GIOVANNI  EVANGELISTA

 

Figlio di Zebedeo, Giovanni, per la sua ricchezza interiore, è l’apostolo prediletto da Gesù, destinato nella sua lunga vita ad una avventura spirituale particolarissima.  E’ pure il personaggio più delineato dai Vangeli, sia nel fondo psicologico che nelle rispondenze al suo mistero di Grazia.

I tre sinottici lo delineano pienamente, ma gli scritti dello stesso Giovanni, il Vangelo, le tre Epistole, l’Apocalisse, aggiungono ricchezza di ricordi personali e svelano le pieghe nascoste dell’anima, rivelando al mondo l’immagine di una creatura segnata da Dio.

L’esistenza è fatta di tante cose, tra le quali l’amicizia, quel vincolo affettivo che congiunge anima ad anima, sentimento a sentimento, interesse ad interesse.

Giovanni offre a Cristo generosità giovanile, purezza di cuore e candore. In cambio riceve dal Maestro la sua intimità che non è solo commossa partecipazione nelle ore più solenni e gravi, ma totale presenza di uomo ad uomo e più ancora dono di penetrazione nei segreti del Verbo, Figlio di Dio Incarnato.

Non per caso nell’ultima cena Giovanni è sul triclinio alla sinistra di Gesù e, chinando il capo, lo posa sul petto di lui.

Nello stesso modo sul Calvario è Giovanni che raccoglie il testamento del Crocifisso e ne riceve in consegna la creatura da lui più amata: Maria, sua madre.

L’ultima parola che gli rivolge sulla terra è quasi un dubbio, una allusione simbolica, segni di un singolare destino: “E se io voglio che costui rimanga fino al mio ritorno?… (Giov., XXI, 21-22)

 

Giovanni ha ricevuto dal Cristo insegnamenti che gli altri discepoli non hanno avuto. Per questo è considerato il capo degli iniziati alla gnosi cristiana e della Chiesa esoterica.

Cristo disse di travasare il vino vecchio in otri nuovi, no vino nuovo in otri vecchi, nel senso che è necessario dare forme esteriori nuove alla religione universale quando le sue dottrine sono divenute irriconoscibili.

Il Vangelo di Giovanni è il Vangelo dell’era dell’Acquario, poiché questa trasformazione si compie con l’entrata del sole nel segno di Ganimede, l’uomo dell’acquario, che è una prefigurazione di Giovanni.

L’acqua è l’elemento che disseterà per sempre chi ha sete di conoscere e di comprendere per poter ammirare ed amare. E’ la continuazione della Tradizione primitiva che deve vedere il ritorno di Cristo annunciato nell’Apocalisse.

Il Vangelo di Giovanni è quello di una élite iniziatica. La sua eco si è sparsa ovunque ed è il primo Vangelo tradotto in esquimese.

 

Si legge in Paul Le Cour : “Il naviglio Civilizzazione è in procinto di affondare; non è solamente necessario lanciare in mare una boa di salvataggio, bisogna anche affrettarsi a costruire l’Arca nella quale saranno racchiusi gli Arcani, al fine di salvarli dal disastro. Quest’Arca è la chiesa Giovannita”.

Giovanni visse molto e, vecchio, si diffuse la voce che non sarebbe morto. Il significato è che Giovanni è entrato nel segreto e quindi non conoscerà morte, intendendo i concetti di morte e di immortalità in senso eterno.

Ciò vuol dire che Giovanni era talmente entrato nel mistero di Cristo, che avendo ormai capito la realtà di Lui, egli ne partecipava misticamente, possedendo già in se la vita eterna.

“Chi crede in me, ha in se stesso la vita eterna stabilmente” (Gv. 5,24)

San’Agostino osserva che la vita contemplativa impersonata dall’apostolo sarebbe rimasta nella Chiesa sino alla fine a testimoniare, nella tristezza dei tempi, la gioia della visione futura, quasi un segno concreto di ciò che Dio riserverà a tutti. Per questo la figura di Giovanni si stacca dal Vangelo in chiarezza di lineamenti umani e profondità di significati.

