Di Vittorio Vanni
Palazzo
Altoviti, detto deVisacci nel linguaggio del popolo, è oggi sede della Massoneria
Fiorentina. Da secoli alto luogo di parlari neoplatonici, nella sua facciata porta le
effigi immote di sapienti, persi nella lunga storia fiorentina, ed ormai dimenticati.
Il Fato, che non è cieco ed ha più
memoria delle generazioni degli uomini, non casualmente, ma causalmente, ha destinato il
suo piano nobile ad altri parlari, forse meno alti, ma della stessa natura e famiglia. La
pietra immota si è lentamente animata di sussurri e brulica di una vita nascosta, si è
fatta magnete di materia spirituale.
In uno dei templi massonici di
Palazzo Altoviti, dove unimprobabile Olimpo, fra il barocco ed il manierista
presenta - fra nuvole rosa e cieli troppo sereni - i suoi paciosi e sussiegosi dei, vaghe
ombre di pensieri passati prendono forza e vigore dai pensieri presenti
Così, nel tempio, a chi fra rito e
mito veleggia nel piano ove non vi è menzogna, ma tutto è brillante verità, appare nel
teatro della mente una grande giostra sfavillante, dove tre grandi cavalli e relativi
cavalieri sinseguono senza fine.
Chi non ha una giostra nella piazza
dei ricordi? Lontana, ma presente, gira e trascina ciò che è stanco, assopito, incolore,
inutile, verso una rinnovata vitalità, uno splendore perduto. La giostra è una bugia che
diventa rapidamente verità, una veste lacera e miserabile che si sa presentare come il
manto prezioso di una regina, lo stridore cacofonico di un violino mal suonato che diviene
unarmonia sublime. La giostra è leterno andare: non è che un ritornare, ed
ancora un andare ed un ritornare.
Chi sale sulla giostra, unisce il suo
presente con un troppo sicuro passato ed un improbabile futuro. Ricorda con emozione,
rammenta con pena, ma senza le speranze, i desideri e le illusioni del presente.
La giostra di Palazzo Altoviti è
impersonale, non ricorda; narra solo brani e frammenti di vite così diverse, ed assieme
così simili alle nostre. Non illudetevi di sfuggire al pianto ed al riso; chi vi parla
degli altri e di se stesso parla anche di voi. E
in verità vi
commuoverete, ma soltanto per voi stessi.
Chi corre sulla giostra di Palazzo
Altoviti, sui cavalli infaticabili del tempo, sono tre marionette un po tragiche ed
un po comiche, un cavaliere pavido e fellone, una fanciulla sapiente e triste, un
mago riluttante ed inefficiente.
Ognuno aveva una sua diversa natura,
con una diversa infelicità; atroce per il cavaliere, amara e solitaria per la fanciulla,
quieta e silenziosa per il mago.
La giostra non vuol narrare i motivi
dellinfelicità della fanciulla e ben poco racconta.
Le fanciulle hanno loro particolari
fragilità e delicatezze, hanno diritto ad un ammirato mistero, ad un ammutolirsi delle
bocche becere: anche una carezza delicata può dissacrare la levità della loro mano.
In una favola che si rispetti le
fanciulle sono tutte belle. Era bella la nostra fanciulla? Sicuramente era bella, anche se
non possiamo saperlo con certezza. Nella piazza arcana, dove la giostra gira, la bellezza
si nota solo nella giusta piega dellabito dellanima, nel movimento diafano e
dolce di corpi che non hanno la crudezza dei nostri.
Certamente era sapiente: non dei
libri che pure leggeva, ma della sapienza che si acquisisce vivendo, sognando e meditando.
Non sappiamo se era figlia di nobili od abitava nelle soffitte dei domestici.
Non per questo o quello era triste,
ma per un sogno violato, per una tenerezza negata, per un male oscuro damore, pur
rimanendo intatta nel profondo della sua dolcezza, tranquilla ed enigmatica.
Ma allora, vi domanderete, bambini grandi cui piace
le favole; tu la conosci o la conoscevi la fanciulla della giostra, se la descrivi in
questo modo?
Non curava più antichi dolori
dimenticati. Fra ciglio e ciglio non scorrevano perle di lacrime. Vi era un riso chiaro,
nella scura pupilla dodalisca, e fra i suoi denti, come bianchi pinoli sbucciati,
colava il succo agro e dolce di un ricordo improvviso, di un gesto, una carezza, un niente
pieno di niente.
