0.1
L’imprevedibilità
L’imprevedibilità
evidenzia una mancanza di concettualizzazione nei confronti di un qualunque
fenomeno non percepito. Ciò che non può essere percepito non può essere visto e
quindi non può dare luogo ad un processo di conoscenza. Una conoscenza che si
muove all’interno di un processo di ideazione conseguente alla videazione ossia
al vedere. E’ questa una attività percettiva che diviene ideativa come
nell’inscritto etimologico: “dal greco idéa
<<aspetto, forma, apparenza>>
derivato da ideîn
<<vedere>>”[1].
Perciò l’ideazione non è altro che il traslato concettuale della percezione
visiva. Infatti l’imprevedibile è tutto ciò che corrisponde a quel in, ossia non pre vedibile, ossia prima visibile.
Quindi l’imprevedibile, non essendo stato visto prima, si lega con la
categoria dell’instabile, ossia a tutto quel in sta bilis ovvero a
tutto quello che non c’è, che non sta o che è assente come percepito.
L’etimologia è ben chiara: “dal latino instabilis,
da in- negativo e stare”[2].
Esemplificando al massimo, l’instabile è ciò che non risponde all’appello della
nostra percezione.
E’ come l’alunno che ha
marinato la scuola; non risponde all’appello delle presenze ma ciò non nega il
fatto che quell’alunno esista. Risponderà all’appello quando non marinerà più
le lezioni. Sarà un alunno con una frequenza instabile ma pur sempre
stabilmente presente al di fuori della sua assenza dall’ambito scolastico.
Avremo di conseguenza
una perplessità ideale nel momento stesso in cui saremo spettatori di quella stabile ed
innegabile armonia che è presente in tutto l’universo. Infatti, se c’è
instabilità, come ad esempio nello scomparire e riapparire di un pianeta, tale
instabilità diverrà una regolarità ritmica, ossia armonia. In tal caso
l’instabilità diverrà un controsenso poiché ogni instabilità è negata
nell’esistere dell’universo. Un universo
nel quale i moti regolari dei pianeti ritmavano
il tempo con la loro misurata e ripetuta presenza, fin dal loro primo apparire.
Quel tempo ritmato dai pianeti, quasi come un’armonia musicale, diverrà il
teorema più emblematico della stabilità. Anche per lo scolaro che marina la
scuola, vi saranno delle cause ben precise che provocheranno le sue assenze.
Cause apparentemente imprevedibili, ed anche molteplici, ma che stabilmente, ossia sempre, motivano le
sue assenze. A tal punto l’instabilità si presenta come un processo che
presuppone una modificazione di equilibrio, ossia come prodromo di una
trasformazione. Avremo infatti un equilibrio instabile, quando, ad esempio, un
certo composto trasformerà il suo statuto di stabilità in un altro statuto di
stabilità, passando attraverso il grado della trasformazione. È ciò che accadrebbe,
con il nostro più grande stupore, anche
al regolo einsteniano nel treno che si muove a velocità inimmaginabili. Un
regolo che andrebbe incontro alla trasformazione per ciò che riguarda la sua dimensione
relativa alla lunghezza. L’ipotesi che lo dimostra è suggestiva. Avremo un
treno che corre ad una certa velocità con un regolo che ha una certa lunghezza.
Una lunghezza che si accorcia però con l’aumentare della velocità del treno
mentre, nel momento in cui cambierà la velocità del treno, si avrà nuovamente
una variazione di lunghezza. Infatti rimemorando le parole di Albert Einstein,
avremo che: “[…]
il regolo rigido risulta più corto
quando è in moto che non quando è in quiete, e tanto più corto quanto più
rapidamente si muove”[3].
