Introduzione all’alchimia
di Antonio D’Alonzo
È difficile stabilire con precisione le
origini dell’alchimia, le cui indagini spaziano dalla ricerca della longevità
alla produzione dell’Elisir dell’immortalità, alla trasmutazione dei metalli.
Anzitutto, forse sarebbe preferibile discernere l’esistenza di molteplici
alchimie, piuttosto che limitare l’analisi alla petizione di una radice
generica. La rilevazione della possibilità di un’identità dottrinale alchemica, sembrerebbe rinviare all’idea
duméziliana dell’esistenza di una
struttura concettuale, piuttosto che a quella di un archetipo
.metatemporale. Ovvero alle “somiglianze di famiglie” tra le varie alchimie
culturalmente localizzate. Ovviamente nulla ostacola la possibilità di
postulare- data l’unità della cultura umana – una ramificazione monogenetica
dell’alchimia, a partire da una dottrina originale diffusa da un’area
principale a quelle limitrofe (considerazioni analoghe, ancorché piuttosto
inverosimili, possono essere fatte per molte scoperte umane come ad esempio
l’agricoltura[1] ). Tuttavia,
anche in quest’ultimo caso, si tratterebbe pur sempre dell’effetto prodotto da
una diffusione storico-culturale e non del rimando ad una dimensione
atemporale, all’interno della quale si conserverebbe la purezza primordiale
della dottrina alchemica. Oltretutto- e
non solamente in questo caso – l’universalità degli archetipi è fortemente
messa in discussione dalla critica storiografica: resta tutta da dimostrare
l’esistenza di ritualità assimilabili alle pratiche alchemiche presso le
culture c.d. “primitive” [2].
Per tutti questi motivi- pur non disconoscendo il vantaggio e la possibilità di
effettuare delle corrette generalizzazioni all’interno delle “famiglie”
alchemiche – riteniamo preferibile accompagnare il sostantivo “alchimia” al
corrispettivo aggettivo che ne designa la localizzazione spaziale e culturale (es. : alchimia cinese;
alchimia islamica, ecc.).
La
derivazione del sostantivo dalla radice chem non ha ancora ottenuto una
spiegazione accettabile; da notare che in molti testi cinesi, indiani, greci,
essa era indicata semplicemente come “Arte” o “trasmutazione”.
Contrariamente a quanto teorizzato dagli storici della scienza, è riduttivo
definire l’alchimia come una protochimica. L’alchimia consta di una parte materiale
e di una spirituale. Sebbene in questi ultimi tempi, siano apparse
divulgazioni pseudoscientifiche (“dottrinali”) tese a rivendicare il primato
delle applicazioni materiali, è plausibile sostenere il contrario. L’alchimia,
in altri termini, sarebbe una disciplina eminentemente spirituale, le cui
applicazioni si limiterebbero a simboleggiare ritualmente il processo del
perfezionamento interiore. Il laboratorio dell’alchimista non sarebbe altro che
una segreta allegoria del percorso di autoperfezionamento gnostico: anche
quando questi opera empiricamente, riproduce- consapevolmente o meno – la
parabola del viaggio interiore del Sé.
La prova di questa subordinazione empirica alla trasposizione
spirituale, è data dallo scarso interesse, mostrato dagli stessi alchimisti,
verso i risultati dei loro esperimenti. Sherwood Taylor ricorda, come nei
trattati alchemici, lo zolfo acquisti importanza quasi esclusivamente in virtù
della sua azione sui metalli. Eliade, nel suo Forgerons et alchimistes,
sostiene che gli alchimisti greci mostravano un’incomprensibile disinteresse
verso i fenomeni chimici, prodotti nel corso dei loro esperimenti[3]:
questo, avveniva all’interno di una cultura ellenica, il cui pensiero
speculativo aveva mosso i primi passi proprio dall’osservazione della natura.
Ciò dimostra come la prassi “chimica” sia stata, da sempre, destinata alla
risoluzione allegorica nella dimensione metafisica, e come l’alchimia rientri a
pieno titolo nel campo dell’esoterologia, lo studio scientifico dell’esoterismo
su basi storiche o antropologiche[4].
