TESTAMENTO BIOLOGICO
IL DOLORE INUTILE
pascw, da cui il patior latino,
soffrire, sopportare, subire dolori, mali, sventure…… si patisce sempre una
pena, una disgrazia, una calamità, mai una gioia.
La gioia brilla come il fuoco, brucia, incendia come la
passione, da calore e vuole essere condivisa
e più è grande più lo esige …
"Il dolore può bastare a se stesso, - ma una gioia,
per apprezzarla a fondo bisogna avere qualcuno con cui dividerla".
(Mark Twain in Following the
Equator)
Eschilo afferma che: “Sapere è soffrire e soffrire dà
sapere”.
Nell’Agamennone il coro annuncia (vv. 176 -181):
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“Zeus ha aperto agli umani il sapere avendo stabilito la legge: attraverso il patire, il conoscere. Quando nel sonno, davanti al cuore stillante d’affanno memoria dei mali,
anche chi non vuole giunge al sapere” |
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L’uomo è spinto dal dolore a cercare nuove strade verso il sollievo, affila l’intelligenza e la
sensibilità ed è costretto a distinguere tra le illusioni ed il vero.
Platone affronta il tema del dolore nel Fedone descrivendo
l’ultimo giorno di Socrate. Piacere e dolore si generano a vicenda per azione
reciproca. Se uno di essi mancasse si estinguerebbe la vita. È come nel giro
perenne di una ruota.
Ma Socrate va oltre: se dalla veglia si passa al sonno, il
suo contrario, e dal sonno ci si
risveglia, perché non accettare l’idea che dalla morte si sprigioni la vita,
quella dell’anima?
Quando beve la cicuta e prende congedo dai discepoli
raccomanda a Critone di sacrificare un gallo ad Asclepio e che non se ne
dimentichi!
Asclepio è il dio della medicina e non per caso Platone lo fa
comparire in un dialogo in cui parla del dolore. L’offerta del gallo, simbolo
del ritorno alla luce, rende merito di una guarigione, della fine di una
sofferenza.
È così evocato un altro rimedio in uso presso gli Asclepiadi
che sono i discendenti del dio simboleggiato dalla verga e dal serpente. Il più
illustre tra loro è Ippocrate.
Non si può soffrire per delle credenze religiose secondo cui
il dolore è una conseguenza del peccato originale e pertanto una punizione di
Dio.
Dietro di noi ci sono secoli di disperazione e di grida di
disumanità. Stiamo imparando a difenderci dal dolore.
La difesa dal dolore si è accentuata nella lotta contro il
cancro per la sua insopportabilità.
Gesù stesso, nonostante fosse figlio di Dio, sul punto di
morire urlò: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” e prima, nel
Getsemani aveva chiesto che il calice del dolore gli rimanesse lontano.
Padre Turoldo sul letto di morte ha scritto: “ Parlerò di
questo grande mistero del dolore e della sofferenza, per quanto sia convinto
che ad esso si addica meglio il silenzio. Possiamo accettare il male perché è
parte della vita, la quale, a sua volta, s’intreccia con la morte; ma accettare
il dolore è cosa eroica, perché il dolore è veramente disumano……… io, in certe
notti di dolore, ho capito meglio, …… , perfino chi pensa all’eutanasia. L’ho
capito, e più in profondità. Perché, si, possiamo confortare dicendo –soffri,
è vero, ma fatti coraggio, sopporta,e vedrai che….- Parole di speranza,
balsamo. Ma quando si è nel pieno della sofferenza bisogna fare silenzio, e
basta!”
Oggi molta intransigenza è finita e si tende ad entrare nel
problema non “dalla porta della sacrestia” come direbbe Don Mazzolari, ma “dal
portone della Chiesa, quello della gente”.
Nel corso di una malattia, obiettivo da raggiungere è il trattamento
del dolore, la cura del dolore, non sopportare la sua anarchia
incontrollabile, bensì cercare la possibilità di governarlo, lenirlo e, se
possibile, sconfiggerlo.
