LA FIABA DI ALMITRA

 

 

(Il mattino o della meraviglia)

 

 

L’ape vola sul basilico,ondeggia titubante, atterra sulla bocca del fiore e comincia a muoversi con delicatezza.

Un’ombra minuscola si imprime sulla foglia sottostante e vaga col volo di lei, circolarmente.

Breve il tempo su quel pozzo,una decisa virata,ecco l’ape sul fiore della menta.

Si immerge e si alza,spandendo impercettibili ondate di polline.

Il disco del sole ha appena oltrepassato il filare delle viti e si incammina verso le foglie degli ulivi.

Alza il braccio la bambina per misurare l’altezza del sole all’orizzonte: il suo braccio levato è la misura.

Il gelsomino comincia a olezzare e sarà così fino a tarda sera.

Almitra socchiude gli occhi e segue attentamente le operazioni dell’ape che si è frapposta fra lei e la luce, facendo scudo agli occhi con la mano.

La mano diventa diafana contro il sole, sottilissimi fiumiciattoli rossi la percorrono internamente, brilla il contorno delle dita, le unghie diventano opache mezzelune, la peluria sul dorso è un campo di grano mietuto e le efelidi si disperdono nella luce.

Posa in grembo la mano Almitra e la mano torna quella di sempre mentre la danza dell’ape ha lasciato la menta ed il basilico.

Il canestrello è pieno di umore dolciastro, diventa pesante il volo dell’ape che si perde fra le foglie dell’acacia.

Lungo le righe blu del suo grembiule, la bimba osserva l’andare zigzagante di una coccinella gialla: si ferma e le zampine strofinano un invisibile naso, poi tornano a correre sulla trama spessa del cotone. Improvvise, due alucce splendenti compaiono dal dorso per un volo di un attimo; si richiudono e scompaiono e tornano le zampette a calpestare il tessuto.

Almitra sposta con circospezione un dito in direzione del presunto percorso della coccinella per sentire quei piccoli passi su di sé e prova quel calpestio sull’epidermide quando la leggerissima creatura si incammina sull’unghia e su su verso il palmo, ove produce un trasparente solletico.

Basta un inconsistente movimento della mano per produrre la fuga della coccinella e Almitra la guarda volare frenetica e silenziosa.

Le resta sul palmo un formicolio giallo.

Dalle fronde dell’acacia gocciola il canto delle creature dell’aria, che dialogano e monologano invisibili tra le foglie.

Si avvertono scricchiolii nel sottobosco e certamente le lucertole guizzano rapide da un nascondiglio all’altro.

Cigola un ramo spezzato del ciliegio al soffio del vento.

Come ogni mattina dell’estate Almitra si è svegliata in preda all’entusiasmo.

Ha visto la striscia di luce sotto la porta della camera e l’ha inseguita.

Quasi fosse un serpente la striscia si snoda, a ritroso, dalla sua camera al corridoio e da lì si allarga sul pavimento di un salone, circumnaviga le zampe faccia-di-leone del tavolo e si dirige senza esitazioni alla porta del balcone. Si insinua sotto il legno smangiucchiato dal tempo e ristuccato e si effonde giubilante sul balcone da dove rotea vitale sul giardino e da lì si perde, sfrenata, fra le viti e gli uliveti, fra le rose e i gelsomini.

Al suo seguito si svolge la vita della bimba, che vagola tra i vasi di gerani e la siepe del gelsomino, accogliendo su di sé la brezza fredda della mattina e la pelle diventa irta di crateri.

Calpesta la ghiaia del vialetto e sogguarda il fico: lassù, tra quelle fronde, sorgerà la sua casa arborea.

Ancora passi, e la ghiaia accompagna il suo andare coi luccichii dei sassolini più brillanti e la musica del suo cuore di pietra.

Sotto il cachi si sofferma ad osservare due uccellini che si inseguonoe si becchettano, gridano, volteggiano, si affrontano, si separano.

E’ scesa nell’orticello.

