GUERRA!

Introduzione al simbolismo guerresco nella Tradizione europea più antica:

un approccio preliminare attraverso l’archeologia.

 

di

Sidus

 

 

 

Quando alcuna guerra ordinata voleano fare li latini,

il re, vestito di panni reali,

apria le porte del rame del Tempio di Iano.

Guido da Pisa

(XIII – XIV sec)

 

La parola Guerra deriva dal sostantivo werra dell’antico germanico con valore di mischia, parola che a sua volta proviene dall’antico alto germanico (fir-)werran con il significato di avviluppare. Il sostantivo di origine germanica ha quindi preso il posto della parola latina bellum (ma rimane ancora nel lessico italiano le parole di derivazione bellicoso, bellico e così via) vocabolo che si poteva prestare ad equivoci con l’aggettivo bellus-a-um che ha in pratica sostituito il più aulico pulcher nella attribuzione di  qualità estetica già in Catullo («provincia narrat esse bellam») . Bellum a sua volta deriverebbe dal b(is)-ellum o du(o)ellum  nel senso di combattimento a due, contrapposizione tra gli opposti, canonicamente rappresentabili col numero 2, che la cabala ebraica riferisce alla Saggezza (Hokmah), al pensiero creatore, alla emanazione immediata del Padre, al Logos e alla Suprema Ragione; così recita la Sefer Yetzirà[1] nel cap. I, sez. VIII: ‘DUE: Soffio, dallo Spirito incise e plasmò con essi 22 lettere fondamentali: tre lettere madri e sette doppie e dodici semplici e uno spirito da essi ’. Nei pitagorici il due era reputato primo numero reale poiché rappresenterebbe la prima pluralità[2]. Due, nella Prisca Philosophia (la Tradizione più antica) è anche simbolo di sdoppiamento, separazione, discordia, contrasto e conflitto (affine a guerra) , ma anche di equilibrio finale, simboleggiando in ultima analisi il movimento dinamico che dà l’avvio a ogni processo di evoluzione[3]. Due quindi, per concludere,  è il numero della Saggezza-Spirito-Logos-Suprema Ragione ma anche della Discordia, come tesi e antitesi che generano l’eterno moto del divenire, concetto trasferibile anche alla qualificazione etica della guerra che eternamente fa dividere gli uomini in falchi e colombe.

La scelta del sostantivo germanico ‘guerra’ nella lingua comune è avvenuta allora poichè era semplicemente la parola più in uso da parte dei combattenti ‘ di mestiere ’ quasi tutti di origine teutonica già sin dai primordi dell’impero (se non già dalla Tarda Repubblica[4]).

Ma assistiamo in parallelo anche alla graduale sostituzione nel mondo antico dell’aggettivo pulchra con bella forse perché quest’ultimo richiamando il sostantivo di ‘ combattimento a due ’ potrebbe essere riuscito a rendere più ‘dinamica’, caricandola di drammaticità, una aggettivizzazione che portasse in se anche il carattere terribilmente attrattivo (e …combattivo) della bellezza, origine (‘pomo’) di discordie (Omero docet!), potenziale inizio, quando riferito a persona, del travaglio amoroso.

Nel sostantivo (ma anche nell’aggettivo) bellum quindi si celerebbero tutti i dualismi della tradizione: bianco e nero, buono e cattivo, luce e ombra, virilità e femminilità, giorno e notte, cielo e terra, Yin e Yang.

Attingendo da quell’importante contenitore di simbolismo tradizionale che è la Numismatica Antica (proponimento di studio fatto anche dal filosofo perennialista René Guenon ma mai messo in atto) notiamo come il simbolismo bellico, con riferimenti a saghe guerresche di clan, battaglie e vittorie, sia per la prima volta inserito sin dagli esordi della monetazione Repubblicana Romana[5] ove i Greci si limitavano sempre alla raffigurazione del pantheon ellenico o in minor misura alla rappresentazione degli eroi e regnanti (quest’ultimi solo in epoca ellenistica).

