La ragione
ermeneutica- A. D’Alonzo
La fenomenologia delle religioni contemporanea considera l’essenza umana come una monade indefettibile ed immutabile, riqualificandone la struttura epistemologica attraverso classificazioni alternative. Non più- o non soltanto- homo sapiens, ma anche, e soprattutto, homo religiosus: dimensione spirituale trascendente rispetto ai processi di secolarizzazione e scristianizzazione. L’immaginario, ieri, oggi e domani, abita attraverso la dimensione dell’homo religiosus; in questa prospettiva, la laicizzazione contemporanea è soltanto un fenomeno marginale ed incompleto: si tratta del rovesciamento speculare della dottrina marxista delle sovrastrutture. Se lo strutturalismo religioso che ha oggi in Julien Ries, il principale ed indiscusso esponente- tra le tante teorie che si richiamano all’antistoricismo diffuso nel dopoguerra- poggia le sue basi su apprezzabili fondamenta teoriche, presentando alcuni notevoli punti di forza, al contrario per la filosofia contemporanea è pressoché impossibile prescindere dalla storicizzazione della ragione. In altre parole, se l’immaginario può essere pensato come un arché sottratto alla dimensione del tempo, il logos non può prescindere dalla filogenesi e dalla storicità dell’esperienza. Il pensiero deve sforzarsi di pensare criticamente il proprio tempo. Possiamo anche ammettere una facoltà trascendente alla ragione speculativa, di solito denominata come nous o intelletto. Ma la possibilità di accertare la plausibilità di tale dimensione ontologica concerne piuttosto quello che rimane della mistica, non interessa più la disciplina che designiamo comunemente con il nome di «filosofia». Questa cesura da alcuni è considerata una grave lacuna e da altri come un’inevitabile e fausta conseguenza del processo d’emancipazione antropologico promosso dalle scienze umane. In tutti i casi, questo è lo stato attuale dell’arte. Ricordiamo, come nel dopoguerra sia stata teorizzata la fine della filosofia. In particolare:
a)
L’’idea stessa di
una “fine” della filosofia- apparsa con il compimento sistematico del pensiero
hegeliano- è rielaborata con l’idea di un oltrepassamento della metafisica.
b)
Il pensiero filosofico, concepito come sapere
esaustivo e sistematico è articolato nella molteplicità delle scienze umane, considerate
più idonee a scandagliare i tradizionali campi d’indagine della filosofia classica.
c)
Il trionfo della
tecnica rende inadeguato il vecchio sapere umanistico.
d)
La nascita del
postmoderno, che svuota le tradizionali categorie del pensiero metafisico,
rende necessario un nuovo modo d’interrogare il mondo o l’essere, un pensiero
“ironico” o «postfilosofico».
e)
L’equiparazione
del pensiero ad una molteplicità di “giochi linguistici” compiuta da
Wittgenstein, al quale fa da pendant “continentale” la teorizzazione di
Heidegger di un [i]dichtendes Denken[/i], un pensiero «poetante».
La
consapevolezza dell’impossibilità di un sapere universale e metafisico, insieme
alla necessità di elaborare un pensiero consono allo spirito del tempo ed alla
nuova condizione «postmoderna» o «postfilosofica», mise in discussione la
sopravvivenza dello stesso insegnamento filosofico nelle scuole secondarie. La
filosofia appariva come una disciplina superata ed anacronistica, equiparabile
ad altre dottrine che hanno segnato il passo rispetto ai nuovi ambiti di
ricerca. Si pensava che anche la filosofia metafisicizzante dovesse trapassare
nell’antropologia, nella psicologia, nella sociologia. La discussione sulla
fine della filosofia è andata avanti per un certo periodo, soprattutto in
Francia, finché non si è convenuto sulla necessità di mantenere in vita la
vecchia disciplina che si era sviluppata all’interno della cultura occidentale.
Nuove correnti di pensiero di tipo «continentale» ed «analitico» hanno
introdotto una nuova era nella storia del pensiero occidentale:
l’«ermeneutica», il «poststrutturalismo», il «decostruzionismo», il
«postmodernismo», la «teoria critica», la «nuova epistemologia», la «filosofia
della mente», il «pratical reasoning», la «nuova retorica», la filosofia
«pratica», ecc. Contemporaneamente, si è deciso di mantenere anche il vecchio
termine «filosofia» per richiamare un’idea stessa di continuità tra la
speculazione dei Greci e l’era della Tecnica. Opzione che personalmente non
condivido, in quanto penso che un qualunque prefisso «post-» avrebbe richiamato
in modo efficace quelle soluzioni di continuità e quelle differenze
epistemologiche che caratterizzano il pensiero contemporaneo, rispetto a quello
antico o medievale. Al contrario, negli anni sessanta si è preferito compiere
una scelta diversa, mettendo l’accento sulla continuità, piuttosto che sulla
trasformazione e sulla frattura. Naturalmente, nel pensiero razionale non si
deve ricorrere a principi apodittici o ad irrigidimenti dogmatici: le
professioni di fede devono restare fuori del logos. Il pensiero filosofico o
«postfilosofico» è un seminario di discussione permanente. Non esistono corone
che non possono essere deposte.
