“Credere è imboccare quella via dove i cartelli indicano: indietro”

(Kierkegaard)

 

GIOVANNI   IL   BATTISTA

 

 

La leggenda è una realtà raccontata che occupa lo spazio fra la storia ed il mito.

Il mito è una scienza esatta, dietro la quale si stende l’ombra imponente, maestosa di “Ananke”, la Necessità. Il mito opera misure con spietata precisione e non sono misure di Spazio indefinito ed omogeneo bensì quelle di un Tempo ciclico e qualitativo, segnato da scansioni scritte nel cielo e fatali perché sono il Fato stesso.

Le parti disperse del pensiero del mito, che ama “mascherarsi” dietro particolari quotidiani e banali, presi in prestito da circostanze risapute, parlano un linguaggio particolare, poiché dove si dice che un evento si è manifestato, non cerchiamo il luogo in cui esso è avvenuto, ma guardiamo la fascia dell’eclittica dove si svolgono, remoti e forse un poco sfocati, gli avvenimenti del mito, il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche, il luogo dove si è compiuto il dissesto originario, fonte di tutte le storie.

 

Il Mito si spiega solo con il Mito e la struttura del mondo può essere soltanto raccontata. E’ un sottinteso dalla forma labirintica accompagnato da una audace melodiosa fuga musicale.

Il senso di un mito risiede nell’espressione simbolica di una realtà imperscrutabile ed ineffabile. Ed il mito rivendica la propria funzione là dove il mistero sbarra la strada all’indagine speculativa, poiché permette di scavalcare la razionalità ed al tempo stesso la sua intrinseca qualità poetica apre la via ad ipotesi consolatorie.

Gli attori sulla scena dell’universo sono pochi, infinite al contrario le loro avventure.

Noi navighiamo sulle rotte di Argonauti che solcano l’Oceano delle Storie, di vicissitudini ricomposte usando frammenti della più disparata provenienza, vocaboli di lingue cifrate e perdute.

I personaggi e gli eventi storici sono perennemente ricreati dall’immaginazione sulla base di schemi mentali non storici che costituiscono le strutture dei miti.

La leggenda si trova in un luogo intermedio, dai confini difficilmente definibili ed offre possibilità illimitate di rileggere il passato, poiché permette di situarlo e di spiegarlo in modi fra loro anche molto diversi, tutti però compresi fra il resoconto di avvenimenti reali e la descrizione di miti al di fuori del tempo e della storia.

 

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Dal Vangelo di Luca

 

NASCITA

 

(1-18) “C’era al tempo di Erode, re di Giudea, un sacerdote di nome Zaccaria della classe di Abia, e aveva per moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Erano entrambi giusti davanti a Dio, e seguivano, irreprensibili, tutti i precetti e le osservanze del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanzati in età.

Ora avvenne che mentre Zaccaria prestava servizio davanti a Dio…. Gli apparve un angelo del Signore…. E gli disse: “Non temere Zaccaria, perché è stata esaudita la tua preghiera, e tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, al quale darai nome Giovanni …. Egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino, né bevande inebrianti e sarà ricolmo di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli di Israele al Signore loro Dio. Ed egli andrà innanzi a Lui con lo spirito e la potenza di Elia, per rivolgere i cuori dei padri ai figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, e preparare al Signore un popolo ben disposto.”

 

“In verità vi dico, tra i nati di donna non vi fu mai uno più grande di Giovanni il Battista; non di meno il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui perché tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni; ma dal tempo di Giovanni il Battista a ora il regno di Dio è preso a forza ed i violenti se ne impadroniscono”.

 

Per Luca Giovanni è l’inizio di ogni annunzio di Gesù e della sua chiesa, ai quali però egli è sempre destinato a cedere il passo, dopo aver in qualche modo contribuito alla loro prima fase di realizzazione nella storia umana.

Giovanni e Gesù sono entrambi inviati da Dio, ma tra i due c’è grande differenza: Giovanni è uno “schiavo”, Gesù il “figlio amato”.

Giovanni è il precursore di Gesù: lo precede nel battesimo, nell’annuncio della misericordia divina e persino nella sofferenza e nella morte.

 

“Ecco io mando il mio araldo davanti a te,

che ti prepari la strada;

voce di uno che grida nel deserto:

preparate la strada del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri” (Profeta Isaia)

 

Il popolo era in attesa e si chiedeva se Giovanni non fosse il Messia e (3,16-17) “Giovanni rispose: Io vi battezzo con l’acqua; ma viene uno più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e fuoco. Ha in mano il suo ventilabro per mondare la sua aia raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile.”


