LA GIOSTRA DI PALAZZO ALTOVITI

 Una favola per bambini grandi, senza trama, senza morale e senza lieto fine.

Di Vittorio Vanni

 

 

Palazzo Altoviti, detto de’Visacci nel linguaggio del popolo, è oggi sede della Massoneria Fiorentina. Da secoli alto luogo di parlari neoplatonici, nella sua facciata porta le effigi immote di sapienti, persi nella lunga storia fiorentina, ed ormai dimenticati.

Il Fato, che non è cieco ed ha più memoria delle generazioni degli uomini, non casualmente, ma causalmente, ha destinato il suo piano nobile ad altri parlari, forse meno alti, ma della stessa natura e famiglia. La pietra immota si è lentamente animata di sussurri e brulica di una vita nascosta, si è fatta magnete di materia spirituale.

In uno dei templi massonici di Palazzo Altoviti, dove un’improbabile Olimpo, fra il barocco ed il manierista presenta - fra nuvole rosa e cieli troppo sereni - i suoi paciosi e sussiegosi dei, vaghe ombre di pensieri passati prendono forza e vigore dai pensieri presenti

Così, nel tempio, a chi fra rito e mito veleggia nel piano ove non vi è menzogna, ma tutto è brillante verità, appare nel teatro della mente una grande giostra sfavillante, dove tre grandi cavalli e relativi cavalieri s’inseguono senza fine.

Chi non ha una giostra nella piazza dei ricordi? Lontana, ma presente, gira e trascina ciò che è stanco, assopito, incolore, inutile, verso una rinnovata vitalità, uno splendore perduto. La giostra è una bugia che diventa rapidamente verità, una veste lacera e miserabile che si sa presentare come il manto prezioso di una regina, lo stridore cacofonico di un violino mal suonato che diviene un’armonia sublime. La giostra è l’eterno andare: non è che un ritornare, ed ancora un andare ed un ritornare.

Chi sale sulla giostra, unisce il suo presente con un troppo sicuro passato ed un improbabile futuro. Ricorda con emozione, rammenta con pena, ma senza le speranze, i desideri e le illusioni del presente.

La giostra di Palazzo Altoviti è impersonale, non ricorda; narra solo brani e frammenti di vite così diverse, ed assieme così simili alle nostre. Non illudetevi di sfuggire al pianto ed al riso; chi vi parla degli altri e di se stesso parla anche di voi. E             in verità vi commuoverete, ma soltanto per voi stessi.

Chi corre sulla giostra di Palazzo Altoviti, sui cavalli infaticabili del tempo, sono tre marionette un po’ tragiche ed un po’ comiche, un cavaliere pavido e fellone, una fanciulla sapiente e triste, un mago riluttante ed inefficiente.

Ognuno aveva una sua diversa natura, con una diversa infelicità; atroce per il cavaliere, amara e solitaria per la fanciulla, quieta e silenziosa per il mago.

La giostra non vuol narrare i motivi dell’infelicità della fanciulla e ben poco racconta.

Le fanciulle hanno loro particolari fragilità e delicatezze, hanno diritto ad un ammirato mistero, ad un ammutolirsi delle bocche becere: anche una carezza delicata può dissacrare la levità della loro mano.

In una favola che si rispetti le fanciulle sono tutte belle. Era bella la nostra fanciulla? Sicuramente era bella, anche se non possiamo saperlo con certezza. Nella piazza arcana, dove la giostra gira, la bellezza si nota solo nella giusta piega dell’abito dell’anima, nel movimento diafano e dolce di corpi che non hanno la crudezza dei nostri.

Certamente era sapiente: non dei libri che pure leggeva, ma della sapienza che si acquisisce vivendo, sognando e meditando. Non sappiamo se era figlia di nobili od abitava nelle soffitte dei domestici.

Non per questo o quello era triste, ma per un sogno violato, per una tenerezza negata, per un male oscuro d’amore, pur rimanendo intatta nel profondo della sua dolcezza, tranquilla ed enigmatica.

Capace di sentimenti profondi e duraturi, amorevole, la fanciulla avrebbe potuto dare il suo cuore senza condizioni, fino alla rinuncia di sé, fino al totale sacrificio.

La sua femminilità era sensibile, intuitiva ed istintiva, e si esprimeva in una maternità verginale, carica di semi e frutti assieme, in una generazione continua d’idee di bellezza formale e sostanziale.

Non solo i preti, i cavalieri, i ladri, le matrone ed i mercanti desiderano l’amore.

Qualche volta, e non le si consideri eccessivamente romantiche, anche le fanciulle sognano una vita semplice, ornata dalla complessità del pensiero e dei sentimenti di un uomo sincero, leale, stimabile, cui donare ogni giorno prove tangibili d’amore, abnegazione, dedizione e fedeltà.