In lui è segnata la sorte di chi, incontrandosi nel Cristo, si muove dall’Amore alla Fede, dalla Fede alla Contemplazione per una imperturbabile pace dello spirito.

Giovanni è definito l’ultimo dei Profeti.

Nell’iconografia è simboleggiato in uno dei quattro fiumi terminali del Paradiso.

I mosaici ed i sarcofagi della primitiva arte cristiana lo raffigurano accompagnato dall’aquila apocalittica o addirittura con la testa di aquila sul corpo umano.

 

“La voce dell’aquila spirituale risuona all’orecchio della chiesa. Volti verso l’esterno, i sensi ne raccolgano il suono fuggevole, l’animo interiore ne penetri il significato immutabile. Voce del volatile delle altitudini, che vola non solo al di sopra dell’elemento fisico dell’aria, o dell’etere, o del limite stesso dell’universo sensibile nella sua totalità, ma arriva a trascendere ogni “teoria”, al di là di tutte le cose che sono e che non sono, con le ali veloci della più inaccessibile teologia, con gli sguardi della contemplazione più luminosa ed elevata.” (Giovanni Scoto “Il prologo di Giovanni”)

 

“Il Vangelo di Giovanni è un tempio sigillato, lo spazio di Dio ove il cristiano, soprattutto occidentale, non si sente ancora familiare L’Oriente  invece, almeno in parte, si rifà a San Giovanni” (Turoldo: “Il Vangelo di Giovanni”)

Si pensa che possa aiutarci a gettare un ponte tra le distanze spirituali di oriente ed occidente.

L’Oriente ha carattere mistico e non ha alle spalle il retroterra del razionalismo greco, del geometrismo cartesiano.

Noi siamo figli di molte filosofie, gli orientali sembrano nati da Dio direttamente senza passare da altre culture umanistiche ed atee.

Noi nasciamo da culti pagani elevati alla dignità di elementi che diciamo civili.

Noi nasciamo dalla volontà della carne e dall’arbitrio, divenuto idolatria e religione di stato, strumento di potere temporale, glorificazione del destino assolutamente terrestre dell’uomo.

L’Oriente ha fede, l’Europa no.

L’Oriente prega. Noi no.

 

“E chiunque non nasca di nuovo, non entrerà nel Regno dei cieli” (Giov.3,5)

 

“Lo Spirito è come il vento e non lo si vede, solo lo si sente, e nessuno sa dire donde venga e dove vada” (Giov. 3,8)

 

“E’ venuto il tempo, credimi o donna (Europa?) in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete: noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene il tempo, ed è già questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov. 4, 21-23)

Questo Vangelo si  riallaccia al sistema degli gnostici di Alessandria, che faceva del Logos la prima emanazione del Dio supremo.

Nel suo duplice rivelarsi la Parola sacra è da un lato un evento sonoro (La Bibbia è chiamata nella tradizione ebraica “lettura, proclamazione”) dall’altro nella tradizione cristiana la Parola si cristallizza nello scritto divenendo appunto γραφή, scrittura, oppure βιβλια plurale greco di βιβλίον scritto, lettera.

Alla radice rimane la Parola come è attestato nei due incipit assoluti dell’Antico e Nuovo Testamento.

Nella Genesi si legge: “In principio… Dio disse: sia la luce! E la luce fu” (Genesi 1, 1-3) ed in Giovanni, nel quarto vangelo  leggiamo : “Έν άρχή ήν ό λόγος  in principio era la Parola (Giovanni 1, 1).

 

La prima manifestazione di Dio, la prima epifania, non è una lotta cosmogonica come si può leggere nell’Enuma Elish il poema accadico-babilonese, lotta nella quale prevaleva la divinità positiva del bene e dell’essere.

La prima manifestazione sensibile della divinità che dà origine alla creazione è affidata per la Bibbia ad una parola imperativa ed efficace che squarcia il silenzio del nulla, le tenebre, il kaos, l’abisso e dà origine all’essere.

