ELEUSI DIMENTICATA
Piccola Cronaca di una Tappa di un Viaggio in Grecia
kalepoi de qeoi qnhtoisin orasqai.
E’ difficile per i mortali ravvisare gli dei.
(Omero, Inno a Demetra, 111)
°°°
Dopo tentennamenti e qualche ragionevole esitazione,
rompendo gli ultimi indugi mi sono finalmente deciso di raccontarvi una storia
molto particolare capitatami questa estate, nella speranza di riuscire a comunicarvi
accadimenti, immagini, immaginario e impressioni ricevute. Come ultima tappa
del nostro soggiorno in Attica decidiamo di andare ad Eleusi, la città
collegata ad Atene dallo Ieros Odos, la
Via Sacra, lunga
Era dodici anni che mancavo dalla Grecia continentale
e nonostante fossi in possesso di un prezioso e raro navigatore per questo paese, ho
trovato in realtà molte difficoltà nel rintracciare gli scavi: poche
segnalazioni e unicamente, come avviene spesso da queste parti, indicate in un
solo senso di marcia (che poi naturalmente, come sempre accade, è quello
opposto al tuo!), e poi cemento,
casermoni bianchi, sempre cemento, ciminiere, raffinerie e, vicino, il gran
porto industriale del Golfo Saronico, con un viavai di petroliere e navi cargo che
colorano il mare di catrame e sporcizia varia. Una gran pena nel vedere che all’ingresso
del sito archeologico eravamo solo noi quattro: io, mia moglie e i miei due piccoli
bambini. Uno strano silenzio all’interno dell’area sacra; percorriamo la via
che costeggia quelle che furono le alte mura che escludevano lo sguardo da chi,
indiscreto, anelava dissacrare ciò che non poteva essere rivelato. Ricordo di
aver letto da qualche parte che, nel secolo di Pisistrato o giù di lì, un
curioso e maldestro ragazzo si arrampicò di sottecchi su quelle alte mura per cercare
di carpire i celebrati segreti iniziatici delle due Dee, ma la Grande Dea lo
volle punire istantaneamente facendolo cadere e morire all’impatto.
Il solo rumore che udiamo è quello dei nostri passi
nel caldo secco e implacabile del sole agostano che tutto brucia,
inesorabilmente. Niente verde, solo qualche albero di eucalipto e qualche
cipresso qua e là nella desolazione di un silenzio triste e penetrante sommerso
sempre più dalle tonnellate di cemento dei palazzi dormitorio della città
nuova. Ci avviciniamo dopo una breve
salita al temenos, lo spazio sacro, varcata la grande porta che
conduceva al Tempio, al telesterion,
con le gradinate ove si assiepavano i greci, i Mystai
(i cosiddetti ‘recipiendari’), che
sembra di vederli ancora, di notte al chiarore tenue e palpitante delle
fiaccole in attesa dell’epopteia,
della Grande Visione; potevano parteciparvi i greci (ma successivamente anche i
non greci) che non avevano commesso
delitti, empietà, sacrilegi, non fossero proprio indigenti, sapessero parlare la lingua del luogo, senza
preclusione di sesso o di condizione civile (anche i servi e gli schiavi potevano
ricevere l’iniziazione) e che soprattutto avessero preventivamente ricevuto la proto-iniziazione
in una città vicina, l’anno precedente, sacrificando il porcellino: nei piccoli
misteri di Agrai. Il telesterion oggi
è in buona parte conservato senza naturalmente la copertura né le colonne che
lo incorniciavano. Ci sediamo per un attimo tutti e quattro
insieme sui gradini e… rimaniamo in sospensione: ascoltiamo, percepiamo odori,
osserviamo attentamente… nell’attesa che qualcosa si compia... Nulla però accade.
Nessun essere vivente si affaccia nel sito archeologico assordato da un
silenzio irreale, che riempie di ambascia e di mestizia l’anima; gli unici
presenti nel luogo continuiamo ad essere noi quattro e il custode-bigliettaio
dell’ingresso. Mi guardo attorno e cerco di individuare allora dov’era il famoso
pozzo di Callìcore che dodici anni prima non ero riuscito a trovare. Era il
pozzo ove la Vecchia di nero vestita, piangente e triste per la perdita della
Figlia si era fermata e si era seduta senza sapere in quale luogo del mondo
fosse andata a capitare nella lunga peregrinazione alla ricerca vana della
figlia rapita e dove aveva incontrato le quattro figlie di Celeo, il re di
Eleusi, che la avrebbero introdotta nella casa del piccolo Demofonte che diventerà
quindi oggetto di speciali attenzioni da parte della Dea-balia in incognito,
come ci narra Omero nel suo celeberrimo Inno. Demofonte doveva essere reso
immortale se non fosse accaduto che la madre si fosse accorta che la strana balia
ogni sera, al calar del sole, lo adagiava sul fuoco del camino, un fuoco che non brucia, il fuoco che
rende immortali.