Ma stringono più spesso le spine dolorose del carciofo che quelle della rosa.

La speranza è come la Fenice, può rinascere ogni giorno solo se brucia nel dolore. Più alti sono gli ideali, più illusorie sono le attese; più amare le delusioni, più acute le frustrazioni.

 

Ma allora, vi domanderete, bambini grandi cui piace le favole; tu la conosci o la conoscevi la fanciulla della giostra, se la descrivi in questo modo?

Soffiatevi il naso, bambini maliziosi, cui non la si fa, e fate attenzione.

 

La vedo ogni giorno, mentre passa sotto gli archi di una città vecchia e stanca. Una volta sbucciava assorta un’arancia come se guardasse una vita senza paura e senza illusioni. Scendeva la notte, sotto gli archi e, in mezzo alle altre stelle, la fanciulla timida e feroce seguiva i suoi dei come sui monti il cacciatore, svelto, segue la lepre.

Chi morderà ancora quell’arancia ricca di succo? Chi percorrerà ancora quegl’archi con quell’andare motile e veloce?

Discendeva scale d’azzurro serotino, con le guance rosa come la pelle di certe pesche, dai colori uguali a certi ultimi cirri del crepuscolo, quando la promessa dell’alba sfuma nel tramonto.

Non curava più antichi dolori dimenticati. Fra ciglio e ciglio non scorrevano perle di lacrime. Vi era un riso chiaro, nella scura pupilla d’odalisca, e fra i suoi denti, come bianchi pinoli sbucciati, colava il succo agro e dolce di un ricordo improvviso, di un gesto, una carezza, un niente pieno di niente.

Nella sua mente vi era una caverna piena di sabbia fine e lucente, su una montagna lontana, in cui ognuno vorrebbe nascondersi per sempre, in un’abbraccio senza tempo.

Se vi è una meta nella notte, che cosa sono quei fili d’erba verdi ed oscuri, come smeraldi cupi di un prato intravisto? E dove vanno quei tram pieni di volti atroci, di mani e di silenzio?

La fanciulla conosce, ormai, solo il sole di un mattino passato, le allegorie infinite dell’essere, le acque scorrenti di un’infanzia non dimenticata, piena di madri e padri più temuti che amati, come ricordi oscuri ed inutili nel buio umido ed inquietante di una grotta.

Così scorrevano gli attimi grevi, le andate ed i ritorni, le arance e i limoni, i sospiri e gli eventi, le albe di biancospini ed opali, i tramonti incupiti e malinconici. Così io la vedo ogni giorno.

Ma altri, più fortunati, hanno visto la sua giovinezza più lieta e più splendente.

Andava per alti prati e colline un po’ aspre e desolate, intervallate da boschi cedui, al di fuori d’ogni sentiero, evitando con cura le rare tracce di passi umani.

Cercava erbe rare, che non conosceva, ma intuiva nella forma, nel colore, nel profumo, ne indovinava il loro bene, che altro non era che un male ben dosato.

Nelle giornate tiepide della primavera, nelle roventi ore dell’estate, nella ricchezza opulenta dell’autunno, i suoi passi sfioravano appena, per pena di calpestare, la natura viva della terra, i molteplici cristalli della vita verde, le esplosioni pirotecniche di colori intensi e puri.

Nel suo grembiule, si raccoglieva la vita che può dare vita, la bellezza che può produrre bellezza.

Venivano notturne, di nascosto, donne dolenti d’ogni età, a chiederle rimedi ai dolori, latte per le puerpere, sollievo all’insonnia, linimenti per le botte dei mariti, consolazione e speranza per gli amori non corrisposti.

 Per tutte, vi erano rizomi e steli, petali e radici e, soprattutto, le parole del sorriso, lievissime ed intense, che solo la dolcissima luce della Luna può dare.

Ed era il suo arcano. In certi particolari giorni ed ore delle settimane e delle stagioni, errava la notte a raccogliere la sottilissima ragnatela dei raggi lunari, il secretum di Diana Lucina.

Ne faceva gomitoli argentei ed impalpabili, che solo le sue belle mani, nervose e slanciate, nocchiute ed unghiute come le forti prese del falco, potevano fare.

Ma le medicine del bosco e dei prati, che sanno guarire, non costano, e quindi non valgono.

Arianna, questo era il suo nome, era felice di regalare, a chi le chiedeva, le erbe preziose di momenti rari d’incanto e felicità. Chi regala è molto più sospetto e meno rispettabile di chi ti rapina; chi guarisce senza superbia è più spregevole di un cerusico prezzolato, nell’opinione dei più.

Le stesse donnette accorate che volevano il rimedio e ringraziavano piangendo, la guardavano un po’ in tralice, fra occhio e ciglio, con sospetto e timore, cercando nel borsellino della loro miseria di lenire uno sgradito inizio di gratitudine.

