
Una delle prime tavole che si danno agli apprendisti, che si cimentano con i lavori di Loggia, è quella del pavimento a scacchi per indurli a riflettere sugli opposti, che costituiscono il nostro modo di essere umani. Si parla della dualità dell’essere che si dovrebbe risolvere, e mai accade, eterno Sisifo, nell’Uno.
Il bianco ed il nero, il + ed il
-, il tutto ed il niente, il bene ed il male, la vita e la morte .....
Ogni termine, bianco, vita, niente, virtù, amore, falso……….. , preso singolarmente, in assoluto, non ha alcun significato compiuto dal momento che non sai quale senso dare ad un concetto se non ne conosci il suo opposto.
Che senso ha “bene” se non conosci
“male”?
Eraclito di Efeso, che per il suo
esprimersi ermetico si meritò l’appellativo di “oscuro”, depone prima di morire
il rotolo di papiro che contiene la sua grande verità nel tempio di Artemide,
in sacra eredità per i secoli futuri.
La grande verità è quella
dell’unità del molteplice nella ragione, il logos, che tutto governa e
tutto risolve in se.
Eraclito unifica il concetto
dell’anima, scintilla divina, che tende a ricongiungersi alla sua sorgente
eterna, con quello dell’intuizione di un universo derivato da un unico
principio e retto da una intima legge di giustizia.
“Ho indagato in me stesso”
si legge in un suo frammento, e questa indagine lo porta alla intuizione che
l’anima è un principio divino e la dilata in un significato che investe l’uomo
nel suo intimo, la legge dell’universo e Dio stesso.
Tre sono i punti fondamentali: uomo, cosmo, Dio e tutti e
tre convergono in un solo e medesimo centro: il Logos.
“Per quanto tu cammini, ed anche percorrendo ogni strada, non potrai
mai raggiungere i confini dell’anima, tanto è profonda la sua vera essenza”
e le vie dell’anima sono quelle della razionalità, senza confine.
La razionalità si identifica con
Dio che non vive in una sua trascendenza e Dio a sua volta si identifica con la
legge che stringe tra loro le cose che si succedono nel tempo come la vita e la
morte, il giorno e la notte, il caldo ed il freddo, il bene ed il male.
Il Logos non è nell’annullamento
dei contrari ma nel loro rapporto reciproco, per cui uno trapassa nell’altro e
l’uno non è comprensibile se non in rapporto con l’altro .
All’infinito. “panta rei”.
Il finito e l’infinito non si
escludono: l’infinito è l’interminabile movimento con cui la ragione, Logos,
trasmuta nel suo contrario ogni cosa finita, la vita in morte, la morte in
vita, la veglia in sonno ed il sonno in veglia. All’infinito.
La razionalità di Dio si
contrappone a quella dell’uomo, all’uomo che non ha del tutto superato il gioco
dei contrari e lo costringe a dar valore a ciò che è relativo.
“Per Dio tutto è bello, buono e giusto, gli uomini invece ritengono
giusta una cosa, ingiusta un’altra.”
Le cose che per noi sono opposte,
in Dio sono identiche. La verità è nella implicazione che “da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” ed ancora “ Il Dio è giorno-notte, inverno-estate,
guerra-pace, sazietà-fame. E muta come il fuoco, quando si mischia ai fumi
odorosi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi”.
Siamo di fronte ad una forma di panteismo, alla identità sostanziale tra Dio e le Cose. Il Logos include in se in una superiore armonia il flusso del relativo e l’urto delle contrapposizioni. L’unità assicurata dalla ragione è l’unità degli opposti che restano tali anche quando su di essi trionfa l’armonia della legge.

Ma noi vogliamo parlare del BUIO che è l’opposto della LUCE..
Il buio non si identifica con il nulla. Il buio è assenza di luce.
Impalpabile, misterioso, vi puoi trovare pace e raccoglimento per pensare e meditare ma ti puoi anche perdere e trovare nell’inferno di un horror infinito, senza speranza perché indica morte e solo morte “ perchè’ gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole…” (Foscolo vv 120 i Sepolcri)
“E poi
che ognuno degli esseri è detto luce e notte,
ed esse in questo e quello
sono nella misura che è propria,
tutto è colmo di luce e,
uguale, di fosca notte,
chè delle due con nessuna ugualmente è il nulla” (Simplicio phys. 180,8)
e ancora…..
