IL NOME E
Rabbi Abba cominciò a parlare così: "Levati aquilone, vieni vento
del mezzogiorno; soffia nel mio
giardino, e che i profumi ne sgorghino. Che la benamata entri nel mio giardino,
e che essa mangi dei frutti dei suoi alberi"
Dalla sezione Vaiqra dello Zohar, III - 2°
Di Vittorio Vanni
Nel 1730 i rituali massonici, più subiti che emanati
dalla Gran Loggia d'Inghilterra, erano ormai molto simili fra di loro e la
contrapposizione fra "Antichi" e "Moderni" iniziava ad
attenuarsi, tanto che alcune Logge erano state riconosciute da entrambi i
gruppi massonici. Inoltre, i Massoni "Antichi", sia in Inghilterra ed
Irlanda sia negli Stati Uniti d'America ed in Canada erano numericamente
maggioritari. Secondo Bernard E. Jones[i]:
“il punto culminante [dei tentativi d'unificazione] fu raggiunto nel 1809, quando la maggior
parte dei "Moderni" di spicco si rese conto che l'unione era
essenziale e che il loro gruppo doveva compiere il primo passo".
Quest'onorevole intenzione
si attuò con una risoluzione in cui si affermava che:
"Non è più necessario adottare quelle misure
contro i massoni irregolari, istituite nel 1739 o giù di lì: s'invitano
pertanto svariate Logge a tornare agli antichi Landmarks della Società".
La data indicata dovrebbe
esser tuttavia retrodatata di diversi anni, in cui si erano effettivamente
introdotte delle alterazioni dalle primitive Costituzioni e rituali, e che
erano state la pietra dello scandalo di tutte le Massonerie antecedenti a
quella della Gran Loggia di Londra. Quest'ammissione portò alla fondazione
della Loggia di Promulgazione, da parte dei "Moderni", che esistette
per due anni e che aveva il compito di riproclamare gli antichi Landmarks, diffondendoli nel loro
gruppo, per prepararsi alla negoziazione con gli "Antichi".
Il risultato fu
l'istituzione della "Loggia di Riconciliazione", che adotto e
promulgo i rituali "Antichi", fino allo stabilirsi della Loggia Stability (formata da membri
"Antichi" e successivamente all'Emulation Lodge of Improvement, che
fissò con estrema precisione il rituale, che avrebbe dovuto essere "fisso,
inalterato ed inalterabile".
Di questo rituale, tutt'oggi operante con
lievissime e concordate variazione, e che si presentò all'incirca nel 1730, già
maturo e completo nella sua essenzialità - nonostante oltre due secoli di
notevoli studi degli storici della Massoneria, sono ancora sconosciute le
origini. Per quanto se ne possano intuire le influenze ed introduzioni, ben
difficilmente si possono dimostrare, se non in una futura ed alquanto
improbabile scoperta di documenti originali. In alcune consuetudini, finora non
sufficientemente messe in luce, si possano rintracciare alcune influenze di
costumi militari, come ad esempio nel rituale d'agape, di cui vi sono
inflessioni e modalità del folklore dell'esercito e della marina inglese.
Tale influenza potrebbe aver
origine dal fatto che le logge militari erano le uniche che si spostavano
continuamente, potendo così diffondere i loro usi rituali in ogni luogo.
I primi membri degli
"Antichi" appartenevano alla piccola borghesia irlandese, negozianti
ed artigiani, e si consideravano come i detentori della vera ortodossia
massonica. Il primo Gran Segretario degli "Antichi" fu John Morgan,
che definiva la sua associazione "Antichissima ed Onorabile Società dei
Liberi Muratori". Ma il rituale di Morgan ha solo dei vaghi riferimenti a
quanto c'è pervenuto dai frammenti della primitiva ritualità operativa. Alcuni
dei Landmarks presentati
differiscono, di principio, da quelli - ad esempio - espressi dal Poema Regius.