La sediola l’aspetta coi profumi delle piante officinali, sotto l’ombrello delle acacie e la grande presenza del ciliegio.

Lievi gli odori la accolgono.

Dopo correrà, dopo sciamerà coi cugini e le amiche, dopo vivrà le avventure della selva e del frutteto, dopo- in processione- seguirà i rituali della famiglia.

Adesso silenziosamente annusa ciò che si deve annusare, osserva ciò che si deve osservare.

E’ l’ape che attinge, è la coccinella, è il sole che trapassa la sua mano, la fronda dell’acacia, la lucertola nascosta, la voce degli uccelli.

 

 

(Il pomeriggio o della passione)

 

 

Cade il libro nel suo grembo.

Gli occhi si son stancati di seguire e la mente di decodificare.

Inutile cercare di distrarsi.

E’ sempre lì,costante, ineluttabile, presente.

Non è solo Lei, è il mondo intero, è il suo io – con - Lei. E’ il mare e la terra e il cielo.

E’ il suo proprio cuore che è diventato il Suo prato, il suo proprio corpo che è diventato il Suo albergo, la sua propria mente che ragiona con Lei, anticipa le Sue frasi, conclude i Suoi ragionamenti.

La Tigre.

 

Almitra correva nei giorni, lunghi di attese e dilatati di entusiasmi e caldi di aspettative.

Arcobaleno ammiccante, illusorio orizzonte.

Nelle caverne si aggirava la Tigre. Silenziosa e famelica  

 

Il solstizio d’estate irruppe con il suo fulgente, divorante fuoco sui passi di Almitra, accecante specchio,  infinito giorno.

Poi il giorno si fece più breve e più lunga la notte.

E dalle caverne della sua interiorità cominciò a udirsi il latrato della bestia,che urlava la sua fame.

Era il pianto della bimba tradita, della moglie tradita, della donna tradita.

Erano le attese disattese, chiome di alberi spezzate dal vento.

Era un infinito vuoto che gridava la sua vacuità, accompagnato dal gemito di antichi e novelli bisogni.

La bestia, la Tigre affamata, aveva assunto le sembianze dell’Uomo.

E Almitra dall’Uomo cercò nutrimento.

Brevi  eternità di luce le furono regalate e poi negate.

E la fame si sommò alla fame.

 

Almitra sa combattere, non dispera di sconfiggere la Tigre.

Sa scendere nella tana ove abita la bestia, guardare gli occhi terribili di Lei e ingaggiare il duello.

E’ soltanto stanca.

Stanca di lunghi, torridi giorni che la depauperano, del languore increscioso che sopraggiunge ,sapido di sconfitta, dopo lo scontro con la fiera che se ne va per poi tornare.

 

Il cielo è di un turchino dorato,fermo il disco del sole sulla bionda sommità delle piante.

Vagano operose le api , leggiadre volteggiano le coccinelle, effonde il suo alito la menta,

si sgolano gli usignoli e danzano le rondini, scorrazzano le lucertole: è un mondo a sé, non la permea né la distrae.

 

Fu tutto un fluire

       

 

(la sera o del riposo)

 

 

La luna percorre il suo tracciato.

Nel giardino di Almitra il fascio di luce non disegna più arabeschi attraverso le foglie di acacia, né più il ciliegio interrompe coi suoi rami resinosi il pallido percorso.

Solo il fico e la sua erigenda casa si frappongono fra terra e cielo e morbida trina cerulea colata dall’alto veste instabile le radici dell’albero.

Leggero vento mescola i profumi delle piante officinali in un canestro verde , il gelsomino respira nella notte e le rose attendono il conforto della rugiada.

Trema l’aria piena di grilli e zanzare e pipistrelli.

Grigie, argentee, soffici, spugnose, rapide alcune pigre altre, tante e inconsistenti, le nubi camminano nel cielo.

Si formano e si disfano sotto lo sguardo di Almitra come giardini di sabbie colorate, come infiorati percorsi processionali, come tutto ciò che nella vita ci occorre di fare e ci occorre di veder scomparire.

