ALCUNE    NOTE    SU     CARDUCCI

 

 

 

 

Seconda metà dell’ottocento.

Curtatone e Montanara, Custoza e Pastrengo, Magenta e Mentana, Solferino e Milazzo, Calatafimi…..sono già lontani….

Luoghi e nomi di battaglie memorabili dove un pugno di volontari coraggiosi e fortemente motivati, le truppe regolari piemontesi, i Mille di Garibaldi e molti altri ancora si battono fino al sacrificio supremo per ideali di Patria e di Libertà.

Si era creduto che il desiderio imperativo, l’ardore delle convinzioni, il sacrificio della propria vita bastassero a far risorgere la Patria e a ridarle la libertà. È il momento degli apostoli dell’idea, delle insurrezioni, dei poeti soldati, dei martiri. Un periodo di sogni nobilissimi.

Si scrivono qui ed ora le pagine del Risorgimento italiano con atti di valore degni dei veterani di cento battaglie.

“il popolo dei morti sorse cantando a chiedere la guerra”;

 

A Curtatone e Montanara ci sono i Toscani, Battaglione Universitario Toscano, professori e discepoli affratellati in un unico slancio di fede e di passione contro Radetzky .

A Mantova i Martiri di Belfiore impiccati come sovversivi….e tanti tanti altri….infiniti altri, anche se un solo caduto è sempre un sacrificio estremo, troppo grande per ottenere diritti sanciti da sempre da un’etica universale.

 

Gli slogan sono: “Non tornare a casa se non onorato; tutto sacrifica alla Patria”.

 

 

Si combatte per riscattare un onore ed una dignità calpestate e fatte segno di ludibrio:

 

 

 

“…Da che le mal vietate Alpi e l’alterna

Onnipotenza delle umane sorti

Armi e sostanze t’invadeano ed are

E patria e, tranne la memoria, tutto.”

 

 (Foscolo da I Sepolcri vv. 180 –185)

 

 

Lo spirito è eroico ed il terreno è già stato preparato nel tempo.

Ogni occasione è buona per infiammare gli animi, per alimentare un fuoco che cova sordo e che va mantenuto vivo per farlo divampare in tutta la sua potenza e furore. I versi del Foscolo ne “I sepolcri” rievocano atti di gloria e di sacrificio senza pari quando ricordano gli eroi della piana di Maratona contro i Persiani invasori.

 

 

“……………. Ah sì! Da quella

religiosa pace un Nume parla:

e nutria contro a’ Persi in Maratona

ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,

la virtù greca e l’ira. Il navigante

che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

vedea per l’ampia oscurità scintille

balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

fumar le pire igneo vapor, corrusche

d’armi ferree vedea larve guerriere

cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

silenzi si spandea lungo ne’ campi

di falangi un tumulto e un suon di tube,

e un incalzar di cavalli accorrenti

scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.”

 (Vv195-211)

 

 

Ma dopo il ’48 ci si rese conto che era stato più facile morire per la Patria che restituirle l’indipendenza e che il problema non si poteva risolvere con i sacrifici eroici e con gli entusiasmi ardenti.

Dall’apostolato del Mazzini si passa alle solide mani di Cavour, dai sognatori ai politici, dalla poesia e dall’oratoria patriottica ai piani diplomatici e militari, agli eserciti ed ai loro cannoni.


 

Dio, creando l'Italia, sorrise sovr'essa e le assegnò per

  confine le due più sublimi cose ch'ei ponesse in Europa,

 simboli dell'Eterna Forza e dell'Eterno Moto: le Alpi e i Mari.

 Sia tre volte maledetto, da voi e da quanti verranno dopo di voi

 qualunque presumesse di assegnarle confini diversi.

 Dalla cerchia immensa delle Alpi, simile alla colonna vertebrale

 che costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di

 continue giogaie che stende sin dove il mare le bagna, e più oltre nella

 divelta Sicilia. E il mare la recinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque le

 Alpi non la recingono; quel mare che i padri dei padri chiamavano Mare nostro.

 E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa Corsica Sardegna, Sicilia ed altre minori isole, dove natura di suolo e ossatura di monti e palpito d'animo parlan d'Italia.”