 

“L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito”  Anassimandro

 

Il nome Giovanni-Oannes è già di per se una cifra profetica, in relazione con l’albero del mondo.

 

Quando Anu ebbe creato il cielo ed Ea ebbe creato l’Oceano (Apsu), sua dimora, Ea trasse dall’Oceano una zolla d’agilla”

                                          Da rituale babilonese

 

Un sacerdote babilonese di Bel-Marduk, figlio di Ea, di nome Berosso, vissuto nel terzo secolo a.C., asserisce che  l’Oannes primordiale è Ea, cioè Saturno, la cui città è Eridu-Canopo, cioè il profondo del mare.

 

Berosso conosce sei reincarnazioni di Oannes primordiale e gli gnostici neobabilonesi, i Mandei, affermano che Oannes è esistito anche tra i più vicini discepoli ebrei del Battista.

 

Plutarco nel libro “De facie quae in orbe lunae apparet” (941) afferma che Kronos Ogigio sia il pianeta Saturno (Ea) e narra come i servitori di Kronos-Giove, ogni trenta anni, cioè quando Saturno si trova nel Toro, fanno vela per Ogigia, isola di Saturno, dove l’età dell’oro non finisce mai.

 

Ea nella letteratura religiosa della Valle dei Due Fiumi è tratteggiato come il dio dell’acqua, del mare, dei fiumi, della sapienza e delle arti.

E’ un dio scongiuratore, essendo la sua un’acqua santa capace di scacciare i demoni.

 

Nel poema della creazione degli Assiri e dei Babilonesi, composto da un poeta babilonese su tradizioni su mere, l’Enūma eliš, che significa “quando in alto”, scritto più di mille anni prima di Talete, si canta l’elemento primigenio, l’accadico Apsu, che significa tempio dell’acqua, l’ άβυσσοσ, l’acqua abissale (la terra ha radici nell’acqua” dice Parmenide), il regno di Ea, divinità della profonda sapienza.

 

“Quando in alto non era ancora nominato il cielo,

di sotto la terra ferma non aveva ancora un nome,

l’Apsu primordiale, il loro generatore,

Mummu e Tiamat, la generatrice di tutti loro,

le loro acque insieme mescolavano,

abitazioni per gli dei non erano ancora costruite

e la steppa non era ancora visibile,

quando ancora nessuno degli dei era stato creato

ed essi non portavano ancora un nome e i destini non erano stati definiti,

furono procreati gli dei in mezzo ad essi……….”

 

Emerge la potenza di ‘Elohim, di Dio che aleggia sulla superficie dell’abisso, delle acque non ancora separate, “le acque che sono al disotto del firmamento e le acque che sono al disopra del firmamento” (I,7)

 

Come elementi della creazione di ‘Elohim entrano dunque l’abisso, le acque informi, quegli stessi elementi che sono oggetto dell’opera ordinatrice di Marduk, la più grande divinità del pantheon babilonese, il dio lucente Marduk (Giove, figlio di Saturno), il figlio di Ea che affascina e scuote le folle per la sua vittoria contro i geni del male, della violenza e del terrore.

Marduk rappresenta il trionfo dell’ordine cosmico con cui prende vita la creazione dell’Universo.

 

L’acqua di Talete, principio creatore, preannunzia il limo e poi la polvere, la terra ed anche ‘Elohim ne fa materia della creazione nel plasmare Adamo: ebraico ‘ādām (uomo) a dama (terra).

 

Ma la creatura plasmata di terra ‘afar è spenta senza il soffio animatore.

‘afar, (l’ebraico ‘afar dall’aramaico  ‘afra, arabo ‘afr – polvere-, accadico  eperu) sotto l’influsso di saru nel senso di soffio, è limo, polvere lasciata dall’evaporazione dell’elemento liquido primordiale, come l’απειρον, il το απειρον neutro, segno della confusione, l’infinito di Anassimandro, l’ “infinito” che ha prodotto tutto, che ha dato luogo alla terra strutturata in γην, grazie a Χρονοσ, il cammino celeste, con le vicende del Sole e della Luna, indici del Tempo.

