“Credere è imboccare quella
via dove i cartelli indicano: indietro”
(Kierkegaard)
La leggenda è una realtà raccontata che occupa lo spazio fra la storia ed il mito.
Il mito è una scienza esatta, dietro la quale si
stende l’ombra imponente, maestosa di “Ananke”,
Le parti disperse del pensiero del mito, che ama
“mascherarsi” dietro particolari quotidiani e banali, presi in prestito da
circostanze risapute, parlano un linguaggio particolare, poiché dove si dice
che un evento si è manifestato, non cerchiamo il luogo in cui esso è avvenuto,
ma guardiamo la fascia dell’eclittica dove si svolgono, remoti e forse un poco
sfocati, gli avvenimenti del mito, il luogo dove si compiono i grandi peccati e
le imprese eroiche, il luogo dove si è compiuto il dissesto originario, fonte
di tutte le storie.
Il Mito si spiega solo con il Mito e la struttura
del mondo può essere soltanto raccontata. E’ un sottinteso dalla forma
labirintica accompagnato da una audace melodiosa fuga musicale.
Il senso di un mito risiede nell’espressione
simbolica di una realtà imperscrutabile ed ineffabile. Ed il mito rivendica la
propria funzione là dove il mistero sbarra la strada all’indagine speculativa,
poiché permette di scavalcare la razionalità ed al tempo stesso la sua
intrinseca qualità poetica apre la via ad ipotesi consolatorie.
Gli attori sulla scena dell’universo sono pochi,
infinite al contrario le loro avventure.
Noi navighiamo sulle rotte di Argonauti che solcano
l’Oceano delle Storie, di vicissitudini ricomposte usando frammenti della più
disparata provenienza, vocaboli di lingue cifrate e perdute.
I personaggi e gli eventi storici sono perennemente
ricreati dall’immaginazione sulla base di schemi mentali non storici che
costituiscono le strutture dei miti.
La leggenda si trova in un luogo intermedio, dai
confini difficilmente definibili ed offre possibilità illimitate di rileggere
il passato, poiché permette di situarlo e di spiegarlo in modi fra loro anche
molto diversi, tutti però compresi fra il resoconto di avvenimenti reali e la
descrizione di miti al di fuori del tempo e della storia.
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NASCITA
(1-18) “C’era al tempo di Erode, re di Giudea, un
sacerdote di nome Zaccaria della classe di Abia, e aveva per moglie una
discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Erano entrambi giusti davanti a Dio,
e seguivano, irreprensibili, tutti i precetti e le osservanze del Signore. Ma
non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanzati
in età.
Ora avvenne che mentre Zaccaria
prestava servizio davanti a Dio…. Gli apparve un angelo del Signore…. E gli
disse: “Non temere Zaccaria, perché è stata esaudita la tua preghiera, e tua
moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, al quale darai nome Giovanni
…. Egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino, né bevande inebrianti e
sarà ricolmo di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti
figli di Israele al Signore loro Dio. Ed egli andrà innanzi a Lui con lo
spirito e la potenza di Elia, per rivolgere i cuori dei padri ai figli e i
ribelli alla saggezza dei giusti, e preparare al Signore un popolo ben
disposto.”
“In verità vi dico, tra i
nati di donna non vi fu mai uno più grande di Giovanni il Battista; non di meno
il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui perché tutti i Profeti e
la Legge hanno profetato fino a Giovanni; ma dal tempo di Giovanni il Battista
a ora il regno di Dio è preso a forza ed i violenti se ne impadroniscono”.
Per Luca Giovanni è l’inizio
di ogni annunzio di Gesù e della sua chiesa, ai quali però egli è sempre
destinato a cedere il passo, dopo aver in qualche modo contribuito alla loro
prima fase di realizzazione nella storia umana.
Giovanni e Gesù sono
entrambi inviati da Dio, ma tra i due c’è grande differenza: Giovanni è uno “schiavo”,
Gesù il “figlio amato”.
Giovanni è il precursore di
Gesù: lo precede nel battesimo, nell’annuncio della misericordia divina e
persino nella sofferenza e nella morte.
