SAINT MARTIN
Il Filosofo Incognito
Jacques Matter
(a cura di Rino Follien)
La sua vita ed i suoi
scritti
Il suo maestro Martinez
ed i loro gruppi
Louis Claude de Saint-Martin
Detto il Filosofo Incognito
da documenti
inediti di Jacques Matter
Consigliere
onorario dellUniversità di Francia
Già Ispettore
Generale delle Biblioteche Pubbliche, ecc.
Parigi 1862
Traduzioni di Rino
Follien
Aosta 1997
PREFAZIONE
Dopo i brillanti apprezzamenti su Saint-Martin di
Chateaubriand e Madame de Stahl, di J. de Maistre e di Cousin, nulla occorre aggiungere
sull'importanza del ruolo avuto dal "Filosofo Incognito" nella storia del
pensiero alla fine del secolo scorso ed all'inizio del nostro.
Se fosse rimasto ancora
qualche dubbio, il dotto commento di De Baader, le considerazioni critiche di Moreau,
l'eloquente tesi di Caro ed il delizioso profilo di Sainte-Beuve l'avrebbe sicuramente
risolto.
Ciononostante, Saint-Martin non ha ancora avuto nella storia
della letteratura moderna il posto che gli spetta, e si può affermare senza esagerazione,
è rimasto per il mondo come si è autodefinito: il Filosofo Incognito.
Senza dubbio la sua dottrina è esposta nei suoi numerosi
volumi, ma non lo è interamente, c'è dell'altro; e non lo è neppure chiaramente, c'è
di più.
Alcuni dei suoi scritti, recentemente pubblicati, ed altri
ancora inediti (ndt: siamo nel 1862), sono indecifrati, se non indecifrabili; e, nella sua
corrispondenza intima, si percepisce ovunque l'esistenza di particolari della dottrina
riservati, anche nei confronti del più avanzato dei suoi discepoli.
Ciò che rimaneva totalmente oscuro finora, erano le origini
reali della dottrina di Saint-Martin, e ciò che era impossibile stabilire era il punto di
demarcazione tra il suo insegnamento e quello del suo maestro Martinez de Pasqualis, di
cui non una sola pagina era conosciuta ai profani.
Si ignorava dunque, circa in eguale misura, i primi passi e
gli ultimi risultati di tutto quel vasto insieme di speculazioni, le une di pura
filosofia, le altre di morale e di politica, altre ancora di misticismo e di teosofia,
speculazioni che un po' ambiziosamente per Saint-Martin, si potrebbe chiamare il suo
sistema.
La vita del personaggio era velata come i misteri del suo
pensiero. Non avevamo che l'edizione mutilata del "Portrait", l'enfatico elogio
di Tourlet ed il commento un po' più sviluppato e temperato di Gence: le informazioni
raccolte dal Caro e quelle che Saint-Beuve pubblicò nelle sue belle pagine dedicate al
teosofo secondo il manoscritto autografo del "Portrait", ne richiedevano di più
complete.
Ebbene, se la dottrina di Saint-Martin, che politicamente
non è una semplice teocrazia, né filosoficamente un semplice misticismo, ma che è
un'autentica teosofia per quanto attiene le cose divine ed umane, può offrire, oggi, un
interesse del tutto speciale, ciò è ancor più vero per la sua vita.
Altri nostri contemporanei - in quanto Saint-Martin è del
nostro secolo e dei nostri - hanno svolto indubbiamente nell'insegnamento, nello Stato ed
in ogni tipo di carriera, un ruolo ben più considerevole, più eclatante e più facile da
testimoniare di quello di un semplice ufficiale di fanteria, di un semplice allievo delle
scuole "normali", autore e caposcuola, senza dubbio, ma più rivolto nella
direzione spirituale, per sua natura poco apprezzata, che in altre. Ma dal punto di vista
degli ideali e delle aspirazioni morali non conosco, per quanto in alto lo cerchi, un
comportamento di vita superiore al suo, per quanto non scevro da manchevolezze.
Aggiungerò che proprio questo mi ha spronato in questo
lavoro e mi è parso maggiormente meritare un po' di attenzione; è questa esistenza così
pura e serena nel mezzo di tanti sconvolgimenti, così distaccata dagli imperiosi
interessi del tempo; quando intorno a lui ogni cosa è, o passione, o violenza, o
persecuzione, o paura, Saint-Martin è calmo, amabile, sicuro, disinteressato: il saggio
in persona. E lo è, non per sua natura ma per volontà e ragione.
Ecco cosa mi ha avvinto; e cosa mi ha fatto ritenere che
qualche pagina su Saint-Martin poteva essere gradita e di qualche utilità.
Vi sono delle ragioni speciali se ho scritto queste pagine.
Per un raro colpo di fortuna mi sono trovato tra le mani, durante un viaggio all'estero, i
due piccoli volumi manoscritti del trattato di Martinez, "De la
Réintégration", di cui non conosco che due esemplari, uno in Francia, l'altro nella
Svizzera francese. Ho potuto quindi confrontare le due migliori copie esistenti di questa
reliquia, diventata così rara.
L'attuale proprietario dei manoscritti di Saint-Martin,
legati da questi a Gilbert, da Gilbert a Chauvin, è un mio amico che, acquistatili
recentemente, molto gentilmente li ha messi a mia disposizione.
Ho potuto inoltre consultare due copie della famosa
corrispondenza, per lo più ancora inedita, di Saint-Martin con l'erudito patrizio di
Berna. Ed ho potuto aggiungere a queste lettere così istruttive, quelle, anch'esse
inedite, del conte di Divonne che mi ha messo in comunicazione con il barone De Stenglin,
oltre a quelle di Maubach e di Madame De Boecklin, la più celebre tra le amiche di
Saint-Martin, e che mi hanno messo in comunicazione con le persone della Svizzera e della
Francia che le possiedono.
Senza essere propriamente del gruppo di Saint-Martin, se ne
era formato uno, in Svizzera, attorno al suo amico di Berna, il barone De Liebisdorf,
gruppo composto principalmente dal Consigliere d'Eckartshausen, dalla signorina Lavater e
dalla signorina Sarazin; poi un altro in Germania, attorno a Young-Stilling, dove
spiccava, dopo il granduca regnante, di cui era l'amico, la baronessa De Krudener, la cui
vita ebbe fasi così alterne. Ho letto le lettere dell'uno e dell'altro di questi due
gruppi, ed ho trovato nelle notevoli comunicazioni fra gli stessi, la corrispondenza più
illuminante al riguardo di Saint-Martin: si tratta di quella di Young-Stilling e di
Salzmann, che è in mio possesso.
E per finire, Taschereau ha, con squisita e rara cortesia,
messo a mia disposizione una copia del manoscritto autografo del "Portrait" che
possiede e vi ho attinto a piene mani.
Ma se ho potuto, grazie a questi aiuti, redigere una
biografia piuttosto completa di un eminente pensatore, mi è sovente occorso di incontrare
ancor più enigmi e nuove zone d'ombra di quante ne riuscii a dissipare di vecchie. Alle
più vive espressioni della mia riconoscenza per i ricchi contributi che mi sono stati
gentilmente dati, devo aggiungere un accorato appello a tutti coloro che hanno qualche
notizia sui numerosi ed importanti personaggi con cui Saint-Martin ha avuto rapporti: per
onorare la sua memoria e nell'interesse della scienza, li prego di volermene far parte
presso il mio editore.
Non vi è aggiunta o rettifica che non sia pronto ad
accogliere con la massima gratitudine, concedendomi di approfittarne con tutta
l'indipendenza che ho messo nel giudizio sia della dottrina che della vita dell'eminente
pensatore.
Matter
Parigi, 1° maggio 1862.
Capitolo I
L'infanzia di Saint-Martin - Il collegio - Le prime letture
edificanti - La scuola di diritto - Le prime letture di filosofia - La Magistratura a
Tours - Le prevenzioni
__________
Il destino dell'albero non è interamente nella natura o nel
suolo che occupa; è anche nel clima che lo avviluppa e nell'atmosfera che respira; è
anche ed essenzialmente, nella maniera in cui è stato piantato e come è formato. Lo
stesso dicasi del destino dell'uomo.
Quello di Saint-Martin, essenzialmente dovuto alla sua
natura delicata ed al suo fragile organismo, fu modificato dalla sua iniziale educazione e
profondamente influenzato dalle sue prime letture.
Nato il 18 gennaio 1743 da una pia famiglia di Amboise,
Louis-Claude de Saint-Martin fu allevato dal padre con la severità educativa propria del
tempo; da sua suocera - essendo la madre morta poco dopo averlo dato alla luce - con
attenzioni e tenerezze la cui impressione fu decisiva per tutti i suoi affetti e che gli
fecero amare Dio e gli uomini in un modo singolarmente tenero; questi ricordi
influenzarono il filosofo in tutte le fasi della sua vita: sempre una donna santamente
amata vi svolge un ruolo.
Con il cuore così disposto ed intriso d'amore, ricevette
dalle prime letture fatte un'impronta e delle tendenze ancora più decisive, più
interiori e più mistiche. Il libro di Abbadie, "L'Art de se connaitre
soi-meme", (L'Arte di conoscere se stesso), l'iniziò a quell'insieme di studi di sé
e di meditazioni sul modello divino di ogni perfezione che divenne lo scopo della sua
vita.
I dettagli sull'infanzia e gli anni di collegio del futuro
teosofo non ci sono noti. Nelle Memorie o Note autobiografiche sulla sua vita che ha
intitolato "Mon portrait historique et philosophique", egli stesso non ci
fornisce che una sorta di leggenda sul suo sviluppo fisico. Ha cambiato pelle sette volte
a balia, ci dice. Ma né il fatto in sé, né il numero sacro che usa devono essere presi
alla lettera. Il pensiero che ha dettato l'uno e l'altra si svela in queste parole:
"Non so se è a questo fatto che devo l'avere così poco astrale". E' un
pensiero molto delicato, ma tuttavia molto privilegiato, che ci vuole indicare attraverso
questo cambiamento di pelle rinnovato per sette volte. E tale era in effetti
costituzionalmente; lo vedremo tra breve, come il senso della parola astrale o siderale,
parola che predilige nel suo stile mistico, ma che non è di sua coniazione, che attinge
dai suoi maestri più cari.
Dal Collegio passò alla scuola di diritto, quella di
Orléans, suppongo, che non nomina mai. Su questo periodo discreto e sugli studi che vi
fece non conosciamo che un fatto: "più che alle regole della giurisprudenza - che
detestava - si dedicò ai fondamenti naturali della giustizia". Ce lo dice uno dei
suoi biografi, il Gence, e ciò è comprensibile, data l'epoca. E Saint-Martin, senza
volerlo, ci rivela il segreto delle sue antipatie, che condividerà d'altronde con
numerosi altri studenti del tempo che preferivano sognare sui banchi di scuola ai futuri
splendori del poeta, del guerriero, dello scrittore, del filosofo o dell'uomo di Stato
piuttosto che applicare la loro attenzione nelle scienze austere. La scienza austera non
è, dopotutto, seppur nelle sue forme più ributtanti, - ammesso che meritino questo
epiteto - se non quella delle leggi morali del mondo, vale a dire delle basi naturali
della giustizia. Ma lo strumento attraverso il quale le parole accademiche talvolta la
presentano, può farla misconoscere da giovani un po' viziati dall'educazione ricevuta o
dalle letture fatte. Saint-Martin era fra questi. Egli stesso afferma che, sin dall'età
di diciotto anni, aveva letto i filosofi di moda. Ecco perché si capiscono chiaramente le
sue antipatie di studente. Intorno al 1760, gli scrittori in voga si chiamavano
Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Avvezzi ad ascoltare sulle leggi e sui costumi maestri
di quella levatura, è più che naturale che si ascoltassero con una certa freddezza
semplici professori di giurisprudenza. Da parte di Saint-Martin è ancora più spiegabile
avendo egli preso, sin dal collegio, il gusto alle letture filosofiche. E' infatti
evidente che un uomo che ha letto, a diciotto anni, i filosofi in voga, ne avesse iniziato
la lettura sin da molto giovane. Saint-Martin, abbordandoli, era non solo molto giovane ma
sicuramente troppo giovane. Ce lo dimostra quanto dirà più tardi: un pensatore così
profondo e così lucido come lui non sparla dei filosofi senza averli letti con la propria
immaginazione piuttosto che con la ragione.
Basterebbe questo per spiegare un certo allontanamento dallo
studio della giurisprudenza nell'epoca in cui lo
Spirito delle leggi di un grande scrittore faceva trascurare la lettera del Codice e le
tradizioni degli Usi, e in un'epoca in cui si preferiva prendere il volo su questioni di
alta politica che seguire quietamente una mera soluzione di diritto. A queste, un'altra
ragione veniva ad aggiungersi nella vita di Saint-Martin: era lo scarso interesse di un
ragazzo di estrazione militare per la toga di magistrato che gli si voleva affibbiare.
Infatti suo padre desiderava vivamente che entrasse in
magistratura, carriera per niente gradita al giovane studente. Ciononostante, con rispetto
filiale, Saint-Martin ultimò i suoi studi e si fece accreditare come avvocato del Re
nella sede di Tours. La sua tesi di ammissione, come egli stesso racconta, non fu molto
brillante. Vi versò un cappello pieno di lacrime, ci dice; ci dà così un'idea generale
del suo modo di esprimersi e del suo stile troppo ricco di figure molto azzardate. Il modo
in cui esplicò le sue funzioni per sei mesi confermò purtroppo questi inizi. Il tutto lo
umiliò a tal punto che sollecitò vivamente il permesso di abbandonare una carriera che
avrebbe potuto fare un protetto del Duca di Choiseul ad ottenere, dandosi un po' da fare,
la successione di uno zio Consigliere di Stato. La sua insistenza era legittima. "Non
ho mai capito, in questi sei mesi, - ci dice - chi, in una causa passata in giudicato,
aveva vinto o perso il processo, e ciò dopo aver ascoltato patrocini, deliberazioni e
pronunciamenti del presidente".
Siamo qui di fronte a della poesia più che alla realtà
storica, ma anche questo attesta che Saint-Martin non aveva ambizioni di carriera, i suoi
interessi erano altrove.
Dove erano rivolti i suoi interessi?
Intraprese la carriera militare; ma non fu per raggiungere
una posizione di rilievo o per distinguersi in modo eclatante. Detestava la guerra in nome
di tutti i suoi principi. Si lasciò nominare ufficiale per continuare i suoi studi
preferiti: la religione e la filosofia. Conosceva in modo ancora parziale entrambe queste
due scienze superiori. I loro testi fondamentali, che non ha mai molto approfondito; la
loro storia, dove un giorno avrebbe occupato, senza saperlo, un posto, li ignorava
malgrado le sue letture. Ma ne misurava la portata e ne subiva il fascino. Aspirava alle
loro austere bellezze, ma più per gli slanci della sua devozione che per quelli del suo
talento; svolge peraltro nei loro testi un ruolo considerevole più per l'arditezza delle
sue soluzioni che per il lustro delle sue scoperte. Ciononostante nessuno contesta né la
potenza della sua ragione, né la purezza dei suoi intendimenti. Un intrecciarsi di forza
e di debolezza, oserei dire di audacia e d'insufficienza, crea, nello stesso tempo,
l'imperfezione della sua dottrina e la gloria della sua vita. In quanto nessuno, con studi
meno intensi e meno estesi, ha mai affrontato i problemi con maggiore energia e offerto
soluzioni con maggiore buonafede; aggiungerei anche autorità, poiché la buonafede ne
conferisce una grande.
Il suo punto di partenza in filosofia deve essere ben
puntualizzato. Nulla di più istruttivo. Prova diffidenza per la filosofia. Aveva sette
anni quando Palissot fece rappresentare la sua commedia. "Philosophes", e ci si
chiede se il pensiero di questa triste e violenta incriminazione, pensiero allora molto
apprezzato in certi ambienti, non sia riuscito a dominare il suo con una qualche
influenza. Parla dei grandi uomini del suo tempo con ammirazione sincera, e desiderava
vivamente conoscere Voltaire, Rousseau soprattutto; ma, in generale, le dottrine degli
scrittori che il diciottesimo secolo qualificava come filosofi, l'irritano o gli ispirano
sdegno. Considerava anche molto poco quelle scienze così positive, e ordinariamente così
esatte in virtù dei loro metodi, che gli spiriti più severi per la filosofia speculativa
omettono di censurare. Era l'effetto di uno spiritualismo eccessivo. Non capisce, dice,
come gli uomini che conoscono le dolcezze della ragione e dello spirito possano occuparsi
per un momento della materia.
Come si può vedere, ciò che allarma la sua anima tenera e
devota, non è lo studio serio, è il grossolano culto della materia, sono le dottrine
materialiste del tempo. Queste lo riempiono di indignazione; lo appassionano allo
spiritualismo sotto ogni forma. E questa passione generosa, unita alle sante impressioni
della sua giovinezza, decide della sua vera carriera, di quella che segue come un fuoco
interiore in seno a quella delle armi.
Lo vedremo inizialmente approfittare del tempo libero che
questa gli lascia per fare studi più costanti su tutte le cose che gli interessano, poi
consacrarsi interamente a ciò che ben presto chiamerà le "sue cose".
Capitolo II
La carriera militare - La guarnigione
di Bordeaux - L'Iniziazione alla scuola di Martinez de Pasquallys - La dottrina segreta di
Martinez - Il suo trattato inedito - La caduta e la reintegrazione - Le operazioni
teurgiche e l'utilizzo degli spiriti superiori - Una discussione tra Martinez e
Saint-Martin - Apprezzamento degli Illuminati di Francia di Joseph de Maistre.
(1 7 6 6 - 1 7 7
1)
_______________
Dalla magistratura, Saint-Martin era
passato alla carriera militare senza alcuna preparazione né transizione. Il duca di
Choiseul, per riguardo alla sua famiglia, gli aveva fatto assegnare, come si usava a quei
tempi, un brevetto di ufficiale nel reggimento di Foix, come ad altri aveva fatto
attribuire brevetti di ciambellano.
Si ignora se il giovane luogotenente
improvvisato, assegnato al suo reparto che aveva guarnigione a Bordeaux, si dedicò allo
studio della scienza militare o si limitò semplicemente ad espletare i normali doveri del
suo grado. Nelle sue note non ho trovato nulla a questo proposito. Ciò che spiega
parzialmente, nella vita di Saint-Martin, l'assenza di ogni preoccupazione militare, è
che il Trattato di Versailles, mettendo fine alla guerra dei sette anni, aveva assicurato
all'Europa una condizione di pace alla quale l'opinione generale attribuiva una lunga
durata e che l'America non venne a turbare, peraltro oltre oceano, se non quando il
giovane ufficiale ormai non era più in servizio. D'altronde, tutte le potenzialità della
sua anima e del suo pensiero erano assorbite altrove e le sue vive aspirazioni verso le
due scienze che prediligeva trovarono a Bordeaux un alimento pieno di seduzione. Vi
incontrò uno di quegli uomini straordinari, grande jerofante di iniziazioni segrete che,
per trasmettere i loro misteri, usano la massima discrezione: Martinez de Pasquallys,
portoghese, a cui nessuno può rimproverare di aver ricercato, con la scusa della sua
scienza segreta, sia la fama che il denaro. Di razza orientale e di origine israelita, ma
diventato cristiano come lo diventavano gli gnostici dei primi secoli, dom Martinez
iniziava dal 1754, in molte città della Francia, soprattutto a Parigi, a Bordeaux, a
Lione ed altrove, adepti di cui nessuno interamente depositario, in possesso cioè di
tutti i suoi segreti ma di cui molti non cessarono di professare per lui ammirazione e
rispetto. Saint-Martin, che doveva essere il più illustre dei suoi discepoli, ci dice che
il maestro non li trovò sufficientemente avanzati per poter loro trasmettere i suoi
insegnamenti supremi.
Quando Saint-Martin gli fu presentato
dagli ufficiali suoi commilitoni, vi giunse con le migliori predisposizioni.
In che modo, con quali dottrine,
quali talenti, quali cerimonie, quali mezzi esterni, questo iniziatore ai misteri, dal
linguaggio sgrammaticato, riuscì ad attrarre giovani di buona famiglia, soprattutto un
filosofo di una così tenera devozione, di un cattolicesimo apparentemente così fermo e
di età già matura? In quanto sin d'allora, Saint-Martin, a cui mi riferisco, era
filosofo ed aveva il diritto di essere un discepolo difficile da accontentare. Aveva
seguito molti altri maestri al Collegio ed alla scuola di diritto, occupato per sei mesi
in un tribunale come avvocato del Re, letto tutti i filosofi in voga e fatto uno studio
approfondito su Burlamaqui.
Le dottrine di Martinez de Pasquallys
e le sue pratiche erano dunque molto seducenti.
In assenza di documenti, ci si è
ridotti finora ad induzioni o a congetture. Sia le une che le altre si sono formulate
facilmente, ed una volta proclamate, sono diventate dei fatti. Si è detto che le opinioni
del maestro dovevano trovarsi negli scritti del discepolo, soprattutto in quelli che
Saint-Martin ha pubblicato per primi e prima di aver fatto quella conoscenza di Jacob
Boehme che segnò un'epoca della sua vita. In poche parole, si riteneva per certo che
l'opera "Degli errori e della verità" era scritta secondo i principi e le idee
di Martinez de Pasquallys.
Questa via, d'altronde la sola
possibile prima di conoscere i manoscritti lasciati da Dom Martinez, era peraltro poco
sicura. Ognuno lo percepisce, in quanto ognuno sa quale idea ci si farebbe della dottrina
di Socrate seguendo gli scritti di Platone, o della dottrina di Platone seguendo gli
scritti di Aristotele, o di Aristotele non consultando che quelli di Teofrasto. E, per
rimanere più vicini a noi, ognuno sa anche quale Descartes si avrebbe ascoltando
Malebranche o Spinoza, e quale Kant attingendo a Fichte, quale Fichte attingendo da
Schelling. E' la stessa cosa per Saint-Martin ed il suo maestro: non si avrebbe una giusta
idea di quest'ultimo consultando solo Saint-Martin, benché lui stesso insinui che, nei
suoi primi scritti, seguiva le idee di Martinez.
Abbiamo in verità l'opera di un
altro discepolo del fondatore della scuola di Bordeaux, l'abate Fournié; ma non lo si
conoscerebbe meglio ascoltandolo. Eppure ci dice ancora più espressamente che espone le
idee del suo maestro, ma si differenzia da Saint-Martin, per riprendere un esempio citato
e comprensibile a tutti, nello stesso modo in cui i due celebri discepoli di Socrate,
Senofonte e Platone, differiscono tra loro. Si deve dunque fare una profonda distinzione
tra il maestro di Bordeaux ed i suoi due allievi, come tra i due allievi stessi.
Qual è stata la vera dottrina del
caposcuola?
La scienza segreta di
Martinez è stata definita una mescolanza di gnosticismo e di giudaismo, entrambi permeati
dalla Kabalah. Questo non è completamente falso. Avendo gli gnostici professato o
consultato tutti i sistemi della Grecia e dell'Oriente, compresi i testi giudei e
cristiani, vi è naturalmente dello gnosticismo in tutte le speculazioni teosofiche, e non
vi è giudeo erudito, per quanto cristiano sia diventato attraverso i suoi studi, che non
abbia una certa qual dimestichezza con i contenuti della Kabalah.
Ci si è potuti accontentare di queste generalizzazioni
finché si è ignorata l'esistenza o disdegnato lo studio di un resoconto
dell'insegnamento di Martinez tracciato da lui stesso; ma consultando questo documento che
ho tra le mani, il trattato così raro della Reintegrazione, non ho alcuna ragione di
credere che Dom Martinez possa essere riallacciato alle antiche scuole degli gnostici o
dei cabalisti. Dei loro antichi maestri non ne cita alcuno e non conosce realmente né i
loro testi né i loro sistemi, non più di quelli dei filosofi greci o quelli dei dottori
della Chiesa. Non cita nemmeno i pensatori giudei o cristiani del Medio Evo e dei tempi
moderni. La sua dottrina è senza dubbio nient'altro che un singolare eclettismo, ma non
rassomiglia ad alcunché di quanto è conosciuto nella storia della filosofia. Prende i
testi sacri come guida, ma ne fa scaturire degli insegnamenti che gli autori dei testi
stessi rigetterebbero con forza.
Il trattato manoscritto di Martinez di cui parlo e che ho
avuto la fortuna di incontrare molto inopinatamente, si distingue già per l'arditezza
della sua concezione. Porta questo titolo: "Trattato sulla Reintegrazione degli
esseri nelle loro prime proprietà, virtù e potenze spirituali e divine", e si
compone di diverse parti, formanti circa 355 pagine in 4°, di una scrittura molto stretta. Lo si direbbe scritto
tutto d'un fiato, tanto il ritmo e la natura delle idee si concatenano.
Ha per oggetto, non lo stato attuale delle cose ma il
ristabilimento del loro stato primordiale, quello dell'uomo e quello degli esseri in
generale. E, lungi dall'offrire una discussione o una qualsiasi esitazione, espone
magistralmente il pensiero del suo autore. Nessun dubbio né difficoltà su nulla;
rivelazioni, mistero, ombre ovunque.
Il suo punto di partenza sono i nostri primi testi sacri, ma
più che un commento è una nuova rivelazione, quantomeno una dogmatica che si sostituisce
ad un'altra. Tutto il Pentateuco, tutta la storia del popolo di Dio vi è a questo punto
modificata e cambiata, in modo che nelle persone di Adamo ed Eva, nei patriarchi, nel
legislatore degli Ebrei o dei loro Re, l'uomo si discosta dai modelli conosciuti, così
pure gli angeli, i demoni e Dio stesso differiscono dai modelli biblici. In breve, il
destino di tutti gli esseri appare diverso da tutto ciò che la storia o le tradizioni
consacrate ci insegnano circa questi grandi soggetti.
Il trattato, nei due manoscritti che ho potuto consultare e
che sono i soli di cui mi è nota l'esistenza, è diviso in cinque parti in uno ed in due
parti nell'altro. Ma non è stato completato ed alla fine trovo questa nota:
"L'autore non è andato più lontano in questo trattato che doveva essere molto più
lungo. E' soprattutto sulla venuta del Cristo
che doveva vertere, secondo quanto lui stesso ha detto ai suoi amici".
Ciò è comprensibile. Se continuato con lo stesso sistema,
questo trattato diventava molto lungo. Il suo autore, quando ha smesso di scrivere, non è
arrivato che a Saul e, se avesse dato ai discorsi dei profeti, a quelli di Gesù-Cristo ed
a quelli dei suoi apostoli lo stesso spazio che a quelli di Mosé e dei suoi successori,
ci avrebbe lasciato un'intera biblioteca. Si sarebbe identificato forse con le idee che si
trovano nelle conversazioni degli apostoli con il loro Maestro così come li troviamo
nella "Pistis Sophia", che è spesso attribuita allo gnostico Valentino, ma le
avrebbe certamente molto più ampliate.
Credo di poter affermare che, a mio avviso, Martinez nulla
avrebbe aggiunto al suo insegnamento terminando la sua opera e che avrebbe forse perso
molti dei suoi adepti.
In effetti, il suo uditorio cristiano poteva ascoltare con
una certa qual curiosità le interpretazioni di Martinez su Adamo, Noé, Mosé o la
pitonessa di Endor; ma non avrebbe accettato analoghe argomentazioni su Gesù, San
Giovanni o San Paolo. Si darebbero a nomi così venerati valori superiori od uguali, se
ciò non fosse impossibile, alle loro parole autentiche, che non soddisferebbero le
delicate e severe esigenze del pensiero cristiano. Quelle parole che Martinez presta con
tanta noncuranza ai personaggi che ci presenta sono piuttosto deboli. Testimoniano, da
parte di un uomo di razza orientale, un'assenza stupefacente di gusto e di sentimento
riguardo ad uno stile maestoso. Dell'eloquenza ardita, impetuosa e sublime, dei testi
mosaici, non resta traccia nelle dissertazioni a volte astratte, a volte prosaiche che ci
offre. Che il linguaggio di un ebreo portoghese, seppur convertito, non sia molto
"francese", è comprensibile, e lungi dallo scioccare i suoi ascoltatori, poteva
giovare al prestigio col quale sapeva affascinarli. Ma che giovani militari del secolo
scorso, appartenenti alle famiglie-bene del paese, tra cui uno spirituale magistrato che
si era familiarizzato sin dai tempi del collegio con i filosofi moderni, lo abbiano
accettato come razionale, evangelico ed equivalente o persino superiore al cristianesimo
di Fénelon e di Malebranche, di Bossuet e di Leibnitz, proprio non si capisce. Che
contemporanei di Voltaire e di Rousseau non abbiano posto una sola volta questa domanda
che naturalmente si presentava alle loro labbra; di quale autorità accreditate i discorsi
che ci citate letteralmente e che voi soli sembrate conoscere? Anche questo non è
facilmente comprensibile. Così non ammetto che questo trattato dia lezioni fatte da
Martinez all'insieme dei suoi ascoltatori. Penso, al contrario, che non contenga che
quanto doveva essere dato agli iniziati, agli autentici adepti, cioè la dottrina
esoterica, quella in effetti che ci interessa di più. Poco ci interessa, invero, ciò che
ha potuto dire ai profani.
Se lo scritto fornisce il pensiero intimo del famoso
mistagogo, lo fornisce nella sua interezza? Martinez era un cristiano sincero o un ebreo
dissimulato? Un leale figlio della Chiesa o un abile discepolo della Kabalah?.
Martinez de Pasquallys non fu niente di tutto questo.
Teosofo molto misterioso, fu al più alto livello ciò che gli umili ed i modesti della
sua razza sono ad un livello più basso, entusiasta cioè della sua "scienza" e
molto geloso dei suoi doni naturali. Forse lo fu ancor di più dei suoi rapporti reali o
immaginari con il mondo superiore e le sue Virtù o i suoi Agenti, da cui otteneva, a
sentire i suoi discepoli, comunicazioni, lumi, visioni e forze straordinarie, grazie alle
pratiche segrete ed ai mezzi magici che sapeva usare per assicurarsene il possesso. E'
noto che ogni mistico che esce dai limiti segnati dalla ragione, ed ogni teosofo che
travalica il Vangelo per mettersi in comunicazione con il mondo degli spiriti, vi perviene
sia attraverso una teurgia speciale, sia attraverso un metodo di contemplazione diretta o
di qualsivoglia abitudine di preghiera o di estasi.
Ma Dom Martinez fu contemplativo, estatico o teurgo?
Fu un po' tutto questo, se non forse qualcosa di più ancora
e di meno sublime.
Il suo trattato non espone che la prima metà del suo
sistema, ma non ne è la meno interessante poiché ne è la più franca, quella sulla
quale nella sua qualità di cristiano "insicuro" poteva spiegarsi al meglio.
Infatti vi indugia con compiacenza sulla teoria della caduta degli esseri e sulle
conseguenze di questo grande evento, mentre non abborda realmente la reintegrazione ed il
suo seguito che dovevano essere il vero scopo del suo lavoro. Ciò che sembra l'abbia
fermato nel suo cammino, è che avrebbe dovuto, trattando della reintegrazione, accettare
la persona del Cristo secondo i testi sacri o mascherarla seguendo le sue tradizioni
segrete, scelta, per lui, ugualmente difficile.
In quanto alla caduta, le sue rivelazioni, se così possiamo
chiamarle, sono ambiziose, come sono imponenti gli argomenti che toccano. Non è soltanto
della terra o di un popolo, foss'anche quello di Dio, che tratta, è dell'universo, di
tutti gli esseri, del mondo divino come di quello umano. E non è lui, l'uomo del
diciottesimo secolo che parla, è il più grande dei profeti del popolo di Dio, è Mosé.
Dom Martinez non ne è che il relatore, il cancelliere.
Il punto di partenza della Reintegrazione, è la caduta, ed
è un'idea cara a numerosi mistici molto
trascendenti, che i più puri ed i più santi tra i mortali, gli eletti, devono
sacrificarsi ed immolarsi per placare le collere divine generate dallo stato di
imperfezione in cui giace il mondo decaduto.
"Ascolta Israele, grida Mosé, in verità ti dico che
così come è nel mondo divino, così è degli abitanti spirituali del mondo generale
terrestre. Non essere stupito se ti insegno che gli abitanti del mondo divino patiscono
ancora della prima prevaricazione e ne patiranno sino alla fine dei tempi, dove la loro
azione cesserà di partecipare al temporale, che non è il loro vero compito, e per il
quale non hanno affatto emanato (sic)... Così come gli abitanti spirituali della terra
pagano tributo alla giustizia dell'Eterno per la prevaricazione del primo minore, commessa
al centro dell'universo temporale, così gli abitanti del mondo divino pagano tributo alla
giustizia del Creatore per l'espiazione del crimine dei primi spiriti".
Come si vede, d'altronde, con dom Martinez, non si è terra
terra in quanto a concezioni o a interrogativi. Non si è terra terra neppure in quanto ad
autorità: la scienza che insegna è suprema. Ricorda un po' quella di Filone, che
commenta anche lui la Bibbia alla sua maniera, la prende cioè come punto di partenza
delle sue elucubrazioni, ma che la spiega, la modifica e l'amplifica, pure lui, sia in
funzione dei suoi studi filosofici che in nome delle sue illuminazioni divine. Filone
tuttavia non osa, nella sua erudita Alessandria, prestare altrettanti discorsi apocrifi ai
suoi personaggi sacri quanto ne presti dom Martinez a Bordeaux, troppo audace nella patria
di Montesquieu. Fu senza dubbio questa audacia, unitamente all'elevatezza dei problemi,
che affascinò adepti come l'abate Fournié e Saint-Martin, già sedotti a metà, l'uno
dalle aspirazioni appassionate di un'anima tenera e pia, l'altro dalle miserie e dalle
sofferenze di un spirito che tormentava lo scetticismo dei saggi o la negazione degli
increduli del tempo.
E' stato testimoniato nel corso dei secoli che ovunque il
sensualismo porta con sé i suoi due grossolani compagni, l'ateismo ed il materialismo, il
razionalismo e lo spiritualismo, suoi legittimi avversari, si gettano allarmati nelle
braccia del misticismo e della teosofia, che li trascinano rapidamente, nei periodi
oscuri, in regioni che in giorni più felici non avvicinerebbero che con circospezione e
timore.
Verso la fine dello scorso secolo, questi contrasti si
produssero in modo eclatante in Francia come nel resto dell'Europa; fiorirono allora molte
associazioni misteriose in seguito giudicate severamente.
Nella società segreta dove Saint-Martin fu di colpo
introdotto a Bordeaux, vi era allora, come altrove, ben più che un semplice insegnamento
antisensualista o spiritualista. Martinez offriva un insieme di simboli e di lezioni che
si completavano con pratiche od operazioni teurgiche corrispondenti. A questa vasta teoria
di una caduta avvenuta nei cieli come sulla terra, a questo insegnamento di un tributo
solidale pagato alla giustizia divina dagli abitanti del mondo divino e da quelli del
mondo terrestre, si aggiungevano atti, operazioni, preghiere, una sorta di culto. Tra gli
spiriti terrestri e gli spiriti celesti, la comunanza dei destini eterni e delle alte
aspirazioni garantiva agli occhi di dom Martinez la convergenza nell'opera di
reintegrazione imposta a tutti ed occorreva di conseguenza, per ottenere lo scopo, la
comunione di intenti. L'assistenza dei maggiori o degli spiriti superiori era dunque
assicurata ai minori, se questi ultimi sapevano interessare i primi al loro destino e
conquistarne la benevolenza con adeguate pratiche.
Alla scuola di dom Martinez, queste operazioni
giocavano un grande ruolo. Ciò che mi porta a credere che le si considerava come una
sorta di culto, è che questo termine è rimasto caro a Saint-Martin, che, per una
singolare contraddizione, non amava affatto queste operazioni ed adottava la parola
operare per designare la celebrazione della santa Cena e del battesimo.
Dire cosa fossero realmente le operazioni della scuola di
Bordeaux è difficile. Non ci viene spiegato. Si trattava forse di cerimonie segrete che
si praticavano per mettersi in contatto con le potenze superiori, allo scopo di pervenire
a realizzazioni o ad opere sovrannaturali con o senza il loro concorso?
Troviamo qui l'antica pretesa della teurgia, della scienza
di Giamblico e di altri neoplatonici, della scienza di Basilide e di altri gnostici, della
scienza di molti fautori o di maestri delle arti occulte attraverso tutti i secoli ed in
tutti i paesi. In effetti, tra la teurgia e la magia, l'affinità è sempre intima. Se la
linea di demarcazione che le separa è facile da tracciare in teoria, nella pratica è
spesso e volentieri varcata; le operazioni delle due arti si confondono.
A dispetto di qualsiasi tipo di documento autentico, è
impossibile determinare come si distinguevano nella scuola di Bordeaux. Pare fosse
interdetto, nella società di dom Martinez, rivelare in cosa consistevano quelle cerimonie
che scioccavano un po' Saint-Martin. L'allievo discreto lascia ben trasparire, nella sua
corrispondenza con il barone di Liebisdorf, che esclamò più di una volta, lui partigiano
di uno spiritualismo più puro ed evangelico: "Suvvia, maestro, occorrono tutte
queste cose per pregare Dio?". Ma si guarda bene dal lasciarci intravedere quali
erano tutte queste cose. Inoltre, benché siano trascorsi venticinque anni dal lancio di
questo grido, non vuole entrare in alcun dettaglio. Ha l'aria di rapportarsi con una certa
noncuranza alla risposta che gli diede Martinez; ma non mi fido molto della sua memoria in
questo scritto e, se è vero, sono certo che il maestro e l'allievo non si sono capiti e
non hanno voluto capirsi. Credo che il maestro sia stato un po' scosso dalla domanda ed il
discepolo troppo pronto ad accontentarsi della risposta. Saint-Martin dice che il
mistagogo gli rispose: "Bisogna pur accontentarsi di ciò che si ha". Ritiene
che Martinez non vedeva in queste operazioni o in queste formule che un surrogato. Credo
però che avesse torto. Non è delle formule e delle operazioni che il suo maestro ha
potuto dire "che bisognava accontentarsi". Ammettere che non si hanno che
formule teurgiche, sarebbe fare una singolare ammissione. E, in realtà, è tutt'altra
cosa ciò che fa dom Martinez. Saint-Martin non avrebbe dovuto farsi trarre in inganno e
vale la pena di fare chiarezza per giungere a cognizioni precise, non solo su Martinez e
su Saint-Martin, ma su tutta quella teurgia contemporanea di Rousseau e di Voltaire. In
quanto il racconto di Saint-Martin ha questa portata ed abbiamo qui una professione di
fede curiosa raccolta dalle labbra di uno dei grandi ammiratori di Rousseau, confidandosi
ad un vecchio corrispondente del filosofo di Ginevra: "Credo, dice Saint-Martin al
suo amico di Berna, credo come voi che la saggezza divina si serve di Agenti e di Virtù
per far sentire il suo Verbo nel nostro interiore". (lettera del 12 luglio 1792).
Tale è dunque la sua dottrina venticinque anni dopo la sua
iniziazione alla scuola di Martinez.
Ha fatto grandi passi nell'intervallo ed il suo pensiero sul
sistema del suo maestro è molto cambiato. Anche la sua pratica si è profondamente
modificata; si è ancorata di più al centro, all'interiore, meno alla circonferenza,
all'esteriore, come si compiace di insegnarci. Ciononostante, crede che, per fare la cosa
più importante in questo interiore, per farvi sentire il Verbo, la saggezza divina si
serve di Agenti e di Virtù.
Questi Agenti e queste Virtù, non sono, secondo
Saint-Martin, né le nostre idee, né idee qualunque; né i nostri sentimenti, né
sentimenti qualunque. Al riguardo, non vi è alcun dubbio. Sono potenze intermediarie tra
Dio e l'uomo; Liebisdorf lo diceva espressamente nella sua lettera del 30 giugno:
"Per facilitarci, per quanto possibile, la nostra unione con gli Agenti intermediari
che sono nostri amici, nostro aiuto e nostre guide, credo occorra una grande purezza del
corpo e dell'immaginazione".
Ciò è evidente. Si tratta di spiriti superiori o, per
usare il linguaggio di dom Martinez, di quei maggiori che vengono ad assistere il minore,
l'uomo. Tale è, nel trattato della Reintegrazione degli esseri, la dottrina intima del
misterioso portoghese. E' dunque l'assistenza dei maggiori che vuole assicurarsi
attraverso le operazioni e le formule che opprimono l'impazienza del giovane e pio
francese; e quando quest'ultimo sembra ribellarsi: "Bisogna pur accontentarsi di ciò
che si ha", gli dice il maestro. Cioè, in altri termini, bisogna accontentarsi delle
Virtù e degli Agenti intermediari perché possiamo disporre di loro, mentre non possiamo,
per mezzo dei nostri arcani, disporre di Dio o del suo Verbo.
Ecco il senso della parola surrogato. Surrettizie non sono
le operazioni; sono le potenze stesse messe in gioco dalla teurgia e, se ci si accontenta
di questi Agenti, è perché non abbiamo niente di meglio. Ma si aspira ad altro. Si sarà
ben diversamente forti, e sarà tutt'altra cosa quando sarà compiuto il ciclo completo e
quando sarà ultimata l'intera opera della reintegrazione degli esseri nelle loro forme e
potenze primitive.
Ecco la dottrina di quelli tra i teosofi ed i mistici che si
spingono fino alla teurgia. E tale è la dottrina costante di Saint-Martin stesso.
Tutto ciò va molto oltre le più alte ambizioni dello
spiritualismo attuale. Queste ultime si limitano a trafficare con i defunti; le altre
riconducono l'uomo alla sua primitiva grandezza, lo fanno simile a Dio.
Tale è la portata reale del sistema di Saint-Martin. Tale
è la sua dottrina intima, non soltanto a Bordeaux, a Parigi e a Lione, alla scuola cioè
di dom Martinez e nei suoi primi scritti, ma anche dopo il suo soggiorno a Strasburgo e
dopo l'adesione alla scuola di Boehme, molto tempo dopo la morte di Martinez.
Per quanto attiene la vera teurgia, non soltanto professa la
sua fede negli Agenti nel 1792, come abbiamo visto, ma distingue classi diverse di Agenti
e traccia delle regole di prudenza nei rapporti dell'anima con essi. "Dobbiamo
raccogliere con cura, dice al barone di Liebisdorf, al riguardo di questi Agenti, dobbiamo
raccogliere tutto ciò che si dice in noi. Voi credete che è soprattutto sui nostri corpi
che agiscono - il barone, per spiegarsi con una similitudine, aveva parlato in termini
chimici dell'unione di due corpi antitetici per mezzo di un terzo - mentre riguarda anche
la parte esteriore di noi stessi. Ma la loro opera si ferma là e deve limitarsi alla
preservazione ed al mantenimento della forma in buono stato, cosa per la quale li aiutiamo
molto con un regime di saggezza fisica e morale".
La missione di questi Agenti, secondo Saint-Martin, è
dunque a questo punto importante e principale, in quanto appartiene essenzialmente a loro
di preservare il nostro organismo e, in questa opera, non siamo che loro aiutanti. Noi
possiamo aiutarli molto.
Così stando le cose, il nostro ruolo sarebbe abbastanza
facile, non era una circostanza grave. Intendo l'esistenza di un'altra classe di Agenti,
vicini ai primi, ma molto meno degni di essi della nostra fiducia, più propensi di
fruirne, e questo senz'altro per abusarne. E' questo che rende difficile il nostro
compito, in quanto è necessario che vegliamo noi stessi
su quanto fanno i primi e non confidare troppo sulla loro sollecitudine per noi.
"Stiamo in guardia, dice Saint-Martin al suo amico, di non adagiarci troppo su di
essi. Hanno dei vicini che pure agiscono allo stesso livello e che non chiedono di meglio
che impadronirsi della nostra fiducia, cosa che siamo piuttosto disposti ad accordare
loro, in funzione degli aiuti esteriori che ci procurano, o che, molto sovente, si
limitano a prometterci".
Come si vede, la fede di Saint-Martin nella teoria degli
Agenti ed in quella dei vicini pericolosi permane intera, anche dopo il suo soggiorno a
Lione, a Parigi ed a Strasburgo. Tuttavia, la sua pratica, l'uso che fa della sua fede, si
è modificata profondamente in questo intervallo, e propende più che mai al secondo
punto, alla reintegrazione nella nostra natura primordiale ed al nostro ritorno verso
l'unione con Dio.
Saint-Martin ci fa sapere lui stesso a che punto era a
Bordeaux nel 1766 e dove è arrivato venticinque anni più tardi.
"Non vedo, dice nel 1792, in tutto ciò che attiene a
queste vie esteriori (si riferisce alle operazioni teurgiche per assicurarsi l'assistenza
degli Agenti per quanto concerne il corpo) che preludi
della nostra opera. In quanto il nostro essere essendo centrale - nella teoria di
Martinez, tutti gli esseri sono emanati dal centro o, per assumere il suo stile, il centro
di tutto ha emanato tutti gli esseri dal suo seno, - il nostro essere essendo centrale
deve trovare nel centro da dove è nato tutti gli aiuti necessari alla sua
esistenza". Questo nel 1792.
"Non vi nascondo che ho percorso un tempo questa via
secondaria ed esteriore, che è quella attraverso la quale mi è stata aperta la porta
della mia carriera". Questo nel 1766.
Saint-Martin non osa più dire che bisogna necessariamente
passare attraverso questa porta, attraverso gli Agenti. Ma siccome sono molto potenti e
siccome la saggezza divina si serve di essi per far sentire il Verbo nel nostro interiore,
è alquanto prudente, anche nel sistema del 1792, passare attraverso questa porta.
Ascoltiamolo.
"Colui che mi ci introdusse (Martinez) era in possesso
di Virtù molto attive".
Qui, Saint-Martin evita la parola agenti, ma aggiunge un
fatto che non lascia dubbi sul senso: "La maggior parte di coloro che lo seguivano
con me ne ha tratto delle conferme che potevano essere utili alla nostra istruzione ed al
nostro sviluppo. Malgrado ciò, da sempre mi sono sentito
portato per la via interiore e segreta, e questa via esteriore (l'uso degli Agenti) non mi
ha sedotto, neppure nella mia prima gioventù, in quanto è all'età di ventitré anni che
mi è stato tutto rivelato a questo riguardo".
In effetti, è perché prendeva così poco gusto a
"queste cose così attraenti per altri" - in quanto Saint-Martin non dice di
aver ricevuto pure lui delle conferme - che nel bel mezzo degli strumenti, delle formule e
di ogni sorta di preparativi a cui "eravamo sottoposti", si spazientì e lanciò
al maestro quelle parole di censura o di opposizione: "Occorrono dunque tante cose
per pregare Dio?".
Ciononostante, nell'allontanarsi in questo modo dalle
operazioni teurgiche con una sorta di antipatia, Saint-Martin non aveva fatto che obbedire
ad antichi istinti di spiritualità, e per quanto grandi si concepiscano i passi che ha
fatto dal 1766 al 1792, la sua teoria è rimasta la stessa. Ce ne convinceremo.