Ma Arianna, che non era astuta, non accettava niente. Così, nel Borgo di una città antica, il suo nome era ricercato, ma non amato.

Arianna, come tutte le fanciulle, aveva dei corteggiatori ma non aveva ancora amici, se si esclude, forse, un unicorno dal bianco stucchevole che l’accompagnava, a volte, nel suo erborizzare.

Attratto dal profumo composito delle erbe prescelte, e dal grembo concluso d’Arianna, le trotterellava dietro, vicino ma non troppo, per non sciupare, con i suoi pesanti zoccoli, le fragili erbette.

Arianna non ne aveva paura. Sapeva che anche gli animali mitici, in fondo, sanno un po’ di stalla, e che basta una carotina per accontentarli.

 

Così, nei giorni e nelle notti di un tempo lontano, una strana diade percorreva eterei prati d’asfodeli pallidi e nasturzi sussiegosi, in quella pace che esiste solo nei vostri sonni e nei vostri sogni, bambini d’oggi e di un tempo che fu.

 

 

Ma vi sono anche notti senza luna, prati senza erba, uomini senza volto, bugie senza verità.

 

Anche se gli unicorni hanno la forza ferina dello zoccolo e della furia, il bianco accecante dello splendore del sole, anche se il loro corno è acuto ed invincibile, a volte, le pastoie e le briglie del tempo li legano in un lontanissimo passato o in un ancor più lontano futuro.

 

Allora venne per Arianna il tempo dei minotauri, bestie dal fiato umano, dal sudore umano, dalle mani umane. Dell’Arianna di un tempo rimase solo una ciocca di capelli, attorcigliata in un roveto.

 

Ma la giostra gira sempre, bambini, asciugatevi gli occhi e tirate su il moccolo.

 

Arianna trovò il suo cavaliere, nelle aule di Palazzo Altoviti, dove viveva. Indovinò il suo amore nascosto ed oscuro e lo contraccambiò.

 

Che coro noioso cantate, bambini cattivi e sciocchi. Ma è proprio vero che se Arianna amava il cavaliere, ne era contraccambiata?

 

L’amore indovina sempre l’amore, chi ama non può sbagliare e trova l’essere amato nelle viscere più profonde della terra, negli inferni più gelidi o roventi, nelle pieghe e nelle cicatrici più nascoste dell’anima. Perché l’amore è più forte della morte.

La forza della vita e del tempo era in Arianna. Ritrovò, nel suo vagare, il ricciolo rimasto sul rovo, e lo legò ai suoi capelli, assieme al profumo d’antichi erbai e rosai, al ricordo di un’innocenza mai perduta, eppure negata ed infranta.

Più grandi dei grandi segni d’amore, ancor più forti sono quelli appena accennati, quasi negati, che solo un’anima grande ed attenta può riconoscere, quand’anche ognuno li negasse.

Una carezza improvvisa, un batter di ciglia, uno sguardo intenso, un rossore ed un pallore, un gesto lieve di tenerezza e protezione non mentono, come le bocche sanno fare.

Ma il cavaliere negava a se stesso se stesso, la sua attrazione profonda per Arianna, la sua necessità e volontà e destino d’amare, per in senso di inadeguatezza, per superbia, per pavidità.

I cavalieri dovrebbero essere sempre prodi ed impavidi e le loro ferite segni gloriosi di combattimenti, persi o vinti che fossero.

Ma vi sono anche cicatrici e menomazioni di malattie vergognose, che conservano il fetore di lettucci pieni di macchie torbide ed escrementi, e lasciano tracce sul volto di febbriciattole persistenti, di pallide ed estenuanti convalescenze.

 

 

 

 

 

Voi, ora, bambini beneducati, intelligenti e colti, mi chiederete perché un cavaliere non debba recitare la sua parte nobile e prode, perché, con un bacio lieve, non risvegli i colori della vita da un grigiore di morte.

 

Ma i perché sono solo un alzar di ciglia, delle nuvolette vaghe nel cielo, che un po’ di vento trasporta oltre l’orizzonte.

Il cavaliere non amava la vita, e soprattutto la sua vita. Nelle sue stanze gli specchi erano coperti, ad evitare una vista che gli era penosa.

Solo la superbia inutile di un cadavere che vuol sembrare vivo lo faceva muovere, ma di un moto atonico, aritmico, abulico, come quello di un vecchio orologio dalla molla usurata.

Nella sua coscienza ormai gelata, in una trama infinita di gallerie, i vermi scavavano tunnel, senza direzione e scopo, in una materia già decomposta ed insensibile.