Se la deviazione rituale e
statutaria della Gran Loggia di Londra prima e d'Inghilterra poi è stata, da
più autori, commentata storicamente e filologicamente, quella degli
"Antichi" non è ancora messa in luce, proprio perché non esistono
tracce del passaggio dal semplice rituale compagnonico degli operativi,
all'esoterismo ed al simbolismo complesso del rituale massonico così come noi
lo conosciamo.
Nell'attuale impossibilità
di rintracciare documenti storici che possano farci luce, l'unico metodo
d'indagine possibile è quello comparativo. La validità di questo metodo
consiste nel fatto che la ritualità, essendo basta su archetipi universali, si
presenta semper et ubique con le
stesse caratteristiche essenziali.
La parte letteraria,
discorsiva, può cambiare, ma non sempre, secondo i tempi, i luoghi, le
circostanze, ma la sommarietà dello schema rituale è sempre affine, se non
identica. Le variazioni apparenti possono, al massimo, consistere nella
finalizzazione del rito.
In questo campo, infatti,
senza finalizzazione le energie che il rito smuove si disperdono e tornano al
piano da cui sono state tratte. Inoltre, secondo la teoria iniziatica dei cicli
cosmici, le finalizzazioni e le specificità conseguenti del rito variano
secondo l'evoluzione-involuzione contingente.[ii]
Il punto centrale d'ogni ritualità è la trasmissione del mito, che rappresenta
un "modello" non umano, quindi non psicologico-comportamentale, ma
una forma di drammatica imitazione micro-macrocosmica che permette
l'allineamento dei piani energetici o eggregorici di un dato gruppo operante
con quelli universi.
In una leggenda rituale vi è
sempre la volontà di ricollegarsi ad un centro, ad un determinato momento di
una cosmogonia trascendente e sempre generante sui piani sottili, quanto
immanente, raggelata, ferma sul piano materico. La leggenda massonica
Hiramitica della perdita della Parola, la cui continuazione è quello criptica
del suo ritrovamento, ha radici se non rintracciabili, perlomeno storicamente
comparabili.
Lo stesso mito Hiramitico è
un inserimento esterno al rituale corporativo. Nell’ambito della Gran Loggia
Unita d’Inghilterra, è solo alla fine del 1733 iniziarono ad apparire, sul Bill off the Lodges, delle Logge di
Maestri Liberi Muratori, composte da Maestri che si riuniscono per conferire ai
Compagni il 3° grado della Libera Muratoria.
Nel 1738
Samuel Prichard, un massone
che non vedeva di buon occhio i nuovi rituali, si scagliò contro le innovazioni
rituali della Gran Loggia di Londra affermando:
"I
miei Fratelli colpevoli hanno sviluppato la superstizione e le fantasticherie
inutili nelle Logge per le loro pratiche e le loro recenti affabulazioni. Dei
rapporti allarmanti, delle storie di spiriti malvagi, delle stregonerie, degli
incantesimi, delle spade sguainate e delle camere oscure hanno prodotto il
terrore. Ho deciso di non mettere più piede in una Loggia, a meno che il Gran
Maestro non metta termine a questi processi con una pronta e perentoria
ingiunzione a tutta la Fraternità".
Per quanto riguarda
l'inserimento del mito Hiramitico, lo stesso Prichard, in un'altra lettera ci
dona delle preziose informazioni:
"Raccontano delle strane e vane storie a proposito di un albero
che sarebbe sortito dalla tomba di Hiram, con delle foglie meravigliose ed un
frutto di mostruosa qualità, per quanto nel contempo essi non sappiano né
quando né dove morì, e non ne sappiano più nulla sulla sua tomba che su quella
di Pompeo"
Il Gould, uno dei maggiori
storici della Massoneria, nega ugualmente la presenza del mito Hiramitico nella
Massoneria inglese del XVII secolo:
"Se
Hiram Habif avesse figurato, in quel periodo, nelle cerimonie o nelle
tradizioni del mestiere, le Costituzioni manoscritte dell'epoca non
conserverebbero, come fanno, un silenzio uniforme ed ininterrotto
sull'esistenza reale o leggendaria di un personaggio così eminente nella storia
e nella leggenda posteriore dell'Ordine." i
L'antica
Massoneria inglese, d'origine e mentalità non solo cristiana, ma cattolica, per
quanto usasse la tradizione biblica per analogizzare i propri rituali e conosca
quindi sia Hiram che Hiram Habif, non ne conosceva il mito di resurrezione,
attribuito fra l'altro solo al Cristo.