"Senza voler sminuire, scrive al suo discepolo Liebisdorf, gli aiuti che tutto ciò
che ci circonda può procurarci, ciascuno nel suo genere, vi esorto soltanto a
classificare le Potestà e le Virtù. Ognuna di esse ha il proprio campo d'azione. Non vi
è che la Virtù centrale che si estenda in tutto l'impero".
Si accolla l'onere di mettere il suo amico sulla buona via,
lo impegna a conoscere bene a chi si rivolge. Ma non lo distoglie dai buoni Agenti, da
quelli che ci fanno sentire il Verbo all'interno. Classificare le Potestà e rapportarsi
al centro per l'opera della Reintegrazione, tale era la sostanza stessa della dottrina di
Martinez de Pasqualis, e più si studia Saint-Martin, il trattato del suo maestro Della
Reintegrazione a portata di mano, più si sente in tutta la sua profondità l'influenza
del teurgo del Portogallo sul più celebre dei suoi allievi di Bordeaux.
Aggiungiamo, sin d'ora, che lo spiritualismo di Jacob
Boehme, aleggiandovi sopra, darà alle idee di Saint-Martin una singolare elevazione e
l'impressione di fare nella sua pneumatologia una metamorfosi completa. Apparentemente,
cambierà gli Agenti e le Virtù del mondo spirituale in altrettanti poteri del mondo
materiale, secondo il punto di vista del poeta che dice all'Eterno: "Dei tuoi
servitori fai dei venti e dei tuoi messaggeri delle fiamme". Ma si tratta qui di
un'apparenza piuttosto che di una realtà. In effetti, vedremo a tempo debito che
Saint-Martin, declassando le pratiche piene di attrattiva per altri e che non aveva mai
amato, conservò le idee di colui che gli "aveva aperto la carriera per tutto
ciò" e che aveva Virtù molto attive, ci dice ancora vent'anni dopo.
Non abbiamo altro su Saint-Martin, alla scuola di Bordeaux,
che questa lettera di Liebisdorf in fondo così poco esplicita ed alla quale abbiamo
strappato qualche notizia più o meno sicura. Il trattato di dom Martinez stesso non
chiarisce questo documento che per quanto concerne la sua dottrina. Non da spiegazioni
sulle operazioni preferite del suo autore. Nessun altro ufficiale del reggimento di Foix,
che seguirono con l'ex magistrato del presidio di Tours le assemblee così piene di
attrattive per la maggior parte di essi, ne ha parlato. Nessuno di essi ha voluto fornire
dei dettagli sui quali il più celebre fra loro si è imposto se non il silenzio, quantomeno una grande discrezione.
Ciò che prova quanto queste pratiche fossero diventate
care, anche a quello fra tutti che sembra averle amate di meno, è che pare averne ripreso
il gusto a Parigi ed esservisi dedicato nelle ore più solenni della notte, se dobbiamo
riferirci ad una tradizione esoterica che ci pare degna di fiducia. La dobbiamo ad uno dei
più sinceri ammiratori di Saint-Martin. Ed è comprensibile. Dal momento che Saint-Martin
era convinto che il suo maestro aveva Virtù molto attive, che i suoi compagni avevano
avuto delle conferme importanti ed istruttive, era abbastanza naturale che cercasse, anche
lui, queste conferme e queste virtù. I risultati che altri avevano ottenuto, doveva
sperarli a sua volta.
Joseph de Maistre, che parla di Saint-Martin con tanta
benevolenza, mi pare avere in mente e caratterizzare molto bene i martinezisti ed i
martinisti quando dice all'erudito interlocutore che si dà: "Poiché mi chiedete
formalmente di dirvi che cos'è un illuminato, poche persone forse sono più di me in
grado di soddisfarvi. Innanzi tutto, non dico che ogni illuminato sia massone: dico
soltanto che tutti quelli che ho conosciuto, soprattutto in Francia, lo erano. Il loro
dogma fondamentale è che il cristianesimo, così come lo conosciamo oggi, non è che
un'autentica loggia azzurra fatta per i profani; ma che dipende dall' Uomo di desiderio di
elevarsi di grado in grado fino alle conoscenze sublimi, quelle che possedevano i primi
cristiani che erano dei veri iniziati. Si tratta di ciò che alcuni Tedeschi hanno
chiamato il cristianesimo trascendentale. Questa dottrina è un miscuglio di platonismo,
di origenianesimo e di filosofia ermetica, su base cristiana. Le conoscenze soprannaturali
sono il grande scopo dei loro lavori e delle loro speranze; non dubitano affatto che non
sia possibile all'uomo di mettersi in comunicazione con il mondo spirituale, di avere
rapporti con gli spiriti e di scoprire così i più nascosti misteri. La loro costante
abitudine è di dare nomi straordinari alle cose più note sotto nomi consacrati: così un
uomo per loro è un minore, e la sua nascita, emanazione. Il peccato originale si chiama
crimine positivo; gli atti della potenza divina o dei suoi agenti nell'universo si
chiamano benedizioni, e le pene inflitte ai colpevoli, patimenti. Sovente, li ho
considerati io stesso come patimenti quando mi capitava di sostenere che tutto ciò che
dicevano di vero non era che il catechismo mascherato di parole strane. Ho avuto occasione
di convincermi, da oltre trent'anni, in una grande città della Francia, che una certa
categoria di questi illuminati aveva dei gradi superiori sconosciuti agli iniziati ammessi
alle loro assemblee ordinarie; che avevano persino un culto e dei sacerdoti che chiamavano
con il nome ebreo di cohen. Non è detto peraltro che non possano esserci e che
effettivamente non vi siano nelle loro opere delle cose vere, ragionevoli e toccanti, ma
che sono troppo permeate da quanto vi hanno mescolato di falso e di pericoloso,
soprattutto per la loro avversione per ogni autorità e gerarchia sacerdotale. Questa
caratteristica è generale tra loro; mai vi ho riscontrato valide eccezioni tra i numerosi
adepti che ho conosciuto. Il più erudito, il più saggio ed il più elegante dei teosofi
moderni, Saint-Martin, le cui opere furono il codice degli uomini di cui parlo,
condivideva comunque questa caratteristica generale". (Soirées de
Saint-Pétersbourg).
Salvo il punto di vista e la retorica propria di J. de
Maistre, questi apprezzamenti, che sono in parte dei ragguagli, meritano piena fiducia.
L'autore stesso ci dice che non gli si rimprovererà di parlare degli illuminati senza
conoscerli. "Li ho parecchio frequentati; ho copiato i loro scritti a mano. Questi
uomini fra i quali ho avuto degli amici mi hanno spesso edificato, spesso mi hanno
divertito e spesso anche... Ma non voglio affatto ricordarmi di certe cose".
E' veramente spiacevole che, fra tutti coloro che hanno
preso parte ai lavori della scuola, l'abate Fournié e Saint-Martin siano i soli ad avere
scritto; e stranamente che degli altri preti formati a Bordeaux o a Parigi, nessuno abbia
lasciato una pagina seria sulla tradizione segreta in nome della quale il loro comune
maestro li aveva iniziati, deve essere il risultato di una sorta di convenzione.
Non classifico tra le pagine serie, degne dell'attenzione
della storia, alcuni di quei dialoghi tra iniziatori ed aspiranti all'iniziazione, né di
quei discorsi così pieni di promesse di rivelazioni che non si realizzano mai, che ho
avuto sotto gli occhi, e che si fa risalire sia a discepoli di dom Martinez, sia a questo
maestro stesso. Non farò menzione, di queste oscure elucubrazioni, ed a titolo di
eccezione, che del sedicente commento sulle Lamentazioni di Geremia; ed occorre appena
aggiungere che l'opera pubblicata, in due volumi, da uno scrittore tedesco sulle Analogie
che presentano i misteriologi antichi e moderni, non offre maggior interesse. Per quanto
attiene la scuola di Bordeaux e Saint-Martin, l'autore non ha consultato che il libro
Degli Errori e della Verità.
Capitolo III
Dom Martinez e Saint-Martin a Parigi ed a Lione - I
principali martinezisti - L'abate Fournié alla scuola di Martinez, a Parigi - Il suo
soggiorno a Londra.
(1771- 1778)
_____________
Tutta la vita di Martinez de Pasquallys è avviluppata di
misteri. Arriva in una città non si sa da dove né perché. La lascia non si sa né
quando né come.
Sappiamo che dom Martinez finì i suoi giorni nel 1779 a
Santo-Domingo, a Port-au-Prince, cosa che sovente l'ha fatto ritenere spagnolo. Dove si è
ritrovato con Saint-Martin dopo la loro separazione, dopo la partenza da Bordeaux?
Gence, che era martinezista e peraltro molto addentro e
preso dai fatti e gesti della sua scuola, dice che in quel periodo essa fu trasferita a
Lione. Ma già prima di allora era riuscita a farsi degli adepti a Parigi e tentato di
guadagnarne altri. Saint-Martin, che si recò successivamente a Parigi ed a Lione, dopo
aver lasciato il reggimento, trovò degli iniziati in entrambe le città. Si aggregò
dapprima a quelli di Lione più che a quelli di Parigi, forse per il fatto che trovò tra
essi riconoscimenti e facilità d'insegnamento che la prima città del regno non gli
offriva in eguale misura.
Comunque sia, il suo soggiorno a Lione segna nella sua
educazione spiritualista un'epoca non meno decisiva del suo soggiorno a Bordeaux.
Negli anni dal 1768 al 1778, il fondatore della scuola
teurgica di Bordeaux, dopo aver lasciato questa città ed il suo santuario, lo si trova
talvolta a Parigi, talaltra a Lione, ma sarebbe impossibile fornire ulteriori
precisazioni. Tutto ciò che si può dire è che era la sua politica di non logorarsi
nello stesso luogo, di sapersi ritirare in tempo, di scomparire e riapparire al momento
opportuno. Ciò gli era agevole in quanto, soddisfatto di essere un capo scuola e maestro
di grandi misteri, non cercava né il denaro né la celebrità.
Saint-Martin, che desiderava al contrario parlare in
pubblico ed influire sulle masse, lasciò la città di Bordeaux circa nello stesso periodo
del suo maestro. Non era ancora libero, e non fu per scrivere, fu per raggiungere
successivamente le guarnigioni di Lorient e di Longwy. La separazione fu totale o
addolcita dalla corrispondenza? Lo ignoro, ma
non trovo alcuna traccia di lettere scambiate tra l'adepto ed il suo iniziatore. Da parte
di dom Martinez, che era troppo misterioso per svelarsi in scritti confidati all'alea dei
pubblici corrieri, è comprensibile; da parte di Saint-Martin, no. Le lettere erano, al
contrario, uno dei mezzi di comunicazione che prediligeva. Aveva d'altronde mille cose da
chiedere ancora ed in ogni caso mille cose da dire a sua volta. In realtà, la sua
tendenza al proselitismo deve essersi rivelata molto presto; esplode in tutto ciò che
scrive, nella sua corrispondenza e nelle note sulla sua vita, come nelle sue prime opere.
Parlare al pubblico, è il suo santo mandato dall'alto, come agire in nome dei suoi
principi è il suo vero compito nel mondo.
Sia per il desiderio di raggiungere il suo maestro, sia per
l'antipatia pronunciata per una carriera che non gli andava a genio, lasciò il reggimento
nel 1771.
E' stato per consacrarsi interamente ai suoi studi preferiti
o piuttosto per fare meglio del proselitismo?
Ciò che è fuor di dubbio, è che la risoluzione di non
più dipendere che da se stesso e di consacrare la sua vita al suo grande disegno, nella
duplice forma della ricerca e del proselitismo, può da sola spiegare un cambiamento di
carriera che né suo padre, né il duca di Choiseul devono aver molto apprezzato. Si
trattava in effetti, da parte di un uomo così giovane e di così pochi mezzi, di una
decisione molto grave. Non ne derivò tuttavia alcun serio raffreddamento tra padre e
figlio, né alcun rimpianto per quest'ultimo, che aveva bisogno, anche nell'interesse dei
suoi principi, di una indipendenza più completa di quella che gli poteva dare la vita
militare. Per vedere sin d'ora nella giusta luce le sue idee e la sua condotta politica
sovente così poco apprezzata, si deve notare che il suo congedo dal servizio coincise con
la destituzione dei quattordici parlamenti del regno da parte del ministero Maupeau. Se
questi due fatti sembrano non avere alcuna attinenza a prima vista, occorre constatare
tuttavia, che a partire da questo momento il pensiero e la condotta di Saint-Martin
cessarono di essere dinastici e si palesarono nazionali in ogni pur grave circostanza.
Dove si recò lasciando il reggimento? Ad Amboise, a Lione o
a Parigi?
Deduco da un passaggio del suo Portrait che inizialmente fu
a Parigi. Quantomeno vi ebbe dei legami sin dal 1771. E ben presto questi legami furono
numerosi. Martinez vi aveva dei discepoli: il conte d'Hauterive, l'abate Fournié,
Cazotte, la marchesa di Lacroix. Alcuni degli adepti del maestro diventarono amici
dell'allievo. La marchesa de Lacroix ed il conte d'Hauterive si annoverano fra i primi
amici di Saint-Martin. Ma se ne conquistò parecchi altri; ne ebbe più del suo maestro;
li ebbe in un mondo diverso e ne ebbe soprattutto fra le donne. Aggiungiamo subito che ne
ebbe troppe e troppo vivaci.
Ma seguiamo per cominciare, e per un istante, il maestro
stesso. Cosa fece a Parigi?
Il metodo ed i comportamenti generali di un fondatore di
scuole segrete variano necessariamente a seconda del luogo e delle circostanze dove si
trova. Abbiamo appena espresso il rimpianto di non avere che un solo testo, quello di
Saint-Martin, per apprezzare le pratiche di Martinez a Bordeaux, ed un testo tra l'altro
che non fornisce dettagli, per quanto ricco per noi di induzioni generali. Ci troviamo
nella stessa situazione per quanto concerne le Operazioni di Martinez a Parigi, per
servirci di un termine che predilige. Uno solo dei suoi discepoli ci fornisce qualcosa, e
le sue informazioni sono curiose, molto specifiche per quanto riguarda l'allievo stesso,
ma molto generali relativamente al maestro, e nulla sulle operazioni. Sto parlando
dell'abate Fournié.
L'abate Fournié, che era, credo, della diocesi di Lione e
che aveva forse inizialmente incontrato il misterioso Portoghese sulle rive del Rodano,
prima di seguirlo a Parigi, aderì alle sue dottrine spiritualiste con tutta la forza
della sua fede, conciliandole per quanto possibile, con le sue convinzioni rigidamente
cattoliche. Aveva il più sincero desiderio di non derogare a quest'ultime, ma era
attratto dalle altre. Rifugiato a Londra durante le tempeste della rivoluzione, vi
proseguì i suoi studi teosofici e vi pubblicò, nel 1801, sotto il titolo, "Ciò che
siamo stati, ciò che siamo e ciò che diventeremo" un volume diventato molto raro, e
che è tanto più prezioso in quanto il suo autore vi espone, secondo il suo punto di
vista, o crede fermamente di esporvi la dottrina stessa di Martinez de Pasquallys.
Questa opera, attraverso il titolo stesso, ricorda il
trattato della Reintegrazione di cui ho appena parlato, entra immediatamente in argomento,
senza parlare prima né del suo autore né del suo disegno, né della fonte a cui attinge,
e dà, apparentemente in nome della fede cristiana e cattolica, teorie pneumatologiche
che, in realtà, vanno ben oltre. Queste non hanno per origine e garanzia che il pensiero
personale dell'autore, o meglio l'insegnamento che ha tradizionalmente ricevuto dal suo
maestro portoghese. Come questi, nel suo trattato diventato così raro, l'abate Fournié
fornisce nel suo, pure raro, lunghi discorsi di Adamo, di Lucifero, il padrone delle
nazioni o dei pagani, ed arringhe non meno lunghe di angeli o di apostoli. Vi aggiunge
calcoli o combinazioni di numeri apocalittici ed oracoli che non può aver attinto che dal
suo maestro, dalla sua immaginazione o da illuminazioni superiori, ma sui quali non sente
un solo istante la necessità di spiegarsi, non più di quanto faccia dom Martinez in
analoghe circostanze.
Il dogma che attinge a queste fonti è oscuro ed ambizioso
più di quanto si convenga ad un teosofo. Non è il sistema puro del capo della Scuola, la
sua intima dottrina; ma è il sistema così come voleva
fosse capito da un prete, da un cattolico molto convinto, la cui intelligenza e la cui
scienza erano molto limitate. Eccolo formulato dall'abate Fournié stesso.
"Secondo quanto ci è insegnato dai libri del
cristianesimo, Dio essendosi fatto uomo o creatore di se stesso, dopo la nostra
prevaricazione originale, avendo fatto come uomo la volontà di Dio e, così, dominato
tutto lo spirito di Satana attraverso il quale Adamo si era lasciato dominare, ricevette
lo Spirito di Dio, nacque da Dio Uomo-Dio in unione con Dio, e si trovò diventato una
stessa cosa con Dio, secondo quanto ha detto lui stesso l'anno 4000 in questi termini: Il
Padre ed io siamo una stessa cosa... Chi mi vede, vede Colui che mi ha inviato... Il Padre
è in me ed io sono in Lui. Poiché quest'Uomo, Gesù-Cristo, è nato da Dio Uomo-Dio, per
aver fatto la volontà di Dio (non mi soffermo a far notare il non-senso; nato da Dio per
aver fatto la volontà di Dio), dobbiamo concludere che se, come i santi libri ci
raccomandano, facciamo anche noi la volontà di Dio, nasceremo noi stessi ugualmente da
Dio Uomo-Dio ed entreremo nell'unione eterna di Dio. In effetti, in proporzione a quanto
faremo la volontà di Dio, riceveremo il suo Spirito, in quanto riceviamo sempre lo
spirito della cosa nei cui insegnamenti camminiamo. E nella misura che riceveremo così lo
Spirito di Dio, ci svuoteremo da quello di Satana, che abbiamo originariamente accolto. In
modo che se faremo con perseveranza la volontà di Dio, ricevendo insensibilmente sin
d'allora tutta la porzione del suo Spirito infinito che ci dà originariamente in
ricezione per essere uno come egli è uno, ed essere consumati nella sua unità eterna, ci
svuoteremo completamente dello spirito di Satana, ci sottrarremo dall'ignoranza che ci
priva dell'intera conoscenza di Dio, ed entreremo nella sua conoscenza perfetta.
Diventeremo alfine uno come Dio è uno, e saremo consumati nell'unità eterna di Dio
Padre, di Dio Figlio e di Dio Spirito-Santo, conseguentemente consumati nel godimento
delle delizie eterne e divine".
Abbiamo qui, sotto sembianze cristiane, un sistema che
snatura i testi volendone forzare la lettera. C'è di più, sotto apparenze
ultra-cattoliche, l'abate Fournié assegna alla Vergine Maria, a scapito del suo Divin
Figliolo e Maestro, un ruolo che la religione disapprova e la reale dottrina che dà,
sotto ingannevoli assicurazioni, non è altro che il panteismo stesso con la sua morale
naturale, panteismo che a torto si è rimproverato a Saint-Martin, ma che sicuramente si
è potuto cogliere alla scuola di dom Martinez.
Capitolo IV
Il proselitismo praticato da dom Martinez. - Gli inizi
dell'abate Fournié. - Le sue visioni. - I suoi scritti. - I suoi rapporti con
Saint-Martin. - Le loro divergenze.
_____________
Nei testi che abbiamo visto, il sistema o la dottrina di
Fournié non è, in effetti, che il panteismo di Martinez tradotto da un sacerdote, il
panteismo meno la teoria dell'emanazione, sua legittima fonte. E ciò dimostra che il
maestro si adattava ai suoi allievi in maniera tale che, nelle diverse località, non
insegnava che ciò che meglio si addiceva al suo uditorio.
D'Hauterive e Cazotte, che furono anche suoi discepoli a
Parigi, non avrebbero forse neppure accettato certi insegnamenti che non poté o non volle
dare a Fournié, soprattutto il secondo, di cui si conosce così poco il vero pensiero.
Arguisco la stessa cosa per quanto concerne le pratiche o le
operazioni. Si insegnava senz'altro agli iniziati di Parigi la scienza e l'arte di
diventare sacerdoti o epopti con minori formule ed operazioni teurgiche di quanto non
ammettevano i giovani ufficiali della guarnigione di Bordeaux. Quanto meno, Fournié, che
assume nel suo libro il titolo di chierico con tonsura, non fu colpito da alcunché di
questo genere. In una città del nord, travagliata dallo scetticismo, si è per natura
più freddi che in una città meridionale dove regna ancora la fede. E' anche possibile
che Fournié, nelle indicazioni che ci dà, ci tratti un po' come Martinez de Pasquallys
trattava i suoi allievi e non ci dica che ciò che vuole. Ma il suo racconto sul modo in
cui fu attratto, reclutato ed iniziato, è lineare, senza remore e non settario. Si
colloca naturalmente come un teosofo che è contemporaneamente un teurgo del livello che
abbiamo visto, e magari anche di più, che è
emulo di Swedenborg nel campo delle visioni. Ecco il suo racconto.
"Quanto a me, debole strumento di Dio, scrivendo questo
Trattato di cui pubblico oggi la prima parte, confesso senza dissimulare, a sua maggiore
gloria e per la salvezza di noi tutti, uomini passati, presenti e futuri, che per la
grazia di Dio, non ho alcuna conoscenza delle scienze umane, senza peraltro essere
contrario alla loro cultura; che non ho mai fatto studi e che non ho letto altri libri che
le sante Scritture, l'Imitazione del nostro divino Maestro Gesù Cristo ed il piccolo
libro di preghiere in uso tra i cattolici sotto il titolo di "Piccolo
Parrocchiano". A questo devo aggiungere che ho letto da circa un anno due o tre
volumi delle opere dell'umile serva di Dio, Madame Guyon.
"Dopo aver trascorso la mia giovinezza in modo
tranquillo ed oscuro, piacque a Dio di ispirarmi un desiderio ardente affinché la vita
futura fosse una realtà, e che tutto ciò che sentivo dire riguardo a Dio, Gesù Cristo
ed i suoi apostoli, diventassero ugualmente delle realtà. Circa diciotto mesi trascorsero
nell'agitazione che causavano questi desideri, ed allora Dio mi accordò la grazia di
incontrare un uomo che mi disse familiarmente: "Dovrebbe venire a trovarci, siamo
brava gente. Aprirà un libro, guarderà sulla prima pagina, al centro ed alla fine,
leggendo soltanto qualche parola, e saprà tutto ciò che contiene. Lei vede ogni genere
di persone camminare nella strada; ebbene, queste persone non sanno perché camminano, ma
lei, lo saprà".
"Quest'uomo, il cui approccio con me può sembrare
straordinario, si chiamava dom Martinez de Pasquallys. Inizialmente fui assalito dall'idea
che l'uomo che mi aveva parlato fosse uno stregone, o persino il diavolo in persona. A
questa prima idea ne seguì ben presto un'altra sulla quale mi attestai: "Se
quest'uomo è il diavolo, mi dicevo interiormente, dunque c'è un Dio reale, ed è
soltanto a Dio che voglio andare; e siccome non desidero che andare a Dio, farò
altrettanta strada verso Dio di quanta il diavolo crederà di farmene fare verso di
lui". E fu così che andai dal sig. de Pasquallys, e mi annoverò nel numero di
coloro che lo seguivano.
"Le sue istruzioni giornaliere erano: di procedere
senza tregua verso Dio, di crescere di virtù in virtù e di lavorare per il bene
generale. Assomigliavano esattamente a quelle che pare, nel Vangelo, Gesù Cristo dava a
coloro che lo seguivano, senza mai forzare alcuno a credervi con minacce di dannazione,
senza imporre altri comandamenti che quelli di Dio, senza imputare altre colpe se non
quelle espressamente contrarie alla legge di Dio, e lasciandoci molto spesso nel dubbio,
se fosse vero o falso, buono o malvagio, angelo di luce o demone. Questa incertezza mi
bruciava così forte dentro che, notte e giorno, gridavo verso Dio, affinché, se esisteva
realmente, venisse a soccorrermi. Ma più mi appellavo a Dio, più mi trovavo rinchiuso
nell'abisso, e per tutta risposta interiore non sentivo che queste idee desolanti: non vi
è alcun Dio, non vi è nessun'altra vita; non vi è che morte ed annientamento. Non
trovandomi attorniato che da queste idee, che mi bruciavano con sempre maggior forza,
gridavo ancora più ardentemente verso Dio, senza fermarmi, non dormendo quasi più, e
leggendo le Scritture con grande attenzione, senza mai tentare di interpretarle a modo
mio. Di tanto in tanto accadeva di ricevere dall'alto qualche luce e raggi di
comprensione; ma tutto ciò scompariva con la velocità di un lampo. Altre volte, ma
raramente, avevo delle visioni e credevo che de Pasquallys avesse qualche segreto per far
scorrere queste visioni davanti a me, che peraltro si realizzavano pochi giorni dopo,
così come le avevo viste".
L'Iniziazione aveva dunque dato al semplice
chierico delle luci dall'alto o dei raggi di comprensione sin dall'inizio. Successivamente
era giunto sino alle visioni. Dapprima queste visioni non meritavano veramente questo nome: non erano che dei flash.
Passavano rapidamente, troppo rapidamente per il suo gusto. Avrebbe desiderato conservarle
più a lungo, ma non ne aveva il potere. Quanto prima si presentarono più nitide,
talmente nitide da imbarazzarlo. Provò persino il desiderio che il maestro lo liberasse
di questa cosa. Eppure si trattava di veri avvertimenti poiché si realizzavano dopo pochi
giorni.
Non si è peraltro più ragionevoli di quanto non lo fosse
il fortunato visionario. Era fermamente deciso a non andare troppo lontano in quel mondo
sconosciuto dove è difficile prender piede. Non voleva inoltrarvisi che con estrema
cautela per essere in grado di potersi ritirare nel caso in cui dovesse fare inquietanti
incontri. Ma non poté o non volle comunque impedire al suo maestro di spingerlo in avanti
e, invece di avere delle semplici visioni su quanto doveva accadere, l'abate Fournié ebbe
ben presto delle apparizioni. Cosa avvenne?
"Vissi così per più di cinque anni tra faticose
incertezze inframmezzate da grandi agitazioni, desiderando sempre che Dio fosse e di
sfuggire al nulla, ma sempre sprofondato in un abisso tenebroso, e non vedendomi
attorniato che dall'opposto della realtà dell'esistenza di Dio e conseguentemente
dell'altra vita; in modo tale da essere tormentato all'estremo e come bruciato dal mio
desiderio di Dio e dalla contraddizione di questo desiderio.
"Infine, un giorno che ero prosternato nella mia camera
gridando a Dio di soccorrermi, verso le dieci della sera, intesi all'improvviso la voce di
de Pasquallys, la mia guida, che era corporalmente morto da più di due anni, e che
parlava distintamente al di fuori della mia camera, la cui porta era chiusa come le
finestre e le persiane. Guardo verso il lato da cui proveniva la voce, dal lato cioè di
un grande giardino prospiciente la casa, ed improvvisamente vedo con i miei occhi de
Pasquallys che comincia a parlarmi, e con lui mio padre e mia madre, anch'essi entrambi
corporalmente morti. Dio sa che terribile notte passai! Fui, tra l'altro, leggermente
colpito sulla mia anima da una mano che la colpì attraverso il mio corpo, lasciandomi
un'impressione di dolore che il linguaggio umano non può esprimere, e che mi parve meno
appartenere al tempo che all'eternità. O mio Dio! se è la vostra volontà, fate che non
sia mai più colpito in questo modo! In quanto questo colpo è stato così terribile che,
benché siano ormai trascorsi venticinque anni, darei volentieri tutto l'universo, tutti i
suoi piaceri e tutta la sua gloria, con l'assicurazione di fruirne per una vita di mille
miliardi di anni, per evitare di essere così colpito una sola volta ancora.
"Vidi dunque nella mia camera de Pasquallys, la mia
guida, con mio padre e mia madre, parlarmi ed io parlando loro come normalmente gli uomini
si parlano fra loro. C'erano, inoltre, una delle mie sorelle, anch'essa corporalmente
morta da vent'anni, ed un altro essere che non apparteneva al genere umano.
"Pochi giorni dopo, vidi distintamente passare davanti
e vicino a me il nostro divin Maestro Gesù-Cristo, crocifisso sull'albero della croce.
Poi, dopo qualche giorno, questo divino Maestro mi apparve ancora e venne a me nello stato
in cui si trovava quando uscì vivo dal sepolcro dove era stato inumato il suo corpo
morto.
"Infine, dopo un altro intervallo di pochi giorni, il
nostro divin Maestro Gesù-Cristo mi apparve per la terza volta, pieno di gloria e
trionfatore del mondo, di satana e delle sue pompe, mentre camminava davanti a me con la
beata Vergine Maria, sua madre, e seguito da diverse persone.
"Ecco quanto ho visto coi miei occhi corporali, più di
venticinque anni fa, e che pubblico ora in quanto vero e certo. Fu immediatamente dopo
essere stato beneficiato di queste visioni o apparizioni del nostro divin Maestro
Gesù-Cristo nei suoi tre differenti stati, che Dio mi accordò la grazia di scrivere, con
una rapidità straordinaria, il trattato di cui abbiamo appena letto la prima parte. Ne
consegue che lo scrissi parecchi anni prima che si sapesse in Francia che c'era uno
Swedenborg sulla terra e prima che si conoscesse l'esistenza del magnetismo".
Si può rilevare che Fournié ci teneva in particolar modo a
non essere preso per un imitatore dei visionari o dei magnetizzatori del suo tempo.
Non si trovano, in tutto ciò che Saint-Martin ha scritto
sulla scuola martinezista, pagine più istruttive e più nette di queste, e Martinez non
ebbe allievo meno ardente, più circospetto di quanto non lo fu Fournié, malgrado la sua
docilità e la sua sottomissione. Egli prega per avanzare, ma non fa un passo da solo.
E' dom Martinez in persona il suo iniziatore ed il suo
maestro. E' lui che lo conduce e lo fa passare lentamente attraverso tutti i gradi:
istruzione; luci dall'alto che fuggono come lampi; visioni che si realizzano; apparizioni
graduate ed infine ispirazione.
Nell'ordine delle apparizioni, è Martinez stesso che, dopo
la sua morte, gli appare per primo.
Seguono poi i genitori dell'allievo e sua sorella, con un
essere superiore, tutti condotti dal maestro.
E' infine Gesù-Cristo stesso nei suoi tre stati più
salienti.
In materia di apparizioni, non si è più avvantaggiati di
quanto non lo fu il giovane chierico, né più discreto. Di questo essere superiore, che
non fu né un trapassato, né il Cristo, non dice una parola.
Il grado sul quale ci dà maggiori dettagli dopo quello
delle apparizioni, è quello dell'ispirazione. "Scrisse allora, per la grazia che Dio
gli accordò, la prima parte del suo trattato con una rapidità estrema". Questa
rapidità è l'effetto di un potere superiore che, tuttavia, non detta ma suggerisce ciò
che si deve scrivere, e con una vivacità tale da far trascurare la forma.
Questo si spiega, a mio parere, con il desiderio
dell'autore di consegnare quanto ha visto e sentito mentre la sua memoria ne è ancora la
sua pura e sicura depositaria. Ma ciò che si capisce meno, è che egli abbia, più tardi,
fatto apportare delle correzioni allo stile ed alla sintassi
alla prima parte del suo trattato, invece di lasciargli la sua naturale rudezza e
la sua pura originalità. Sembra che la prima redazione fosse così difettosa al punto di
essere inintelligibile.
"Avendo annunciato la mia completa ignoranza sulle
scienze umane, ci dice l'autore, si giudicherà che il trattato, per quanto ancora
imperfetto sintatticamente, era, quando lo scrissi, molto differente, ma soltanto
stilisticamente, di quello che è oggi. Per renderlo intelligibile, mi occorse trovare ed
ho trovato, con la grazia di Dio, un uomo che si è assoggettato a rendere esattamente il
senso delle mie parole e le idee così come sono state enunciate nel mio primo scritto,
non modificando che certe espressioni assolutamente artificiose ed i giri di parole che
urtavano troppo apertamente con le regole del linguaggio più in uso tra gli uomini".
In una nota scritta sul mio esemplare del raro scritto di
Fournié, dalla mano di M. d'Herbort di Berna, l'amico di uno dei più cari corrispondenti
di Saint-Martin, ho letto questa curiosa informazione:
"Secondo una relazione che ho avuto dall'abate
Fournié, attraverso M. de V..., che è stato a Londra nel giugno del 1819, dove l'ha
visto parecchie volte, non ha giudicato opportuno far uscire il secondo volume,
considerato che conteneva molte cose che non si possono pubblicare".
Cos'erano queste cose?
Erano il raro privilegio, ma la comune pretesa di tutta la
Scuola, di avere ricevuto delle comunicazioni o piuttosto delle manifestazioni che non era
permesso rendere pubbliche.
L'abate Fournié aveva avuto, per essere tenuto al silenzio,
di più che visioni ed apparizioni.
Oppure vuole forse parlare di quei dettagli sulle operazioni
teurgiche di cui rimpiangiamo l'assenza; di quelle indicazioni sulle virtù e le potenze
invocate che le avrebbe messe alla portata dei profani?
Comunque sia, vogliano tutti coloro che hanno avuto delle
relazioni con gli eredi dell'abate Fournié spendere un po' del proprio tempo nella
ricerca del suo manoscritto. Deve esistere. Questa seconda parte del suo libro era
evidentemente redatta, poiché conteneva, secondo la dichiarazione dell'autore, cose che
non si possono pubblicare.
Ciò che mi fa propendere verso l'opinione che le cose
censurate dallo stesso autore non fossero né delle pratiche né delle teorie, ma bensì
dei resoconti di visioni con rivelazioni, è che in queste cose l'abate Fournié, più
sobrio del troppo prodigo Swedenborg, indietreggiava di fronte ai dettagli, quanto invece
era coraggioso sui fatti generali. Ecco a tal proposito una delle sue interessanti
confidenze.
"Aggiungo a quanto ho già detto a proposito della
prima visione che ebbi del sig. de Pasquallys, mia guida, di mio padre e di mia madre, che
non li ho visti soltanto una volta, come ho riportato, o soltanto una settimana, o un mese
o un anno; ma che da quel primo momento li ho veduti per anni interi e costantemente,
camminando insieme ad essi, in casa, fuori, di notte, di giorno, solo o in compagnia, come
insieme ad un altro essere che non è del genere degli uomini, parlandoci tutti
vicendevolmente e come gli uomini si parlano tra di loro.
"Non posso né devo alcunché qui riportare di ciò che
si è fatto, detto ed è avvenuto nelle mie diverse visioni, dal primo momento fino ad
oggi. Purtroppo, ci si prende gioco nel mondo di tutte queste cose; se ne nega la realtà,
e si scherza o si mostra sufficienza verso quelli che le attestano, come se fossero dei
pazzi incurabili. Sembrerebbe dunque che dal modo in cui gli uomini hanno ricevuto un
tempo e ricevono ancora quelli che hanno delle visioni, a cominciare dai patriarchi e dai
profeti, non avrei dovuto parlare delle mie; ma la volontà e la verità di Dio devono
sempre averla vinta su tutto ciò che gli uomini potranno dire".
Come si può vedere, l'abate Fournié è un veggente
completo; è un essere privilegiato. Nella sua vita, non si tratta di qualche visione o di
qualche apparizione isolate, si tratta di uno stato permanente, di un rapporto intimo con
gli spiriti, di una comunione di pensieri continua con essi per svariati anni. Fra tutti
gli allievi di dom Martinez, non v'è un secondo che ci dica di aver fruito di un tale
privilegio; e solo fra tutti, il bravo ecclesiastico della diocesi di Lione si colloca al
livello di quello stesso Swedenborg che dichiara così energicamente di non aver imitato.
Secolo singolare il diciottesimo, dove la prima metà si tuffa con amore in ogni genere di
criticismo, e la seconda, diventata completamente scettica, ci offre William Law di fronte
a Hume, Swedenborg di fronte a Kant, Saint-Germain, Cagliostro e Martinez de Pasquallys di
fronte a Diderot, Voltaire e Rousseau!
Sia che consideri la vita, sia che esamini le teorie
dell'abate Fournié, lo trovo, dopo Saint-Martin, di cui non ha il genio, l'uomo più
considerevole della Scuola ed incontestabilmente merita, non il secondo posto negli annali
di un'opera che fin qui l'ha appena menzionato, ma la metà della prima. Si capisce
Saint-Martin senza di lui, ma non si capiscono senza di lui né la Scuola né il suo
fondatore. La sua scarsa istruzione gli fa torto ma tutto sommato aggiunge fascino
all'interesse che ispira l'esposizione della sua dottrina.
Aggiungo, per completare quanto avevo da dire sul suo conto,
che nel 1819, aveva ottantuno anni. Era dunque nato verso il 1738 ed aveva sessantatré
anni, l'età della piena maturità, quando pubblicò il suo trattato nel 1801. L'aveva
redatto almeno vent'anni prima, all'età di quarantatré anni. Dice egli stesso:
venticinque anni orsono. Ma commette un piccolo errore. Poco prima, fornisce la vera data,
allacciandosi ad un fatto molto facile da determinare, la morte di dom Martinez,
sopravvenuta, dice, da più di due anni. Questo indicherebbe gli anni 1780 o 1781, l'epoca
in cui il suo discepolo Saint-Martin scriveva il suo Tableau naturel. Questo scritto
apparve l'anno 1782 ma, occorre dirlo, le teorie del loro comune maestro sono molto più
trasparenti nel trattato dell'abate Fournié che in quello del suo condiscepolo.
In cosa consistono queste differenze e come spiegarle? Forse
che sempre la diversità dei sistemi esce dallo stesso insegnamento? Forse che sempre dei
pensatori così distanti gli uni dagli altri come Platone e Senofonte nascono dalle
lezioni date dallo stesso Socrate? Oppure il gentiluomo di Amboise ed il sacerdote della
diocesi di Lione sono stati istruiti da dom Martinez in due epoche differenti?
Al contrario, allievi entrambi e nella stessa epoca del medico
portoghese, Saint-Martin e l'abate Fournié si incontrarono senza dubbio alle stesse
riunioni. Ma è altrettanto vero che non si conobbero in quelle di Bordeaux. Non si videro
che a Parigi, quando già Saint-Martin seguiva la sua strada. Pertanto le loro relazioni
non furono mai strette. E' comprensibile, le opinioni di un prete poco istruito erano
troppo positive ed il suo orizzonte troppo limitato per l'ambizioso filosofo. Forse le
visioni e le apparizioni swedenborgiane, che ebbe precocemente e che a loro volta dovevano
sembrare troppo ambiziose agli occhi di Saint-Martin, finirono per separarli. Al sacerdote
non mancava peraltro un certo senso critico. L'abbiamo visto. Ma aveva contrariamente al
filosofo queste due tendenze: di sopravalutare il misticismo della Guyon e di non essere
più attento al riguardo della regione dove Swedenborg aveva i suoi incontri con gli
angeli. In effetti, la miglior riprova della distanza che li separava e ciò che avrebbe
ferito Saint-Martin, se ne fosse venuto a conoscenza, è il giudizio di Fournié sul
celebre veggente di Stoccolma, da cui Saint-Martin si allontana nettamente e che Fournié
non esita a collocare al di sopra di tutti i mistici di cui parla.
"Dio ha benevolmente voluto, dice, di tanto in tanto e
fino ad oggi inviarci uomini straordinari che chiamiamo mistici, nel cui novero troviamo
quelli di cui ho già parlato e cioè Jacob Behmen, la signora Guyon e Swedenborg, che
hanno anche compiuto innumerevoli conversioni tra i perduti tra noi. Posso dire in tutta
verità che, nel mio peregrinare e senza andare più lontano, ho visto, in Svizzera e qui
a Londra, una grande quantità di persone convertite dagli scritti di questi mistici, che
vengono diffamati solo perché non li si legge con maggiore attenzione e cristianamente,
ma soltanto per curiosità e con lo scopo di ridicolizzarli. E tra queste persone,
troviamo quelle universalmente riconosciute come versate nelle scienze umane, che mi hanno
riferito come fino ad allora non avevano mai pensato che ci fosse un Dio e
conseguentemente un'altra vita oltre all'attuale. Aggiungo, con lo stesso spirito di
verità che avendo sentito leggere di quando in quando brevi frammenti degli scritti di
Jacob Behmen, tutto ciò che ho potuto intuire mi è parso straordinariamente profondo
nelle vie di Dio, buono in sé, ma astratto per dei profani. E purtroppo accade che spesso
ci si creda avanzati mentre si è appena agli inizi. Gli estratti ragionati che ne ha dato
William Law sono un po' più chiari, a quanto mi hanno detto persone già convertite
nell'anima, che mi hanno in più assicurato di aver tratto un grande aiuto spirituale
dalle opere del Law. Il poco che ho letto su quelli della signora Guyon, mi è parso
scritto dallo spirito di Gesù-Cristo e molto utile per tutte le persone di qualsiasi
rango e stato.
"D'altro canto, secondo quanto mi è stato letto e
riferito delle opere di Swedenborg, penso, e la personale esperienza mi persuade che ha
realmente visto e che gli è stato realmente detto nel mondo degli spiriti tutto quello
che assicura aver visto e sentito. Ma sembra aver ricevuto dagli uomini corporalmente
morti, sia cattivi che buoni, come dai buoni e cattivi angeli, tutto quello che riferisce
secondo loro, e senza averne fatto sufficiente discernimento. Si può dunque ritenere che
Swedenborg è stato con questi spiriti, che li ha visti e che ha conversato familiarmente
con loro. Avendolo Dio permesso affinché fosse in grado di istruirci scrivendo la loro
storia fisica e morale, per staccarci in questo modo dai nostri pensieri materiali e
terrestri dove abbiamo indegnamente assorbito i nostri spiriti e le nostre affezioni, e
per richiamarci così a poco a poco alle idee spirituali, le sole degne di occupare il
nostro essere spirituale di vita eterna.
"Ebbene, non dobbiamo faticare a concepire che
Swedenborg è davvero stato fra gli spiriti buoni e cattivi, e che ha riferito quanto ha
inteso conversando con essi, in quanto è esattamente nello stesso modo che faremmo tra di
noi se d'un tratto Dio venisse a scorporizzarci. Vale a dire che essendo così
decorporizzati, concepiamo che essendo esseri di vita eterna, potremmo continuare a
vederci gli uni gli altri ed a parlare delle verità eterne e divine come ciascuno di noi
le osserva, le crede, le vede e ne parla attualmente".
Mai Saint-Martin avrebbe sottoscritto tali apprezzamenti.
Ciononostante, per quanto differenti fossero le vedute dei due più illustri discepoli di
dom Martinez, queste combaciavano in alcuni punti. C'era da una parte e dall'altra, su due
strade parallele, la stessa e seria ambizione di uscire dal sensualismo o dal materialismo
uscendo dal terrestre. Soltanto che il chierico tonsurato veniva da più lontano del
vecchio ufficiale.
Infatti, durante gli anni in cui i due aspiranti teosofi si
incontravano alle riunioni di dom Martinez, sia che fosse a Parigi o a Lione, Fournié non
era soltanto uno scettico, come tanti altri, egli era un incredulo, proprio quello che
Saint-Martin, che non aveva mai dubitato, capiva di meno e detestava di più. Mentre il
suo grido di battaglia era, c'è un Dio ed ho un'anima, il grido di battaglia che
risuonava nel pensiero del prete fuorviato si formulava audacemente così: "Non vi è
alcun Dio; non vi è un'altra vita; non ci sono che io ed il nulla". Cosa c'era in
questo per attirare il giovane entusiasta di Amboise, avido di espandere l'esuberanza
della sua fede, impaziente di conquistare, in anime nobili, vive simpatie alla grande
causa per la quale aveva appena lasciato l'uniforme?
Saint-Martin non ebbe rapporti stretti neppure con un altro
membro del gruppo parigino di Martinez, Cazotte, che dovrà un giorno essere visto, nella
storia della teosofia, sotto una luce diversa e più favorevole di quanto non sia stato
fatto finora.
Il degnissimo ed eccellentissimo Cazotte, talvolta ritenuto un sempliciotto molto credulone, talaltra una sorta di indovino o di profeta, a seconda che si ascoltino sul suo conto le invenzioni di uno spiritualista mistificatore o le banalità di una raccolta di aneddoti, Cazotte, diciamolo, era un uomo eminente.
Capitolo V
Continuazione dei martinezisti. - Cazotte, la sua
conversione, la sua propaganda, le sue profezie. La Marchesa de la Croix e le sue
manifestazioni. - Saint-Martin ed il conte di Hauterive. - Loro conferenze a Lione. - Le
estasi e le assenze del conte.
(1771 1778)
____________
Già amministratore molto apprezzato, scrittore ricco di
spirito e di talento, soprattutto fecondo, e uomo di rara purezza di principi, Cazotte
aveva parlato una sera con una certa gravità dell'avvenire della Francia nel mezzo di una
riunione mondana. Aveva disseminato il suo discorso di previsioni più o meno verosimili.
Ad avvenimenti accaduti, un ascoltatore molto noto gli mise in bocca terribili oracoli,
con i nomi e le circostanze fornite dalla storia stessa. Ed ecco Cazotte diventare
profeta, senza volerlo. (Saint-Martin non parla di Cazotte che una o due volte con
amicizia, ma senza dargli l'importanza che avrebbe meritato. Gli rimprovera di avere
misconosciuto e maltrattato la dottrina).
E lo resterà per molta gente, in Francia come all'estero,
dove i suoi oracoli sono citati con estrema fiducia. Benché tra noi molti autori ne
conoscano perfettamente l'origine, si dà sempre l'impressione di credervi, e presso i
nostri vicini la loro autenticità serve come argomento per teorie tanto azzardate quanto
sublimi, testimoni una delle opere più citate del mistico Young o meglio Jung Stilling,
per il quale Saint-Martin espresse più volte gli stessi sentimenti di stima che a Goethe
e Lavater.
Cazotte era molto credente nel bel mezzo di gente che
professava il dubbio o affettava incredulità. Lo si chiamò sempliciotto e credulone, due
degli epiteti più crudeli da noi. Ma storicamente non lo fu per niente.
Cazotte educato a Digione e a Parigi dai più abili
insegnanti, si distinse come commissario della marina in Martinica. Qui si era legato, per
via dei suoi gusti letterari, con il procuratore generale dei Gesuiti, Padre Lavalette.