Siamo pezzi di qualcosa, come parti di un continente.
Ricordate l’incipit, tratto da un sermone di John Donne,
utilizzato da Ernest Hemingway in “Per chi suona la campana” ?
“Nessun uomo è un’ Isola, intero in se stesso. Ogni
uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. Se una Zolla
viene portata dall’onda del Mare, l’Europa ne è diminuita, come se un Promontorio
fosse stato al suo posto, o una Magione amica, o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’ uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non
mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.” (John
Donne 1573-1651)
"...And therefore never send to know for
whom the bell tolls. It tolls for thee".
("E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te".)
Platone nel Fileo asserisce che il dolore è presente quando
manca l’armonia, l’equilibrio delle proporzioni. La rottura dell’equilibrio è
la colpa che esige la necessità di una riparazione e l’espiazione tramite la
pena.
Ordo ab kao. La battaglia titanica fra il principio
dell’ordine e quello del disordine dall’inizio dei tempi.
Dove non c'è ordine non c'è
armonia, dove non c’ è armonia non c’ è vita, dove non c'è vita non c’è l'uomo.
La quadruplice armonia pitagorica (basata sulla sacra tetractys) era stata teorizzata
fin dall'inizio in questi termini: armonia fra arco e corda, fra corpo e anima,
fra cittadino e stato, fra le sfere e il cielo stellato.
Ma se ora mi guardo intorno non vedo Armonia.
Tutto sta, secondo me, nel capire cosa è ciò che ci circonda
e cosa siamo noi. Facciamo parte della Natura, che non è al di fuori di noi ma
parte di noi, non è un extra di alberi e fiori e cose inanimate ed animali.
Tutto è Natura e, se Dio esiste, anche lui va pensato come Natura, una forma
particolare di Natura certo, più alta ma sempre Natura.
La Natura è un processo in divenire e nel suo stadio
elementare prevede la possibilità dell’errore.
Nella Genesi (I, 26-27) si legge che Dio ha creato l’uomo “a sua
immagine e somiglianza”.
Ma qual è l’uomo simile a Dio? Quello di oggi, quello del
III° millennio, che prende a tavolino, magari sorseggiando un aromatico,
bollente caffè, decisioni vitali e si permette di emettere sentenze se dare o
meno fine alle sofferenze di un moribondo o infierire con cure inutili per una
etica dettata da uomini?
O deve ancora venire?
Una mutazione è all’origine dell’evoluzione dal momento in
cui si è passati dalla materia inerte alla materia viva. Se poi la mutazione è
conforme ad un ordine superiore, viene accettata e parteciperà ad un
accrescimento dell’organizzazione .
La vita è iniziata come cellula senza nucleo con i procarioti
e per due miliardi di anni si è andati avanti così… si è passati poi agli
eucarioti, cellule con nucleo e mitocondri del citoplasma cellulare, per una
mutazione decisiva probabilmente di adattamento.
Nel corso di millenni, tra generi di vita nuovi ed altri in
estinzione, provvisori e transeunti, si arriva, passo dopo passo, per noi,
all’homo erectus, al neandertal, all’homo sapiens, al cromagnon per un processo di sviluppo e di mutazione
dettato dalla necessità della sopravvivenza.
Ora sul pianeta Terra ci siamo noi con questa VITA che viene
prima di noi e va altre noi.
Ma noi, uomini del III° millennio, siamo alla fine del ciclo
evolutivo, siamo l’ultimo anello della catena, la conclusione di uno sviluppo,
o si deve andare ancora avanti?
Siamo noi l’immagine dell’eterno? O dobbiamo mutare
ulteriormente sia pure solo in forma cerebrale per sopravvivere ai cambiamenti
climatici del pianeta Terra ed alle possibili apocalissi ambientali create
anche da noi stessi?
Ignoriamo quale sia la storia evolutiva.
Noi così come siamo rappresentiamo una figura intermedia, una
instabile struttura di transizione?
