AGDGADU

 

 

Sapienza , Bellezza , Forza

 

Breve riflessione sulle tre Invocazioni Rituali

 

Alberto Vallini

 

Che la Sapienza illumini il nostro Lavoro appare una invocazione autoevidente. Cos’ altro dovrebbe infatti illuminarci?

Che la paura illumini il nostro Lavoro? O forse che il potere illumini il nostro Lavoro? O forse che le passioni illuminino il nostro Lavoro? No: non potrebbe davvero andare…

Più curioso appare che si invochi la luce. Quello che si richiede è la chiaroveggenza della visione. Si sarebbe potuto invocare un altro senso, conservando egualmente un intenso carattere metaforico. Si sarebbe infatti potuto invocare, in luogo della vista, l’ udito. Salomone non chiese a Dio un cuore che vede, bensì ne chiese uno che ascolta.

Dio parla in sogno a Salomone e Gli dice: «Chiedimi quello che vuoi». Il Tempio non è ancora stato edificato, e Salomone chiede (tale è l’ originale) «Lebh shoméa»; lebh è il cuore ma più in generale esso in ebraico denota i sensi affettivi, e shoméa è il participio di shama, che significa udire. In poche parole Salomone ha chiesto un orecchio attento. Sia chiaro che tale richiesta appare la più ponderata: il suono non è equivoco.

Invocando invece noi l’ illuminazione, richiediamo l’ intervento del medium più ambivalente: la vista. Cosa c’è di più ingannevole delle apparenze, per quanto le si possa porre sotto la più vivida delle luci? Sempre apparenze rimangono.

C’è un bel film in questi giorni al cinema, di cui consiglio la visione a tutti i FF.·. Il suo titolo è:

 

The Truman Show

 

E’ la storia incredibile di un uomo che fin dalla nascita viene tenuto a sua insaputa in un mondo fittizio, all’ interno di un immenso studio cinematografico, dove la sua vita viene ripresa 24 ore su 24 e inviata in mondovisione. Tutti i suoi interlocutori sono comparse appositamente istruite, e tutti recitano un copione. Truman scoprirà un giorno il trucco e fuggirà in barca fino a scontrarsi con l’ orizzonte. Esatto: arriva a urtare con la prua quello che sembrava l’ orizzonte, e che altro non era invece che il background finale dello studio cinematografico… Si esce dal cinema e per un paio di ore si guarda il mondo con occhi diversi. Poi l’ effetto svanisce. Ma restano le domande: cosa è apparenza e cosa è realtà? Chi inganna chi? Siamo noi che vediamo le persone come vogliamo vederle, o sono le persone che fanno di tutto per essere viste in un certo modo, cioè per non essere viste affatto. Non diceva forse Heidegger che «L’ essere appare negandosi»? Non siamo tutti misteriosi, segreti impenetrabili l’ uno all’ altro nonostante si appaia come reali? Siamo tutt’ altro che trasparenti. E non è forse vero che quando ci parliamo non ci capiamo? E’ il relatore che cerca di rendersi ermetico, oppure che non riesce ad esprimersi, o è l’ auditore che non vuole capire? Vedere significa fraintendere, ciò nonostante è proprio la vista che noi invochiamo. Il significato di questa scelta fornisce una indicazione sulla identità massonica, che mi limiterò ad enunciare ma non a spiegare per motivi di spazio. Il massone invoca il più ambivalente dei sensi, la vista, poiché il suo compito non è né di appartenere a questo mondo né di votarsi inesorabilmente all’ altro: il massone vuole l’ interregno, non il regno. Il suo compito non è quello di distruggere le anime in questo mondo né di salvarle nell’ altro, ma di salvarle in questo. Noi deriviamo dai crociati perché il nostro compito è di batterci in questo mondo, non nell’ altro. Per questo non abdichiamo alla vista, ma anzi scegliamo di sfidare e assaporare appieno tutte le sue ambivalenze.

La bellezza poi. Ad alcuni pare strano che una cosa effimera come la bellezza possa «compiere», cioè concludere, il nostro Lavoro.

Ma si osservi: bellezza in greco si dice cosmos, da cui il nostro termine “cosmetico”. Però cosmos in greco significa anche “ordine” , da cui la nostra accezione di “cosmo” come volta stellata che obbedisce agli ordini della gravitazione universale. Il senso di ordine insito nella parola cosmos è diverso da quello di nomos, da cui il nostro termine giuridico di “norma” e “normale”. Nomos è l’ordine imposto da un intervento esterno. Cosmos è l’ordine che sbocccia spontaneamente dall’ interno. L’ idea greca è che quando una cosa è ordinata come deve essere, e non come le norme umane gli impongono (che, in quanto norme, possono tanto essere azzeccate e opportune quanto arbitrarie ed inopportune), allora è anche automaticamente bella. La bellezza ne insorge come un sintomo conclusivo. Perciò la bellezza compie e conclude l’ opera non in quanto intervenga dall’ esterno a cesellarla con un ghirigoro, ma in quanto ne insorge dall’ interno come prova finale di una raggiunta armonia sottostante.

Sulla forza si potrebbero dire altre cose, ma ho parlato già abbastanza, e certamente la chiariranno altri FF.·.

 

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