Nella sua mente vi era una caverna piena di sabbia fine e lucente, su una montagna lontana, in cui ognuno vorrebbe nascondersi per sempre, in unabbraccio senza tempo.
Se vi è una meta nella notte, che cosa
sono quei fili derba verdi ed oscuri, come smeraldi cupi di un prato intravisto? E
dove vanno quei tram pieni di volti atroci, di mani e di silenzio?
La fanciulla conosce, ormai, solo il
sole di un mattino passato, le allegorie infinite dellessere, le acque scorrenti di
uninfanzia non dimenticata, piena di madri e padri più temuti che amati, come
ricordi oscuri ed inutili nel buio umido ed inquietante di una grotta.
Così scorrevano gli attimi grevi, le
andate ed i ritorni, le arance e i limoni, i sospiri e gli eventi, le albe di biancospini
ed opali, i tramonti incupiti e malinconici. Così io la vedo ogni giorno.
Ma altri, più fortunati, hanno visto
la sua giovinezza più lieta e più splendente.
Andava per alti prati e colline un po
aspre e desolate, intervallate da boschi cedui, al di fuori dogni sentiero, evitando
con cura le rare tracce di passi umani.
Cercava erbe rare, che non conosceva,
ma intuiva nella forma, nel colore, nel profumo, ne indovinava il loro bene, che altro non
era che un male ben dosato.
Nelle giornate tiepide della primavera,
nelle roventi ore dellestate, nella ricchezza opulenta dellautunno, i suoi
passi sfioravano appena, per pena di calpestare, la natura viva della terra, i molteplici
cristalli della vita verde, le esplosioni pirotecniche di colori intensi e puri.
Nel suo grembiule, si raccoglieva la
vita che può dare vita, la bellezza che può produrre bellezza.
Venivano notturne, di nascosto, donne
dolenti dogni età, a chiederle rimedi ai dolori, latte per le puerpere, sollievo
allinsonnia, linimenti per le botte dei mariti, consolazione e speranza per gli
amori non corrisposti.
Per
tutte, vi erano rizomi e steli, petali e radici e, soprattutto, le parole del sorriso,
lievissime ed intense, che solo la dolcissima luce della Luna può dare.
Ed era il suo arcano. In certi
particolari giorni ed ore delle settimane e delle stagioni, errava la notte a raccogliere
la sottilissima ragnatela dei raggi lunari, il secretum di Diana Lucina.
Ne faceva gomitoli argentei ed
impalpabili, che solo le sue belle mani, nervose e slanciate, nocchiute ed unghiute come
le forti prese del falco, potevano fare.
Ma le medicine del bosco e dei prati,
che sanno guarire, non costano, e quindi non valgono.
Arianna, questo era il suo nome, era
felice di regalare, a chi le chiedeva, le erbe preziose di momenti rari dincanto e
felicità. Chi regala è molto più sospetto e meno rispettabile di chi ti rapina; chi
guarisce senza superbia è più spregevole di un cerusico prezzolato, nellopinione
dei più.
Le stesse donnette accorate che
volevano il rimedio e ringraziavano piangendo, la guardavano un po in tralice, fra
occhio e ciglio, con sospetto e timore, cercando nel borsellino della loro miseria di
lenire uno sgradito inizio di gratitudine.
Ma Arianna, che non era astuta, non
accettava niente. Così, nel Borgo di una città antica, il suo nome era ricercato, ma non
amato.
Arianna, come tutte le fanciulle, aveva
dei corteggiatori ma non aveva ancora amici, se si esclude, forse, un unicorno dal bianco
stucchevole che laccompagnava, a volte, nel suo erborizzare.
Attratto dal profumo composito delle
erbe prescelte, e dal grembo concluso dArianna, le trotterellava dietro, vicino ma
non troppo, per non sciupare, con i suoi pesanti zoccoli, le fragili erbette.
Arianna non ne aveva paura. Sapeva che
anche gli animali mitici, in fondo, sanno un po di stalla, e che basta una carotina
per accontentarli.
Così, nei giorni e nelle notti di un
tempo lontano, una strana diade percorreva eterei prati dasfodeli pallidi e nasturzi
sussiegosi, in quella pace che esiste solo nei vostri sonni e nei vostri sogni, bambini doggi
e di un tempo che fu.
Ma vi sono anche notti senza luna,
prati senza erba, uomini senza volto, bugie senza verità.
Anche se gli unicorni hanno la forza
ferina dello zoccolo e della furia, il bianco accecante dello splendore del sole, anche se
il loro corno è acuto ed invincibile, a volte, le pastoie e le briglie del tempo li
legano in un lontanissimo passato o in un ancor più lontano futuro.