È nella potenzialità dell’uomo non tanto “essere” quanto
“poter diventare” simile a Dio non per competere ma per realizzare un principio
universale di amore e di alleanza come morale assoluta del divino.
Quando la Genesi stabilisce la rassomiglianza fra l’uomo e
Dio, la assimilazione va attribuita all’umano come progettualità e come
sviluppo per elaborare una forma “a immagine di Dio”?
Se osserviamo la questione da un punto assolutamente laico,
al di fuori della Bibbia, se vogliamo
pensare il concetto di infinito posto nella storicità del finito attraverso la
logica, (Hegel, Marx, Nietzsche) osserviamo come la Storia degli uomini, come
quella evolutiva della vita, ha dovuto procedere per tentativi, combinando caso
e necessità, per vie tortuose in progressioni e recessioni.
Siamo testimoni delle sconfinate possibilità della specie che
esige un movimento nel divenire e non si può fermare nel “compiuto” come
nell’età classica della Grecia e di Roma.
Questo spiega il vertiginoso dilatarsi dei bisogni, dei
desideri e della soggettività che, se da un lato spiega l’emancipazione
dall’altro schiaccia il pianeta e le sue risorse sotto un carico incontrollato
di domande e di aspettative.
L’infinito sta entrando nel mondo degli uomini come
“possibilità del fare” con la sua indeterminatezza e dà le vertigini. Non sarà
possibile imbrigliarla con vincoli ma sarà necessario scegliere cosa salvare e
conservare in arricchimento ed affinamento per raggiungere coesioni ed
equilibri più maturi.
La libertà di pensiero avrà priorità assoluta.
Le ricerche sugli embrioni, la clonazione, i trapianti di
organo, nuove capacità diagnostiche generano ammirazione ma anche scompiglio e
timore. Concezioni secolari sulla nascita, la vita e la morte sono messe in
discussione e sembrano vacillare.
Uberto Scarpelli (1924-1993) professore di filosofia del
diritto all’Università degli Studi di Milano, è stato il primo fin dagli anni
settanta a comprendere l’importanza di una nuova riflessione bioetica.
(Bioetica laica – Baldini e Castaldi Editori)
Non parla di testamento biologico parla del diritto di morire
come eutanasia, buona morte appunto, (che poi alla fine è identico), e
contrappone la concezione laica a quella teologica.
La concezione cristiana pone il centro dell’essere in “Dio
che è signore della vita e della morte ed ogni sofferenza (anche spaventosa),
ogni avvilimento (anche estremo) si trasfigurano nell’adempimento della volontà
di Dio, assumono il significato positivo della redenzione e della speranza
attraverso il dolore”
Nella concezione laica il centro dell’essere è l’uomo e con
la scienza ha cancellato la domanda su Dio. La vita umana produce
i valori e la vita stessa vale come possibilità dei valori. Quando una
malattia distruttiva rende impossibile perseguire tali fini, riducendo ogni
giornata come sopportazione dell’ insopportabile, allora la vita diviene
indegna e desiderare la fine è l’unica testimonianza per il valore della vita.
Aiutare la morte in questo caso è un atto di pietas.
Eutanasia è procurare una morte dolce al malato che non ha
più possibilità di recupero, attanagliato dalla sofferenza. Può essere attiva o
passiva.
“Passiva” significa sospendere le cure che tenevano
artificiosamente in vita l’ammalato lasciandolo morire (richiesta in ultima
analisi del testamento biologico -evitare l’accanimento terapeutico).
“Attiva” significa addormentare il malato con un farmaco
mortale.
La filosofia che si ispira alla teologia afferma che la vita
è creazione divina e solo Dio può decidere il momento in cui ha termine.
Togliere la vita è
peccato contro Dio.
“NON UCCIDERE” è un comandamento sacro.
Ma allora perché si uccide in nome di Dio il nemico vivo,
giovane, sano delle crociate, delle guerre, l’eretico sul rogo, il delinquente
sul patibolo? Perché si uccide il “nemico” e si risparmia, si grazia il
disperato nel suo letto di morte che chiede, impotente, la fine dal nero abisso
del suo dolore?
