AGDGADU
Che
la Sapienza illumini il nostro Lavoro appare una invocazione autoevidente. Cos’
altro dovrebbe infatti illuminarci?
Che
la paura illumini il nostro Lavoro? O forse che il potere illumini il nostro
Lavoro? O forse che le passioni illuminino il nostro Lavoro? No: non potrebbe
davvero andare…
Più
curioso appare che si invochi
Dio
parla in sogno a Salomone e Gli dice: «Chiedimi quello che vuoi». Il Tempio non
è ancora stato edificato, e Salomone chiede (tale è l’ originale) «Lebh
shoméa»; lebh è il cuore ma più in
generale esso in ebraico denota i sensi affettivi, e shoméa è il participio di shama,
che significa udire. In poche parole Salomone ha chiesto un orecchio attento. Sia chiaro che tale richiesta appare la più
ponderata: il suono non è equivoco.
Invocando
invece noi l’ illuminazione, richiediamo l’ intervento del medium più ambivalente:
C’è
un bel film in questi giorni al cinema, di cui consiglio la visione a tutti i
FF.·. Il suo titolo è:
E’ la storia incredibile di un uomo che fin dalla nascita
viene tenuto a sua insaputa in un mondo fittizio, all’ interno di un immenso
studio cinematografico, dove la sua vita viene ripresa 24 ore su 24 e inviata
in mondovisione. Tutti i suoi interlocutori sono comparse appositamente
istruite, e tutti recitano un copione. Truman scoprirà un giorno il trucco e
fuggirà in barca fino a scontrarsi con l’ orizzonte. Esatto: arriva a urtare
con la prua quello che sembrava l’ orizzonte, e che altro non era invece che il
background finale dello studio cinematografico… Si esce dal cinema e per un
paio di ore si guarda il mondo con occhi diversi. Poi l’ effetto svanisce. Ma
restano le domande: cosa è apparenza e cosa è realtà? Chi inganna chi? Siamo
noi che vediamo le persone come vogliamo vederle, o sono le persone che fanno
di tutto per essere viste in un certo modo, cioè per non essere viste affatto.
Non diceva forse Heidegger che «L’ essere appare negandosi»? Non siamo tutti
misteriosi, segreti impenetrabili l’ uno all’ altro nonostante si appaia come
reali? Siamo tutt’ altro che trasparenti. E non è forse vero che quando ci
parliamo non ci capiamo? E’ il relatore che cerca di rendersi ermetico, oppure
che non riesce ad esprimersi, o è l’ auditore che non vuole capire? Vedere
significa fraintendere, ciò nonostante è proprio la vista che noi invochiamo.
Il significato di questa scelta fornisce una indicazione sulla identità
massonica, che mi limiterò ad enunciare ma non a spiegare per motivi di spazio.
Il massone invoca il più ambivalente dei sensi, la vista, poiché il suo compito
non è né di appartenere a questo mondo né di votarsi inesorabilmente all’
altro: il massone vuole l’ interregno, non il regno. Il suo compito non è
quello di distruggere le anime in questo mondo né di salvarle nell’ altro, ma
di salvarle in questo. Noi deriviamo dai crociati perché il nostro
compito è di batterci in questo mondo, non nell’ altro. Per questo non
abdichiamo alla vista, ma anzi scegliamo di sfidare e assaporare appieno tutte
le sue ambivalenze.
La bellezza poi. Ad alcuni pare strano che una cosa
effimera come la bellezza possa «compiere», cioè concludere, il nostro Lavoro.
Ma si osservi: bellezza in greco si dice cosmos, da cui il nostro termine
“cosmetico”. Però cosmos in greco
significa anche “ordine” , da cui la nostra accezione di “cosmo” come volta
stellata che obbedisce agli ordini della gravitazione universale. Il senso di
ordine insito nella parola cosmos è
diverso da quello di nomos, da cui il
nostro termine giuridico di “norma” e “normale”. Nomos è l’ordine imposto da un intervento esterno. Cosmos è l’ordine che sbocccia
spontaneamente dall’ interno. L’ idea greca è che quando una cosa è ordinata
come deve essere, e non come le norme umane gli impongono (che, in quanto
norme, possono tanto essere azzeccate e opportune quanto arbitrarie ed
inopportune), allora è anche automaticamente bella. La bellezza ne insorge come
un sintomo conclusivo. Perciò la
bellezza compie e conclude l’ opera
non in quanto intervenga dall’ esterno a cesellarla con un ghirigoro, ma in
quanto ne insorge dall’ interno come prova finale di una raggiunta armonia
sottostante.
Sulla forza si potrebbero dire altre cose, ma ho parlato
già abbastanza, e certamente la chiariranno altri FF.·.
fine