Rovinato dalla bancarotta di questo audace speculatore e costretto ad intentargli quel
famoso processo che diventò quello di un celebre ordine, Cazotte patrocinò con tutto
l'ardore del suo diritto, ma anche con tutta la riconoscenza dovuta ai cari maestri della
sua gioventù, e si conquistò grande considerazione all'epoca. Una eredità, un
matrimonio, scritti ricercati, che tutti conoscono, gli procurarono, grazie ai suoi gusti
modesti, una gradevolissima esistenza. Si divideva tra Parigi e la sua campagna di Pierry,
vicino ad Epernay. Un allievo di Martinez de Pasquallys attirato a lui da una delle più
belle composizioni che avesse pubblicato (la Diable amoureux, il Diavolo innamorato),
credendolo molto versato nella scienza dei demoni, l'intrattenne sulla pneumatologia del
suo maestro e gli ispirò il desiderio di studiarla. Cazotte ne approfittò in modo
ammirevole, in quanto si invaghì dello spiritualismo dei testi cristiani, per i Vangeli e
soprattutto per la morale che insegnano. Dedicò alle sante leggi del Cristo un culto
sincero. Questo culto affascinò il suo pensiero e la sua vita, ed avrebbe ancor
maggiormente abbellito l'una e l'altro, se il Cazotte più filosofo vi avesse apportato
uno spirito meno minuzioso e se avesse meglio capito che un'epoca così scettica
richiedeva minore espansività. La sua rasentando l'imprudenza gli valse quei due epiteti,
credulone e sempliciotto.
A settant'anni, il sempliciotto, sulla base di qualche testo
che gli traduceva un monaco, scriveva le sue Contes arabes (Racconti arabi); vi faceva
entrare le sue idee di spiritualità in modo da dar loro il massimo di attrattiva, tutto
ciò di cui poteva rivestirle una brillante immaginazione ed uno spirito delizioso. Nello
stesso periodo, Cazotte componeva un racconto originale, la Brunette anglaise, che si
attribuì a Voltaire, e che gli piacque a tal punto che il grande scrittore fece
all'autore la malignità di non sconfessarlo. Questo tiro ispirò all'anziano
spiritualista, parlo di Cazotte, un poema dove giocò al principale poeta del tempo lo
scherzo di mistificarlo egli stesso prestandogli la sua opera. Fu quella infatti l'origine
del preteso settimo canto della Guerre de Genève di cui Voltaire non scrisse né il
quinto né il sesto.
Così era Cazotte quando scoppiò quella rivoluzione dell'89
i cui principi puri erano i suoi, i cui errori ed eccessi generarono i suoi più vivi timori ed i cui risultati gli
fecero immaginare, per combatterli, mille modi che con la stessa esuberanza che adoperava
nel suo proselitismo religioso, comunicava a chiunque incontrasse ed ovunque. Li
evidenziava in particolare nella corrispondenza con un segretario della lista civica,
Ponteau. Le sue lettere, sequestrate il 10 agosto, lo strapparono da Pierry e condurre con
sua figlia, che era la sua segretaria, nella prigione dell'Abbaye. Invano questa eroica
figlia di vent'anni, gli salvò la vita il 2 settembre, avvolgendolo con le sue braccia e
gridando agli uccisori queste sublimi parole: "Non arriverete al cuore di mio padre
che dopo aver trafitto il mio". Invano, questo urlo dell'anima unitamente alla vista
del venerabile vegliardo fece riportare il padre e la figlia in trionfo a casa loro.
Reclamato dal tribunale istituito per giudicare i crimini del 10 agosto, Cazotte, separato
dalla figlia, fu condannato a morte, dopo un interrogatorio che sostenne per trentasei
ore, e malgrado gli elogi che il pubblico accusatore ed il giudice si compiacquero di
elargire ai suoi settantadue anni di virtù, definendolo buon figlio, buon padre e buon
marito. "Questo non è sufficiente, afferma il presidente, occorre anche essere un
buon cittadino". Con un po' di giustizia, si sarebbe potuto lasciargli il tempo di
diventarlo. Non lo si volle sottoporre a questa prova e Cazotte morì il 25 settembre
1792, quello stesso anno che vedremo Saint-Martin trascorrere così tristemente ad
Amboise.
Di tutti i discepoli di Martinez de Pasquallys, lo
spirituale Cazotte fu, con l'abate Fournié, quello che lo onora maggiormente come
vedremo.
Si sono spesso avuti dei sospetti circa le convinzioni
religiose del celebre portoghese. Si è detto che a dispetto delle sue concessioni
linguistiche, fosse rimasto ebreo. Abbiamo visto, parlando di Fournié, che questa
opinione non è da sostenere. A sua volta, Cazotte diventa cristiano sincero sotto la
direzione di Pasquallys e non va oltre, il Vangelo gli basta. Il maestro avrebbe forse
desiderato condurlo più lontano, l'allievo non si prestò e la condotta dell'uno e
dell'altro, quella dell'allievo che si ferma dove vuole la sua coscienza, e quella del
maestro che rispetta la sua riserva, è una bellissima cosa. In ogni caso la testimonianza
di Fournié che ci rivela come Martinez si sforzasse senza tregua per condurre a Dio, al
Dio dei cristiani, singolarmente acquista valore grazie alla vita di Cazotte, una vita a
questo punto dedicata alla morale evangelica che pratica minuziosamente, e di cui rispetta
le delicate severità, anche nelle composizioni più gioiose. Cazotte, a dire il vero, non
è un martinezista caratterizzato nelle sue pubblicazioni; ma vi è sempre spiritualista,
e lo è grazie al suo maestro, di cui diffonde l'insegnamento secondo il suo punto di
vista, perfino nei suoi Racconti arabi. Ho detto che il suo Diavolo innamorato, che
presenta una pneumatologia così pungente, è una creazione di pura fantasia ed anteriore
alla sua iniziazione.
Cazotte meritò ed incontrò qualche simpatia da parte di
Saint-Martin. Ma la sua riserva sui grandi oggetti del teosofo non piacevano a
quest'ultimo; non corrispondeva né allo slancio delle sue aspirazioni né alla vivacità
delle sue inclinazioni trascendenti.
D'altra parte, i modi arditi del proselitismo da salotto di
Cazotte non erano conformi alle sue abitudini. Tutto questo sapeva di profanazione.
Sotto questo duplice punto di vista, il conte d'Hauterive e
la marchesa de la Croix, che appartenevano al mondo aristocratico, meglio si adattavano
sia alle sue vedute che ai suoi gusti.
La marchesa de la Croix aveva delle attitudini mistiche che
si svilupparono al punto di metterla frequentemente in uno stato a metà strada tra la
visione e l'estasi, ciò che oggi si chiamerebbe uno stato di comunicazione molto
familiare con gli spiriti. Saint-Martin stesso racconta che aveva "delle
manifestazioni sensibili". Questo significa che lei vedeva degli spiriti o li sentiva
e parlava loro. Aveva con essi dei rapporti a tal punto involontari che la si vedeva
interrompere la conversazione per queste udienze estemporanee. Da un lato, tutto questo
affascinava singolarmente il giovane entusiasta e lo colpiva, dall'altro il suo spirito,
inquadrato dalle letture di Bacone e di Cartesio, trovava le prove della realtà di queste
manifestazioni "negative piuttosto che positive".
Tuttavia, l'affinità delle aspirazioni generò una
intimità di frequentazioni tra Saint-Martin e la de la Croix, che ritroveremo nella sua
vita ancora diverse volte.
Il suo legame con il conte di Hauterive fu ugualmente
intimo, soprattutto a Lione.
Sin dal 1774, e molto probabilmente anche prima,
Saint-Martin si era recato a Lione, una delle grandi sedi del suo maestro. In quel
periodo, le Logge erano considerate dagli uni come una sorta di santuari di misticità, da
altri come un mezzo di oneste distrazioni, mezzo un po' qualificato dalla beneficenza.
Molte Logge si fregiavano di questo nome, nome abbastanza recentemente creato e sostituito
al nome carità che si riteneva troppo poco filosofico. Saint-Martin tenne alla Loggia
Beneficente di Lione un corso di cui qualche lezione o meglio qualche frammento è stato
pubblicato nelle sue opere postume (Tours, 1807). Queste non sono interessanti che per le
idee morali; non vi si trova nulla di rilevante come dottrina.
Negli anni che seguirono quelli che abbiamo appena citati,
Saint-Martin si dedicò, in questa stessa città, con il conte di Hauterive ad una serie
di esperienze di cui esistono dei processi verbali ancora inediti, redatti da Saint-Martin
in uno stile a tal punto laconico che non si vede facilmente quale ne fosse l'oggetto,
esperienze mesmeriane o studi teurgici. La laconicità voluta dei processi verbali, che
molto spesso si riducevano a due righe insignificanti oppure a formule enunciative di
qualche verità generale, non permette alcuna induzione positiva. Le conferenze
continuarono durante gli anni 1774, 1775 e 1776. In quel periodo il mesmerismo era ancora
nelle sue prime fasi, ai fluidi terapeutici ed al magnetismo minerale. Ma cominciava a
trasformarsi. Si imponevano le mani dal 1773. Mesmer non fondò che nel 1778 la società
dei magnetizzatori di Parigi e le succursali di Lione, di Ostenda e di Strasburgo non
vennero aperte che più tardi; tuttavia già si ricercava la chiaroveggenza. Tuttavia essa
limitava le sue pretese alla ricerca dello stato fisico dei malati. Di questa altra
illuminazione, di quelle visioni soprannaturali e di quelle percezioni lontane che furono
l'ambizione e la passione delle fasi seguenti, non se ne parlava neppure. Nessuno si
slanciava ancora in quelle regioni superiori dove altri hanno visto, in seguito, tante
meraviglie, e nessuno divulgava quelle peregrinazioni celesti in cui si vede Goethe fare
il catechismo e Socrate presiedere il culto. Tuttavia, l'attenzione dei curiosi ha potuto
essere attratta sin d'allora allo studio di quei fenomeni, che erano rivolti a tutti nella
loro novità. Saint-Martin aveva del personaggio Mesmer un'opinione poco favorevole; era
ai suoi occhi "un materialista, ma che disponeva di una grande forza". Si
capisce dunque l'importanza per degli spiritualisti quali Saint-Martin e d'Hauterive, di
accertarsi direttamente del valore di una scoperta che riguardava tutta l'Europa. Ancora
oggi sentiamo la necessità di renderci conto, personalmente, di ciò che questi fenomeni
hanno di illusione o di realtà. Anche a rischio di comprometterci un po' agli occhi della
critica a partito preso e della negazione dell'inesplicabile quale esso sia, ognuno vuole,
in un secolo di investigazione metodica, se l'occasione è buona, rendersi conto da se
stesso di fatti molto più meravigliosi e di maggiore portata di quelli del magnetismo
terapeutico o estatico. Questo è giusto, e quando scoppia in qualsiasi luogo del mondo
civilizzato, in qualsiasi classe della società, un movimento di un'ambizione più alta
ancora di quella del cosmografo armato delle sue lenti ed alla ricerca degli spazi
infiniti, l'indifferenza sarebbe una debolezza altrettanto grave che la credulità. Quando
l'astronomia ha, con i suoi telescopi maggiorati, tanto allargato gli spazi e moltiplicato
le sfere, è naturale che la pneumatologia tenti a sua volta di popolarli; è anche
naturale che lo spirito umano tenti di far procedere di pari passo i suoi progressi nel
mondo spirituale con i suoi progressi nel mondo materiale.
Ho motivo di credere che i due giovani curiosi, lungi dal
limitare le loro esperienze a delle ricerche terapeutiche, mirassero alle più alte
scoperte pneumatologiche. La fisiologia empirica razionale non era ai loro occhi che uno
studio profano. Facevano parte di una scuola teurgica, ed il vero scopo dei teurghi è in
minor misura la scienza dell'anima di quella degli spiriti. Saint-Martin era a questo
proposito di un'esigenza mitica. Trovava Swedenborg stesso, questo grande investigatore
del mondo spirituale, più ferrato nella
scienza delle anime che in quella degli spiriti. Quando conferiva a Lione con d'Hauterive,
si era ancora lontani dalle rivelazioni che si sono annunciate sotto i nostri occhi,
all'America ed al mondo moderno attraverso la famiglia Foster; si era lontani dalla
varietà dei procedimenti di comunicazione inventati dagli uni, perfezionati da altri,
resi poi inutili dalla generosa impazienza degli spiriti, dai loro dettati, dalle loro
scritture dirette. Tuttavia, ci si persuade forse con troppa compiacenza che si è oggi
molto al di là dell'antica conoscenza del mondo spirituale. All'inizio, la compagnia
degli spiriti è sempre stata la passione dell'uomo. In seguito, l'antica teurgia ha sullo
spiritismo moderno una superiorità incontestabile. Questi, ridotto nelle sue
comunicazioni alle individualità della specie umana, a parenti e ad amici, si rivolge a
personaggi eminenti, senza dubbio, ma comunque a semplici creature che hanno appartenuto
alla sfera terrestre. La teurgia antica, molto più ambiziosa, si metteva arditamente in
contatto con gli esseri più elevati della grande ed universale famiglia dei cieli.
E' a queste alte regioni che si elevavano le aspirazioni dei
due teurghi che ci hanno lasciato dei processi verbali troppo discreti delle loro sedute
di Lione. Non giungo a queste induzioni positive dalle loro note così laconiche che ho
sotto gli occhi, ma rilevo nella loro corrispondenza che andavano veramente fino alla
ricerca di rapporti con degli spiriti superiori all'umanità. Era la pretesa della Scuola
di Pasquallys. Fournié afferma che vedeva il suo maestro, i suoi genitori e sua sorella,
tutti defunti, e qualcuno che non apparteneva a questo ciclo puramente terrestre. Vedeva
anche il figlio di Dio.
Saint-Martin e d'Hauterive non dicono ciò che videro; ma,
più discreti, non furono meno ambiziosi di Fournié. Le lettere di Saint-Martin non
lasciano alcun dubbio a questo proposito per quel che lo riguarda. In quanto al conte di
Hauterive, si tirava così poco indietro che Saint-Martin si vide costretto a rettificare
la tradizione che diceva come il suo amico, non solo conversava con il mondo spirituale,
ma andava troppo oltre quando si elevava.
L'ambizione dell'uno e dell'altro era alta, in effetti, e
facevano entrambi molto poco caso agli Agenti intermediari, alle Potenze subalterne, della
regione astrale. Una persona degna di fiducia che incontrò il conte d'Hauterive emigrato
a Londra, verso il 1790, riferì ad un corrispondente di Saint-Martin che citeremo più
volte, che il conte perveniva, a seguito di molte operazioni, alla "conoscenza fisica
della causa attiva ed intelligente". Vale a dire all'intuizione o alla vista di
Gesù-Cristo, in quanto è così, è attraverso le parole causa attiva ed intelligente,
che questa scuola teurgica designava il Verbo, la Parola o il Figlio di Dio. Questo sembra
anche accordarsi perfettamente con le visioni dell'abate Fournié e stabilire fermamente
che tali erano le pretese della scuola di dom Martinez. Ma in più si attribuiva al conte
d'Hauterive la facoltà o il privilegio di spogliarsi del proprio corpo al punto di
lasciarlo là durante le sue ascensioni mistiche. Si aggiungeva anche che questa
separazione aveva l'inconveniente di esporre il corpo a pericolose influenze.
Saint-Martin, a cui il suo corrispondente di Berna ne scrisse con il desiderio di
conoscerne la verità, smentì formalmente queste voci, per quanto riguardava la
scorporizzazione, ma passò sotto silenzio il nocciolo della domanda, come vedremo a suo
tempo. Questa circostanza, collegata alla tenuta dei processi verbali dei due amici, non
mi lascia alcun dubbio sulla natura delle loro aspirazioni e sulle loro idee all'epoca.
Non penso, tuttavia, che abbiano aspirato a vedere il Figlio
di Dio che, in questa veste, non figura nella dottrina e negli scritti di Saint-Martin
come nel volume di Fournié. E' per principio?, è per riservatezza? Non deciderò in
questo momento in quanto questa questione ritornerà a galla e sarà facilmente
risolvibile quando saremo più avanti nei nostri studi su Saint-Martin, sulla sua vita e
sui suoi scritti.
In quanto alle conferenze dei due amici, a Lione, una cosa
mi stupisce. E' che il loro comune maestro, dom Martinez, che fu spesso con loro in questa
città, non vi sia affatto menzionato. Saint-Martin, che
non aveva gustato le sue operazioni teurgiche a Bordeaux, non si preoccupava più di
mettersi in contatto con lui? Oppure i due giovanotti erano ben lieti di tentare quelle
vie temerarie per conto loro, di sperimentare con un esame di pensiero più libero, di
applicare una critica più indipendente e idee più distaccate dalla tradizione, dalla
cabala e dal panteismo del loro maestro?.
Lo penso.
In generale non rilevo più, dopo Bordeaux, alcuna ulteriore
intimità tra dom Martinez e Saint-Martin. Vedo in quest'ultimo un procedere vieppiù
autonomo. La sua libertà, riguardo alle tradizioni di Bordeaux, non è ancora
sufficiente, ma già molto sensibile, e ci si farebbe della vita che conduceva, sia a
Lione che a Parigi, una idea molto incompleta, se lo si credesse sempre dedito alla
ricerca di qualche società segreta o limitato al solo rapporto con il mondo spirituale e
con i personaggi misteriosi che ne strappavano i veli. Il mondo con cui aveva maggiori
contatti era ben altro del mondo dei teosofi o dei mistici. Ce ne convinceremo seguendolo
un po' nelle sue più intime relazioni.
Capitolo VI
La vita sociale. - La prima opera: Degli errori e della
verità. La scuola del Nord. - I martinisti ed i martinezisti. - Ultimi rapporti di
Saint-Martin con Martinez de Pasquallys. - I Filaleti ed i Grandi-Professi. - L'opera di
Saint-Martin. - I suo rapporti con la marchesa de Lusignan e la maréchale de Noailles, i
Flavigny, i Montulé, i Montaigu, ecc. ecc....
(1771 - 1778)
_______________
All'avvicinarsi del suo trentesimo anno di età,
Saint-Martin si trovò molto ben piazzato nella società. Un viso espressivo e buone
maniere da gentiluomo, un aspetto di grande distinzione e di molta riservatezza, lo
favorirono. I suoi modi, evocando nello stesso tempo il desiderio di piacere e quello di
dare qualche cosa, furono ben presto noti e ricercato ovunque con interesse. Non
tratteremo che i suoi legami essenziali, ma avvertiamo che, in quella società così
variopinta, così poco seria anche là dove lo era ancora un po', così mondana ovunque,
il ruolo del gentiluomo di modesto casato e di non grandi mezzi fu considerevole sin
dall'inizio. Calato nel mondo ed amandolo, sempre spirituale ed allegro quando gli
conveniva esserlo; abitualmente serio teosofo, umile con l'aria da ispirato, godeva di
tutta la deferenza che questo atteggiamento genera negli ambienti femminili. Piacque anche
in quelli che l'elevata misticità sempre seduce. Nei circoli che non professavano che
l'amore per quella filosofia un po' superficiale che dominava il secolo, nei circoli dove
si era amico di facili luci e favorevole ai doveri professati con aria di superiorità e
di bon ton, il titolo di Filosofo Incognito che si attribuì fu forse il migliore.
Saint-Martin, per giustificarlo in parte, esponeva una dottrina tanto più in grado di
colpire gli spiriti quanto più era opposta a quella contemporanea e meglio preparata per
controbatterne le frivole aberrazioni. Nel frangente le irritava contraddicendole con pari
violenza ed amarezza.
Nel bel mezzo di quelle relazioni così variegate dove il
giovane ufficiale, in quanto si è sempre uomo d'arme quando lo si è stato, si sentì
impegnato, mise in esecuzione il frutto dei suoi precedenti studi e delle sue nuove
meditazioni sul più grave dei problemi, la Verità. Appena si sentì pronto, nel 1775,
stampò il suo lavoro a Lione, sotto questo titolo, Degli errori e della verità, da parte
di un Filosofo Incognito, Edimburgo, 2 vol. in-8.
Un trattato sul grande interrogativo della natura dei nostri
errori e della loro causa deve necessariamente essere anche un trattato sulla natura e
sulle origini del vero, indicare i mezzi e le vie che vi conducono. Vale a dire che
un'opera completa su questo vasto soggetto non sarebbe nient'altro che un sistema
filosofico, una teoria dell'intelligenza umana, un'analisi completa delle sue facoltà ed
una ricerca seria dell'uso migliore che conviene farne. Ecco cosa richiamava il titolo
della prima opera di Saint-Martin.
Tuttavia, non è affatto in questo senso né a questa
elevazione che il trentenne teosofo prende il suo soggetto. Si allaccia essenzialmente al
punto di vista religioso. Ha letto un libro molto mediocre, quello di Boulanger,
l'Antichità svelata, dove l'autore sviluppa l'antico errore, che la paura è la madre di
tutte le religioni e che le catastrofi naturali hanno avuto la parte maggiore in queste
paure. Disgustato da questa teoria, pubblica la sua opera per fare giustizia. Una
confutazione seria diventava un'apologia del cristianesimo, ma richiedeva una conoscenza
dell'antichità, della sua filosofia e delle sue religioni che Saint-Martin non possedeva.
Nella sua opera essenzialmente aggressiva, sorvola. Il suo
punto di vista è un altro. Confuta le teorie del materialismo e dimostra che la grande
potenza che si manifesta nell'universo e che lo muove, sua causa attiva, è la Parola
divina, il Logos o il Verbo. Questo punto di vista è implicito nel titolo stesso del suo
lavoro. E' attraverso il Verbo, è attraverso il Figlio di Dio che il mondo materiale è
stato creato, come pure il mondo spirituale. Il Verbo è l'unità di tutte le forze morali
o fisiche. E' attraverso lui, se non è da lui, che è stato emanato, che è sorto tutto
ciò che è.
Fermiamoci un istante per chiarire il significato di questo
esordio. E' la dottrina apostolica, che tutto ciò che è, è stato fatto attraverso il
Figlio di Dio, che attraverso lui è stata realizzata la creazione dell'universo, nato
dalla parola di Dio o dal Logos. Così è riportato nei testi di San Giovanni ed in quelli
di San Paolo, che tutti conoscono perfettamente.
Nulla di più legittimo, di più apostolico di questa
dottrina da parte di un filosofo che professa per le Scritture un culto così assoluto
come Saint-Martin. Ma nulla di più strano, di più ardito della libertà con la quale
mescola al dogma cristiano della creazione, sconosciuto alla filosofia greca, l'elemento
favorito della filosofia orientale, l'emanazione, sconosciuta al cristianesimo. Ora,
emanazione e emanato, sono le due parole preferite di Saint-Martin, come lo erano del suo
maestro Pasquallys. Non considerando che la sua terminologia, l'emanazione, questa antica
teoria spiritualista, oggi così fortemente recuperata in nome ed a beneficio del
materialismo, sarà dunque il sistema di Saint-Martin. C'è di più, con la teoria madre,
il teosofo avrebbe adottato il suo inevitabile figlio, il panteismo. Gli si è
rimproverato spesso questa deduzione. Il rimprovero non è fondato. Il panteismo di
Saint-Martin non è maggiore di quello degli altri noti panteisti di quanto la sua
teocrazia non lo sia dei divulgatori più conosciuti del diritto divino. Ma la sua teoria
dell'emanazione fornisce chiari lumi sulla sua teoria degli Agenti del mondo spirituale.
Emanati dal Verbo, gli Agenti sparsi negli spazi creano e vivificano, regolano e conducono
tutti gli esseri morali, comunicando loro la scintilla di vita che il Verbo stesso ha
preso nel seno di Dio. Talvolta sembra proprio che ci troviamo, in questi due volumi, in
pieno gnosticismo e Saint-Martin vi appare un discepolo d'Oriente più di quanto lui
stesso non creda.
Così gli avversari che Saint-Martin citava nei suoi volumi,
Voltaire in testa, lo trattarono con astio. I suoi amici, al contrario, vedendo in lui un
ardito e capace campione di quello spiritualismo che il secolo sembrava considerare come
definitivamente perduto, si contarono e si raggrupparono intorno a lui con grande
deferenza. Martinez viveva ancora in mezzo a loro, ma non pubblicava nulla, ed il pubblico
vero, il grande pubblico, ignorava persino la sua esistenza. Il debutto di Saint-Martin,
al contrario, sembrava rivelare uno scrittore e rappresentava quantomeno una bandiera.
E' il caso di attribuire all'influenza esercitata da questa
opera la fondazione di una scuola di Martinisti, che ebbe seguaci se non molto numerosi,
almeno molto ambiziosi in Germania ed in diversi paesi del Nord?
Non lo credo. E' molto vero che numerosi scrittori hanno
collegato l'origine di questa specie di setta a Saint-Martin. Ma l'insieme dei santuari o
delle logge che questa fondò o che ne adottarono le dottrine più o meno segrete si
riallacciava a Martinez de Pasquallys piuttosto che al suo discepolo.
Altri ancora hanno preteso che i martinisti ed i
martinezisti si sono confusi in un'unica e medesima scuola. Non lo penso. I seguaci del
maestro e quelli del discepolo hanno potuto incontrarsi su diversi punti ed accordarsi
sulle idee e le tendenze generali; ma il fatto è che Saint-Martin non ha affatto fondato
sette di alcun genere. Ed ho buone ragioni di credere che in generale, si è esagerata
l'importanza di quella dei martinezisti, in quanto è così che occorre chiamare i
discepoli di dom Martinez per distinguerli da quelli di Saint-Martin.
Per quanto riguarda la Francia, senza dubbio gli adepti di
dom Martinez costituirono delle società segrete in diverse città della Francia, e
Saint-Martin ne fu membro lui stesso a Bordeaux ed a Lione. Ma ebbe quella di Parigi una
reale importanza? Fu sufficientemente numerosa per meritare il nome di setta mentre
Martinez era ancora vivo? Fu la madre e divenne il centro comune di quelle note sotto il
nome di scuola del Nord e che, tra i loro seguaci, annoverò un principe di Hesse, un
conte di Bernstorf, una contessa di Reventlow ed il celebre Lavater? Credo di no, in
quanto Saint-Martin ne ignorava quasi le caratteristiche.
In quanto a quella di Parigi, si separò e si fuse in due
altre alla morte di Martinez: in quella dei Grandi-Professi ed in quella dei Filaleti.
Gence, che era perfettamente informato, ci dice che
Saint-Martin rifiutò di entrare sia in una che nell'altra di queste ultime; e non penso
che appartenesse seriamente alla società madre. Ecco le mie ragioni.
Già a Bordeaux, come ho detto, c'era un distacco da parte
del discepolo per le pratiche, le operazioni esteriori, del maestro. Tanto quanto la
dottrina, il fine e gli orientamenti del misterioso iniziatore attiravano l'adepto, così
certi mezzi, le cerimonie teurgiche o magiche, ripugnavano alla sua sensibilità diritta e
pia. Molto presto l'allievo sembra averle abbandonate, se non per sempre, almeno per un
certo periodo. Non dico che non vi si sia più riavvicinato, abbiamo motivo di credere il
contrario; ma è certo che in questo periodo ai suoi gusti di spiritualità non si
confacevano; seguì degli studi ed allacciò relazioni di tutt'altro genere rispetto a
quelle del suo maestro. Quest'ultimo cadde talmente nell'ombra che a mala pena ci si
accorse della sua partenza per Santo-Domingo. Saint-Martin scrisse, per la verità, nove
anni dopo, che la morte glielo tolse quando appena avevano cominciato a camminare insieme;
ma si tratta di una delle sue numerose distrazioni. Il fatto è che erano più d'accordo
all'inizio che alla fine; e più fossero rimasti insieme, meno si sarebbero riavvicinati.
Il discepolo era fondamentalmente diverso dal maestro. Lungi dal volere, a sua imitazione,
nascondere la sua vita e vegetare in misteriose assemblee, il Filosofo Incognito aspirava,
in realtà, ad essere il filosofo conosciuto. E meritava di esserlo, sapendo
ammirevolmente unire le due cose più rare e più lodevoli per un uomo dotto, quella di
pensatore profondo e quella di uomo di mondo molto noto. Ricevuto ovunque con la premura
che meritavano queste due qualità, e prestandosi a queste premure senza che l'uno dei
suoi due meriti che lo fecero ricercare nuocesse all'altro, Saint-Martin era fatto per la
società tanto quanto per la seria filosofia che aspirava di diffondervi.
In effetti, Saint-Martin, che seguiva la società, dove ebbe
sue relazioni proprie e suoi orientamenti indipendenti sin dall'inizio, lo attirava suo
malgrado. Vi si trovava a suo agio praticamente da sempre e, per quanto differenti fossero
le sue vedute e le sue aspirazioni da quelle che vi dominavano, si interessava a tutto.
Per dare un'idea un po' intuitiva di come stavano le cose, riporterò una pagina piuttosto
curiosa del suo Portrait, una pagina che l'editore maldestro del 1807 ha soppresso nella
sua pubblicazione. E' una pagina del 1787; ma si riferisce al 1771, e ce lo rivela molto
attaccato a quell'epoca, per quanto incoerente ne sia la forma.
"Devo almeno un riferimento alla casa di Lusignan, che
mi ha colmato di cortesie, sia a Parigi che nella loro terra di Chételier en Berry; alla nostra corrispondenza intima di un anno senza
esserci visti. Il nostro primo approccio al castello, dove fu furiosa (si vede che per
Saint-Martin la casa dei Lusignan è essenzialmente la signora di Lusignan) di avermi
parlato come ad un vecchio, mentre non avevo che ventotto anni. La nostra società di
Parigi, per metà spirituale, per metà umana (mondana?): i Modène, i Lauran, i Turpin, i
Montulé, i Suffren, i Choiseul, i Ruffé, la rispettabile vecchia madre Lusignan, morta
in tre ore senza essere stata mai malata...., i Puymaudan (senza dubbio gli avi del
marchese di Pimodan, morto a Castelfidardo), i Nieul (conservo l'ortografia e non metto
che la necessaria punteggiatura), i Dulau, di cui il nome della figlia fa epoca nel mio
spirito; i Bélabre, l'abate de Dampierre, il giovane Clermont, ucciso a Parigi il 10
agosto 1792; il vecchio buonuomo la Rivière, i signori di Worms e di Majelai, Duvivier
d'Argenton, l'abate Daubez, il signor de Thiange, cordone rosso e maestro del guardaroba
di monsignor d'Artois....; i Crillon, il chimico Sage, il geneologo Chérin, bravo in
storia; i Culan, i la Cote, il signor Rissi, luogotenente degli invalidi del castello; i
des Ecottais, la maréchale de Noailles...; i Flavigny, i Tésan, i Montaigu...; per
finire la famosissima famiglia Ricé de Dombez. Senza parlare delle due lettere che
conserverò fino alla tomba, dell'apprendimento della scrittura, del viaggio a Bordeaux,
delle riflessioni dello spogliatoio, ecc. Tutto il sufficiente perché il ricordo di
questo casato non scompaia dalla mia memoria".
Mi fermo nella citazione di un appunto così fortemente
impregnato di tutto il disordine che hanno gettato nella stesura ricordi così vivi e
numerosi, di un appunto scritto nel momento in cui l'autore si preparava ad un viaggio che
minacciava di cancellare quelle impressioni così dolci; - mi fermo, dicevo, nella
citazione per diverse ragioni.
Innanzitutto, in ciò che ho riportato, tutto appare chiaro
circa le numerose relazioni di Saint-Martin in questo periodo. In effetti, è evidente che
si tratta di autentiche relazioni; che non siamo di fronte ad incontri casuali e privi di
interesse avvenuti una o due volte; si tratta, al contrario, di legami avuti con persone
di cui si vuole conservare il ricordo.
Non sono poi sicuro, ed è l'ultima delle mie ragioni, di
ben comprendere il seguito.
Ed ecco quello che sono sicuro di non capire affatto:
"Ne ho fatto la conoscenza a Chambéry, dove lei si era messa in salvo con la
famiglia presso la quale abitava dalla separazione da Nion, per le funeste conseguenze del
suo secondo matrimonio". Di cosa si tratta?
Forse di tutta questa rispettabile famiglia, forse della
signora di Lusignan o di un'altra persona?
Evidentemente di una persona che si era fatta una seconda
famiglia e si era rifugiata presso degli amici in seguito ad un secondo matrimonio, un
matrimonio sfortunato. Ma chi è questa persona? Si tratta forse della signora di
Lusignan? Si è sposata una seconda volta? E' diventata la signora di Nyon? Ma, in questo
caso, come Saint-Martin può aggiungere quanto segue: "I Lusignan sono stati i primi
ad espatriare", poiché, in ogni caso, non è a Chambéry e nel periodo
dell'emigrazione che ne ha fatto la conoscenza, in quanto non è emigrato e questa
conoscenza datava dal 1771?
In effetti, non aveva che ventotto anni al momento del primo
incontro con la signora di Lusignan, circostanza che ne colloca l'epoca al congedo dal
reggimento di Foix.[1]
Come si può vedere, vi sono molti lati oscuri, ma ammesso
che ne valga la pena, non dubito che si possa trovare, nella famiglia stessa che fu
oggetto di tanto attaccamento da parte del filosofo, qualcuno che vorrà prendersi la cura
di chiarirli.
Al di là tuttavia dei lati oscuri che abbondano in ogni
biografia, soprattutto in biografie che non sono che un "portrait", ciò che
rimane assodato, è che in questo periodo le relazioni di Saint-Martin erano molto
numerose ed eccellenti; frequentava la migliore società e godeva di quella intimità
così propizia ad attirare gli spiriti migliori.
Capitolo VII
Rapporti di Saint-Martin con la marchesa di
Clermont-Tonnerre, le signore di Openoi e di Bezon, il generale Duval, i Pontcarré,
d'Etterville, Lalande, la marchesa de La Croix, il duca d'Orléans, il cavaliere de
Boufflers, il curato Tersac, il maresciallo di Richelieu. Le sue apparizioni a Brailly, a
Abbeville, a Etalonde. Il suo primo viaggio in Italia.
(1 7 7 1 - 1 7 7 8)
_____________
Saint-Martin si trovava bene in società e vi era
apprezzato. Legava facilmente; tuttavia conservava la sua caratteristica di filosofo molto
religioso, molto spirituale, conseguendo altrettanti lusinghieri risultati sia trattando
gli spiriti che gli uomini. Cosa che non si vede affatto nelle relazioni che ha appena
menzionato, ma i nomi citati non esauriscono, peraltro, la lista dei suoi amici.
Bisogna, per cominciare, aggiungervi il nome della marchesa
di Clermont-Tonnerre, che lo cercò proprio per fruire dei suoi studi mistici, e da cui si
lasciò premurosamente trovare per via di quello che lui stesso chiamava il suo grande
progetto.
Per quanto sia riservato nelle sue note su quest'ultimo
punto, e per quanto sia discreto al riguardo il solo dei suoi biografi al corrente dei
suoi intimi lavori, risulta comunque dal poco che riportano, che a seguito dei loro studi,
il suo grande progetto, era la sua opera di missionario. Cerca molto poco di nasconderlo,
anzi, al contrario, lo fa ben capire, di quando in quando, che la sua missione è di
comunicare, se non l'insieme delle sue idee, di ciò che oggi chiamiamo il suo sistema, la
sua teosofia o il suo misticismo, per lo meno i grandi principi della sua opera, quello
che egli stesso chiama i suoi oggetti. Pieno di ardore, ricco di forti convinzioni,
beneficiando con prudenza dei vantaggi di una gioventù bene amministrata, eccitato dal
successo e bene accolto anche dove non otteneva quanto chiedeva, vale a dire la direzione
dell'anima, il suo proselitismo fu soprattutto attivo nel ceto alto.
Lo confessa con gioia in caso di successo; con dolore nel
caso contrario.
Prestiamo attenzione a certe confidenze delle sue note. In
una di quelle redazioni così aride che lascia senza data e senza stile, relativamente a
quest'epoca dice: "A Brailly, ad Abbeville, a Etalonde vicino alla città di Eu, ho
stabilito legami interessanti con le signore di Openoi, di Bezon; con i signori Duval,
Frémicourt, Félix, i Dumaisniel".
"Frémicourt è uno di quelli che è stato più lontano
nell'ordine operativo".
Vale a dire nell'ordine di quelle operazioni teurgiche alle
quali Saint-Martin aveva rimproverato al suo maestro di dare troppa importanza, e che
felicita Frémicourt di avere abbandonate, in quanto aggiunge:
"Ma se ne è ritirato per merito di un'azione benevola
che lo ha illuminato.
"Non ero affatto abbastanza avanzato in questo genere
né in alcun altro genere attivo, per assumere un grande ruolo in questa eccellente
società; ma si è talmente buoni da ricoprirmi di gentilezze.
"Duval era un incredulo che aveva resistito a tutti i
dottori ed a tutti i teologi. Venne a trovarmi a Parigi, e Dio permise che in due o tre
conferenze, gli facessi fare mezzo giro completo a destra; a tal punto che è diventato
molto più esemplare di quanto non lo fosse in precedenza. L'ho rivisto nel 1792 quando
venne nominato colonnello dei dragoni. Le sue qualità mi incantarono e non ho potuto
definirlo altrimenti che dicendo che è un corpo di ferro, un cuore di fuoco ed un'anima
di latte. Le sue conoscenze non mi paiono eguagliare le sue qualità; ma cosa ha da
rimpiangere in questo? E' diventato luogotenente generale".
Si operava dunque in queste società. Inoltre il genere
delle operazioni dove Saint-Martin non era forte e non voleva esserlo, c'erano altri
generi attivi. Quelli, li apprezzava; al punto che rimpianse di non esservi
sufficientemente avanzato. Non lo era abbastanza in nessun genere attivo. Non voglio
tentare di sollevare, su questi generi, il velo che vi pone la sua discrezione, ma voglio
constatare che si attribuisce con piacere un ruolo più marcato nel genere
dell'insegnamento. Di un incredulo, del futuro colonnello Duval, egli fa in due conferenze
un credente, di cui quindici anni dopo le qualità lo incantano.
In questo periodo di primo fervore, davanti alla sua
missione morale o religiosa, ogni altra cosa scompariva agli occhi di Saint-Martin. Le
cose più sorprendenti per il profano lo emozionavano poco o punto. Lungi dal causargli
sensazioni dolorose, lo spettacolo della morte non è per lui che quello di un progresso
nella via interiore; è per l'anima il segnale di una vera elevazione. Andare alla morte
per la via del sacrificio rappresenta vera e gloriosa forza.
"Il casato di Pontcarré a Parigi, dice, mi ha offerto
il grande esempio di una donna forte. Era la figlia del signore de la Tour, primo
presidente d'Aix, e della signorina d'Aligre. Si è immolata a quello che credeva essere
il suo dovere verso i suoi genitori ed ha visto la sua fine (la fine dei suoi giorni
terrestri) con la calma di un eroe.
"Suo marito ha avuto una qualche parte nei miei
oggetti, attraverso comunicazioni fattegli da
Hauterive, e ne aveva tratto buoni frutti. (Conosciamo già il conte d'Hauterive,
quell'amico di Saint-Martin di cui la tradizione raccontava cose così meravigliose e la
cui anima, diceva, lasciava il corpo per elevarsi nelle regioni supreme).
"Alla morte di sua moglie, lo seguii nella sua casa di
campagna, nel cui cimitero aveva voluto essere seppellita. Ero stato freddo vedendo il
corteo partire da Parigi; rimasi freddo vedendo la sua fossa. Non so perché i morti non
mi rattristano più di tanto. Forse perché sovente penso alla morte come ad una
promozione.
"Le cerimonie religiose che accompagnano i funerali mi
colpiscono molto di più.
"Ho rivisto, dopo, il signor di Pontcarré a Rouen, e
presso il signor d'Etteville vicino a Gaillon, dove fui molto dispiaciuto di non poter
restare che tre giorni, in quanto speravo di dissodarvi utilmente qualche terreno".
La evidenziazione è nostra per far notare ciò che
preoccupa Saint-Martin nella vita sociale, sia essa a Parigi od in campagna.
Per compiere con maggior successo quello che chiamava il suo
grande affare, Saint-Martin cercò anche relazioni con i più eminenti uomini di scienza.
Contattò soprattutto l'astronomo Lalande. Gli astri rivestono un ruolo importante nella
teurgia, e Saint-Martin aveva preso gusto a quelle misteriose elucubrazioni sui numeri che
ancora allora preoccupavano dom Martinez, il suo maestro, e sulle quali uno dei più
distinti mistici tedeschi dell'epoca, d'Eckartshausen, doveva lasciare due volumi pieni
delle cose più strane. Ma Saint-Martin non poté intrattenere l'illustre astronomo che
sul sistema del mondo, e Lalande non volle ascoltare la minima osservazione su quello che
il teosofo chiama le sue puerilità: ci si separò poco soddisfatti l'uno dell'altro, e
per sempre.
Respinto in questo settore, Saint-Martin ricercò contatti
con distinti letterati nonché con tutti coloro che esercitavano una grande influenza
nella società per la loro intelligenza o per il loro sangue. Scartava peraltro senza
tanti complimenti tutti quelli che non corrispondevano al suo pensiero, come fece con il
maresciallo di Richelieu. Fu così che incontrò anche, senza legarvisi, il duca di
Orléans, non ancora diventato celebre negli annali della rivoluzione, ma già uomo di
spicco ed altolocato fautore delle opinioni e dei principi che stavano cambiando il volto
della Francia. Il cavaliere di Boufflers, la cui brillante intelligenza conquistava tutti,
non gli andò maggiormente a genio.
Saint-Martin vide con maggiore costanza il marchese di
Lusignan, la cui moglie era una delle sue migliori amiche e la più costante delle sue
relazioni.
Mi limito a questi nomi in quanto sufficienti ad indicare il
posto che il giovane teosofo ricercava nella società. Aggiungo soltanto che, sin da
allora e per tutta la sua vita, ebbe pochi rapporti con il clero. Eccettuato il curato di
Saint-Sulpice e qualche altro prete di rango altrettanto secondario, non frequentava
sacerdoti. Peraltro non trovo nelle sue pagine confidenziali una sola menzione di un
qualche interesse al riguardo. Amava troppo, in quel periodo e sempre, la discussione
libera da qualsiasi autorità per sottomettere le sue idee alla più assoluta ed alla più
impersonale di tutte.
In quanto alla discussione, la più severa delle prove,
lontano dall'evitarla, la ricercava, per una ragione che si deve ascoltare dalla sua
bocca, in quanto desidera ammettere che lo fortificava nelle sue convinzioni.
"Benché le mie idee trovino sempre da svilupparsi, ci
dice, e ad assorbire da tutte le persone che mi fanno l'onore di volersi intrattenere con
me, quelle idee non sono mai cambiate nel confronto, e sovente si sono ancor maggiormente
confermate. Devo molto in questo campo, in particolare al marchese di Lusignan, al curato
di Saint-Sulpice Tersac, al maresciallo di Richelieu, al duca d'Orléans, al dottor
Brunet, al cavaliere di Boufflers, al signor Thomé, ecc...., tutte conoscenze che non
sono durate che un momento e non sono state che un passaggio". (Portrait).
Si è sempre pronti ad ammettere che amiamo discutere, ma
che non si cambia opinione. Inoltre, la frase porta il biografo un po' oltre la verità in
senso stretto. Il marchese di Lusignan, che pone tra i suoi passaggi, non vi fu compreso;
Saint-Martin conservò per lui, come per la signora di Lusignan, un lungo e profondo
attaccamento.
Sin d'allora, Saint-Martin, conteso da più parti, lo fu
anche fuori dalla Francia, e senza che né lui né altri ce ne dicano il vero motivo.
In effetti, già nel 1775, fece un viaggio in Italia di cui
parla poco, non nominando che due o tre città visitate. Credo che si trattò di un
viaggio di ricerca o ricognitivo, un tentativo di proselitismo. I timori che agitarono il
viaggiatore sembrano provarlo. Quali altri motivi se non i suoi disegni ed i suoi progetti
poteva avere per preoccuparsi, ad esempio, dell'inquisizione? La sua prima opera, o non
era ancora nota, o, se pubblicata, non lo comprometteva agli occhi del sant'uffizio.
Eppure fu piuttosto cauto. Ascoltiamone l'ammissione.
"Nel 1775, feci un viaggio in cui mi imbarcai da Nizza
a Genova. C'era sulla feluca un inquisitore di Torino con cui allacciai conversazione ed
al quale parlai forse un po' troppo francamente di certe cose e di certe persone. Durante
il viaggio, gli chiesi quanta distanza ci fosse tra il luogo dove ci trovavamo ed una
città che vedevamo davanti a noi; mi rispose in francese, ma con accento italiano: Vi
sono dieci leghe. Quando giungemmo vicino a Genova, mi impegnò per andarlo a trovare a
Torino, dove dovevo recarmi. Al mio rifiuto, mi sollecitò
a dirne il motivo; accampai ragioni di affari e di opportunità. In seguito,
riflettendo sulle nostre conversazioni e sui pericoli che avrei potuto correre ad
avvicinarmi troppo a questa santa persona, mi venne in mente che avrei potuto
rispondergli: Vi sono dieci ragioni".
Saint-Martin era molto aperto con certe persone pur
ritenendosi molto poco ortodosso su certi argomenti. Teme e nasconde i suoi timori
trattandoli come un gioco. Ma i suoi timori erano esagerati. E' vero che negli Stati
pontifici la pena di morte pendeva sulla testa degli adepti di qualsiasi società segreta
ed in particolare sulla testa dei massoni; è vero che questa legge, così anacronistica
verso la fine del diciottesimo secolo, veniva realmente applicata solo di tanto in tanto;
ma queste aberrazioni della giustizia erano rare. Non si procedeva con rigore che in
circostanze straordinarie e quando l'opinione, scossa da fatti straordinari, vi
costringeva le autorità. Il processo di un uomo troppo famoso e la cui vita è ancora
avvolta nel fiabesco, il processo di Cagliostro, che fu una di quelle eccezioni sul finire
del secolo, non deve indurci in errore a questo proposito. Saint-Martin, che non poteva
fare alla corte di Roma la minima ombra, non aveva alcun motivo di temere l'inquisizione
di Roma, ed ancor meno il suo compagno di viaggio, l'inquisitore di Torino. Roma e Torino
non erano Madrid.
Questo viaggio non fu d'altronde che un'escursione di breve
durata. Saint-Martin continuò a Lione le sue sedute misteriose con il conte d'Hauterive,
dal 1774 al 1776, senza che si notino apprezzabili interruzioni nei processi verbali che
conosciamo. Neppure si notano dei risultati da questo breve affacciarsi al di là dei
monti.
Tutt'altro discorso per un secondo viaggio in Italia, un po'
più lungo, fatto in compagnia di due uomini noti per le loro pie aspirazioni e la cui
influenza su Saint-Martin ha lasciato dei segni nella
sua vita
Capitolo VIII
Soggiorno di Saint-Martin a Tolosa. - I suoi rapporti in
questa città. - I suoi progetti di matrimonio. I suoi progetti di abboccamenti con
Voltaire e Rousseau. Il suo soggiorno a Versailles, i suoi rapporti con Gence, ecc.... -
La marchesa di Chabanais.
______________
Saint-Martin entrava nel suo trentacinquesimo anno di vita.
