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SILENZIO.
RUMORE. SUONO. PAROLA. PENSIERO.
La solita storia degli “Opposti” …..silenzio e rumore, luce ed ombra , vero e falso…certezza e dubbio.
Sul dubbio Voltaire afferma che “è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno” mentre Adorno sostiene che “occorre rivedere continuamente tutto ciò che ha l’apparenza di una certezza” e con il relativismo si è evidenziato che non esistono verità assolute o dogmi insindacabili.
Il concetto di “rumore” mi porta a pensare alla parola, al logos o senso del divino che si incarna nell’umano per donarci la possibilità di esprimere il nostro pensiero, la nostra anima, il nostro io.
Silenzio dunque come
assenza di rumore, che si può anche interpretare come assenza di parola
e di libertà.
Silenzio come introspezione, analisi interiore, meditazione.
“Tutto
faccia pure un gran baccano fuori di me, purché nel mio intimo nulla sia in
tumulto, purché non si scontrino fra loro la cupidigia e la paura né siano in
dissidio la brama di accumulare ricchezze e l’amore per il lusso e non si
tormentino a vicenda. Del resto, a che serve il silenzio di una intera
contrada, se le passioni scalpitano?” (Seneca “Lettere a Lucilio” 56)
Silenzio interiore come
pace ed appagamento di una coscienza che ha risolto la sua giornata in senso
positivo. Ma nessuna quiete, nessun silenzio danno pace se la ragione non l’ha
realizzata.
C'è chi afferma che l'arte del tacere è peculiarità della parola, un altro capitolo della retorica, della quale ha mantenuto tutte le finalità pratiche: non è tanto un' arte di far silenzio, quanto un' arte di far qualcosa all'altro con il silenzio.
L'uomo che parla è anche un uomo che tace.
I comportamenti basati sul silenzio hanno origini lontane, stoiche e cristiane e nascondono realtà complesse.
Il silenzio può essere: un imperativo religioso, una norma sociale, una necessità. Nei trattati di fisiognomica si trova una concezione antichissima secondo la quale il corpo è simile ad un recipiente e la parola ad un fluido.
Osservare silenzio può significare allora garantire la chiusura del corpo, il suo controllo verbale. Abbandonarsi alla parola, come fanno i chiacchieroni, è comportarsi come un "vinello nuovo e spumeggiante che, se non viene arieggiato, sfonda la botte. "
Al silenzio monacale del ritiro dal mondo, al silenzio smarrito del mistico, al silenzio del peccatore davanti a Dio si sostituisce lentamente un'arte di tacere, di ritirarsi in se stessi, di frenare la lingua da soggetto virtuoso e saggio.
Il tema religioso del silenzio forma una pedagogia del ritegno, della riservatezza, della reticenza nella vita sociale. Conviene meditare, riflettere, parlare poco, fare del silenzio una disciplina quotidiana, un imperativo morale.
Ho letto da qualche parte che il primo grado della saggezza è quello di saper tacere, il secondo è saper
parlare poco e moderarsi nel discorso, il terzo è saper parlare molto, senza parlare né male né troppo.
Una esigenza al silenzio si impone nella vita civile.
Tra le sue origini si ritrova una concezione antichissima dell'io di fronte a Dio, quella tradizione ascetica e mistica del socratismo cristiano che richiede umiltà, ritiro in se stessi, annullamento di sé e silenzio. Secondo questa concezione l'io è un rifugio, un ricettacolo, una dimora del Signore, nel quale il soggetto si annulla in silenzio e si raccoglie davanti a Dio.
Questa
concezione insegna l 'umiltà come virtù cardinale e fa della conoscenza
di se stessi il mezzo per raggiungerla.
Dio deve essere ricercato nella sua dimora, all'interno di noi stessi, nella nostra anima.
L'umiltà si basa sul controllo delle apparenze, dei gesti e del corpo: un'ascesi della parola.
Il sentimento religioso di umiltà si trasforma nei segni sociali di prudenza.
L'uomo si perde nella parola.
La parola è ciò che sfugge: è flusso, ferita; in essa l'uomo si svuota, si effonde e si dissolve. La parola è un azzardo che comporta il rischio di ritrovarsi spodestati del dominio di sé.
Dominarsi significa contenersi, frenarsi. All'origine dell'imperativo del silenzio che si afferma nel corso del XVII e del XVIII secolo c'è l'antichissimo modello del corpo come recipiente ermetico, incessantemente minacciato dal fatto che la materia in esso racchiusa possa sfuggirgli. Nella parola il soggetto rischia di cessare di appartenere a se stesso e di vedere il proprio corpo deformarsi, aprirsi e divenire bene altrui.
E' buona regola risparmiarsi: il silenzio possiede virtù salutari che conviene coltivare. Virtù minime, quasi del nulla ma che possono supplire alla saggezza nell'uomo limitato ed alla capacità nell'ignorante: tacere significa che si sa o, forse, si capisce. Non si deve mai avere troppa paura di restare in silenzio dal momento che il nulla è meno vulnerabile dalla categoria del troppo.