Alla fine del IV secolo a.C. compaiono infatti come tipi monetali dell’aes grave (che poi costituisce la prima moneta romana effettivamente circolante), con aspetto sia pur rozzo e grossolano, i rostri di una nave (fig. 1) sul rovescio, e sul diritto il Giano Bifronte, a significare e stigmatizzare nel primo caso l’abilità militare via mare dei latini preludio di una imminente talassocrazia. Riguardo a Giano è bene ricordare la Porta omonima inaugurata da Numa Pompilio, che veniva lasciata aperta in tempo di guerra per permettere al Dio di uscire e assistere i suoi soldati, e chiusa in tempo di pace perché il dio protettore dell’Urbe non potesse uscirne. Giano naturalmente era il dio dell’Età dell’oro, colui che portava la civiltà (ai vinti!), che insegnava ai privi di sapere l’uso delle navi, l’agricoltura e l’uso della moneta; Giano proteggeva gli inizi di qualsiasi impresa; apriva l’anno in Marzo e inaugurava le stagioni; era il portiere del cielo e forse il protettore della soglia tra la vita e la morte. Casella di testo: Figura 1: aes romano con Giano bifronte e rostro di naveQuindi i Romani abili via terra e via mare nella conquista che hanno compreso (i primi!) presto il valore mediatico della moneta circolante[6], vero giornale dell’epoca in formato ultra-ridotto, facilmente reperibile e altrettanto facilmente comprensibile anche da analfabeti e da popoli assoggettati che non parlavano la loro lingua, poiché utilizzava semplici simboli di immediata comprensione, trasmettevano attraverso gli assi di bronzo un messaggio (poi sempre più chiaro anche usando una simbologia più immediata e esplicita) dove si presentavano come popolo guerriero pronto a imporre la propria Pax nella conquista con l’ovvia e conseguente giustificazione ai contemporanei di un bellum iustum, primi anche qui a coniare il concetto di intervento militare eticamente giustificato e corretto, che a tutt’oggi viene imposto sempre dai più forti, a testimonianza che la storia corre e ricorre sempre in un cerchio.

Casella di testo: Figura 2: testa tatuata con  un 8 nella guancia  e fiore a otto petaliSempre rimanendo nel vecchio continente, il più antico documento europeo ove sono riportati simboli di una antichissima tradizione iniziatica marziale o sacerdotale-marziale è senza dubbio conservato al Museo Archeologico di Heraklion: il disco di Festos, ritrovamento di una prestigiosa missione archeologica italiana dei primi del novecento[7]. Il Disco, di datazione incerta, ma sicuramente da collocare tra in XVII e il XIV secolo a.C., non ancora decodificato e mai studiato dal punto di vista tradizionale, contiene numerosi simboli comuni con la nostra tradizione iniziatica, in un cammino iniziatico spiraliforme (fig. 7) che dalla periferia conduce al centro, attraverso due percorsi, raffigurati nei due lati del disco, il secondo dei quali culmina molto verosimilmente nella realizzazione dei Grandi Misteri: il guerriero, solo alla fine del secondo viaggio appare tatuato nella guancia (fig. 2) da un segno a forma di 8, doppio cerchio di realizzazione spirituale e magnificazione del coraggio guerresco:  il due appare quindi (doppio cerchio) anche qui nel concetto di simbolo di conflitto, di guerra , ma anche di equilibrio finale, significando in ultima analisi, come detto prima, il moto dinamico che inizia ogni processo evolutivo. Ricordiamo che sul significato simbolico del tatuaggio come segno iniziatico si sia occupato anche qualche decennio or sono anche Carl Gustav Jung e la sua scuola[8], considerandolo nel novero dei segni riguardanti l’archetipo di iniziazione, magnificazione e apoteosi  nel Mito dell’Eroe che dal più basso livello di identità originaria madre-bambino o ego-Sé, attraverso la morte simbolica, rinasce e si riscatta conquistando una  posizione preminente del proprio Ego che vince sulle esigenze del Sé ancora primitivo.

