Che
cosa rimane dell’Illuminismo
Antonio
D’Alonzo
È arduo
riflettere ponderatamente sul lascito dell’illuminismo. La filosofia dei Lumi è
tuttora al centro del dibattito intellettuale in Francia ed altrove; ma, come
per altre questioni, la qualità dei giudizi soggettivi è determinata da singole
posizioni ideologiche, piuttosto che da disamine storico-culturali. Anche se si
tratta di ideologie trasversali ai classici schieramenti "destra/sinistra",
poiché troviamo una critica feroce dell’illuminismo da parte di pensatori
schierati a sinistra come a destra. Emblematica, in questo senso, la celebre
sconfessione dei Lumi della Scuola di Francoforte, tradizionalmente di
formazione sociologico-marxista. Semplificando, si può sostenere che la
maggioranza degli intellettuali contemporanei si considera epigona dei Lumi.
Posizioni critiche rimangono minoritarie. Tuttavia, poiché, il pensiero
critico, a differenza della politica, non si basa su percentuali plebiscitarie,
ma sulla forza delle argomentazioni, proverò a presentare la mia opinione in
merito.
Anzitutto,
credo, che sia sbagliato formulare giudizi perentori e lapidari. Tutti noi-
occidentali contemporanei- siamo figli dei Lumi. Il nostro modo di pensare
riflette l’analiticità della speculazione greca, ma la vera laicità moderna-
considerata come emancipazione dalle sovrastrutture religiose- è una conquista
illuministica. La tolleranza religiosa ed etnica, quando è presente, la
dobbiamo all’illuminismo. Se oggi, non decapitiamo più in piazza le teste degli
infedeli, è perché dietro la nostra storia vi sono Kant e Voltaire. Se oggi
esiste un pensiero postfemminista ed esiste un soggetto politico femminile, lo
dobbiamo ai Lumi. Il pensiero e le scienze umane sono figli dell’illuminismo.
Disconoscere questi meriti, mi sembra incorrere in un atto di disonestà
intellettuale.
Anche
l’illuminismo, tuttavia, presenta aspetti ambivalenti: è verso questi che
s’indirizza il mio pensiero. Senza nessuna critica pregiudiziale sulla base di
articoli di fede o di assunti tradizionali, prodromi di posizioni dogmatiche e
settarie. La critica dei Lumi, a mio avviso, per essere efficace deve
concernere soprattutto l’uso distorto, deformante e totalitario, che è stato
fatto di alcuni concetti, di per sé progressisti e libertari. Anzi, possiamo
dire, come ricorda una delle nobili verità del buddhismo, che è l’abuso stesso
di un piacere o di un’idea a condurre alla sofferenza. Questione che non
concerne, ovviamente, il fine, la libertà, ma i mezzi atti ad assicurare lo
scopo. Così si deve distinguere la ragione critica, dalla sua Ombra, la ragione
strumentale, figlia dell’illuminismo e dello scientismo. Mentre la ragione
critica è la facoltà atta a produrre argomentazioni logiche, che pone sopra di
sé istanze in grado di trascenderla (la morale, la spiritualità, ecc.), la
ragione strumentale rifiuta qualsiasi principio normativo. Pone come unici
valori il profitto e l’incremento di potere. Mentre la ragione critica assume
postulati da indagare, la ragione strumentale tratta i postulati come principi
apodittici, già dimostrati. Come conseguenza, la ragione strumentale è
sostanzialmente irriflessiva- si ricorderà la celebre sentenza di Heidegger
sulla scienza che non è capace di pensare- si preoccupa soltanto di ricercare
il tornaconto personale. Con queste premesse, qualunque etica diventa un
ingombrante orpello da travolgere sulla via della volontà di dominio. La
ragione strumentale è la massima espressione del nichilismo contemporaneo e
rovesciando l’assunto baconiano dell’asservimento della natura all’uomo,
finisce per instaurare il dominio dell’uomo sull’uomo. L’essere umano non è più
trattato come fine, come voleva Kant, ma come mezzo. Ed è allora un filo rosso
ad unire- come ci ricordano Adorno ed Horkheimer in [i]Dialettica dell’Illuminismo[/i] - gli idéologues ai Kapò di
Auschwitz, ad Hiroshima.
Ma
non è soltanto la volontà di genocidio ad essere la figlia informe e degenere
della ratio illuministica. Anche la lugubre industria culturale è un
sottoprodotto o un prodotto deviato della filosofia dei Lumi. Sennonché, per
affrontare quest’ultimo argomento, dovrei introdurre un altro genere di
considerazioni che non posso- per motivi di spazio- presentare in questa sede e
che concernono la rottura epistemologica tra il paradigma modernista e
l’episteme postmodernista.
Ritornando
alle nostre considerazioni, la ragione illuministica- di là dalla sua
strumentalizzazione, essa è anche l’organo del pensiero laico e scientifico- è
a sua volta il prodotto della dicotomia che si è instaurata dall’epoca dei
Greci, la rimozione di tutto quello che non concerne il pensiero razionale. La
ragione illuministica è uno dei due corni del dilemma della mente umana, ma per
l’appunto il corno vincitore. La mente umana, formata da due emisferi
cerebrali, è strutturata per il pensiero mitico e per il pensiero razionale.
Dalla grecità in poi- scriverei da Platone, se non fosse che ultimamente sto
rivedendo questa concezione- il pensiero mitico, simbolico, la fantasia
creatrice, ecc., è stato rimosso e ostracizzato dal predominio di quello
razionale, che con la ragione strumentale trova la massima espressione, il
campione dell’era tecnocratica.
Se
come sostiene Philippe Sollers, l’illuminismo in realtà è davanti e non dietro
a noi, se la vera età dei Lumi deve ancora essere realizzata, diventa
importante perseguire un tipo di pensiero che reintegri entrambe le funzioni
della mente umana. Una filosofia della mente fondata sulla correlazione tra il
pensiero razionale ed il pensiero mitico. Entrambi pensati come complementari e
non come meramente contrapposti. Un’ermeneutica della reintegrazione spirituale
e psichica che assumerebbe i caratteri di un vero e nuovo illuminismo.