 

  Così scriveva  Giuseppe Mazzini  e così Giosuè Carducci, il professore–poeta eternava la sua figura

 

Qual dagli aridi scogli erma su ‘l mare

Genova sta, marmoreo gigante,

tal surto in bassi dì , su ‘l fluttuante

secolo, ei grande austero, immoto appare

 

da quegli scogli , onde Colombo infante

nuovi pe ‘l mar vedea mondi spuntare,

egli vide nel ciel crepuscolare

co ‘l cuor di Gracco ed il pensier di Dante

 

la terza Italia; e con le luci fise

a lei trasse per mezzo un cimitero ,

e un popol morto dietro a lui si mise.

 

Esule antico, al ciel mite e severo

Leva ora il volto che giammai non rise,

-Tu sol – pensando – o ideal, sei vero.

 

 

Alle dottrine di Hegel, in Francia, si passa a quelle di Augusto Comte, in Italia a quelle di Roberto Ardigò.

Si mette al bando la metafisica e ci si rivolge ai “fatti”, a ciò che è tangibile e certo.

Le passioni sono imbrigliate dal robusto freno della ragione.




18 febbraio1861.

 

 A Torino si apre con i rappresentanti di tutte le nuove province il nuovo Parlamento Italiano che come primo atto approverà la legge sanzionata dal Re il 17 marzo 1861 per la quale Vittorio Emanuele II assumeva “per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia”. (Augusto Lizier “Corso di storia” pag. 236)

 

Ma… l’unità d’Italia è solo sulla carta.

Occorre risolvere assillanti problemi economici e sociali come tracciare strade, creare ferrovie, potenziare l’agricoltura, l’industria, i commerci…..diffondere l’istruzione, pressoché inesistente, ed una lingua che è sconosciuta alla stragrande maggioranza dei cittadini del nuovo regno, poiché l’Italia è una foresta di dialetti.

 

 I nostri Vati rispecchiano in pieno la grave mediocrità della cultura del momento.

La società post unitaria è retoricamente impegnata nel recupero dei valori risorgimentali e classico-romani a rinforzo di un nazionalismo povero di contenuti.

La cultura del secondo  800 raccoglie il disagio degli intellettuali di fronte ad una situazione reale che smorza gli entusiasmi delle generazioni precedenti.

 

 

 

 

Giosuè Carducci, nato nel 1835, fu l’educatore, la guida ideale di vasti strati della borghesia italiana nell’ultimo periodo dell’800, riassume e rappresenta una intera epoca della nostra storia.

Esaltava una patria ideale di fronte a quella povera, timida ed incerta che deludeva le aspettative risorgimentali ed in contrasto esaltava la nostra tradizione classica come la sorgente da cui nasceva la nostra storia ed alla quale bisognava ricongiungersi. Tornava al culto della forma, della limpidezza della parola  intesa come serietà artistica  e solidità morale.

La gioventù italiana per un lungo periodo orientò la propria vita sulla sua parola: fu antiromantica, anticlericale, classicheggiante, volle una vita sana, gagliarda, operosa.

La sua cultura era vastissima ma fu più un letterato che poeta, attento alle forme, all’involucro, al contenuto morale piuttosto che ai lieviti più profondi e più sfuggenti perché meno corposi e tangibili.

Le idee sono superficiali, il concetto di patria è vago e retorico, le polemiche su concetti di libertà, giustizia, religione, tirannide, non sono sostenute da solide meditazioni ma restano a livello epidermico come un sentimento, una passione.

 

Elio Gioanola, docente di Letteratura italiana all’Università di Genova,  autore di numerosi testi anche di letteratura italiana, lo definisce così: fu professore a vita e senatore a vita, repubblicano debitamente convertito alla monarchia, crispino ed antisocialista, massone ed anticlericale, sciovinista e odiatore degli influssi stranieri, a perfetta incarnazione del tipo ideale di intellettuale italiano di secondo Ottocento. Purtroppo essendo dalla parte del potere, ebbe il trionfo assicurato in vita e dopo la morte e la sua presenza ha gravato…… sulla scuola italiana fino a tempi recentissimi; è persino riuscito a passare come un grande poeta, quando in tutto e per tutto ha scritto non più di una dozzina di componimenti accettabili nei momenti di abbandono sentimentale. E questo in un’epoca che conosceva, solo per fare qualche nome, i Mallarmè e i Rimbaud, i Withman e le Dickinson. Come pontefice letterario….. ha contribuito notevolmente a reprimere i tentativi di affiatamento con la cultura europea più avanzata, a cominciare dalla condanna comminata senza attenuanti ai poveri scapigliati, rei di essersi fatti testimoni dell’inquieta sensibilità predecadente instaurata in Europa da Baudelaire e Dostoevskij: e questo nel nome di quella “sanità” di cui Croce lo ha designato indiscusso campione, una “sanità” come marchio di una razza italiana non contaminata da ubbie tardoromantiche, da inquietudini religiose, da turbe psicologiche e da angosce di qualunque genere, nella luce della romanità classica libera dalle complicazioni spirituali indotte dal Cristianesimo”.  (Elio Gioanola LA LETTERATURA  ITALIANA- OTTOCENTO E NOVECENTO” )