A corollario di quanto sostenevamo riguardo la preferenza concessa alla
rilevazione di differenziazioni culturali inerenti alle molteplici tradizioni
alchemiche- in luogo del generico appiattimento sul postulato di una petitio
principi o, ancor più nell’astrazione “ideologica” di un esanime concetto
svuotato dei fertili predicati storico-culturali- possiamo constatare come le
finalità alchemiche acquistino una
differente valenza nelle diverse civiltà ( In termini duméziliani: come
all’interno del quadro ideologico alchemico comune attecchiscano le
differenze culturali interne ed inerenti alla rilevazioni dei differenti campi
ideologici ). Prendiamo un esempio tipico. In tutte le tradizioni
alchemiche si riscontrano numerosi miti sull’esistenza di piante, alberi, o
fiori, in grado di conferire la longevità, di ridare la giovinezza perduta e
addirittura di regalare l’immortalità. Tuttavia, una volta accertata la
plausibilità di questo sostrato comune, si può constatare come questo mito
acquisti una particolare importanza all’interno della cultura cinese, da sempre
tradizionalmente interessata alla produzione di un sintomatico elisir, capace
di rendere immortale colui che se ne nutre. Ovviamente non
mancano anche in Occidente narrazioni delle gesta compiute da personaggi
leggendari, la cui straordinaria longevità ha finito per interessare anche la
letteratura ed il cinema. Si pensi ad esempio al misterioso conte di
Saint-Germain, o a Giuseppe Balsamo alias Cagliostro, o al fantomatico
Fulcanelli, per non parlare di Nicolas Flamel e di sua moglie Pernelle.
Tuttavia, in Occidente gli alchimisti sono sempre stati maggiormente
interessati alla trasmutazione dei metalli in oro (operazione preminentemente
intesa in senso allegorico). Viceversa, l’alchimia, come dottrina iniziatica,
conserva sempre il suo carattere di segretezza, a tutte le latitudini. Una
leggenda tramanda di come il più antico testo ellenistico Physikē kai
mystikē (200 a.C.) fosse stato nascosto nella colonna di un tempio
egizio. Nella tradizione brahmanica, Śiva si rifiuta di rivelare il
segreto dell’alchimia addirittura ad una dea; mentre il più antico alchimista
cinese Ko Hung (260-340 d.C.), ricorda come la segretezza sia essenziale per le
“ricette”. Nel Rosarium philosophorum si avverte il lettore che questa
conoscenza deve essere per “via mistica” come le poesie e le fiabe. Una volta
bevuto l’elisir che rende immortali (hsien), l’adepto – secondo Ko Hung
– deve continuare a mescolarsi con i mortali, evitando di rivelare il proprio
segreto[5].
L’appello al segreto, del resto, porta con sé la necessità di richiamarsi ad un
linguaggio fortemente allegorico, per cui, molte pratiche “operative” non
sarebbero altro che metafore del cambiamento interiore e spirituale
dell’alchimista. Metafore proibite, attraverso le quali potenziare
l’autocoscienza dell’adepto. Paradossalmente, un esoterista come René Guénon si rifiuterebbe di attribuire all’alchimia
“spirituale” un’impronta così prettamente spirituale, limitandone i contenuti
al primo livello di perfezionamento interiore, da lui definito “psichico”.
Al contrario per Carl Gustav Jung lo psichico coincide da sempre con lo
spirituale (ricordiamo che nel perennialismo guénoniano quest’ultimo termine va
inteso nel senso proprio di “realizzazione metafisica”, e non semplice come
“autocoscienza” o “sentimento oceanico”). L’importanza dell’alchimia per Jung
risiede nel suo essere una sorta di “proto-psicoanalisi” e di realizzare con
altri mezzi – mediante l’apparato simbolico – il Sé, il principium
individuationis, strutturato attraverso l’esplorazione integrativa dell’Io
nell’Es. L’alchimia, dunque per Jung, sarebbe una sorta di antica “tecnica dell’anima”. Attraverso
questa chiave interpretativa acquista particolare rilevanza l’immagine del
laboratorio come metafora della personalità, attraverso cui ottenere la
trasmutazione ( principio d’individuazione) del metallo (Io) nell’oro (Sé).
D’altro canto presso molte culture tradizionaliste assume una certa importanza
l’idea che l’alchimia sia in qualche maniera riconducibile ad una pratica
ostetrica. La Madre Terra – venerata essenzialmente nelle civiltà che hanno
conosciuto la coltivazione dei cereali- partorisce dal proprio grembo l’oro,
qualora non la si ostacoli o disturbi. Caso in cui, essa si trova costretta ad
abortire altre varietà di metalli impuri, mentre in realtà soltanto l’oro è da
considerare come il figlio legittimo della Madre Terra. In questa chiave di
lettura, l’alchimista deve completare l’azione interrotta della Natura. Nell’Alchimist
(1610) di Ben Jonson è espressa chiaramente quest’identificazione
dell’alchimista con l’ostetrico. Per Simone da Colonia la trasmutazione/parto
della Natura deve essere aiutata da uno specifico Elisir, il quale versato sui
metalli imperfetti, conduce alla loro completa raffinazione e perfezione[6].
