La fiaba del Contadino disattento

 

               (ovvero: i grattacapi del Melo, del Menestrello  e della Bella-castellana)

 

 

Il campo arato fuma e lievemente la nebbiolina ascende al cielo.

Dal sacco il Contadino estrae ad uno ad uno i semi e li depone nelle buchette, poi li ricopre di un leggero strato di terra.

Da lontano è il ritmico alzarsi e chinarsi di una forma bruna avvolta dalle nubi.

Trascorre il tempo, la nebbia è ormai dissolta, il sole avanza glorioso e il Contadino si riposa sotto un fico.

Le gambe distese, chine e rilassate le spalle, il Contadino contempla la sua opera. E pensa che è buona.

Fra non molto il campo si ricoprirà di una verde peluria, poi i germogli si irrobustiranno e lui li aiuterà a svilupparsi e a dare frutto. Quindi mieterà e tornerà a preparare il terreno per un’altra semina.

 

 

Alla primavera è subentrata l’estate.

Nell’alba frizzante il Contadino avanza nel campo con la falce.

Mentre la mano sinistra stringe la chioma della messe, egli rotea e dirige la falce alla base degli steli, ove il mortale strumento affonda nel midollo della pianta, che stridendo si abbandona alla violenza del gesto, in una nuvola di minuscoli animali che sciamano via.

E’ sereno il suo operare, supportato com’è dalla calma ripetitività della consuetudine. Sa bene quello che ha fatto finora, sa ciò che farà tra poco.

Lento e costante il suo passo avanza tra le spighe, lento e costante un braccio taglia e l’altro raccoglie.

Scivola il sudore dai capelli, si mescola alla polvere e si incunea tra le pieghe aspre del viso.

Un gesto della mano, brusco e automatico, teso a disperdere quell’umore,  ruba un breve attimo all’attività, mentre l’uomo inarca la schiena, si toglie il berretto, si asciuga la testa con il fazzoletto e allarga lo sguardo sul tratto di campo che ancora ondeggia dorato.

Ma, a quel punto, il Contadino è colpito da qualcosa.

Qualcosa di insolito si è insinuato nel regolare modularsi delle spighe, a pochi passi da lui.

Avvicinatosi, l’uomo apre un varco fra gli steli e scopre che una pianta diversa è nata in quel mare di grano: un piccolo fusto da cui si dipartono a raggiera minuscoli rami.

“Ma è un melo!” esclama stupito.

“Un melo?” ripete dubbioso.

Abbandonata sul terreno la falce, si asciuga di nuovo il sudore e si dà una grattatina sul cranio.

“Questa è bella…  i meli li ho seminati nei vasi dietro casa un anno fa; qui neanche il vento può aver portato il seme…” e continua a sfregare la sommità della testa.

Da lontano è uno spaventapasseri immerso nel grano.

“Vuoi vedere che non avevo ripulito bene il sacco,quando l’ho usato per i semi di mela, ed ecco che uno c’è rimasto ed è finito qui?” Questa ipotesi lo tranquillizza. Sorride di quella disattenzione.

Ma per poco.

“E ora come si fa?” inquieto si interroga “non può star qui!”

“Questo campo è destinato alle piante che durano una stagione” saggiamente prosegue “ il melo è una pianta perenne…E poi il melo ha bisogno di spazio, ha bisogno di un terreno diverso, di acqua e concime…”

“ E’ un bel guaio” conclude turbato.

 

 Eh sì…

Per caso un seme di mela è finito dove non doveva finire, almeno a detta del Contadino.

E in effetti come può un melo trovare le risorse per crescere e svilupparsi e dare frutti ed essere in pace con se stesso se le sue radici ,invece di allargarsi in un terreno morbido e accogliente e preparato alla bisogna, incontrano sassi e ostacoli?

Se, invece di essere abbeverato e nutrito, soffre la sete e la fame?

Se, invece di avere spazio intorno, si trova soffocato dalle sterpaglie?

Se, destinato per sua natura a vivere una lunga vita, si trova nella zona ove la falce compie il suo lavoro nell’arco di una stagione?

Se, eletto ad accogliere fra i suoi rami il frullo e l’allegria degli uccellini, si sviluppa in un luogo dove gli uccellini non  sono graditi?

 

“Un bel guaio” conclude anche il piccolo Melo.

 

 

 

 

E poiché può accadere che certi eventi slittino su altri eventi, che si verifichino certe corrispondenze, che come in un gioco di specchi certe immagini si proiettino e si concretizzino in altre sfere e in altri contesti, accadde che…

 

 

Nell’ala sud del grazioso castello, tutto guglie e torrette e leggere merlature, passeggiava inquieta la

Bella-castellana.

Il torneo si era da poco concluso. Tra poco la piccola corte si sarebbe riunita e i festeggiamenti avrebbero riempito di musiche e risa e olezzo di cibo le volte delle stanze affrescate.

Gli ospiti l’avrebbero omaggiata come sempre e qualcuno l’avrebbe corteggiata.

Nonostante la piacevole prospettiva di trascorrere il tempo lietamente, si sentiva a disagio.

Le urgeva dentro qualcosa di inespresso, come un bisogno,un’ansia, una attesa.