Quindi quel regolo passerà da una ferrea stabilità longimetrica ad una relativa
e proporzionale instabilità longimetrica o trasformazione di lunghezza. Una
instabilità che si dimostra però regolare nel momento stesso in cui saranno
modificati i parametri relativi al moto. Quindi l’instabilità sembrerebbe
essere, ancora una volta, un controsenso poiché potrà essere espressa
attraverso il concetto di stabilità relativa a cui si accompagna quello del
grado di trasformazione.
Ciò che accade in fisica si ripresenta tale e quale anche nel nostro
mondo psichico: il processo di relatività si esprime come dinamica analoga nel
passaqgio da quell’immenso profondo alle vette più alte del nostro pensiero. Un
pensiero ed un pensare che si muovono freudianamente da ogni Es al Super Io,
oppure macleanianamente dal nostro cervello rettiliano all’ultimo neurone nato
nella nostra neocorteccia. Avremo quindi una gradualità relativa a cui
corrisponde un relativo stato di trasformazione, che il filosofo potrebbe
definire come il passaggio dal caos al cosmo o l’astrofisico dal big bang
all’universo attuale e relativo, nel quale siamo situati. Quest’insieme di
analogie si muove all’interno di dimensioni differenti fra di loro ma che
seguono, paradossalmente, un equilibrio relativo di stabilità e trasformazione,
per gradi. Una stabilità che tende ad unificare le leggi del mondo fisico con quelle del nostro mondo
ideale che si rispecchiano fra di loro e si rendono visibili nel nostro
pensare. Un pensare, un riflettere in noi stessi e con tutto ciò che è esterno
a noi, che si presenta, da sempre, come l’attività più comune per l’essere
umano. Un’attività già ben chiara ad filosofo presocratico Eraclito da Efeso
che affermava: “Pensare è a tutti comune
(fr. 113)”[4].
Ciò che apparentemente non può rientrare all’interno di un teorema
prevedibile è ancora l’imprevisto. Avremo
quindi il paradosso del fenomeno che è, in se e per se, un “non fenomeno”,
poiché non visibile e quindi sconosciuto alla nostra percezione. L’etimologia è
ben chiara, il fenomeno è: “dal gr. Phainómenon
<<ciò che appare>>”[5],
o più estesamente: “<<tutto ciò che può essere osservato e studiato
attraverso una conoscenza diretta>> (av.
Questa graduale e
triplice trascendenza del nostro pensare potrebbe essere definita, in termini
esoterici, attraverso la triplice successione paragrafata unitriadicamente come: “la pietra grezza, la
pietra cubica e la pietra cubica a punta”[11].
A questa triplice successione corrisponde un analogo incedere ed un graduale
salire corrispettivo, dell’apprendista, del compagno e del maestro in ogni
officina della fratellanza massonica. Nel campo dell’indagine postanalitica la
teoria della mente avrà un suo modello dinamico nel succedersi graduale
presente nella struttura delle tre coordinate cartesiane ortogonali degli assi
X, Y e Z. Una struttura tridimensionale che, contenendo ovviamente in se anche
la dimensione del tempo, rende manifesto lo statuto consustanziale della
quadridimensionalità spaziotemporale. Il centro mentale, lo zero cartesiano
delle coordinate è costituito dal nostro Io flottante che si muove negli spazi
interni del sistema nervoso inscrivibili topologicamente proprio all’interno
del piano di coordinazione cartesiane. Osservando, sotto il profilo numerico
questa struttura cartesiana, avremo tre assi, più lo zero al centro, che
sommati corrispondono a quattro fattori. Avremo anche tre assi che divisi a
metà, più il centro, producono una somma corrispondente a sette fattori. Per
tal motivo all’interno della prima sommazione numerica del tre può
corrispondere un sette. Singolarmente questa proporzione numerica ha un suo
corrispettivo anche nel primo incedere osservabile nella trascendenza esoterica
della Massoneria, nella quale l’apprendista sale tre gradini. Questi tre
gradini o stadi differenti, celano, secondo la logica delle coordinate
cartesiane, sette fattori. Al proposito di questa proporzione, nella quale il
tre equivale al sette, esiste un contenzioso alquanto “imprevedibile” ritenuto
da Jules Boucher come erroneo. Scrive al proposito il grande esoterico
francese: “Ragon ha attribuito erroneamente sette scalini al Tempio
dell’Apprendista, il quale non ne può realmente comprendere e conoscere che
tre”[12].