Lo stesso Elisir, una volta bevuto, assicura la giovinezza e prolunga la vita
di molti secoli, donando, in certi casi, addirittura l’immortalità. È anche
probabile che la spinta propulsiva del processo che porta alla genesi della
chimica moderna possa essere ricercata nello slancio prometeico degli
alchimisti, inevitabilmente teso al potenziamento della creatività umana.
Secondo Eliade, l’alchimia è in fondo un’escatologia “naturale” orientata verso
il riscatto della natura, il dominio del tempo, il perfezionamento dell’opera
di Dio. Ideali, che avrebbero trovato la loro giusta realizzazione nella
secolarizzata civiltà industriale. Esisterebbe, quindi, per lo studioso rumeno,
un filo rosso che unisce l’alchimia alla tecnica. Secondo Eliade quindi la
“corruzione” sarebbe dipesa dal promoteismo originario degli stessi alchimisti:
un’interpretazione, a nostro avviso, preferibile a quella che indovina nella
dissoluzione dell’alchimia spirituale un
ineluttabile “segno dei tempi”, generato da una ferrea legge cosmologica. Si tratta della famosa
interpretazione di Heidegger sul padroneggiamento della natura come destino
della metafisica[7].
In
Occidente ai tempi di Keplero, Newton e Descartes circolavano una grande
quantità di testi alchemici (lo stesso Newton attinse a piene mani da questi
documenti per elaborare le sue teorie). Con la Riforma e con la Rivoluzione
Industriale si produsse tuttavia l’eclissi di queste ricerche: il modello
meccanicistico soppiantò la cosmologia qualitativa degli alchimisti.
L’interesse degli stessi scienziati del XVII secolo era focalizzato sulle
dinamiche della trasformazione, da osservare in laboratorio: la mutazione del
bruco in farfalla. Gli scienziati del seicento adottavano gli stessi metodi
usati, a suo tempo, dagli alchimisti nei confronti della fisica aristotelica.
Quest’ultima, ritenuta insoddisfacente, veniva integrata con nozioni attinte
dallo Stoicismo e dall’Ermetismo; allo stesso maniera, gli scienziati
accogliendo parzialmente gli assunti alchemici ne avvaloravano le dinamiche
“sperimentali” attraverso l’irrobustimento teoretico fornito dalla fisica newtoniana.
Ovviamente, sparivano le tracce degli elementi peculiari dell’Arte, come,
ad esempio, la pietra filosofale capace di garantire- una volta trovata- la
trasmutazione in oro del vile metallo. Del resto, la formazione di questa
ipotetica pietra era tutt’altro che semplice. Thomas Norton, un alchimista
inglese del XV secolo nel suo Ordinall of Alchemy descrive le
difficoltà- e la conseguente frustrazione intrinseca- alla ricerca. È molto
probabile, naturalmente, che anche la pietra filosofale non fosse altro che una
trasposizione allegorica della trasformazione interiore realizzata dall’adepto;
tuttavia essa era anche qualcosa di più di un simbolo. Al contrario, la pietra
filosofale costituiva l’oggetto di un’accanita ricerca sperimentale condotta
all’interno dei laboratori alchemici. La sua realizzazione era assicurata dal
conseguimento e dal superamento di quello stadio, indicato dagli alchimisti,
come fase “rossa”, preceduto in ordine decrescente da una fase “bianca”
e una “nera”. Quest’ultima doveva essere intesa come una sorta di “morte
profana” o “discesa agli inferi”, o anche nel ventre di un mostro marino[8].