Alcuni, con pietà, commiseravano la sua follia. Ma può essere folle chi sceglie con lucidità perfida ed estrema le vie più piane e comode per una sua pretesa salvezza, condannando altri all’asprezza di vie aspre ed aride? 

È forse incosciente ed irresponsabile chi sa ingannare, con gelida maestria e per il proprio ignobile utile, le calde e candide attese di un’emozione intensa, di chi con amore vuol guarire, guarendo se stessa?

Ed Arianna non poteva non sapere, non poteva non vedere, perché ciò che si ama è il riflesso di un dio nello specchio della propria anima.

Un dio può essere anche crudele e, se è tale, è forse più amato, ma non si ama un Dio meschino.

Il cavaliere aveva il nome di un nume, l’etrusco Shetlan, il latino Silvanus.

Ma nello specchio della Villa dei Misteri, nella celebrazione degli arcani femminili, il suo volto riflesso apparve come quello del demone meridiano di una vegetazione secca e sterile, di un deserto infecondo.

Arianna poteva essere per lui colei che guida e guarisce, perché aveva messo da parte un gomitolo di filo d’argento che poteva fare uscire Shetlan dai labirinti torbidi della sua mente.  Conosceva bene, poi, l’arte di uccidere i minotauri in sé.

Ma Shetlan era un cavaliere pavido e fellone, Aveva terrore dei minotauri e non credeva che fossero poco più di piattole notturne, che la luce e la pulizia sconfiggono per sempre.

O, forse, aveva la coscienza che avendo accettata in sé la natura animale e gli impulsi nascosti dei minotauri, la loro sconfitta, la loro morte, sarebbe stata la sua stessa.

Arianna offriva a Shetlan primizie d’erbe e di fiori, lo accompagnava con pazienza nell’atrio buio dei suoi labirinti, ne tollerava la natura pavida, debole, bugiarda, ed ancor più i paraventi con cui credeva di nasconderla.

Ma il più atroce dei suoi paraventi era quello di voler vedere in Arianna l’immagine che aveva di sé stesso, il demone taurino che lo affascinava, lo attraeva, e di cui aveva orrore.

Arianna sperava che la virtù dei suoi semplici avesse il potere di trasformare il volto del demone meschino con quello del dio sorridente, che amava.

 E quasi un miracolo accadde, alla notte successe un sole un po’ oscuro, nato da un’alba un po’ tragica. Shetlan trovò la sua estate dopo un aprile velato. Un po’ di coraggio spillava dalla sua interiorità come gocce di vino prezioso da una botte vecchia di secoli, una sorgente accuratamente nascosta d’amore si esponeva finalmente alla luce.

Ma, con esso, ancora fecce e loto che Arianna decantava con pazienza infinita, ed ancora deliri d’antiche febbri, che Arianna accompagnava nella docilità della speranza.

Ma certi uomini sono come asini bendati che spingono in tondo una mola tutta la vita, credendo di fare molta strada. Se qualche illuso levasse loro la benda dagli occhi, non saprebbero vedere né casa né città, né madre né padre, né angeli laboriosi a spingere la loro stessa mola,

Nessuno è completamente buono o completamente cattivo. Ciascuno porta nel suo sacco la sofferenza. Ma chi non se ne fa un tesoro è un miserabile che ha sofferto invano.

Gli uomini non sono uguali, se non nella loro fragilità. I più sono vasi fabbricati con l’argilla e, quando si spezzano, sono gettati getta via.

Pochi sono stati creati di materia preziosa, di vetro ancora più fragile, che essendo stato creato con il soffio, se si spezza è ancora rimodellabile.

Il filo prezioso d’Arianna rimase così inutilizzato. Il coraggio e la bellezza d’amare furono negati, e respinti per pavidità. Lo scrigno prezioso non fu saccheggiato.

Shetlan non s’immerse nei meandri di Cnosso, né affrontò il suo minotauro, ma vagò a lungo per pianure ben coltivate a raccogliere cavoli e rape, brucando il suo cibo come le pecore.

Fu raccolto poi, e messo in una gabbia come un fringuello. Vi si trovo bene, facendo del suo pànico il suo paníco.

 

Ora, non una parola di più, bambini saggi e curiosi, sul cavaliere pavido e fellone. Fischiate e rumoreggiate se avete denti e fiato. Piangete, se siete buoni, o ridete, se usate mettere nel vaso del cuore il fiore della mente.

 

Arianna rimase sola sulla spiaggia della sua Naxos, ricercando la sua caverna di sabbia fine e lucente in cui rinchiudersi. Ma non per sempre.

 

Ecco, vi sono già due cavalieri sulla giostra di Palazzo Altoviti. S’inseguono eternamente, senza raggiungersi mai. Ma vi è ancora un cavallo scosso e vuoto, in attesa di un mago riluttante ed inefficiente.