“Ecco io mando il mio araldo
davanti a te,
che ti prepari la strada;
voce di uno che grida nel
deserto:
preparate la strada del
Signore,
raddrizzate i suoi sentieri”
(Profeta Isaia)
Il popolo era in attesa e si
chiedeva se Giovanni non fosse il Messia e (3,16-17) “Giovanni rispose: Io vi
battezzo con l’acqua; ma viene uno più forte di me, al quale io non sono degno
di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà con lo Spirito
Santo e fuoco. Ha in mano il suo ventilabro per mondare la sua aia
raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco
inestinguibile.”
“L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito” Anassimandro
Il nome Giovanni-Oannes è già di per se una cifra profetica, in relazione con l’albero del mondo.
“Quando Anu ebbe creato
il cielo ed Ea ebbe creato l’Oceano (Apsu), sua dimora, Ea trasse dall’Oceano
una zolla d’agilla”
Un sacerdote babilonese di
Bel-Marduk, figlio di Ea, di nome Berosso, vissuto nel terzo secolo
a.C., asserisce che l’Oannes
primordiale è Ea, cioè Saturno, la cui città è Eridu-Canopo, cioè il
profondo del mare.
Berosso conosce sei
reincarnazioni di Oannes primordiale e gli gnostici neobabilonesi, i Mandei,
affermano che Oannes è esistito anche tra i più vicini discepoli ebrei del
Battista.
Plutarco nel libro “De facie
quae in orbe lunae apparet” (941) afferma che Kronos Ogigio sia il pianeta
Saturno (Ea) e narra come i servitori di Kronos-Giove, ogni trenta anni, cioè
quando Saturno si trova nel Toro, fanno vela per Ogigia, isola di Saturno, dove
l’età dell’oro non finisce mai.
Ea nella letteratura
religiosa della Valle dei Due Fiumi è tratteggiato come il dio dell’acqua, del
mare, dei fiumi, della sapienza e delle arti.
E’ un dio scongiuratore,
essendo la sua un’acqua santa capace di scacciare i demoni.
Nel poema della creazione
degli Assiri e dei Babilonesi, composto da un poeta babilonese su tradizioni su
mere, l’Enūma eliš, che significa “quando in alto”, scritto più di mille
anni prima di Talete, si canta l’elemento primigenio, l’accadico Apsu, che significa
tempio dell’acqua, l’ άβυσσοσ, l’acqua
abissale (la terra ha radici nell’acqua” dice Parmenide), il regno di Ea,
divinità della profonda sapienza.
“Quando in alto non era
ancora nominato il cielo,
di sotto la terra ferma non
aveva ancora un nome,
l’Apsu primordiale, il loro
generatore,
Mummu e Tiamat, la
generatrice di tutti loro,
le loro acque insieme
mescolavano,
abitazioni per gli dei non
erano ancora costruite
e la steppa non era ancora
visibile,
quando ancora nessuno degli
dei era stato creato
ed essi non portavano ancora
un nome e i destini non erano stati definiti,
furono procreati gli dei in
mezzo ad essi……….”
Emerge la potenza di
‘Elohim, di Dio che aleggia sulla superficie dell’abisso, delle acque non
ancora separate, “le acque che sono al disotto del firmamento e le acque che
sono al disopra del firmamento” (I,7)
Come elementi della
creazione di ‘Elohim entrano dunque l’abisso, le acque informi, quegli stessi
elementi che sono oggetto dell’opera ordinatrice di Marduk, la più grande divinità
del pantheon babilonese, il dio lucente Marduk (Giove, figlio di Saturno), il
figlio di Ea che affascina e scuote le folle per la sua vittoria contro i geni
del male, della violenza e del terrore.
Marduk rappresenta il
trionfo dell’ordine cosmico con cui prende vita la creazione dell’Universo.
L’acqua di Talete, principio creatore, preannunzia il limo e poi la polvere, la terra ed anche ‘Elohim ne fa materia della creazione nel plasmare Adamo: ebraico ‘ādām (uomo) a dama (terra).
Ma la creatura plasmata di terra ‘afar è spenta senza il soffio animatore.
‘afar, (l’ebraico ‘afar dall’aramaico ‘afra, arabo ‘afr – polvere-, accadico eperu) sotto l’influsso di saru nel senso di soffio, è limo, polvere lasciata dall’evaporazione dell’elemento liquido primordiale, come l’απειρον, il το απειρον neutro, segno della confusione, l’infinito di Anassimandro, l’ “infinito” che ha prodotto tutto, che ha dato luogo alla terra strutturata in γην, grazie a Χρονοσ, il cammino celeste, con le vicende del Sole e della Luna, indici del Tempo.