 

 

Casella di testo: Figura 3: triangolo, squadra, maglietto e pugnaleMa ciò che ci porta ancor più lontano e ci fa ipotizzare legami con altri culti misterici dell’antichità è l’analisi del segno a forma di otto tatuato nel volto del guerriero; l’otto è anche il numero dei Kabirin[9] (gli otto dei che servivano la grande Dea Fenicia, nutrice dei viventi), che vogliono significare i Forti, i Possenti. I Kabirin erano invocati quando si scatenavano gli elementi e i marinai facevano affidamento alla loro protezione durante le tempeste; il culto di queste divinità si trasmise ai greci che istituirono in onore loro i Culti Misterici di Samotracia. Il numero otto (in fenicio Hhet,  £, ottava lettera dell’alfabeto primitivo) si trova altresì nell’emblema babilonese del sole, i cui raggi si dividono in una croce doppia[10]. 

Sorprendentemente in questa antichissima tavoletta rotonda di ottima argilla (costituita da una grana estremamente fine) di 16 centimetri circa, non accostabile a nessun’altra scrittura dell’epoca poiché, riteniamo sia rappresentato un linguaggio iniziatico puro, ritrovando una semiotica straordinariamente vicina, se non persino coincidente del tutto (almeno per alcuni segni) al simbolismo massonico:  la squadra, il compasso, il maglietto, i guanti, la spada fiammeggiate (fig. 3 e 4), ma anche altri segni che sono accostabili alla tradizione libero-muratoria come il rython, il ‘calice delle libagioni ’ dell’epoca, l’uomo con le mani legate Casella di testo: Figura 4: scudo e spada fiammeggiante; compasso; fiore e rhyton; guanto.dietro la schiena (il cosiddetto ‘prigioniero’ (fig.5) degli archeologi che si sono avventurati nel terreno accidentato di una pur sommaria interpretazione), che ricorda la preparazione del recipiendario, ma anche il simbolo dell’acqua, il fiore a otto petali (fig.2), istintivamente avvicinabile, anche se risulta anacronistico tale accostamento (ma come insegna Guenon la legge delle corrispondenze non ha limiti!) al nostro segno distintivo del nontiscordardimé di germanica più recente Casella di testo: Figura 5: prigionieromemoria, quest’ultimo al culmine del primo percorso iniziatico; ma abbiamo anche il bambino (l’innocenza, la purezza, la semplicità), la clava (arma di Herakles, l’iniziato ante litteram, nel percorso delle prove), la pelle di animale, qui forse a voler più indirettamente correlarsi al significato della spoliazione dai metalli (c.f.r. Giovanni Battista vestito di sola pelle di cammello[11]), ma anche lo scudo (fig. 4) e il timone (fig. 6) che protegge e guida durante tutto il percorso iniziatico, funzione svolta dall’Esperto nell’iniziazione muratoria. Altro interessante segno che compare di frequente in ambedue le facce del disco è una imbarcazione (fig. 6) con un unico viaggiatore al suo interno, nel periglioso mare delle prove iniziatiche. Infine un cenno merita anche la Casella di testo: Figura 6: timone e naveraffigurazione di un triangolo (fig. 3) con la punta verso il basso –in relazione al cerchio più esterno della manifestazione grossolana a cui probabilmente vuole riferirsi- , che compare solo una volta nella spirale più esterna del primo percorso, accanto alla squadra, al maglietto e a un pugnale, con numerosi punti in rilievo al suo interno che gli archeologi hanno accostato senza esitazione alla raffigurazione di un ‘filtro’ o colino, ma che noi più scettici per questa semplicistica attribuzione accosteremmo, con la conoscenza della numerologia pitagorica, più al Tetraktys[12],  il triangolo contenente dieci punti disposti per 1, 2, 3 e 4, che dimostra come il numero 4 generi il 10 (1+2+3+4=10). Il triangolo di Festos è però costituito da un gruppo di 6 punti (fig. 3) per ogni lato ove quello pitagorico né possiede 4, e ciò potrebbe essere spunto per ulteriori riflessioni numerologiche. 

