GRAN LOGGIA DI PRIMAVERA

 

MARZO 2003

 

 

“Singulas dies singula vita puta” Seneca

Considera ogni giorno come una sola vita.

 

Dovrebbe essere questo un giorno di gioia.

E lo è se penso che siamo qui, in questo tempio massonico, tutte insieme a cercare di realizzare, come meglio sappiamo e possiamo, ciascuno nel suo piccolo o grande, poiché ogni individuo è unico ed inimitabile, i precetti della nostra obbedienza: libertà, uguaglianza, fratellanza, amore, tolleranza.

 

“Il rotondo silenzio della notte

sul pentagramma

dell’infinito”  reciterebbe Garcia Lorca

 

Ma non è un giorno di gioia questo per me.

Il mondo intero è sconvolto da orrori da Apocalisse: GUERRA, e sta vivendo una passione terribile sul Golgota della ragione.

Alle quotidiane sofferenze dei piccoli e grandi dolori di ciascuno di noi, si aggiungono persecuzioni morali e materiali di ordine panico.

 

Ma esiste anche la gioia, direte! Certo. Ma è tanto poca!

 

“C’era una giovinezza di brezze impazzite

sopra il fiume” (Lorca)

 

A volte la piccola gioia basta a riempire un attimo che è eternità: un sorriso sincero (e si vede) una stretta di mano piena di calore (e si sente), un abbraccio spontaneo e disinteressato.

 

Si tessono numerose tele sull’arcolaio della vita.

 

Le  Moire (aΜοϊραι) o le Parche come le chiamavano i Romani, figlie di Zeus e di Temi, compiono il loro lavoro col presiedere ai tre momenti culminanti della vita umana: nascita, matrimonio, morte.

Il destino, placabile per mezzo dell’espiazione, è tessuto da Cloto, filatrice della vita, da Lachesi che fissa la sorte toccata all’uomo e da Atropo la irremovibile fatalità della morte.

 

Figlie di necessità, Ananche,  cantano Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo l’avvenire.

Atropo avrà il suo bel daffare ora!

 

Lente

Dolci note

Fioriscono

Sulla tastiera del pianoforte.

Dita sapienti

Abili

Risvegliano nella memoria

Immagini,

colori,

stati d’animo.

Cose.

Note struggenti

Nel tentativo

Di rivivere,

Sia pure nel pensiero,

un attimo di vita.

 

…....ma poi ecco: missili, bombe intelligenti, gas nervini, armi batteriologice per la distruzione di massa, rovina, politica, potere….

 

“..scheletri di mille farfalle

dormono nel mio recinto..” (Lorca)

 

……ma l’uomo quando imparerà qualcosa?

E’ così inutile la Storia?

 

La litania dei nostri tempi molli ed opachi è “non ci sono più valori” ed i rinunciatari continuano con “non ci sono più ideali per cui battersi”.

 

Sfruttamento, violenza, guerra, morti, violazione dei diritti, sopraffazione dei deboli, sottomissione dell’essere umano alle logiche del mercato e del danaro sono sotto i nostri occhi.

Non basta? Non sono sufficienti questi sporchi stimoli per batterci, per darci delle finalità?

I neurorecettori della sensibilità alla sofferenza degli altri sono atrofici.

Abbiamo paura.

Paura di dare, di rimetterci…..

Siamo egoisti alla ricerca del nostro piccolo recinto  con filo spinato ed alta tensione.

E che nessuno lo tocchi!

 

Siamo diversi l’uno dall’altro poiché non siamo cloni ma un unicum insostituibile che contiene in sé tutta l’umanità.

 

Chiunque salvi una sola vita, salva l’intero universo e progetta la salvezza di noi tutti.

 

Hemingway diceva che la “ campana suona per te” quando citava John Donne vissuto tra il 1573 ed il 1651:

 

“Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo di Continente, una parte della Terra. Se una Zolla viene portata dall’onda del Mare, l’Europa ne è diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una Magione amica, o la tua stessa Casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: ESSA suona per te.”

 

I veri valori etici sono quelli che nascono da una consuetudine di vita che si misura con i limiti, le passioni, le paure, le ritrosie, l’esasperazione del procedere alla ricerca di sé, nell’altro da sé.

 

“I fiori metallici dell’infinita infamia umana, lacerano, accecano, sbrindellano, cancellano parti di vita, creano voragini di antimateria, progettano il non-uomo.

Ma è proprio in quelle assenze di carne, di vita, di luce, che l’umanità esprime la sua intimità più lancinante.” (Moni Ovaia)

 

La vita dell’uomo si dilata nel futuro, dunque nel tempo. Che è il tempo dell’agire in cui si tratta di cogliere l’attimo opportuno per la scelta e la decisione.

La temporalità è l’essenza stessa della vita umana

San Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi invita i credenti a considerare l’esistenza cristiana come una grande “vigilia”. L’esistenza non è fissata nella puntiforme attualità di un presente statico, ma si protende nel tempo verso il proprio da farsi.

 

Un precursore di Silesius, medico e filosofo slesiano del Seicento, Daniel von Czepko dice:

 

“Prima di me non c’era tempo alcuno, dopo di me non ne verrà nessuno,

con me il tempo nasce, con me pure perisce”

 

A questo Borges fa meravigliosamente eco:

 

“Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”

 

Tutto ciò che è umano è limitato e provvisorio e non va dimenticata la grossa responsabilità verso i nostri figli.

 

Canta Pedro Calderon de la Barca:

 

“Cos’è la vita? Un delirio.

Cos’è la vita? Un’illusione

Solo un’ombra, una finzione,

ed il bene più grande non è nulla:

che tutta la vita è sogno

e i sogni, sono sogni……”

 

Ho detto

Neli Di Pisa

 

          Firenze 22 Marzo 2003