Lo
scandalo era patente sia fra i cattolici sia fra i protestanti, che fra l'altro
erano ben attaccati alla loro secolare "querelle".. Da dove può
derivare quindi un inserimento così profondamente simbolico ed alieno
dall'ambito nel quale fu inserito?
Alla
fine del XIX° secolo le inquietudini delle monarchie europee ancora dispotiche
produssero alcuni studi sull'influenza giudaico-massonica sulle rivoluzioni
sociali e nazionali.
In
questi studi furono messe in evidenza alcune affinità fra le finalizzazioni
presunte della massoneria e quelle del giudaismo internazionale. Per quanto
strumentali siano stati questi studi, rappresentano comunque un tentativo
d'interpretazione di cui è necessario tener conto. Esulando dal notissimo Protocolli dei Savi di Sion ben
conosciuto e commentato, la cui provenienza libellistica è stata attribuita
all'Okrana, la temibile polizia politica zarista, può esser interessante citare
il testo Nicola II° e gli ebrei - Saggi sulla Rivoluzione Russa nei suoi
rapporti con l’attività universale del giudaismo internazionale" di A.
Netchvolodow-Luogotenente Colonnello dell’Armata Imperiale Russa-Notabile
Onorario dei Cosacchi del Kouban, che afferma:, parlando delle origini della
massoneria:
" è indubitabile che una
considerevole influenza sia stata esercitata su i membri di questo cerchio da
un sapiente e talmudista ebreo di quei tempi, Baruch Spinoza, il celebre
filosofo panteista. I Giudei dei tempi moderni sono fieri di contare Spinoza
fra i loro, ma i suoi correligionari del XVII° secolo lo giudicavano apostata e
lo scomunicavano solennemente dalla sinagoga della loro comunità. Non abbiamo
prove certe che Spinoza abbia preso parte alla formazione della Libera
Muratoria, ma la protezione eccezionale di cui godeva porta a credere che altre
forze erano in gioco e lavoravano con lui. D’altro canto, nessun nome di ebreo
che abbia preso parte alla creazione della Libera Muratoria ci è pervenuto fino
ad oggi. Non è che nel 1910 che un ebreo, Samuel Oppenheim inserirà nelle
“Nuove della Società Storica ebrea d’America”[iii]
un’introduzione intitolata: “Gli ebrei e
Nell'Illuminismo
dei Rosacroce la storica inglese Francis A.Yates accenna, per la verità in
forma molto vaga, a "trasmissioni" rosicruciane e protomassoniche
legate all'ambito ebraico nell'Olanda del XVII° secolo, ma lo stato attuale
degli studi non ci permette ulteriori commenti.
