GERUSALEMME TERRESTRE E GERUSALEMME CELESTE

 

Di Vittorio Vanni

 

Roma e Gerusalemme sono state più che antiche città, la fonte e l’origine della maggior parte della civiltà occidentale così come oggi la conosciamo. I paradigmi etici e politici della romanità sono i fondamenti della nostra cultura, ma lo sono ormai in una forma non più visibile, integrati nella nostra era. Gerusalemme è invece ancora, come lo è sempre stata, una città vivente, di là della sua entità geografica.

Da un punto di vista storico, etico, religioso, la sua esistenza specifica e costante, è sempre stata motivo d’inquietudine, di scandalo, proprio per la sua stessa specificità, per l’individualità pertinace attraverso i secoli della sua gente. Molti di noi non conoscono il nome del proprio bisnonno. La nostra identità ha radici solo nella nostra personalità e nell’ambiente che ci ha formato. La nostra origine genetica c’è sconosciuta, attraversata da chissà quanti incroci derivanti da invasioni e migrazioni lontanissime.

Non così è per gli ebrei. La loro Gerusalemme è una patria nella quale abitano continuamente, in qualsiasi luogo si trovino perché esiste realmente nei loro geni e nei loro zigoti. La comunità ebraica italiana a Roma esiste da duemila anni e nonostante i continui apporti dai più svariati paesi, i veri ed originari italiani sono loro.

L’odierna Gerusalemme della nostra storia non è soltanto la capitale di un piccolo paese mediorientale, ma, nel bene e nel male, la summa d’ogni esperienza occidentale, la sintesi d’ogni cultura delle nazioni europee. E’ ben curioso che il mito di Gerusalemme comporti, nel suo nome stesso, l’idea di pace. Non vi è stato forse nessun altro posto al mondo in cui sconvolgimenti e guerre sono stati quotidiani.

Noi conosciamo la genesi di Gerusalemme dalla Bibbia, ma la Gerusalemme come città mistica, come sintesi delle concezioni mediterraneo-occidentali nasce piuttosto nel momento della sua distruzione e dalla diaspora ebraica. È la Gerusalemme indimenticabile del ricordo di coloro che la dovettero abbandonare, che portarono in tutto il mondo, l’unico tempio ormai possibile, i rotoli della legge, il candeliere a sette braccia, l’amenorà, i mezuzhot ed i thephillin della loro tradizione.

Nella benedizione della mensa, una delle antiche liturgie domestiche indicate nel Talmud, s’indica che questa non avrebbe potuto esser valida senza la lode della Terra, eccellente, buona e vasta, perché la dove un uomo sede a mensa, quella è la sua patria, ma nel contempo non avrebbe potuto esser valida senza ricordare la casa di David e la riedificazione di Gerusalemme.

Ma forse è proprio nel dolore dell’esilio e nello sradicamento dalle proprie origini che gli ebrei, questo popolo dalla “dura cervice”, secondo la definizione d’Adonai stesso, che nasce la costante e pertinace lucidità, la razionalità profonda, l’umorismo sagace e sarcastico del popolo ebraico. Anche nel momento culminante dell’unione mistica con il divino non vi è quiete ed introversione per l’israelita, ma lo sgorgare improvviso del canto e del ballo, anche per il vegliardo piegato dagli anni.

Anche dallo sconforto, dal disinganno, anche dalla coscienza dell’eterno male che è negli uomini, e che si esprime in persecuzione e violenza, può nascere l’esplosione della gioia. Anche il contatto con il sacro è venerazione e confidenza assieme, una sorta di sacra desacralizzazione che è tipica della mistica ebraica.

Nella cabbalà, e nel suo schema di rappresentazione delle forze che agiscono sui vari piani della manifestazione, che è l’Albero Sephirotico, il Padre, Cochma, è alla testa della colonna della Misericordia ed è la manifestazione gioiosa e confidente del divino.

La manifestazione terribile del divino è femminile, la Madre, Binach, a capo della colonna del rigore, una forza fatale ed oscura che si potrebbe assimilare ad Astarte, Durga Kaly, Diana efesina, al concetto primitivo della paura della femmina, colei che gestisce la generazione misteriosa ed è in contatto con i grandi cicli cosmici.