 

“Dopo che il cielo fu sospinto lontano dalla terra,

dopo che la terra fu separata dal cielo,

dopo che il nome di uomo fu stabilito,

dopo che il dio del cielo ebbe trascinato via il cielo,

dopo che (il dio dell’aria) Enlil ebbe trascinato via la terra…..”

 

(Dal poema numerico, “Gilgamesh, Enkidu ed il mondo degli Inferi)

 

La gloria dei numi delle acque creatrici si dilaterà nel tempo sino ad Omero, per il quale Apsu sarà l’Oceano e la sua sposa Tiamat, la marina Teti.

Tiamat, l’immensa “dracena marina” con il cui corpo Mrduk plasma il mondo.

 

Amore si svela nello sguardo compiaciuto di ‘Eloim che trova buona la luce che ha creato: “Ed ecco ‘Elohim esaminò tutto quello che aveva creato ed ecco che era molto buono” (Genesi 1,31)

 

Il soffio creativo di ‘Elohim, che alitava sulle acque, si ricongiunge all’eco dell’inno sumero-babilonese, a Marduk:

 

“L’apertura della tua bocca è un soffio di vento, la vita del paese”.

 

Torna in una lontana voce egizia che annuncia:

 

“Il cuore e la lingua di Ptah crearono tutte le cose”……

 

“La bocca di Ra formò gli esseri”

 

ed ancora:

 

“Sono io Hapi, il signore dell’acqua……..

io sono colui che era primo, il primigenio,

il primogenito rispetto agli dei”.

                                      

                                                                                    (Testi dei Sarcofagi)

 

Ma ciò che accosta l’opera divina al cuore dell’uomo, l’anima sensibile infusa in ogni fibra dell’Universo creato, è la presenza di quello che gli antichi pensatori sentirono come Amore.

E’ il dio Amore, il dio Caritas, artefice della Creazione che porta Dante a dire:

 

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

ed ancora

“miro ed angelico templo

che solo amore e luce ha per confine”.

 

In IV Esdra (81-96 d.C.), libro storico dell’Antico Testamento attribuito ad Esdra (V secolo a.C.) sacerdote della famiglia di Aronne, ci si attende che il redentore del mondo, l’Uomo Celeste, sorga dal cuore dell’Oceano, prima della sua venuta, come dice Daniele (7,13) assieme alle nubi del cielo, poiché:

 

“Come nessun uomo può cercare o scoprire ciò che è nelle profondità dell’Oceano, così nessun mortale può vedere il Figlio di Dio o le sue schiere se non nelle ore del Suo giorno”

 

(NOTA: esistono 4 libri di Esdra. L’ultimo pare sia stato scritto da un giudeo ai tempi di Domiziano e ritoccato in seguito da mano cristiana. E’ una serie di Apocalissi in forma di dialogo fra Esdra e l’Angelo Uriele)

 

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Dal Vangelo di Marco

 

Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto (εν τη ερημω), la valle inferiore del Giordano in prossimità del mar Morto, dove non dominano incontrastati sabbia e ciottoli, ma vi crescono erbe, cespugli, tamerici, alte canne ed anche alberi veri, i così detti “pioppi dell’Eufrate”.

E’ deserto perché non vi sono abitanti sedentari, tranne quelli di un convento greco e quelli della inevitabile osteria a sollievo dei pellegrini.

Non è il deserto di cui parla Matteo, “il deserto di Giudea”, che è una orribile zona che costeggia a nord-ovest il bacino occupato dal mar Morto, una terra assolutamente desolata, che si vede dall’alto del monte degli Olivi, malagevole ad attraversarsi, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico.

Giuseppe Flavio dice che il Giordano attraversava un vasto deserto. Probabilmente il profeta si aggira nel tratto di territorio che si stende tra Gerico ed il fiume e certo passava anche sulla sponda sinistra poiché soltanto nella Perea, nel territorio da lui governato, Erode Antipa poté farlo arrestare.

 

Giovanni predicava un battesimo di penitenza per la remissione dei peccati ed accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme, e si facevano battezzare nel fiume Giordano mentre confessavano le proprie colpe.

Al momento della visitazione, anche Giovanni ha ricevuto lo Spirito ed è quindi divenuto cristiano simile ai battezzati dopo la Pentecoste. Pertanto anche il suo battesimo è efficace, pur non amministrando egli stesso quello Spirito che ha già ricevuto.