Allora venne per Arianna il tempo dei
minotauri, bestie dal fiato umano, dal sudore umano, dalle mani umane. DellArianna
di un tempo rimase solo una ciocca di capelli, attorcigliata in un roveto.
Ma la giostra gira sempre, bambini, asciugatevi gli occhi e tirate su il moccolo.
Arianna trovò il suo cavaliere, nelle
aule di Palazzo Altoviti, dove viveva. Indovinò il suo amore nascosto ed oscuro e lo
contraccambiò.
Che coro noioso cantate, bambini cattivi e sciocchi. Ma è proprio vero che se Arianna amava il cavaliere, ne era contraccambiata?
Lamore indovina sempre lamore,
chi ama non può sbagliare e trova lessere amato nelle viscere più profonde della
terra, negli inferni più gelidi o roventi, nelle pieghe e nelle cicatrici più nascoste
dellanima. Perché lamore è più forte della morte.
La forza della vita e del tempo era in
Arianna. Ritrovò, nel suo vagare, il ricciolo rimasto sul rovo, e lo legò ai suoi
capelli, assieme al profumo dantichi erbai e rosai, al ricordo di uninnocenza
mai perduta, eppure negata ed infranta.
Più grandi dei grandi segni damore,
ancor più forti sono quelli appena accennati, quasi negati, che solo unanima grande
ed attenta può riconoscere, quandanche ognuno li negasse.
Una carezza improvvisa, un batter di
ciglia, uno sguardo intenso, un rossore ed un pallore, un gesto lieve di tenerezza e
protezione non mentono, come le bocche sanno fare.
Ma il cavaliere negava a se stesso se
stesso, la sua attrazione profonda per Arianna, la sua necessità e volontà e destino damare,
per in senso di inadeguatezza, per superbia, per pavidità.
I cavalieri dovrebbero essere sempre
prodi ed impavidi e le loro ferite segni gloriosi di combattimenti, persi o vinti che
fossero.
Ma vi sono anche cicatrici e
menomazioni di malattie vergognose, che conservano il fetore di lettucci pieni di macchie
torbide ed escrementi, e lasciano tracce sul volto di febbriciattole persistenti, di
pallide ed estenuanti convalescenze.
Voi, ora, bambini beneducati, intelligenti e colti, mi chiederete perché un cavaliere non debba recitare la sua parte nobile e prode, perché, con un bacio lieve, non risvegli i colori della vita da un grigiore di morte.
Ma i perché sono solo un alzar di
ciglia, delle nuvolette vaghe nel cielo, che un po di vento trasporta oltre lorizzonte.
Il cavaliere non amava la vita, e
soprattutto la sua vita. Nelle sue stanze gli specchi erano coperti, ad evitare una vista
che gli era penosa.
Solo la superbia inutile di un cadavere
che vuol sembrare vivo lo faceva muovere, ma di un moto atonico, aritmico, abulico, come
quello di un vecchio orologio dalla molla usurata.
Nella sua coscienza ormai gelata, in
una trama infinita di gallerie, i vermi scavavano tunnel, senza direzione e scopo, in una
materia già decomposta ed insensibile.
Alcuni, con pietà, commiseravano la
sua follia. Ma può essere folle chi sceglie con lucidità perfida ed estrema le vie più
piane e comode per una sua pretesa salvezza, condannando altri allasprezza di vie
aspre ed aride?
È forse incosciente ed irresponsabile
chi sa ingannare, con gelida maestria e per il proprio ignobile utile, le calde e candide
attese di unemozione intensa, di chi con amore vuol guarire, guarendo se stessa?
Ed Arianna non poteva non sapere, non
poteva non vedere, perché ciò che si ama è il riflesso di un dio nello specchio della
propria anima.
Un dio può essere anche crudele e, se
è tale, è forse più amato, ma non si ama un Dio meschino.
Il cavaliere aveva il nome di un nume,
letrusco Shetlan, il latino Silvanus.
Ma nello specchio della Villa dei
Misteri, nella celebrazione degli arcani femminili, il suo volto riflesso apparve come
quello del demone meridiano di una vegetazione secca e sterile, di un deserto infecondo.
Arianna poteva essere per lui colei che
guida e guarisce, perché aveva messo da parte un gomitolo di filo dargento che
poteva fare uscire Shetlan dai labirinti torbidi della sua mente. Conosceva bene, poi, larte di uccidere i
minotauri in sé.