Il Dio di amore non si compiace del dolore di un malato
terminale di cancro, non condanna il moribondo che soffre, non condanna il
medico che compie un atto di carità.
L’accanimento terapeutico è contro la Natura. Significa
straziare ancora di più carne già martoriata e sanguinante. Si deve essere
liberi di poter scegliere se sottoporsi a trattamenti inutili e dolorosi o
lasciarsi andare nel nirvana celeste.
Morire, dormire…, forse
sognare. Ecco il difficile.
Perchè quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte,
quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena
di affanni mortali, è un pensiero su cui ci si deve fermare a riflettere
e sono proprio pensieri siffatti a prolungare la durata della sventura.
(Amleto)
Ma ogni caso è un universo a se di dolore e di sofferenza, di
speranza e di tormento, di amore e di disperazione e bisogna trovarcisi per
poter parlare.
Va stabilito se noi, esseri umani, così provvisori ed incerti
ed insicuri e deboli, apparteniamo a qualcosa o a qualcuno che ci trascende e
ne vuole disporre fino all’ultima goccia di sangue o se siamo padroni della
nostra vita fino a poter decidere di porvi fine una volta che non possa più
trarre significato dall’amore, dall’intelligenza, dalla felicità, quando è
spenta ogni speranza.
Il valore del laico è quello di una vita che deve essere
umanamente sopportabile, con un senso.
Va rispettato ed onorato chi per amore di Dio sottostà a
qualsiasi dolore ed abiezione, ma va
altresì rispettato ed onorato chi, in una diversa fede, non accetta questa sofferenza e non vuole
offendere la vita con la sua invivibilità.
Vito Mancuso, docente di Teologia moderna presso la facoltà
di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, asserisce che non c’è fede
senza libertà. L’uso della ragione è laico per definizione e non ha niente a
che vedere con l’obbedienza della fede.
Cogito ergo sum.
Chi usa la ragione può convincere o meno con la forza degli argomenti usati.
Per questo motivo laici possono approvare argomenti religiosi e credenti
argomenti laici. La ragione esercita il dubbio, valuta i pro ed i contro e può
vedere sfumature di colore laddove altri vedono solo tinte nette e decise.
Di fronte alla complessità dell’inizio e della fine della
vita alle prese con le possibilità aperte dal progresso scientifico va usata
una certa relatività del proprio punto di vista. Nei secoli la Chiesa ha
condannato posizioni che poi ha dovuto riconoscere, come libertà di stampa, di
coscienza, religiosa ed in genere i diritti delle democrazie liberali.
Non si possono usare intransigenti “NO”. Fra cento anni i
principi di bioetica affermati oggi dalla Chiesa con granitica sicurezza
saranno gli stessi o finiranno per essere rivisti come è già successo nel
passato?
Siamo sicuri che la fecondazione assistita, grazie alla quale
sono nati più di tre milioni di bambini, sia contraria al volere di Dio?
Siamo sicuri che l’uso del preservativo, che protegge dalle
malattie infettive ed evita aborti, nonostante quello che asserisce Papa
Benedetto XVI°, alias Ratzinger, sia contrario al volere di Dio?
Siamo sicuri che Dio nella sua infinita misericordia volesse
negare funerali religiosi a Piergiorgio Welby perché non voleva più vivere
legato ad una macchina?
Siamo sicuri di interpretare il volere di Dio chiamando
“boia” ed “assassino” il signor Englaro, salvo poi aggiungere di pregare per
lui?
Non possiamo negare il principio di autodeterminazione anche nel
campo biologico. La libertà non è fine a se stessa ma all’adesione al bene ed
al vero. È chiaro che non si può dare adesione umana se non è libera.
Noli iudicare.
Ciascuno di noi, poveri provvisori anelli di una catena
infinita, deve agire secondo coscienza ed onestà.
Certe scelte dolorosissime, prese con estremo coraggio, vanno
rispettate nel segno della libertà dell’individuo che è portato a decidere dopo attenta e profonda riflessione .
