
delle dottrine oltranziste ed intolleranti) durante la dominazione ottomana.
3- Legami tra revivalismo e
nazionalismo Islamico.
La corrente wahabbita, come abbiamo
visto, dal momento della sua comparsa ha cercato di porsi come un movimento politico e
religioso che si prefigge di radicalizzare il messaggio hanbalita.
Con Ibn Hanbal, si assistette ad un
notevole rilancio della teologia più rigorista, in opposizione alla prospettiva
propugnata dallo hanafismo e dallo shafi ismo, scuole giuridiche che facevano uso
del ragionamento analogico, di chiara derivazione greca. Ibn Hanbal leggeva alla lettera
il Corano e gli Hadith (detti), e sottometteva ogni opera
allosservanza della Sunna. Soprattutto si oppose violentemente alle dottrine
eretiche e scismatiche, ed in genere a qualunque novità in materia religiosa. Lo
hanbalismo fu combattuto in un primo momento con successo dallo hanafismo, ma
successivamente conobbe un periodo di nuovo fulgore, grazie alla rilettura che ne fece il
teologo Ibn Taymiyya.
Questo primo tentativo di riforma
revivalista, portato avanti dallo hanbalismo e dallo wahhabitismo, sinnestava su un
terreno precedentemente reso fecondo dalla nascita del nazionalismo Islamico, che a mio
avviso, è da distinguere dal revivalismo musulmano. La distinzione è da cercarsi
essenzialmente nelleterogenesi dei fini: il revivalismo Islamico mirava a combattere
i regimi Islamici moderati, il nazionalismo a respingere il colonialismo europeo. Il primo
combatteva quindi sul fronte interno, il secondo su quello esterno. Infatti, con la fine
della prima fase colonialista- che estendeva il suo dominio dal Nord Africa
allIndonesia e con la nascita dei primi stati indipendenti, alcuni paesi
erano favorevoli ad importare il modello occidentale, propugnando la creazione di una
struttura laica fondata su una legislatura non coranica. Questo tentativo endogeno di
occidentalizzazione dei costumi, provocò per reazione la nascita del revivalismo
Islamico, che, ovviamente, assorbì molti influssi del nazionalismo musulmano.
Un altro pericolo per il revivalismo
Islamico venne successivamente, allinizio del XX secolo, dallinfluenza
marxista. Molti paesi Islamici erano tentati dallesperienza socialista. Il
revivalismo in parte combatté il socialismo reale come in Afghanistan, ma in molti altri
casi cercò di venire a patti con esso, riplasmando coerentemente molte delle sue dottrine
(è il caso della rivoluzione iraniana, inaugurata dal trionfale ritorno di Khomeini nel
1979; altro caso di fondamentalismo Islamico, ma non più dimpronta sunnita come il
wahabbismo, ma sciita).
4- Le caratteristiche del fondamentalismo
nato dalla rivoluzione iraniana
Nel 1979, la rivoluzione mise fine
allimpero dello Schiah (shahinshahi, trasformandolo in una repubblica
Islamica guidata dallAyatollah Khomeini. Si può tranquillamente affermare, senza
pericolo di smentita, che fu la nascita della repubblica iraniana a portare alla ribalta
dellattenzione occidentale la nozione di fondamentalismo o
integralismo, come viene oggi comunemente intesa (temine peraltro, come già
ricordato, coniato dal protestantesimo americano).
Vi sono tuttavia delle differenze
essenziali tra il fondamentalismo iraniano e quello wahhabita; e non solo perché il primo
è di derivazione sciita, mentre il secondo è di radice sunnita. Il fondamentalismo, nato
dalla rivoluzione iraniana, è più radicale, militante e rivoluzionario di quello
wahhabita. Paradossalmente, a differenza di questultimo- che respinge integralmente
il pensiero occidentale- il fondamentalismo dimpronta iraniana non solo non rifiuta,
ma addirittura assimila e rilegge alla luce coranica, molte tesi del pensiero politico
occidentale moderno. Soprattutto, la storia dellidea stessa di rivoluzione
socialista sembra interessare particolarmente i teologi iraniani. Il progetto era quello
di sostituire il materialismo storico con lescatologia Islamica, e il Capitale con
il Corano. In effetti, con la rivoluzione Islamica, lidea stessa di
politica assume un significato nuovo. Lo stesso Khomeini avviò negli anni
ottanta un copioso carteggio con Gorbaciov, su temi che spaziavano dalla teologia alla
politica. Del resto, se Saddam Hussein godeva
della protezione degli Stati Uniti, Khomeini cercava di allacciare alleanze con
lUnione Sovietica.
Ma non è solo la cultura occidentale a
destare lattenzione di questo tipo di fondamentalismo, ma anche la tecnologia.