Si sentiva ancora giovane ma stava cessando di esserlo. Già più di una volta, tutto
preso dalla sua missione, dal suo proselitismo spirituale, in numerose relazioni e
trascinato dalle predilezioni femminili cui non si sottraeva, il suo cuore si era
infiammato; la frequenza nel negarlo ne attestano suo malgrado la verità. Aveva più di
una ragione per non pensare ad una sistemazione, la sua missione stessa, i grandi problemi
esistenziali, la libertà che il celibato gli dava per i suoi frequenti spostamenti e le
relazioni di ogni genere, la sua modesta ricchezza, lo stato di dipendenza in cui si
trovava, a questo titolo, riguardo al padre. Eppure, durante il suo soggiorno a Tolosa,
verso il 1778, fu per due volte sul punto di impegnarsi. Non approdò a nulla benché
fossero meno fugaci di altre, le considerò ben presto come delle prove sulle quali fu di
una discrezione estrema, come su tutto ciò che riguardava i suoi affetti intimi. Non ne
trasse che una lezione: gli dimostrarono "una volta di più che non era nato per una
cosa sola della terra (nemmeno una sola), e che invano la sorte tenterebbe di
legarvelo". Queste sono le sue espressioni e non si potrebbe meglio accettare il
fatto compiuto né raccontarle in modo più naturale.
"Ho fruito, ci dice, a Tolosa di un privilegiato
rapporto con una famiglia squisita, i Dubourg. Ed ho avuto l'occasione di incontrarvi i
sigg. Villenouvet, Rochemontès, Quellus, Labadeus, Marade, uomo di grande intelligenza. _
Le incantevoli passeggiate di Rochemontès rimarranno a lungo nella mia memoria. Mi trovo
magnificamente. Sono stato colpito dalla bontà delle anime pure che ho incontrato nella
deliziosa famiglia Dubourg. C'è stata una qualche velleità di matrimonio per me,
dapprima con la maggiore delle Dubourg e poi con una inglese chiamata signorina Rian. Ma
tutti questi progetti si sono dissolti come tutti quelli relativi soltanto a questo basso
mondo. In quanto mille esperienze mi hanno insegnato che invano la sorte tenterebbe di
legarmi a lei e che non ero nato che per una cosa sola. Beato, beato se le circostanze non
avessero lasciato la mia debolezza così sovente a se stessa e non mi avessero così
esposto a scendere anziché a salire come avrei dovuto fare senza tregua! 1778".
(Portrait).
Malgrado il doppio rapporto che Saint-Martin ebbe il tempo
di intrecciare a Tolosa - ed i suoi innamoramenti non fossero di quelli che nascono e
passano come meteore - non credo che il suo soggiorno si sia prolungato al di là di
qualche mese. Se ritengo questo, non è per il fatto che non trovo gruppi da lui fondati
secondo la sua missione; questo non proverebbe niente non avendone fondati neppure a
Parigi e che in generale amava poco questi gruppi; - se ritengo questo, è perché non
trovo alcun discepolo che egli abbia formato, né relazioni permanenti che vi avesse
contratto. Mentre questo era nei suoi desideri come si rileva dai suoi soggiorni a Lione,
a Strasburgo, a Parigi ed a Versailles. D'altronde, lo ritroviamo ben presto a Parigi che
frequentava volentieri come fa la maggior parte delle persone che non vi abitano,
chiamandola il suo purgatorio, ma lasciandola sempre con rimpianto e ritornandovi sempre
con sollecitudine: in quanto tutta la sua vita dimostra ciò che dimostra quella di molti
altri, una volta che si è vissuto a Parigi, non si è propriamente di Parigi, ma non si
è più a casa propria lontano da Parigi.
Nella sua qualità di giovane scrittore anelante ad una
grande influenza e peraltro portato ad ogni genere di entusiasmi, ammirando tutti gli
uomini superiori, desiderava vivamente, in quel momento, entrare in relazione con il più
grande ed il più universale spirito del secolo, con colui che non dirò lo governasse,
nessuno governa un secolo, se non è quello che li governa tutti, ma il primo fra tutti
gli scrittori, colui che aveva un'influenza preponderante. Il maresciallo di Richelieu,
che contava in società e che lo proteggeva con serietà maggiore di quella che era la
frivolezza delle sue ordinarie abitudini, aveva parlato a Voltaire della prima opera del
suo protetto per ben disporlo all'incontro desiderato da Saint-Martin. Lo spirituale
vegliardo, che nulla rifiutava al maresciallo, suo grande amico e collega all'Accademia,
Voltaire, che gradiva peraltro ogni genere di riconoscimento, aveva immediatamente
risposto alla sua maniera: "Il libro (Degli errori e della verità) che avete letto
per intero, non lo conosco; ma se è buono, deve contenere cinquanta volumi in-folio nella
prima parte e mezza pagina nella seconda". Quando ebbe letto quel grosso volume che
contraddiceva le sue idee e condannava tutta la sua opera, lo criticò con sdegno,
brutalmente; ma si guardò bene dall'esternare il suo pensiero al maresciallo di
Richelieu. Fu in una lettera a d'Alembert (22 ottobre 1777) che sfogò la sua irritazione.
Ciononostante non si sottrasse all'incontro nuovamente richiestogli da Richelieu.
D'altronde, sei mesi erano trascorsi dalla lettura che aveva fatto del volume di
Saint-Martin, e la sua morte (10 maggio 1778) lo dispensò dalla visita all'Illuminato,
nel momento in cui doveva avvenire.
E' un peccato non poter avere, vergate dalla penna di ognuno
di essi, qualche parola di apprezzamento reciproco da comparare ai racconti della
conferenza Ch(teaubriand.
Da parte di Saint-Martin, il desiderio di incontrare
l'autore delle Lettres philosophiques scaturiva da
una sincera ammirazione. Non si può non condividere il pensiero di Saint-Martin per uno
scrittore che urtava tutte le sue tendenze e condannava a sua volta tutto il suo pensiero:
"E' impossibile, dice, non ammirare quest'uomo straordinario, che è un monumento
dello spirito umano....
"Ma, l'uomo non essendo perfetto, è forse quel gusto
così elevato, così delicato, così perfetto, che è stato il merito dominante di
Voltaire e che fa premio sugli altri doni, quali l'elevazione e l'inventiva, che sono
molto vicine l'una all'altra."
Attiro un po' l'attenzione su questa nota così sottile e
così profondamente vera:
"Non posso perdonargli di aver trattato Rousseau come
ha fatto. Voltaire non era né ateo né materialista. Era troppo intelligente per esserlo;
ma non aveva abbastanza genio né illuminazione per credere a qualcosa in più".
Ecco ancora una volta l'osservazione di un eccellente
osservatore. Le pagine di Saint-Martin, in linea generale, sono disseminate di questi
punti luminosi che fanno l'effetto di perle gettate su di uno sfondo un po' opaco e troppo
sovente oscuro.
Saint-Martin desiderava ancor più di fare una conoscenza
personale con lo scrittore che abbiamo sentito controbattere agli attacchi di Voltaire.
J.J. Rousseau gli ispirava reali simpatie per la levatura delle sue tendenze riformatrici
e per la fermezza delle sue dottrine spiritualiste. Studente del diritto, le sue
predilezioni per la legge naturale lo avevano portato verso un illustre scrittore di
Ginevra, Burlamaqui, il cui miglior lavoro, i Principi del diritto naturale e politico,
era apparso durante il suo periodo scolastico. L'Emile ed il Contratto sociale, pubblicati
quasi nello stesso periodo, circa un anno dopo rispetto al libro di Burlamaqui, offrivano
a Saint-Martin, con uno stile avvincente, lo sviluppo filosofico delle nobili teorie che
lo incantavano nelle opere dell'erudito professore. Le Confessioni, che apparvero durante
gli ultimi periodi di guarnigione del giovane ufficiale, negli anni dal 1766 al 1770,
finirono per riempirlo di entusiasmo per un osservatore così geniale della vita
interiore, senza abbagliarlo sulla lacuna che si notava nelle aspirazioni morali di
Rousseau. In tutti quei volumi, scritti con uno stile ispirato dove gli slanci dell'anima
sembravano prevalere su quelli della speculazione astratta, si ritrovava con gioia. Si
trattava del ritratto fedele di quella stessa lotta morale, di quegli stessi conflitti, di
quelle stesse sconfitte, di tutte quelle alternanze di piacere e di confusione, di eccessi
di indulgenza e di eccessi di severità per se stesso, che costituivano la sua vita.
Saint-Martin vedeva nell'anima di Rousseau quel raggio dall'alto che forma la vera vita di
ogni uomo per il quale la cosa più importante è il serio perfezionamento di se stesso.
"Alla lettura delle confessioni di J.J. Rousseau, ci
dice, sono stato colpito da tutte le affinità che mi sono ritrovato in lui, sia nei
nostri modi affettati presi in prestito dalle
donne - la donna si incontra volentieri sotto la penna di Saint-Martin - che nel nostro
gusto per la ragione e per l'ingenuità infantile, nonché per la facilità con cui siamo
stati giudicati sciocchi nella società, quando non avevamo una totale libertà per
svilupparci.
"La nostra esistenza temporale ha avuto qualche
similitudine, considerate le nostre diverse posizioni in questo mondo; ma sicuramente, se
si fosse trovato al mio posto con i suoi mezzi ed il mio temporale, sarebbe diventato un
uomo diverso da me.
"Rousseau era migliore di me, l'ho riconosciuto senza
difficoltà. Egli tendeva al bene con il cuore, io vi tendevo con lo spirito, le luci e le
conoscenze. E' questo che ci caratterizza. Lascio comunque alle persone intelligenti
discernere ciò che chiamo le vere luci e le vere conoscenze, ed a non confonderle con le
scienze umane che non generano che degli orgogliosi e degli ignoranti".
Che magnifico giudizio, quale umiltà! E quale indulgenza
per l'uomo, per quanto siano distanti lo scrittore dalla dottrina del giudice! Un incontro
tra due personaggi così impregnati di giustizia e di tolleranza, entrambi così
originali, raccontato dall'uno e dall'altro, avrebbe offerto ai contemporanei ed ai
posteri un ben grande interesse. Ma questo incontro doveva fallire come il precedente e
per la stessa ragione.
Il largo tributo pagato ai due più grandi scrittori del
secolo ed i più illustri rappresentanti delle tendenze religiose che Saint-Martin doveva
combattere, non arrestò affatto la sua seria attività nella lotta. Da parte sua, la
guerra fu sempre tanto misurata nella forma che fervente nella sostanza.
Si recò, all'incirca in questo periodo, a Versailles e vi
ebbe un soggiorno sul quale non ci dà, ancora una volta, nelle sue note, che brevissime
indicazioni, che non permettono di sollevare che una parte del velo.
"Durante il breve soggiorno nella città di Versailles,
dice, ho conosciuto i sigg. Roger, Boisroger, Mallet, Jance (Gence?), Mouet (Monet?). Ma
la maggior parte di queste persone era stata iniziata pro-forma. Pertanto i miei interessi
si discostavano da loro; Mouet era uno di quelli maggiormente in grado di coglierli".
Tutto questo è a prima vista piuttosto conciso ed oscuro.
Sappiamo tuttavia quale missione intendeva svolgere Saint-Martin a Versailles, ce lo fa
capire bene. Poche parole metteranno bene in chiaro questa missione. La città di
Versailles era un focolare di movimenti teosofici e probabilmente già di operazioni
teurgiche. Un po' più tardi ebbe due Logge e due associazioni di adepti che prendevano,
come gli autentici martinezisti, il titolo di Cohen, che abbiamo descritto, o quello di
Filaleti, cioè di amici della verità. Analogamente a Saint-Martin, si riallacciavano
direttamente a dom Martinez de Pasquallys. Questo risulta dai frammenti di
processi-verbali che ho sotto gli occhi. Si erano innestate su Logge massoniche o erano
composte da membri provenienti da queste Logge? Non saprei dirlo. Rilevo in questi
frammenti una sorta di terminologia abituale alle Logge, ma vi trovo qualcosa in più e
soprattutto idee di pneumatologia di cui le Logge non si occupano. I martinezisti,
autentici o degenerati di Versailles, andavano più lontano delle Logge sotto un altro
aspetto. Gence ci dice che, per molti di essi, non era la scienza del mondo spirituale,
era la ricerca della pietra filosofale che interessava loro e che questa aberrazione
allontanò Saint-Martin dal loro gruppo. Volle evidentemente mettersi in rapporto con
essi; ma da questo momento non fu più soddisfatto dallo spirito che li animava. Vi furono
peraltro nel loro gruppo delle persone i cui nomi gli sono rimasti cari. Gli si legò
Gence che doveva poi diventare il suo biografo ed il suo apologista, come di un filosofo
molto meno celebre, seppur interessante, Antoine Lasalle, le cui opere sono così poco
citate oggi, per quanto impregnate di originalità. Saint-Martin rilevò con rammarico che
la maggior parte degli adepti di Versailles non erano stati iniziati che pro-forma, cioè
con cerimonie esteriori, cerimonie forse troppo analoghe a quelle delle Logge, che lo
soddisfacevano così poco. In effetti, benché avesse lui stesso professato in quelle di
Lione per un periodo, si teneva generalmente lontano dalla massoneria, nonostante il ruolo
che rivestiva ai suoi tempi, malgrado il ruolo che rivestiva nella scuola di dom Martinez
e quello che rivestiva nella vita di Cagliostro, forse proprio a causa di questo ruolo.
Fatto sta che, in certi periodi della sua vita, lo vedremo assumere atteggiamenti di
insofferenza quando gli si parlerà di Logge. Si intravede già questo suo porsi nel
commento sui martinezisti di Versailles che descrive iniziati pro-forma. Vi aggiunge
d'altronde una frase in più per stigmatizzare la distanza che li separa da lui: "I
miei concetti erano lontani da loro".
E' poco per indicarci, ma molto per lasciarci intravedere
cosa era venuto a fare in mezzo a loro. Saint-Martin, dopo la morte di Martinez o la
partenza dalla Francia del suo vecchio maestro, era se non il successore riconosciuto di
quest'ultimo, quantomeno il principale iniziatore alla dottrina della Scuola. La
trasmissione dei suoi concetti ed il relegare in secondo piano le forme o le cerimonie
costituivano, lo si vede, i due punti più essenziali della sua missione. Ciò che ben
caratterizza l'era in cui Saint-Martin entra da quando è separato dal suo maestro, è che
dà maggior valenza ed applica tutte le sue facoltà a questa iniziazione superiore, a
questa opera epurata dove le forme fanno spazio al raccoglimento, le cerimonie e le
operazioni esteriori alla meditazione, all'elevazione verso Dio ed all'unione con lui. Non
vuole più assoggettamenti alle Potestà ed alle Virtù della regione astrale.
A questo apostolato nelle vie interiori consacra la sua
esistenza e dedica tutta la sua ambizione. Vuole riuscirvi. Se vuole piacere, non è per
la sua persona; è per i suoi disegni di conquista, di vita spirituale, che ricerca la
vita sociale, i grandi scrittori, gli uomini di scienza come gli intellettuali. Non si
agita. Solo Dio è la sua passione, ma è anche la passione di Dio. Lo dice in quanto non
ha una cattiva opinione della propria persona. Al contrario. Pensa, ad esempio, che la sua
viva voce attirerà le anime più di ogni altro mezzo.
Ma non è né vanesio né presuntuoso. E' umile, tanto umile
che ne è intimidito. Non ignora che ha bisogno, per valere tutto ciò che è, che lo si
incoraggi, che lo si faccia, per così dire, uscire da se stesso. Questo fu ai suoi occhi
il grande merito di una delle sue migliori amiche, la marchesa di Chabanais, di farlo
uscire da se stesso. E' questo il motivo che lo legò così profondamente a questa donna
eminente, una delle persone a cui portava maggior riconoscenza per gli aiuti che dava al
suo spirito attraverso gli slanci che essa gli imprimeva. Tutti quelli che sono vissuti
nell'ambito spirituale delle donne apprezzano, come lui, l'influenza di quelle che sanno
distinguere tra una bella intelligenza e le alte ispirazioni di una sincera devozione. Ma
nessuno ha potuto essere più fortunato, sotto questo aspetto, di Saint-Martin. Eppure non
è che metta molta riconoscenza nei suoi apprezzamenti per la donna, credo che proprio
queste riserve tradiscano una sorta diffidenza al riguardo della sua sensibilità.
In effetti, la tiene in uno stato di suspicione e la
incatena, per paura che scappi ed oltrepassi i limiti, proprio come gli capita quando
parla di quella, fra tutte le donne, che ha maggiormente amato.
Capitolo IX
Relazioni di Saint-Martin con la marchesa di Chabanais, la
duchessa di Bourbon e la signora di B. - Un incontro con la maréchale di Noailles. - Un
soggiorno presso il duca di Bouillon. - La seconda pubblicazione: il Tableau naturel.
(1777 1778)
______________
Due donne hanno il raro privilegio di non ricevere dalla
penna di Saint-Martin che elogi, la signora di Chabanais e la signora di B. E pare che
entrambe abbiano esercitato sul suo pensiero una molto benefica influenza; che lo abbiano
per così dire ispirato, che lo abbiano cioè fatto pensare e fatto parlare con una
elevazione ed una facilità per lui ordinariamente non abituale. Il fatto non è né
straordinario e neppure molto raro; ma il modo in cui Saint-Martin ne parla merita
attenzione.
Ecco cosa ci dice di madame de Chabanais, una delle più
eminenti delle sue amiche spirituali, ma tuttavia non la preferita:
"Le persone a cui non sono andato a genio sono state
normalmente quelle che non mi hanno conosciuto di persona, ma attraverso le opinioni e le
dottrine degli altri, le proprie passioni ed i propri pregiudizi".
E' un po' maltrattarle o un'eccessiva considerazione di sé,
sembrerebbe.
"Quelle che mi hanno permesso di rivelarmi come sono
non mi hanno respinto, e al contrario, mi hanno aiutato a rivelarmi ancor di più. Tra
quelle che maggiormente mi hanno stimolato, devo annoverare la marchesa de Chabanais.
Fermo restando che la mia B. è prima di tutti".
La più eminente di tutte le persone che l'hanno
maggiormente aiutato a rivelarsi, è dunque madame de B., che abbreviando Saint-Martin
nomina molto semplicemente la mia B.
Chi è questa persona così eminente? Chi è la mia B.?
E' quanto diremo più avanti, e con tutta la dovizia
richiesta dalla domanda; ma, poiché, così pare, i rapporti di Saint-Martin con la
duchessa di Bourbon risalgono a quest'epoca, scartiamo immediatamente anche la sola
interpretazione fin qui data e che è completamente falsa. Mi riferisco a quella che
pretendeva di riconoscere sotto quelle iniziali la stessa duchessa di Bourbon.
Saint-Martin era un gentiluomo, di modesto casato, è vero, ma convenientemente educato, e
mai chiamò una principessa di sangue la mia B. Fu amico intimo della duchessa di Bourbon;
ne fu in qualche modo il direttore spirituale; ma ne parla sempre con il riguardo dovuto
al suo rango di principessa e secondo i dettami della propria educazione. E più la
sorella del duca di Orléans, la moglie separata del duca di Bourbon, la madre del duca di
Enghien, di cui fu l'amico ed il protetto, di cui ebbe l'onore di essere l'ospite abituale
quando si trovava a Parigi, e di cui rimase intimo consigliere tutta la vita, ovunque si
trovasse, più questa pia principessa, dicevo, collezionava disgrazie, più il linguaggio
di Saint-Martin diventava rispettoso.
Questa relazione risaliva ai primi anni di indipendenza di
Saint-Martin, cioè all'epoca stessa in cui lasciò il servizio? Penso di no. Precedente
ai viaggi di Saint-Martin ed al suo soggiorno a Strasburgo, fu posteriore, credo, alla
grande familiarità del teosofo con madame de Lusignan e madame de La Croix. E' presso
queste due dame, soprattutto presso la prima, al Lussemburgo, e non presso la principessa,
al palazzo Bourbon, che scrisse la seconda delle sue opere, il Tableau Naturel, di cui
parleremo tra poco. Ebbene, sarebbe avvenuto il contrario se il suo legame con la duchessa
di Bourbon fosse stato più antico. Comunque sia, due altre relazioni di Saint-Martin
devono qui essere ricordate per avere un'idea più completa dell'ambiente che allora
frequentava.
Conosceva ormai da diversi anni, come abbiamo visto nel
capitolo VI, madame la maréchale de Noailles. E' in questi ultimi anni, verso il 1780,
che questa conoscenza diventò più intima. Saint-Martin ebbe il dominio del pensiero
mistico della sua nobile amica, apportandovi quel grado di discreta familiarità che si
conviene nelle amicizie totalmente spirituali. Ci informa lui stesso che madame de
Noailles, che non era erudita, fu quasi troppo curiosa. Stava studiando il libro Degli
errori e della verità, e nel suo impaziente ardore di voler capire, un giorno andò a
cercarlo al Lussemburgo dove pranzava.
"Arrivò, dice Saint-Martin, il libro sotto il braccio
e riempito di foglietti per annotazioni. So che non entravo molto in argomento con lei e
che perfino le spiegavo le lettere F.M. (Franc-Masonnerie) in maniera faceta e ridicola,
che poi mi sono rimproverato".
Nella seconda delle sue buone relazioni durante quegli anni,
Saint-Martin trovò, al contrario, una notevole capacità per le cose astratte e, sotto
questo punto di vista, quei rapporti lo interessarono vivamente, in virtù del rango della
persona e del suo entourage. La conoscenza fu anche intima e sin dall'inizio.
"Il duca di Bouillon, scrive, presso il quale passai
quindici giorni nella sua proprietà di Navarre, nel 1780, è uno di quelli in cui ho
trovato la miglior predisposizione di spirito ad afferrare le cose astratte.
"Vidi presso di lui madame Dubarry e notai con quale
affettazione e riguardo si parlasse in sua presenza. Nonostante il suo regno fosse passato
da diversi anni, la si trattava sempre da principessa e da favorita.
"Macdonald, mio vecchio compagno, era stato accolto dal
duca, di cui era parente. Ne era trattato bene perché il duca era effettivamente un uomo
eccellente, ed aveva soprattutto una grande sensibilità. Vidi in lui un contrasto
rimarchevole: pativa soltanto nel vedere sgozzare un pollo; ma ha assistito dall'inizio
alla fine al supplizio di Damiens, perché questo Damiens era l'assassino del suo intimo
amico".
Si trattò veramente, in quel caso, di stoicismo, in quanto
è risaputo quale fu questo supplizio e quale valanga di barbare proposizioni il crimine
di Damiens ed il dibattito sulla modalità della sua punizione provocarono da ogni parte.
Il duca accentra tutta l'attenzione del teosofo nella
conversazione; e le sue eccellenti disposizioni per le cose astratte lo attraggono a tal
punto che, ad eccezione di uno solo e troppo famoso personaggio, menziona appena il resto
della compagnia.
Non occorre dire che le cose astratte che il duca di
Bouillon afferrava così bene sono le cose del mondo superiore, le grandi cose del
teosofo. Era più che naturale che quest'ultimo fosse felice di vedere il suo pensiero
così ben accolto dall'amico intimo di Luigi XV, visto che il duca di Bouillon godeva di
questo raro favore con grande dignità. E' risaputo che Luigi XV legava con poche persone,
per quanto di rango molto elevato.
Sotto il punto di vista dell'opera, se non sotto quello
degli studi, questo periodo è, in generale, uno dei più belli della vita di
Saint-Martin. Ed è meraviglioso vedere un gentiluomo di estrazione e mezzi modesti, un
semplice ufficiale, indubbiamente intelligente ma ancora poco preparato, filosofo poco
riconosciuto come tale e scrittore senza lustro, rivestire, soltanto in nome delle sue
alte ispirazioni e di principi poco maturi, un ruolo così considerevole in tante delle
prime o delle migliori casate del paese. La sua sfera di attività ha dei limiti piuttosto
stretti; la sua influenza vi è limitata e per quanto sia ricercato in società, non ne è
favorito, non vi è capito. Le donne, che lo accolgono così bene, abbassano il suo
spirito, dice, e salvo rare eccezioni, gli uomini lo ascoltano e lo considerano come un
tipo singolare. Nella letteratura, non c'è per lui alcuno degli scrittori così numerosi,
così brillanti, così ascoltati di questa generazione talora scettica, talaltro
incredula, qui e là materialista, ovunque sensualista. Al contrario, di quelli che tutti
leggono, ognuno combatte le opinioni e le tendenze. In questo secolo così incantevole,
tutti bramano senz'altro la luce, ma tutti la vogliono dolce e piacevole. La si respinge
non appena si presenta formalmente austera o difficile da capire; ci si allontana da lei
se si presenta un po' nebulosa o mistica. Ebbene quella che apporta Saint-Martin nella sua
prima opera è precisamente questo. Essa è d'altronde così antica che la si credeva
defunta.
Non è senz'altro il duca di Tarente, che aveva vent'anni
meno di Saint-Martin, e che fece la sua prima campagna all'età di diciannove anni, nel
reggimento irlandese di Dillon.
Tutto questo è vero, e malgrado tutto questo Saint-Martin,
in questa epoca e nel mezzo di questo mondo frivolo, fu ricercato da quegli stessi che
maggiormente erano decisi a non seguirlo. Ci si lamentava senz'altro dell'oscurità della
sua dottrina, e con ragione: ma sono abituali quei veli un po' voluti e calcolati da parte
dell'autore che piccano maggiormente la curiosità aristocratica. Quando si è nel numero
degli eletti, ci si dispiacerebbe se la dottrina fosse più chiara; a questo punto non
sarebbe più un privilegio; accessibile alla moltitudine indiscreta, non varrebbe più il
merito della ricerca.
Tuttavia, il piccolo numero degli eletti, i veri iniziati
dello spiritualismo di Saint-Martin e tutti quelli che aspirano a diventarlo a loro volta
volevano un insegnamento più netto e più diretto. Finora, non aveva esposto la sua
dottrina che con un linguaggio che ne oscurava la pronta e facile comprensione, in modo
tale che il grande critico del secolo, aveva potuto, in punto di morte, non troppo
ingiustamente, colpire sia la forma che il fondo della stessa botte. Interessava che il
pensiero del maestro fosse esposto meglio, con maggiore chiarezza, con minori termini
teologici e soprattutto teurgici. Glielo dicevano gli stessi amici del teosofo come le sue
amiche. La signora de La Croix e la signora de Lusignan erano esse stesse alla testa di
quest'ultime. Comunque fu presso di loro, in parte presso la prima, in parte presso la
seconda, che si mise a redigere una nuova opera, sempre nella stessa direzione della
prima, a parte la forma, ma non contenente fondamentalmente che lo sviluppo e la conferma
della prima.
Vi apportò e sviluppò quell'idea fondamentale, che bisogna
spiegare le cose attraverso l'uomo e non l'uomo attraverso le cose.
A prima vista, non si tratta che di un paradosso ambizioso;
in quanto è l'universo dove siamo impegnati, l'universo dove non siamo che atomi che ci
spiega; non è l'atomo, non è l'uomo che spiega l'universo. Ma per principio Saint-Martin
disdegna realmente il paradosso, per quanto in apparenza sembri amarlo e, ancor più, non
lesinarlo. Il suo pensiero non è sempre vero ma non vi è nulla di più serio e di più
sincero del suo pensiero. Poi, quello che forma il fondamento del suo nuovo lavoro si
presta realmente al migliore insegnamento del mondo per mezzo di una semplice spiegazione.
In effetti, le nostre facoltà interne e nascoste, dice
Saint-Martin, sono le vere cause delle nostre opere esterne. Ciò è facilmente
dimostrato. Ebbene, allo stesso modo nell'universo intero sono le potenze interne ad
essere le vere cause. La causa primitiva dei fenomeni esterni è una potenza interna, ed
è facile vedere che lo studio dell'uomo dà la chiave della scienza delle cose. E' che,
lungi dal volerci nascondere la verità, quantomeno le verità feconde e luminose che sono
l'alimento dell'intelligenza umana, lungi dal volerle sottrarre ai nostri sguardi, Dio le
ha scritte in tutto ciò che ci circonda. Le ha scritte nella forza vivente degli
elementi, nell'ordine e l'armonia di tutti i fenomeni del mondo. Ma le ha scritte molto
più chiaramente in ciò che forma il carattere distintivo dell'uomo. Ebbene, se ha così
tanto moltiplicato ai nostri occhi i raggi della sua propria luce, non è certamente per
vietarcene la conoscenza. Al contrario. Così, studiare la vera natura dell'uomo e trarre
dai risultati che dà questo studio la scienza dell'insieme delle cose, apprezzarle ai
raggi della luce più pura: questo è il grande obiettivo del filosofo.
E tale fu quello dei volumi che Saint-Martin fece pubblicare
a Lione, nel 1782, sotto questo titolo: Tableau naturel des rapports qui existent entre
Dieu, l'homme et l'univers. Edimburgo, 2 vol. in -8.
Questa nuova pubblicazione, molto più lucida della prima,
non lo fu abbastanza e non corrispose al grande desiderio dei suoi amici, né al bisogno
di costante chiarezza comune a tutti i lettori, né a quelle abitudini di semplicità
elegante ed un po' popolare, comune, che era il gusto dell'epoca. Agli occhi del pubblico
come a quelli delle amiche spirituali dell'autore, la seconda opera di Saint-Martin
presenta ancora troppo la tendenza a quelle singolarità troppo care al suo autore, e si
poté sin d'allora prevedere che si trattava non di un modo, ma di una sorta di forma
naturale del suo pensiero da cui non si correggerà mai totalmente.
Vi si trovano delle prese di posizione, delle locuzioni
preferite alle quali difficilmente rinunciava. Così Dio viene indicato talora il premier
mobile, talora la causa prima, talora la vita. Le forze della natura sono qualificate come
potenze superiori; i fenomeni come azioni. Saint-Martin ha altri idiotismi. Così, per
penetrare nel santuario delle facoltà divine, occorrerebbe conoscere alcuni dei numeri
che le costituiscono. I numeri sono delle virtù; il Verbo è il tipo del simbolismo
universale e la natura è l'opera universale di quelle facoltà invisibili. Questo si
avvicinava singolarmente, e come per anticipazione, a quello che l'autore doveva più
tardi trovare in Jacob Boehme sui principi e l'essenza delle cose. Non ci soffermiamo su
altre singolarità che sono peraltro forse più inspiegabili. Ed è così che il nome di
Lione è ancora una volta soppresso sul titolo del volume e rimpiazzato con quello di
Edimburgo. E, in un avviso che nessuno sicuramente chiedeva loro sotto questa forma, gli
editori dichiarano: 1) che hanno avuto da una persona sconosciuta il manoscritto di questa
opera; 2) che i margini sono zeppi di aggiunte con grafia diversa da quella dell'autore, e
3) che queste sono indicate tra virgolette "affinché fosse possibile distinguerle
dal lavoro stesso, nel caso in cui provenissero (sic) da una persona alla quale l'autore
aveva prestato il suo manoscritto".
Ecco, per uno scrittore che ha debuttato con un volume molto
importante e molto filosofico sugli errori e la verità, parole atte a far nascere molti
errori.
In sovrappiù, quelle abitudini alla pseudonomia affettata,
che non sono più nei nostri gusti e che non hanno più ragione di essere per nessuno, non
devono essere giudicate che sotto il punto di vista delle vecchie leggi e dei vecchi
costumi. Il fatto è che non hanno mai avuto motivi sufficientemente seri per
Saint-Martin, il cui pensiero fu sempre così riservato ed il rispetto per le cose sante
così profondo. Quale interesse aveva a dirottare il lettore circa il luogo di stampa
della sua opera in un epoca in cui i cattivi libri avevano soltanto bisogno della bandiera
di Amsterdam, di Londra e di Losanna?
Era dunque secondo un altro ordine di idee che esibiva il
suo Edimburgo o altri nomi fittizi, sui quali non vogliamo insistere; si trattava forse di
un qualche resto delle sue abitudini massoniche che in altri momenti amava poco.
Per una timidezza fuori luogo o per un'affettazione di
profondità ancor più fuori luogo, questi nuovi veli sciuparono una gran quantità di
pagine e, oscurità volute o no, ne paralizzarono un po' il successo. Tuttavia, sotto il
profilo della sostanza e della composizione come sotto quello dello stile, vi è in questi
volumi un progresso molto sensibile. Vi si scoprono delle vedute veramente ammirevoli, a
testimonianza quelle che scoprono nell'universo stesso "la prova evidente
dell'esistenza delle potenze fisiche superiori alla natura". Senza dubbio, di primo
acchito, questa asserzione è più piccante che vera; e ci si chiede con sorpresa se c'è
davvero nella natura qualcosa di superiore alla natura. In quale senso può dunque essere
detto che le potenze fisiche, cioè naturali, sono superiori all'universo? Ebbene, la
soluzione che Saint-Martin sa darci del problema che pone così arditamente, piace sia
alla ragione per la sostanza delle idee che al gusto per le attrattive dello stile.
"Qualunque sia il centro delle rivoluzioni degli astri
erranti, dice, la loro legge dà a tutti loro una tendenza a questo centro comune, dal
quale sono ugualmente attirati".
Questo è detto nel senso dell'antica astronomia, che non
ammetteva che un solo centro; ma questo è ancor vero nella nuova che, a sua volta,
ipotizza un centro comune al di là della pluralità dei centri, benché questo centro non
sia più Alcione. Ma continuiamo ad ascoltare Saint-Martin.
"Tuttavia li vediamo (gli astri) conservare la loro
distanza da questo centro, avvicinarvisi talvolta di più, talvolta di meno, secondo le
leggi stabilite e mai toccarlo né unirsi a lui.
"Invano si oppone la mutua attrazione di questi astri
planetari, che fa sì che, bilanciandosi gli uni con gli altri, si sostengono mutuamente,
e resistono così all'attrazione centrale; resterebbe sempre da chiedersi perché la mutua
e particolare attrazione di questi centri non li unisce dapprima gli uni agli altri, per
precipitarli poi tutti verso il centro comune della loro attrazione generale. In quanto,
se il loro bilanciamento ed il loro sostegno dipende dai loro diversi aspetti e dalla
rispettiva posizione, è certo che, attraverso i loro movimenti giornalieri, questa
posizione varia e che così, da molto tempo, la loro legge di attrazione avrebbe dovuto
essere alterata, nello stesso modo del fenomeno di permanenza che si attribuisce loro.
"Si potrebbe far ricorso alle stelle fisse che,
malgrado l'enorme distanza che le separa dagli altri astri, possono influire su di essi,
attirarli come questi attirano il loro centro comune, e sostenerli così nei loro
movimenti.
" Questa idea parrebbe grande, saggia; sembrerebbe
entrare naturalmente nelle leggi semplici della sana fisica. Ma, in verità, non farebbe
che accantonare il problema.
"Per quanto le stelle fisse sembrino conservare la
stessa posizione, siamo talmente distanti da loro che su questo punto non possiamo
formulare che congetture.
"In secondo luogo, qualora fosse vero che sono fisse
come sembra, non si potrebbe negare che in diversi punti del cielo non siano apparse nuove
stelle che, successivamente, abbiano cessato di mostrarsi e non cito che quella osservata
da diversi astronomi nel 1572, nella costellazione di Cassiopea. Essa uguagliò
inizialmente in grandezza la luminosità della Lira, poi di Sirio, e divenne quasi
altrettanto grande di Venere Perigea, tanto che la si vedeva ad occhio nudo in pieno
mezzogiorno. Ma avendo perso a poco a poco la sua luce, non la si è più rivista. Secondo
altre osservazioni, si è presunto che avesse fatto altre apparizioni in precedenza, che
il suo ciclo potrebbe essere di trecento e qualche anno, e che così potrebbe riapparire
verso la fine del diciannovesimo secolo.
"Se osserviamo cotanti rivoluzioni, cotanti cambiamenti
fra le stelle fisse, non si può dubitare che alcune di esse abbiano un movimento. E'
anche certo che la variazione di una sola di queste stelle deve influire nello spazio a
cui appartiene e quindi disturbare l'armonia locale.
"Se l'armonia locale può guastarsi in una delle
regioni delle stelle fisse, questo turbamento può estendersi a tutte le regioni.
Potrebbero dunque cessare di conservare costantemente la loro rispettiva posizione e
cedere alla forza dell'attrazione generale che, riunendole come tutti gli altri astri ad
un centro comune, annienterebbe successivamente il sistema dell'universo.
"Non appaiono visibili simili disastri e se la natura
si altera, è in modo lento, che lascia sempre un ordine apparente regnare davanti ai
nostri occhi. Vi è dunque una forza fisica invisibile, superiore alle stelle fisse, come
queste lo sono ai pianeti e che le sostiene nel loro spazio, come esse sostengono tutti
gli esseri sensibili racchiusi nella loro circonferenza. Unendo quindi questa prova alle
ragioni di analogia che abbiamo già stabilite, ripetiamo che l'universo non esiste che
attraverso delle facoltà creatrici invisibili alla natura, come i fatti materiali
dell'uomo non possono essere prodotti che da queste facoltà invisibili; che al contrario
le facoltà creatrici dell'universo, come le nostre facoltà invisibili, esistono
necessariamente ed indipendentemente dalle nostre opere materiali".
Non troviamo qui un insieme di idee atte a mettere la
cosmologia nella giusta via e tenere in debito conto i due ordini di fenomeni, gli uni
costretti dalle leggi inerenti alla natura, gli altri non costretti e dipendenti da
quell'ordine supremo che è, dopo tutto, la vera legge del mondo e spiega il funzionamento
finale di tutto? In quanto se la causa primitiva, diciamo più semplicemente, se Dio non
ha abdicato, il suo regno sussiste. Dal momento che non si riconoscono più nell'universo
che movimenti forzati, a che cosa la nostra ragione relega il regno della ragione suprema?
Mi sia consentito di non insistere qui su di un ordine di idee che ho un po' sviluppato in
altra sede (Philosophie de la religion, 2ème vol.), ma anche di felicitarmi di un
incontro così imprevisto delle mie pagine con un testo così ragguardevole del teosofo
che mi occupa.
In effetti questo testo si presta a poderose induzioni a
favore di una cosmologia essenzialmente teista, essenzialmente correttiva di una
cosmologia puramente materialista.
E' per fini un po' differenti, ma pur sempre molto elevati,
che il teosofo presenta la bella serie di idee che abbiamo appena visto e si premura di
passare ad una teoria che gli sta molto a cuore, quella delle potenze o esseri superiori
che governano le potenze o le forze materiali del mondo come la nostra anima governa il
nostro corpo. E' per lui una teoria prediletta, che possiamo lasciargli, ma una teoria
molto antica e che è alla base di tutta la sua dottrina.
Ecco come presenta le sue induzioni a favore dell'esistenza
delle potenze superiori così necessarie nel suo sistema.
"Da tutti questi fatti risulta che se le opere
materiali dell'uomo hanno dimostrato in lui delle facoltà invisibili ed immateriali,
anteriori e necessarie alla produzione di queste opere e che, per la stessa ragione,
l'opera materiale universale dove la natura sensibile ci abbia dimostrato delle facoltà
creatrici, invisibili ed immateriali, esteriori a questa natura ed attraverso le quali è
stata generata, allo stesso modo le facoltà intellettuali dell'uomo sono una prova
incontestabile che ne esistono anche di un ordine ben superiore alle sue ed a quelle che
creano tutti i fatti materiali della natura. Vale a dire che indipendentemente dalle
facoltà creatrici universali e della natura sensibile, esistono anche al di fuori
dell'uomo delle facoltà intellettuali e pensanti, analoghe al suo essere e che producono
in lui i pensieri in quanto, gli impulsi del suo pensiero non essendo di sua pertinenza,
non può trovare quegli impulsi che in una
fonte intelligente che abbia dei rapporti con il suo essere; senza questo, non avendo
quegli impulsi alcuna azione su di lui, il germe del suo pensiero resterebbe senza
reazione e di conseguenza senza effetto".
Ho detto che gli si può lasciare questa teoria e farne
astrazione. E in effetti la corregge con quella che vuole la ragione e che professa con
molta chiarezza: il governo assoluto di una sola volontà, di una legge unica, di un
principio supremo.
"Il principio supremo, dice, fonte di tutte le potenze,
sia di quelle che vivificano il pensiero nell'uomo, sia di quelle che generano le opere
visibili della natura materiale; questo essere necessario a tutti gli esseri, germe di
tutte le azioni, da cui emanano (parola fatale, penna che tradisce) continuamente tutte le
esistenze; questo fine ultimo verso il quale tendono, come per uno sforzo irresistibile,
perché tutte cercano la vita; questo essere, dicevo, è quello che gli uomini chiamano
comunemente Dio".
Tali sono le considerazioni fondamentali con le quali
Saint-Martin prova che è proprio l'uomo e ciò che è in lui a spiegare l'universo o la
natura delle cose, che non è questa a spiegare l'uomo. L'uomo è superiore alla natura,
crede nelle potenze superiori e più essenzialmente nel principio supremo, da cui emanano
continuamente tutte le esistenze.
Tale è in sostanza tutta la teoria di Saint-Martin circa il
rapporto dell'uomo con Dio e con l'universo, teoria presa dall'alto e che sarebbe in fondo
molto accettabile se ci fosse stata presentata in altri termini. E' in accordo ad una
teoria sulle potenze spirituali che non dà importanza al principio e che non se ne può
separare. E' fondata su di un'idea non soltanto contestabile, ma talmente contestata che
nessuna filosofia osa più sostenerla, l'emanazione. Questo è vero. Ma è puntellata da
alcune di quelle grandi ipotesi che oggigiorno ogni filosofia è un po' tentata di
professare entro certi limiti. Scritta da una penna allo stesso tempo più libera e più
netta di quella di un teosofo, professata ad esempio dall'uomo del suo tempo che
Saint-Martin ammirava maggiormente, da Jean Jacques Rousseau, che sapeva
contemporaneamente biasimare l'incredulità del suo secolo e parlare a questo secolo il
linguaggio della ragione più austera e più pura, questa teoria di uno spiritualismo
molto sottile e nello stesso tempo molto profondo, che pone l'uomo così in alto a
dispetto del dogma della caduta e lo presenta chiamato ad un ruolo così eminente malgrado
la sua impotenza, rispondeva al più ambizioso razionalismo del tempo. L'uomo ama talmente
fare Dio a sua immagine che fa volentieri lo stesso per l'universo. Gli è sempre piaciuto
qualificarsi come piccolo mondo; un passo in più, e diventava il tipo del grande.
Chi sa? scritta da uno di quei dittatori dell'intelligenza
che hanno tanti privilegi, questa teoria generava negli spiriti una di quelle rivoluzioni
che cambiano il corso delle idee, fondano una scuola, illustrano una pagina della storia e
si annoverano tra i grandi fatti nel pensiero dell'umanità. Essa anticipava il libro di
un filosofo che, sotto i nostri occhi, ci presenta il mondo come una volontà, di quello
strano Schopenhauer, che ha appena concluso una carriera cui non ha fatto difetto la
celebrità, per quanto eccentrica sia stata la sua condotta.
Si è detto di Saint-Martin che la sua filosofia della
natura era l'idealismo. Sia, ma si trattò del suo ed il suo idealismo non assomiglia a
quello di nessun altro. E' come il suo panteismo: ci si scontra ovunque ma sempre si
giunge all'idea di un Dio personale; è come la sua teocrazia dove domina sempre l'idea
che il vero sacerdozio è quello del vero teosofo, ma che la Chiesa deve stare estranea
alle cose di questo mondo. In effetti ama distinguerla sempre dalla religione e per lui la
Chiesa è lo spirituale nel temporale.
Più questa pubblicazione rompeva con quelle dell'epoca in
cui apparve, più poteva far rumore e sollevare critiche. Niente di tutto questo! Nel
mondo dei letterati, nessuno volle contestarlo, nessuno osò farne l'elogio. Tutt'altro
discorso nella sfera degli intimi o degli iniziati. Tale fu, agli occhi dei martinezisti,
l'importanza di questa pubblicazione da mettere il suo autore su di un piedistallo e, nel
1784, la Società dei Filaleti di Parigi, considerando Saint-Martin come il successore
naturale di Martinez, lo invitò ad unirsi a lei per il completamento dell'opera comune. I
lavori di questa Società avevano come oggetto apparente la conciliazione delle idee di
Swedenborg, che vedeva con tanta familiarità gli spiriti, e quelle di Martinez, che non
disponeva delle loro potenze che attraverso certe operazioni. Ma questi lavori erano in
realtà meno studi di pneumatologia che ricerche per la scoperta di qualcuno di quei
grandi misteri di cui si occupano così volentieri certe associazioni più o meno segrete.
Il fine reale dei filaleti era, a detta di Gence, che abbiamo già conosciuto, la ricerca
della grande opera. Le pagine che ho sotto gli occhi, pagine salvate dai diversi naufragi
di questa Società, non giustificano questa asserzione ma poiché questo genere di cose
non si scrivono, è evidente che il silenzio non prova niente. Sotto il punto di vista dei
suoi studi, delle sue simpatie e della sua missione tutta spirituale, l'appello dei
filaleti non poteva affatto lusingare Saint-Martin e rifiutò di andarvi. Le sue vedute
erano, allo stesso tempo, diverse rispetto a quelle di dom Martinez, a quelle di
Swedenborg e perfino a quelle dei conciliatori dell'uno e dell'altro. Appare, attraverso
il suo Tableau naturel, lo spessore e la portata dei suoi studi e si capisce che se
Swedenborg stesso, che era uomo di alta scienza, cessava di soddisfarlo, benché lo
studiasse ancora, ormai non poteva più ricordare le operazioni della scuola di Bordeaux
che con qualche antipatia, né prendere minimamente parte a quelle della scuola di Parigi.
Se non disprezzava assolutamente le ricerche alchemiche, le metteva quantomeno molto al di
sotto delle operazioni teurgiche che già lo intimidivano e gli ripugnavano in gioventù.
Nel periodo che stiamo trattando, non rompeva ancora con gli amici delle scienze occulte
ma non era nei loro ranghi che cercava i suoi fautori, e qualunque successo le sue
pubblicazioni abbiano trovato in quell'ambiente, lo adularono poco. Si rivolgeva invece a
quelli del mondo che frequentava ed a quelli, tra gli estranei, che vedeva con dolore
seguire i suoi avversari.
Avversari è la parola; in quanto considerando se stesso
come il principale rappresentante della spiritualità, guardava gli increduli come suoi
nemici personali.
Perciò, ben lungi dal volersi sottrarre al grande pubblico
mettendosi in mezzo ad associazioni segrete ed opere misteriose di persona e con le sue
conoscenze, con quelle a cui aspirava così seriamente, nelle scienze matematiche come
nelle scienze morali, lungi dal fuggire da queste, dicevamo, cercava spazi più ampi e
seguiva i lavori di più illustri compagnie. Per soddisfare la sua più ardente ambizione,
quella di trovare la chiave di tutti gli studi umani, sentiva il bisogno di abbracciarne,
di esaminarne almeno le sommità ed improvvisamente tentò molto risolutamente di
abbordare il mondo della scienza i cui scopi erano i soli ad ispirargli un serio
interesse.
Capitolo X
Un programma politico dell'Accademia di Berlino. -
Saint-Martin pubblicista. - Il suo concorrente Louis Ancillon. - Suo colloquio con Bailly.
- Studi sul magnetismo. - Suo nuovo soggiorno a Lione, nel 1785. - L'agente di Lione.