E' meglio lasciar credere di non essere geni che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.
L'arte
di tacere tuttavia è un 'arte paradossale della parola.
Non basta per tacere tenere la bocca chiusa.
Il silenzio dell'uomo non è il mutismo dell'animale, perché il suo silenzio è espressione: l'uomo parla la lingua del volto.
Il saggio possiede un silenzio espressivo che diventa una lezione per gli imprudenti ed un castigo per i colpevoli.
Il silenzio deve quindi farsi spirituale e spirituale è quel silenzio che si lascia vedere quando percepiamo nel viso di una persona che tace un'aria aperta, gradevole, vivace dalla quale traspaiono, senza l'aiuto delle parole, i sentimenti che si vogliono far conoscere.
La regola del silenzio è chiara, non bisogna mai chiudersi all'altro.
Il viso taciturno si adatta solo agli spiriti malinconici.
L'aria distesa ed amabile raccomandata dai precetti del silenzio è l'impronta lasciata sul viso di ognuno dai paradossi di una società civile, in cui si rafforzano contemporaneamente il controllo sociale e l'autonomia dell' individuo, quando essa è concepita come luogo di dialogo, di scambio, d'espressione. Allora bisogna saper tacere e sapersi esprimere contemporaneamente, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
Una società che parla è una società che tace, ma non deve essere una società del mistero. Chi raccomanda il silenzio condanna coloro che amano eccessivamente il segreto: coloro cioè, che oltre a non dire ciò che deve essere taciuto, tacciono ciò che deve essere detto.
Ci sono cose da tacere, altre da dire. Non basta contentarsi di imparare a tenere la lingua a freno. "Esistono persone che non parlano affatto, ma per poco che le osservi, ci si accorge che muoiono dalla voglia di dire qualcosa. Esistono persone riservate che lasciano trasparire sul volto tutto ciò che hanno nel cuore" ho letto non so dove.
La società civile è una società di silenzio e di linguaggio, di segreto e di dialogo; di ipocrisia e di franchezza, di ritegno e di scambio. Una società di ritiro in se stessi e di preoccupazione dell' altro, di riserbo e di compassione, chiusa in sé ed insieme aperta, stato instabile, equilibrio precario.
Classificazioni del silenzio potrebbero essere: Silenzio "artificioso" quando si tace solo per sorprendere e si risponde "solo in maniera ingannevole"; silenzio "compiacente" dell'adulazione, attitudine ad ascoltare senza contraddire coloro a cui si vuole piacere, per esprimere il proprio consenso; silenzio "canzonatorio"
in cui si approva con il viso, mentre segretamente si gioisce per il piacere dell'inganno; silenzio "sprezzante", metodo tattico della riservatezza e dell' attesa, silenzio del viso impassibile, quando si tace per far parlare l'altro, per indurlo a pronunciarsi, a fare il primo passo.
Lentamente il silenzio primario di percezione
interiore, raccoglimento e ritiro in se stessi si esteriorizza nel linguaggio,
si fa profano ed entra nelle pratiche sociali.
Al silenzio della fede sono succedute le arti della discrezione, dell'attesa, dell' occasione. Insegnano a trattenere le parole, a tacere senza chiudere troppo il cuore. E' un'arte di equilibrio, elemento essenziale dei rituali della vita civile.
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Quando la giornata si chiude e si dimenticano le cure quotidiane è possibile talvolta concederci una pausa di riflessione e godere del silenzio interiore. Lo spirito, nella meditazione, liberato dai legami della razionalità del mondo, dagli imperativi di obblighi e doveri, riacquista misteriosi poteri dimenticati, sensibilità perdute e svetta sorretto da arcane energie verso spazi inviolati di purezza ed armonia e può compiere incredibili esperienze.
". . . .. questo incessante ostinato morire,
questa morte vivente,
che ti uccide, oh Dio,
nel tuo rigoroso lavoro,
nelle rose, nelle pietre,
nelle stelle indomabili
e nella carne che brucia
come un falò acceso da un canto,
un sogno, un colore
che salta agli occhi.
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... .e tu, proprio tu,
forse sei morto lunghe eternità laggiù,
a nostra insaputa,
noi residui, briciole, ceneri di te,
tu, che sei ancora presente
come una stella falsata dalla sua stessa luce,
una luce vuota senza stella
che giunge fino a noi
celando la sua catastrofe infinita." ("Il potere del silenzio" Carlos Castaneda)

Ma con Turoldo alzo un canto liberatorio di ampio respiro:
Sulle prime scogliere
Del mondo. Eri colomba
Uscita dalla nube eterna.
Voglio dispiegare laudi
Al davanzale, tra cielo e mare.
Luce creante, luce
Sostanza delle piante
Degli uccelli in volo
Festa del nostro pensare
Del nostro guardare
Le cose ogni giorno nuove.
(da "I salmi" di David Maria Turoldo)
Ho detto.
MARZO 2001