Mentre il wahhabismo rifiutava tutte le conoscenze occidentali, il fondamentalismo
iraniano sinteressò alla tecnologia per cercare di consolidare ed accrescere il
potere interno e la propaganda esterna. Tutto questo, mantenendo il consueto retroterra di
ostilità ideologica e politica verso lOccidente e continuando a teorizzare il
ritorno alla purezza di una comunità
Islamica ideale. Il fondamentalismo, nato dalla rivoluzione iraniana, quindi predica il
ritorno alla limpidezza originaria, ma al contempo adotta e riadatta le teorie ed i canoni
del mondo che disprezza. Si deve ricordare, ad esempio, che la rivalutazione
dellattacco suicida è tipica dellestremismo di matrice sciita. Nella cultura
sunnita il suicidio resta un peccato, ma diventa martirio solo se è finalizzato a
difendere i luoghi sacri dallattacco dellinfedele. È soltanto nello sciismo
che prende campo lidea che la massima forma di martirio sia il gesto che uccide
(offende e non si limita a difendere) linfedele a sacrificio della propria vita.
Questo tipo di fondamentalismo che
adotta le tesi del mondo moderno, ma ne rovescia le finalità e gli assiomi di partenza,
che adatta lidea di rivoluzione occidentale ai compiti della gihad, è stato
assimilato dai gruppi radicali del Libano, dellEgitto, del Sudan e finànco dai Palestinesi.
5-
Considerazioni sullIslam tradizionale.
Malgrado lincalzare del modernismo
e del c.d. fondamentalismo, la stragrande maggioranza dei musulmani continua ad essere
tradizionalista. Mentre il Cristianesimo attraverso la Riforma del XVI secolo e
lEbraismo attraverso la scuola riformatrice sono dovuti venire a patti con la
modernità- aprirsi, in qualche maniera, ad essa- lIslam ha mantenuto la sua
identità culturale e religiosa. Non solo. Il modernismo ed il cd. fondamentalismo non
sono stati in fondo capaci di proporre una valida visione del mondo alternativa a quella
tradizionalista. Le stesse confraternite sufi, fortemente osteggiate dal c.d.
fondamentalismo, continuano nella pratica delle loro dottrine secolari, così come gli
ulama ( esperti di religione) procedono nellesercizio della loro autorità
secondo i dettami della tradizione ortodossa. Lo stesso fondamentalismo per certi versi
può essere considerato eterodosso (specialmente quello derivato dalla rivoluzione
iraniana). Inoltre, se è vero, che il terrorismo (che non deve essere identificato
strictu sensu con il fondamentalismo) ha iniziato ad arruolare molti giovani istruiti, è
altrettanto vero che molti musulmani colti si sono lasciati sedurre dalla spiritualità
sufi. In Egitto, ad esempio, il sufismo è molto diffuso tra gli eruditi.
A questa rivalutazione dellIslam
tradizionale hanno contribuito diversi autori europei come R. Guénon e F. Schuon, ma
anche la maggiore padronanza dellinglese o del francese da parte di molti musulmani
aperti al dialogo intereligioso. LOccidente è venuto così progressivamente a
conoscenza del vero volto dellIslam, che non deve essere confuso con il modernismo,
né tanto meno con il c.d. fondamentalismo. Secondo alcuni Islamologi, come Seyyed Hossein
Nasr, lIslam tradizionale può essere identificato con una montagna sottoposta a
fenomeni marginali di erosione e sedimentazione. Modernismo e fondamentalismo possono
essere equiparati a questi fenomeni. Gli osservatori occidentali concentrando la loro
attenzione unicamente su questi fenomeni, perdono di vista la montagna, lessenza
stessa che accoglie queste trasfigurazioni provvisorie e parziali.
LIslam tradizionale non combatte
lOccidente, non rifiuta a priori il confronto culturale e religioso. Nondimeno, si
guarda bene dallemulare o scimmiottare il modello occidentale moderno. Il
tradizionalismo cerca di dare nuova linfa alle dottrine tradizionali, cercando di
conciliarne gli assunti con la scienza moderna. In altre parole, si preoccupa di ritrovare
le proprie radici, la propria identità. Rifiutando di usare teorie occidentali, ossia
moderniste, per avallare scopi Islamici; o, probabilità ancora più incresciosa, per
combattere lo stesso mondo occidentale (strategia, come abbiamo visto, perseguita
subdolamente dal fondamentalismo di matrice iraniana).
Bibliografia essenziale.
-
A. Bausani, Il Corano, Firenze
-
A. Bausani, Persia religiosa, Milano
-
A. Bausani, lIslam,
Milano
-
H. Corbin, Storia della
filosofia Islamica, Milano
-
L. Massingnon, Parola data,
Milano
-
H. C. Puech, Storia
dellIslamismo, Milano
-
SH. Nasr, Ideali e realtà
nellIslam, Milano.
[1] Cfr. M. Vannini, Il volto del Dio nascosto, Mondadori
[2] Cfr. A. Faivre, Accèss allésoterisme occidental, Gallimard.
[3] Cfr. M. Smith, Rabiah the Mystic, Cambridge, 1928.
[4] [4] Cfr. M. Vannini, Il volto del Dio nascosto, Mondadori
[5] Cfr. L. Masignon, La passion dal Hassayn-ibn-Mansour al Hallaj, Parigi, 1922.
[6] E. G. Brown, A Year amongst the persian, Cambridge 1926