Si può comunque rintracciare alcune affinità
rituali massoniche, ad esempio nella "elevazione" di Hiram, in alcuni
rituali cabbalistici come riporta Grozinger[iv]
"Come il Maharal creò il Golem. Il Maharal
fece in sogno una richiesta per sapere con quale forze potesse combattere
contro il parroco [ostile e nemico degli ebrei]. ebbe la seguente risposta dal
cielo e in forma di un acrostico alfabetico [secondo l'alfabeto ebraico] Ata
Bero Golem Dabbek Ha-chemer. We-tigsor Zedim Chabbel Torfe Ysrael [Tu Crea un
Golem, Impasta l'Argilla. E Abbatti gli Empi, Debella coloro che Straziano
Israele]. Disse a questo proposito il Maharal: in queste dieci parole ci sono
combinazioni [di lettere] grazie alla qual potenza si può sempre creare dal
fango un Golem animato. Il Maharal chiamò poi in segreto il genero, Yitzchak
ben Shimshon ha-Cohen e il suo migliore allievo, Ya'akov ben Chay-yim Sasson
ha-Levi, e mostrò loro la risposta del cielo ricevuta in sogno.. E li mise a
parte del segreto della creazione del Golem, che doveva nascere dall'argilla
della polvere della terra. Disse loro che voleva prenderli con sè‚ perché‚ lo
aiutassero a creare il Golem; infatti, c'era bisogno delle quattro forze
contenute nei quattro elementi fondamentali, cioè fuoco, aria, acqua e terra.
Di sé stesso il Maharal disse che era nato con la forza dell'elemento aria, suo
genero con quella del fuoco e il suo allievo con quella dell'acqua [mentre il
Golem avrebbe contribuito con l'elemento terra], perciò la creazione del Golem
poteva essere realizzata solo da loro tre. Ordinò loro di non rivelare ad
alcuno il segreto, e gli impose dei tikkun [cioè‚ esercizi espiatori e
meditazioni cabbalistiche] e un comportamento adeguato durante i sette giorni
successivi. Nell'anno 5340 [1580], nel ventesimo giorno del mese d’Adar, alle
quattro di mattina, andarono tutti e tre fuori della città di Praga fino al
fiume Moldava. Sulla riva del fiume cercarono e trovarono un posto dove ci
fosse argilla e fango. Tracciarono nel fango la figura di un uomo, lunga tre
cubiti. Disegnarono volto, mani e piedi di un uomo sdraiato sul dorso. Poi si
misero tutti e tre ai piedi del Golem, con i loro volti rivolti verso il suo.
Anzitutto il Maharal ordinò al genero di fare sette giri intorno al Golem,
iniziando da destra per arrivare dalla parte sinistra. Al tempo stesso gli
dette delle combinazioni di lettere che doveva pronunciare compiendo questi
giri. Terminati i setti giri, il corpo del Golem diventò rosso come carbone ardente.
Poi il Maharal ordinò al suo allievo Ya'akov Sasson di girare anche lui, sette
volte, attorno al Golem e gli dette altre combinazioni di lettere. Quand'ebbe
finito, il fuoco si spense perché‚ ora nel corpo del Golem era entrata l'acqua
e da lui si levarono dei vapori. Si coprì di peli come un trentenne e sulle
punte delle dita gli crebbero le unghie. Alla fine anche il Maharal fece sette
giri intorno al Golem, dopodiché tutti e tre pronunciarono il versetto della
scrittura "Soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un
essere vivente (Gn 2,7), perché‚ anche nel respiro devono coesistere fuoco,
acqua e aria, com’è detto nel Sepher Yezirà [Libro della Creazione]. Allora il
Golem aprì gli occhi e li guardò stupito. E il Maharal gridò con voce
incalzante. "Alzati!" E il Golem con un movimento brusco si levò in
piedi. Allora lo rivestirono con degli abiti che avevano portato seco, abiti
adatti ad un inserviente del tribunale. E ai piedi gli infilarono delle scarpe.
In breve era divenuto un uomo come gli altri, vedeva, udiva e capiva, solo non
poteva parlare. E alle sei di mattina, ancor prima che facesse giorno, i
quattro se n’andarono a casa [...]"
Questa
versione della creazione del Golem da parte del Maharal-mi-Prag, il Grande
Maestro di Praga Jehuda ben Bezalel, il Rabbi Low, detto il "doppio
Leone", deriva da una raccolta di storie chassidiche in yiddish-ebraico di
Yehuda Yudel Rosemberg (1909).
