IL SIMBOLISMO COSMICO AL
GRADO DI MAESTRO
Ma quanto vive l’uomo?
Vive una settimana o più secoli?
Per quanto tempo muore l’uomo?
Che vuol dire “per sempre”?
(Pablo Neruda)
R. Alla rivoluzione annuale del Sole attraverso i
segni dello zodiaco.
D. Perché si esegue senza arrestarsi?
R. Perché essa è l’immagine della vita terrestre che
trascorre ininterrottamente dalla nascita alla morte”
(Catechismo
interpretativo del grado di Maestro – Osvald Wirth)
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La vita e la morte.
La vita è il supremo dei valori. La mente dell’uomo
è assillata dal pensiero della sua ineluttabile estinzione, mistero ultimo
della condizione umana.
L’accettazione più ferma e serena della morte porta
in sé la consapevolezza di una offesa cui si può opporre solo la dignità
tragica di una sfida accettata con la certezza di soccombere.
Nel tempo questa sfida si muta in sfida conoscitiva.
Dopo la morte cosa accade dell’esistenza umana,
capace di vincere tante prove di volontà e di intelletto?
Plutarco pone un concetto fortemente innovativo
organizzato secondo un piano di simmetria astrale: la triade terra-luna-sole
trova corrispondenza nella tripartizione dell’uomo in corpo, anima, intelletto.
Il destino dell’uomo viene riassorbito nel grande
ciclo della natura e partecipa alla trasformazione della materia.
Un incessante processo di ricambio si svolge tra
sole, luna e terra ed una continua vicenda produce e riassorbe l’intelletto,
l’anima ed il corpo dell’individuo nei modi e secondo le prerogative che a
ciascuna parte sono pertinenti.
Il ciclo assicura la continuità della specie, al di
là dell’effimero che è il carattere dell’esistenza individuale, poiché in essa
consiste l’unica eternità che spetta agli esseri viventi.
Dopo che la mentalità storica aveva scoperto la
figura lineare del tempo (solo Crono “conosce le misure” del mondo), non era
possibile recuperare nella sua integrità una concezione ciclica dell’esistenza:
ma conciliando le due scansioni si può pur sempre attenuare il trauma della
morte del corpo, l’angosciante punto terminale del tempo lineare assegnato
all’individuo.
La metafora più rasserenante è quella del silenzio
amico che promette che agli uomini sia concesso di sprofondare quietamente nel
passato, di spegnere gli stremanti ardori della vita in una liquida, immobile
dimenticanza.
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La svastica è un motivo religioso della Mesopotamia, simbolo dei moti dell’astro che raggiungono sempre il trionfo del mattino.
La svastica antica segna i suoi ritmi nel moto da
destra a sinistra: in senso inverso ricondurrebbe la luce nella voragine delle
tenebre.
Il dio greco Pan è il Sole stesso già entrato nella
costellazione del Capricorno.
La via inversa a quella segnata dall’originaria
svastica è quella dell’Araba Fenice, l’aquila dal piumaggio dai colori più
belli, rosso fuoco, blu chiaro, porpora, oro, l’alata sacra al Sole, della
quale favoleggia Erodoto: ogni 500 anni era in volo dalla sua terra, l’Arabia,
verso Elaiopoli in Occidente, per ardere sul rogo, simile ad un acceso
tramonto.
“Il grande Pan è morto.
Lo seppe bene la voce misteriosa che, una notte, si
levò sul mare e chiamava con insistenza Tamo, il pilota egizio che faceva rotta
verso l’Italia. Presso le isole Echinadi i venti avevano ceduto a una calma
stupefatta, quando quella voce gridò che nelle vicinanze di Palode si
annunziava: “il grande Pan è morto”. E quando Tamo ripetè quel grido, un
indicibile gemito percorse la vastità del silenzio. Era già il grido di una
fede perduta che disperava di un ritorno alla luce. Ma la fedeltà di Pan, viso
del Sole, lo
riportava al mattino per le vie del suo trionfo sulle tenebre: il grande Pan
era risorto.”
(G: Semerano da “L’infinito: un equivoco
millenario”)
La favola del rifugio del Sole nel paese delle ombre, nell’inverno scuro, resta racchiusa nell’arcano di parole consunte, in suoni appena udibili, come il fervore religioso congiunto al fascino del misterioso nel cosmo, di cui l’uomo per un attimo si sente al centro, per essere poi sommerso, come Gilgameš, nella disperata certezza della fine di ogni orgoglio.
Quale sia la convergenza semantica tra Pan (volto
del Sole) ed Apollo, ipostasi del Sole, non è stato mai svelato. E’ nel segreto
di quel nome ‘Απόλλων, che non fu mai
svelato.
Ci sorprende l’arcano di un universo sconosciuto, il
mondo degli Iperborei, ignoto ai greci ed utopizzato da Ecateo di Abdera.
Erodoto ferì il razionalismo di Ecateo asserendo che
coloro che tentano di tracciare un disegno dell’orbe terrestre non sanno dove
collocare il paese degli Iperborei, rifugio di Apollo nei mesi in cui l’astro è
offuscato dalla barriera delle nuvole invernali.
Ma nessuno seppe mai che quella era la terra dove i giorni non conoscono tramonti.
Il Sole muore e rinasce ogni giorno. Mai lo stesso. Da sempre.
Da quando si ha cognizione di essere.
Questo Sole, uguale nella forma ma sempre diverso in
relazione al tempo ed allo spazio, questo figlio di Sin che con
Rudolf Steiner asserisce che nel Sole, per
comprenderlo giustamente, dovremmo vederne la parte animica-spirituale.
“Allora è il Sole che fa ardere nel calore la
necessità del destino e nella fiamma scioglie il destino in libertà e, quando
si abusa di tale libertà, la condensa di nuovo nella propria sostanza attiva.