Ma Shetlan era un cavaliere pavido e
fellone, Aveva terrore dei minotauri e non credeva che fossero poco più di piattole
notturne, che la luce e la pulizia sconfiggono per sempre.
O, forse, aveva la coscienza che avendo
accettata in sé la natura animale e gli impulsi nascosti dei minotauri, la loro
sconfitta, la loro morte, sarebbe stata la sua stessa.
Arianna offriva a Shetlan primizie derbe e di fiori, lo accompagnava con pazienza nellatrio buio dei suoi labirinti, ne tollerava la natura pavida, debole, bugiarda, ed ancor più i paraventi con cui credeva di nasconderla.
Ma il più atroce dei suoi paraventi era quello di voler vedere in Arianna limmagine che aveva di sé stesso, il demone taurino che lo affascinava, lo attraeva, e di cui aveva orrore.
Arianna sperava che la virtù dei suoi
semplici avesse il potere di trasformare il volto del demone meschino con quello del dio
sorridente, che amava.
E
quasi un miracolo accadde, alla notte successe un sole un po oscuro, nato da unalba
un po tragica. Shetlan trovò la sua estate dopo un aprile velato. Un po di
coraggio spillava dalla sua interiorità come gocce di vino prezioso da una botte vecchia
di secoli, una sorgente accuratamente nascosta damore si esponeva finalmente alla
luce.
Ma, con esso, ancora fecce e loto che
Arianna decantava con pazienza infinita, ed ancora deliri dantiche febbri, che
Arianna accompagnava nella docilità della speranza.
Ma certi uomini sono come asini bendati
che spingono in tondo una mola tutta la vita, credendo di fare molta strada. Se qualche
illuso levasse loro la benda dagli occhi, non saprebbero vedere né casa né città, né
madre né padre, né angeli laboriosi a spingere la loro stessa mola,
Nessuno è completamente buono o
completamente cattivo. Ciascuno porta nel suo sacco la sofferenza. Ma chi non se ne fa un
tesoro è un miserabile che ha sofferto invano.
Gli uomini non sono uguali, se non
nella loro fragilità. I più sono vasi fabbricati con largilla e, quando si
spezzano, sono gettati getta via.
Pochi sono stati creati di materia
preziosa, di vetro ancora più fragile, che essendo stato creato con il soffio, se si
spezza è ancora rimodellabile.
Il filo prezioso dArianna rimase
così inutilizzato. Il coraggio e la bellezza damare furono negati, e respinti per
pavidità. Lo scrigno prezioso non fu saccheggiato.
Shetlan non simmerse nei meandri
di Cnosso, né affrontò il suo minotauro, ma vagò a lungo per pianure ben coltivate a
raccogliere cavoli e rape, brucando il suo cibo come le pecore.
Fu raccolto poi, e messo in una gabbia
come un fringuello. Vi si trovo bene, facendo del suo pànico il suo paníco.
Ora, non una parola di più, bambini saggi e curiosi, sul cavaliere pavido e fellone. Fischiate e rumoreggiate se avete denti e fiato. Piangete, se siete buoni, o ridete, se usate mettere nel vaso del cuore il fiore della mente.
Arianna rimase sola sulla spiaggia
della sua Naxos, ricercando la sua caverna di sabbia fine e lucente in cui rinchiudersi.
Ma non per sempre.
Ecco, vi sono già due cavalieri sulla giostra di Palazzo Altoviti. Sinseguono eternamente, senza raggiungersi mai. Ma vi è ancora un cavallo scosso e vuoto, in attesa di un mago riluttante ed inefficiente.
In che cosa può entrarci, bambini, un
ridicolo mago in una storia cosi commovente, così completa e complessa e triste?
Ben poco, certo, ma i maghi, che hanno
risolto gli arcani, non si chiedono mai il perché.
Nelle soffitte di Palazzo Altoviti
viveva da tanti anni, in unaffollatissima solitudine, un uomo cui si attribuivano
poteri magici. Era glabro o aveva la barba bianca? Era giovane o vecchissimo?
I maghi hanno sempre la barba bianca e
sono sempre vecchissimi perché hanno vissuto cento lunghissime vite, la propria e le
altrui.
Chiudete gli occhi, bambini e dormite. Ai maghi non piace sentir narrare la propria storia, hanno ascoltato troppo quelle degli altri e le trovano troppo simili alle loro.
Virivin Titan era il nome del mago.
Nella lingua degli angeli, il malakim, significa il vincitore. Non era considerato
cattivo, ma si mormorava che la diffidenza è duopo: con certa gente; non si sa mai,
è bene esser prudenti.