 

In che cosa può entrarci, bambini, un ridicolo mago in una storia cosi commovente, così completa e complessa e triste?

Ben poco, certo, ma i maghi, che hanno risolto gli arcani, non si chiedono mai il perché.

Nelle soffitte di Palazzo Altoviti viveva da tanti anni, in un’affollatissima solitudine, un uomo cui si attribuivano poteri magici. Era glabro o aveva la barba bianca? Era giovane o vecchissimo?

I maghi hanno sempre la barba bianca e sono sempre vecchissimi perché hanno vissuto cento lunghissime vite, la propria e le altrui.

Chiudete gli occhi, bambini e dormite. Ai maghi non piace sentir narrare la propria storia, hanno ascoltato troppo quelle degli altri e le trovano troppo simili alle loro.

 

Virivin Titan era il nome del mago. Nella lingua degli angeli, il malakim, significa il vincitore. Non era considerato cattivo, ma si mormorava che la diffidenza è d’uopo: con certa gente; non si sa mai, è bene esser prudenti.

Cosa ci si può aspettare da chi vive in una vecchia soffitta, gelata in inverno e torrida d'estate, con un gufo, una civetta ed un coccodrillo?

E quali malie derivano da quegli alambicchi, quegli incensi e profumi, quelle candele, quegli arnesi da taglio e da punta, quei segni iscritti sui muri?

Ma tutto ciò era solo una raccolta di cianfrusaglie, strumenti ormai desueti, inutili, che il mago teneva solo in ricordo di un’apprendistato quasi dimenticato, per un vezzo d’ironico estetismo, o forse solo per la pigrizia di far pulizia.

Nella sua poltrona semisfasciata, ma comoda, ascoltava nella notte la fontanella del cortile del palazzo, che cambiava continuamente ritmo e voce, e chiacchierava come una coppia di comari.

Nelle stalle, calde di paglia e calore equino, i cavalli frinivano dormendo e sognando spazi e libertà mai avuti e forse mai visti.

Virivin vedeva, in un certo qual modo, ed udiva tutto intorno a sé. Vedeva i sonni agitati o profondi di padroni e servi, le insonnie tormentose causate da piccole questioni di denaro da restituire, da recuperare, o da malattie dolorose ed inquietanti, da desideri lubrici o innocenti.

In-tuiva i loro troppo rapidi coiti, come uno sfogo piacevole, ma distratto dalle mansioni dell’indomani, dai problemi troppo onerosi o pressanti. Ma anche la magia nuova e potente degli amori degli adolescenti, nascosti nelle stalle a scoprire la dolcezza bruciante, gioiosamente umana ed animale, dei reciproci sessi.

Virivin captava involontariamente i sogni notturni della piccola gente del quartiere, semplici sogni di parenti od amici scomparsi, di scomposizioni della realtà quotidiana, delle modeste cose della loro vita.

Raramente s’imbatteva in un sogno complesso, in percezioni nitide e simbolicamente astruse, ma la sensazione veniva da lontano, da un lontano indefinibile nello spazio e nel tempo, da persone o enti sconosciuti, e pur tuttavia affini e vibranti della sua stessa vibrazione.

Venivano in molti, umili o potenti, con il loro uguale mal di vivere, a domandargli miracoli, veleni o medicine, ad esporre candide attese e speranze, od oscure invidie ed ignobili interessi.

Virivin riceveva con riluttanza, a volte con noia, perché la verità e l’essenza della magia è troppo umile di fronte ai bisogni e al dolore degli uomini, troppo grande per le loro piccole menti.

Se avesse detto loro il gran segreto: va, vivi, soffri, sta nel tuo angolino o va al mercato, è uguale; non respingere il male e lo consumerai; tutto è vero e falso nel contempo; fa ciò che vuoi e non danneggiare alcuno, nessuno avrebbe compreso.

Allora dava, al suo lontano prossimo, polverine e segni, benedizioni e preghiere, che a volte risolvevano i problemi, qualche volta no. Ma chissà perché, quest’umanità dolente od arrogante ritornava sempre, con gli stessi identici, eterni, problemi.

Virivin ricorreva allora all’arte del Bagatto, che non mente mai, ma sa dosare la verità per donare speranza, reprimere l’arroganza o lenire gli infiniti mali.

Accettava con indifferenza il soldino della donnetta o la borsa d’oro del notabile, che donava poi, con altrettanta indifferenza, sapendo bene che è ben facile fare il male, ma difficilissimo, e forse inutile, fare il bene.

Per questa sua distratta e rara generosità lo credevano molto ricco o favoleggiavano che sapeva fare l’oro.

 Non aveva trovato mai nessuno che sapeva aprire le finestre sull’infinito, se non i suoi maestri, che aveva capito lentamente, con difficoltà, con tanta fatica e tempo, quando ormai erano oltre il velo che li copre agli occhi dei mortali.