Stiamo per uscire quando il custode-bigliettaio,
vedendomi alla ricerca di qualcosa, mi
chiede cosa cercassi di tanto importante; poiché non ricordavo come si dicesse
in greco (né in inglese) la parola pozzo,
mi sovvenne la buona idea di mimare, nel linguaggio universale (ma molto
italiano) dei gesti, l’atto di tirare una corda dal fondo di un pozzo; il
custode questa volta comprende e mi indica tosto (‘elà, prosokè, ekei kato!’ Vieni, attenzione è lì sotto!) uno spazio
angusto ove il piano della pavimentazione dell’ingresso è totalmente infossato: è la che si occultava
l’antico piccolo pozzo quasi a volersi sottrarre alla vista dagli occhi profani
dei malcapitati turisti mordi e fuggi
della domenica e delle gite scolastiche, con le T-Shirt nere del Hard Rock Cafè di Atene al seguito delle bandierine dei novelli ciceroni
elettronicizzati, quasi a volersi celare da chi non conoscesse a fondo gli
avvenimenti della Vecchia Dea e della Figlia, e da chi non fosse col cuore
partecipe a ritrovare i luoghi delle vicende del mito. Un pellegrinaggio improbabile
nel mondo degli dei e degli eroi. Alla vista del pozzo in pietra serena il
cuore finalmente si delizia, la tristezza ci abbandona e usciamo via appagati
per la strada del ritorno. Mi sovvenne allora alla mente quell’episodio di
cronaca riportato da Mircea Eliade nel secondo volume delle sue Storie delle Credenze e delle Idee Religiose,
episodio realmente accaduto nell’inverno del 1940 (era Febbraio, la stagione
morta…) e ricavato da un articolo apparso sul quotidiano ateniese Hestia: a una
fermata dell'autobus Atene-Corinto salì una vecchia, ‘magra
e rinsecchita, ma con grandi occhi molto vivaci’ ; poiché non aveva denaro per
pagare il biglietto, il controllore la fece scendere subito alla stazione
seguente - quella di Eleusi, appunto -. Ma, una volta scesa, l’autobus si
spense improvvisamente e il conducente non riuscì più a rimetterlo in moto; nel
frattempo i viaggiatori si decisero a fare una colletta per pagare il biglietto
alla povera vecchia. Questa risalì sull'autobus, che ‘magicamente’ poté
ripartire. Allora la vecchia disse: ‘Avreste dovuto farlo subito, ma siete stati
degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire ancora una cosa: sarete
castigati per il modo in cui vivete; vi saranno tolte persino l'erba, e
l'acqua!’.
Non aveva ancora finito la sua minaccia che era scomparsa
... Nessuno l'aveva vista più scendere. E si andò a riguardare il blocchetto
dei biglietti per convincersi che era veramente stato staccato un biglietto per
lei .
Charles Picard che tradusse e commentò la cosa per un importante testata giornalistica inglese chiosò
l’articolo così "Credo che, dinanzi
a questo aneddoto, gli ellenisti non potranno fare a meno di ritornare con la
memoria a certi passi del celebre Inno omerico, dove la madre di Kore,
tramutatasi in vecchia nel palazzo del re eleusino Celeo, profetizzava anche in
quell'occasione e - rimproverando agli uomini la loro empietà - annunciava, in
un impeto di collera, terribili catastrofi in tutta la regione ".
Ebbene prima vi ho annunciato che Vi avrei raccontato
una storia a margine di tutto ciò: eravamo appena rientrati ad Atene che in
vicinanza del Partenone decidiamo di andare in un piccolo supermercato per
comprare dolci e bevande; all’uscita si para di fronte a noi una Vecchia Vestita
di Nero, simpatica, con occhi vivacissimi e dolcissimi, né zingara, né migrante, ma greca doc che ci chiede qualche monetina; mia
moglie mi fa subito cenno di darle qualcosa, non si sa mai…; questa si avvicina
mi sorride e riceve da me alcune monete da un euro; si accorge che vicino a me è
la mia piccola bambina che, guarda caso quel giorno aveva delle lunghe e
sottili trecce nere che gli scendevano dalla testa, proprio come Kore-Persefone…
si appressa ad essa allora e incomincia a baciarla sulla testa dolcemente farfugliandoci
qualcosa che naturalmente non riusciamo a comprendere. Da dietro quindi
improvvisamente appare un signore molto alto e biondo, sulla quarantina che
uscendo dal piccolo supermercato ci dice in un inglese stentato: ‘voi avete dato qualcosa a questa vecchia ma non sapete
cosa si nasconde in realtà sotto le sue vesti!’.
Un dono a Doos (Dwj), a ‘Dono’ (questo era il nome col quale Demetra si
era presentata alle figlie del re Celeo), e mi riecheggiò subito alla mente le
parole dell’Inno: ‘Beato fra gli uomini che vivono sulla terra quegli cui esse concedono
benevolenza: subito alla sua vasta
casa mandano, nume tutelare, Pluto, che dispensa ricchezza agli uomini mortali. (…) Felice tra gli uomini che vivono sulla
terra colui ch'è stato ammesso al rito! Ma
chi non è iniziato ai Sacri Misteri, chi ne è escluso, giammai avrà simile
destino, nemmeno dopo la morte, laggiù, nella squallida tenebra.
A noi Massoni e iniziati, figli poveri dei misteri
eleusini, piace pensare per un istante che la Vecchia del supermercato fosse la
stessa della fermata dell’autobus di Eleusi di 70 anni fa. Forse saremo dei visionari,
poetucoli, minuscoli cultori dell’anima, ma è dolce pensare che possa esistere
ancora negli anfratti della mente degli uomini la Grande Dea dalla Bella Corona
e che la sua ierofania sia apportatrice di Prosperità e Abbondanza.
Orsù, -
conclude Omero - o voi che regnate sulla terra di Eleusi, odorosa d'incenso, o Demetra, Dea Veneranda, apportatrice di messi,
dai magnifici doni, tu con tua figlia, la stupenda Persefone, benigne premiate il mio canto con la prosperità
che rallegra il cuore.