 

Marco (2,1-12) mette in evidenza che Gesù, in quanto figlio dell’Uomo “ha il potere sulla terra di rimettere i peccati” ed anche Giovanni (1,4) con il battesimo procura la “remissione dei peccati”.

 

Giovanni era rivestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi (è il vestito del profeta Elia) e si cibava di locuste e di miele selvatico.

Predicava dicendo: “Io vi ho battezzato con acqua, ma Lui vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco”.

 

Ed avvenne  che in quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e si fece battezzare da Giovanni nel Giordano.

Dopo il battesimo, atto di umiltà di Gesù, Marco non racconta di altri incontri tra di loro. Giovanni esce di scena e lascia il posto a Gesù, che con la potenza dello Spirito, può annunziare il proprio “annunzio” , che sostituisce quello di Giovanni.

Gesù e Giovanni, pur essendo diversissimi nel vitto e nelle vesti, sono uniti dalla morte. L’eliminazione fisica di Giovanni è un fatto necessario, che permette la successiva attività di Gesù. Infatti solo “dopo la Consegna di Giovanni” (1,14) Gesù può iniziare la sua predicazione in Galilea. Questo è anche il presupposto che rende comprensibili i passi che contengono come ipotesi (6,14.16 e 8,24) che Gesù sia il Battista resuscitato.

Marco critica la resurrezione del Battista in Gesù con il particolare macabro della testa di Giovanni, che passa di mano in mano fino a giungere a quelle di Erodiade e con l’atto pietoso dei discepoli che depongono in una tomba un cadavere senza testa.

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A Qumran sono stati trovati in alcuni rotoli di papiro accenni alle “Fondamenta di Fuoco”. Lo “Spirito del Signore” viene accentuato con lo “Spirito Santo” ed è citato nella prima linea del primo testo il “Messia del cielo e della terra”.

E’ un testo in parallelo con la presentazione scritturale del battesimo di Gesù nei Vangeli e riconferma la fondamentale ideologia qumranica di un unico singolo Messia davidico.

Sempre a Qumran è stato trovato un testo di divinazione aramaico (Brontologion 4Q318- Tavola 23) in relazione con un selenodromion che rivela il movimento della luna attraverso il cielo e fa predizioni basate su queste osservazioni.

Questo testo registra i movimenti della luna rispetto ai segni dello zodiaco.

La cosa più interessante è il fatto che considera come  primo segno dello zodiaco il Toro invece che l’Ariete.

 

Quando l’astrologia si sviluppò, tra il IV ed il I secolo a.C., il sole sorgeva in Ariete al tempo dell’equinozio invernale.

Tuttavia nel 125 a.C. un astronomo greco scoprì il fenomeno della precessione dello zodiaco, cioè lo zodiaco si sposta lentamente rispetto al sole e pertanto il sole non sarebbe sorto nel segno dell’Ariete. Tra il4500 ed il 2100 a.C. infatti il sole sorgeva nel Toro.

Assegnando al Toro il primo posto nella lista dei segni, questa opera di Qumran intende formulare un sistema astrologico basato sulla creazione.

Secondo il sistema della cronologia biblica, Dio creò il mondo ed i corpi celesti in un momento in cui il Toro aveva la precedenza.

Probabilmente si credeva che la creazione fosse avvenuta nel V millennio a.C.

 

In questo frammento si trova la parola ‘amal  tradotta come “soffrire”.

E’ importante per l’antico cristianesimo poiché ricorre nel passo chiave sul “servo sofferente” citato in relazione al testo del  principe messianico del primo capitolo ed anche altrove.

Il termine viene utilizzato anche su Abacuc nell’esegesi escatologica di “il giusto vivrà per la sua fede” presente anche nella teologia di Paolo.

L’enfasi sul “tuono” in questo schema escatologico è interessante in vista delle notizie, presenti nella documentazione, relative al connesso tema del “produrre pioggia”.

Viene ricordato anche Honi il Tracciatore di Cerchi, che operava come “produttore di pioggia” e viene chiamato da Giuseppe anche Onia il Giusto. Sosteneva la venuta dei romani e l’ascesa della dinastia di Erode.

Anche Giacomo il Giusto era conosciuto come un primordiale produttore di pioggia.

Questa notizia appare in Epifanio, storico vissuto nel V secolo a.C.

La letteratura attribuita a Giacomo è ricca di allusioni al “produttore di pioggia” evocando Elia come uno degli archetipi di questa tradizione connessa con il Giudizio apocalittico.