Le
affinità con i rituali massonici in 1° e 3° grado sono di per sé‚ evidenti. La
cabbalà, (come del resto l'ermetismo e l'astrologia) affermano che la materia
dell'uomo è composta da quattro elementi, dalla cui commistione ed opposizione
derivano le sue qualità specifiche. Vi sono uomini e cose nelle quali si legano
il fuoco e l'aria oppure l'aria e la terra, e persino il fuoco con l'acqua. La
prevalenza di un elemento sull'altro dona all'uomo o ad una cosa la sua
specifica caratteristica elementale.
Nel
rituale cabalistico della creazione del Golem, così come nell'iniziazione
massonica, la terra è presente, elementarmente, ma non ha una parte attiva.
Infatti, la terra è elemento statico, passivo, che gli altri elementi, mobili
ed attivi devono attivare, vivificare. La deambulazione è antioraria. In
Massoneria il senso della deambulazione si vuol definire per tradizione, in
realtà per consuetudine o, peggio, per vaghi ricordi personali di ciò che si
faceva qualche decennio prima.
La
questione si complica per il fatto che le varie comunioni nazionali hanno
spesso diverse consuetudini per la deambulazione, senza avere, tuttavia, la
cognizione della causa per cui si deve deambulare in senso solare orario o in
senso polare o antiorario.
I
parametri di giudizio in tal senso sono di un'estrema semplicità. La ritualità
è stata creata dall'uomo attraverso l'osservazione e l'imitazione della natura
e dell'universo, nell'intenzione di partecipare coscientemente all'opera
dell'Altissimo, incomprensibile ed inconoscibile nella sua essenza, ma
intuibile nella sua sostanza di macrocosmo e di macroantropo.
Le costanti rituali di tempo, luogo e modo
seguono i ritmi cosmici, le energie terrestri e celesti e le modalità con le
quali queste si rivelano nella natura o perlomeno nel modo con il quale gli
antichi immaginavano si rivelassero. Il fondamento scientifico o meno di queste
teorie non ha alcun’importanza. La deambulazione oraria segue il corso
apparente del Sole attorno alla Terra, ma quest'apparenza ha segnato,
archetipicamente, le concezioni umane inducendole ad elaborarsi una struttura
psichica ed animica che è ancora quella dell'uomo d’oggi.
Questa
struttura crea idee, sogni, miti, misteri, che a loro volta producono storia e
quindi realtà fisica e metafisica assieme. L'uomo ha colto affinità fra il
cosmo e la sua sostanza con quella della sua spiritualità e della sua
materialità; affinità che s’influenzano a vicenda imprimendosi a vicenda una
“segnatura”.
La
conoscenza di queste segnature, secondo regole sia logiche sia intuitive, forma
la scienza analogica, senza la quale è impossibile la comprensione del pensiero
antico così come c'è stato tramandato.
Il fondamentale
parametro di comprensione rituale è appunto quello dell'analogia, il “come se”,
che è vero e falso nel contempo, secondo il relativo punto di vista
dell'osservazione interiore.
L'irrazionalismo,
contestato dal materialismo e dal positivismo non è sintomo dell'irrazionalità
del suo fruitore, ma la libera e superiore scelta di usare la razionalità, la
logica, l'intuizione o l'immaginazione secondo la necessità o l'opportunità
contingente.
Esaminata
da un corretto punto di vista analogico la deambulazione, come ogni altro
procedimento rituale, è un procedimento simbolico che produce un effetto reale
su tutti i piani dell'uomo, fisici o para-fisici che siano.
Secondo
gli antichi concetti, infatti, la corsa notturna del sole ha un procedimento
inverso che produce il fenomeno ed il miracolo di una nuova alba, nel banale e
sublime concetto d’apertura e chiusura di un'esperienza umana che è comunque
cosmica, il ritmo di nascita-morte-rinascita.