“Dopo che il cielo fu sospinto lontano dalla terra,
dopo che la terra fu separata dal cielo,
dopo che il nome di uomo fu stabilito,
dopo che il dio del cielo ebbe trascinato via il cielo,
dopo che (il dio dell’aria) Enlil ebbe trascinato via la terra…..”
(Dal poema numerico, “Gilgamesh, Enkidu ed il mondo degli Inferi)
La gloria dei numi delle acque
creatrici si dilaterà nel tempo sino ad Omero, per il quale Apsu sarà l’Oceano
e la sua sposa Tiamat,
Tiamat, l’immensa “dracena marina” con il cui corpo Mrduk plasma il mondo.
Amore si svela nello sguardo compiaciuto di ‘Eloim che trova buona la luce che ha creato: “Ed ecco ‘Elohim esaminò tutto quello che aveva creato ed ecco che era molto buono” (Genesi 1,31)
Il soffio creativo di ‘Elohim, che alitava sulle acque, si ricongiunge all’eco dell’inno sumero-babilonese, a Marduk:
“L’apertura
della tua bocca è un soffio di vento, la vita del paese”.
Torna in una lontana voce egizia che annuncia:
“Il
cuore e la lingua di Ptah crearono tutte le cose”……
“La
bocca di Ra formò gli esseri”
ed ancora:
“Sono
io Hapi, il signore dell’acqua……..
io
sono colui che era primo, il primigenio,
il
primogenito rispetto agli dei”.
(Testi dei Sarcofagi)
Ma ciò che accosta l’opera divina al cuore dell’uomo, l’anima sensibile infusa in ogni fibra dell’Universo creato, è la presenza di quello che gli antichi pensatori sentirono come Amore.
E’ il dio Amore, il dio Caritas, artefice della Creazione che porta Dante a dire:
“l’amor
che move il sole e l’altre stelle”
ed ancora
“miro
ed angelico templo
che
solo amore e luce ha per confine”.
In IV Esdra (81-96 d.C.), libro storico dell’Antico Testamento attribuito ad Esdra (V secolo a.C.) sacerdote della famiglia di Aronne, ci si attende che il redentore del mondo, l’Uomo Celeste, sorga dal cuore dell’Oceano, prima della sua venuta, come dice Daniele (7,13) assieme alle nubi del cielo, poiché:
“Come nessun uomo può
cercare o scoprire ciò che è nelle profondità dell’Oceano, così nessun mortale
può vedere il Figlio di Dio o le sue schiere se non nelle ore del Suo giorno”
(NOTA: esistono 4 libri di Esdra. L’ultimo pare sia stato scritto da un giudeo ai tempi di Domiziano e ritoccato in seguito da mano cristiana. E’ una serie di Apocalissi in forma di dialogo fra Esdra e l’Angelo Uriele)
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Si presentò Giovanni a
battezzare nel deserto (εν τη
ερημω), la valle inferiore del Giordano in prossimità
del mar Morto, dove non dominano incontrastati sabbia e ciottoli, ma vi
crescono erbe, cespugli, tamerici, alte canne ed anche alberi veri, i così detti
“pioppi dell’Eufrate”.
E’ deserto perché non vi
sono abitanti sedentari, tranne quelli di un convento greco e quelli della
inevitabile osteria a sollievo dei pellegrini.
Non è il deserto di cui
parla Matteo, “il deserto di Giudea”, che è una orribile zona che costeggia a
nord-ovest il bacino occupato dal mar Morto, una terra assolutamente desolata,
che si vede dall’alto del monte degli Olivi, malagevole ad attraversarsi, lungo
la strada da Gerusalemme a Gerico.
Giuseppe Flavio dice che il
Giordano attraversava un vasto deserto. Probabilmente il profeta si aggira nel
tratto di territorio che si stende tra Gerico ed il fiume e certo passava anche
sulla sponda sinistra poiché soltanto nella Perea, nel territorio da lui
governato, Erode Antipa poté farlo arrestare.
Giovanni predicava un
battesimo di penitenza per la remissione dei peccati ed accorrevano a lui tutta
la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme, e si facevano
battezzare nel fiume Giordano mentre confessavano le proprie colpe.