A volte li ricordava commuovendosi, per un senso di colpa nei loro confronti, avendo compreso troppo tardi la grandezza del loro dono e del loro sacrificio.

Non si può donare conoscenza senza donare nello stesso tempo il sangue delle proprie mani, l’acqua ed il sale delle proprie lacrime, nella consapevolezza di una legge che impone che non si riceva mai niente in cambio di ciò che si dà se non, raramente, uno spontaneo dono d’amore e dedizione.

Ma ancor più subiva la pena della tristezza lieve ed assopita della sua solitudine, nata dalla sofisticazione prolungata di una sensibilità estrema, che lo separava irrimediabilmente dalle poche cose semplici e vere che danno gioia agli uomini.

A volte rivedeva, nel sogno o nell’illuminazione, il suo primo maestro, Zorobabel, che gli ripeteva;

La conoscenza dona sensibilità, la sensibilità genera dolore. Quanto più avrai potere, più soffrirai.”

Il potere può far piangere o ridere, placare un dolore o renderlo atroce, estrarre dal banale lo splendore nascosto. Può far parlare le pietre ed i vegetali, ridare forza e vigore a polveri inerti d’esperienze e vite morte e fargli pronunciare, ancora, le parole delle loro passioni.

Ma il potere non doma gli uragani, non lenisce un mal di denti, non fa danzare una miriade di spiritelli sulla cruna di un ago.

Il potere naviga su mondi diversi e lontani dalle nostre vicissitudini, osserva, comprende e compatisce quando può.

Virivin non era sempre stato un mago.

Nella sua adolescenza, assieme a Giovanni Pieroni, astrologo, ed a Giovanni Battista Sennio, matematico e alchimista, pessimi soggetti e cattivi maestri, aveva tentato l’avventura nelle bande del colonnello Giulio Deodati, che aveva seguito le sorti del generale Walleinstein, nella guerra dei trent’anni.

Giovanni gli parlava spesso di transiti e sinastrie, ma Virivin se ne tediava ed era indifferente al suo cielo di nascita, che il compagno voleva descrivergli:

 

Per primum conjunctionem magnam Saturni et Jovis in domo prima. Per secondo Mercurium et Solem in domo settima angulari; terzo il Sole in puncto cardinali aequinictii autumnalis; quarto Martem elevatissimo ed in compagnia del Sole…

 

La squadra ed il compasso del Sennio non lo interessava, nei suoi complessi grafici e calcoli, né, tantomeno, i suoi incomprensibili libercoli, unti d’osteria e macchiati di vino e di birra.

La giovinezza, il vigore, il coraggio, gli avevano fatto credere che il suo destino fosse quello della guerra, assieme ai lanzi archibusieri tedeschi ed alle lancie spezzate italiane del Deodati.

Nell’estate, l’esaltazione delle battaglie, il rombo dei cannoni e l’incrociarsi sanguinoso degli acciai, l’accecava, nella superbia spavalda di ripetute vittorie.

Negli acquartieramenti d’inverno il cameratismo rozzo da maschi in guerra lo rincuorava, fra sbronze immani ed avventure da quattro soldi.

Ma fu la battaglia di Lutzen che segno i suoi fati. Fu una battaglia anomala, combattuta d’inverno quando gli eserciti si riposavano.

Wallenstein commise un errore fatale, credendo che re Gustavo II di Svezia non l’avrebbe attaccato ed indebolì il suo esercito.

Gustavo attaccò e per quanto la battaglia non fu né vinta né persa da nessuno, la carneficina fu immensa. L’esercito si sbandò in piccoli gruppi che si spersero nel gelo e nella neve dell’inverno, mettendo a sacco le campagne per sopravvivere, ma soprattutto per cupidigia e violenza.

Virivin seguiva Giovanni, Giovan Battista ed i tre lanzi cui si erano uniti, nella scorreria.

Vi erano inquietanti fuochi lontani d’incendio, nella pianura gelata, ma Virivin spasimava solo per una coperta accanto al camino, per un po’ pane e lardo, una caraffa di vino ed un lungo sonno d’oblio.

Ma nella capanna di contadini che trovarono all’improvviso vi era solo freddo, fame e sguardi, inquieti ed impauriti come quelli dei maiali prima della mattanza.

Ma non vi è miseria maggiore di chi vuol trar vantaggio dalla povertà.

I lanzi sospesero per le braccia il capofamiglia alla trave del tetto, e gli accesero un fuoco sotto i piedi, punzecchiandolo con i pugnali e bestemmiando antiche bestemmie in alto-tedesco, per estorcergli il nascondiglio dei suoi tesori.