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“il canto vuole essere luce, nel buio ha il canto fili di fosforo e di luna, la luce non sa che cosa vuole, nei suoi limiti opalini, incontra se stessa e se ne va.” (Federico García
Lorca “Il canto vuole essere luce”) |
Il buio può nascondere realtà che non siamo in grado di percepire.
Ti è mai capitato di guardare il cielo di notte, lontano dalle città, in campagna o al mare o sui monti.? Tutto all’intorno è silenzio e buio. I rumori della natura scandiscono il tempo. Lassù, in alto, milioni di diamanti incastonati su velluto nero…..solo allora la fantasia si accende, i pensieri corrono liberi e ti senti proiettato in altre dimensioni, in altri spazi.
In questo caso il buio mostra, non cela, lo splendore dell’universo ed abbiamo l’immagine di mondi lontani, infinitamente lontani, come stelle che forse sono già spente e falsate dalla loro stessa luce, una luce vuota, senza stella che giunge fino a noi nascondendo la sua catastrofe infinita, per dirla con Castaneda.
Mi viene in mente Marduk, il dio creatore assiro-babilonese così come lo si racconta nell’Enūma eliš intento a irradiare il chiarore lunare:
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“Fece brillare Nannaru (la Luna) e (gli) affidò la
notte, lo stabilì come ornamento della notte per fissare i
giorni: all’inizio del mese quando ti innalzerai lucente sul
paese brillerai con i crescenti per stabilire i giorni e nel settimo giorno dimezza la corona……” (Giovanni Semerano “L’infinito un equivoco millenario” Pag 222) |
Ricercare, pescare nel buio è una avventura .
L’avventura dello studioso che indaga nel cosmo, sia infinitamente grande che piccolo, per carpire i segreti dell’Universo e dare un senso all’esistenza.
L’avventura di Gilgameš che cerca l’immortalità. Vuole vita, luce, colori, azzardi, movimento non buio, fine, morte.
“Ma quando gli dei hanno creato l’umanità, agli
uomini hanno assegnato la morte, la vita l’hanno tenuta per sé.”(Tavoletta
di Berlino e Londra vv.60 ss. Epopea paleobabilonese) gli ricorda
L’avventura di Ulisse, che non si accontenta di ciò che è già scontato ma, curioso, va oltre, alla ricerca di non sa nemmeno lui cosa. L’Ulisse che è in noi, dannato all’inferno, ma poi riscattato, perché non si può punire il desiderio di sapere:
“considerate la
vostra semenza:
fatti non foste
a viver come bruti,
ma per seguir
virtute e conoscenza”…
(Dante- Inferno – canto XXVI vv.118-120)
Virtute e conoscenza.
Grossa parola “Conoscenza”! ma dalla conoscenza si può arrivare alla virtù.
Per Parmenide
L’avventura è quella del libero pensatore che vola per ottenere la pietra squadrata e liscia e non ci riuscirà mai, ma continua perché così deve essere, così è scritto nel suo codice genetico, anche se, per dirla con Senofane
“ il vero (τό
σαφέξ) nessuno seppe mai sugli dei e su quanto io vado
dicendo del tutto. Chè , se anche uno dovesse compiutamente svelare la suprema
realtà, egli stesso non ne sarebbe cosciente. Ognuno può solo supporre
(δόκοξ)”
(Sesto Empirico adv. Math)
Il buio è anche involuzione nella depressione e nella pazzia in un orrido incommensurabile ed infinito, il perdersi nell’abiezione dell’essere senza dignità che non sa rispettare i patti sanciti.
Solo se sorretti
dalla luce della suprema dignità non inciamperemo nella barbarie dell'uomo al
buio che flagella sé e gli altri con le piaghe dell'egoismo,
dell'avarizia, della crudeltà, della sopraffazione e della violenza.
La Dignità dello
Spirito esclude tutto ciò... lo esclude a priori.
Se è gioia la ricerca della conoscenza per un innalzamento interiore, ora è spasimo e dolore e solitudine ed abbandono.
Buio e luce: due opposti imprescindibili ma a volte dolorosamente identificabili.