(1778 - 1787)
______________
Abbiamo visto Saint-Martin fare il suo proselitismo
nell'aristocrazia ma ricercare nello stesso tempo gli uomini di lettere e gli scienziati
più illustri. Sapeva che non si domina che dall'alto e puntava in alto. La pretesa di
camminare sia alla testa degli scrittori popolari, sia alla testa degli scienziati o dei
pensatori, non l'aveva; ma ben sapendo che non si può agire sull'opinione comune senza di
essi, mentre la si governa realmente loro tramite, desiderava arrivare al pubblico tramite
loro.
Un corpo illustre fra tutti sembrava allora camminare in
testa al movimento filosofico, giudice più equo di altri nelle gravi questioni di
attualità, un po' influenzato forse da quelli che venivano allora chiamati i liberi
pensatori d'Inghilterra, i filosofi francesi ed i fari della Germania, ma ancora
abbastanza indipendente per conservare un sano giudizio e poter assegnare un'approvazione
onorevole: era l'Accademia di Berlino di cui Mendelsohn, Bailly e Kant avevano animato i
concorsi con i loro scritti. Un quesito molto grave aveva proposto, nel 1779, su richiesta
di Federico il Grande stesso, quello di sapere se era utile al popolo di essere ingannato.
L'Accademia aveva diviso il premio, con rara imparzialità, tra due concorrenti che davano
due soluzioni opposte, dove l'una sosteneva arditamente che è utile talvolta lasciare il
popolo nell'errore. Il clamore di questo dibattito fu immenso.
Saint-Martin forse sognava una analoga pubblicità. Una
semplice Accademia di provincia ne aveva data una più eclatante ancora al brillante ma
serio discorso di J.J.Rousseau, il suo modello ammirato. Così subitanea fu la sua presa
di posizione quando il suo sguardo cadde su questo quesito posto dall'Accademia di
Berlino: "Qual è il modo migliore di richiamare alla ragione le nazioni, sia
selvagge che di polizia, che sono in balia degli errori e delle superstizioni di ogni
genere?"
Si criticò questa domanda come si era criticata quella di
Federico II, di cui fu come una sorta di corollario. In effetti sarebbe molto suscettibile
di critica se fosse stata formulata come riportato da un recente storico dell'Accademia,
in quanto mette le nazioni che si sono abbandonate agli errori ed alle superstizioni.
Ebbene, non vi è alcun selvaggio o civilizzato che si abbandoni a queste tristi
aberrazioni deliberatamente. Si fecero contro la domanda delle obiezioni di altro genere;
la si trovò troppo ampia e contemporaneamente troppo limitata. Troppo limitata, in quanto
la si credette, da una parte, ispirata da quella tendenza a tutto razionalizzare che
rappresentava allora a Berlino un partito potente, di cui il libraio Nicola( , direttore
di una pubblicazione diventata celebre, era l'organo più ardente; troppo vasta, in quanto
si pensò che era, se non impossibile razionalizzare persino i selvaggi, quantomeno molto
bizzarro sperarvi. E' facile, quando ci si vuol lasciare ingannare sul senso o sulla
portata di un quesito, concedersi la soddisfazione di giudicare i giudici. Ma, osservando
da vicino, Saint-Martin non si fece ingannare. Apprezzando la bellezza di un tale quesito
e la sua utilità, decise di trattare l'argomento. In un'epoca in cui lo spirito generale
era occupato dal desiderio di disfarsi di ogni sorta di errori, gli parve molto opportuno
attaccare quello di quegli errori che, ai suoi occhi, era il più grave: la sostituzione
della ragione umana alla ragione divina. Tutto non gli andava in questo programma, ma
questo programma si prestava a ciò che maggiormente lo occupava.
L'Accademia di Berlino, in virtù della sua stessa
istituzione, doveva seguire tutto il movimento del pensiero, richiamare l'attenzione sul
più grande problema di tutti i tempi ed occuparsi in particolare dell'opera delle
missioni cristiane. Aveva come patente il diritto di mescolare alla filosofia i più
grandi quesiti della religione ed il suo programma, pur mantenendosi nei limiti del suo
legittimo settore, rientrava perfettamente in quello di Saint-Martin. Senza dubbio non è
l'oggetto essenziale del cristianesimo richiamare i popoli alla ragione, ma è, così
sembra, l'effetto, certo, completo ed universale del suo trionfo. Ebbene, nulla più di
questa verità rispondeva al pensiero più caro al cuore di Saint-Martin.
Dedicandosi a questa bella domanda posta da un illustre
interlocutore, Saint-Martin la trattò con tutta la profondità
e tutta l'importanza che gli davano il suo punto di vista di illuminato. Non abdicò nelle
sue pagine ad alcuna delle sue idee religiose, delle sue vedute fondamentali in materia di
filosofia; le espose, al contrario, molto apertamente e le proclamò a gran voce. Il fatto
che forse non sarebbe stato molto apprezzato, non lo fermò un attimo. Non erano
riconoscimenti che voleva, voleva dei giudici, della pubblicità, voleva cioè dei seguaci
e dei collaboratori della sua opera. Questo era talmente nei suoi voti che appena fu
fondata in Francia una istituzione ancora più idonea dell'Accademia di Berlino a servire
la sua propaganda, intendo la sezione delle scienze morali e politiche dell'Istituto
Nazionale, vi collegò più che possibile le grandi tendenze della sua anima, i suoi
lavori e le sue esperienze. Perché se si può dire che il "Filosofo Incognito"
sfuggiva la società e se lo diceva volentieri lui stesso, non era che in questo senso che
non gli si concedeva e non vi si faceva inghiottire. Il fatto è che seguiva con grande
attenzione quello che vi avveniva ma che non vi transigeva per quanto possibile, fedele ai
suoi principi. La sua opera Degli errori e della verità era ai suoi occhi un programma al
quale non doveva derogare e benché conoscesse perfettamente il pensiero dell'Accademia di
Berlino, non solo era ben deciso a non velare il suo ma anche ad abbondare nel suo senso.
Tutto il suo disegno era non di farsi incoronare, ma di introdurre nel mondo la dottrina
che gli premeva, la dottrina della profonda rottura che teneva l'umanità lontana dai suoi
rapporti primitivi con il suo autore.
La dissertazione che inviò al concorso esordì col dare una
buona definizione della ragione, ad indicare che per sottomettervi gli uomini, bisogna
ricondurli alla condizione ed alla scienza primitiva della specie umana. Questa scienza fu
a lungo segretamente trasmessa da santuario a santuario, da scuola a scuola, e stabiliva
con forza quella spiritualità che distingue l'uomo dalla bestia e che così bene ha
proclamato "Rousseau de Genève". L'autore cercava poi di dire "quel che
manca all'uomo quando arriva sulla terra per completare la legge comune alla sua
specie". Si tratta, secondo lui, della conoscenza "di un legame soccorrevole che
unisca l'uomo e la sua origine attraverso rapporti evidenti e positivi". Egli cita
ancora il "filosofo di Ginevra" in appoggio a questa tesi e conclude "che
luci certe sulle nostre relazioni primitive sono le sole conoscenze che abbiano su di noi
dei diritti assicurati". Ebbene, è in noi stessi che troviamo la chiave di questa
scienza, sono i raggi della luce divina che illuminano il nostro interiore. Fate
riconoscere questo divino irraggiamento, questo rapporto primitivo dell'uomo con Dio ed
avrete risolto il problema, avrete bandito dal seno dell'universo gli errori che gli
velano il vero e ricondotto alla ragione i popoli che si sono abbandonati alle
superstizioni. Ma per fare questo, occorre che coloro che li devono guidare si illuminino
per primi. "Fintanto che considererete, esclama, la natura e l'uomo come esseri
isolati, facendo astrazione dal solo principio che li vivifica entrambi, non farete che
vieppiù travisarli ed ingannare quelli a cui vi accingete a dipingerli". Inoltre,
quando il punto di vista di Saint-Martin sarà stato adottato, non bisogna pensare che un
uomo abbia il potere di fare molto per il bene di un altro. "Allo stesso modo che un
albero non ha bisogno di un altro albero per crescere e fruttificare, ma che porti in sé
tutto quel che occorre per questa bisogna, allo stesso modo ogni uomo porta in sé il
necessario per compiere la sua legge senza nulla attingere da un altro uomo".
L'autore termina con questa invettiva ai suoi giudici:
"Se l'uomo non risale lui stesso fino a questa chiave universale (che è stata
indicata), nessuno sulla terra verrà a depositarla nella vostra mano e supporrei di
avervi risposto a sufficienza se vi ho persuasi che l'uomo non può rispondervi".
In sostanza era impossibile dare una risposta più originale
ma più lontana dalla domanda.
Questa relazione, Saint-Martin se ne rendeva conto, fu
dunque tutt'altra cosa che una soluzione e dice a voce alta che sarebbe stato riduttivo
per lui presentarne una in linea con il razionalismo dominante. Quello che offriva era un
manifesto. Fu quello di uno spiritualismo ben antico ma aspirante ad un ascendente sotto
forme rigenerate. Si trattò dunque di una dichiarazione di profondo dissidio con
l'Accademia. E' comprensibile che non abbia voluto assegnare il premio ad un lavoro che
gli faceva la morale anziché sollecitarne le simpatie e che dichiarava, con il tono di
cavalleresca sfida che, per quanto eloquente potesse essere l'opera dell'autore e per
quanto superiore a quelle dei suoi concorrenti, l'Accademia non dovrebbe ricompensarlo
"giacché non le avrebbe apportato il segreto più importante, quello di unire alla
scienza del precetto la scienza dell'applicazione; segreto difficile da comunicare vista
l'impossibilità in cui si trova l'uomo di essere utile all'umanità quando è ridotto a
se stesso".
Non conosco, di quest'epoca, pagine più strane, più
originali, più pungenti di queste. Esse sorpresero singolarmente l'Accademia che rimise
tutta la questione al concorso ed incoronò, un anno più tardi, un elaborato di Louis
Ancillon. Si trattava del padre, credo, del nostro illustre contemporaneo che iniziò la
sua brillante carriera di pubblicista e di uomo di Stato anche con discorsi e trattati di
morale. Louis Ancillon non conquistò con i suoi che
un posto all'Accademia. Suo figlio Frédéric che morì, nel 1837, presidente del
Consiglio e ministro degli affari esteri, era come un secondo tipo più marcato di quella
rara unione di una scienza elevata e di una alta religiosità che aveva distinto il padre.
Semplice pastore della parrocchia francese di Berlino, ma
filosofo erudito, quest'ultimo aveva attinto alle fonti migliori, e soprattutto in
Platone, delle soluzioni accettabili tanto dall'ambiente politico che da quello
intellettuale. E per quanto ragguardevole fosse il lavoro del suo concorrente, sia per la
severità ingegnosa delle sue vedute che per l'austera lealtà del suo linguaggio, si deve
convenire che l'argomento fu da lui trattato con maggior metodo di quanto avesse fatto il
suo concorrente spirituale. Tuttavia Saint-Martin, che ama ripetere quanto poco consideri
i libri ed il sapere che vi si attinge, ci dice a questo proposito che non dà alcun
credito ai successi dovuti all'erudizione ed in nome delle sue tendenze e delle sue
abitudini, ha ragione. Ma dicendo di Ancillon: "Ha preso i suoi principi e le sue
soluzioni nei libri", occorre aggiungere: "Sono poco geloso del suo
trionfo?" Più si dicono queste cose, meno persuadono, anche se sono vere, come in
questo caso.
Il giudizio sul lavoro di Saint-Martin non era ancora stato
riportato dall'Accademia di Berlino, quando l'Accademia delle Scienze di Parigi fu
solleticata da un quesito che presentava al mondo civilizzato un argomento di polemica
molto più vivo, la questione del magnetismo animale. Gli amici di Mesmer, con la regina
Maria Antonietta in testa, erano finalmente riusciti ad ottenere che l'Accademia
esaminasse i fatti e desse un parere nel dibattito. Mesmer era dottore della Facoltà di
Vienna ed aveva ottenuto, sia a questo titolo che per altri motivi, la protezione di una
principessa che desiderava affrancarsi, all'occorrenza, da ogni sorta di stantii
impedimenti. Bailly faceva parte della commissione incaricata del rapporto e Saint-Martin,
se non entusiasta quantomeno sostenitore della scoperta di Mesmer, proseguita e passata
dal campo patologico a quello pneumatologico, provava un grande interesse per il successo
delle esperienze tentate. Considerava l'insieme dei fenomeni magnetici e sonnambolici come
appartenenti ad un ordine di cose inferiori, ma ancora degni di successivi studi; ed
incontrò Bailly per controbattere le prevenzioni che gli attribuiva. Bailly, che era
stato uomo di lettere prima di essere uomo di scienza, lo documentò sulle principali
obiezioni degli avversari. Insisteva sulla possibile complicità del soggetto magnetizzato
con il magnetizzatore e sull'estrema difficoltà di fare un punto fermo tra i fatti che
riguardavano l'uno o l'altro. Saint-Martin, per eliminare i suoi dubbi, citò i risultati
ottenuti su dei cavalli trattati con il magnetismo che assolutamente non si potevano
sospettare di complicità. Sorpreso del fatto, Bailly gli rispose, forse con più
petulanza che serietà: "Eh! che ne sapete voi se i cavalli non pensano?". A
questo punto Saint-Martin non riuscì a trattenersi dall'esclamare a sua volta:
"Signore, siete piuttosto avanti per la vostra età!".
Questa replica, non sconsiderata ma inopportuna, mise
naturalmente fine alla discussione. Saint-Martin aggiunge a suo svantaggio il fatto di
riportarla lui stesso, non senza qualche compiacimento,
e quello di definire miserabile il resoconto dell'Accademia. (Portr., 122).
Bisogna apprezzare con equità questi due giudizi e
ricordarsi che Bailly non era allora né l'uomo diventato illustre per le nomine cumulate
delle tre Accademie che vollero associarselo, né il personaggio diventato successivamente
così eminente, sia in seno ai nostri ambienti politici, sia a capo del comune di Parigi.
Niente di tutto questo, era ancora il buon Bailly, "dai tratti tirati e spigolosi,
dalla capigliatura lunga e folta che, secondo una testimonianza dell'epoca, sovraccaricava
anziché ornare la sua testa; l'uomo che ascoltava condiscendente, parlava poco ed
avanzava modestamente i suoi dubbi".
Questo spiega la possibilità dell'apostrofare importuno di
Saint-Martin, ma non lo giustifica.
Poco dopo questi due insuccessi, subiti l'uno a Berlino e
l'altro a Parigi e che non rimasero tuttavia sterili né l'uno né l'altro, Saint-Martin
riprese la sua opera di alta spiritualità a Lione, una delle sue residenze abituali in
quel periodo della sua vita. Si occupava di studi filosofici o religiosi, di esperienze
magnetiche o di operazioni teurgiche? Non lo si capisce bene ma, in ogni caso, i suoi
lavori erano essenzialmente mistici. Ci fa sapere che si trovava a Lione nel 1785, ma en
passant lasciando appena trapelare la sua attività esprimendosi in modo da velare
piuttosto che rivelare i suoi studi.
"Sono stato molto casto nella mia infanzia, dice
(Portrait, 346), e l'agent de Lyon mi ha definito tale quando mi ha visto nella mia radice
nel 1785".
Ma cosa significa vedere un uomo nella sua radice? Che
cos'è l'agent de Lyon?
La parola agent, nelle lettere di Saint-Martin, designa
sovente una intelligenza superiore, buona o cattiva. Se l'agent de Lyon ne era una, era
del primo ordine? Si trattava di uno spirito richiamato con la teurgia?
In ogni caso la chiaroveggenza dell'agent e la fede di
Saint-Martin sarebbero state entrambe molto grandi poiché la prima avrebbe visto il
teosofo fin nelle sue radici e la seconda avrebbe anche nettamente accettato l'intuizione.
Ma mettiamo piuttosto un velo su queste parole enigmatiche
nonché sul suo autore che si compiace, d'altronde, a velare tutto, anche la sua
giovinezza, visto che la chiama la sua infanzia, e lasciamo questi fatti di una
pneumatologia molto azzardata per allacciarci alle rivelazioni etiche molto positive che
li seguirono, rivelazioni che mettono in luce l'opera morale, il dibattito intimo che si
compie nell'anima di un grande spiritualista. In effetti, pare dedicarsi interamente alla
sua opera esteriore, mettere nelle sue opere, nella sua corrispondenza, nella sua
propaganda tutto l'ardore del suo zelo e tutte le forze della sua anima: ma in fondo tutto
questo è poca cosa ed il vero scopo della sua vita non è questo. Le sue teorie, alle
quali attribuisce peraltro grande importanza, non sono per lui che i mezzi, le guide delle
sue reali aspirazioni ed il grande obiettivo della sua anima è nella pratica,
nell'applicazione dei suoi principi a se stesso, nel proprio perfezionamento morale. Ecco
in quale ottica inquadrare definitivamente Saint-Martin, e sotto questo punto di vista è
un gran bel tipo.
Ascoltiamolo sin da quest'epoca, all'età di quarantadue
anni.
"Sono stato molto casto nella mia infanzia e l'agent de
Lyon mi definito tale quando mi ha visto nella mia radice nel 1785. Se quelli che dovevano
vegliare su di me mi avessero seguito come avrei desiderato esserlo e come avrebbero
dovuto, questa verità non mi avrebbe mai abbandonato e Dio sa quali frutti ne sarebbero
derivati per l'opera alla quale ero chiamato! Le mie debolezze al riguardo mi sono state
pregiudiziali al punto che ne gemo sovente e ne gemerei ancor più se non sentissi che col
coraggio e la costanza possiamo ottenere che Dio rimedi a tutto in noi ..."
(Portrait, 346).
E' una tradizione acquisita tra i martinisti più preparati
- e sono numerosi - che Saint-Martin sia rimasto per tutta la vita estraneo agli errori
che ci fa troppo spesso conoscere attraverso i ricordi che lo opprimevano. Ma se questa
beata illusione deve cadere, quantomeno la lezione di moralità che scaturisce dalla
caduta non ne è che più eloquente. Non getteremo, in una vita così bella sotto mille
aspetti, punteggiata da tante lotte generose e dalle più nobili immolazioni, l'audace
grido di gioia, felix culpa, non si può essere che dolorosamente commossi dalla
testimonianza che queste righe rivelano; ma certamente è bello per l'uomo risollevarsi
così da questo genere di cadute. Risollevarsene come ha fatto Saint-Martin, è
liberarsene come si deve, in buona compagnia e con un nobile fine, attraverso Dio e per
Dio, come lo vuole la morale alta e santa, come lo vuole il Vangelo. E, lo si capisce,
apprezzati e restaurati da tali sentimenti, anche gli smarrimenti sono utili alle più
ardenti aspirazioni verso la vera grandezza.
In una vita simile, le cadute portano all'emendamento. Al
cattivo frutto dell'albero selvatico succede il buon frutto dell'innesto incisivo e le
amarezze che hanno castigato la via colpevole consolidano i passi in quella buona. Se
l'uomo provato è l'uomo forte, il moralista provato non è a sua volta il moralista
valente, il moralista per eccellenza? E' quantomeno certo che la sua vita è la più
istruttiva. Cosa si può imparare da chi non aspira a nulla, non si applica a nulla, non
si rimprovera nulla e non si corregge di nulla? Cosa si può imparare da chi non maneggia
che le sue teorie e non perfeziona mai la sua anima?
Capitolo XI
Viaggio d'Inghilterra. - William Law. - Il conte di Divonne.
- La marchesa di Coislin. - L'aristocrazia russa. - Caterina II e i martinisti. -
Corrispondenza con il principe Repnin. - Secondo viaggio in Italia. - Il principe Alexis
Galitzin e Thieman. - La principessa di Wurtemberg. - Il conte di Kachelof e la visita al
castello di Etupes. - Il viaggio in Germania.
________________
Si è spesso attribuito la determinazione di Saint-Martin di
viaggiare all'estero al suo gusto esagerato per le cose segrete ed al suo amore per quelle
misteriose tradizioni di cui molte rinomate associazioni pretendevano di esserne i
depositari. Progettò di vedere il Nord sia a Lione che poco dopo aver fatto in questa
città il soggiorno di cui abbiamo appena parlato e non penso che l'idea di visitare delle
società segrete fosse estranea a questo progetto. Ma ci si sbaglierebbe cercando in
questo il vero motivo dei suoi viaggi. Per provare che non vi pensò affatto, non voglio
ricordare il suo distacco da questo genere di associazioni. Per ravvisare altrove le
ragioni delle sue escursioni, non voglio richiamarmi alla sua legittima ammirazione per i
lavori di Bacone, né spiegare il suo soggiorno a Londra con il suo amore per l'alta
società e per la grande pubblicità. Credo, al contrario, che in un periodo in cui
Lavater si recava a Copenaghen per visitare l' Ecole du Nord, un qualche pensiero di
questa natura ha potuto motivare anche gli spostamenti di Saint-Martin; ma fu soprattutto
il desiderio di estendere la sua sfera di attività e quello di ampliare il suo orizzonte
che lo spinsero a viaggiare. Dopo i suoi due insuccessi accademici, doveva sentire più
vivo che mai il bisogno di istruirsi maggiormente. Doveva anche pensare al modo di trovare
nella sfera aristocratica una compensazione alle vie che gli facevano difetto nella sfera
letteraria. Le sue note non fanno che rivelare ovunque questo pensiero. Menzionano
numerose grandi famiglie ma non una sola visita alle società segrete. Ed andando da
Londra a Roma, Saint-Martin non ebbe neppure l'idea di passare da Copenaghen, di seguire
l'esempio di Lavater.
Daremo d'altronde di questi anni di quasi continue
peregrinazioni, quel poco che sappiamo da lui stesso, lasciando a ciascuno la cura di
interpretarlo secondo il proprio punto di vista ed il piacere di ricavarne le induzioni
che lo autorizzino nel senso che più preferisce.
In quanto ai motivi che condussero il viaggiatore prima in
Inghilterra, questi sono dovuti forse al fatto che conosceva l'inglese, mentre prima del
suo soggiorno a Strasburgo ignorava ogni altra lingua del Nord.
A questa considerazione se ne aggiungevano di più forti.
L'Inghilterra era allora in tutta l'Europa il paese dal pensiero più libero, dalle
istituzioni più popolari, dai costumi più originali. Sin dall'inizio del secolo Voltaire
l'aveva portata in auge con le sue Lettres philosophiques. Dopo la loro pubblicazione si
imitava volentieri, sia nell'aristocrazia che nel mondo intellettuale, il viaggio un po'
forzato e l'ammirazione sincera del maggior scrittore dell'epoca. Il fratello della
duchessa di Bourbon, principessa che manifestava stima e benevolenza per Saint-Martin, il
duca di Orléans, anche lui amico di Saint-Martin, era forse il panegirista più deciso
dei costumi e delle istituzioni inglesi. Il filosofo, che già allora si interessava delle
più alte questioni di morale e di politica, trovava dunque lo stimolo per visitare la
nazione inglese in tutto ciò che vedeva ed ammirava maggiormente.
Oltre a queste attrattive, l'Inghilterra ne offriva altre a
Saint-Martin: una notevole sequela di scrittori mistici, da Jane Leade, allieva
contemporanea di J. Boehme e fondatrice di quella Société philadelphienne che ebbe
affiliazioni in tutto il nord Europa, fino a William Law, traduttore del celebre filosofo
teutonico, o piuttosto autore di una nuova edizione della traduzione inglese più antica
delle sue opere.
William Law, ministro anglicano, a quest'epoca si faceva
proprio notare per la tenerezza tutta mistica che traspariva dalle sue pubblicazioni
morali e religiose; ed in un paese dove regnavano ancora una fede ardente ed una grande
devozione nel bel mezzo dei rumorosi attacchi dei liberi pensatori, uno scrittore di così
alta misticità dovette incontrare vive simpatie. Law fruì di questa opportunità.
Animato da tutti quei sentimenti di fede penitente e di umiltà evangelica ai quali
Saint-Martin stesso si dedicava nella sua qualità di missionario cristiano, l'attività
di Law aveva in Inghilterra un successo eclatante. Era la stessa che Saint-Martin svolgeva
in Francia. Ispirò il più vivo interesse dell'autore del libro des Erreurs et de la
Vérité, e Saint-Martin avrebbe potuto sottoscrivere, se non l'Esprit del la prière,
quantomeno l'Appel aux incrédules, di Law, come Law avrebbe potuto sottoscrivere le
pagine di Saint-Martin. I due teosofi si legarono strettamente e se Law provò un tenero
affetto per il suo nobile visitatore, Saint-Martin citò volentieri ai suoi amici il nome
o gli scritti del suo fratello d'oltremanica.
Un amico di Saint-Martin, il conte di Divonne, non tardò a
completare questa triade di fraternità mistica.
Fu senz'altro Law che condusse Saint-Martin da Best, quel
profetico vegliardo che prodigava i testi sacri ai suoi visitatori e che pronunciò su
Saint-Martin parole tali da far piacere al viaggiatore francese. "Ha gettato il mondo
dietro a sé", esclamò Best. E Saint-Martin, che amava affermare che non era di
questo mondo, che non vi era venuto che con dispensa, fu contentissimo di credere che ciò
che ricercava ancora con tanto piacere, il mondo, lo aveva da allora vinto nel fondo del
cuore. E' lui che ce lo dice. Il vegliardo aggiunse: "Rivolgetevi a me, e vi
insegnerò delle cose grandi e sicure che non sapete". Ed il viaggiatore ci dice:
Questo si verificò nella quindicina. Ma ci lascia al buio sulla natura speciale di questa
profezia, come sul modo e sui dettagli del suo compiersi. Ebbe Saint-Martin delle
rivelazioni straordinarie, sia nelle sue meditazioni che in qualche società che non
nomina?
In quanto al mondo vinto, sentendo ancora un po'
Saint-Martin, vediamo cosa accadeva realmente. Egli ci dice, infatti, che visse e si fece
strada a Londra nell'alta società. Prima di entrarvi si era già trovato in relazione con
la marchesa di Coislin, la moglie del nostro ambasciatore a Londra; e fu senza dubbio lei
ad introdurlo, se non fu addirittura lei ad attirarlo in Inghilterra, oltre al paese in se
stesso. L'intimità tra Saint-Martin e la marchesa di Coislin era piuttosto grande; e
l'influenza che la nobildonna esercitò sul filosofo fu più forte di quanto lo stesso
avrebbe voluto. "Essa avrebbe prosciugato il mio spirito", dice. E aggiunge nel
suo stile figurato, che diventa talvolta un
po' bizzarro, " Lo raschiava dal di sotto e lo sradicava". Questo significa,
senza alcun dubbio, che cercava di strapparlo al suolo celeste dove prendeva il suo
nutrimento. Ma se questo era vero, la marchesa di Coislin neppure se lo immaginava e
certamente non ne aveva l'intenzione; cercava soltanto di ben introdurre il suo ingrato
protetto in società. Ci si può richiamare a quanto essa fece perché approfittasse del
suo soggiorno a Londra nell'interesse della sua opera. E sembra esservi riuscita.
"Prima di andare in Inghilterra, ci dice, avevo fatto
la conoscenza, a Parigi, presso la marchesa di Coislin, di milord Beauchamps, figlio di
milord Erfort (Hereford), fino a poco tempo fa ambasciatore in Francia. Ho ricevuto da lui
molte cortesie in Inghilterra. Andammo insieme a Windsor, dove vedemmo il famoso
Herschell.
"Questo lord non mi cercava che in funzione delle mie
cose. Ma non restai così a lungo da fargli compiere un grande cammino; d'altronde il
terreno, per quanto buono, non era vivo.
"Sua moglie era molto bella; ma mi parve, come le altre
inglesi, avere molta di paura di perdere il suo ......(?). Ho mangiato da loro con il
signor di Lauzun, il signor Dutens ed il signor Horseley.
"Abitavo presso il principe Galitzin e Thieman, che
furono talmente gentili con me da vergognarmene.
"Qualcuno da cui avrei ricavato, credo, maggiori
vantaggi se ne avessi avuto il tempo, era il signor Woronsow, ambasciatore della Russia a
Londra. Mi fece molte gentilezze e nei pochi dibattiti che avemmo insieme, trovai in lui
un gran bell'intelletto.
"Avrei diverse cose da dire sui Russi in questa
raccolta, nella quale il mio ritratto è un po' legato a quello degli altri".
Come si vede, in apparenza Saint-Martin portava le sue
vedute di conquista nella sfera aristocratica e non vi apprezzava che una cosa sola,
l'interesse che vi trovava per le sue cose.
Tuttavia, in
realtà, era molto meno esclusivo di quanto non si dipinga. All'occorrenza, ricercava più
l'aristocrazia della scienza che quella di nascita. Poco gli importava infatti il rango
elevato o ogni altra circostanza quando si trattava delle sue grandi cose. Per servire la
sua causa, non disdegnava alcuna relazione né alcuna classe della società, fermamente
deciso, come ci ha detto al riguardo del maresciallo di Richelieu, a non legarsi che a
quelli che si legavano a lui ed all'oggetto delle sue predilezioni, trascurando gli altri,
in Inghilterra come in Francia.
Ecco perché preferì, persino a Londra, i Russi agli
Inglesi.
I Russi, come tutti i popoli di razza slava, si mostravano,
a quanto pare, ciò che sono sempre, più naturalmente inclini di altri al misticismo, e
non soltanto spiritualisti ma decisamente teosofi. Saint-Martin si affezionò soprattutto
al principe Alexis Galitzin e ad un certo Thieman, che mette sullo stesso piano del
principe.
Nelle sue note sull'Inghilterra, si riprometteva di
ritornare sui Russi in generale; ma non intendeva occuparsi che di quelli attratti dalle
sue grandi aspirazioni. Mantenne la parola e il suo Portrait contiene i nomi dei Russi
più eminenti che aveva incontrato a Londra. Cita per primo quello stesso conte di
Kachelof che rivide un anno dopo nel paese di Montbéliard e che fece con lui la deliziosa
escursione di Etupes di cui parleremo ora. Ma chi era questo signore? Il nome di Kachelof,
mi dice uno scrittore particolarmente autorevole, non si trova negli elenchi della
nobiltà russa. Occorre leggere Kouchelof o Kochelof? Saint-Martin, che si sentiva
autorizzato dalle abitudini del suo tempo di non indagare più di tanto, aggiunge a questo
nome quelli di un Zinovief, di due Galitzin, di un Maskof, di un Stavronski, di un
Vorontsof e di una contessa Rasoumoski.
Questo Maskof forse non è altri che il conte Markof che ha
occupato, agli inizi di questo secolo, un ruolo considerevole a Parigi. Stavronski era
ambasciatore o Ministro di Russia a Napoli. Quello dei Vorontsof o Woronzow che
Saint-Martin conobbe e che credette molto degno di seguire nelle sue profondità
speculative, si chiamava Simon Romanovitch. Era a Londra dopo aver lasciato Venezia, nel
1784, e vi si trovava ancora nel 1789, nel momento in cui scoppiarono i primi grandi
eventi della rivoluzione francese. Occorre distinguerlo dal fratello Alexandre, il
cancelliere, con il quale la Biographie universelle sembra confonderlo. Le loro due
sorelle figurano prepotentemente nella cronaca di palazzo e nella storia delle grandi
catastrofi di San-Pietroburgo: la maggiore, in quanto favorita di Pietro III e sul punto
di diventare imperatrice; la minore, la principessa Daschkow, che ha lasciato delle
memorie, in quanto favorita di Caterina II. Fu lei che consigliò alla sua padrona di
sbarazzarsi del marito per evitare il ripudio ed osare di occupare da sola il trono
imperiale.
Questi Russi che fecero a Saint-Martin un'accoglienza così
premurosa a Londra, erano dei martinisti o dei martinezisti? In altri termini, erano
soltanto degli amici personali di Saint-Martin oppure degli adepti iniziati a quella che
allora si chiamava la Scuola del Nord, cioè quella vasta affiliazione collegata a dom
Martinez che contava nel Nord Logge o società diverse e un centro a Copenaghen? E' quanto non ci è concesso di sapere. Tuttavia un
fatto che Saint-Martin mette in risalto in questa occasione sembra provare trattarsi di
amici o di settari di dom Martinez. Infatti aggiunge nei suoi appunti questo curioso
dettaglio: "La loro imperatrice, Caterina II, ha ritenuto opportuno comporre due
commedie contro i martinisti, che aveva in sospetto".
Appare evidente che Saint-Martin, in questa nota, non si
riferisce ai suoi aderenti adoperando la parola martinisti. Non si vede toccato come capo
di questa fazione. Considera dunque, sotto il nome di martinisti, ciò che allora tutti
intendevano sotto questo nome, cioè i martinezisti. Non è che più tardi infatti che si
sono confusi gli uni e gli altri sotto lo stesso appellativo, sotto quel nome mal fatto di
martinisti, che induce all'errore.
Saint-Martin è peraltro ferito da questo fatto che
rimprovera a Caterina II. Si vede personalmente inserito negli epigrammi dell'imperatrice
ed aveva ragione di pensarlo visto che passava per martinezista a tal punto che, pochi
anni dopo, scomparso Martinez, fu realmente ritenuto come il capo della setta. Amico della
tolleranza, del più grande principio del suo secolo, aggiunge, forse con qualche piacere:
"Queste commedie non fecero che accrescere la setta". Si trattava di un successo
derivante da una aggressione e pertanto suscettibile di lusingare un amico della
libertà".
Tuttavia quanto segue è scritto con un piacere ancora
maggiore.
"Allora l'imperatrice incaricò Platon, vescovo di
Mosca, di relazionarla sul libro Degli Errori e della Verità, che era per lei una pietra
d'inciampo. Questi le fece un resoconto molto favorevole e tranquillizzante. Malgrado
questo, qualunque richiesta mi sia stata fatta dalle mie conoscenze per recarmi nel loro
paese, non vi andrò finché sarà viva l'attuale imperatrice. E poi sto raggiungendo
un'età in cui simili viaggi non si fanno più senza serie riflessioni".
"Più l'uomo avanza negli anni, meno il tempo è di sua
proprietà".
Troviamo qui uno di quei bei pensieri che il teosofo getta
nelle sue pagine come i geni seminano le perle, un po' ovunque. Ma recarsi in Russia, dove
trovava eccellenti predisposizioni non era, secondo il suo punto di vista, una bella
missione da compiere?. E doveva sottrarsi all'invito in nome di quelle considerazioni
personali che rasentano la grossolanità? Occorreva, rigettando i voti dell'aristocrazia
russa, somigliare ad uno dei suoi più grandi avversari, a Diderot rifiutatosi di cedere a
quelli della sovrana che proclamava la Semiramide del Nord? Eppure non si è meglio
ispirati di quanto non lo fu Saint-Martin facendo resistenza ai suoi amici di Russia. In
quanto gli stessi personaggi che, a Londra, incontravano così assiduamente il teosofo
nell'intimità, non fruivano più della stessa libertà né a San-Pietroburgo, né a
Mosca, né nelle loro terre.
I grandi riguardi del principe Alexis Galitzin, che fece con
Saint-Martin, o piuttosto che gli fece fare a sue spese ed in sua compagnia un viaggio in
Italia, non ne sono che più belli.; mostrano un attaccamento sincero per l'uomo di cui
l'autocratica scherniva il maestro ed un raro grado di indipendenza nei confronti della
sua sovrana.
Saint-Martin, non scrivendo sulla sua vita intima che rapide
note, peraltro solo per se stesso, non ci dice fino a che punto ha trovato accesso per le
sue idee speculative presso gli Inglesi stessi, Law e lord Hereford eccettuati. Non ci
illustra inoltre né l'Inghilterra politica né l'Inghilterra ecclesiastica.
L'una o l'altra ha forse attirato la sua attenzione o le sue
simpatie?
L'anglicanesimo o la Chiesa anglicana non poteva andargli
bene. Nelle istituzioni del paese trovò con gioia la realizzazione di alcuni dei suoi
principi; ma ne fu attratto molto meno di molti dei suoi amici. Sta di fatto che dopo
qualche mese si lasciò facilmente trascinare dall'Inghilterra in Italia, a differenza del
suo amico Divonne che non volle più separarsi da William Law, una volta conosciutolo.
Fece il suo viaggio in Italia sin dal 1787 e quel soggiorno a Londra fu davvero troppo
breve per le numerose relazioni che Saint-Martin vi allacciò, sia con le famiglie
inglesi, dove i rapporti di intimità non si annodano che con il tempo, sia con le
famiglie russe, più vicine alla mentalità francese. Per coltivare sufficientemente quei
rapporti, avrebbe dovuto consacrarvi un tempo molto più lungo. Saint-Martin, ci dice
invece lui stesso in una nota datata 1787, si trovava in Italia sin da quell'anno.
Ci fa sapere una cosa più strana: è che, sin dal 1787,
vide a Chambéry una numerosa presenza di persone venute dalla Francia in seguito alla
rivoluzione francese. L'emigrazione non risalendo così lontano, si è tentati di supporre
un errore di data o ammettere un po' di confusione nei ricordi dei due diversi viaggi. Ma
Saint-Martin non è ritornato in Italia dopo il 1787 e la difficoltà sussiste. L'ho già
segnalato parlando delle sue relazioni con madame de Lusignan ed altre famiglie che dice
avervi incontrato nell'emigrazione. E' d'altronde fuori dubbio che Saint-Martin passò a
Parma l'anno suddetto. Annota, che lo fece senza vedere i Flavigny, che vi si trovavano e
che già abbiamo aggiunto alla lunga lista delle sue relazioni.
Sta di fatto che si trovava a Roma sin dall'autunno del
1787.
Quali sono quei suoi amici del 1775 che rivide in Italia e
quali attitudini per le sue cose vi trovò all'inizio della nuova era che si profilava
allora, non soltanto per la Francia ma, tramite essa, per l'Europa?
Queste attitudini erano diverse, evidentemente, in quanto
Saint-Martin osò questa volta recarsi a Roma dove non era stato dodici anni prima, non
volendo neppure allora farsi vedere a Torino; ma conserva a questo proposito un silenzio
assoluto. Parliamo soltanto delle attitudini religiose in quanto, riguardo alla politica,
questa non c'entrava niente, a quanto mi sembra, nelle motivazioni di questo viaggio.
Già la monarchia francese era indebolita a tal punto che si
credeva stritolata dall'importo dei suoi debiti, importo che oggi parrebbe risibile; già,
nel presentimento della sua decadenza, gli uni dichiaravano la vecchia politica impotente
a dare risposte alle esigenze del secolo come alle necessità dello Stato, mentre gli
altri non trovavano vie di salvezza che nel mantenimento delle sue istituzioni e dei suoi
principi. La Francia preoccupava l'opinione generale ed il governo stesso inquietava gli
animi convocando a spron battuto l'assemblea dei notabili e quella degli stati generali
senza alcun piano preciso o realizzabile. Ma di tutto questo i tre viaggiatori non si
fanno alcun problema e Saint-Martin, che doveva di lì a poco scavare così profondamente
il problema dell'organismo sociale, non ha l'aria di dubitare, in questo periodo, del
ruolo di propagandista che l'attende.
Fece a Roma ciò che aveva fatto a Londra. Ricercò ciò che
più lusingava i suoi gusti e meglio rispondeva alle sue aspirazioni ma, non trovandovi
né teosofia, né misticismo, né teurgia, incontrò la gente, la gente che conta, salvo
il papa, credo.
Con il principe Galitzin, o da solo, frequentò il principe
del Lichtenstein, il conte di Tchernichef ed altri russi. Nel contesto francese, che era
numeroso e distinto, vide il cardinale di Bernis, "il giovane Polignac", il
conte di Vaudreuil, il commendatore Dolomieu, il signore e la signora di Joinville, il
balivo della Brillane, ambasciatore di Malta, il conte e la contessa di Fortia, "il
grande Narbonne e suo nipote", numerosi vescovi e l'abate di Bayanne. Nel contesto
italiano vide i cardinali Aquaviva, Doria, Buoncompagno, la principessa di Santa-Croce, la
principessa Borghese, il duca e la duchessa Braschi.
Gli sarebbe stato difficile incontrare gente migliore ed in
maggior numero.
Ignoro, d'altronde, ogni dettaglio di qualche interesse
sulla vita intima che condusse a Roma. Non annota nessuna di quelle conferenze che danno
una fisionomia al suo viaggio a Londra. Il solo indizio della sua attività mistica si
trova in una frase del principe Galitzin al conte di Fortia: "Non sono veramente un
uomo che dopo aver conosciuto il signore di Saint-Martin". Detto a Roma ed al conte
di Fortia, questa frase ha un suo senso e si può essere altrettanto certi di queste due
cose, che un viaggio con il principe Galitzin e Thieman aveva per scopo essenziale le
grandi cose dei tre teosofi e che non ebbero successi degni di nota.
Il soggiorno di Saint-Martin a Roma non si prolungò più di
quello avvenuto a Londra e si deve vivamente rimpiangere che la sua penna non ci dipinga
un po', dal suo punto di vista, com'era la gente che vi incontrava nel momento in cui si
approssimava il processo a Cagliostro, 1790. Ma benché si trovasse ancora in Italia
quando si illustrava davanti al sant'uffizio la vita del celebre taumaturgo, dubito che
avrebbe scritto una nota in più su questo personaggio. Lo aveva incontrato a Lione ed il
modo in cui descrive il suo operato in questa città ci prova che le antipatie per lui
erano molto profonde.
Nel 1788 Saint-Martin si trova in una residenza estiva degli
antichi principi di Montbéliard. Ecco come. Prima dei suoi viaggi in Inghilterra ed in
Italia, era stato presentato, a Parigi, alla duchessa di Wurtemberg che aveva maritato sua
figlia al Granduca Paul Pétrowitsch. Questa risiedeva abitualmente nel paese di
Montbéliard. Si recò in questo piccolo principato per rendere alla sovrana titolare una
visita il cui vero scopo non era certamente quello di ottemperare ad un dovere di
cortesia, né un volgare mezzo per distrarsi, ma un interesse che siamo costretti ad
ignorare completamente. Limita le sue note a qualche dettaglio che lasceremo raccontare
dal viaggiatore stesso.
"Nel 1788, andai con un mio molto degno amico,
Kachelof, a Montbéliard, dalla duchessa di Wurtemberg che avevo già conosciuto a Parigi.
Ci trattò come aveva trattato il granduca di Russia, suo genero. Durante i due giorni che
ci fermammo, non si smise di festeggiarci. Ricorderò per tutta la vita il pranzo che
facemmo tutti e tre, nella grotta, al castello di Etupes. Vi provai un sentimento così
puro ed una commozione così viva che non potei impedirmi di piangere".
Questo indica evidentemente un incontro sulle questioni
predilette da Saint-Martin.
"Siccome non si possono avvicinare le altezze reali
senza essere titolati, la duchessa mi gratificava ogni volta che mi parlava. Dicevo allora
allegramente al mio compagno di viaggio: Dobbiamo sicuramente essere degli imperatori
travestiti, visto come ci tratta".
Saint-Martin, che ama soffermarsi su questo genere di
dettagli che dipinge brillantemente, ama anche glissare allo stesso modo sull'essenziale.
Non una parola sul motivo di questa escursione, sulla conversazione nella grotta, così
toccante per lui e dove non fu ammessa alcuna delle dame della principessa. Ma questa
circostanza e la sua emozione lasciano indovinare una conferenza seria che il narratore
non vuole indicare.
Saint-Martin non ci fa sapere dove ha lasciato il principe
Galitzin e Thieman. Non ci dice neppure da dove viene andando a visitare Etupes con il suo
amico russo Kachelof, né dove va lasciando la residenza estiva della duchessa di
Wurtemberg, residenza in seguito completamente scomparsa non avendo saputo gli acquirenti
del castello di Etupes convertirla né in una fabbrica né in una filatura.
Diversi scrittori parlano di un viaggio in Germania ed in
Svizzera che Saint-Martin avrebbe fatto con il principe dopo o all'inizio del loro viaggio
in Italia. Ma sono state attraversate la Germania e la Svizzera per varcare le Alpi? Ci si
è fermati almeno un po' in questi luoghi? Lo ignoro. Ciò che mi colpisce è che
Saint-Martin è andato a Roma passando per Genova nell'autunno del 1787 e che si ritrova,
come abbiamo appena visto, nel paese di Montbéliard sin dal 1788, e nel mezzo della bella
stagione, visto che vi si pranza in una grotta. Non vedo dunque, tra questa visita ed il
viaggio in Italia, un intervallo sufficiente per un viaggio in Germania. Saint-Martin è
forse andato in Germania prima di recarsi a Strasburgo? Non lo penso per una ragione molto
semplice, considerato che non trovo alcuna di quelle tracce reali che un pur breve
soggiorno in Germania avrebbe immancabilmente lasciato in lui. Mistici e teosofi celebri,
Jung Stilling e d'Eckarthausen in testa, facevano all'epoca parlare di sé in tutte le
contrade germaniche. Lavater riempiva la Svizzera con il rumore della sua fama.
Saint-Martin, che avrebbe iniziato le sue visite attraverso essi, se aveva visto il loro
paese, non imparò a conoscerli che a Strasburgo e più tardi attraverso la sua
corrispondenza con il barone di Liebisdorf, uno dei suoi più intelligenti ammiratori. In
effetti, non fu che a Strasburgo che gli si fece capire l'importanza che la lettura delle
opere di Boehme in lingua tedesca darebbe ad un teosofo per il progresso dei suoi studi.
Tutto questo riduce il viaggio in Svizzera ed in Germania
alla sua più semplice espressione, cioè ad una semplice traversata, ammesso che non si
tratti di una supposizione del tutto gratuita.
Su queste peregrinazioni del teosofo non abbiamo, come ho
già detto, che brevi indicazioni, liste di nomi e qualche riferimento aneddotico. Nessuna
osservazione generale, niente di quella critica filosofica che risultava così facile ad
una intelligenza tanto elevata di mettere per iscritto in un tale periodo. Era perfino
difficile resistere a queste tentazioni quando l'Europa intera si sentiva travagliata da
teorie che volevano fare scuola, quando era pervasa da aspirazioni che pretendevano
varcare il focolare intimo, l'anima dei popoli, per installarsi nelle loro istituzioni.
Saint-Martin non era estraneo a questo movimento; stava per
diventarne uno dei più eloquenti consiglieri; ma il suo momento non era venuto.
Capitolo XII
Il soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo. - Il suo incontro
con la duchessa di Bourbon. - Le sue relazioni con gli uomini di scienza ed i mistici:
Oberlin, madame de Boecklin, R. Salzmann, mesdames d'Oberkirch, de Frank, de Rosemberg, la
contessa Potoka. - I suoi nuovi studi. - La sua conversione al misticismo di Boehme. - Il
paradiso, l'inferno ed il purgatorio terrestre di Saint-Martin.
(1788 - 1791)
_______________
I tre anni che Saint-Martin trascorse a Strasburgo furono i
più decisivi sia per la sua dottrina che per i suoi ideali. Non si può dire la stessa
cosa per i suoi affetti, cosa questa che peraltro si confonde con estrema naturalezza in
un'anima mistica.