Spostando il registro
dall’esoterismo alla psicoanalisi,
potremmo affermare che il fenomeno dell’imprevedibile da inconscio
diviene conscio. Un conscio ovvero un razionale che è pur sempre legato al
mondo dell’irrazionale. Un irrazionale che pur negando, per sua natura, la
ragione, si protende verso la ragione. Per tal motivo il passaggio
dall’inconscio al cosciente, dall’irrazionale al razionale è instabile, secondo
l’accezione più significante della parola. Infatti l’irrazionale ha la sua
corrispondenza etimologica: “dal latino irrationalis
con in- negativo”[13].
Il prefisso in- però contiene in se
non solo la negazione ma: “indica essenzialmente l’introdursi, e cioè del moto
verso l’interno del luogo e quello dell’alto in basso”[14]
ma anche l’azione da cui: “nasce il significato concettuale di ‘mettere in uno
stato’, ‘diventare di una qualità’:”[15]
ossia di far divenire l’inconscio da irrazionale a razionale. Avremo perciò la
discesa gravitazionale in “perpendicolare” verso l’irrazionale che si
trasformerà in cosciente creando, in tal modo, una nuova stabilità. Avremo di
conseguenza un nuovo instabile che però avrà una sua variabilità, una sua
cadenza che, anche se imprevedibili, avranno un ritmo ben preciso. Un ritmo,
un’armonia presente nell’universo definibile unitamente al fenomeno
imprevedibile che in esso è contenuto. Quindi il fenomeno dell’imprevedibile e
dell’instabile si presenta in noi come il prodotto concettuale derivato dalla
sintesi nella quale si rispecchiano mondo fisico e mondo psichico. Nei fatti,
nel momento stesso in cui conoscerò l’alchimia di una certa combinazione
chimica instabile, o “irrazionalmente” sconosciuta, potrò prevedere esattamente
ciò che accadrà in futuro. Di conseguenza quel processo di instabilità perderà
la sua imprevedibilità grazie alla coscienza acquisita nei confronti di quella
reazione chimica, o di quella fusione metallurgica, od ancora di qualunque
altro fenomeno conosciuto e sperimentato. Quindi la regolarità di un fenomeno
che si ripete, o che sperimentalmente può essere ripetuto regolarmente da
altri, diviene il soggetto della nostra conoscenza. Questo sperimentato, frutto
dell’esperimento, diviene ciò su cui si fonda la nostra esperienza.
Un’esperienza che nella sua qualità ripetitiva diviene l’espressione più
emblematica della prevedibilità. E’ un’esperienza che, vissuta nel nostro
passato, si ripeterà nel presente divenendo prevedibile anche per ciò che
riguarda la dimensione sconosciuta del futuro. Un futuro, una sorte, che ognuno
di noi vive in ogni attimo della propria vita, all’interno del prevedibile o
dell’imprevedibile. Però se il prevedibile soggiace al teorema della
riproduzione sperimentale, che diviene metodo attraverso il quale stabilire
l’affidabilità del previsto, anche lo sconosciuto che però esiste soggiacerà
alle stesse leggi. Leggi che soggiaceranno a loro volta ad un calcolo: quello
delle probabilità. E’ proprio l’illustre astrofisico Mario Livio che ci informa
intorno alla prima sperimentazione di un metodo per il calcolo delle probabilità: “Uno degli esempi
più noti è l’ <<ago di Buffon>>, così chiamato dal matematico
francese George-Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-1788), il quale formulò e
risolse questo problema di calcolo delle probabilità nel 1777. Spiega Leclerc:
mettiamo sul pavimento un grande foglio di carta, con righe parallele situate a
una distanza fissa. Un ago di lunghezza esattamente uguale alla distanza delle
righe viene gettato a caso sul foglio. Qual è la probabilità che l’ago si fermi
in modo tale da intersecare una delle righe? La risposta, decisamente
imprevista, è: 2/ π. Quindi, in teoria si potrebbe determinare il
valore di π gettando più volte l’ago su un foglio come quello
descritto, e calcolando il rapporto tra i lanci e le occasioni in cui l’ago
intercetta una riga”[16].