Giovanni e Gianbattista, indignandosi per le poche grazie delle donne presenti, le irridevano, e le minacciavano di sevizie troppo ben conosciute. Scelsero poi, gettandola sul pavimento, una ragazzetta magra ed acerba, irrigidita e ferma per il terrore, e le aprirono le gambe, scoprendole un’addome bianchissimo, con delle vene bluastre a fior di pelle, calandosi le brache di fronte ad un sesso quasi glabro, con pochi peli biondastri, ancora chiuso nella sua vergogna.

Virivin sentiva un’onda violentissima di rabbia, pena ed orrore salirgli dal coggige all’ipotalamo, assieme alla nausea di un’improvvisa ed incontenibile erezione.

Si scaglio con il pugnale su Giovanni, riuscendo ad infliggerli una ferita alla scapola destra, ma ricevette sulla nuca un forte colpo dal calcio di un archibugio, perdendo i sensi.

Quando si svegliò, supino sulla neve, un bagliore immenso riempiva l’orizzonte, ed un calore intenso gli strinava i capelli. La capanna bruciava, mentre un piccolo drappello di demoni urlanti ed ubriachi danzavano una sorta di danza pirrica attorno all’incendio.

Virivin fuggi, annaspando nella neve alta, senza più una coscienza che non fosse quella brutale di un animale che vuole sopravvivere.

 

Vi siete svegliati, vecchi bambini? Piacciano anche a voi, come a tutti, le storie violente e morbose, magari per dimostrare virtuosamente indignazione?

Cari bambini grandi, voi maschietti, non lo avete, forse, l’istinto della violenza, della volontà perversa di umiliare brutalmente, di ignorare negare, disprezzare ciò che vi incatena e cattura, che vi fa profondamente paura?

 

È stato virtuoso Virivin? Nessuno è innocente. Forse fu solo una sensibilità innata o, più probabilmente, la sua giovane età, a farlo fuggire. Se avesse avuto qualche tempo in più di guerra e di cicatrici, forse avrebbe partecipato della mensa apparecchiata.

Fu così che i furori bellici di Virivin si estinsero. Ritornò nella sua città natia, a portar legna e vuotar pitali nelle aule di Palazzo Altoviti.

Ma forse la carta del cielo di Virivin, che Giovanni aveva stilato, aveva in sé qualche traccia di verità.

Per quanto vivesse la vita umile e povera del servo, Virivin cresceva. Il quartiere lo vedeva attivo, sorridente, sempre pronto alla risposta acuta e pungente, cordiale e premuroso verso tutti, poco ossequioso e mai servile con i padroni, che ne intuivano la celia a volte feroce, sotto una correttezza formale ed irreprensibile.

Per quanto non tollerasse la volgarità becera del suo popolo, nascondeva la sua indignazione sotto un mantello d’estrema ed eccentrica malizia, con un sorriso irridente e benevolo assieme, con un’acrobazia delle parole che ispirava una moderata diffidenza, quasi sempre superata dalla simpatia istintiva che ispirava, forse fraudolentemente indotta, ma che ciascuno, coscientemente, si faceva estorcere.

Amava più la compagnia delle donne che quella degli uomini, perché da loro si sentiva più profondamente compreso ed apprezzato.

Anche le donne lo adoravano, perché ne intuivano, sotto il vigore e la forza delle sue mani e della sua gioventù, una delicatezza estrema, una tenerezza materna e femminile che le incuriosiva e le attirava. Qualità rare in un uomo, nate da una segnatura di pena ed orrore, in una notte di gelo e di fuoco.

Non cercava l’amore, perché lo riceveva spesso, senza mai rifiutarlo. E credeva di amare sempre, con innocenza ed ingenuità.

Ma venne poi, molto più tardi, l’ora terribile in cui il paffuto puttino che scaglia distrattamente le sue frecce gli rivelò il suo vero volto di demone, l’ora dell’inadeguatezza e della separazione senza speranza, dell’incompletezza definitiva, della gelosia devastante, forse perché non esistono amori felici, nel dualismo dividente di un’universo materico.

Venne il tempo che Virivin fu ritenuto troppo particolare per essere sprecato nelle sue funzioni di vuotacessi, e fu elevato alla condizione di buffone della piccola corte marchionale di Palazzo Altoviti.

Chi non gode a esser preso sapientemente per le terga troppo opime? Il matto non offende quando dice la verità, la sua stessa natura lo preserva dall’ira.

E poi, in fondo, le verità sgradevoli non le consideriamo mai rivolte a noi. Se il matto ti dice: “letame” intende naturalmente, con uno strizzar d’occhi, che le fogne sono sempre quelle altrui.

Virivin si specializzò nella sua professione di buffone, diventando poeta. Vi è un limite ben sottile fra il poeta ed il mago. Aggiungi ad una scelta sublime di parole banali un gesto ieratico ed il gioco è fatto. Oplà. E senza rete.