 

La Parola è capitale anche nelle successive manifestazioni divine.

Nel Deteuronomio così si evoca l’esperienza del Sinai: “Il Signore vi parlò dal fuoco: voce di parole voi ascoltaste; nessuna immagine vedeste, solamente una voce.”

 

Nel precetto aniconico (che non ammette immagini) del Decalogo si legge: “Tu non farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra”. (Esodo 20, 4)

Dio sceglie solo la Parola per abitarvi con la sua forza, la sua presenza, la sua rivelazione.

La parola è un suono che si dissolve, un segno che “muore sotto la penna” come affermava Goethe nel Faust.

 

La Parola biblica si esprime attraverso una lingua povera com’è l’ebraico e la Parola più importante, cioè il nome di Dio, nella tradizione giudaica si riduce ad essere muta, formata com’è da quattro consonanti –JHWH- impronunciabili.

Il Profeta Elia sull’Horeb-Sinai dice che il Signore non è né nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nella folgore. E’ invece in una “voce di silenzio sottile” (1 Re 19, 12).

 

Dunque la Parola non è solo un mezzo kenotico, cioè spoglio, per cui l’umiliazione della Parola divina raggiunge il suo abisso divenendo silenzio, quando Giovanni afferma che il Logos eterno, infinito e creatore si fa carne, debole, limitata, effimera (Gv. 1, 14).

La Parola è anche potente, sontuosa, efficace. E’ rivelazione divina, capace di convertire e guidare i passi nel cammino tenebroso della storia (Salmo 119, 105); è martello che spacca la roccia, è fuoco che arde (Geremia 23, 29); è spada che trafigge carne, ossa e midolla (Ebrei 4, 12) è anche miele che rende dolce la vita (salmo 19,11).

Nella Parola si intrecciano finito ed infinito, contingente ed assoluto, temporale ed eterno, umano e divino. Una corretta lettura del Libro Sacro deve andare perciò al di là del versetto, cioè della limitazione e della limitatezza delle parole umane, per scoprire la pienezza della Parola divina.

La prima pagina sacra, la prima Parola, quella che schiude l’orizzonte dell’essere e della storia è concepita come una architettura perfetta ritmata sulla settimana liturgica (il 7 è il simbolo numerico della perfezione).

Nel Salmo 19 , 2-5 si afferma in modo esplicito  che il creato è come uno spartito sul quale è scritto un messaggio sonoro divino, anche se misteriosamente ignoto alle orecchie, eppure squillante:

 

Narrano i cieli la gloria di Dio,

il firmamento annunzia le opere

delle sue mani, il messaggio tramanda

il giorno al giorno, la notte alla notte.

 

Non è linguaggio d’accenti usati,

non sono voci che orecchio ascolta:

sono armonie che riempion la terra,

sonanti fino ai confini del mondo.

(Traduzione di Padre Turoldo)

 

I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la notizia. Eppure non è linguaggio e non sono parole di cui si oda il suono. Ma per tutta la terra si diffonde la loro voce ed ai confini del mondo la loro parola

(Traduzione di Gianfranco Ravasi)

Il nome Giovanni si è fatto derivare da una parola ebraica Hhanan, che significa Grazia e che equivale alla parola greca CHARIS dei misteri cristiani. Si pensa però che si debba allacciare al nome della Ionia poiché il 4° vangelo è stato scritto ad Efeso, nella Ionia, dove Giovanni era vescovo.

 

La Ionia fu il focolare spirituale della Grecia e del mondo antico.

Lì vissero molti secoli prima di Cristo Omero, Pitagora, Talete, Anassimandro……..

 

Nella Ionia le dodici città principali avevano un grande santuario comune, posto al capo Mycale e dedicato a Poseidone Eliconio. Nella mitologia greca Poseidone è il

predecessore di Giovanni nell’esoterismo cristiano. In greco la parola ίον significa violetto, che è il colore della spiritualità.