La fase “bianca”, invece, segna il momento della rigenerazione mistica,
della rinascita iniziatica del neofita. L’ultimo stadio, la fase “rossa”
era destinata a pochi e indicava il conseguimento della pietra filosofale. Il
numero delle operazioni necessarie al processo completo dei tre stadi era
oggetto di accese discussioni da parte degli alchimisti rinascimentali, sovente
incapaci di elaborare una metodologia comune. Un alchimista come Daniel
Stolcius prescriveva undici operazioni chimiche; altri, dodici come George
Ripley o sette come Salomon Trismosin. Sinteticamente, si può ritenere la calcinazione,
o coagulazione, come una sorta di “putrefazione” della materia, mentre il
recipiente usato nell’operazione assurge al ruolo di “bara”; la dissoluzione
come una “purificazione”; infine la fermentazione-moltiplicazione-proiezione
rende la pietra simile ad un lievito in grado di trasmutare le sostanze
cosparse. Uno dei grandi problemi dell’alchimia operativa era quello di
ottenere una corretta regolazione del fuoco- nel XVIII secolo non esisteva
ancora il termometro: secondo Norton, all’alchimista che otteneva il giusto
dosaggio, spettava il titolo di “perfetto maestro”.[9] Ovviamente la trasmissione degli
insegnamenti avveniva segretamente da maestro ad allievo ed anche il contenuto
dei testi era velato da una scrittura segreta e criptica. L’oscurità dei testi
alchemici- un continuo intreccio di metafore e rimandi simbolici – era dovuto
al palese tentativo di scongiurare le inquisizioni della chiesa; ma anche al
timore degli alchimisti di essere fatti prigionieri da parte di avventurieri e
sovrani, che avrebbero potuto estorcere i segreti con la forza. Un ulteriore
motivo poteva probabilmente essere ricercato nelle continue traduzione dal
greco, al latino, all’arabo, alle lingue volgari: gli ermeneuti del tempo,
privi dei sofisticati strumenti esegetici moderni, avrebbero potuto trovare
delle difficoltà e decidere così di lasciare nella forma originaria ciò che non
poteva essere comunque tradotto in un modo efficace.
L’alchimia
costituisce una corrente esoterica presente in molteplici civiltà (pur con i
relativi distinguo storico-culturali); vale quindi senz’altro la pena di
studiarne la storia e la peculiarità dei diversi sistemi di pensiero che
l’hanno, di volta in volta, storicamente strutturata. Altra questione è quella
sulla sua presunta attualità per l’uomo moderno. Tutto il corpus esoterico del
passato, ovviamente, è in grado ancora d’insegnare qualcosa all’uomo della
tecnica, a patto che quest’ultimo rinunci da principio a rincorrere pretese
gnostiche o salvifiche. Qualora si cercasse nell’alchimia una dottrina
superomistica, lo smacco sarebbe assicurato. È preferibile, dunque, a nostro
avviso, limitarsi a vedere in essa niente altro che un grandioso insegnamento
esornativo ed esistenziale, allo stesso modo per esempio in cui ancora oggi ci
si rivolge alle riflessioni degli stoici, prescindendo dalla loro cosmologia.
L’alchimia si ridurrebbe allora ad essere una sorta di lebenphilosophie o
di sistema introspettivo sul genere delle religioni e filosofie orientali.
Anche questa riduzione tuttavia, presenta alcuni svantaggi di ordine
pragmatico. Perché mai l’uomo moderno che decidesse di iniziare un percorso
autoesplorativo, dovrebbe affidarsi ad una dottrina superata e antiquata come
l’alchimia, anziché per esempio alla psicoanalisi contemporanea? Chiusa dalla
chimica moderna da un lato e dalla psicologia dall’altro, l’alchimia sembra
dunque oggi aver perso la sua ragione d’essere nella storia della cultura. A
questo smacco culturale, si deve oggi aggiungere la mancanza di maestri
all’altezza del compito richiesto da una rifondazione e riformulazione dei suoi
assunti teoretici; operazione che viceversa ha salvato altre discipline, un
tempo, in pericolo di “estinzione”- di fronte all’incalzare delle scienze umane
- come la teologia ed in misura maggiore la filosofia.
Bibliografia essenziale
-
M. Eliade, Forgerons
et alchimistes ( tr. Italiana Arti
del metallo e alchimia, Torino 1960)
-
E. Ashmole, Theatrum Chemicum Britannicum, New York 1967
-
F. Yates,, Giordano Bruno e la tradizione
ermetica, Roma- Bari 1976
-
E. J. Holmayrd, Storia dell’alchimia, Firenze
1972
[1] A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni
[2] Tuttavia, proprio E. Zolla ha testimoniato l’esistenza di queste pratiche anche presso le civiltà c.d. “primitive”.
[3] M. Eliade, Forgerons et alchimistes ( tr. Italiana Arti del metallo e alchimia, Torino 1960)
[4] i cui esponenti principali sono rispettivamente Antoine Faivre e Pierre Riffard.
[5] M. Eliade, Forgerons et alchimistes ( tr. Italiana Arti del metallo e alchimia, Torino 1960)
[6] id.
[7]
È da escludere però che Eliade
abbia assimilato ulteriormente l’insegnamento heideggeriana, non avendo avuto
alla base una vera formazione filosofica.
[8] Cfr. il pescecane o la balena che inghiotte Pinocchio.
[9] Cfr T.Norton, Ordinall
of Alchemy, in E. Ashmole, Theatrum Chemicum Britannicum