Trascorse veramente poco tempo tra il suo viaggio in Italia
ed il suo arrivo a Strasburgo, di cui è facile determinare la data. Saint-Martin stesso
ci dice che fu strappato da questa città da un ordine del padre, dopo un soggiorno di tre
anni, nel mese di giugno del 1791, all'epoca della fuga da Varenne. Prese alla lettera,
queste due indicazioni fissano il suo arrivo nel mese di giugno del 1788. Ebbene,
considerando la visita a Etupes, ne deriva che non si trova alcun intervallo per un
viaggio in Germania che avrebbe avuto luogo in quest'epoca e che mi pare difficile
accettare, come ho già detto.
Saint-Martin non ci dice una parola sui motivi che l'hanno
indotto a recarsi a Strasburgo lasciando Roma, ed a stabilirvisi malgrado antiche
consuetudini che lo legavano a Lione nonostante le apparenze e nonostante la sua reale
predilezione per Parigi. Ma è facile capire che aveva sentito parlare di Boehme dai suoi
amici di Londra e che lo si era edotto a Etupes circa la facilità che avrebbe trovato a
Strasburgo di fare conoscenza con illustri teosofi. Strasburgo era d'altronde uno dei
principali teatri delle esperienze mesmeriane ed era appena stato quello delle iniziazioni
così famose e delle guarigioni così straordinarie del conte Cagliostro. Alfieri aveva
appena lasciato l'Alsazia dove aveva risieduto, come Voltaire e Goethe, e che Rousseau
aveva voluto visitare prima di loro. Mai si era verificato un insieme di stimoli più
seducenti per un così acceso ammiratore dei grandi scrittori del secolo e per un adepto
di Martinez; e se la principessa di Wurtemberg stessa non lo ha messo al corrente delle
attrattive letterarie e mistiche che vi avrebbe trovato, è forse alla baronessa di
Oberkirch, che visitava sovente Etupes, che bisognerebbe attribuire il suo pellegrinaggio
verso la vecchia città del Reno.
Secondo le sue note su Strasburgo, la casa della spirituale
baronessa fu una di quelle che abitualmente frequentava.
Se non consultiamo che queste note, o ci limitiamo a
consultarle un po' superficialmente, vi ricercò soprattutto il mondo aristocratico e
qualche studioso. Ma con un po' più di attenzione si nota benissimo che ciò che
realmente lo interessa è quello che altrove chiama le sue cose.
La sua prima impressione è peraltro piuttosto cupa ed il
suo giudizio generale sulle persone con cui intrattiene rapporti a Strasburgo, un po'
severo, non dico ingiusto.
"Ho visto degli uomini che non erano sgradevoli con
nessuno ma di cui non si può neppure dire che fossero graditi; in quanto non avevano
sufficienti mesures développées (termine prediletto da Saint-Martin) per essere presi da
ciò che è vivo e vero, se scossi da ciò che è male e falso. E' a Strasburgo che ho
osservato questo".
Parole dure. Devo anche far notare che se tali sono le prime
righe del viaggiatore, niente mi autorizza veramente a dire che le opinioni che vi esprime
non fossero che le sue prime impressioni.
Transitorie o permanenti che siano, cosa ha potuto
determinarle?
Strasburgo, da sessant'anni e prima delle tre o quattro
rivoluzioni essenziali che ne hanno fatto una città francese nei costumi come nella
lingua e nella nazionalità, aveva conservato le sue caratteristiche di freddezza e di
riserbo utili a spiegarci i rudi apprezzamenti dell'osservatore. Non voglio neppure
ricordare, per giustificarla, la comune tendenza dei viaggiatori di generalizzare le loro
affrettate osservazioni. Saint-Martin ha quindi potuto molto legittimamente formulare il
suo giudizio, così come l'ha fatto in quanto, dopo tutto e a dire il vero, si adatta
benissimo a tutte le città del mondo: è il ritratto del cuore umano preso in un momento
di nebbia.
Dopo la sentenza morale arriva, come d'abitudine per
Saint-Martin, l'elencazione dei personaggi principali, o meglio delle principali case che
ha frequentato in quanto, per lui, è quasi sempre il casato l'essenziale, raramente il
suo rappresentante.
"E qui, dice, devo ricordarmi almeno i nomi di diverse
persone che mi hanno interessato o che vi ho visto (il nome della mia cara B...... fa
parte di tutti questi nomi)".
Infatti, nomina le famiglie Franck, Turckheim, Oberkirch,
Baltazar, Mouillesaux, Aumont, Klinglin, Lutzelbourg, Saint-Marcel, Lefort, Falkenheim,
Delort ed alcune altre. Ma elenca tutti questi nomi soltanto per il bisogno di imprimerne
il ricordo nella memoria; non vi aggiunge nulla o quasi nulla per noi.
Tra le persone nominate, ve ne sono di un qualche rilievo
nella storia locale. La baronessa di Frank, alla guida della sua banca, fu a lungo una
sorta di mecenate; il nome della baronessa di Oberkirch ha avuto un buon lustro attraverso
le Memorie piene di spirito e di immaginazione pubblicate dal nipote, il conte di
Montbrison; la famiglia di Klinglin ha avuto un ruolo in qualcuna delle più considerevoli
rivoluzioni del paese; quella di Turckheim, che è apparsa in molte delle nostre assemblee
legislative, ha fornito nella persona del barone Jean d'Altdorf un diplomatico ed uno
storico stimato.
Da autentico militare, Saint-Martin cita fra gli ufficiali
della guarnigione, quelli con un nome di una qualche importanza: Mercy, Murat (non si
tratta del futuro re delle Due-Sicilie), Tersac, de Vogué, Chasseloup, d'Hauterive (non
si tratta del vecchio condiscepolo, il mistico o l'estatico amico di Saint-Martin),
Laborde, ecc....
Saint-Martin, la cui nota è troppo breve, non menziona tra
gli uomini di scienza che ha incontrato, che l'antiquario Oberlin, il fratello del celebre
apostolo del Ban de la Roche, Blessig, Hahhner, il P. Ildefonse, benedettino di Ettenheim
ed un professore di astronomia e di matematica di cui non si ricorda più il nome.
Da vero appassionato di musica, in quanto suonava il
violino, aggiunge a questi il nome di Pleyel con l'epiteto di famoso.
A questi nomi, che dà per la maggior parte alterati, che
siano tedeschi o francesi, Saint-Martin aggiunge anche quelli di qualche estraneo più o
meno illustre conosciuto a Strasburgo, quali il conte di Welsberg, già ministro a Vienna;
M. Wittenkof (Wittinghof, de Courlande, parente della baronessa di Krudener).
A prima vista, si direbbe che Saint-Martin non è andato in
Alsazia che per visitarne le famiglie più illustri e tutto quanto avrebbe fatto a
Strasburgo sembrerebbe singolarmente a quanto aveva già fatto a Londra, a Roma, a Tolosa,
a Lione o a Versailles.
Eppure è avvenuto qualcosa di più in quanto questa stessa
nota, che inizia con un tono così spiacevole e poco lusinghiera, termina così:
"Devo dire che questa città di Strasburgo è una di
quelle a cui il mio cuore è più legato sulla terra".
In questo periodo la gioventù russa, tedesca e scandinava
della più alta aristocrazia vi si incontrava ai corsi di storia e di diplomazia di Koch,
futuro legislatore e futuro tribuno, con i giovani aristocratici della Francia. Metternich
vi viveva gomito a gomito con Galitzin e Narbonne. Una grande agiatezza, un'ampia e
cordiale ospitalità, costumi forse più dolci e più puri che altrove regnavano ancora
nelle più onorevoli famiglie della società. Un minimo di istituzioni elettive e
deliberanti vigeva nell'antica città libera e imperiale. Tutto questo poteva piacere
all'animo di Saint-Martin o prestarsi alle sue mire propagandistiche, se voleva riannodare
le sue relazioni con la nobiltà russa che lo aveva ricolmato di onori a Londra e chiamato
a San Pietroburgo. Ma tutto questo non è stato sufficiente per affascinarlo al punto in
cui lo è stato.
Non si è maggiormente sulla buona strada quando si pensa
che bisogna ricercare il suo segreto in una breve frase della sua nota che non ho ancora
segnalata, e che indica, tra le persone che vedeva, la baronessa di Rosemberg, "che
voleva portarmi a Venezia per sfuggire la rivoluzione della Francia; la bella contessa di
Potoka, che aveva promesso di scrivermi e che non l'ha fatto".
Senza dubbio Saint-Martin amava la compagnia delle donne
caratterizzate da alte aspirazioni di misticismo o di pietà. Vi si attaccava
profondamente ed anche con entusiasmo: ce lo dirà e proverà tra breve. Ma diffidava
molto di quelle che non pervenivano ad un serio progresso nella spiritualità, o che non
vi si impegnavano. Non aveva alcun interesse per quelle che lo intralciavano nel proprio
sviluppo, per quanto fossero sincere; d'altronde, della sua amicizia per loro, ne è
testimone la duchessa di Bourbon stessa, della quale parla sempre con stima, mai con
calore. Occorre anche rilevare che questa principessa si trovava a Strasburgo
contemporaneamente a lui e che non la nomina neppure. Ebbene, se mai avesse meritato una
menzione particolare, questo sarebbe stato il momento. Ella veniva da Etupes e si era
stabilita sulle rive del Reno per ragioni di famiglia e politiche. Benché separata dal
marito che emigrò di buon ora con suo padre, il principe di Condé e suo figlio il duca
di Enghien, conservava con lui rapporti soddisfacenti. In sovrappiù, e senza alcun
dubbio, il desiderio di trovare a Strasburgo le pie consolazioni di Saint-Martin di cui
amava la guida, aveva pesato sulla bilancia per farle prendere la strada dell'Alsazia.
Anche Saint-Martin, che provava per lei una di quelle amicizie che non si smentiscono mai,
le sacrificava abitualmente a Strasburgo delle ore di raccoglimento che prediligeva,
quelle della sera. La accompagnava volentieri a teatro, che amò sempre, pur privandosene
sovente per piaceri più dolci al suo cuore caritatevole.
Ma malgrado questo affetto sincero, non fu la presenza della
principessa a fare della città di Strasburgo il soggiorno preferito dal teosofo. Non si
esprimano giudizi dalle sue belle confidenze sull'influenza che questa esercitava sul suo
animo, confidenze che si riferiscono ai suoi principali interessi e confidenze che ci
faranno ben capire, credo, l'amicizia così eccezionale che dedicò alla persona che
nomina una sola volta per intero e che abitualmente designa con le parole, la mia B... o
la mia carissima B...
Queste confidenze ci faranno allo stesso tempo vedere quello
che dobbiamo veramente pensare al riguardo di tutte quelle predilezioni femminili che
sembrano giocare un ruolo così considerevole nella vita del serio mistico.
"Parecchie persone sono state funeste al mio spirito,
ma non allo stesso modo. La prima voleva assolutamente farlo morire d'inazione; la
seconda, che era mia zia, non voleva nutrirlo che di vento; la terza, che è W....,
operava su di lui come l'attrezzo per spegnere e conservare la brace; la quarta, che è
madame de la Cr...., gli metteva i ceppi ai piedi ed alle mani; la quinta, che è madame
de L...., gli sarebbe stato utile se non avesse voluto tagliarlo in due; la sesta, che è
madame de Cosl...., lo scavava sotto e lo sradicava; la settima, che è madame de B...,
gli metteva un cilicio aguzzo su tutto il corpo".
Questa valutazione, che è forse un po' più simbolica e
soprattutto più epigrammatica di quanto occorra, è sottile, allo stesso tempo seria
nella sostanza e canzonatoria nel tono.
Ad eccezione della terza di queste diverse ed acute
individualità, e ad eccezione della prima, che non vuole neppure lasciar indovinare al
suo lettore - in quanto le sue reticenze testimoniano che non scrive soltanto per se
stesso - possiamo facilmente mettere il nome completo. E senza forse ben capire tutta la
portata di questi epigrammi figurati, ci facciamo un'idea sufficiente circa la natura di
quei rapporti mistici. Madame W... ci resta sconosciuta come il personaggio che non ci
vuole per niente rivelare. Saint-Martin nomina un principe Woronzow, ma non nomina la
principessa che d'altronde, in quanto straniera, non avrebbe potuto convenientemente
fungere da attrezzo per soffocare la brace. Si riconosce immediatamente madame de la
Croix, ma non si riesce proprio a capire come questa gran dama, che sapeva muoversi
benissimo e dava così graziosamente udienza agli spiriti persino nel bel mezzo della
compagnia da cui era attorniata, metteva ai ceppi lo spirito del suo amico. Forse quando
redigeva da lei belle pagine del Tableau naturel? Non si capisce neppure come madame de
Lusignan, presso la quale compose una parte della stessa opera, tagliasse il suo spirito
in due. Era forse per trattenere sulla terra almeno uno dei due? Madame de Coislin, in
quanto di lei si tratta al n° 6, a dispetto dell'ortografia, giocava un ruolo ancora più
pericoloso per lo spirito di Saint-Martin: lo staccava dal mondo celeste dove aveva
gettato le sue radici, scavando la terra sotto le radici stesse. La duchessa di Bourbon,
nominata per ultima, si limitava quantomeno a far soffrire il suo spirito; ma lo faceva
soffrire in quanto gli metteva un cilicio aguzzo su tutto il corpo, immagine un po' ardita
per uno spirito ma che esprime il dolore che la principessa faceva provare al suo amico
nel vederla nella sua credulità consultare dei sonnambuli ed altri praticoni di un ordine
inferiore.
In ogni caso,
non era la persona che seguiva così male il teosofo nelle alte sfere della spiritualità
ed intralciava così il libero sviluppo del suo spirito, non era la duchessa di Bourbon
che, con la sua presenza, diffondeva nella città di Strasburgo quella magia che la fece
definire paradiso. Quali altre attrattive o quali sviluppi inattesi, Saint-Martin, che non
apprezzava le città, come le persone, che secondo il loro rango riguardo alle sue cose ed
alle sue grandi aspirazioni, Strasburgo gli ha dunque presentato?
Non lo dice chiaramente, ma lo fa indovinare in molte
occasioni, dove scoppia un sentimento unico nella sua anima, un sentimento che non
confonde con nessun altro. Ha trovato a Strasburgo una fonte di spiritualità, non
sconosciuta, ma inabbordabile fino ad allora: Jacob Boehme. Questa fonte, un teosofo molto
preparato, Rodolfo Salzmann ed una donna molto gentile, madame de Boecklin, glie la
aprirono iniziandolo allo studio di questo illuminato ed inducendolo ad imparare il
tedesco, non potendo dargli, le vecchie traduzioni, francese o inglese, del filosofo
teutonico alcuna idea completa del contenuto degli originali.
A questi due personaggi, di cui uno doveva occupare il primo
posto negli affetti di Saint-Martin e l'altro lo stesso posto in quelli di Young Stilling,
se ne aggiunsero diversi altri che non si nominano che marginalmente. Si tratta del
maggiore Meyer, del barone di Razienried, di madame Westermann e di una persona che il
viaggiatore non indica che con il nome della via dove abitava.
E' questo gruppo di sei personaggi molto diversi ma molto
legati fra loro, ai quali sicuramente si associavano molti altri, che abbellì la vecchia
e colta città agli occhi del teosofo. E tenterò di coordinare al meglio ciò che mi è
stato possibile raccogliere su ognuno di essi, cominciando nell'ordine inverso della loro
importanza per Saint-Martin.
La persona che non nomina, ma che figura nella
corrispondenza di madame de Boecklin con la baronessa di Razenried, aveva un nome tedesco
molto poetico, ma altrettanto difficile da scrivere come da pronunciare per un debuttante
come Saint-Martin. Si chiamava signorina Schwing (ala), ed il suo spirito si innalzava
facilmente nelle più alte regioni del mondo spirituale. Aveva delle visioni o delle
apparizioni che somigliavano più a quelle di Swedenborg che a quelle dell'abate Fournié;
vedeva, non come quest'ultimo, spiriti di un ordine superiore, ma quello dei trapassati;
ne seguiva i progressi o l'elevazione successiva nell'altro mondo, con grande gioia delle
loro famiglie e di quelli di questo mondo che si interessavano alla loro sorte.
La signora Westermann aveva quei doni di seconda vista o
veggenza che erano un tempo così comuni in certe regioni della Germania, della Svezia e
della Scozia. Vedeva, in spirito, secondo le tradizioni che consulto, gli avvenimenti che
accadevano a grandi distanze e circolavano a questo proposito, nella cerchia degli intimi
di Saint-Martin, resoconti veramente straordinari. Nelle sue note, il teosofo assume
inizialmente un atteggiamento di riserva riguardo alla veggente. Le affibbia con un certo
sdegno l'epiteto di calzolaia, strano in bocca ad un ammiratore entusiasta di Boehme, il
calzolaio. Sembra mettere il credito che le accorda sotto lo stendardo di un altro,
dicendo che essa godeva della fiducia di Salzmann. Sta di fatto che cambia subito di
opinione, che non esita lui stesso a consultarla, su consiglio di madame de Boecklin, e
che finì per costatare che gli si rispose assez juste, ma che non dice una parola su
questo fatto.
Il terzo personaggio mistico che cita, il barone di
Razenried, nobile straniero arrivato in Francia molto malato, all'epoca in cui si
operavano a Strasburgo sotto le apparecchiature di Puységur le grandi cure magnetiche,
aveva trovato in questa città un medico di viva chiaroveggenza, una giovane ragazza di
rara bellezza, ed aveva finito per offrirle la sua mano ed il suo nome. Con gran gioia
della famiglia, la giovane baronessa, di origine molto borghese, non aveva tardato ad
assumere il tono e le maniere della sua nuova posizione sociale, il gusto per le lettere
ed i buoni studi. Abbiamo sotto gli occhi delle Vues sur le ciel étoilé che deve avere
scritto sotto ispirazione, come Jacob Boehme scriveva la maggior parte dei suoi trattati.
Non vi troviamo né contenuti scientifici né rivelazioni, ma quando l'astronomia era meno
avanzata, hanno goduto di un certo fascino nel cerchio intimo della bella baronessa. Se
oggi non affascinano più nessuno per il loro valore scientifico, possono piacere a tutti
per l'elevazione del pensiero ed anche per lo sfoggio di uno stile che madame de Razenried
era ben lontana dal mettere nelle sue pagine ordinarie, nelle sue lettere familiari, ad
esempio.
Il maggiore Meyer, che Saint-Martin pone in testa a tutti i
suoi amici di Strasburgo, contestava queste Vues in nome dell'astronomia ufficiale.
Accordava comunque loro, come agli esperimenti magnetici, un serio interesse. A differenza
del nipote, Frédéric de Meyer, scrittore più noto, era di natura semi-scettica,
semi-credente; ma nella sua corrispondenza, che ho sotto gli occhi, cita dei testi di
Saint-Martin con la simpatia che suo nipote mette nelle sue lettere e nelle sue Feuilles
périodiques pour la culture supérieure de l'intelligence.
Il personaggio che fu, credo, il principale iniziatore di
Saint-Martin allo studio del filosofo teutonico, Rodolphe de Salzmann, come lo chiamavano
i suoi corrispondenti della Germania dopo aver ricevuto dalla corte di Saxe-Meiningen
titoli di nobiltà ed un brevetto di consigliere di legazione, titoli che non ha mai usato
di sua iniziativa, Salzmann era un erudito avanzato nel misticismo ordinario e nell'alta
teosofia. Occorre distinguerlo dal cugino Daniel Salzmann, l'amico di Goethe e di Herder,
singolarmente celebrato dal primo e dai biografi del celebre poeta. Insistere qui sulle
caratteristiche dei due Salzmann, nessuno dei quali ha caratterizzato il mondo letterario
francese, benché uno dei due sia stato giornalista per quarant'anni, sarebbe del tutto
inutile. Ci sia consentito soltanto di dire incidentalmente, nell'interesse della critica
storica e per l'apprezzamento del valore reale di quella che viene chiamata l'autorità
della testimonianza, che gli stessi concittadini e gli amici dei due li hanno così
sovente confusi insieme che per finire li hanno identificati in un solo e stesso
personaggio. L'eccellente Schubert, uno dei principali mistici del nostro tempo e lo
stesso che si è fatto notare in Francia per una toccante biografia della duchessa di
Orléans, racconta molto seriamente che ha fatto visita nel 1820 al mistico Salzmann,
l'amico di Goethe. Ebbene, l'amico di Goethe era morto nel 1812 e Schubert non aveva mai
avuto con lui alcun genere di rapporto; non ne conosceva il nome che attraverso le memorie
così poetiche di Goethe ed era persuaso che il suo vero amico, Salzmann il mistico, che
aveva realmente incontrato nel 1820, portasse ancora sulla sua nobile fisionomia d'aquila
le tracce del genio che aveva affascinato il poeta. Ebbene, Rodolphe Salzmann non aveva
mai avuto relazioni con Goethe.
Se Saint-Martin si recò a Strasburgo per studiarvi il
misticismo tedesco, ed in particolare gli scritti di Boehme, tradotti in inglese dal suo
amico Law, non poteva fare di meglio che rivolgersi a Rodolphe Salzmann. Proveniente da
una di quelle vecchie famiglie della sua città la cui più alta ambizione era di ben
figurare nel ministero evangelico, in una cattedra all'università o su di una sedia
curule di un Quinze o di un Treize, il giovane teosofo, dopo robusti studi di diritto e di
storia, aveva risieduto in Germania e frequentato le più illustri delle sue scuole,
quella di Gottinga, con il suo allievo, il barone di Stein, in seguito celebre ministro di
Prussia. Possedendo un patrimonio in grado di renderlo indipendente e dividendo i suoi
interessi tra l'ambito religioso e politico, quando Saint-Martin lo cercò, dirigeva un
giornale e scriveva volumi di alta religiosità, cioè di misticismo e di teosofia.
Pubblicava molto senza mai mettere il suo nome in nessuna delle sue opere. Una
corrispondenza abbastanza vasta, ma molto intima, con i mistici di Lione, di Ginevra,
della Svizzera tedesca e della Germania in generale, gli permetteva di essere sempre
aggiornato, tanto più che dirigeva lui stesso "la librairie académique".
Tutti questi studi gli avevano dato una completa
familiarità, da una parte con i testi sacri, dall'altra con quelli di Jane Leade, di
Pordage, di Law, di Swedenborg e di Jacob Boehme. Possedeva soprattutto gli interpreti
degli scritti apocalittici e prediligeva in particolare gli interrogativi che giocano un
ruolo così considerevole in quei testi. Niente di meglio per Saint-Martin. La scrupolosa
esattezza dell'erudizione tedesca non lo turbava affatto. Grandi furono per un istante le
simpatie tra i due teosofi. Ma vi erano delle divergenze su questioni essenziali, sia di
teoria, sia di pratica, ed anche sul principio molto mistico della fuga dal mondo, fuga
che Saint-Martin, uomo di mondo, voleva temperata e che Salzmann, uomo rigido, voleva
assoluta; fuga che il primo amava di più in teoria, il secondo nella pratica. Da un altro
lato, Salzmann voleva contenere il misticismo in quei limiti evangelici dove si muoveva
l'anima allo stesso tempo tenera ed ambiziosa di Fénelon, un po' influenzato dalle estasi
di madame Guyon; Saint-Martin, al contrario, non gradiva madame Guyon, parlava poco o
niente di Fénelon ed aggiungeva volentieri alla portata legittima delle sante Scritture
le tradizioni occulte del suo vecchio maestro, dom Martinez. Infine Salzmann, pur tenendo
molto all'esistenza del mondo spirituale ed alla scienza dei nostri rapporti con lui,
rigettava assolutamente la teurgia, nella sua operatività come nei suoi principi.
Saint-Martin, al contrario, biasimando le operazioni, professava i principi dell'arte.
D'altro canto la sincera religiosità e le serie aspirazioni che dovevano avvicinare i due
teosofi, non li unirono. La stoica austerità dell'uno, per quanto fosse addolcita nelle
sue forme e nel suo linguaggio, contrastava troppo con l'umile e gentile stato d'animo
dell'altro, perché i loro rapporti prendessero caratteristiche di intimità e condizioni
di durata. Al momento della separazione, non fu a Salzmann che Saint-Martin diede il suo
ritratto, ma alla signora Salzmann, donna di gran carattere, di rara prudenza e più
scettica che credente, ma piena di ammirazione per la seducente umiltà del mistico. Dopo
la loro separazione, non si scambiarono che qualche lettera. Alla corrispondenza di
Salzmann, Saint-Martin preferì quella del barone di Liebisdorf, che simpatizzava con i
suoi principi teurgici e lo aiutava nelle sue traduzioni di Boehme; alla corrispondenza di
Saint-Martin, Salzmann preferì quella del consigliere Young Stilling, che simpatizzava
con le sue teorie millenarie e lo assisteva nei suoi studi pneumatologici.
Il primo, il più grande posto nelle affezioni spirituali di
Saint-Martin, fu occupato da madame de Boecklin; è a lei che ama riferire l'avvenimento
più fecondo della sua vita di studio, la conoscenza del teosofo di Goerlitz. E come mise
il celebre filosofo teutonico al di sopra di tutti i suoi altri maestri, così mise madame
de Boecklin al di sopra di tutte le altre sue amiche. Secondo le mie note, ha dato tre
volte il suo ritratto, ed ho appena nominato quella delle tre persone che ha ricevuto
dalle sue mani la graziosa tempera dai tratti fini ed ispirati che ho raccolto. Madame de
Boecklin è la seconda; ma devo dire che nel pensiero di Saint-Martin non vi era possibile
confronto tra lei e le altre due. Il posto che questa deliziosa tedesca occupava nella sua
anima è, credo, unico anche nella storia del misticismo. Quantomeno non conosco altre
Egerie che siano state oggetto, da parte di un teosofo, di sentimenti così elevati, resi
con espressioni così vive come quelle di Saint-Martin parlando di madame de Boecklin. La
celebra talora in maniera particolarmente ricercata, talaltro eroicamente familiare. E'
lei ad essere la mia B.
Sin dall'inizio della sua nota su Strasburgo, dice circa i
nomi che vuole fissare nella sua memoria: "Il nome della mia cara B. è a parte da
tutti gli altri nomi". E sin dall'inizio del loro legame la sua amica B. è il suo
oracolo. "La mia B. mi fece consultare la calzolaia Westermann, durante l'avventura
romanesca". Queste due righe sono, per la verità, tutto ciò che madame de Boecklin
ottiene da lui in questa nota. Ma se Strasburgo è per lui la città francese per
eccellenza ed il suo paradiso, è grazie a madame de Boecklin. E se considera come una
sventura, come una catastrofe, essere strappato da Strasburgo, è che deve separarsi da
madame de Boecklin. Non si potrebbe dire meglio di come lo ha fatto.
"Uno dei tratti di quello che non ha cessato di
combattermi (si vedrà chi), è quello che mi è successo a Strasburgo nel 1791. Da tre
anni vedevo tutti i giorni la mia intima amica; da lungo tempo accarezzavamo il progetto
di abitare insieme senza averlo potuto realizzare; infine lo realizzammo. Ma dopo due mesi
dovetti lasciare il mio paradiso per andare a curare mio padre. Il subbuglio per la fuga
del re mi fece ritornare da Lunéville a Strasburgo dove trascorsi ancora quindici giorni
con la mia amica; ma dovemmo giungere alla separazione. Mi raccomandavo al magnifico Dio
della mia vita per essere dispensato dal bere questa coppa; ma lessi chiaramente che,
benché questo sacrificio fosse orribile, bisognava farlo, e lo feci versando un torrente
di lacrime.
"L'anno seguente, a Pasqua, tutto era pronto per
ritornare dalla mia amica, una nuova malattia di mio padre sopraggiunge sul più bello a
fermare tutti i miei progetti...." (Port., 187).
Come qualificare e come spiegare questo linguaggio?
Si tratta forse di una pagina strappata da qualche romanzo
sentimentale dell'ultimo secolo? Goethe, violentemente separato per ordine del padre da
Federica Brion de Sessenheim, avrebbe dipinto diversamente la sua disperazione?
Ad ogni caso, Alfieri separandosi a Roma dalla contessa
Albany, non gemette più pateticamente.
Forse si tratta di un accostamento temerario ma non potrebbe
compromettere Saint-Martin in quanto non può esserci altro rapporto tra lui e Charlotte
de Boecklin che un amore puramente platonico. In effetti, si ammetterebbe invano, per la
più facile delle spiegazioni, la più semplice delle ipotesi, uno di quei sentimenti
profani che tanto più facilmente si insinuano nelle anime mistiche quanto più sono
disposte a pure tenerezze e meno diffidenti per la ragione stessa di una purezza che
nessun smarrimento ha ancora potuto chiarire. Innanzitutto Saint-Martin non è un novizio.
Si conosce in quanto a passioni. L'abbiamo visto, quelle della sua giovinezza, ancora
troppo vive alla sua mente, sono uno dei dolori più amari della sua vita. Se le
rimprovera e non ostenterebbe con tanto abbandono, non glorificherebbe in modo così
evidente l'ultima delle sue debolezze, se assomigliasse alle più vecchie. Senza dubbio vi
sono molte sfumature nell'amicizia ed è evidente che mai Saint-Martin ha avuto sentimenti
e parole eguali per alcun uomo; ma ama i tratti forti e le figure ardite. La prova
d'altronde che non si tratta che di una di quelle amicizie esaltate e di quelle tenerezze
mistiche che si concepiscono facilmente nei rapporti tra anime spirituali, è che madame
de Boecklin, nata lo stesso anno di Saint-Martin e che di conseguenza aveva quarantotto
anni, era già madre e nonna; che la
primogenita delle sue figlie era sposata da qualche anno con M. de Montrichard, diventato
poi luogotenente generale. Madame de Boecklin, anche da molto più giovane, non dette mai
adito a certe supposizioni e quando fu più avanti negli anni, il suo raro merito spiega
perfettamente lo stile del suo amico. Tedesca di buona estrazione, molto istruita,
portando con onore e con disinvoltura, con il piglio del suo carattere un po' imperioso,
uno dei bei nomi d'Alsazia, ancora bella, aggiungeva a questi vantaggi tutti gli attributi
di una bontà amabile ed amorevole. Ma ella si guardò bene dal nutrire una passione di
cui conosceva le violenze ed i patimenti attraverso la vita frivola del suo sposo da cui
era separata e di cui otteneva il rispetto con la sua condotta. La sua posizione era
difficile. Protestante di nascita e diventata cattolica per motivi di famiglia, seppe, con
tutta la delicatezza di contegno che danno l'estrazione sociale, lo studio ed il suo
sesso, conciliare i riguardi dovuti ai preti che la assistevano con le convinzioni
evangeliche che conservava. Vedo dalle sue lettere che conciliava molto bene, con il gusto
per il misticismo che aveva preso, l'attitudine ad una grande libertà di spirito. Si
nutriva di Jacob Boehme e trattava il teosofo Salzmann come un maestro venerato. Faceva
distinzione, amava Saint-Martin più di ogni altro ma nessun indizio prova che la sua
esaltazione abbia mai eguagliato quella di Saint-Martin. In una corrispondenza intima, che
iniziò soltanto quattro anni dopo la morte di Saint-Martin e che durò fino al 1818, con
la sua migliore amica, la baronessa di Razenried, il nome di Saint-Martin non viene
menzionato una sola volta. Parlava di lui con i rari amici della sua modesta vecchiaia, ma
poco e senza che mai le sue parole permettessero di intravedere altro che un sincero
attaccamento e metteva infinitamente al di sopra di lui il loro comune maestro, Jacob
Boehme, di cui rimase la docile allieva.
Senza dubbio, per meglio apprezzare questi rapporti, è la
sua corrispondenza con l'amico proseguita sino al 1803 che bisognerebbe poter consultare e
spero proprio che non sia stata distrutta; ma, fino ad oggi, tutti gli sforzi fatti per
ritrovarla sono stati inutili. E, a dire il vero, se quelli che la possiedono vogliono,
nell'interesse di un curioso studio da fare e di una amicizia da svelare, consentire a
farla conoscere, sono più che certo che non comprometterà nessuno. Un'amica di
Saint-Martin amava dirgli che i suoi occhi erano foderati di anima e credo proprio che
questa amica è quella di cui parliamo; ma la risposta stessa di Saint-Martin indica come
l'osservazione di madame de Boecklin era pura. Questa aveva agli occhi del suo amico il
grande merito di riprodurre sotto una forma accettabile le osservazioni troppo piccanti e
troppo dirette che gli sguardi delle signore di Menou e della Musanchère gli avevano
rivolto nella sua gioventù a Nantes. Non credo inoltre che la corrispondenza desiderata
aggiungerebbe cose nuove alla fisionomia di quei rapporti, così come li conosciamo.
Del resto, a nessuno deve venire l'idea di discutere una
questione di gusto, di sapere se madame de Boecklin, fra tutte le persone del suo sesso,
aveva veramente quella superiorità che gli attribuisce un giudice eminente, educato al
meglio e ricercato dalle donne più illustri del suo tempo. A mio parere, la
corrispondenza di madame de Boecklin con madame de Razenried non spiega l'entusiasmo, ma
giustifica moltissimo la persistenza dell'amicizia di Saint-Martin, amicizia di cui lui
stesso fornisce i motivi e dipinge il carattere. Infatti, è il progresso che madame de
Boecklin gli ha fatto fare nell'alta spiritualità, il raro dono che possedeva di elevarlo
con la sua parola, se non con la sua sola presenza, nelle più alte sfere della
misticità, dono che non sembra aver trovato allo stesso grado in nessun'altra delle sue
amiche - ecco quello che la rendeva per lui impareggiabile, rapiva il suo spirito e faceva
di Strasburgo un paradiso che gli rendeva insipido ogni altro luogo.
"Vi sono, ci dice nelle sue note, tre città in Francia
di cui l'una è il mio paradiso, ed è Strasburgo; l'altra è il mio inferno (Amboise), e
l'altra il mio purgatorio (Parigi).
"Nel mio paradiso potevo parlare e sentir parlare
regolarmente delle verità che amo; nel mio inferno, non potevo né parlarne né sentirne
parlare in quanto tutto ciò che concerneva lo spirito vi era inviso: era veramente un
inferno di ghiaccio; nel mio purgatorio, non potevo affatto parlarne e non ne sentivo
parlare che di straforo; ma tuttavia era meglio sentirne parlare di straforo o di rimbalzo
che non sentirne parlare affatto: così rimanevo nel mio purgatorio quando non potevo
andare nel mio paradiso". (Portr., 282).
Il grande mezzo impiegato dalla maga celebrata così
solennemente per incantare e nello stesso tempo elevare lo spirito del suo amico, fu
assolutamente quello di essere una cristiana convinta e severamente ammaestrata dalle
prove; ella lo impiega anche nella corrispondenza con la sua amica: le parole dei testi
sacri stampati nella sua memoria dall'educazione ricevuta in gioventù, parole che non
cessava di leggere e che cita, diventata mistica e cattolica, come avrebbe potuto farlo la
più biblica delle ugonotte del sedicesimo secolo. E' questo, senza alcun dubbio, ciò che
spiega alcuni dei più belli e più enfatici elogi che il suo amico prodiga alle sante
Scritture, ed il sincero amore che porta loro, per quanto le tralasci o le superi spesso e
volentieri per le sue proprie dottrine. E' sensibile all'autorità di quei testi ma
bisogna che sia la sua amica a citarglieli perché ne percepisca tutta la potenza nelle
sue prove, le sue pene ed i suoi dolori. Ascoltiamolo, a questo proposito, relativamente
ad uno degli anni più pesanti della sua vita:
"Verso la metà del mese di settembre dell'anno 1792,
sono stato richiamato, dall'autorità di mio padre, dal mio quieto soggiorno di
Petit-Bourg ad Amboise. Senza i potenti aiuti del mio amico Boehme e senza le lettere
della mia carissima amica B:..., sarei stato annientato sin dai primi momenti che sono
stato consegnato nella mia città paterna, tanto erano inconsistenti le cose che dovevo
fare e gli aiuti che avevo per farli. Eppure, malgrado questi due sostegni, ho provato un
tale senso del nulla che posso dire di aver imparato a conoscervi l'inferno di ghiaccio e
di privazione. Comunque vi ho trovato anche qualche leggero sollievo e ne parlerò in
articoli a parte; ma, ahimé! quanto questi sollievi sono deboli in confronto a ciò che
mi occorrerebbe! Dio mio! Dio mio! sia fatta la tua volontà! La mia carissima amica mi
invia a questo proposito il passo di San Paolo (I Cor., VII,20): Ciascuno rimanga nella
condizione in cui era quando fu chiamato. Vi è un grande senso per me in questa
citazione"; in quanto ero sotto questo stesso potere quando mi si è aperta la
professione".
Confesso, da parte mia, che qui non capisco tutto.
Saint-Martin si lamenta del senso del nulla che ha provato, in quanto ben poco aveva da
dover render conto a suo padre e così poco aiuto da aspettarsi dalla gente di Amboise. La
sensazione della sua inutilità e la repentina privazione di tutto quello che lo aveva
incantato a Strasburgo, hanno potuto opprimerlo; ma saggio e religioso, avendo Boehme e le
lettere della sua amica, come ha potuto lasciarsi andare a quello che chiama il senso del
nulla? Di quali sensazioni si tratta? Sono ancora pensieri di morte, di abbagliamento
dello spirito, di quelle aberrazioni del cuore che lo avevano leggermente scosso in altre
occasioni? E' questo a spiegare il ricorso della sua amica alla voce dei testi sacri, a
quelle solenni parole: Che ciascuno resti nella condizione in cui Dio l'ha chiamato?
Oppure non si tratta che di portare il teosofo a rassegnarsi al ruolo che Dio gli assegna
presso suo padre? Ma allora, cosa significano queste parole enigmatiche: "Ero sotto
questo stesso potere quando mi si è aperta la professione"? Normalmente designa
così l'epoca della sua iniziazione a Bordeaux. Aveva allora il senso del nulla? Ed a
quale potere lo attribuiva?
Quanti misteri troviamo sempre nella vita dell'uomo, anche
di quello che si presenta con più modestia e sincerità!
Si dirà forse che l'amore per le sante scritture e quel
culto di Boehme che madame de Boecklin seppe ispirare al suo amico, non spiegano tutto
questo; che gli stessi testi sacri citati al teosofo dal più eloquente dei sacerdoti o il
più santo dei fedeli, da San Paolo stesso, non avrebbero suscitato in lui la stessa
impressione che pervenendogli dalla penna di una donna di grande ascendente ed ancora
bella. Ne convengo e aggiungerò che, secondo molte persone, la parola di questa donna
aveva tutti quei rari vezzi di spirito e di dolcezza che sono il privilegio e la
caratteristica del suo sesso. Ma non ammetto che questo chiarisca per niente il problema,
in quanto Saint-Martin, che si lamenta così poeticamente dell'influenza funesta che le
donne, ivi compresa madame de Bourbon, hanno esercitato sul suo spirito, non avrebbe mai
reso omaggi così aperti a delle qualità essenzialmente femminili. E ci dice molto
seriamente che madame de Boecklin non era donna.
"Sovente ho notato che le donne, e quelli tra gli
uomini che si lasciano femminilizzare nel loro spirito, erano soggette a nazionalizzare i
problemi, come il ministero inglese ha voluto nazionalizzare la guerra che ci ha fatto in
questo stesso anno 1793. Tendono a coprire se stesse più che la verità e la giustizia.
Escludo sempre da questo giudizio la mia deliziosa amica B...., che non è donna".
(Portr., 348).
Questo stronca ogni ipotesi che volesse vedere delle
debolezze dove non ci furono che affetti sublimi.
Insomma, appare evidente che fu una fortunata mortale questa
madame de Boecklin de Boecklinsau, nata Charlotte de Roeder!
Ciononostante non fu solo lei e neppure soltanto gli studi
che fece fare a Saint-Martin a portare nelle vedute del suo amico il progresso e la
rivoluzione filosofica risalente a Strasburgo.
Fu inizialmente su consiglio di un personaggio, che non
nomina neppure nelle sue note su questa città, che intraprese l'opera che vi scrisse.
Furono poi alcune circostanze speciali a modificare profondamente il suo pensiero. E'
dunque opportuno completare, con ogni sorta di indicazione, le sue note molto incomplete
su parecchi rapporti.
In effetti Saint-Martin, giunto nella vecchia città sulle rive del Reno con delle vedute piuttosto ristrette in materia di scienza, di storia, di filosofia e di critica, ne uscì dopo tre anni con delle conoscenze generali che nessuna donna, per quanto notevole, né alcun uomo aveva potuto dargli, e non ha potuto ottenerle che dall'insieme delle idee e del movimento in seno al quale aveva vissuto, osservatore di uno spirito acuto, di un'anima suscettibile del più rapido e considerevole sviluppo.
Capitolo XIII
Prosieguo del soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo. - Sue
relazioni con il cavaliere Silferhielm. - Nuove opere di Saint-Martin: l'Homme de désir,
il Nouvel Homme. - Saint-Martin e Schelling. - L'Ecce Homo scritto per la duchessa di
Bourbon. - La trasformazione filosofica dell'autore.
(1788 1791)
________________
Il nipote di Swedenborg, attirato a sua volta dalla vecchia
città imperiale del Reno diventata francese, ma accogliente con distinzione un gran
numero di illustri stranieri, vi incontrò Saint-Martin ed ebbe su di lui un forte
ascendente. Avvenne all'inizio del soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo, epoca in cui
era ancora preso dalle idee e dalle opere del teosofo scandinavo. Si legò dunque a
Silferhielm nell'interesse dei suoi studi più cari e scrisse, dietro suo consiglio, la
sua opera Le Nouvel Homme. In seguito, iniziato alla scienza di Boehme, avrebbe seguito
nella stesura del suo scritto la direzione di quest'ultimo che si occupava di un mondo
spirituale molto diverso da quello di Swedenborg.
Infatti, è con gli spiriti dei defunti che il saggio
minerologo di Stoccolma si intratteneva più intimamente, mentre le aspirazioni di Boehme andavano molto più lontano e le sue ispirazioni provenivano da molto più in alto. Ma a
quell'epoca, Swedenborg era ancora per Saint-Martin una guida molto più seguita che al
momento stesso in cui si incontrava con il parente del celebre veggente; era appena stato
pubblicata, se non la più completa, quantomeno la più facile delle Relazioni sulla sua
dottrina che esista in francese, il Compendio delle opere di Emmanuel Swedenborg.
Quest'opera, pubblicata a Stoccolma, stando al titolo che porta, mi sembra essere in
realtà apparsa a Strasburgo, a giudicare da tutto l'aspetto tipografico.
C'era allora in questa città un forte interesse per lo
straordinario. Erano trascorsi solo pochi anni da quando Strasburgo aveva accolto
Cagliostro con un entusiasmo che offuscava tutte le manifestazioni più eclatanti di cui
il celebre siciliano era stato oggetto altrove. Si capisce dunque con quale simpatia si
accolse il viaggiatore svedese e l'ascendente che esercitò in certi circoli il nipote
dell'uomo del secolo che condivideva ancora, anche dopo la sua morte, con Cagliostro e
Lavater il rispetto che gli amici della scienza celeste prodigavano così generosamente a
quelli che ritenevano ben iniziati ai misteri dell'eternità. Il cavaliere Silferhielm
piaceva lui stesso, a prescindere da suo zio o dalle attrattive della sua dottrina. Le sue
parole erano impregnate di quella semplicità
che caratterizza il volume che ho appena menzionato e che parla della vita dei cieli senza
alcuna affettazione di mistero, né nelle idee né nel linguaggio. Ben lungi, è un
singolare lasciar fluire che vi domina. Innanzitutto tutta questa dogmatica celeste è
tratta dai testi di Swedenborg e, a dispetto di ogni saccente dimostrazione, appoggiata
unicamente sulle visioni avute. Queste visioni, poi, non hanno niente di tanto misterioso
né di molto strano. Si tratta da una parte della terra, delle sue abitudini, idee,
costumi, del suo idioma e della sua scrittura, trasportate nei cieli o negli inferi. Sono
d'altro canto gli inferi ed i cieli con i loro abitanti, le loro vedute e la loro lingua,
trasportate sulla terra. Ne risulta che, lungi dal sentirsi troppo sorpresi, non ci si
trovi piuttosto spaesati.
Ebbene, per niente tale il modo di procedere ordinario di
Saint-Martin, né quello del suo maestro dom Martinez e dei suoi amici. Essi amano i
termini astratti e misteriosi. Hanno uno stile di convenzione; considerano le parole
astrale, centro, increato, causa attiva ed intelligente, numeri, misure ed altre nel loro
senso. Nell'esposto della dottrina di Swedenborg, al contrario, ogni cosa è chiamata con
il suo nome vero. Il mistero non vi è assente, ma è nel pensiero più che nella frase.
Infatti Swedenborg dice espressamente: "Il senso spirituale è nascosto in tutti i
termini ed in tutti i passaggi della Scrittura; ecco perché è santa e divinamente
ispirata".
Si trovava dunque nel barone di Silferhielm e nella dottrina
che professava, soprattutto in quei commentari che trasmettono la tradizione orale, una
duplice attrattiva, il mistero nel pensiero e la semplicità nel linguaggio. Ecco
l'ascendente che Saint-Martin subì quando compose, su richiesta del cavaliere, la sua
quarta opera, il Nouvel Homme.
Questo volume non apparve che nel 1796, ma fu scritto a
Strasburgo e ci mostra in quale situazione si trovava l'autore in quel periodo. Infatti,
per merito di quella semplicità di linguaggio gradita dal cavaliere, vi si trovano pagine
di assoluta chiarezza ed in un eccellente stile; ma riguardo alla dottrina, questa ne
appare più alta e più bella più in apparenza che nella sostanza.
Eccone l'idea fondamentale.
L'anima dell'uomo è primigeniamente un pensiero di Dio; ma
l'uomo non è più ciò che fu in principio. E' il vecchio uomo e occorre che diventi il nuovo uomo, l'uomo
primigenio; occorre quanto meno che diventi quello che ha voluto il pensiero creatore. Per
rientrare nella sua vera natura, impari a pensare attraverso il suo vero principio. In
questo pensiero è il suo rigenerarsi ed in questa rigenerazione la sua potenza, la sua
gloria. Darà ai suoi sensi offuscati, imprigionati, l'apertura che manca loro. Darà al
suo essere lo sboccio, che dico, l'esplosione che reclama. Lo renderà simile a Dio
onnipotente, padrone dell'universo, in quanto in fondo, molto in fondo, l'uomo è il
pensiero divino.
Questa dottrina non è né quella dei testi sacri né quella
della pura ragione ma, è risaputo, nessun mistico si mantiene nei limiti dell'uno o
dell'altro di questi due domini; al contrario, è nella natura stessa del misticismo
scavalcare entrambi con la stessa disinvoltura. Ma il punto di partenza di quelle vedute
essenzialmente metafisiche è essenzialmente biblico e razionale. Soltanto la portata di
tutti gli elementi che ne forniscono il fondamento è forzata.