Il mare violetto dei poeti è in realtà il mare Ionio.

Il ruolo dell’Asia minore è preponderante dopo l’arrivo simbolico dell’arca di Noè, che recava con se la tradizione atlantica.

La Galilea dove nacque Gesù era in Asia minore.

E’ nella Ionia, colonia greca dell’Asia minore, che si trovano le sette chiese di cui si parla nell’Apocalisse.

E’ in Asia minore che Giovanni fu vescovo e dove gli storici delle religioni collocano il punto di partenza di tutte le dottrine religiose.

In realtà si pensa che  fosse il secondo focolare delle tradizioni venute dall’Atlantide scomparsa sotto i flutti.

La Chiesa cristiana fu greca alla sua origine. Il latino fu usato dopo che San Gerolamo scrisse la Vulgata.

 

In una parola la tradizione greca è una componente fondamentale del mondo cristiano.

 

Il cristianesimo è carico di filosofia greca.

Alcuni padri della chiesa, come Clemente di Alessandria, ammettevano che la filosofia greca fosse stata una educazione verso il cristianesimo, che i filosofi come Platone fossero ispirati dal Logos, la parola di Dio.

Sant’ Agostino ha considerato la filosofia di Plotino sotto la stessa angolazione.

Il Nuovo Testamento è composto da libri greci.

Le parole dogma, mistero, simbolo, catechismo, sacerdote, vescovo, diacono, monaco, teologia sono tutte derivanti dal greco.

Lutero dichiarò che il Vangelo di Giovanni era il Vangelo per eccellenza. Disse : “Questo Evangelo basterebbe e potremmo non averne altri”.

 

Χριστός – Cristo = unto del Signore, re, profeta, sacerdote.

In questo Vangelo Cristo dichiara di essere l’inviato del Signore a dare agli uomini un nuovo comandamento: “Amatevi gli uni con gli altri”.

Il Cristo Giovannita rigetta l’Antico Testamento. Lo respinge con disprezzo. Parlando della Legge di Mosè dirà “Vostra Legge”.

“Tutti quelli che sono venuti prima di me sono dei ladri e dei briganti” (Giov. X,8) ed ancora “I giudei sono figli del diavolo” (Giov. VIII,44) Jehovah sarebbe Satana, un Dio assai potente ma anche vendicatore e distruttore.

La stessa cosa nel medioevo dicevano anche i Catari, che furono distrutti perché dichiarati eretici dalla Chiesa di Roma, la chiesa di Pietro.

San Paolo ha più volte detto che Gesù-Cristo ci aveva liberati dalla Legge di Mosè.

 

Nel Vangelo di Matteo però troviamo la famosa frase: “Io non sono venuto per distruggere la Legge, ma per attuarla” (Matteo V,17).

Giovanni nel primo capitolo ha scritto: “La Legge è stata data da Mosè ma la Grazia e la Verità sono venuti da Gesù Cristo” ed ancora “Gesù non voleva restare in Giudea, perché i giudei cercavano di farlo morire” (Giov. VII-I)

Nel 4° Vangelo Cristo afferma in continuazione che non fa che compiere la volontà di Dio.

 

Έν άρχή ήν ό λόγος, καί ό λόγος ήν πρός τόν θεόν,  καί θεός ήν ό λόγος.

“In principio era il Logos (il Verbo, la Parola). Il Logos era con Dio (ο Θεος) ed il Logos era Dio (Θεος)…tutte le cose sono state fatte da lui…in Lui era la Vita e la Vita è la Luce…”

 

Il Logos, dunque, il Cristo creatore del nostro sistema solare, non è il Dio universale, il Dio onnipotente, il Dio dei filosofi, ma il Dio delle religioni solari, intermediario tra l’Uomo e Dio. Questo risulta dalla distinzione fatta nel prologo tra Dio supremo designato con “ο Θεος” ed il Logos che è solamente “Θεος”, un dio.