Rigore e misericordia, ma anche la loro difficile sintesi d’equilibrio instabile, rappresentato dalla colonna mediana dell’albero Sephirotico, sono i due volti di Gerusalemme, la Gerusalemme celeste rivolta all’Altissimo, all’Uno, all’Inconoscibile ma non per questo meno amato, e la Gerusalemme terrestre, il mondo del rigore, del dolore, della lontananza, di tutto ciò che nell’uomo è sentimento d’inadeguatezza, d'insufficienza, d'effemericità, di terribile finitezza di fronte all'infinito ed all'eterno. Dalla conquista romana fino al 7° d.C. che cos'era la Palestina? Un piccolo protettorato diviso in vari regni e stati, fra di loro nemici. Una città caotica, non molto grande anche secondo i parametri del tempo, squassata da fazioni politiche e religiose fra di loro nemiche, nota più che altro per un particolare fanatismo religioso poco comprensibile al sincretismo romano.  Un luogo d'esilio o di punizione per i governatori e gli amministratori romani, in quanto era una lontana provincia in cui era persino difficile lucrare. I Sadducei, a carattere aristocratico, erano più vicini al Tempio ed alla classe levitica. Si scontravano con i Farisei, più disposti a confondersi con l'elemento popolare, e più vicini alla Sinagoga, dove l'esercizio del culto era aperto a tutti, ma che tendevano, attraverso il controllo delle classi popolari ad assumere il potere. Accanto a loro gli Scribi, coloro che interpretavano la legge, che i Farisei, con modalità non univoche, cercavano di osservare. Poi gli Esseni, che dalle loro grotte a strapiombo sulle rive del Mar Morto, influenzavano gli elementi mistici e profetici della popolazione. Poi ancora gli zeloti dalla grande sica, il pugnale del "sicario", che lottavano contro la dominazione romana, ed ancora gli erodiani. Tutti attendevano il Messiah, quest’avatar ebraico molto particolare nella storia dell'umanità, in un fermento di tendenze religiose veramente unico, nella civiltà dell'impero romano. I Romani, che non erano degli sprovveduti, conoscendo l'importanza del Tempio nella religione ebraica, credettero che distruggendo il Tempio di Gerusalemme avrebbero finalmente debellato quella dura e riottosa razza che non sarebbe mai venuta a patti con le leggi romane. Il Tempio non sarà mai più riedificato. Solo il Messiah atteso lo potrà, un giorno. Ma i Farisei ritenevano la Legge superiore al Tempio e le Sinagoghe, in cui si leggeva e s'interpretava la Legge, un buon surrogato del Santuario.    Dopo decenni di una lotta sorda contro la supremazia romana, scoppio la guerra, culminata, nel 70 d.C., forse il 6 agosto, il Tempio fu distrutto ed il Santo dei Santi profanato dalla presenza degli stranieri. Israele cessa di essere uno stato indipendente fittizio e diventa una provincia dell'Impero. Ma fu la Legge che salvò l'esistenza degli israeliti. Gli ebrei si sparsero in tutti i paesi conosciuti. La rigida osservanza della Thorà, la speculazione filosofica ed intellettuale di una mistica che, ben poco conosciuta, rappresenta uno dei monumenti più alti della cultura universale, e soprattutto la Mishnàh, sostituirono una città ed un tempio, forse ormai irricostruibili, nella loro mistica materialità, in tempi ormai ritenuti impuri. La Mishnàh, soprattutto, il corpus juris ebraico che, trasmesso oralmente prima della Diaspora, si costituì in forma scritta fra il I ed il III° secolo d.C. è ancora oggetto di vivaci dialettiche interpretative e sofisticatissime interpretazioni. La vera Gerusalemme, celeste e terrestre assieme si erge oggi sono nella mente e nell'anima di chi sa vivere in essa, nella conoscenza che la Shekinah, la Divina Immanenza, la Divina Presenza invade la materia e la regola, ma non s'identifica in essa. Solo in questa teofania può consistere il luogo illuminatissimo della pace e della gioia che evoca il suono della parola Gerusalemme.