Al momento della
visitazione, anche Giovanni ha ricevuto lo Spirito ed è quindi divenuto
cristiano simile ai battezzati dopo
Marco (2,1-12) mette in
evidenza che Gesù, in quanto figlio dell’Uomo “ha il potere sulla terra di
rimettere i peccati” ed anche Giovanni (1,4) con il battesimo procura la “remissione
dei peccati”.
Giovanni era rivestito di
peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi (è il
vestito del profeta Elia) e si cibava di locuste e di miele selvatico.
Predicava dicendo: “Io vi
ho battezzato con acqua, ma Lui vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco”.
Ed avvenne che in quei giorni Gesù venne da Nazareth di
Galilea e si fece battezzare da Giovanni nel Giordano.
Dopo il battesimo, atto di
umiltà di Gesù, Marco non racconta di altri incontri tra di loro. Giovanni esce
di scena e lascia il posto a Gesù, che con la potenza dello Spirito, può
annunziare il proprio “annunzio” , che sostituisce quello di Giovanni.
Gesù e Giovanni, pur essendo
diversissimi nel vitto e nelle vesti, sono uniti dalla morte. L’eliminazione
fisica di Giovanni è un fatto necessario, che permette la successiva
attività di Gesù. Infatti solo “dopo la Consegna di Giovanni” (1,14) Gesù
può iniziare la sua predicazione in Galilea. Questo è anche il presupposto che
rende comprensibili i passi che contengono come ipotesi (6,14.16 e 8,24) che
Gesù sia il Battista resuscitato.
Marco critica la
resurrezione del Battista in Gesù con il particolare macabro della testa
di Giovanni, che passa di mano in mano fino a giungere a quelle di Erodiade e
con l’atto pietoso dei discepoli che depongono in una tomba un cadavere senza
testa.
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A Qumran sono stati trovati
in alcuni rotoli di papiro accenni alle “Fondamenta di Fuoco”. Lo “Spirito del
Signore” viene accentuato con lo “Spirito Santo” ed è citato nella prima linea
del primo testo il “Messia del cielo e della terra”.
E’ un testo in parallelo con
la presentazione scritturale del battesimo di Gesù nei Vangeli e riconferma la
fondamentale ideologia qumranica di un unico singolo Messia davidico.
Sempre a Qumran è stato
trovato un testo di divinazione aramaico (Brontologion 4Q318- Tavola 23) in
relazione con un selenodromion che rivela il movimento della luna
attraverso il cielo e fa predizioni basate su queste osservazioni.
Questo testo registra i
movimenti della luna rispetto ai segni dello zodiaco.
La cosa più interessante è
il fatto che considera come primo
segno dello zodiaco il Toro invece che l’Ariete.
Quando l’astrologia si sviluppò, tra il IV ed il I secolo a.C., il sole sorgeva in Ariete al tempo dell’equinozio invernale.
Tuttavia nel
Assegnando al Toro il primo
posto nella lista dei segni, questa opera di Qumran intende formulare un
sistema astrologico basato sulla creazione.
Secondo il sistema della
cronologia biblica, Dio creò il mondo ed i corpi celesti in un momento in cui
il Toro aveva la precedenza.
Probabilmente si credeva che
la creazione fosse avvenuta nel V millennio a.C.
In questo frammento si trova
la parola ‘amal tradotta come
“soffrire”.
E’ importante per l’antico
cristianesimo poiché ricorre nel passo chiave sul “servo sofferente” citato in
relazione al testo del principe
messianico del primo capitolo ed anche altrove.
Il termine viene utilizzato
anche su Abacuc nell’esegesi escatologica di “il giusto vivrà per la sua fede”
presente anche nella teologia di Paolo.
L’enfasi sul “tuono” in
questo schema escatologico è interessante in vista delle notizie, presenti nella
documentazione, relative al connesso tema del “produrre pioggia”.
Viene ricordato anche Honi
il Tracciatore di Cerchi, che operava come “produttore di pioggia” e viene
chiamato da Giuseppe anche Onia il Giusto. Sosteneva la venuta dei romani e
l’ascesa della dinastia di Erode.
Anche Giacomo il Giusto era
conosciuto come un primordiale produttore di pioggia.
Questa notizia appare in
Epifanio, storico vissuto nel V secolo a.C.
La letteratura attribuita a
Giacomo è ricca di allusioni al “produttore di pioggia” evocando Elia come uno
degli archetipi di questa tradizione connessa con il Giudizio apocalittico.