Cosa ci si può aspettare da chi vive
in una vecchia soffitta, gelata in inverno e torrida d'estate, con un gufo, una civetta ed
un coccodrillo?
E quali malie derivano da quegli
alambicchi, quegli incensi e profumi, quelle candele, quegli arnesi da taglio e da punta,
quei segni iscritti sui muri?
Ma tutto ciò era solo una raccolta di
cianfrusaglie, strumenti ormai desueti, inutili, che il mago teneva solo in ricordo di unapprendistato
quasi dimenticato, per un vezzo dironico estetismo, o forse solo per la pigrizia di
far pulizia.
Nella sua poltrona semisfasciata, ma
comoda, ascoltava nella notte la fontanella del cortile del palazzo, che cambiava
continuamente ritmo e voce, e chiacchierava come una coppia di comari.
Nelle stalle, calde di paglia e calore
equino, i cavalli frinivano dormendo e sognando spazi e libertà mai avuti e forse mai
visti.
Virivin vedeva, in un certo qual modo,
ed udiva tutto intorno a sé. Vedeva i sonni agitati o profondi di padroni e servi, le
insonnie tormentose causate da piccole questioni di denaro da restituire, da recuperare, o
da malattie dolorose ed inquietanti, da desideri lubrici o innocenti.
In-tuiva i loro troppo rapidi coiti,
come uno sfogo piacevole, ma distratto dalle mansioni dellindomani, dai problemi
troppo onerosi o pressanti. Ma anche la magia nuova e potente degli amori degli
adolescenti, nascosti nelle stalle a scoprire la dolcezza bruciante, gioiosamente umana ed
animale, dei reciproci sessi.
Virivin captava involontariamente i
sogni notturni della piccola gente del quartiere, semplici sogni di parenti od amici
scomparsi, di scomposizioni della realtà quotidiana, delle modeste cose della loro vita.
Raramente simbatteva in un sogno
complesso, in percezioni nitide e simbolicamente astruse, ma la sensazione veniva da
lontano, da un lontano indefinibile nello spazio e nel tempo, da persone o enti
sconosciuti, e pur tuttavia affini e vibranti della sua stessa vibrazione.
Venivano in molti, umili o potenti, con
il loro uguale mal di vivere, a domandargli miracoli, veleni o medicine, ad esporre
candide attese e speranze, od oscure invidie ed ignobili interessi.
Virivin riceveva con riluttanza, a
volte con noia, perché la verità e lessenza della magia è troppo umile di fronte
ai bisogni e al dolore degli uomini, troppo grande per le loro piccole menti.
Se avesse detto loro il gran segreto:
va, vivi, soffri, sta nel tuo angolino o va al mercato, è uguale; non respingere il male
e lo consumerai; tutto è vero e falso nel contempo; fa ciò che vuoi e non danneggiare
alcuno, nessuno avrebbe compreso.
Allora dava, al suo lontano prossimo,
polverine e segni, benedizioni e preghiere, che a volte risolvevano i problemi, qualche
volta no. Ma chissà perché, questumanità dolente od arrogante ritornava sempre,
con gli stessi identici, eterni, problemi.
Virivin ricorreva allora allarte
del Bagatto, che non mente mai, ma sa dosare la verità per donare speranza, reprimere larroganza
o lenire gli infiniti mali.
Accettava con indifferenza il soldino
della donnetta o la borsa doro del notabile, che donava poi, con altrettanta
indifferenza, sapendo bene che è ben facile fare il male, ma difficilissimo, e forse
inutile, fare il bene.
Per questa sua distratta e rara
generosità lo credevano molto ricco o favoleggiavano che sapeva fare loro.
Non
aveva trovato mai nessuno che sapeva aprire le finestre sullinfinito, se non i suoi
maestri, che aveva capito lentamente, con difficoltà, con tanta fatica e tempo, quando
ormai erano oltre il velo che li copre agli occhi dei mortali.
A volte li ricordava commuovendosi, per
un senso di colpa nei loro confronti, avendo compreso troppo tardi la grandezza del loro
dono e del loro sacrificio.
Non si può donare conoscenza senza
donare nello stesso tempo il sangue delle proprie mani, lacqua ed il sale delle
proprie lacrime, nella consapevolezza di una legge che impone che non si riceva mai niente
in cambio di ciò che si dà se non, raramente, uno spontaneo dono damore e
dedizione.