In effetti, l'uomo o la sua anima è davvero un'opera del
pensiero divino; questo è buon cristianesimo e sana filosofia; ma non è un pensiero di
Dio. Un pensiero di Dio è di Dio e resta a Dio. Non si altera; non diventa un uomo, né
il vecchio uomo, né il nuovo uomo. Preso alla lettera, il linguaggio di Saint-Martin
insegnerebbe in realtà quel panteismo mistico che si trova presso tutti quei teosofi
orientali ed occidentali del medio evo e del nostro che, col voler glorificare a tutti i
costi la Divinità in tutto, la confondono con tutto. Ma non è così che la pensa. L'uomo
è per lui una creazione del pensiero divino e non un pensiero di Dio. Saint-Martin si
slancia talvolta nelle vie dell'estasi, ma non giunge fino al panteismo; non professa né
quello della Qabalah né quello della Gnosi, né quello di Xenofane né quello di Spinosa.
Ben lungi, in questo stesso libro combatte lo spinosismo, che gli fa orrore come a
Malebranche. Ai nostri giorni, cerchiamo di essere sobri nei giudizi, il passato ce ne
dispensa, ha operato per due. Noi amiamo la precisione ma indulgendo sui termini,
rispettiamo il pensiero. Sviluppando i nostri doni di investigazione sulla via del
sospetto, finiremmo per vedere del panteismo in molti testi, anche nei più apostolici e
credo veramente, tanto siamo diventati aggressivi, che non permetteremmo più a nessuno di
parlare come San Paolo, che dice agli epicurei ed agli stoici di Atene, sulle alture
dell'Areopago, sulla piazza del mercato: "E' in lui (Dio) che noi siamo e che ci
muoviamo".
Saint-Martin dice invero delle cose strane, inaccettabili
per gli spiriti critici. Egli afferma che Dio stesso non prende corpo che con il suo
operare; che il Microthéos, l'uomo, il piccolo Dio, corrisponde al Macrothéos, al grande
Dio; che l'uomo è spirito divino; che la creatura deve continuare, nel luogo suo proprio,
il pensiero, la parola e l'opera di Dio. Non occorrerebbe che interpretarlo, in testi di
questo genere, con un po' di buona volontà per trovarlo intieramente schellinghiano. Per
esempio, egli dice addirittura: "Il primo momento della creazione è la distinzione
della creatura dal Creatore. Il secondo momento è la riunione nella diversità".
Questo darebbe a chi lo volesse assolutamente il principio stesso del sistema
dell'identità. Ma, si sa, nulla resiste ad un interprete fermamente deciso a trovare in
qualche testo, un po' forzatamente da una parte ed un po' aiutandosi dall'altra, ciò che
vi cerca. Si è praticato questo sistema al riguardo di Schelling e di Saint-Martin, e si
sono trovate tra i due pensatori stupefacenti analogie. Eppure Saint-Martin che ha potuto
sfiorare la Germania come viandante e risiedere a Strasburgo quando Schelling pubblicava i
suoi primi scritti, non ha mai letto una pagina né professato una qualunque teoria del
suo illustre contemporaneo. E' vero che si trovano con Schelling notevoli analogie, ma
sono facilmente spiegabili con la fonte comune dove entrambi attinsero con troppa
disinvoltura, mi riferisco al filosofo teutonico.
Tuttavia, nel periodo in cui il Nouvel Homme fu scritto,
Saint-Martin conosceva poco o punto le opere di Boehme e non fu lì che attinse le sue
parvenze di panteismo. Le aveva prese alla scuola di Bordeaux.
In quanto al suo Nouvel Homme, ci dice che più tardi
avrebbe fatto il suo libro diversamente. Questo non è molto chiaro. Concepì il suo
progetto e l'abbozzò nei primi mesi del suo incontro con il nipote di Swedenborg, ma non
lo terminò che nel periodo in cui seguiva con tanto ardore lo studio di Jacob Boehme.
L'ascendente del celebre teosofo dovrebbe dunque farvisi sentire per il fatto che la
novità delle impressioni o delle idee ne accresce l'influenza; e poiché non pubblicò
l'opera che sei o sette anni dopo, aveva tutto il tempo di correggervi quanto non gli
andava più nel 1796.
Due ragioni mi fanno ritenere, infatti, che nell'intervallo
lo ritoccò più di quanto non dica. Innanzitutto
lo spirito dell'opera stessa considerata nelle sue affinità con il teosofo teutonico. La dichiarazione poi dell'autore
che avrebbe dovuto scriverlo diversamente per intero. Non si capisce a questo punto la
necessità di questo correggere se non per cercare di farlo seriamente. D'altronde,
perché avrebbe pubblicato nel 1796 un libro redatto nel 1789 che non esprimeva più la
sua vera dottrina? Così, di fatto, non è stato. Al contrario, il Nouvel Homme è, a
giusto titolo, il vero specchio di tutta la sua filosofia.
Tuttavia, un libro ispirato dal nipote di Swedenborg deve
contenere qualche traccia della dottrina di quest'ultimo, e questa traccia appare
realmente in alcuni punti di vista fondamentali. Così Saint-Martin ci dice che
l'universo, l'universo temporale o sensibile, il piccolo mondo, è staccato dall'universo
eterno, il grande mondo, e pertanto anche staccato dall'angelo di questo; ma che cesserà
di esistere nella sua differenza nel momento in cui sarà completamente riempito
dall'eternità. E' attraverso l'organo uomo, corrispondente all'organo Dio, che si compie
questo magnifico processo. Il nostro rientro nel pensiero divino consegue alla venuta di
questo nella nostra anima dove, per mantenere lo stile figurato dell'autore, la nostra
resurrezione con Dio non può avvenire che attraverso il seppellimento di Dio in noi. La
sua venuta in noi genera il nouvel homme. Noi abbiamo perso la filialità di Dio, il
Figlio di Dio ce la restituisce; ci restituisce Dio riconducendoci a Dio.
Tutto questo risente delle teorie di Swedenborg ma il resto
è prettamente di Saint-Martin, ed alcune delle visioni più essenziali dell'opera sono di
un teosofo che va per la sua strada.
Saint-Martin abbozzò a Strasburgo una seconda opera che
pubblicò più tardi ed ancora sotto un titolo biblico, Ecce Homo. Lo compose, non su
richiesta, ma per le particolari necessità della duchessa di Bourbon e ci dice lui
stesso, nella sua curiosa lettera a Kirchberger del 28 settembre 1792, il disegno che
perseguiva. La religiosità un po' ristretta della principessa, la sua tendenza ad
aiutarsi con qualsiasi mezzo, la sua fede esagerata per le meraviglie dei magnetizzatori e
per gli oracoli dei sonnambuli, ricevevano troppe sollecitazioni nella città dove
Cagliostro aveva fatto così facilmente tanti miracoli, e M. de Puységur tante cure. Le
preoccupazioni e gli sconvolgimenti dell'epoca generavano una rara curiosità e singolari
investigazioni sul futuro. La principessa, molto preoccupata della sua posizione personale
dopo l'emigrazione di un marito uscito dalla Francia con suo padre e suo figlio, nutriva
volentieri le sue predisposizioni naturali per ogni genere di credulità e questo
preoccupò Saint-Martin. Ebbe di questo, ci dice, une vive notion. Significa questo che la
sua amicizia gli fece vedere con grande chiarezza il suo dovere di illuminare la
principessa? oppure ci vuol dire che la sua mente concepì molto chiaramente l'idea del
mezzo che doveva impiegare? Esaminando l'opuscolo che scrisse, inclino per quest'ultima
ipotesi.
Comunque sia, vi descrive con una eloquenza commossa e
sovente molto felice, lo splendore di cui era rivestito l'uomo entrando nella creazione,
le disgrazie in cui è caduto dando ascolto al principe del disordine che non cessa di
fargli sentire la sua potenza, e la gloria alla quale è destinato a ritornare se si
lascia ricondurre sulla retta via.
L'Ecce Homo è così il Nouvel Homme sotto una forma più
popolare. E Saint-Martin è poderoso nel suo ruolo di pittore della decadenza umana. Nella
veste di sincero Giovenale dell'umanità, è molto incisivo quando abborda le false
missioni e le false manifestazioni del tempo. Le false missioni, sono le chiaroveggenze e
le meravigliose cure del magnetismo; le false manifestazioni, sono tutte quelle
apparizioni che spiriti della regione astrale fanno a quelli che, in qualche modo, sanno
mettersi in contatto con essi. E' il principio delle tenebre che le ha sovente portate
avanti e le porta sempre avanti a seconda della diversità dei tempi. "Uno dei segni
particolari che deve metterci in guardia riguardo a queste missioni straordinarie, è che
per lo più sono le donne ad essere scelte invece degli uomini per essere riempite di
favori. Queste missioni ne promettono sempre ai loro agenti... Per qualche uomo che occupi
un ruolo in molte di queste meraviglie e di queste manifestazioni, le donne vi si
inseriscono a frotte e sono quasi ovunque impiegate per esserne gli organi e le
missionarie. Con una abilità che ci getta in aberrazioni ben funeste, il principio delle
tenebre fa sì che con semplici potenze spirituali, semplici potenze elementari o
figurative, forse anche con potenze di riprovazione, ci crediamo rivestiti di potenze di
Dio! E' così che questo perfido principe vela il nostro titolo umiliando l'Ecce Homo, che
conserva in noi l'orgoglio e l'ambizione di voler brillare attraverso le nostre potenze.
E' così che fece la Servante des Actes!"
Saint-Martin, in questo passaggio, allude alla pitonessa di
Filippi, schiava che arricchiva i suoi padroni con predizioni che vendeva per denaro.
Questo fatto calzava perfettamente coi disegni dell'autore. Stabiliva questi tre punti:
che gli spiriti che comunicano questo dono scelgono come veicolo le donne; che sono, o
possono essere tanto geni cattivi come buoni; che in questo caso, invece di cercare di
conservarli ed invece di seguirli, bisogna scacciarli come fece San Paolo con lo spirito
di Python.
La circostanza che una serva nutriva i suoi padroni con
questo commercio, aggiungeva forza alla lezione deducibile da questo esempio.
Tuttavia Saint-Martin non vuole andare troppo oltre. Non
vuole dire che non ci sono spiriti buoni che entrano in comunicazione con gli uomini; che
bisogna rompere ogni contatto con il mondo spirituale; che tutti quelli che ne trasmettono
gli oracoli sono degli impostori. Saint-Martin, che pensa il contrario, non vuole
insegnare cose simili e verso la fine del suo opuscolo, come spaventato dal suo impeto,
addolcisce gli atteggiamenti un po' infuocati che ha assunto con piglio così vigoroso.
Proclama la buona fede degli agenti di queste missioni, di queste manifestazioni e di
queste promesse. Ammette l'esistenza di quelle che vengono chiamate le cose straordinarie
ed in particolare il potere di fare cure meravigliose.
Crede così tanto ai miracoli e ne vuole talmente che di
colpo perviene ad una aggressione molto forte, e molto inattesa, contro i ministri della
religione, per la negligenza o l'impotenza riguardo allo straordinario. Dei quattro poteri
che i loro fondatori hanno esercitato, ne hanno tralasciati due: quello di conoscere i
misteri del regno di Dio e quello di guarire le malattie. Non esercitano più che quello
di operare la Cena del Signore e rimettere i
peccati.
La frase operare la Cena è bizzarra ma, credo di averlo
già fatto notare, Saint-Martin chiama volentieri operazioni gli atti di culto.
Vengono poi dei consigli agli uomini di desiderio, alle
anime cioè che aspirano a riprendere gli splendori della loro grandezza originale,
l'immagine di Dio, di quel Dio che, nel suo abbassamento terrestre e nell'ultimo giorno
della sua manifestazione, fece dire di lui, con sdegno, : Ecco l'uomo! Queste parole le si
sarebbe dette con adorazione se si avesse conosciuto quello che ne fu l'oggetto. Le si
direbbe anche con ammirazione dell'uomo, se riprendesse la sua potenza primitiva.
Con questi consigli termina il piccolo opuscolo fatto per
una principessa che ne aveva un così grande bisogno.
Saint-Martin pubblicò, durante il suo soggiorno a
Strasburgo, un'altra opera scritta in questa città dove vedeva tanta gente che
frequentava con assiduità. Cominciato a Londra, su istanza di Thiemann, sotto il titolo
di l'Homme de désir, titolo ricavato dai testi e dal linguaggio di dom Martinez, i suoi
due piccoli volumi apparvero a Lione nel 1790. Ignoro se l'autore si sia recato lui stesso
in questa città durante il suo soggiorno in Alsazia, o se ne affidò la stampa ai suoi
amici. Sembra che gradisse pubblicare a Lione, dove aveva contatti librari e partigiani
devoti.
Si qualifica quest'opera come Raccolta di inni e sono
veramente pagine di un'ardente aspirazione verso lo stato primitivo dell'anima; sono
veramente pagine ispirate, in uno stile elevato ed in qualche maniera davidiche: ma non è
poesia. In quanto a creatività, a malapena si intravede un'idea poco attesa o un'immagine
nuova. Non si deve neppure cercare un progresso sensibile nel pensiero. E' tuttavia il
lavoro di un filosofo profondamente religioso. Alcune persone, il celebre Lavater ed il
fedele barone di Liebisdorf in testa, ne hanno proclamato l'eccellenza: il secondo, con
abbandono; il primo confessando che non ne capiva sempre la dottrina. L'autore stesso ci
dice che vi ha seminato qua e là, quasi un'anticipazione profetica, dei germi che lo
studio ulteriore di Jacob Boehme ha più tardi meglio sviluppato nel suo pensiero. Vedere
nelle proprie pagine, dopo qualche tempo, un po' di più di quanto non si fosse visto
scrivendole, è una fortuna così rara che bisogna congratularsene quando lo si riscontra.
Tuttavia l'autore non si lascia andare a queste ammissioni che si potrebbero prendere per
amor proprio, che accettando gli elogi così lusinghieri e così vivi dell'erudito barone
di Berna e dell'eloquente predicatore di Zurigo. Ritengo, d'altronde, che il fenomeno si
spieghi naturalmente. Può accaderci facilmente, quando dopo qualche tempo e dopo notevoli
progressi rileggiamo le nostre pagine, di vedere con altre angolazioni della nostra mente
gli argomenti prima imperfettamente trattati. In questo caso, se distinguiamo bene le
diverse epoche delle nostre meditazioni ed i differenti stati d'animo, non ci facciamo
alcuna illusione e lungi dall'attribuire al nostro passato delle prospettive profetiche,
vi vediamo piuttosto le nostre antiche tenebre. Se, al contrario, non scindiamo con cura
il passato ed il presente, è evidente che ci riteniamo essere stati più profeti di
quanto non lo siamo stati.
Ciò che è accaduto nell'animo di Saint-Martin riguardo al
suo Homme de désir, si spiega facilmente con il fatto che in poco tempo ha fatto
sensibili progressi.
Infatti, il celebre teosofo in Alsazia ne ha fatti di
maggiori di quanto lui stesso credesse. Il suo soggiorno in questa città si era
prolungato per tre anni quando ne fu strappato così violentemente da un ordine del padre.
Il dolore che provò e la fretta che mise nel ritornarvi, in nome del "subbuglio di
Varennes" che, certamente, non aveva niente a che fare con questa storia, dimostra
chiaramente quanto tenesse a questa residenza. La sola vera e grande ragione di questo
attaccamento, non è nel suo cuore e nelle sue relazioni con madame de Boecklin,
nonostante quello che crede e che dice, ma nel suo spirito e nelle conquiste fatte a
Strasburgo che bisogna cercarla. Madame de Boecklin, la spirituale tedesca che gli ha
fatto imparare la lingua di Boehme, non è che il simbolo più sensibile della sua
trasformazione, che l'oggetto amato al quale la sua mistica tenerezza ama collegare il suo
entusiasmo. Saint-Martin ha provato a Strasburgo, con l'aiuto di un'anima grande ed
affettuosa, il più nobile godimento dello spirito, il sentimento di una potente
modificazione. E di volta in volta attribuisce questa modificazione agli scritti di un
teosofo che lo trasportò in una sfera superiore a quella dove era vissuto finora, ed alle
conversazioni con la persona che gli aprì quei nuovi orizzonti.
Basterebbe questo, credo, a spiegare il suo entusiasmo per
Strasburgo come la trasformazione che vi subì, ma non è tutto: non è neppure
l'essenziale per spiegarli entrambi.
Abitualmente molto serio e riservato in nome della sua
ragione, molto sottomesso in nome della sua fede, Saint-Martin era per sua natura vigile
fino alla petulanza, gaio fino all'epigramma, attivo al punto da voler tutto comprendere,
di una prodigiosa ricettività di spirito e di cuore. Il suo spirito, formato dall'Art de
se connaître soi-même di Abbadie, dalle Méditations di Cartesio e dal Contrat social e
l'Emile di Rousseau, molto impressionabile ed eccitato, era stato profondamente colpito
dallo spettacolo della libera Inghilterra. Di colpo trasportato in Italia, passa da Roma,
senza transizione, in una città francese di nome ma tedesca e protestante di pensiero;
una città dove singolarmente si trovava bene una colonia francese molto numerosa e
potente ma piena di curiosità e di deferenza per le novità in cui si trovò coinvolta e
che non aveva neppur lontanamente supposte. In quel periodo questo dava a Strasburgo il
più singolare degli aspetti. Stranieri di rilievo per nascita ed agiatezza, attirati
dall'amore per questa specie di Francia ancora così tedesca e così cordiale nei costumi
ma già così francese per simpatia ed idee, incrementavano lo sviluppo del commercio e le
fonti di istruzione. In generale, quest'epoca era bella. Si era nel 1788. Era l'aurora
delle più vive aspirazioni del pensiero nazionale ai suoi più gloriosi destini. Le
utopie della ragione, in quanto anche lei ha le sue utopie, non erano escluse da questo
movimento universale ma peraltro molto pacifico degli animi. Accenti commossi, echeggianti
sulle rive un po' agitate della Senna, facevano vibrare tutti i cuori tra quei francesi
delle rive del Reno, ancora così giovani negli annali del paese. Nelle contrade vicine,
il fermento, leggermente diverso, non era meno bello. Era più serio. Ci trovavamo
nell'era dei più grandi ed arditi insegnamenti della filosofia tedesca. Il magnifico
complemento della Critica della ragion pura, quella della ragion pratica apparve nel
momento in cui il Filosofo Incognito, già celebre, si era appena istallato a Strasburgo.
Non conosceva ancora il tedesco e non lo conobbe mai abbastanza per leggere con facilità
gli scritti di Kant. Ma quegli scritti erano letti, magari non in tutte le famiglie che
frequentava ma quantomeno in quelle di cui maggiormente si onorava di essere accolto.
Smuovevano tutto, modificavano tutti gli studi e davano a tutte le idee un'importanza
finora mai accordata ai prodotti astratti del pensiero. Si respirava quell'arditezza di
esame e di critica, quelle nobili virtù dello spirito, non solo nelle opere di filosofia,
ma nei libri di morale, di politica e di letteratura. Strasburgo, è vero, non offriva
pensatori eminenti, scrittori nazionali. Da ottant'anni
i suoi poeti ed i suoi oratori, balbettando appena il francese, pubblicano le loro
opere in tedesco e perfino in Germania. Tuttavia si direbbe che, francesi per conquista da
sette generazioni senza esserlo né di costumi né di lingua, si spazientivano essi stessi
per la loro strana situazione. Tant'è che i principi e l'intero movimento nazionale del
1788 e 1789 non riscontrarono in alcuna parte della Francia, nemmeno a Parigi, più accese
simpatie. Lo spirito protestante, molto felice del suo diritto di esame, che non è
peraltro monopolio di nessuno, lo spirito filosofico, rigonfio delle sue recenti libertà
e delle future prospettive di trionfo, vi si appoggiavano entrambi, lusingati anche là
dove si diffidava un poco di quelle libertà e di quelle prospettive che d'altronde hanno
sempre per loro la stessa legittimità.
Ecco l'atmosfera, così nuova per lui, che Saint-Martin
ritornato dall'Italia si sentì tanto più felice di respirare in quanto maggiormente
differiva da quella da cui usciva ed alla quale era meglio preparato dalla lettura di
Rousseau e dallo studio di Burlamaqui. Così, lungi dal trovarsi spaesato, vi si muoveva
con inusitata voluttà, godendo di un benessere spirituale che nulla veniva a turbare. Si
era liberi in questo paese, punto franco; abbastanza filosofi, affatto deisti. Di quelle
tendenze verso il sensualismo volgare che sfociavano altrove fino al materialismo e
rasentavano l'ateismo, non vi erano neppure dei rappresentanti in Alsazia. Si trattava di
due di quelle aberrazioni che Saint-Martin detestava maggiormente e che più si irritava
di dover combattere.
Tali sono le vere cause della trasformazione che sentì in
tutto il suo essere ed ecco il segreto del suo entusiasmo per la persona che fu per lui la
personificazione di Strasburgo. La mia carissima B. non è un mito ma un simbolo nella
vita del teosofo.
I risultati o i frutti positivi della sua metamorfosi
filosofica sono per l'osservatore attento altrettanto sensibili di quelli della sua
trasformazione mistica. Le tre opere composte o abbozzate in Alsazia contengono numerose
tracce di abitudini nuove, più pure, più seriamente speculative. La risoluzione così
grave che dovrà prendere qualche anno più tardi, di abbracciare la via
dell'insegnamento; la sua entrata nelle scuole normali per prepararvisi, la lotta che vi
sosterrà, non in nome dello spiritualismo contro il materialismo, ma in nome del
razionalismo contro il sensualismo; la scienza e la fermezza che metterà a confutare un
maestro celebre e abile: ecco i frutti ed i risultati della sua trasformazione filosofica.
Tuttavia tre anni di carestia succedettero ai tre anni di
abbondanza che fecero l'incanto di tutta la sua vita e la più dolce consolazione dei suoi
ultimi anni, e dal paradiso delle rive del Reno, bisogna ora passare con Saint-Martin
nell'inferno delle rive della Loira, ad Amboise. Abbiamo visto con quale dolore si sentì
strappare da Strasburgo dagli ordini di richiamo di suo padre. Quegli ordini furono
tuttavia la sua salvezza. Non trovò nella sua umile città natale né i Lebas né i
Saint-Just, che avrebbe incontrato a Strasburgo, preceduti dai fanatici più inesorabili e
seguiti dai più grossolani imitatori. Se avesse potuto prolungare di un solo anno il suo
soggiorno in quella città dove incessantemente ardeva ritornare, quale aberrazione, quali
crimini e quali vuoti vi avrebbe trovato al posto di tutti gli incantesimi che avevano
rapito la sua anima avida di insegnamenti e fatta per ogni genere di luci!
Capitolo XIV
Soggiorno ad Amboise. - Corrispondenza con madame de
Boecklin e con il barone di Liebisdorf. - Lettera sul 10 agosto. - Morte del padre di
Saint-Martin. - La marchesa dell'Estenduère. Mademoiselle de Sombreuil. - Note sulla
morte di Luigi XVI.
(1791 - 1793)
_____________
Saint-Martin, richiamato dal
padre che si credeva in punto di morte, lasciò definitivamente Strasburgo nei
primi giorni di luglio del 1791, per recarsi presso di lui ad Amboise. Sembra che suo
padre si sia ristabilito abbastanza bene da richiedere poche cure e lasciarlo così alle
prese con il dolore della sua separazione da Strasburgo. Questo dolore è vivo ed
eloquente. Dal suo paradiso, è piombato nel suo inferno; in quanto Amboise è il suo
inferno ed è un inferno di ghiaccio. Se non fosse per lo studio del suo carissimo B
(oehme) e le lettere della sua carissima B (oecklin), non riuscirebbe a sopportare il suo
esilio. Perché si sente in esilio. La residenza di sua scelta, il paese del suo cuore, è
l'Alsazia. In confronto al suo attaccamento per questo paradiso impallidiscono anche
quelli di Goethe e dell'Alfieri. Lo dice in ogni maniera e la sua pena è sincera; è la
privazione delle sue maggiori gioie. Ha con sé gli scritti del suo maestro ma conosce
troppo poco il tedesco per capirli senza l'aiuto della sua amica le cui parole compiacenti
e dolci appianavano le difficoltà e rivestivano di magia anche quelle che non trovavano
soluzioni.
Saint-Martin è da capire. Invece di quella élite di
ufficiali, di eruditi, di donne della migliore società, di adepti entusiasti o di
iniziatori distinti, che ha appena lasciato in una grande città confluente della Francia
e della Germania, élite alla quale dei vivi affetti donavano i più seducenti dei
fascini, era ridotto a convivere con un vecchio piuttosto sofferente ma poco malato e
proprio per niente martinista. In un'anima così tenera, così avida di relazioni di ogni
genere, di un'attività così ardente nella sua missione e nella sua opera, questa
sofferenza fu viva. Il sentirla, non è di una pusillanimità che si abbandona, è di una
forza esuberante che si dibatte nella prigionia.
Tuttavia la situazione, dapprima dura, ben presto si
addolcì e sei mesi dopo l'arrivo di Saint-Martin nella sua città natale, cioè dal mese
di gennaio del 1792, se si sente ancora accasciato, comincia tuttavia a vedere che questa
prova è voluta, che rientra nel piano o, come dice, nel decreto di colui che lo guida. E'
geniale attribuire a Dio disegni di benevolenza verso la sua persona. E' nel suo destino
di avvicinarsi alla meta e di non raggiungerla. Se fosse rimasto a Strasburgo ancora un
po', l'avrebbe raggiunta. E' quello che non doveva accadere; sarebbe stato andare al di
là di quanto è opportuno ad un essere di condizione umana.
"Quasi tutte le circostanze della mia vita mi hanno
provato che c'era su di me un decreto che mi condannava a non lasciarmi che avvicinare
alla meta ed a non toccarla; ma non avevo ancora scoperto lo spirito di questo decreto. E'
oggi, 31 gennaio 1792, che questa conoscenza mi è stata data. Mi insegna che questo
decreto grava su di me per una prudenza della saggezza in quanto se avessi avuto delle
circostanze favorevoli quanto le inclinazioni del mio spirito, mi sarei inoltrato più lontano di quanto non convenga ad un essere in
privazione ed avrei comunicato ciò che deve forse rimanere ancora nascosto, tanto il mio
astrale era trasparente. Non parlo delle scienze umane nelle quali avrei potuto anche
troppo soffermarmi e che avrebbero potuto nuocermi in più di un senso".
Per capire il rischio sublime che gli faceva correre la sua
celeste trasparenza, occorre ricordarsi di quanto abbiamo detto del suo astrale sin dal
primo capitolo; e bisogna convenire, alla luce di questi apprezzamenti su se stesso, che
non ci si rassegna di buon grado né con maggior spirito al beneficio dell'amor proprio.
Ma, oh vane illusioni quelle dell'uomo! Saint-Martin non è
affatto rassegnato e quanto prima giungiamo ad una recrudescenza delle nostalgia.
Ricordatevi questo testo: "A Pasqua tutto era sistemato, scrive nel suo Portrait, per
tornare dalla mia amica, quando una nuova malattia di mio padre sopraggiunse, all'istante
prefisso, a bloccare tutti i miei progetti". E vedete quanto valgono le consolazioni
più ingegnose che ci si prodiga: fin quando il cuore è malato, autentica Rachele delle
montagne di Ephraïm, non vuole essere
consolato. Poco fa, era in seguito ad un ammirevole decreto di Dio che il filosofo era
stato richiamato da Strasburgo, dove il suo spirito andava inevitabilmente troppo lontano.
Ne è fermamente convinto, eppure, senza questa circostanza che deplora, andava a
Strasburgo; rischiava arditamente di raggiungere "la meta che era nel suo destino di
avvicinare senza raggiungerla". L'uomo più puro è un abisso di incoerenza finché
non ha avuto il suo 31 gennaio!
Vi furono per Saint-Martin altre consolazioni durante quegli
anni di privazioni; andando sovente dal suo inferno al suo purgatorio, a Parigi, e vi
pubblicò, quell'anno, il Nouvel Homme e l'Ecce Homo, scritti a Strasburgo, come abbiamo
detto.
Vi incontrò sovente la sua pupilla spirituale, la duchessa
di Bourbon che, dopo aver lasciato Strasburgo, risiedeva talora al palazzo Bourbon,
talaltro nel suo castello di Petit-Bourg. Saint-Martin recandosi di volta in volta al
castello ed al palazzo, vi risiedeva, quantomeno al palazzo, anche quando la sua regale
amica era assente. Vi si faceva indirizzare la posta. Non ritornava ad Amboise che negli
intervalli di quei viaggi, continuando ovunque i suoi studi favoriti, la lettura del
grande mistico tedesco.
Si trovava a Parigi presso la sua illustre ospite, quando il
più entusiasta di tutti i suoi lettori, il barone Kirchberger de Liebisdorf, avviò con
lui quella corrispondenza così pregna di misticità, di confidenze e di reticenze
teosofiche, che si prolungò per sette anni e che, vertendo inizialmente sulle prime opere
di Saint-Martin e la sua prima scuola, ebbe ben presto come principale oggetto gli scritti
di Boehme. In aggiunta alla sua corrispondenza con madame de Boecklin, sfortunatamente
rimasta introvabile finora, quei contatti così regolari e costanti furono per
Saint-Martin fonte di grandi soddisfazioni e forse quella di qualche studio che non
avrebbe intrapreso senza lo stimolo ricevuto dal suo adepto. Liebisdorf, membro del
consiglio sovrano di Berna e di varie commissioni cantonali o municipali, era un uomo di
grande spirito, molto istruito, interlocutore vivace e curioso come un tedesco che vuole
sapere tutto il conoscibile, con le buone maniere s'intende, buon conoscitore del suo Kant
e delle scienze naturali; ma fuorviato da illustri amicizie, soprattutto da quella di
Bernoulli e dagli elogi prematuri che Rousseau gli aveva dato in gioventù. Tutto questo
però non dispiaceva a Saint-Martin, abbelliva singolarmente una relazione frutto di una
sincera ammirazione. La sua corrispondenza molto coscienziosa con lo spirituale e credente
bernese diventò un punto fermo della sua vita. Quelli che ne hanno di simili le hanno
talvolta considerate come una delle loro missioni più serie, ed altri hanno spezzato le
loro nel timore di non poter fronteggiare occupazioni meno piacevoli ma più imperative.
Sin dalla sua prima lettera (28 maggio 1792), il barone
affronta gli argomenti che hanno fatto nascere nella sua mente gli scritti di
Saint-Martin.
"Avete sovente, dice, coperto con un velo verità
importanti; l'autore degli Erreurs et de la Vérité non si sottrarrà a qualche
chiarimento. Credo di aver indovinato cosa intendete sotto la denominazione di Causa
attiva ed intelligente, e capito il senso della parola Virtù. La prima è la verità per
eccellenza, ma è la conoscenza fisica, conoscenza non soggetta ad alcuna illusione, che
mi parrebbe il grande nodo dell'opera. I nostri sensi e la nostra immaginazione parlano
talvolta così forte, ed il nostro sentimento interiore forse ancor di più, che non siamo
sempre in grado di sentire la voce dolce e delicata della verità. Come arrivare con
certezza a quella conoscenza fisica della Causa attiva ed intelligente?
"Le Virtù sono degli aiuti?
"E come la conoscenza fisica delle Virtù stesse
diventa possibile?"
Ecco le prime domande di Liebisdorf.
Aggiunge anche la preghiera di volergli comunicare i libri
usciti dalla penna si Saint-Martin.
Sarebbe occorso un trattato e non una semplice lettera per
rispondere a tutto questo. Saint-Martin ne viene fuori come si fa in questi casi. Usa
frasi di cortesia, suggerisce dei testi biblici, dà dei consigli in stile figurato e
qualche indicazione bibliografica. Voleva essere breve ed ha scritto una lettera molto
lunga. Per moderare un poco l'ardore troppo assillante del suo adepto, ha insistito
particolarmente su di un punto, il tempo che richiede ogni buona vegetazione, anche sotto
le cure del migliore dei giardinieri. Si è dato molto da fare senza riuscire a dare
soluzioni positive. Lo sente e fa capire al barone che il misticismo è meno un brillante
studio od una rapida iniziazione che una santa pratica ed un serio cambiamento.
"Non siate sorpreso, gli dice, che non possa inviarvi
chiarimenti più positivi su una cosa che richiede soltanto esercizio ed esperienza".
Ciò che maggiormente ci interessa della risposta al suo
nuovo amico, è che ci fa conoscere i suoi studi. Legge senza tregua, da una traduzione
inglese, quello di cui dice "non essere degno di sciogliere i nodi dei calzari,
quell'uomo sbalorditivo che considera come la più grande luce che sia apparsa sulla terra
dopo Colui che è la luce stessa". E' a Jacob Boehme che si riferisce.
La corrispondenza prosegue su questi toni per diversi anni.
A volte da allievo a maestro; altre volte da adepto ad iniziatore. Tuttavia si trasforma
in continuazione, per quanto impercettibilmente; verso la fine vi si riscontra un tono
molto diverso da quello degli inizi. Non si tratta più di domande da parte dell'uno e di
istruzioni da parte dell'altro, sono interscambi fraterni. Benché il magistrato di Berna
mantenga al meglio il ruolo originario, quello di discepolo, talvolta gli capita a sua
volta di fare il maestro. Questo accade soprattutto quando si tratta della traduzione del
celebre teosofo di Goerlitz, per la quale Saint-Martin lo consulta continuamente a Berna
come a Strasburgo. Non è dunque strano che i ruoli siano talvolta invertiti. Per quanto
l'adepto non sia mai più avanzato dell'iniziatore, è pur sempre più erudito e non
difetta mai di quella urbanità di cui ci si vantava allora nei circoli delle loro
"Eccellenze di Berna", come dicevano i loro agenti ed i loro sottoposti della
Svizzera francese.
Questa corrispondenza, che non paragono a nessun'altra che
sia stata pubblicata, ma che ha singolari analogie con quella di Young Stilling e di
Salzmann, inedita, e che ho tra le mani, fu un gran bene sia per il cuore che per lo
spirito di Saint-Martin, come ho detto. Fu il suo miglior lavoro e la sua più grande
distrazione nel bel mezzo dei moti del tempo ed in seno ai rimpianti che il soggiorno di
Strasburgo non cessava di procurargli.
Quei rimpianti continuarono a lungo a dominare tutta la sua
mente. Il 10 luglio 1792 scrive ancora queste parole: "Devo dire che questa città di
Strasburgo è una di quelle a cui il mio cuore tiene maggiormente sulla terra e dove,
senza le sinistre circostanze che ci affliggono in questo momento, mi affretterei a
ritornare.". Confessiamolo, occorrevano tesori d'amore per certe persone e le più
generose aspirazioni verso certi studi per far durare a tal punto il suo dolore o il
sentimento delle sue privazioni.
Peraltro la sua fermezza fu assoluta e se l'idea di calmare
i suoi rimpianti ritornando a Strasburgo gli venne più di una volta, quella di scacciare
i temporali incombenti al di là delle frontiere della repubblica non gli venne mai. Di
una stoica impassibilità riguardo ai più grandi e più terribili fatti del tempo, o
piuttosto di una completa fiducia nella speciale protezione di cui era oggetto da parte di
Dio. Calmo e perfino radioso, di una straordinaria serenità nel bel mezzo di quanto
poteva essere un pericolo per altri, Saint-Martin vedeva senza spavento, se non con
distacco, la mano della Provvidenza appesantirsi sul paese e sulla dinastia, sulle vecchie
istituzioni, i capi ed il popolo smarriti. Sempre pieno di speranza in nome di quelle
leggi eterne di cui aveva preferito lo studio a quello della giurisprudenza, fin dai tempi
della scuola di diritto; lo sguardo rivolto verso un orizzonte superiore e molto più
lontano di quello della moltitudine, attraversò gli anni più accesi della rivoluzione,
profondamente colpito, ma non per un solo istante turbato. Meditava gli stessi problemi,
perseguiva la stessa missione, conservava le stesse amicizie. Non aveva bisogno, per
restar fedele al suolo della patria, delle incombenze che l'incatenavano ad Amboise, dei
doveri che lo legavano al palazzo Bourbon, dell'autorità delle opinioni di suo padre o
dell'ascendente delle simpatie della sua regale amica. A malapena i violenti fatti che
scuotono la terra di Francia in quel periodo, riescono talvolta ad abbreviare le lettere
dei due corrispondenti. Sin dall'inizio della rivoluzione, quando non era ancora che un
tentativo di belle riforme, Saint-Martin ha aderito alle nobili ispirazioni del paese.
Questo non stupisca nessuno. Ciò che sorprende è che ne parla con la stessa fermezza nel
1792 come nel 1789. Mentre molti altri filosofi, uomini di lettere, uomini di Stato e
uomini di guerra, si discostano con spavento da avvenimenti pieni di terrore, egli ancora
non vede che dei principi da distinguere dai fatti. Il 12 agosto 1792 scrive al suo amico
di Parigi, dove si è trovato il 10 all'albergo della duchessa di Bourbon, una lettera che
è nello stesso tempo un monumento di prudenza nella condotta e di fermezza nei principi.
E' profondamente colpito, ma per niente abbattuto; non è neppure stordito dal colpo
ricevuto; non scrive come un filosofo che posa, né come uno storico emozionato, ma come
un uomo religioso ed un cittadino convinto, che sa ciò che deve, ciò che vuole e ciò
che può.
Lettera di Saint-Martin a Kirchberger.
Parigi, 12 agosto 1792.
"Non posso scrivervi che poche righe nelle circostanze
presenti che il pubblico rumoreggiare farà senz'altro pervenire a vostra conoscenza. Mi
limito a dirvi che mi trovo rinchiuso a Parigi, essendovi venuto per prendermi cura di una
sorella di passaggio, e non so né quando, né se ne uscirò. Ho bisogno di tutte le mie
facoltà per far fronte al temporale, così non ho il piacere di rispondere alla vostra
lettera del 25 luglio, sarà per un'altra volta. Vi dirò soltanto che ho conosciuto M.
d'Hauterive, e che abbiamo fatto i nostri corsi insieme; ho conosciuto anche M. de La
Croix: sono tutte persone di gran merito.
"A proposito della luce nascosta negli elementi,
leggete 47° Epiter di Boehme; 13-16, quando possederete i suoi tre
principi, leggete, capitoli 15, 2, 48, 50 e capitoli 10, 41.
"Addio, un'altra volta vi dirò di più. Potete
comunque scrivermi se avete qualcosa da comunicarmi, e riceverò con piacere le vostre
lettere, ma non parlatevi che del nostro oggetto".
Le lettere di Berna addolcivano le amarezze del soggiorno ad
Amboise ma non se le rimuoveva dal cuore. Si recò sovente al castello di Petit-Bourg; ma
il padre lo richiamava senza tregua e gli occorse il corriere di Strasburgo per sostenere
il suo coraggio. Abbiamo già detto che si lasciò andare talvolta alla tristezza ed allo
scoraggiamento, al senso del nulla, e che gli
occorse per consolarlo e rinfrancarlo niente meno che la parola di Dio, citata dalla
migliore delle sue amiche.
L'anno 1793 apportò seri mutamenti in questa vita così
fortemente agitata da scosse enigmatiche. Due gravi avvenimenti colsero Saint-Martin
desolato del suo isolamento ad Amboise: la morte del re, di cui aveva lasciato il servizio
da più di vent'anni, ma che lo aveva nominato cavaliere di Saint-Louis per mano del
principe di Montbarey, e la morte di suo padre di cui era l'infermiere un po' suo
malgrado.
Ci fa sapere che si trovava ad Amboise il 21 gennaio. Fa
menzione del terribile avvenimento sul suo diario, nello stile del momento e come se
qualche emissario di un comitato rivoluzionario guardasse la punta della sua penna al di
sopra delle sue spalle, scrive supplizio di Capeto. La parola Louis, che aveva messo
inizialmente, è cancellata in questa nota per far posto alla designazione cara al
linguaggio che ha corso forzoso, come la carta moneta.
Lo stesso mese perse anche il padre che aveva sempre amato e
onorato, che stava curando da figlio devoto, il cuore sanguinante, ma con totale
sottomissione. Sentì questa perdita così come l'ha detto al suo amico di Berna, per
quanto la sua morte fosse prevista. E' a torto che in diversi scritti si attribuisce
questo avvenimento all'anno 1792. Saint-Martin ne fissa lui stesso la data nella sua
lettera del 13 febbraio 1793 al barone di Liebisdorf. Questa separazione fu addolcita per
il teosofo dalle testimonianze d'affetto di una sorella molto cara, la marchesa
d'Estenduère, alla quale aveva appena dato, nel bel mezzo delle più vive agitazioni di
Parigi, prove di un tenero attaccamento, e dalla raddoppiata amicizia che gli testimoniò
"sua cugina di Sombreuil".
Questa cugina, che visiterà qualche anno più tardi nella
terra di Sombreuil, era l'eroica signorina di Sombreuil che salvò suo padre il 2
settembre come l'eroica figlia di Cazotte salvò il suo? Non credo in quanto dopo la sua
uscita dal carcere, seguita al 9 termidoro, la signorina di Sombreuil si rifugiò a
Berlino, e non ritornò in Francia col marito, il marchese di Villelume, che nel 1815.
Ormai più libero della sua persona e padrone del suo
patrimonio, peraltro mediocre pur comprendendo due case di campagna, quelle di Athée e di
Chaudon, Saint-Martin progettava talora di andare a vedere in Svizzera il suo caro
corrispondente, talaltro di vivere più sovente a Parigi e a Petit-Bourg, senza parlare
del desiderio ancora più caro al suo cuore e sul quale la sua penna, per questa stessa
ragione, è ancora più discreta. Ma fu giocoforza incatenarsi ad Amboise.
Saint-Martin vi si trovava nel mese di marzo, come pure nei
mesi di aprile, giugno e luglio.
Il 7 marzo, contribuisce con duecentosettanta lire
all'equipaggiamento di trecentomila soldati della repubblica.
Ma i tempi erano brutti e tormentati anche ad Amboise e
malgrado i suoi doni patriottici, la sua sincera devozione ai più puri principi e la
giusta prudenza che adottava nelle sue relazioni, la sua corrispondenza diventò sospetta.
Abbiamo appena visto le sottomissioni del suo stile intimo. Le sue lettere non erano più
temerarie, la duchessa di Bourbon vi era diventata la cittadina B., come in quella
dell'abate Barthélémy la duchessa di Choiseul era diventata la cittadina C. Il fratello
della principessa era semplicemente Egalité. Malgrado queste precauzioni, malgrado questi
fatti, Saint-Martin fu convocato, nel mese di aprile, davanti alle autorità di Amboise
per render conto di una lettera di Kirchberger. Riuscì a giustificare le espressioni il
cui il senso mistico aveva inquietato le autorità; ma si spazientì per questi fastidi e
pregò il suo amico di adottare per l'avvenire una semplicità estrema. Mise il veto sulle
lettere del suo amico Divonne, che era emigrato e gli chiedeva contemporaneamente notizie
della principessa e soluzioni sui misteri numerici, due cose di cui la seconda era pericolosa quanto la prima. Era il periodo in cui
il duca di Orléans lasciava la sua testa sul patibolo. Una sola lettera in più di
Divonne poteva fargli perdere il frutto di tutti i suoi sacrifici e della sua prudente
condotta. Una seconda lettera di Liebisdorf fu inoltrata al comitato di sorveglianza
generale a Parigi, e non giunse a Saint-Martin che con il contrassegno rosso di
quest'ultimo. Se ne arrivava una da Londra o da Monaco, dove Divonne si recava di volta in
volta, poteva diventare un pericolo reale.
La più rude delle prove che colpì Saint-Martin ad Amboise
dopo la morte del padre, fu l'interruzione della più cara delle sue corrispondenze,
quella di Strasburgo. Ci racconta il fatto lui stesso. "Vengono convocate, ci dice,
da comitati ad hoc, tutte le persone a cui si scrive. Le lettere sono lette in loro
presenza e vengono loro consegnate solo se non contengono alcunché di sospetto. La
persona con la quale intrattengo corrispondenza non può sottostare a questa cosa ed
abbiamo convenuto che le avrei scritto soltanto quando avrebbe potuto leggere le mie
lettere senza dover uscire di casa". (Lettera al barone di Liebisdorf del 21 luglio
1793).
Terminato di mettere un po' d'ordine nei suoi affari, quelli
relativi alla successione, Saint-Martin si affrettò a cercare qualche consolazione presso
gli amici più fidati, la duchessa di Bourbon in testa.
Capitolo XV
Soggiorno di Saint-Martin a Petit-Bourg. - Il decreto
relativo alle persone sospette ed il certificato civico. - Nuovi studi mistici. - La
Sophia celeste. - Il suo legame con il generale Gichtel. - L'unione della Sophia celeste e
della Vergine. - Le manifestazioni fisiche alla Scuola del Nord. Lavater, il principe di
Hesse ed il conte di Bernstorf. - Il catalogo dei libri del distretto di Amboise. - La
chiamata di Saint-Martin alla Scuola normale.
(1793 - 1794)
______________
Da Amboise, Saint-Martin fece delle escursioni, delle
apparizioni o dei soggiorni un po' prolungati a Petit-Bourg, nel mese di agosto, di
settembre e di ottobre.
Ci fu un momento in cui apparve il "decreto sulle
persone sospette". Si sa che il 6 gennaio 1793, la Convenzione aveva decretato che i
procuratori, uomini di legge ed uscieri, avrebbero dovuto produrre un certificato di
civismo per essere ammessi ad esercitare le loro funzioni. Si sa che il 1° aprile aveva emesso un altro decreto sui disertori e le
persone sospette, esigendo i certificati di civismo di altre categorie di cittadini. Il 12
agosto, votò il decreto relativo alle persone sospette, quel decreto che prevedeva
l'arresto di tutti i sospetti e dichiarava sospetti: 1)- I fautori della tirannia o del
federalismo; 2) - quelli che non potevano esibire una quietanza dei loro doveri civici; 3)
- quelli a cui si erano rifiutati i certificati di civismo; 4) - I funzionari destituiti e
non reintegrati; 5) - quelli fra gli antichi nobili, comprese le mogli, le madri e le
figlie, che non avevano costantemente manifestato il loro attaccamento alla rivoluzione.
Sorvoliamo sul resto. Quanto abbiamo citato è sufficiente per far capire l'elasticità
dell'atto. Elasticità terribile, che spiegava, ma senza giustificarla, la situazione del
paese, elasticità che non attenuò l'applicazione in certe località, e che la storia
stessa, diventata imparziale, dovrà sempre rimproverare tanto più vivamente a quella
energica e violenta assemblea che seppe votare per ogni forma di pubblico interesse una
magnifica serie di decreti ed inserirli nel mezzo delle più volgari misure con magnifica grandezza e temeraria sufficienza.
Saint-Martin, colto da questo decreto a Petit-Bourg, era ben
convinto, ed aveva motivo di esserlo, che non lo riguardava. Scrisse comunque al
procuratore del suo comune, nello stile del tempo ed in termini appropriati, con grande
nobiltà. E' una delle più belle lettere che ci sia rimasta di lui, diciamo perfino la
più bella, perché nessun'altra è a tal punto impregnata delle due più pure virtù del
cittadino, la sottomissione alle leggi del paese ed il più fermo sentimento della
dignità personale. Questo non esclude né l'abilità della redazione né la finezza del
pensiero. Vi ravvisiamo il più gioioso dei sofismi. Eccola testualmente.