La mano che apre il palmo a ricevere il colore della luna senza stringere è diafana, percorsa da vene azzurrine, macchiata dal tempo.

Mano che ha raccolto e sparso e indicato e annuito e punito, mano che ha sfogliato la conoscenza e fermato le emozioni su gracili fogli di carta, che ha accarezzato il corpo dell’uomo, che ha curato ferite, che ha chiamato a sé, che ha rifiutato, mano che ha stretto altre mani, mano stretta sul cuore, mano levata al cielo, mano che ha negato, mano che ha accettato.

Mano nella notte irrorata di luce.

 

Il crogiolo del tempo, indefesso ineluttabile generoso e feroce, ha decantato la vita.

 

Il mare respira con morbidi flutti, adesso, e la spuma sullo scoglio si sposa alla terra, il sale piange con dolcezza fra le ammorbidite pieghe della roccia che ha aperto il suo ventre all’acqua.

Acqua che fu assalto di cavalli marini e paura e misteriosa attesa. Acqua negata e cercata. Acqua che scivola senza rumore e si fa strada scavando nella carne.

Spruzzi che cantano la nenia delle sirene.

Chiome di onde nate lontano e venute qui a sciogliere i capelli inanellati.

Alghe e conchiglie trovano asilo tra le braccia della rupestre riva.

 

La terra ha seguito il ritmo delle stagioni.

La primavera spaccò il gelido involucro che addormenta la passione e rivestì di verde peluria le guance dei prati, ammorbidì le ombre, ingentilì i giardini, donò colori e profumi e gonfiò il petto degli uccelli di canore armonie.

E sopraggiunse l’estate con la sua violenta libertà.

Il corpo che anela alla nudità, il sudore che emerge dalla profondità più celata per farsi stella splendente e colare in minuscoli rivi.

E l’intenso canto della cicala e il mormorio del grillo.

E la zanzara nella notte e la mosca nella calura pomeridiana.

E il pianto del prato al mattino, perduta la rugiada della notte, e il suo docile adattarsi al mezzodì infuocato e il suo canto alla sera, quando le prime umidità annunciano la frescura.

Il grano non ondeggia più spargendo oro tra il rosso dei papaveri, secchi gambi tagliati rivestono il campo.

Le ciliegie attirano i passeri, il fico è circondato da sciami di vespe.

Viene l’autunno. Lentamente si allungano le ombre.

L’umidità incorporata dal cielo che succhiò la linfa terrestre punisce la terra incolpevole aprendo le sue cateratte, mentre la vite generosamente dona il suo ristoro.

Si prepara la terra al grande sonno. Che viene,con l’inverno.

 

Almitra guarda la luna. Ascolta il suo parlare.

Nell’impalpabile spessore che la separa dalla consistenza di lei incontra la diafana avventura della propria esistenza e la stringe a sé, nel proprio grembo.

Cordone ombelicale reciso da incolmabili abbandoni e utero che generò e giardino di delizie.

Si china lieve il capo di Almitra, quasi un inchino, sotto il peso della notte d’argento e dolce il sonno sopraggiunge, sereno.

 

 

                                                                    (la notte o…)

 

 

E cosa accade nel cielo stasera?

E’ turgida la luna, composte nell’eterno ordine le stelle, trasparenti si muovono le nubi ubbidienti al dettato di un tacito vento.

Da molto lontano sopraggiunge la vastità della notte e il suo mantello si china a raccogliere la luce di Almitra.

Esperti gesti inglobano le scintille affinché niente vada perso e premurosamente ripiegano i lembi.

Ecco che quel breve luccichio, protetto ed accudito, si invola.

Palpitio orchestrato di voci inudibili trema fra terra e cielo.

Piangono di commozione le foglie del fico e per un attimo, un istante soltanto, compare -per scomparire immediatamente -una piccola casa fra i suoi rami.

 

Emilia.