Il Sole è la fiamma in cui fosforicamente la libertà appare nell’universo ed è
allo stesso tempo la sostanza nella quale, come cenere agglomerata, la libertà
di cui si è abusato si trasforma in destino, per continuare ad agire finché il
destino, non possa ancora trasmutarsi, a sua volta fosforicamente, nella fiamma
della libertà.”
Dio Sole immortale. Forse.
L’uomo non ha ricevuto il dono dell’immortalità.
“Gilgameš, dove corri? La vita che tu cerchi non la troverai: quando gli dei hanno creato l’umanità agli uomini hanno assegnato la morte, la vita l’hanno tenuta per sé” (1)
e ancora:
“Gilgameš tu fai festa, colma i tuoi desideri; rallegrati quando il tuo bambino si stringerà a te e godi dell’amore della tua donna” (2)
Il “Carpe diem” oraziano
di antica memoria.
O per dirla con Schiller:
“Nessuna eternità ci rende quel che non abbiamo saputo cogliere dall’attimo”.
Gilgameš riesce ad
ottenere la pianta della vita, dell’immortalità, ma un rettile immondo la
divora.
Piange Gilgameš : “sopra le sue guance scorrevano le lacrime. Per chi le mie braccia si sono affaticate? Per chi è corso il sangue del mio cuore?” (3)
Ai nostri giorni canta
Leopardi “Al gener nostro il fato / non donò che il morire”.
Anassimandro parte dalla
terra del tragico quotidiano, “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, e colloca
nell’universo la contesa degli esseri gli uni contro gli altri, abitatori del
tempo. Evoca la fatale legge livellatrice, la Giustizia, che dissolve
oppressori e vittime negli elementi nei quali sono nati. Per Solone la breve
realtà della terra abominevole è lo spiraglio attraverso il quale passa la
visione della cosmica contesa, di tutti gli esseri contro tutti, la scena dove
si consuma la lotta mortale degli uni contro gli altri.
Eraclito dice: “E bisogna
sapere che la guerra involge tutte le cose ed è giustizia
(δίκην) la lotta mortale (εριν):
tutto avviene in forza di lotta e legge fatale
(χρεων)” εριν è l’esito che
realizza, in fine, secondo la legge fatale del Cosmo, l’equità che pareggia il
conto dei vincitori e dei vinti, nella guerra incessante degli esseri.
Così al reale significato
del tragico ed incessante conflitto che travolge gli esseri caduti nella rete
del tempo, Δικη , la giustizia soccorre come breve
illuminazione che rischiara la traccia.
Alcmeone di Crotone dice:
“L’uomo muore, perché non può congiungere il principio con la fine, perché è
nel tempo, perché consuma, perché è un essere che si nutre di altri esseri e
vive in quanto uccide e uccide per vivere…..”
Non è “Alfa ed Omega”.
Si legge in Plutarco nei
“Dialoghi delfici” :
“Noi non godiamo di una reale partecipazione all’essere, ma ogni natura mortale, posta in mezzo tra la nascita e la morte, offre di se stessa soltanto una immagine, una parvenza oscura ed instabile. Se vuoi tentare di comprenderla con il pensiero, è come l’acqua premuta per forza in una mano. Mentre si cerca di trattenerla, sfugge via attraverso le dita che la serrano; e così la ragione, quando ricerca una assoluta chiarezza in ciascuna delle cose soggette ad alterazioni e mutamenti, s’inganna volgendosi ora verso la nascita ora verso la morte di esse, senza riuscire ad afferrare nulla di stabile né di realmente esistente.”
Così come non è possibile
immergersi due volte nello stesso fiume (Eraclito), non si può neppure toccare
due volte nel medesimo stato la condizione umana. Essa, a causa della velocità
dei suoi mutamenti “disperde e di nuovo riunisce” o meglio nello stesso tempo
si forma e si dissolve, “si avvicina e si allontana”. Perciò nel suo divenire
l’umana sostanza non giunge mai all’essere, poiché il divenire non cessa mai né
mai si arresta, dal seme per mutazioni successive essa produce l’embrione, poi
il bambino, poi il fanciullo, e successivamente il ragazzo, il giovane, l’uomo,
l’anziano, il vecchio, consumando la nascita e le prime età della vita a
vantaggio delle successive.
E noi ci copriamo di
ridicolo temendo una morte sola, mentre siamo morti e stiamo morendo già tante
volte!
Come diceva Eraclito “la
morte del fuoco segna la nascita dell’aria, e la morte dell’aria è la nascita
dell’acqua”…… l’uomo maturo viene meno quando diviene vecchio, e il giovane
perisce nell’uomo maturo, e il fanciullo nel giovane, e nel fanciullo l’infante
– l’uomo di ieri è morto in quello di oggi, e l’uomo di oggi muore in quello di
domani: nessuno rimane quello che era, non c’è chi sia un solo uomo, tutti noi
siamo molti uomini nel nostro divenire, mentre la materia gira e scorre attorno ad una unica apparenza, a uno stampo
comune…. Non si spiega che si provino sentimenti diversi senza mutamento, ma chiunque subisca un
mutamento non è più lo stesso, anzi muta proprio in quanto diventa un altro
rispetto a se stesso. S’ingannano i nostri sensi, che per ignoranza dell’essere
scambiano l’apparenza con la realtà”.
Ho detto
NELI DI PISA
Luglio 2001
1) Tavolette di Berlino e Londra, vv.60
ss.(epopea paleobabilonese)
2) Tavolette di Berlino e Londra,
vv.65 ss.(epopea paleobabilonese)
3) Tavoletta XI, vv. 290 s.
.(epopea classica babilonese)