Dopo
questa breve introduzione, mi dedicherò ad approfondire soprattutto
l’ermeneutica filosofica, corrente nata in seno all’heideggerismo ed elaborata
da Gadamer. L’ermeneutica non è una vera e propria disciplina o metodologia,
come del resto non lo sono le altre correnti. È più esatto dire che vi è un
gruppo di pensatori- i cui interessi e campi di ricerca sono eterogenei- che
condividono alcune premesse. Precisamente:
1)
La teoria della
circolarità del conoscere.
2)
La riabilitazione
del principio d’autorità e della tradizione.
3)
Il mantenimento
della distanza temporale.
4)
La struttura
dialogica dell’interpretazione.
5)
L’orizzonte
linguistico.
1)
Ogni processo
conoscitivo si realizza attraverso dinamiche circolari, dove il pre-giudizio,
lungi dal costituire una mera forma di chiusura ed ignoranza, acquista spessore
gnoseologico in qualità di struttura dell’intuizione. Il pre-giudizio è una
componente pre-tematica, prospettica, opinativa che apre lo spazio
dell’intuizione. La comprensione stessa è spesso anticipata nel pre-giudizio
soggettivo. In altre parole, molte volte i giudizi che formuliamo a livello
inconscio si rivelano attendibili perché articolano l’orizzonte
dell’interpretazione.
2)
L’autorità e la
tradizione non devono essere ridotte a survivals della superstizione e
dell’anacronismo, ma, al contrario, ad elementi costitutivi dello stesso
orizzonte prodotto dalla continuità storica. Non ha senso respingere per
principio l’autorità del Padre, poiché un fondamento culturale non si
stratifica per caso e non deve essere ignorato per partito preso. La tradizione
deve essere ascoltata e, soltanto in un secondo tempo, eventualmente oltrepassata.
3)
La storicità
della ragione non può essere messa tra parentesi per calarsi empaticamente nel
passato, come teorizzato dallo storicismo. Aprirsi al dialogo con Platone,
significa essere consapevoli della distanza temporale che ci separa dal mondo
greco; ma proprio per questo evitare d’incorrere nell’errore di produrre
forzature storiche ed anacronismi, compiendo letture unilaterali ed ideologiche
(es: la vulgata che identifica Platone come un nemico della democrazia, ecc.). Soltanto
dalla consapevolezza della distanza che intercorre tra noi e Platone è
possibile aprirci allo spazio della comprensione e realizzare la fusione degli
orizzonti temporali. Soltanto comprendendo che il testo è il prodotto del
pensiero di un filosofo ateniese del IV secolo a.C.- dal quale siamo separati
da più di duemila anni di storia- si rende possibile l’apertura dello spazio
dialogico. È proprio la consapevolezza della differenza storica e culturale che
attualizza e rende contemporaneo il pensiero di Platone. Riconoscendolo nella
sua specificità ci apriamo al suo pensiero.
4)
L’elogio della [i]phrònesis[/i], della saggezza, e non
soltanto della [i]gnósis[/i] della
conoscenza. La [i]phrònesis[/i] è una
forma di conoscenza che si apre nello spazio dialogico della domanda e della
risposta, in cui non si ricade in un sapere oggettivante-dottrinale, o
cumulativo-descrittivo; ma, alla maniera dei dialoghi platonici, si evince le
conclusioni dalla singolarità delle specifiche situazioni (superamento di
stereotipi del tipo “Tutti i X sono Y”: “Tutti gli stranieri sono barbari”.
Attraverso la struttura dialogica si com-prende che vi sono stranieri colti e raffinati).
5)
L’esperienza
della comprensione si apre nel linguaggio. Il linguaggio costituisce la
struttura fondamentale che apre l’esperienza del Mondo. Certamente, vi sono
istanze che trascendono la mera razionalità discorsiva, come l’intelletto
noetico o l’immaginario. Ma la comprensione come spazio di conoscenza
con-divisa, anche nel caso dell’intelletto noetico o dell’immaginario, si apre
nel linguaggio. Non possiamo comprendere l’immaginario se non rendendolo
linguaggio; lacaniamente, lasciando che l’Es parli e decifrandone il
linguaggio.
Accettando queste premesse teoretiche si ottiene la
possibilità di aprire uno spazio dialogico con gli autori del passato.
Superando i limiti dello storicismo cumulativo, secondo il quale possiamo
capire un autore, prevalentemente, attraverso l’inquadramento del suo pensiero
in quello successivo o antecedente, Platone attraverso Aristotele o, al
contrario, Aristotele come evoluzione di Platone, ecc.
Non si tratta più soltanto di subordinare o
rivendicare la priorità di un’opera, quanto di lasciare parlare il testo.
Vantaggio inequivocabile nei confronti di tutti quegli autori decifrati
attraverso la bussola dello storicismo o (anche peggio) attraverso le lenti
dottrinali della metafisica.