Ma ancor più subiva la pena della
tristezza lieve ed assopita della sua solitudine, nata dalla sofisticazione prolungata di
una sensibilità estrema, che lo separava irrimediabilmente dalle poche cose semplici e
vere che danno gioia agli uomini.
A volte rivedeva, nel sogno o nellilluminazione, il suo primo maestro, Zorobabel, che gli ripeteva;
La conoscenza dona sensibilità, la sensibilità genera
dolore. Quanto più avrai potere, più soffrirai.
Il potere può far piangere o ridere,
placare un dolore o renderlo atroce, estrarre dal banale lo splendore nascosto. Può far
parlare le pietre ed i vegetali, ridare forza e vigore a polveri inerti desperienze
e vite morte e fargli pronunciare, ancora, le parole delle loro passioni.
Ma il potere non doma gli uragani, non
lenisce un mal di denti, non fa danzare una miriade di spiritelli sulla cruna di un ago.
Il potere naviga su mondi diversi e
lontani dalle nostre vicissitudini, osserva, comprende e compatisce quando può.
Virivin non era sempre stato un mago.
Nella sua adolescenza, assieme a
Giovanni Pieroni, astrologo, ed a Giovanni Battista Sennio, matematico e alchimista,
pessimi soggetti e cattivi maestri, aveva tentato lavventura nelle bande del
colonnello Giulio Deodati, che aveva seguito le sorti del generale Walleinstein, nella
guerra dei trentanni.
Giovanni gli parlava spesso di transiti
e sinastrie, ma Virivin se ne tediava ed era indifferente al suo cielo di nascita, che il
compagno voleva descrivergli:
Per primum conjunctionem magnam Saturni et Jovis in
domo prima. Per secondo Mercurium et Solem in domo settima angulari; terzo il Sole in
puncto cardinali aequinictii autumnalis; quarto Martem elevatissimo ed in compagnia del
Sole
La squadra ed il compasso del Sennio
non lo interessava, nei suoi complessi grafici e calcoli, né, tantomeno, i suoi
incomprensibili libercoli, unti dosteria e macchiati di vino e di birra.
La giovinezza, il vigore, il coraggio,
gli avevano fatto credere che il suo destino fosse quello della guerra, assieme ai lanzi
archibusieri tedeschi ed alle lancie spezzate italiane del Deodati.
Nellestate, lesaltazione
delle battaglie, il rombo dei cannoni e lincrociarsi sanguinoso degli acciai, laccecava,
nella superbia spavalda di ripetute vittorie.
Negli acquartieramenti dinverno
il cameratismo rozzo da maschi in guerra lo rincuorava, fra sbronze immani ed avventure da
quattro soldi.
Ma fu la battaglia di Lutzen che segno
i suoi fati. Fu una battaglia anomala, combattuta dinverno quando gli eserciti si
riposavano.
Wallenstein commise un errore fatale,
credendo che re Gustavo II di Svezia non lavrebbe attaccato ed indebolì il suo
esercito.
Gustavo attaccò e per quanto la
battaglia non fu né vinta né persa da nessuno, la carneficina fu immensa. Lesercito
si sbandò in piccoli gruppi che si spersero nel gelo e nella neve dellinverno,
mettendo a sacco le campagne per sopravvivere, ma soprattutto per cupidigia e violenza.
Virivin seguiva Giovanni, Giovan
Battista ed i tre lanzi cui si erano uniti, nella scorreria.
Vi erano inquietanti fuochi lontani dincendio,
nella pianura gelata, ma Virivin spasimava solo per una coperta accanto al camino, per un
po pane e lardo, una caraffa di vino ed un lungo sonno doblio.
Ma nella capanna di contadini che
trovarono allimprovviso vi era solo freddo, fame e sguardi, inquieti ed impauriti
come quelli dei maiali prima della mattanza.
Ma non vi è miseria maggiore di chi
vuol trar vantaggio dalla povertà.
I lanzi sospesero per le braccia il
capofamiglia alla trave del tetto, e gli accesero un fuoco sotto i piedi, punzecchiandolo
con i pugnali e bestemmiando antiche bestemmie in alto-tedesco, per estorcergli il
nascondiglio dei suoi tesori.
Giovanni e Gianbattista, indignandosi
per le poche grazie delle donne presenti, le irridevano, e le minacciavano di sevizie
troppo ben conosciute. Scelsero poi, gettandola sul pavimento, una ragazzetta magra ed
acerba, irrigidita e ferma per il terrore, e le aprirono le gambe, scoprendole unaddome
bianchissimo, con delle vene bluastre a fior di pelle, calandosi le brache di fronte ad un
sesso quasi glabro, con pochi peli biondastri, ancora chiuso nella sua vergogna.