Presso i greci si definivano “dei” gli esseri che erano pervenuti ad un alto grado di spiritualità.

Nel Concilio di Nicea del 325 è proclamata la divinità di Cristo.

Nel primo caso Cristo essendo simile a Dio non è Dio, nel secondo caso invece Cristo si identifica in Dio e diviene la seconda persona della trinità, il Figlio unigenito di Dio, eguale a lui e partecipe della sua onnipotenza.

Il Concilio di Nicea obbliga la dottrina esoterica di Giovanni a separarsi dalla Chiesa di Pietro, che si riallaccia sempre di più al giudaismo, mentre quella di Giovanni resta fedele all’ellenismo.

 

La dottrina del Logos è l’idea centrale del 4° Vangelo.

Questa dottrina è sviluppata da Filone, giudeo ellenizzante, filosofo neo-platonico, che aveva compreso che esiste un secondo Dio intermediario tra l’Uomo ed il Dio Supremo. E’ a questo Dio Supremo che corrisponde il demiurgo (nota 1) di Platone ed a questo da il nome di Logos.

 

Il mistero di Dio si rivela incarnandosi in parole ritrovate dalla cultura umana. Anche la carne del Cristo è prodotta dalla specie umana.

Il Verbo assume ciò che nasce da noi. Per parlare di Dio non possiamo trovare altre parole autentiche che quella della Scrittura che furono usate dall’antico Eraclito, da Platone, dagli storici e da Filone da questi sapienti del mondo antico  che non conoscevano il Verbo fatto carne.

Avevano solo un presentimento di quel Verbo che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

Non a caso Eraclito visse ad Efeso, dove visse Giovanni.

 

Sei secoli prima dell’Incarnazione Eraclito, filosofo quasi leggendario, disse: “ il Logos è l’armonia invisibile, che dà senso all’armonia visibile”.

La parola ritrovata rimane ad Efeso, quasi custodita nello scrigno della tradizione, affinché il più grande evangelista potesse usarla per esprimere il grande mistero della Rivelazione.

Tutto questo non è per caso.

Quando si dice che la cultura umana è provvidenziale, che Dio si serve dell’umana vicenda e dell’umana cultura per esprimere se stesso, non si fa retorica.

Il verbo di cui parlano gli antichi filosofi non è chiaramente il Figlio di Dio. Il verbo è considerato come la prima emanazione dell’Uno, è una degradazione, una modalità dell’Uno in quanto si effonde verso l’oscurità della materia.

 

Giovanni dice che il Logos è la luce e la vita. Qui si trova una idea che comincia ad essere compresa: quella della creazione della vita, nata dal mare, dal seme di Urano (Aur, la luce).

Il Logos è anche la luce della verità, opposta alle tenebre dell’errore (la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo).

Del resto se il Verbo crea, se la parola è costruttrice, essa può anche distruggere.

La dottrina del Verbo esisteva anche presso gli Egizi e di là l’ha derivata Mosè.

Nel 4° Vangelo il Cristo è presente come colui che porta agli uomini la luce e la necessità di rigenerarsi.

 

“Avanti che Abramo fosse, io sono” (Gv. 8,58)

 

Padre Turoldo scrive su Giovanni che quando pensa al suo Vangelo gli viene in mente il roveto ardente di Mosè, che arde e non si consuma.

Prima di accostarcisi occorre togliersi i calzari (Es. 3,2-5).

 

“Le parole grondano luce e il suono di esse ci giunge da altri mondi, come il corpo di Cristo nella scena della trasfigurazione sul Tabor (Mt.17,2; Mc.9,2 ;Lc. 9,29). Parole che non sono gridate mai e pare che fluiscano come lingotti d’oro o d’argento dentro un fiume di silenzio, dentro le rive di una altissima contemplazione”.

 

La parola in questo Vangelo è spirito e vita. Il tema centrale è nel fatto che il Verbo si è incarnato (Gv. 1,14) e ci guida a trovare la via per trascendere la visione carnale, “la carne non serve a niente” (Gv.6,40), e trovare lo spirito.