Questa evocazione della
pioggia e la sua connessione con il giudizio escatologico è alta anche nel Rotolo
della guerra della prima grotta di Qumran dove è connessa con la “profezia
della Stella”.
Si dovrebbe notare anche la
relazione del simbolismo del tuono con i
due gemelli Giovanni e Giacomo, chiamati nel Nuovo Testamento “Boanerges” /
“figli del tuono”.
In Marco questi due apostoli
sono presentati nel chiedere a Gesù il permesso di sedere “alla sua destra”.
In questa opera sono
discussi gli aspetti sovrannaturali degli “Eletti di Israele” che hanno un
ruolo nel Giudizio Finale.
Il Messia ha il “Cielo e la
Terra” a sua disposizione nel primo testo, che ha proprio questo titolo in
questo libro.
Gli Zaddikim erano i
pilastri che sorreggevano la terra e così probabilmente erano “Pilastri” anche
gli apostoli come Giacomo (Gal 2,9). Il Figlio dell’Uomo doveva venire “sulle
nuvole del Cielo” ed i cieli dovevano “far piovere il Giudizio”.
Elia, citato nella Lettera
di Giacomo ed anche, prima di lui, Pineas, il figlio di Aronne, erano archetipi
produttori di pioggia. Così come lo era Honi, chiamato il “tracciatore di
cerchi” a causa dei cerchi che tracciava per far scendere la pioggia.
Anche Giacomo voleva “far
scendere la pioggia” intesa sia in senso letterale che in quello
escatologico.
Si legge che Elia (1 Re 17)
disse ad Acab: “Com’è vero che vive il Signore, Dio d’Israele, che io servo:
in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò
io” ed ancora (1 RE 18) “Dopo
molto tempo la porta del Signore fu rivolta ad Elia, nel terzo anno, in questi
termini: - Va e mostrati ad Acab, perché invierò la pioggia sulla faccia
della terra- Elia andò a mostrarsi ad Acab, quando a Samaria la carestia
era molto grave”.
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Gesù era stato
iniziato dagli Esseni. Il nome deriva dal siriano asaya che significa
medico, poiché il loro ministero consisteva nel guarire le malattie sia fisiche
che morali.
Lo storico
Giuseppe dice: “essi studiavano con grande cura certi scritti di medicina, che
trattavano delle virtù occulte di piante e minerali”. Vivevano isolati, nella
solitudine e nel silenzio in uno dei due centri principali: uno in Egitto,
sulla sponda del lago Maoris, l’altro in Palestina, a Engaddi, sulla sponda del
Mar Morto.
Le regole
dell’ordine erano severe e prima di essere ricevuti nella confraternita
passavano almeno tre anni.
Dopo “terribili
giuramenti” si prendeva parte alla mensa comune che si celebrava con gran
solennità e costituiva il culto intimo degli Esseni.
Durante queste
agapi fraterne si usavano abiti di lino bianchi, che si toglievano prima di
riprendere il lavoro, si leggevano ed interpretavano i libri sacri di Mosè e
dei profeti. Vi erano tre gradi di approfondimento e solo pochi arrivavano al
terzo.
Gesù fu uno di
questi.
Imparò la
disciplina, studiò i segreti della natura e si esercitò nella terapeutica
occulta. Dominò i sensi per sviluppare lo spirito.
L’iniziazione
superiore, concessa solo nel caso di una missione profetica, fu voluta dagli
anziani.
Si riunivano in
una grotta scavata all’interno della montagna, vasta come una sala e ornata di
un altare e di sedili di pietra.
Il capo
dell’Ordine è là con alcuni anziani, due o tre profetesse iniziate erano a
volte ammesse alla misteriosa cerimonia. Con palme e fiaccole salutavano il
nuovo iniziato, vestito di lino bianco.
Il capo
dell’Ordine, di solito un vecchio centenario, gli presentava il calice d’oro,
simbolo dell’iniziazione suprema, che conteneva il vino della vigna del
Signore, simbolo dell’aspirazione divina.
Dicono che Mosè
vi avesse bevuto, altri affermano che risaliva ad Abramo che ricevette da
Melchisedech la stessa iniziazione sotto le specie del pane e del vino.
(Genesi, XIX, 18).
La missione
dell’iniziato non era conosciuta. Nessuno poteva definirla. Andava cercata
nell’intimo, nel cuore, all’interno di se stesso.