Questa evocazione della pioggia e la sua connessione con il giudizio escatologico è alta anche nel Rotolo della guerra della prima grotta di Qumran dove è connessa con la “profezia della Stella”.

Si dovrebbe notare anche la relazione del simbolismo del tuono con  i due gemelli Giovanni e Giacomo, chiamati nel Nuovo Testamento “Boanerges” / “figli del tuono”.

In Marco questi due apostoli sono presentati nel chiedere a Gesù il permesso di sedere “alla sua destra”.

In questa opera sono discussi gli aspetti sovrannaturali degli “Eletti di Israele” che hanno un ruolo nel Giudizio Finale.

 

Il Messia ha il “Cielo e la Terra” a sua disposizione nel primo testo, che ha proprio questo titolo in questo libro.

Gli Zaddikim erano i pilastri che sorreggevano la terra e così probabilmente erano “Pilastri” anche gli apostoli come Giacomo (Gal 2,9). Il Figlio dell’Uomo doveva venire “sulle nuvole del Cielo” ed i cieli dovevano “far piovere il Giudizio”.

Elia, citato nella Lettera di Giacomo ed anche, prima di lui, Pineas, il figlio di Aronne, erano archetipi produttori di pioggia. Così come lo era Honi, chiamato il “tracciatore di cerchi” a causa dei cerchi che tracciava per far scendere la pioggia.

Anche Giacomo voleva “far scendere la pioggia” intesa sia in senso letterale che in quello escatologico.

 

Si legge che Elia (1 Re 17) disse ad Acab: “Com’è vero che vive il Signore, Dio d’Israele, che io servo: in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io”  ed ancora (1 RE 18) “Dopo molto tempo la porta del Signore fu rivolta ad Elia, nel terzo anno, in questi termini: - Va e mostrati ad Acab, perché invierò la pioggia sulla faccia della terra- Elia andò a mostrarsi ad Acab, quando a Samaria la carestia era molto grave”.

 

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Gesù era stato iniziato dagli Esseni. Il nome deriva dal siriano asaya che significa medico, poiché il loro ministero consisteva nel guarire le malattie sia fisiche che morali.

Lo storico Giuseppe dice: “essi studiavano con grande cura certi scritti di medicina, che trattavano delle virtù occulte di piante e minerali”. Vivevano isolati, nella solitudine e nel silenzio in uno dei due centri principali: uno in Egitto, sulla sponda del lago Maoris, l’altro in Palestina, a Engaddi, sulla sponda del Mar Morto.

Le regole dell’ordine erano severe e prima di essere ricevuti nella confraternita passavano almeno tre anni.

Dopo “terribili giuramenti” si prendeva parte alla mensa comune che si celebrava con gran solennità e costituiva il culto intimo degli Esseni.

Durante queste agapi fraterne si usavano abiti di lino bianchi, che si toglievano prima di riprendere il lavoro, si leggevano ed interpretavano i libri sacri di Mosè e dei profeti. Vi erano tre gradi di approfondimento e solo pochi arrivavano al terzo.

Gesù fu uno di questi.

Imparò la disciplina, studiò i segreti della natura e si esercitò nella terapeutica occulta. Dominò i sensi per sviluppare lo spirito.

 

L’iniziazione superiore, concessa solo nel caso di una missione profetica, fu voluta dagli anziani.

 

Si riunivano in una grotta scavata all’interno della montagna, vasta come una sala e ornata di un altare e di sedili di pietra.

Il capo dell’Ordine è là con alcuni anziani, due o tre profetesse iniziate erano a volte ammesse alla misteriosa cerimonia. Con palme e fiaccole salutavano il nuovo iniziato, vestito di lino bianco.

Il capo dell’Ordine, di solito un vecchio centenario, gli presentava il calice d’oro, simbolo dell’iniziazione suprema, che conteneva il vino della vigna del Signore, simbolo dell’aspirazione divina.

Dicono che Mosè vi avesse bevuto, altri affermano che risaliva ad Abramo che ricevette da Melchisedech la stessa iniziazione sotto le specie del pane e del vino. (Genesi, XIX, 18).

La missione dell’iniziato non era conosciuta. Nessuno poteva definirla. Andava cercata nell’intimo, nel cuore, all’interno di se stesso.

Terminati i canti, le preghiere, le sacramentali parole dell’anziano, il Nazareno prese la coppa. Un pallido raggio dell’alba passò tremolante e cadde sul viso pallido del Galileo.