Si guardò a lungo nello specchio, gli occhi sprofondarono nel proprio sguardo per ritrovarsi e si persero in un breve pianto inconsapevole.

Ma non cedette alla malinconia e si diresse verso il salone delle armi, da cui giungevano voci alte ed allegre.

E la serata si svolse come sempre, fra libagioni e arrosti e melograni.

A concludere degnamente la festa era stato invitato un menestrello,che giunse recando seco l’eco di storie lontane, il profumo di donzelle sconosciute, di amori,di lotte fratricide, di eroismi, di poesia.

Cantava il Menestrello e il suo strumento produceva suoni armoniosi ad accompagnare la dolcezza delle parole.

La Bella-castellana lo osservava lasciandosi coinvolgere dalla trama dei racconti,dalla morbidezza delle note,dagli occhi profondi e luminosi del giovane Menestrello. 

Quelle storie le aveva già sentite, lei stessa se le era raccontate, erano dentro di lei da prima che nascesse e quella musica le arrivava come un cibo già assaggiato e gustato.

Fu così, per questa sintonia, che provò simpatia per il Menestrello e quando la lieta e rubiconda stanchezza portò via l’ ultimo dei suoi ospiti, ella invitò il Menestrello a trattenersi perché desiderava godere ancora della sua compagnia.

Il giardino profumava e il cielo affondava le braccia fra i rami degli aranceti, stelle di varia grandezza e luminosità lo rallegravano e immensa la luna, imperiosa, dominava l’ orizzonte.

L’alba giunse inaspettata, con il suo abbraccio di rugiada, e ancora parlavano il Menestrello e la Bella-castellana.

Fitto fitto parlavano bevendo ciascuno a quel lago che si manifestava negli occhi dell’altro.

E non ripartì il Menestrello.

Per un lungo anno egli rimase al castello merlato.

E tutte le storie confluirono nella loro storia, tutti gli amori nel loro amore.

Il tempo interiore sostituì la clessidra  e cielo, mare,terra, alti monti e distese di sabbia, senza confini sensibili, furono il loro percorso quotidiano.

Aveva un fidanzato, la Bella-castellana, un promesso sposo che suo padre le aveva assegnato in punto di morte.

Aveva una moglie, il Menestrello, che lo attendeva.

E il tempo della clessidra riprese vigore allorché fu annunziato il rientro del Cavaliere-futuro- sposo

dalla lunga campagna di guerra che lo aveva tenuto lontano.

E fu così che avvenne lo strappo: lui tornò alla sua casa lontana e lei rimase nel castello merlato.

 

“Ahimè,” si dolevano,” per quale motivo dobbiamo lasciarci?”

 O meglio: perchè era accaduto loro di incontrarsi, di riconoscere l’ uno nell’altra il reciproco complemento, la possibilità di essere felici, per poi provare la sconfitta: non poter continuare ad accrescere quel “noi”, quella nuova creatura nata dalla conoscenza, dalla frequentazione, dalle chiacchierate,dagli abbracci, da un letto arruffato? Un infanticidio. Un assassinio.

Perché quel mondo limpido ed immenso che ciascuno dei due schiudeva agli occhi dell’altro doveva tornare ad essere racchiuso nell’ interiorità di uno solo? Uno e solo. Senza espansioni.

Perché non poter continuare a raccontarsi e trovare ogni volta un angolo di sé che prima non si era visitato e che l’altro riconosceva ed amava? E vivere in quei nuovi ambiti e goderne? Sgorgare la propria ricchezza e leggerla nel sorriso dell’altro.

 

 

Sentivano, percepivano entrambi che c’era qualcosa di errato in ciò che era accaduto: essersi incontrati ed essersi dovuti separare. Ma non sapevano leggerlo.

C’era stato lo svelarsi di qualcosa di profondo e misterioso nel loro incontro.

Come se da infinite lontananze di tempo e di spazio fossero finalmente arrivati a raggiungersi e la stanchezza del lungo cammino avesse trovato respiro e ottenuto consolazione.

“Da lontano…” si erano detti più volte “ Vivevamo su una stella, insieme, poi siamo stati divisi ed ora ci siamo ritrovati. Per questo non c’è soluzione di continuità fra te e me”

 

…storia forse iniziata centinaia di anni fa

che non trova la strada per esprimersi liberamente

per trovare la sua collocazione

diamante affogato nella roccia

errore…

quale errore c’è stato?

di chi?

storia di eternità strappata al fluire del quotidiano

storia al di là di regole e convenienze

storia che ogni giorno si svela a se stessa

storia mormorata

storia cantata

storia gridata

storia che singhiozza sul cuscino

storia baciata

storia sofferta

storia gelosa

storia partecipata

storia che sa di gelsomino

e di limone

e di muschio

e di lavanda

storia sotto un cielo stellato

storia madida di pioggia

storia che ti sorride fra i ceppi del camino

ti riscalda nel letto

ti risveglia al canto del gallo

 

 

 

E avvenne che le radici del piccolo Melo e la sua verde chioma unirono la loro perplessità a quella del Menestrello e della Bella-castellana.

 

 

Perplessità

Domande

Si cerca di capire

Si affonda la lama nella propria carne

per ricavare una risposta

Mentre il Contadino continua il suo lavoro nei campi.