Terminati i
canti, le preghiere, le sacramentali parole dell’anziano, il Nazareno prese
Giovanni “non
mangia pane e non beve vino”. Contrapposto ad un mangiare e bere di Gesù.
Nel deserto, di
fronte alle sacre acque del Giordano, fra le severe montagne della Giudea e di
Petra, verso il tramonto viene Gesù con la gente, mercenari di Erode, briganti,
che chinavano, anche loro, le ruvide schiene allo spruzzo di acqua del
Battista.
Giovanni non
conosceva Gesù. Ma riconobbe un Essendo dall’abito di lino bianco che
indossava.
Riconobbe il
Messia e come tale lo battezzò.
Gli chiese:
“saresti tu il Messia?”
Il misterioso
essendo non rispose. Inclinò la testa pensosa, incrociò le mani sul petto e
chiese al Battista la sua benedizione.
Giovanni sapeva
che il silenzio era la legge degli esseni.
Stese le mani
solennemente…..
“Mentre pregava
si aprì il cielo e discese su di lui lo Spirito Santo in forma corporea di
colomba; e vi fu una voca dal cielo: - Tu sei il mio figlio, il diletto, in te
mi sono compiaciuto”. (Luca 3,21)
Il Nazareno si
allontanò con i suoi compagni fra le canne del fiume.
“E’ necessario che egli cresca e che io
diminuisca”.
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La morte di Giovanni e la sua mancata
resurrezione
La tradizione
di Marco e di Matteo tendono ad asserire che:
1. Giovanni non è resuscitato
in Gesù
2. che Giovanni è l’Elia
ritornato. Elia ha compiuto la sua
missione interrotta a suo tempo (2 Reg. 2,11) ed è morto e sepolto. Il suo
destino di sofferenza è simile a quello del Figlio dell’Uomo, Gesù che deve
risuscitare e quindi non può essere ElGesù è l’Unto, è il figlio dell’Uomo che
deve soffrire, morire, risorgere.
Gesù non è Elia, non è il Battista che ha già
compiuto la sua missione che era il completamento della missione di Elia.
La sofferenza e la morte del Battista sono la
conclusione delle sofferenze di Elia e di esse parla la scrittura e ne parla
perché sono un segno premonitore delle sofferenze del Figlio dell’Uomo.
Sulla morte di Giovanni si pone l’accento su
Erodiade che fa di lei una seconda Iezabel, su Erode il nuovo Achab e su
Giovanni il nuovo Elia.
Leggendo Marco è facile stabilire un parallelo tra
la vicenda di Erode Antipa – Erodiade - Giovanni e su quella di Acab – Iezabel – Elia (1Reg.
18,19).
A differenza di Elia, il Battista rimane vittima
dell’astuzia spietata di Erodiade e subisce una morte orribile.
La differenza fondamentale è che ciò che non era
riuscito a Iezabel (I Reg. 19,2) e che in un primo tempo non riesce neppure ad
Erodiade (Mc. 6,19) finalmente si realizza. Si compie.
L’Elia scampato all’antica regina ora viene ucciso
in Giovanni e la sua testa finisce nelle mani di Erodiade.
E’ da notare il capovolgimento del destino di Elia e
di Iezabel, il cui corpo, secondo la profezia dello stesso Elia, è
completamente sbranato dai cani, mentre sopravvivono allo scempio soltanto la testa
e parte delle estremità (2 Reg. 9,35).
Dalla “consegna” del Battista ad Erode Antipa,
Tetrarca della Galilea, al “cadavere” nella “tomba”, al paragone con la
“sofferenza” del Figlio dell’Uomo c’è una visione unitaria che si snoda lungo
tutto il racconto.
Da notare i passaggi interni da:”Erode temeva
Giovanni” a “essendo entrata la figlia di Erodiade (Salomè) danzò e piacque ad
Erode” a “Chiedimi quello che vuoi e te
lo darò” e la terribile risposta “la testa di Giovanni il Battista”.
Il trionfo della volontà malvagia, che Dio aveva
interrotto ai tempi di Elia, può realizzarsi ora, all’approssimarsi del
sacrificio del Figlio dell’Uomo.
Giovanni è profeta anche nella morte poiché è
precisamente per quella sua morte,oltre che per il battesimo, che il Battista è
venuto a completare l’opera interrotta di Elia e ad aprire la strada al Figlio
dell’Uomo sofferente.
Ma per chi sa leggere la Scrittura, tutto ciò era
già “scritto”.
Ho detto.