 

Giovanni “non mangia pane e non beve vino”. Contrapposto ad un mangiare e bere di Gesù.

 

Nel deserto, di fronte alle sacre acque del Giordano, fra le severe montagne della Giudea e di Petra, verso il tramonto viene Gesù con la gente, mercenari di Erode, briganti, che chinavano, anche loro, le ruvide schiene allo spruzzo di acqua del Battista.

Giovanni non conosceva Gesù. Ma riconobbe un Essendo dall’abito di lino bianco che indossava.

Riconobbe il Messia e come tale lo battezzò.

Gli chiese: “saresti tu il Messia?”

Il misterioso essendo non rispose. Inclinò la testa pensosa, incrociò le mani sul petto e chiese al Battista la sua benedizione.

Giovanni sapeva che il silenzio era la legge degli esseni.

Stese le mani solennemente…..

“Mentre pregava si aprì il cielo e discese su di lui lo Spirito Santo in forma corporea di colomba; e vi fu una voca dal cielo: - Tu sei il mio figlio, il diletto, in te mi sono compiaciuto”. (Luca 3,21)

 

Il Nazareno si allontanò con i suoi compagni fra le canne del fiume.

 

“E’ necessario che egli cresca e che io diminuisca”.

 

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La morte di Giovanni e la sua mancata resurrezione

 

La tradizione  di Marco e di Matteo tendono ad asserire che:

1.     Giovanni non è resuscitato in Gesù

2.     che Giovanni è l’Elia ritornato.  Elia ha compiuto la sua missione interrotta a suo tempo (2 Reg. 2,11) ed è morto e sepolto. Il suo destino di sofferenza è simile a quello del Figlio dell’Uomo, Gesù che deve risuscitare e quindi non può essere ElGesù è l’Unto, è il figlio dell’Uomo che deve soffrire, morire, risorgere.

Gesù non è Elia, non è il Battista che ha già compiuto la sua missione che era il completamento della missione di Elia.

La sofferenza e la morte del Battista sono la conclusione delle sofferenze di Elia e di esse parla la scrittura e ne parla perché sono un segno premonitore delle sofferenze del Figlio dell’Uomo.

Sulla morte di Giovanni si pone l’accento su Erodiade che fa di lei una seconda Iezabel, su Erode il nuovo Achab e su Giovanni il nuovo Elia.

Leggendo Marco è facile stabilire un parallelo tra la vicenda di Erode Antipa – Erodiade - Giovanni  e su quella di Acab – Iezabel – Elia (1Reg. 18,19).

A differenza di Elia, il Battista rimane vittima dell’astuzia spietata di Erodiade e subisce una morte orribile.

 

La differenza fondamentale è che ciò che non era riuscito a Iezabel (I Reg. 19,2) e che in un primo tempo non riesce neppure ad Erodiade (Mc. 6,19) finalmente si realizza. Si compie.

L’Elia scampato all’antica regina ora viene ucciso in Giovanni e la sua testa finisce nelle mani di Erodiade.

E’ da notare il capovolgimento del destino di Elia e di Iezabel, il cui corpo, secondo la profezia dello stesso Elia, è completamente sbranato dai cani, mentre sopravvivono allo scempio soltanto la testa e parte delle estremità (2 Reg. 9,35).

Dalla “consegna” del Battista ad Erode Antipa, Tetrarca della Galilea, al “cadavere” nella “tomba”, al paragone con la “sofferenza” del Figlio dell’Uomo c’è una visione unitaria che si snoda lungo tutto il racconto.

 

Da notare i passaggi interni da:”Erode temeva Giovanni” a “essendo entrata la figlia di Erodiade (Salomè) danzò e piacque ad Erode” a “Chiedimi quello che vuoi  e te lo darò” e la terribile risposta “la testa di Giovanni il Battista”.

Il trionfo della volontà malvagia, che Dio aveva interrotto ai tempi di Elia, può realizzarsi ora, all’approssimarsi del sacrificio del Figlio dell’Uomo.

 

Giovanni è profeta anche nella morte poiché è precisamente per quella sua morte,oltre che per il battesimo, che il Battista è venuto a completare l’opera interrotta di Elia e ad aprire la strada al Figlio dell’Uomo sofferente.

 

Ma per chi sa leggere la Scrittura, tutto ciò era già “scritto”.

 

Ho detto.  

NELI DI PISA

 

GIUGNO 2001