A tal punto è importante notare come la formula relativa al calcolo delle
probabilità di ciò che è imprevedibile sia definita come “decisamente
imprevista” dall’illustre astrofisico italiano. Quindi l’imprevisto nel momento
in cui viene decodificato attraverso la formula di ciò che lo rende prevedibile
riflette “decisamente” la sua “imprevedibilità” sulla formula stessa. Non a
caso il π è un numero
incommensurabile. Si prolunga infatti all’infinito senza mai ripetersi, per cui
l’imprevedibilità si definisce matematicamente con un numero che prosegue verso
l’infinito attraverso una successione imprevedibile. Quanto appena da noi
affermato ci viene confermato dall’illustre matematico Alfredo Piccato, il π è un
numero: “irrazionale e trascendente che risulta dal rapporto fra la lunghezza
della circonferenza e il suo diametro, e precisamente il numero decimale non
periodico ed illimitato π=3,141592653...”[17].
L’irrazionalità e la trascendenza numerica del π ci rimandano, quasi
paradossalmente, a quell’inconscio, a quell’irrazionale, a quel mistero cosmico
che iniziano a farci intravedere la loro trascendenza matematica così presente
anche in quel salire i gradini del cammino esoterico.
Ogni parola, come nella
fattispecie esemplificata dell’instabile imprevedibilità, si rispecchia
elettivamente nell’universo in un rispecchiarsi che ci permette anche di
comprendere senza aver capito.
[1] G. DEVOTO, Dizionario
etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: idèa, p.199.
[2] B. COLONNA, Dizionario
etimologico della lingua italiana, Newton Compton, Roma, 1997, voce:
instàbile, p.188.
[3] A. EINSTEIN, Relatività:
esposizione divulgativa, Boringhieri, Torino, 1981, p.72.
[4] ERACLITO, I Frammenti, a
cura di F. Trabattoni, Marcos y Marcos, Milano1989.
[5] G. DEVOTO, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: fenòmeno, p.166.
[6] M. CORTELAZZO E P. ZOLLI, L’etimologico minore, Zanichelli, Bologna, 2005, voce: fenòmeno, p.437.
[7] M. CORTELAZZO E P. ZOLLI, L’etimologico
minore, Zanichelli, Bologna, 2005, voce: instàbile, p.611.
[8]
[9] S. FREUD, in Opere, Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come “nevrosi d’angoscia”, 1. Sintomatologia clinica della nevrosi d’angoscia, (1894) vol. II, p. 155.
[10] P. MACLEAN, Evoluzione del
cervello e comportamento umano, cit., p. 7.
[11] J. BOUCHER, La simbologia
massonica, Atanòr, Roma, 1975, p.159.
[12] J. BOUCHER, La simbologia massonica, Atanòr, Roma, 1975, p.150.
[13] G. DEVOTO, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: irrazionale, p.233.
[14] G. DEVOTO, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1989, voce: in, p.209.
[15] M. CORTELAZZO E P. ZOLLI, L’etimologico minore, Zanichelli, Bologna, 2005, voce: in, p.569.
[16] M. LIVIO, La
sezione aurea, Mondadori,Milano, 2003, pp. 10,11.
[17] A. PICCATO, Dizionario dei
termini matematici, Rizzoli, Milano, 1987, p.332.