 

Nello studio di questo scritto non dobbiamo mai dimenticare il fatto storico, i tempi in cui si è svolto, il linguaggio orientale usato da Giovanni, ed il fatto metafisico. L’uno non deve mai essere in contraddizione con l’altro.

 

“E’ come l’eterno divenire dentro l’eterno permanere della vita”.

 

Giovanni si presenta come uno scrittore mistico e ciò che narra non è mai fine a se stesso.

Leggiamo un racconto che si svolge su due piani, su due livelli: il livello della superficie ed il piano del profondo. Occorre leggere al di là della parola, del sensibile. Esiste un passaggio simultaneo dal fatto storico alla dimensione metastorica. Giovanni ci avverte che non sempre Cristo parla un linguaggio comprensibile, non perché non sia semplice, parla come sempre, ma perché a volte egli parla dal profondo del suo essere e presenta una duplicità di orizzonti. Ad es. gli apostoli dicono spesso: noi non capiamo nulla (Gv. 6,60); in altri momenti invece: ora capiamo. (Gv. 16,29-30)

 

Bisogna vedere con occhi puri la creazione. La conoscenza è una visione, ma al di là della visione e della conoscenza c’è la visione della fede.

Giovanni si preoccupa di riscoprire la sacralità delle cose e denuncia l’insufficienza delle nostre culture che non costituiscono mai una condizione necessaria all’atto di fede.

Aggiunge la dimensione della simbologia poiché non si tratta solo dell’atto di fede nell’eterno, nel trascendente e, quindi, della testimonianza dello storico e del metastorico, ma pure della congiunzione dei due mondi.

Giovanni inizia il suo vangelo con il conflitto di luce e tenebra portato avanti fino alle estreme conseguenze. L’esistenza dei due piani non consentirà mai alcuna contaminazione.

Giovanni è l’autore dell’Apocalissi dove la fantasia è regina ed il linguaggio sempre cifrato è aperto solo ai perfetti iniziati.

 

“Donna se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere, tu stessa gli chiederesti da bere (….) Chi beve di quest’acqua ha ancora sete, ma chi beve della mia acqua non avrà più sete in eterno, poiché io gli darò dell’acqua viva(……..)” (Gv. 4,10-14). In questo dialogo con la samaritana è chiaro il passaggio tra i due piani: Lui su quello del profondo e la samaritana su quello della superficie. La samaritana era al limite del tempo, toccava l’eterno e perciò dirà agli altri: “Ho trovato il Salvatore” (Gv.4,29) Questo dialogo fra Cristo e la Samaritana è una spirale di vita eterna.

Ogni creatura ha la sua ora particolare, un’ora in cui l’esistenza sembra colma, in cui tra i desideri e la realtà c’è una straordinaria proporzione.

Pilato presenta Gesù ai pontefici ed al popolo: “Ecco l’uomo”.

Gesù Cristo, il reo, l’imputato è l’uomo nella sua corona di spine, nel vestito di porpora e nella faccia deturpata dagli sputi e dagli schiaffi e lo rappresenta nella sua debolezza, nel suo peccato ma è anche l’uomo nella sua pienezza ideale, che gli umanisti hanno cercato perdendosi nelle evanescenze e nelle astrazioni.

Pascal diceva che l’uomo per essere uomo deve avere la consapevolezza della sua miseria. Terribile sarebbe però se si limitasse solo a questo, finirebbe nella disperazione. E’ necessario allora che si ricordi anche della propria grandezza. Ma guai se si ricordasse solo della sua grandezza. Diventerebbe presuntuoso.

Nel volto umiliato del Cristo sofferente abbiamo la misura dell’uomo, leggiamo i segni della nostra debolezza, che non dobbiamo mai dimenticare e quando pensiamo all’uomo ideale, alla perfezione umanistica, non dobbiamo dimenticare il sangue che gronda  dal volto del Cristo.