 

Benedetto Croce in “Poesia e non poesia” (pag. 337) così scrive: “per restringermi al Carducci, io ebbi un’inaspettata riprova della qualità superiore della sua arte quando, in uno degli inverni ultimi, passai parecchio tempo a legger liriche, drammi e romanzi della letteratura europea dell’ultimo cinquantennio, e, nella nausea di tutto quell’impressionismo, simbolismo, sensualismo, verismo, vantato come arte sopraffina, fui involontariamente condotto a rievocare dentro di me, per contrasto, la schietta e sobria poesia del Carducci, nella quale sono sempre tracciate con sicurezza le linee fondamentali ed essenziali, e che di fronte a quelle forme senza sostanza, a quelle chiazze di colori, a quei lenocinî, a tutto quell’ammasso di cose dai molli e confusi contorni, si ergeva con semplicità e solidità monumentale.”

 

Angelo Marchese parla di una “scontrosa passionalità” nel reagire alle vicende storiche del momento.

Carducci giovane odiava il romanticismo per “l’infamissimo secolo, intedescato, infrancesato, inglesato, biblico, orientalista, tutto fuorché italiano” da cui il vanto di definirsi “paesano”. Aveva in uggia tutto ciò che era “forestiero” (1853) e denota una miopia culturale ereditata dalla soffocante Toscana Granducale in cui si era formato.

La politica gli aprirà nuovi orizzonti.

Accanto al mito dei classici, con il desiderio di fuggire dal presente in un mondo di eroismo, in Carducci è sempre attiva un’ottica naturalistica e positivistica legata ai miti del momento. L’Inno a Satana (1863) definito da lui stesso una volgare “chitarronata” ed una “birbonata utile” è un documento dell’ideologia progressista borghese che santifica la scienza come baluardo contro l’oscurantismo religioso. Satana è un principio dell’essere, della materia e della ragione ma anche dell’amore, della gioia di vivere, della bellezza.

L’anticlericalismo lo porta ad aderire alla Massoneria le cui tesi ideologiche e politiche spiegano la conversione del Carducci alla monarchia. Il Gran Maestro Adriano Lemmi lo sosterrà  e lo porterà alle più alte cariche massoniche. Il Gran Maestro fu uno dei maggiori sostenitori della poesia carducciana  per il suo carattere civile e politico.

 

Nonostante tutte le critiche si deve dire che esercitò un fascino fortissimo e senza la sua figura la vita dell’ultimo 800 sarebbe stata molto diversa. Più di tanti teorici del verismo rappresenta un vigoroso richiamo alla concretezza, alla realtà della vita, alla solidità morale di cui si sentiva allora l’esigenza. Il suo temperamento, la sua attività di educatore, la sua critica letteraria, la sua stessa arte sono la voce più piena e completa che abbia avuto il realismo.

Del  resto i limiti del suo mondo furono quelli dell’Italia del suo tempo. Egli cercò di salvaguardare la nostra individualità nazionale in una nostra autonomia statale faticosamente conquistata.

Esistono si dei limiti ma restano ugualmente pagine indimenticabili, che hanno raggiunto il mondo dell’arte. E questo basta.

 

 

 

 

Dicembre 2006     

Neli Di Pisa

 

 

 

 

 

 

(Papa Pio IX scomunicò Vittorio Emanuele, gettando le premesse del non expedit (non conviene), che regolò la vita politica dei cattolici per circa mezzo secolo. In pratica i cattolici uscirono dalla vita politica italiana.)

 

Carducci (27 luglio 1835 – 16 febbraio 1907)  - Nobel 1906