Penso all’Antigone di Sofocle in cui si dibatte il tema dell’ubbidienza alle leggi del sangue od a quelle dello Stato. Due giustizie, due giuste ragioni dove nessuno sa dire dove sta il bene e dove il male, dove la luce e dove l’ombra.
È giusto che Creonte esiga fedeltà a tutti i costi alle leggi dello Stato o ha ragione Antigone che si ribella e pretende la sepoltura del fratello Polinice?
Dice Creonte:
“Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell’ingiusto, sempre e comunque, all’uomo che sia posto al timone dello Stato. È l’anarchia il pessimo dei mali: distrugge le città e sconvolge le case, mette in fuga e fa a pezzi gli eserciti in battaglia. Ma è l’ubbidienza, l’ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte.” (Sofocle – Antigone vv.668)
Si contrappone a questo la tesi rappresentata dal coraggio e dalla fierezza di Antigone che si ribella alle leggi che considera ingiuste ed afferma:
“Neppure pensavo i tuoi decreti avere tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dei, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse.” (Sofocle – Antigone vv450 )
Dov’è la luce, dove il buio?
Per Antigone il legame di sangue supera qualsiasi vincolo di ubbidienza allo Stato. Se il rispetto della legge di per se stesso è un bene, diventa però un male quando la norma interferisce nei legami affettivi della famiglia. Questa la conclusione di Sofocle 2500 anni fa. Ma il problema continua ad esistere irrisolto.
Esistono altri tipi di buio. Quello dell’anima, dell’intelligenza, del sapere. In questo caso è il buio del vuoto interiore che non supporta l’animo, il buio del nulla, della spirale maledetta che ti risucchia in un vortice mostruoso in cui ti perdi.
L’ottusità della mente è per me il sommo grado del buio. In questo caso non c’è scampo, speranza.
Non dimentichiamo il solstizio d’inverno, quando si credeva di sprofondare nel buio infinito . Il dio greco Pan, il Sole stesso, già entrato nella costellazione del Capricorno, induce terrore agli uomini. La luce del giorno ed il calore del Sole sono sempre meno. Le tenebre sempre più durature.
La paura terribile che si impadronisce degli uomini è quella di pensare che il grande Pan sia morto e con lui l’universo intero e che tutto sia finito per l’eternità.
“Lo seppe bene la voce
misteriosa che, una notte, si levò sul mare; e chiamava con insistenza Tamo, il
pilota egizio che faceva rotta verso l’Italia. E presso le isole Echinadi i
venti avevano ceduto a una calma stupefatta, quando quella voce gridò che nelle
vicinanze di Palode si annunziava: “Il grande Pan è morto”. E quando Tamo
ripetè quel grido, un indicibile gemito percorse la vastità del silenzio. Era
già il grido di una fede perduta che disperava di un ritorno alla luce. Ma la
fedeltà di Pan, viso del Sole, lo riportava al mattino per le vie del suo
trionfo sulle tenebre: il grande Pan era risorto”
(Giovanni Sembrano “L’infinito un equivoco millenario” pag. 28)
Finiamo queste brevi righe citando un poeta romanesco del nostro tempo per strappare un sorriso:
“La
notte, quanno guardo l’Ombra mia
Che
s’allunga, se scorta e me viè appresso,
me pare, più che l’ombra de
me stesso,
quella de quarcheduno che
me spia.
Se me
fermo a parlà con un amico
L’Ombra
s’agguatta ar muro, sospettosa,
come volesse indovinà una
cosa
che in quer momento penso,
ma nun dico.
Voi mi
direte: - è poco ma sicuro
Che nun
te fidi più manco de lei…. –
Però,
s’ho da pensà, penso a l’oscuro.”
(Trilussa: “La mania di persecuzione”)
Il buon caro vecchio
Carlo
Non è un gioco, ma uno scherzo serio, anche pericoloso, usato in momenti politicamente difficili e bui, quando l’ironia e la satira erano un lusso che si poteva pagare a caro prezzo.
Ma in fondo penso che “Il buio è un pensiero: siamo noi che lo rendiamo buono o perverso a seconda delle nostre emozioni” (Paolo Mauri “Buio”)
12 Maggio 2007