Ho detto.
Firenze 19 Marzo 2009
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA — «Baby Ot» è morto alle 10.08. I medici hanno staccato il ventilatore e
il piccolo, in stato di incoscienza totale, dopo nove mesi di esistenza
tormentata dalle sofferenze a causa di una inguaribile malattia metabolica
complicata dalla mancanza di autonomia polmonare e da disturbi al cervello, ha
smesso di respirare. L'addio è avvenuto davanti ai genitori che fino all'ultimo
hanno combattuto una strenua battaglia legale per impedire che le cure
venissero bloccate. Si sono arresi davanti a due verdetti dei giudici, quello
di giovedì dell'Alta corte di Londra poi quello della Corte di appello nella
notte successiva.
Hanno voluto stare con il loro «bellissimo figlio» fino all'ultimo istante e,
attraverso l'avvocato, hanno ripetuto che la vita di «Baby Ot», un soprannome a
garanzia della privacy, «doveva essere tutelata».
Un caso tristissimo ed estremo che fa
riflettere. È giusto insistere nei trattamenti di un paziente che è infermo e
il cui cuore batte grazie alle macchine? È giusto che la soluzione venga
offerta dal diritto e non dalla famiglia? È giusto che un padre e una madre,
che non danno il consenso, sia pure consapevoli della irreversibilità della
situazione, siano costretti ad accettare la decisione di altri? E, infine, è
giusto caricare la giustizia di una responsabilità morale così profonda? «Baby
Ot» non poteva andare avanti: i medici erano stati categorici. «Il bambino non
ha alcuna possibilità di recuperare, è sottoposto a cure dolorosissime, non
risponde». Per lo staff clinico non c'era proprio più nulla da provare e
sperimentare. «La convinzione comune — ha detto il professor Sam Leinster
dell'Università dell'East Anglia, ricercatore intervistato dalla televisione
pubblica — è che la medicina abbia una risposta per ogni cosa. Ma, purtroppo,
ci sono situazioni in cui la medicina non è in grado di fare niente». La
questione, nel caso di «Baby Ot» è sorta per quella frase: «cure
dolorosissime». Se sono «cure dolorosissime» e il piccolo le avverte come tali
è dunque in grado di esprimere una cosciente reazione: perché «condannarlo»? La
mamma e il papà di «Baby Ot» si sono opposti alla posizione assunta dai
sanitari per i quali, nell'interesse del bambino, sarebbe stato meglio staccare
la spina. «In questi mesi abbiamo condiviso con nostro figlio ogni secondo e
abbiamo avuto la gioia di condividere con lui momenti in cui era rilassato e
non dava segnali di sofferenza eccessiva».
Per tale ragione, dieci giorni fa
avevano chiesto all'Alta corte di impedire all'ospedale dove «Baby Ot» era
ricoverato di sospendere la respirazione artificiale. Una resistenza disperata.
In alcuni precedenti casi i giudici britannici si erano pronunciati con
sentenze dal contenuto opposto. Nel marzo del 2006 avevano ordinato di
proseguire nelle cure di «Baby Mb», una bambina di 19 mesi, ma nell'agosto
dello stesso anno avevano dato il via libera alla interruzione di ogni
trattamento per Leslie Burke. «Sappiamo in quale situazione orribile ci
troviamo » hanno sottolineato i giudici. Il verdetto d'appello è arrivato prima
dell'alba di sabato. «Non vi sono alternative». È stato comunicato ai genitori
di «Baby Ot» che hanno chiesto di essere presenti all'addio. «È morto
serenamente, ci mancherà tremendamente ma siamo orgogliosi di avere conosciuto
il nostro meraviglioso figlio nella sua breve vita ».
Tristissimi, dignitosi. Poche parole, attraverso
l'avvocato, senza accusare nessuno. Consapevoli, costretti ad accettare la
realtà che scienza e amore possono talvolta prendere strade opposte. E scegliere
è, per tutti i soggetti coinvolti, un dramma immenso.
22
marzo 2009