L’idea che si tratti di una iniziazione a remoti culti misterici marziali si ricava dalla presenza nel disco di numerose raffigurazioni di teste di uomo con elmo a cresta; già l’Evans (lo scopritore di Knossos) accostò queste figure alle raffigurazioni dei popoli del mare (i Filistei) sulle pareti del tempio di Ramsete III a Medinet Habu con acconciature del tutto sovrapponibili al guerriero del disco[13]; il guerriero, abbandonato l’elmo, nel suo percorso finale si trova completamente rasato (immediato il parallelismo con l’atto della tonsura dei capelli nelle novizie, sorta di rito iniziatico di rinuncia alle cose terrene per il connubio finale con il Cristo; ma il rito della tonsura è presente anche nei monaci e nei chierici del Medio Evo come negli antichi greci e romani dove l’offerta dei capelli veniva fatta come segno di dedizione e di attaccamento o di penitenza ma anche in occasione dell’acquisizione della cittadinanza e nelle cerimonie nuziali e funebri[14]) con un tatuaggio (fig. 2) a forma di 8 nella guancia destra, segno distintivo dell’appartenenza all’ordine iniziatico guerresco. Non si può non pensare di accostare questo antichissimo Ordine iniziatico al più noto e vicino Ordine iniziatico militare-sacerdotale dei Cavalieri del Tempio, all’interno del quale esisteva una regola ferrea e un rituale di iniziazione purtroppo non conosciuto nei dettagli se non per alcuni particolari estorti sotto tortura ad uso e consumo diffamatorio da parte della pontificia corte e di Filippo il Bello per condannare irrimediabilmente l’Ordine. 

Ovviamente avventurarsi per il terreno insidioso dell’approccio interpretativo sul complesso dei segni e sulla disposizione varia di essi all’interno della spirale del disco di Festos è cosa assai rischiosa ed esula dallo scopo di questa breve trattazione dei simboli della Tradizione inerenti un ambito guerresco meno studiati dai perennialisti. 

Naturalmente al di là delle suggestioni esoteriche che il disco può evocare rimangono sempre altri segni non menzionati non facilmente accostabili alla nostra Tradizione esoterica il cui significato crediamo risulta oramai irrimediabilmente perduto nelle segrete dei Culti Misterici a cui si riferivano.

 

Fig. 7: Il disco di Festos. Museo Archeologico Nazionale di Heraklion.

 

 

BIBLIOGRAFIA



[1] Sefer Yetzirà, Libro della formazione. Presentazione Abramo Alberto Piattelli. Atanor, 1995

[2] Simboli (Herder Lexikon.Symbole: Verlag Herder -Freiburg); Piemme, 1993.

[3] Ibid.

[4] Storia di Roma. . S.I. Kovaliov.  Editori Riuniti , 1990.

[5] La Moneta Romana. Società, politica e cultura.  G.G.Belloni. Nuova Italia Scientifica, 1993.

[6] Ibid.

[7] Il Disco di Festo. L’enigma di una scrittura. Louis Godart. Einaudi, 1994.

 L’uomo e i suoi Simboli. CG Jung e Coll, TEA 1991.

[9] La Massoneria III. Il Maestro. Osvald Wirth. Atanor, 1992.

[10] Ibid.

10 Nuovo Testamento. Matteo: III,4.

[12] La Massoneria II. Il Compagno. Oswald Wirth. Atanor, 1992.

[13] Il Disco di Festo. L’enigma di una scrittura. Louis Godart. Einaudi, 1994.

[14] Simboli (Herder Lexikon.Symbole: Verlag Herder -Freiburg); Piemme, 1993