 

Nella simbologia Giovanni fa uso degli elementi: acqua, fuoco, vento, terra. In lui l’acqua diviene la sorgente spirituale che purifica l’umanità; la luce indica la nuova religione, segno della nuova vita dell’umanità rinata dalle tenebre; il fuoco ora è sostanza immaginifica dell’amore divino, Cristo battezza in spirito santo e fuoco, ora è l’elemento che nello stagno di fuoco e zolfo brucerà il diavolo.

 

Ancora nell’Apocalisse (1,14) sarà la stessa bocca di Cristo a sprigionare fiamme infuocate ed i suoi occhi saranno come dardi roventi.

 

Il fuoco non è soltanto fuoco, la luce non è soltanto luce, accanto a quest’acqua c’è un’altra acqua ed il pane di frumento non è il vero pane che può saziare la nostra vera fame.

 

Fin dall’inizio del Cristianesimo si distinguono due chiese cristiane: quella di Pietro e quella di Giovanni.

Esse sono rappresentate a Roma da due basiliche: quella di San Pietro e quella di San Giovanni in Laterano .

La prima è riservata per le manifestazioni spettacolari e di rappresentanza e rappresenta la chiesa essoterica.

La seconda è consacrata ai due Giovanni ed è considerata la vera cattedrale del cristianesimo. E’ la chiesa esoterica in cui hanno avuto luogo molti Concili e dove Carlo Magno fu proclamato imperatore.

 

La chiesa di Pietro è la giudeo – cristiana; quella di Giovanni, che fu più libera, l’elleno – cristiana che è alleanza tra misticismo, che dichiara che Dio è amore, e filosofia speculativa con Platone, Plotino, Clemente di Alessandria etc., che considera che Dio è spirito.

La chiesa di Pietro rappresenta il principio autoritario, la Legge, la lettera e si appoggiò sulla forza della Roma dei Cesari.

 

Molto ci sarebbe da dire ma la mia penna è modesta, limitata ed insufficiente.

Molto è stato detto da teologi, filosofi e padri della chiesa ed ai loro scritti vi rimando.

Fiumi di parole sono stati scritti…..

 

Io termino riportando un testo di Giovanni Scoto Eriugena nato nell’anno del Signore 810? e morto nell’anno 877?:

 

“Entrambi gli apostoli corrono tuttavia al sepolcro. Il sepolcro di Cristo è la divina Scrittura, nella quale i misteri della sua divinità ed umanità sono protetti dallo spessore della lettera come da una pietra tombale. Ma Giovanni vi arriva prima di Pietro. Poiché la virtù della contemplazione, per sua natura integralmente purificata, penetra gli intimi segreti della sovrana parola divina più sottilmente e rapidamente della virtù dell’azione, che ha ancora bisogno di purificarsi. Pietro, però, entra per primo nel sepolcro, seguito da Giovanni. E così, tutti e due corrono, tutti e due entrano, Pietro che è il simbolo della fede, Giovanni che significa intelletto. Per la ragione stessa per cui è scritto “Se non crederete, non avrete l’intelligenza”, la fede avanza necessariamente per prima nel sepolcro della Sacra Scrittura, e poi al suo seguito entra l’intelligenza, il cui ingresso è preparato dalla fede.”

 

Ho detto                                           

 

Neli Di Pisa

 

Firenze 12 Febbraio 2003

 

 

 

 

 

 

nota 1.

il termine Demiurgo è introdotto da Platone che afferma che tutto ciò che nasce può nascere solo perché partecipa dell’eterno essere intelligibile. Si richiede però anche una forza che abbia la capacità di realizzare questa partecipazione, ossia di produrre il sensibile ad immagine e somiglianza dell’intelligibile. Questa forza non è cieca ma è una potenza che è anche suprema sapienza. La sapienza di chi conosce totalmente il mondo intelligibile può assumerlo come modello per realizzare il mondo sensibile. Questa suprema potenza della sapienza, questo Demiurgo dell’universo, è chiamato da Platone Dio