Virivin sentiva unonda
violentissima di rabbia, pena ed orrore salirgli dal coggige allipotalamo, assieme
alla nausea di unimprovvisa ed incontenibile erezione.
Si scaglio con il pugnale su Giovanni,
riuscendo ad infliggerli una ferita alla scapola destra, ma ricevette sulla nuca un forte
colpo dal calcio di un archibugio, perdendo i sensi.
Quando si svegliò, supino sulla neve,
un bagliore immenso riempiva lorizzonte, ed un calore intenso gli strinava i
capelli. La capanna bruciava, mentre un piccolo drappello di demoni urlanti ed ubriachi
danzavano una sorta di danza pirrica attorno allincendio.
Virivin fuggi, annaspando nella neve
alta, senza più una coscienza che non fosse quella brutale di un animale che vuole
sopravvivere.
Vi siete svegliati, vecchi bambini? Piacciano anche a voi, come a tutti, le storie violente e morbose, magari per dimostrare virtuosamente indignazione?
Cari bambini grandi, voi maschietti, non lo avete, forse, listinto della violenza, della volontà perversa di umiliare brutalmente, di ignorare negare, disprezzare ciò che vi incatena e cattura, che vi fa profondamente paura?
È stato virtuoso Virivin? Nessuno è
innocente. Forse fu solo una sensibilità innata o, più probabilmente, la sua giovane
età, a farlo fuggire. Se avesse avuto qualche tempo in più di guerra e di cicatrici,
forse avrebbe partecipato della mensa apparecchiata.
Fu così che i furori bellici di
Virivin si estinsero. Ritornò nella sua città natia, a portar legna e vuotar pitali
nelle aule di Palazzo Altoviti.
Ma forse la carta del cielo di Virivin,
che Giovanni aveva stilato, aveva in sé qualche traccia di verità.
Per quanto vivesse la vita umile e
povera del servo, Virivin cresceva. Il quartiere lo vedeva attivo, sorridente, sempre
pronto alla risposta acuta e pungente, cordiale e premuroso verso tutti, poco ossequioso e
mai servile con i padroni, che ne intuivano la celia a volte feroce, sotto una correttezza
formale ed irreprensibile.
Per quanto non tollerasse la volgarità
becera del suo popolo, nascondeva la sua indignazione sotto un mantello destrema ed
eccentrica malizia, con un sorriso irridente e benevolo assieme, con unacrobazia
delle parole che ispirava una moderata diffidenza, quasi sempre superata dalla simpatia
istintiva che ispirava, forse fraudolentemente indotta, ma che ciascuno, coscientemente,
si faceva estorcere.
Amava più la compagnia delle donne che
quella degli uomini, perché da loro si sentiva più profondamente compreso ed apprezzato.
Anche le donne lo adoravano, perché ne
intuivano, sotto il vigore e la forza delle sue mani e della sua gioventù, una
delicatezza estrema, una tenerezza materna e femminile che le incuriosiva e le attirava.
Qualità rare in un uomo, nate da una segnatura di pena ed orrore, in una notte di gelo e
di fuoco.
Non cercava lamore, perché lo
riceveva spesso, senza mai rifiutarlo. E credeva di amare sempre, con innocenza ed
ingenuità.
Ma venne poi, molto più tardi, lora
terribile in cui il paffuto puttino che scaglia distrattamente le sue frecce gli rivelò
il suo vero volto di demone, lora dellinadeguatezza e della separazione senza
speranza, dellincompletezza definitiva, della gelosia devastante, forse perché non
esistono amori felici, nel dualismo dividente di ununiverso materico.
Venne il tempo che Virivin fu ritenuto
troppo particolare per essere sprecato nelle sue funzioni di vuotacessi, e fu elevato alla
condizione di buffone della piccola corte marchionale di Palazzo Altoviti.
Chi non gode a esser preso
sapientemente per le terga troppo opime? Il matto non offende quando dice la verità, la
sua stessa natura lo preserva dallira.
E poi, in fondo, le verità sgradevoli
non le consideriamo mai rivolte a noi. Se il matto ti dice: letame intende
naturalmente, con uno strizzar docchi, che le fogne sono sempre quelle altrui.
Virivin si specializzò nella sua
professione di buffone, diventando poeta. Vi è un limite ben sottile fra il poeta ed il
mago. Aggiungi ad una scelta sublime di parole banali un gesto ieratico ed il gioco è
fatto. Oplà. E senza rete.