 

Non sappiamo bene, bambini vivaci ed ormai poco attenti, quali furono i maestri di magia di Virivin. Su certe cose “più che parlar tacere è bello”. I maghi sono riservati e possono esser pericolosi.

 

Ma gli anni passavano ed i buffoni passavano di moda. Virivin fu dimenticato dai figli dei suoi padroni, che pure lo ospitavano nelle soffitte del Palazzo e giorno e sera gli facevano portare il pane ed il vino.

 

Voi avete la televisione bambini viziati, e la vostra pappa insipida e vitaminizzata ve la imboccano ogni giorno senza sforzo, Avete la tecnica, bambini sapienti, che cosa ve ne fareste della visione e dell’estasi?

Una volta solo i maghi avevano la loro televisione interiore, di cui erano attori e registi, in realtà gradienti ed infinite che nemmeno i fisici da premio Nobel saprebbero immaginare.

 

Virivin aveva sempre trovato più gradevole il vegliare la notte che affannarsi di giorno. Ma la notte è spesso monotona nel suo silenzio e, nell’imperfezione dell’universo, anche osservare l’infinito può, a lungo andare, esser noioso.

Virivin riiniziò a girovagare per le strade degli uomini, a cercare le tracce visibili e materiche delle sue visioni.

Ma non trovava più le facce sorridenti e miserabili della sua giovinezza, le grida armoniche degli ortolani e dei rivenduglioli, le braccia forti e piene delle fornaie, i volti gravi e le parole aggraziate degli artigiani.

Il popolo era scomparso, vi era solo gente.

Il senso estremo della sua solitudine era al culmine. A chi avrebbe consegnato la bugia eterna che illumina la notte dell’uomo verso il suo sonno ed il suo oblio? Chi avrebbe letto le sue pergamene maltracciate, illeggibili ai dotti ed ai sapienti?

Ma una forza lo traeva dalle strade, verso il suo stesso palazzo, in cui un’accumularsi di stelle annunziava un’evento, un nuovo incomprensibile progetto degli dei.

Anche Arianna e Shetlan abitavano lo stesso palazzo di Virivin. Ma non erano, prima del loro incontro effimero, che calamite inerti, invisibili agli occhi di Virivin.

 

Bambini che sapete tutto: da dove viene il vento? Perché cantano gli uccelli? Perché si susseguono le stagioni? Me lo spiegherete bene, voi che avete studiato. Ma saprete dirmi perché, dopo le vostre spiegazioni, io vi rivolgerò le stesse domande?

 

I maghi sono pericolosi perché sognano il bene quando ognuno ama il suo male.

Come potrebbero gli uomini lamentarsi, considerarsi, apprezzarsi, esaltarsi, commiserarsi, illudersi d’essere persone e non animali o fantasmi senza il loro beneamato male?

Il bene è troppo semplice ed umile per la nostra razza. Eppure, per la felicità basterebbe ben poco, “un libro in un’angolino, una donna (od un uomo) sopra il cuscino, pane e vino sotto il camino” Ma c’è un’inghippo. Dammi questo ed il pensiero mi darà tutto il resto. Se non c’è pensiero, il possesso di tutto il mondo non mi basterà.

Il pensiero riunì le tre componenti del mondo. Sale, Zolfo e Mercurio, l’Amato, l’Amante e l’Amoroso.

Virivin, Shetland ed Arianna vivevano lo stesso tetto ma non si erano mai incontrati; celate, sottili e silenti alchimie saturnie e mercuriali li riunirono poi, senza mai unificarli.

Ognuno rimase sull’orlo del suo abisso binario, nella sua camera segreta, nella sua solitudine, dove ogni armonia lentamente si cheta, dove ogni cielo ritorna dolcemente sereno e vuoto.

Abbiate pazienza, bambini inquieti e saputelli; non domandate di più. La giostra ha ora trovato il suo ritmo e corre rapida, sonora nella sua marcetta festosa e un po’ tronfia.

Il cavaliere, la fanciulla ed il mago hanno trovato la loro essenza legnosa di marionette simboliche ed insensibili, su dei cavalli di cartapesta che s’inseguono senza mai raggiungersi. Ma non per sempre.

 

Palazzo Altoviti è ritornato ai suoi massonici sogni, razionali e severi. I Fratelli squadrano il tempio, dando la Parola, il Segno ed il Gesto. Ma vi è sempre un fuoco nella loro mente, una luce nel loro cuore.

La storia delle giostra è la loro stessa storia, il paradigma segreto e silente dell’Intelletto che intuisce senza cercare un senso, della ragione che analizza, cercando eternamente un senso inafferrabile e, comunque, inutile.