Il
rituale hiramitico di 3° grado è un'esperienza analogica di rinascita, di
ritorno ad una vita reale ed è per questo che, nel suo svolgersi, la
deambulazione è sempre antioraria. Nel rituale cabbalistico l'elementalità è
personale, nel senso che le qualità elementali sono quelle personali degli
operatori e quindi effettive.
Nel
rituale massonico le qualità elementari sono convenzionali o virtuali in quanto
si attribuisce al M\V\ il fuoco, al
1° Sorv\l'acqua,
al 2°\ l'aria. Le
circuambulazioni dei tre cabbalisti servono a delimitare uno spazio sacro, una
teofania in cui si presenti la presenza e la manifestazione del divino. Nel
rituale cabbalistico, infatti, non sono, - come del resto in quello massonico -
le energie umane che producono vita nell'umano humus ma la Schekinà [in massoneria si potrebbe dire la presenza del GADU],
evocata dalla recita analogica del versetto del Genesi con cui l'Altissimo
diede vita ed anima a Adamo.
Così
come nelle antiche religioni, nella cabbalà e nella Massoneria è la coscienza e
l'uso dello shem, della parola che è
Verbo, che determina la discesa di un'influenza spirituale, il contatto
possibile fra l'uomo ed il piano divino.
Golem
significa, informe, [e la Terra era informe e vuota...] abbozzo, ma ha anche
significato di caverna, matrice, utero, membrana umida ed avvolgente, ed è il
simbolo dell'incompletezza e dell'imperfezione dell'uomo; ma, nel frattempo,
della sua potenzialità (passiva) di generare spiritualmente, quando lo Yod del
Divino penetra nella sua Hè‚ umana.
L'iniziazione
è quindi, potenzialmente, la possibilità di superare in sé il principio
d’imperfezione onnipresente nel creato. Il Sepher
Yetzirà narra che quando le lettere si presentarono all'Altissimo, l'Aleph,
che è principio primo, per umiltà si presentò per ultima, ma per questo fu
elevata il secondo posto, dopo la Beth che è principio secondo, dualità e
quindi imperfezione in quando, seguendo la contrapposizione degli opposti,
impedisce, nel mondo dell'emanazione, la visione e la comprensione dell'Uno, l'ombra
dell'Altissimo.
Vi
sono delle affinità, appena accennate nella bibliografia massonica, fra la
ritualità latomistica così come si venne formando nei primi decenni del '700, e
quella cabbalistica, soprattutto in quella, forse leggendaria, che si attribuiva
al grande Rabbi Low, e che le difficoltà di reperimento e traduzione
impediscono di mettere maggiormente in luce.
Il
Nome e la Parola[v] hanno
quindi un'importanza fondamentale, sia nella Cabbalà sia in Massoneria, ed è da
quest'affinità che cercheremo di comparare il rinvenimento criptico di ciò che
fu perduto e ritrovato.
Sia in Massoneria sia nella cabbalà la Parola
e la Luce sono due modalità di trasmissione, creativa ed emanativa assieme, del
divino, e si equivalgono nella loro finalizzazione di ricollegamento
micro-macrocosmico.
"
il processo della manifestazione di Dio,
del suo esternarsi, è rappresentato con il simbolismo della parola della
creazione o il dispiegarsi del nome divino, per i cabbalisti si tratta solo di
fare una scelta fra due simbolismi dello stesso ordine, il simbolismo della
luce e quello del linguaggio"[vi]
Il
ritrovamento criptico del Nome o della Parola è quindi quello stesso della
natura intuibile e non comprensibile del divino, dell'ineffabilità del Logos
nella sua forma di Luce. Ma qual è in realtà la Parola inscritta del delta
d'oro del massoni criptici, i tre Yod (WWW) del ternario o il
Tetragrammaton (UYUW) del Quaternario?