Non sappiamo bene, bambini vivaci ed
ormai poco attenti, quali furono i maestri di magia di Virivin. Su certe cose più che parlar tacere è bello. I maghi sono
riservati e possono esser pericolosi.
Ma gli anni passavano ed i buffoni passavano di moda. Virivin fu dimenticato dai figli dei suoi padroni, che pure lo ospitavano nelle soffitte del Palazzo e giorno e sera gli facevano portare il pane ed il vino.
Voi avete la televisione bambini
viziati, e la vostra pappa insipida e vitaminizzata ve la imboccano ogni giorno senza
sforzo, Avete la tecnica, bambini sapienti, che cosa ve ne fareste della visione e dellestasi?
Una volta solo i maghi avevano la loro
televisione interiore, di cui erano attori e registi, in realtà gradienti ed infinite che
nemmeno i fisici da premio Nobel saprebbero immaginare.
Virivin aveva sempre trovato più gradevole il vegliare la notte che affannarsi di giorno. Ma la notte è spesso monotona nel suo silenzio e, nellimperfezione delluniverso, anche osservare linfinito può, a lungo andare, esser noioso.
Virivin riiniziò a girovagare per le strade degli uomini, a cercare le tracce visibili e materiche delle sue visioni.
Ma non trovava più le facce sorridenti e miserabili della sua giovinezza, le grida armoniche degli ortolani e dei rivenduglioli, le braccia forti e piene delle fornaie, i volti gravi e le parole aggraziate degli artigiani.
Il popolo era scomparso, vi era solo gente.
Il senso estremo della sua solitudine era al culmine. A chi avrebbe consegnato la bugia eterna che illumina la notte delluomo verso il suo sonno ed il suo oblio? Chi avrebbe letto le sue pergamene maltracciate, illeggibili ai dotti ed ai sapienti?
Ma una forza lo traeva dalle strade, verso il suo stesso palazzo, in cui unaccumularsi di stelle annunziava unevento, un nuovo incomprensibile progetto degli dei.
Anche Arianna e Shetlan abitavano lo stesso palazzo di Virivin. Ma non erano, prima del loro incontro effimero, che calamite inerti, invisibili agli occhi di Virivin.
Bambini che sapete
tutto: da dove viene il vento? Perché cantano gli uccelli? Perché si susseguono le
stagioni? Me lo spiegherete bene, voi che avete studiato. Ma saprete dirmi perché, dopo
le vostre spiegazioni, io vi rivolgerò le stesse domande?
I maghi sono pericolosi perché sognano il bene quando ognuno ama il suo male.
Come potrebbero gli uomini lamentarsi, considerarsi, apprezzarsi, esaltarsi, commiserarsi, illudersi dessere persone e non animali o fantasmi senza il loro beneamato male?
Il bene è troppo semplice ed umile per la nostra razza. Eppure, per la felicità basterebbe ben poco, un libro in unangolino, una donna (od un uomo) sopra il cuscino, pane e vino sotto il camino Ma cè uninghippo. Dammi questo ed il pensiero mi darà tutto il resto. Se non cè pensiero, il possesso di tutto il mondo non mi basterà.
Il pensiero riunì le tre componenti del mondo. Sale, Zolfo e Mercurio, lAmato, lAmante e lAmoroso.
Virivin, Shetland ed Arianna vivevano lo stesso tetto ma non si erano mai incontrati; celate, sottili e silenti alchimie saturnie e mercuriali li riunirono poi, senza mai unificarli.
Ognuno rimase sullorlo del suo abisso binario, nella sua camera segreta, nella sua solitudine, dove ogni armonia lentamente si cheta, dove ogni cielo ritorna dolcemente sereno e vuoto.
Abbiate pazienza,
bambini inquieti e saputelli; non domandate di più. La giostra ha ora trovato il suo
ritmo e corre rapida, sonora nella sua marcetta festosa e un po tronfia.
Il cavaliere, la
fanciulla ed il mago hanno trovato la loro essenza legnosa di marionette simboliche ed
insensibili, su dei cavalli di cartapesta che sinseguono senza mai raggiungersi. Ma
non per sempre.
Palazzo Altoviti è ritornato ai suoi massonici sogni,
razionali e severi. I Fratelli squadrano il tempio, dando
La storia delle giostra è la loro stessa storia, il paradigma segreto e silente dellIntelletto che intuisce senza cercare un senso, della ragione che analizza, cercando eternamente un senso inafferrabile e, comunque, inutile.