La Yod del Nome sacro
costituisce il nodo delle tre cose legate assieme. È formato d'una barra in
alto, un'altra in basso ed una terza nel mezzo ( W W W).La barra in alto è
La barra di mezzo è l'altra
testa. Poiché vi sono tre teste, di cui ciascuna forma un tutto. Così la barra
di mezzo è l'altra Testa che esce dalla barra in alto, la Testa di tutte le
teste, necessaria alla costruzione del Nome sacro; è la Testa nascosta a tutti.
Abbiamo visto nel Libro d'Enoch come questi, nel momento
in cui gli si rivela la saggezza dei misteri supremi vede il Giardino
dell'Eden, e vede, nel contempo, che tutti i mondi sono incatenati gli uni agli
altri. Allora domanda [agli angeli] su cosa sono fondati.
Essi gli risposero: Tutti
sono fondati sulla Yod; da essa tutti furono formati e ad essa furono
incatenati, così com'è scritto" Tu
hai fatto tutto con saggezza.".
Enoch vide inoltre che tutti i mondi tremavano
davanti al loro Maestro, e che tutti furono chiamati con il loro nome. Nel
libro del Re Salomone è detto: Il nodo dei Tre porta un abito che tutto lo avviluppa.
Uno dei Tre è il più terribile di tutti, l'altro è un sentiero misterioso, il
terzo una profonda luce. In seguito questo nodo è espresso attraverso le
lettere dell'alfabeto.
Notate in oltre che i dieci
nomi corrispondono alle lettere che rientrano
nella Yod, Vav e Daleth. Nel libro di Rab Hemmenouna il Vecchio, è detto
che i nomi sono otto e che bisogna aggiungerci i dieci gradi corrispondenti ai
due firmamenti ove i nomi variano fra dieci, nove, otto e sette.
La prima parte del Nome
sacro è "Yod, e Hè " perché la Yod comprende la Hè, che esce da Yod.
Per questo la saggezza è chiamata "Ah". Il secondo grado è "Yod,
Hè e Vav", chiamato Elohim, perché è il fiore della misericordia ove non
vi è alcun rigore.
Quando il nome si scrive Jehova e si pronuncia Elohim, si indica la misericordia e non il rigore.[perché ciò che ingenera è una parte costitutiva di sé stesso].
Il terzo grado è "El" che designa la grandezza: è perciò che si dice "Dio grande" (El Gadol).
Il quarto grado è "
Elohim del Rigore".
Il quinto grado è Jehova che
contiene tutta la fede ed è la vera clemenza. Il sesto ed il settimo grado è
"El Hai" (il Dio vivente); è il Giusto da cui emana ogni vita. È
chiamato Jehova, come è scritto: "Jehova è giusto." È
[i] Bernard E.Jones Guida e compendio dei Liberi Muratori, Atanòr, Ariccia 1995, pg.217
[ii] Cfr. René Guénon Forme tradizionali e cicli cosmici, Atanòr, Roma, 1974.
[iii] Vedi “The Jews and Masonry in the United
State before 1810” di Samuel Oppenheim. Reprint dalla pubblicazione
nell'American Jewish Historical Society n.° 19 (1910) pp.10,11,12,13 e 94.
[iv] Kafka e la Cabbalà di Karl E.Grozinger, Giuntina, Firenze, 1993,
pgg.142/143 citazione tratta da "Judische Wundermanner" di K.E.
Grozinger pgg. 205-219.
[v] " La Bibbia ebraica ci dice che Dio fece il mondo con le parole. Parlò, ed il cosmo divenne realtà (l'espressione aramaica 'avara ke-devara' "Io creo mentre parlo' è divenuta, nel linguaggio magico, abracadabra)…ma nell'ebraismo le parole non sono soltanto lo strumento della creazione, sono anche una realtà fondamentale." Da: Lawrence Kushner Il Libro delle Parole ebraiche Ecig, Genova 1998
[vi] Gershom Sholem Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, Adelphi, Milano, 1998. Pg.43