"Al cittadino Calmelet figlio, procuratore del comune,
ad Amboise, dipartimento d'Indre-et-Loire.
A Petit-Bourg, presso Ris, a Ris, dipartimento della
Seine-et-Oise.
Lì, 22 settembre 1793.
Benché non mi creda sospetto sotto alcun punto di vista
politico, ciononostante, cittadino, alla luce dell'ultimo decreto sulle persone sospette,
ritengo sia prudente per me prendere le precauzioni che sono in mio potere.
Voi conoscete i miei sentimenti patriottici, ma conoscete
anche le mie opere civiche, e pur preferendo sottacerle che renderle pubbliche, credo sia
venuto il momento di confessarle. Di conseguenza, vi sollevo dall'impegno della parola
data che vi avevo richiesto e vi prego di chiedere a mio nome al comune l'attestazione di
quel contributo volontario di 1250 lire di cui non conosce l'autore; ed inoltre
l'attestazione di due altre elargizioni anteriori per le quali sono stato iscritto sui
suoi registri, e cioè per le 200 lire che ho versato il 16 settembre 1792 e per le
ulteriori 200 lire che ho versato durante l'inverno.
Vi sarei infinitamente grato se voleste inviarmi al più
presto l'attestazione di queste tre operazioni, corredate da tutte le firme e formalità
richieste. Questo documento può servirmi in caso di bisogno.
Non so se sia il caso di chiedere un certificato di civismo.
Potrei fare affidamento su quello della municipalità, avendomene già accordato uno che
non ho ritenuto opportuno usare; ma non potrei attendermi la stessa certezza da parte del
distretto nelle circostanze attuali, per quanto io sia irreprensibile. Il decreto riguarda
quelli a cui lo si sarebbe rifiutato e non si riferisce affatto a me, non avendone fatta
richiesta non essendo un pubblico funzionario né ricevuto emolumenti dallo Stato. Ora, se
venissi a chiederne uno oggi e mi fosse rifiutato, sarebbe come mettermi bellamente nelle
fauci del lupo.
E' una consulenza che chiedo, per la quale anticipatamente
vi prego di non citarmi in alcun modo, nel caso voleste prendere delle informazioni. Vi
sarei molto obbligato se mi inviaste il vostro parere e, soprattutto, lo ripeto, non
mettetemi in mostra.
Addio, caro concittadino. Ho ricevuto la vostra gentile
lettera e vi prego di conservarmi sempre lo stesso posto nella vostra amicizia ed in
quella delle persone che vorranno gentilmente interessarsi a me.
Saint-Martin
Mille cose, per piacere, al cittadino Justice e
all'abate."
Saint-Martin, dispensandosi dal sollecitare un certificato
di civismo, fu più bravo delle sue amiche di Strasburgo, dove l'una, quella stessa alla
quale aveva donato il suo ritratto migliore, la più ricca e non la meno aristocratica, si
affrettò ad acquistare un certificato di civismo dal suo calzolaio e con la qualifica di
domestica _, mentre altre, più allarmate ancora, andavano al di là del Reno. Se facciamo
credito al pubblico ufficiale del suo comune, Saint-Martin risiedette a Petit-Bourg fino
ad ottobre. Vi si trovava in quel periodo con il suo amico Gombaut, e riporta nelle sue
note la morte della regina, come ha riportato in gennaio quella del re, stessa
laconicità, stessa sottomissione allo stile che ha corso forzoso nella repubblica:
"Ero a Petit-Bourg durante l'esecuzione di Antonietta
il 16 ottobre 1793".
Al termine della bella stagione, Saint-Martin lasciò il
circolo di Petit-Bourg, un tempo così numeroso ed animato (grazie alla padrona di casa,
coadiuvata da due graziose sorelle, la contessa Julie de Sérent e la baronessa de
Sérent, spirituali ed istruite entrambe), ora ridotto ai più intimi e poco tranquilla
sul futuro di ciascuno di essi. Ritornò nella sua piccola città per definire le sue
pratiche di successione allo scopo di poterla lasciare non appena l'orizzonte si fosse
schiarito, ma ben risoluto ad approfittare della calma che poteva offrirgli fintanto che
il temporale imperversava su Parigi.
C'era peraltro in quelle prove il bene che le anime pie
portano sempre con sé. "Vi auguro più che mai, dice Saint-Martin al suo amico, di
respirare l'aria della pace politica. Le circostanze vogliono che ne respiri un'altra: mi
sottometto e adoro. Allora trovo una pace che val bene quella della terra. Ma devo
vegliare affinché sia durevole".
Possiamo rimpiangere che non si sia lasciato a Saint-Martin
ed ai suoi amici la libertà assoluta di scriversi le proprie opinioni anche politiche, in
quanto erano molto sagge; ma i loro studi mistici guadagnarono molto da questo divieto e,
sotto questo profilo, la loro corrispondenza di quegli anni è ancora più interessante.
Raddoppiarono l'ardore. I due amici di Amboise e di Morat si buttarono a pesce nella
traduzione di Boehme; il barone vi aggiunse lo studio del successore di Boehme, Gichtel,
ed il filosofo quello del suo imitatore, Law.
Si occuparono anche di Jane Leade, del suo amico Pordage e
di Saint-Georges de Marsay; ma non li affrontarono seriamente. Saint-Georges, il maestro
di M. de Fleischbein, interesserà particolarmente il barone. Aveva sovente visitato la
Svizzera e soggiornato a Berna. Vi aveva lasciato numerosi ammiratori. A sua volta, il
conte di Fleischbein, suo allievo, aveva formato Dutoit-Mambrini, quell'eloquente
predicatore di Losanna, quel fecondo scrittore che preparò le vie ai due corrispondenti e
le cui lezioni, apprezzate in tutta la Svizzera francese, predisposero gli spiriti a
Losanna, a Ginevra, a Coppet e a Divonne a favore degli scritti di Saint-Martin. Non
presero loro stessi che una conoscenza imperfetta degli scritti così ragguardevoli di
Dutoit, quel maestro venerato da Alexandre Vinet, tanto furono assorbiti nella scuola di
Boehme, proponendosi di approfondire, l'uno il teosofo Boehme, l'altro il generale Gichtel
stesso.
Il saggio barone, il più credente degli uomini, racconta al
suo amico la vita dell'entusiasta Gichtel (lettera del 25 ottobre 1794). Gli dipinge in
stile molto epitalamico l'unione, con la Sophia Celeste, di quel teosofo che non si
credeva meno ispirato del suo maestro e più avanzato nella via della reintegrazione.
Illustra la prima visita che gli fece la sua divina fidanzata il giorno di Natale, nel
1673; il rapimento del fortunato mistico, che vide ed udì nel terzo principio quella
vergine di una bellezza abbagliante. Gli fa sapere che lei lo accettò come suo sposo,
consumando con lui le sue nozze spirituali tra ineffabili delizie. Segue la rinuncia del
fortunato sposo spirituale, per ordine di Sophia, a tutte le donne terrene, ricche e belle
che lo spingevano a sposarle.
Si vede che questa bellezza celeste, che non è altro che la
saggezza in persona, la saggezza degli gnostici, aveva fatto un po' di strada dai primi
secoli della nostra era; che si era fatta cristiana e teosofa; ma che l'immaginazione dei
mistici ne aveva fatta ben poca. Troviamo qui ancora la vecchia poetica degli amanti della
gnosi, in quanto tutta quella poetica di Boehme e di Gichtel veniva da loro. Anche loro
celebravano i banchetti eterni con la Sophia celeste nel Pleroma della felicità suprema.
Il colonnello aggiunge - in quanto Liebisdorf fu colonnello
- che nel 1762, quando Luigi XIV venne fino alle porte di Amsterdam, Gichtel, che chiama
il nostro generale, "si servì delle sue proprie armi, che scacciarono gli stranieri
e che, successivamente, trovò nei documenti pubblici i nomi dei reggimenti di fanteria e
degli squadroni di cavalleria che aveva visto inseguire il nemico oltre il territorio
della repubblica".
Questa lettera è una delle più lunghe e delle più serie di tutta la corrispondenza.
L'eccellente Saint-Martin vi risponde il 29 brumaio.
"Ho letto con rapimento i nuovi dettagli che mi avete
inviato sul generale Gichtel; il tutto porta un'impronta di verità. Se fossimo vicini,
avrei anch'io una storia di matrimonio da raccontarvi, dove lo stesso percorso è stato
seguito da me".
Come si vede, i religiosi amici si legarono alla leggenda di
quel mistico generale dalle singolari predilezioni e quei due gentiluomini, uno colonnello
e membro della commissione militare del suo paese, l'altro già ufficiale del reggimento
di Foix, filosofi entrambi, ridono sotto i baffi del colossale errore di Luigi XIV,
"che era ben lontano dall'immaginarsi che le sue numerose armate erano state battute
a Hochstett, Ramillies, Oudenarde e Malplaquet, da generali che non uscivano dalla loro
stanza".
E' l'estatico Gichtel che è, per il colonnello Morat, per
il vecchio amico di J.-J. Rousseau, il primo di quei generali.
Il 29 novembre 1794, Kirchberger risponde a Saint-Martin per
esprimergli tutta la gioia con la quale ha appena saputo che il suo amico gusta le sue
leggende.
"La parte della vostra lettera dove mi parlate del
generale Gichtel mi ha procurato grandissima soddisfazione; avete dunque conosciuto la sua
sposa personalmente?
"Le lettere di quell'uomo eccezionale mi arrecano
grande godimento; vi sono molte cose al suo riguardo che non ho inserito nella mia
ultima".
Niente saprebbe meglio testimoniare di queste lettere sulle
capacità di credere assolutamente straordinarie che si erano sviluppate nei due
corrispondenti. Saint-Martin non concede nulla al barone. Va anche più lontano, poiché
scrive che ha fatto lui stesso un matrimonio simile a quello del generale.
In compenso, il gentiluomo protestante di Berna prevale sul
gentiluomo cattolico d'Amboise in una questione di dogma.
Per lo meno, l'anno prima, aveva professato sulla Vergine
Maria una dottrina di una tale esaltazione che Saint-Martin era stato costretto a
temperare.
Ecco quella discussione. Secondo il vecchio amico di
Rousseau, Maria non è semplicemente la figlia senza macchia di sant'Anna; ella è, in
più, la Sophia celeste che è substanzialmente discesa in lei e si è unita a lei. Da
qui, la sua potenza sulla terra e nei cieli.
Questo va ben oltre la fede cristiana e la risposta
correttiva di Saint-Martin non è affatto più esatta. Ecco cosa risponde al suo amico.
"Nessuno può biasimarvi dal considerare la Vergine
come un essere molto soccorrevole; ma non sarà mai la mediatrice che per quelli che avranno rivolto i loro sguardi più in alto.
"Ella è pura, è santa, ha avuto a che fare con la
Sophia, come tutti i santi e tutti gli eletti. Dobbiamo ritenerci molto fortunati quando
Dio permette che ci tenga compagnia e venga ad inginocchiarsi con noi per pregarlo
(espressione che ricavo da un predicatore molto cattolico della Chiesa romana e che ho
inserito, credo, in qualche parte del Nouvel Homme o nell'Ecce Homo): ma non la si deve
mai ritenere indispensabile per nessuno. La sua opera è compiuta, poiché ha fatto
nascere il Salvatore e ci ha aperto la fonte eterna della vita. Ha certamente fatto di
più con questo di quanto possa ormai ancora fare.
"Peraltro, non ha generato il Verbo, ma il Cristo.
Pertanto non potrà mai generare il Verbo in noi....
"Bisogna lasciare ad ognuno il tipo di fede che gli si
confà. In quanto a voi, che non volete considerare che i vantaggi che si possono ricavare
dal suo utilizzo, non credo, ripeto, dovervi contestare, ma credo di potervi dire che
conoscete un eletto più grande di lei, che è suo Figlio". (lettera del 21 giugno
1793).
Nulla di più pungente di questa lezione di moderazione data
dalla mistica cattolica alla mistica protestante. Se non è la dottrina del Vangelo, è
almeno più semplice e più chiara di quella del gentiluomo bernese. Ma si tratta della
piccola mistica e non si avrebbe un'idea sufficiente della grande, di quella che ha
maggior valore agli occhi dei due amici, se mi limitassi a questo. Potrei tuttavia
esitare, ma quando si vuol far conoscere con purezza la portata dei sistemi ed il valore
reale degli uomini, è la verità così com'è che bisogna dare. Continuo dunque a seguire
ancora per un momento questo dibattito.
Il barone non si accontenta delle ragioni del suo maestro
né dell'autorità del predicatore citato. Risponde:
"Voi dite, andando nelle mia direzione, che Maria non
ha generato il Verbo, ma il Cristo.... Esattamente come nell'ordine inferiore e temporale,
nulla è prodotto che su un dato, sulla vergine; così, nell'ordine più sublime, l'ordine
divino, il Verbo è generato eternamente su un dato che, benché sostanza, è un nulla
infinito: la Vergine, la Saggezza divina, Sophia.
"E' questa vergine divina che si è unita
ipostaticamente con l'umanità di Maria; è su questa sostanza divina che il Verbo è
stato generato in Maria. Ed è ancora la stessa Vergine divina unita all'umanità di
Maria, che può entrare nei nostri cuori e servire da mezzo attraverso il quale il Verbo
si genera".
Una generazione fondata su un nulla infinito! Ma come farla
accettare dalla ragione? Per accettare, la ragione non esige la comprensibilità; questa
vecchia affermazione ha fatto il suo tempo. Ma l'intelligenza umana, per accettare, per
poter accettare con ragione, esige imperiosamente l'assenza di tutto ciò che implica
contraddizione, di tutto ciò che è assurdo. Ora, il nulla essendo niente, non potrebbe
essere né finito né infinito, né la base di qualunque cosa.
Pertanto il barone di Liebisdorf sarebbe molto imbarazzato
dal sostenere il suo nulla infinito contro il suo corrispondente, se non avesse a suo
favore un'autorità più alta della sua, la più alta di tutte per Saint-Martin.
Infatti, "è Boehme a provare che il nulla non è altro
che Sophia, la Saggezza eterna; che Sophia è visibile come uno spirito puro, elementare,
sottile e senza corpo... E' per questo, dice, che il corpo della Vergine non ha subito,
dopo la morte, la legge generale della corruzione.
Queste affermazioni, concesse a Boehme, vista la sua
educazione filosofica, non lo erano a
Liebisdorf, allievo di Kant. Anche Saint-Martin non cede.
"In quanto alla Sophia, non metto in dubbio, dice, che
possa nascere nel nostro centro; non discuto che il Verbo divino vi possa nascere anche in
questo modo come è così nato in Maria. Ma tutto questo avverrà spiritualmente per noi e
se possiamo intenderlo in questa maniera, allora non lo vediamo mai che
intellettualmente... Tutto quello che si presenterà più fisicamente e all'esterno non verrà da noi né dal nostro stesso centro...
Così, il Verbo, Sophia, la stessa Maria, che possono manifestarsi all'esterno, saranno il
Verbo, Sophia e la Maria, già trasformati prima di noi. La nostra opera personale è di
far rinascere tutte quelle cose in noi, non più per generazione in essere esterno..., ma
per la rinascita intima di noi stessi, che ci deve rendere simili a tutti quegli esseri
attraverso la santità, la purezza e la luce".
Significa distinguere perfettamente e dissipare in un solo
colpo, con un solo raggio, tutte le nebbie partorite dalle vane allegorie in cui si
perdono Boehme ed i suoi seguaci.
Kirchberger voleva che Sophia si manifestasse esteriormente
e psichicamente, poiché aveva fatto quella
apparizione a Jane Leade. Ci teneva alle manifestazioni esteriori; sosteneva la conoscenza
fisica della causa attiva ed intelligente, cioè del Verbo; voleva aspirare la Sophia
celeste fino nell'aria dell'atmosfera emanata dalla terra vegetale.
"L'aria atmosferica deve comprendere l'elemento puro,
il corpo della Sophia, la terra vegetale. In conseguenza, respirando l'aria, dobbiamo
poterci alimentare, anche fisicamente, del corpo celeste della causa attiva ed
intelligente; e se il nostro cuore si apre, può e deve ad ogni respiro ricevere il
nutrimento puro, spirituale, che è contenuto in questa manna divina. Così l'aria sarebbe
il grande veicolo".
Si vede che il saggio di Berna aveva delle reminiscenze di
cosmogonia antica fin nella sua teologia cristiana; troviamo qui qualche ricordo
ingannatore della teoria dell'anima del mondo e dei suoi rapporti con quella dell'uomo
emanato da essa; ma non si è più materialisti di questo mistico che vuole aspirare
Sophia ed il Verbo perfino nell'aria.
Tutto questo non va bene per il teosofo di Amboise.
Comincia col replicare, per quanto attiene il precedente di
Jane Leade, e molto dolcemente ma con autorità.
"Preparato come lo siete oggi, dovete essere certo che
nessuna tradizione o iniziazione degli uomini non potrà mai affermare di condurvi alle
comunicazioni pure...; è soltanto Dio a darle".
E' altrettanto fermo sulla questione stessa, il godimento
fisico di Sophia per mezzo della respirazione dell'aria atmosferica; ma è fermo in nome
di una conoscenza tutta mistica che mi guarderò bene dallo spiegare al lettore, tanto è
meravigliosa nel pensiero ed emblematica nello stile. "La parola terra vegetale si
estende, dice, a tutte le regioni. Vi è una terra vegetale materiale, è quella dei
nostri campi; vi è una terra vegetale spirituale, che è quella dell'elemento puro; vi è
una terra vegetale spirituale, che è la Sophia; vi è una terra vegetale divina, che è
lo Spirito Santo...
"Vedete che abbiamo certamente (?) le stesse nozioni e
le stesse idee su questo. In quanto al possesso di questa terra santa, non posso indicarvi
alcun mezzo di pervenirvi che quelli suddetti e di cui vi ho parlato ampiamente in tutta
la nostra corrispondenza. E' là che vi rinvierò sempre affinché vi consacriate talmente
alla ricerca di Dio da non attendervi nulla se non da lui".
A corto di argomenti, giunto agli estremi, il barone fa
intervenire due autorità in appoggio alle sue propensioni per il fisico.
La prima, sono alcuni vecchi amici di Basilea molto
avanzati, con suo grande stupore, nella teoria e nella pratica delle comunicazioni
sensibili.
La seconda autorità che produce in difesa delle sue idee
sulle comunicazioni sensibili, è la relazione scritta da Lavater di un viaggio che aveva
fatto a Copenaghen per prendere conoscenza di fatti eccezionali che vi si verificavano,
secondo i suoi amici, il principe di Hesse ed il conte di Bernsdorf. Il documento era
singolarmente scelto. A quel triste episodio della vita di Lavater che aveva giustamente
afflitto la sua famiglia ed i suoi amici, un amico come Liebisdorf avrebbe dovuto evitare
di attingere. Ma in difetto di argomenti, non indietreggia davanti ad una sorta di
profanazione, e trae dalla relazione del celebre teosofo di Zurigo proprio ciò che vi è
di più strano. E' pur vero che per lui sono i tre fatti più convincenti.
Il primo, è che la Scuola del Nord aveva delle
manifestazioni fisiche, delle apparizioni della Causa attiva ed intelligente.
Il secondo, è che questa aveva delle apparizioni di san
Giovanni; tanto che predicava anche il prossimo avvento o il prossimo ritorno di san
Giovanni. Questo fatto è degno di attenzione almeno sotto un punto di vista: è che i
membri della Scuola del Nord si siano occupati del ritorno di questo apostolo nel momento
stesso in cui due dei più celebri filosofi della Germania, Fichte e Schelling, indicavano
san Giovanni come simbolo della Chiesa incessantemente invitata a sostituire quella di san
Pietro che, secondo loro e molti teologi del Nord, aveva fatto il suo tempo.
Il terzo fatto che Liebisdorf coglie nello stesso documento,
e che affascina fortemente le sue reminiscenze di speculazione greca, soprattutto
pitagorica, è che la Scuola del Nord insegnava quella stessa migrazione delle anime che
professò la scuola di Pitagora con altri santuari dell'Egitto e dell'Oriente.
Anche questo fatto merita la nostra attenzione, in ciò che
lo spiritismo insegna oggi, sotto il nome di reincarnazione, ciò che i teosofi di
Copenaghen professavano, sessant'anni fa, sotto il nome di rotazione delle anime.
Si vede, d'altronde facilmente, il vantaggio che il
dialettico di Berna voleva ricavare, per la sua teoria di intima comunione con Sophia ed
il Verbo, da questa dottrina di affinità e di riapparizione delle anime. Esitava, come
Lavater, sulla metempsicosi, ma fornì sette ragioni, sette argomenti, per giustificare il
suo credere nel resto, e per giustificare i veggenti di Copenaghen che "erano
persuasi, dice, che quelle manifestazioni erano dei segni e delle emanazioni della causa
attiva ed intelligente".
Per dare più peso ai suoi argomenti, Liebisdorf tira in
ballo molti nomi, fra i più belli. Ai suoi amici di Basilea ed al più illustre degli
Svizzeri dopo la morte di Rousseau, al misticissimo Lavater, aggiunge alcune persone di
primo rango in una corte del Nord. Mette infine, cosa che dobbiamo mettere un poco in
evidenza, queste parole curiose: "Non è quella (la corte) di cui mi avete parlato in
una delle vostre lettere ed il cui gabinetto non fa un passo senza consultazioni
fisiche". (Lettera del mese di dicembre 1793).
C'era dunque il quell'epoca tutto un gabinetto, un consiglio
dei ministri, che governava secondo delle consultazioni fisiche!
Ma, sia detto ad onore di Saint-Martin, che vuole credere,
ma un poco filosoficamente; a chi è mistico, ma con intelligenza, tutti quei nomi, quelle
testimonianze e quelle autorità non fanno effetto. Egli non vuole che si aspiri Sophia
nelle emanazioni della terra vegetale; dà poco peso alle manifestazioni fisiche; non nega
le apparizioni di san Giovanni, ma le sottomette alle regole di una sana critica e
respinge categoricamente la rotazione delle anime.
In generale, per quelli che seguono i due giostratori
spirituali, sia in questo dibattito che in altri, non vi è niente di più spumeggiante di
questa competizione. Alla minima idea esposta dal francese, interamente immerso nella
spiritualità, ma che ama le espressioni prese
in prestito dalle scienze fisiche, il bernese, che è più versato di lui in quegli studi,
si getta su quel pascolo offerto alla sua curiosità per svilupparla a modo suo,
trapiantandola nel suo dominio e traducendola nel suo stile. La rinvia poi al suo autore,
su questo punto materialista, altrettanto imbarazzato dalla confessione come dalla
ritrattazione della compromettente paternità, ha grande difficoltà a ristabilirla nel
suo senso originario.
Questa lotta continua per anni e Saint-Martin non si
spazientisce che raramente, quando il suo amico lo consulta su ogni sorta di cose sulle
quali non desidera impegnarsi al momento, come la questione delle logge massoniche ed
"altre cosucce del genere", secondo il giudizio un po' pesante del pensatore di
Amboise.
Un fatto che mi sembra curioso di osservare, è la calma con
la quale il due teosofi discutevano queste cose mentre la Francia turbata seguiva con
ansia le peripezie della sua rigenerazione sociale, rapida come il bagliore dei fulmini.
Nel bel mezzo di tutte queste emozioni ed alla luce della serie di istituzioni nuove che
si sviluppavano con irresistibile potenza, a dispetto delle passioni nazionali irritate ed
attizzate da quelle di tutti quei conflitti, di tutte quelle guerre e ritti su ogni sorta
di rovine, compresa la loro, vagheggiano alla loro opera morale come se non ci fosse altro
di importante.
Sta proprio qui il punto di vista morale per eccellenza.
Discutono il dettaglio, ma sono d'accordo quando si tratta della loro santa causa.
Ho appena illustrato, con maggiore evidenza, i torti di uno
dei due. Per cancellarli, cito queste belle righe che inserisce nel mezzo di un dibattito
dove non sarebbe il caso:
"In quanto alla fraterna proposta del progetto di
traduzione, la accetto, per quanto possa contribuirvi, con tutto il cuore perché conto
sull'aiuto della Provvidenza e sul vostro. Quel che potrò fare non sarà molto in quanto
vi sono periodi in cui sono sommerso dagli impegni che le mie deboli forze non possono
fronteggiare. E se non mi appellassi alla Provvidenza, mi perderei di coraggio. Per
cominciare, dopo l'arrivo nella mia città natale, diversi comitati assorbiranno, con le
assemblee del gran consiglio, tutto il mio tempo. Uno dei pii principi è di seguire la
nostra vocazione, anche quando i doveri che impone sembrano pedanti; ma, malgrado questo,
vi sono periodi dell'anno in cui gli impegni pubblici non richiedono gran tempo, allora
contate su di me, considero doveroso impiegare il mio tempo aiutandovi al meglio nel
vostro lodevole progetto. Vi abbraccio con tutto il cuore e vi sollecito a non
dimenticarmi nelle vostre preghiere.
Firmato: Kirchberger.
In genere, era la missione di Saint-Martin difendere la
spiritualità contro il materialismo dei mistici nella sua corrispondenza prima di doverla
difendere contro i sensualisti nella Scuola.
Doveva giungere a questa scuola dialetticamente un po'
preparato; ma dovette prima attraversare una leggera persecuzione ed un lavoro molto
istruttivo per un futuro professore, se così si può un allievo della Scuola normale.
La persecuzione fu modesta e Saint-Martin non ne patì
molto. Si trovava a Parigi, dopo il suo soggiorno a Petit-Bourg di cui abbiamo parlato,
quando fu raggiunto dal decreto del 27 germinale anno II (1794), che allontanava i nobili
dalla città di Parigi. Si affrettò a lasciarla. Avvenne senza mugugni ma con la
sensazione di una situazione aggravatasi. Già il 30 germinale scrisse al suo amico per
informarlo della partenza.
"Parto in forza del decreto sulle caste privilegiate e
proscritte. Ed è fra queste che la sorte mi ha fatto nascere. Non parleremo di cose
pubbliche. Sapete che abitualmente non ne parlo e questo non è proprio il momento".
Non tenne il broncio e non fu maltrattato nel suo paese. Lo
si amava, lo si venerava ad Amboise. Sin dal mese seguente, il 27 floreale dell'anno II,
fu incaricato di redigere il catalogo dei libri e dei manoscritti raccolti nelle case
ecclesiastiche del suo distretto soppresse per legge.
Amava poco i libri e le biblioteche; si divertiva ad
esprimere giudizi severi a questo proposito; ma aveva una concezione così alta dell'opera
del suo tempo, della rivoluzione, che fu felice di trovarvisi in qualche modo. Considerava
il suo incarico come un dovere; ma la trasformazione che si compiva in Francia, la
definiva come "grande movimento, avente un grande fine ed un grande impulso".
Assolse dunque il suo compito "come una missione importante ed utile per il suo
spirito". Aveva ragione. Vi trovò degli insegnamenti e dei "godimenti deliziosi
per il suo cuore". Una delle sue lettere trabocca delle "gioie che ha provato
seguendo, nella Vita della sorella Margherita del Santo Sacramento, ciò che chiama "
i magnifici sviluppi che ha avuto".
Peraltro il modo in cui il suo lavoro fu apprezzato
dall'amministrazione locale e dal comitato della pubblica istruzione gli diede grande
soddisfazione e gli conferì, da parte delle autorità del suo distretto, un più
considerevole segno di stima. Fu scelto da quella amministrazione, ed avveduti spiriti
avrebbero desiderato veder ristabiliti i distretti al posto delle sotto-prefetture, come
candidato da inviare alla Scuola normale. Accettò anche questa proposta per quanto
apparisse singolare affidarla ad un uomo della sua età.
L'impegno di Saint-Martin in queste due occasioni è forse
quello che meglio dimostra il suo pensiero politico. Tali sono la purezza e la fermezza di
questo pensiero da offuscare gli eccessi e le violenze del tempo, ma si riallaccia ai
principi ed al disegno complessivo; non si rifiuta l'epigramma anche sanguinoso sugli
errori o gli orrori, ma si associa al lavoro "quando non si tratta né di giudicare
gli umani né di ucciderli".
Queste sono le parole del filosofo.
Capitolo XVI
Saint-Martin chiamato alla Scuola normale. - I suoi vecchi
amici di Parigi. - I nuovi. - Il barone di Crambourg. - il barone di Gleichen, discepolo
del conte di Saint-Germain. - La missione di Saint-Martin alla Scuola. - L'insegnamento di
Garat, l'analisi dell'intelletto. - La battaglia Garat: Saint-Martin campione dello
spiritualismo. - La dissoluzione della Scuola.
(1794 - 1795)
_____________
Per quanto fosse occupato dalla sua corrispondenza con
Berna, dai suoi studi su Boehme e dalla sua commissione bibliografica, Saint-Martin,
bandito da Parigi, soffriva nella sua solitudine. Molto impoverito nelle sue entrate, con
una sola domestica, non incontrando più la duchessa di Bourbon, non scrivendo più a
madame de Boecklin, che non voleva prendere conoscenza delle sue lettere nell'ufficio di
polizia, trovò Amboise più inferno che mai. "Non pensiamo mai", esclama in uno
di quei momenti di dolore e di sofferenza morale che conoscono tutte le anime sensibili ed
assicurano il loro più puro sviluppo, "non pensiamo mai a restare in questo mondo più o meno a lungo; ma
lavoriamo senza tregua per essere pronti ad uscirne. Amen".
Questo richiamo, rampogna dolcemente l'amico di Berna che ha
trascurato, gli pare, una preziosa occasione di fortificare un'anima bella sulla vera via.
La figlia di Lavater richiedeva la sua speciale direzione e non era andato a trovarla.
Saint-Martin provava un vivo interesse per la signorina Lavater, giovane con un
particolare spirito che adorava il suo illustre padre, pur riconoscendone gli errori. In
quanto a lui, Saint-Martin, non avrebbe esitato. Da parte sua, il barone, che amava questo
genere di direzione, a giudicare dalla sua corrispondenza con la signorina Sarazin di
Basilea e la signorina Lavater stessa, corrispondenza che ho davanti a me e la cui rara e
saggia delicatezza è ammirevole, il barone, dicevo, aveva tutte le ragioni del mondo per
non intervenire di persona in quel momento. Innanzitutto la spirituale Nanette stava per
concedere la sua mano a M. Gessner, il futuro presidente della Chiesa di Zurigo; poi si
era creato un estremo riserbo nei rapporti tra padre e figlia, proprio in seguito a quel
viaggio a Copenaghen di cui ho parlato nel capitolo precedente.
Pagati questi tributi alla loro situazione contingente, i
due amici si immersero insieme, più che mai, nelle loro discussioni preferite. Le
abbelliscono di note lessicali e grammaticali che qualificano il lavoro che proseguono in
comune, la traduzione di Boehme; e benché non si tratti che dei principali trattati del
filosofo teutonico, la corrispondenza offre loro sempre lo stesso interesse. La loro
ammirazione per questo originale pensatore cresce continuamente. E' a questo punto che il
grande Newton deve necessariamente averne letto gli scritti, poiché vi si trova il germe
della "magnifica" teoria della gravitazione!
Erano nel bel mezzo di questi dolci scambi sul meraviglioso
genio del grande teosofo e delle sortite del generale Gichtel di cui ho appena parlato,
quando giunse a Saint-Martin quella chiamata alla Scuola pubblica che rappresenta uno dei
fatti più salienti della sua vita di studio. Infatti, per quanto breve sia stata la sua
appartenenza ad una scuola fondata per dare ai futuri professori della repubblica la
scienza ed il metodo, apportò nelle vedute del teosofo una rivoluzione simile a quella
prodotta dal soggiorno a Strasburgo, o meglio ne costituì il vero complemento. Ogni cosa,
in questo episodio della vita di Saint-Martin, merita attenzione: l'animo con cui il serio
pensatore più che cinquantenne vi entrò, il ruolo che vi svolse, il progetto col quale
se ne andò quando venne sciolta.
Nella stessa lettera in cui dice al suo amico di aver letto
con rapimento i nuovi dettagli sul generale Gichtel, gli comunica la sua nomina alla
scuola.
"E' molto probabile, gli dice il futuro professore, che
parta prima per andare a trascorrere l'inverno a Parigi. Ecco perché. Tutti i distretti
della repubblica hanno l'ordine di inviare alla Scuola "normale" a Parigi
cittadini di fiducia, per dedicarsi all'istruzione, che si vuole essere generale; e quando
saranno istruiti, ritorneranno nel loro distretto per formare degli insegnanti. Mi hanno
onorato della scelta per questa missione e non rimangono che poche formalità da sbrigare
per la mia sicurezza personale, considerata la macchia nobiliare che mi vieta di risiedere
a Parigi fino alla pace. Siccome non credo di incontrare delle difficoltà, presumo di
essere assegnato a Parigi entro tre settimane... Operate comunque per farmi avere vostre
notizie prima di partire.
"Questa missione può contrariarmi sotto certi aspetti.
Occuperà il mio spirito sulle semplici istruzioni della prima età. Mi costringerà anche
al dialogo esterno, io che vorrei dedicarmi soltanto più a quello interiore. Ma mi offre
anche un aspetto meno sgradevole, è quello di credere che tutto è legato nella nostra
grande rivoluzione dove sono pagato per vedervi la mano della Provvidenza. Allora non vi
è più niente di poco importante per me, e fossi anche soltanto un granello di sabbia nel
vasto edificio che Dio prepara alle nazioni, non devo far resistenza quando mi si
chiama". (Lettera del 29 brumaio anno III).
Ci dirà altrove, ed in modo pungente, come è personalmente
ripagato per vedere la mano di Dio nella rivoluzione; qui notiamo soprattutto le ragioni
che lo fecero decidere, contro le aspettative persino di quelli che lo avevano scelto, ad
accettare a cinquantadue anni il ruolo di uno studente, con l'impegno di non lasciarlo che
per quello di insegnante dello Stato.
"Il motivo principale della mia accettazione è il
pensiero che con l'aiuto di Dio potessi sperare, con la mia presenza e le mie preghiere,
di fermare una parte degli ostacoli che il nemico di ogni bene non mancherà di seminare
in questa grande opera (d'insegnamento) che sta iniziando e da cui può dipendere
l'avvenire di tante generazioni.
"Vi confesso che questa idea è consolante per me. E se
non stornerò anche una sola goccia che questo nemico cercherà di gettare sulla radice
stessa di quell'albero che deve coprire con la sua ombra tutto il mio paese, mi riterrò
colpevole di indietreggiare".
Osserviamo qui un soffio disceso sul profeta dall'alto di
quelle regioni dove gli ordini non si
discutono; e di qualunque opinione si sia sulle idee che ispirano tale dedizione, questa
dedizione la si rispetta e la si ammira.
Da un altro punto di vista, si nota con gioia Saint-Martin
pervenire ad un cambiamento nella sua situazione. Né il soggiorno di Amboise, né quello
di Chaudon, dove si era rifugiato dopo il Terrore, non gli si confacevano più. Si
riteneva o si credeva il Robinson della spiritualità e quell'isolamento gli pesava:
aspirava ad esserne il François Xavier, il missionario. Non poteva dunque capitargli
nulla di meglio, al termine del suo incarico bibliografico, che l'aveva tanto erudito, di
ciò che si presentò improvvisamente: un richiamo all'insegnamento, una cattedra nel
nuovo insegnamento che si stava per dare alla nazione, quale tribuna più desiderabile
poteva augurarsi? E non era forse giusto che dopo essere stato proposto per l'educazione
dell'erede al trono, venisse impiegato per quella della nazione, ormai chiamata a
governarsi da sola? In effetti, nel 1791, quando Saint-Martin lasciò Strasburgo, pieno di
entusiasmo per quanto aveva visto ed imparato nella dotta città, lo si era inserito, con
l'abate Sieyès, di cui non condivideva che una parte dei principi politici, e con
Condorcet e Bernardin de Saint-Pierre, di cui detestava le tendenze deiste, nella lista
delle persone fra le quali dovevasi scegliere l'istitutore del giovane delfino.
In un ordine di idee che avevano il loro decorso,
Saint-Martin si recò a Parigi appena gli fu possibile. Vi si installò, in via Tournon,
casa della Fraternità. Pochi giorni dopo, fece il suo turno di guardia al Tempio, dove
vegetava ancora il giovane principe di cui sarebbe dovuto diventare il precettore, privato
della sua libertà, della sua famiglia, di ogni istruzione, sovente anche del necessario.
Certamente i suoi ricordi giocarono un ruolo nella scelta
del luogo in cui montare di guardia; ma il semplice e calmo attaccamento con cui
ottemperò ai suoi doveri politici in ogni circostanza è sufficiente a spiegare il fatto.
Menziona questa incombenza, che poteva procurargli vive emozioni, con la stessa sobrietà
degli altri suoi atti patriottici.
Qualunque fosse l'età di Saint-Martin, non credo si sia mai
entrati alla Scuola normale, né allora né mai, con un più grande desiderio di imparare,
una più viva aspirazione all'insegnamento, migliori disposizioni e punti di vista più
elevati. Si onora di un impiego così nuovo nella storia dei popoli, di una carriera da
cui può dipendere la fortuna di tante generazioni. La missione per qualche verso lo
contraria, ma vuole apportare il suo granello di sabbia al vasto edificio che Dio prepara
alle nazioni; in quanto è ancora persuaso, come Mirabeau nei suoi giorni migliori, che la
Rivoluzione francese farà il giro del globo.
Saint-Martin osserva sempre la Rivoluzione dall'alto, ed a
prescindere dai guai, qualunque essi siano, legge nei grandi destini del suo paese quello
dell'umanità. Scorre davanti ai suoi occhi con terribile impeto, ma i suoi fini maestosi
lusingano e seducono tutte le sue speranze; vede tanto più in quanto vero filosofo di
quanto non veda come uomo convinto. Se nella sua lettera al barone di Liebisdorf, una
forma un po' viva ci avesse sorpresi, si troverebbe nelle sue note intime qualche parola
per spiegare la goccia di veleno gettata sulle radici dell'albero. La forma è peraltro
molto trasparente: spera di trovare, fra quei due o tremila futuri professori, l'occasione
di fare qualcosa per le sue cose.
La troverà infatti, e non mancherà di approfittarne con
zelo e lustro. Ma l'uomo si agita, e Dio lo conduce. Saint-Martin acquisì alla Scuola
quello che non cercava, non una filosofia completa, ma quella filosofia molto metodica che
non amava, che odiava molto, che conosceva poco e di cui fu ben lieto, al momento
opportuno, di potersi servire contro quegli stessi che si erano incaricati di
insegnargliela.
I ritardi che incontrò l'apertura della Scuola, gli
permisero di rivedere la sua Parigi e fu estremamente felice di ritrovarvisi con un gran
numero di vecchi amici. Il suo Portrait li nomina in un guazzabuglio che non illumina che
lui stesso.
"Al mio rientro a Parigi per la Scuola normale, ho
ritrovato con piacere molte persone di mia conoscenza, quali i Devaux, Archebold,
Vialettes, Bachelier d'Agès, La Ramière, Sicard, Lizonet, i Desbordes, i Mion, Marade,
la bestia, Corberon_, Clémentine, Maglasson, Heisch, il giovanotto d'Hervier, Mailly,
Gros, Stall, Maubach, gli Orsel, Ségur, Gombauld, Grosjean, d'Arquelay, Menou".
Maubach, che fu pagatore generale a Besançon, e Gombauld,
consigliere alla Corte degli aiuti, erano per Saint-Martin dei veri fratelli della fede.
"Ne ho conosciuti molti altri per la prima volta, quali
Nioche, Isabeau, Bodin, Monlord, Lacroix il matematico, i Montejean, miss Adams, White,
Beaupuy, Berthevin, La Tapye, Laroque, la coppia Tiroux, Falconet, i Lacorbière,
Krambourg, Chaix, Relud..."_ (C. 40, 44).
Di tutti questi personaggi, gli uni molto noti, gli altri
molto oscuri, il più rilevante per noi è Krambourg, cioè il barone di Frisching, in
quanto Krambourg non è che uno pseudonimo. Appartenente ad una famiglia patrizia di Berna
e chiamato a fruire di una cospicua fortuna, convenientemente educato da un eccellente
precettore, ma viziato dalle attenzioni della madre, che lo adorava, trascorse la sua
gioventù e dilapidò il patrimonio conducendo in Francia una vita dispendiosa. Ad
operazione conclusa, gli venne il desiderio di fare ammenda e Liebisdorf non mancò di
illustrare il soggetto a Saint-Martin. "Le donne lo hanno rimbambito e la sua
disgraziata propensione per loro lo hanno traviato oltre ogni limite".
Si trattava di restituire a Saint-Martin, nel 1795, il
servizio che il teosofo aveva reso a Liebisdorf nel 1794, riguardo al barone di Gleichen,
emulo o discepolo del misterioso conte di Saint-Germain, che era figlio di un ebreo
portoghese e di una principessa conosciuta da Luigi XV.
Avventuriero come sua caratteristica, il barone di Gleichen
era molto conosciuto da Saint-Martin; ma ne era poco stimato e Saint-Martin non cessava di
ammonire il barone di Liebisdorf al riguardo. "E' un uomo con molto spirito, gli
dice, soprattutto spirito di corte e spirito mondano. Ha bussato a tutte le porte; ha
sentito parlare di tutto ed ha letto tutto; con questo non saprei dirvi in cosa sia
ferrato... Per concludere, è un uomo talmente abituato a vedere il falso e l'errore che
non cerca che questo. Cosa che mi ha fatto dire di lui, col tempo, che darebbe trenta
verità per una menzogna. E' cambiato da allora? Lo spero".
Il ritratto non è lusinghiero ma, bisogna convenirne, è
tracciato con mano da maestro. Più tardi il maestro aggiunge questo tratto: "Se mi
parlate di G., vi prego che sia sempre senza nominarlo. E soprattutto che si guardi bene
dallo scrivermi: non posso ricevere le sue lettere".
In sovrappiù, il ritratto è caricato, e se quel barone di
Gleichen è il personaggio con quel nome che ha pubblicato in tedesco le Eresie
metafisiche da cui si sono estratti i Saggi teosofici, apparsi a Parigi nel 1793, abbiamo
di lui un ritratto più fedele: è quello tracciato da lui stesso nelle sue Memorie, per
la verità inedite, ma di cui il Mercure étranger ha dato un curioso estratto (vol. 1°, pag. 243).
Inoltre niente mette meglio in evidenza di questa purezza di
giudizio dei due amici, la linea austera e santa che seguivano e che li separa da tutti
quei personaggi dubbi che si incontrano in
quell'epoca a tentare ruoli che non sono fatti per loro, ma che li sfiorano tutti,
compresi quelli di profeti e di maestri.
Forse tra quegli amici che Saint-Martin ebbe il tempo di
visitare con comodo prima dell'apertura della Scuola, nessuno, ad eccezione dell'abate
Sicard di cui dovette seguire il corso di grammatica generale, si preoccupava della
speciale ragione che lo aveva portato a Parigi; e ben presto si spazientì sempre più
delle lentezze che ritardavano l'inizio dei corsi, delle privazioni conseguenti, in
assenza della sua regale ospite, a causa della mediocrità dei suoi mezzi e dei problemi dei suoi tempi. Li sentiva in quanto uomo facente
parte di un'organizzazione molto delicata; ma, raccogliendosi, li sopportò in quanto
filosofo.
"I nostri lavori di studio, scrive il 4 gennaio 1795,
non inizieranno che tra quindici giorni. Non si sa neppure quale andamento prenderanno in
quanto il progetto non è maturo. Già si allontana dallo scopo semplice della sua
costituzione che ne faceva l'attrattiva. Così non posso ragguagliarvi a questo proposito,
staremo a vedere. In attesa, sto gelando per carenza di legna mentre nella mia piccola
campagna (a Chaudon) non mancavo di nulla. Ma non bisogna far caso a queste cose.
Facciamocene una ragione, non ci mancherà niente; in quanto non c'è spirito senza parola
e nessuna parola senza potere: riflessione che mi è venuta stamattina nel mio oratorio e
che vi invio fresca fresca".
Osserviamo che quelle privazioni non gli tolsero la sua
dolce gaiezza. Il suo oratorio è una graziosa immagine. D'altro canto, i suoi studi non
gli tolgono nulla del suo gusto per le speculazioni di alta misticità, che si delineano
più poetici che mai e gli offrono, per così dire, maggiori attrattive nel bel mezzo
degli aridi lavori della scienza che nelle solitudini incantate della campagna.
"Credo proprio - dice al suo corrispondente che era
così felice di avergli fatto conoscere il generale Gichtel e la sua celeste sposa - credo
proprio, gli dice, di aver conosciuto colei di cui mi parlate, non in modo così
particolare come lui. Ma nel corso del matrimonio (progettato) di cui vi ho parlato, mi fu
intellettualmente ma distintamente detto: "Da quando il Verbo si è fatto carne,
nessuna carne deve disporre di se stessa senza che ne dia il permesso". Quelle parole
mi penetrarono profondamente e benché non fossero un divieto formale, mi rifiutai ad ogni
ulteriore negoziazione...".
Assicura inoltre l'amico che è sempre con rinnovato piacere
che lo sente parlare di Gichtel. Soltanto che, trattandosi di un generale tedesco e di
segrete amicizie, gli raccomanda nuovamente di essere molto prudente nelle sue lettere,
molto riservato e molto chiaro nel linguaggio, affinché non si equivochi sui discorsi
misteriosi che ne sono l'oggetto. Era sufficiente una frase controversa per essere
sospettati e compromettere la libertà, se non la vita, anche di uno eletto da tutto un
distretto e futuro insegnante della gioventù repubblicana.
La Scuola venne aperta alla fine di gennaio. Saint-Martin fu
poco soddisfatto degli inizi.
"In quanto alle scuole normali, dice, non è ancora che
lo spiritus mundi allo stato puro, e vedo chiaramente ciò che si nasconde sotto quel
mantello. Farò tutto ciò che le circostanze mi permetteranno per adempiere il solo scopo
che avevo in mente accettando, ma queste circostanze sono rare e poco favorevoli. E' già
tanto se, in un mese, posso parlare una o due volte e se ogni volta posso parlare cinque o
sei minuti, e tutto questo davanti a duemila persone alle quali, a priori, si dovrebbero
rifare le orecchie. Ma lascio alla Provvidenza la cura di disporre della semenza e della
coltura; non farò che quanto potrò fare e non posso farci niente se non giudica
opportuno che faccia di più. Non mi aspetto dunque più da questo tutto quello che il mio
desiderio mi aveva fatto sperare. Comunque, può sempre venirne fuori qualcosa; per poco
che sia, non bisogna che mi ritragga".
Non ottiene che raramente la parola e per poco tempo; ma la
prenderà ogni volta che potrà e farà quel che dipenderà da lui per combattere lo
spirito del secolo o piuttosto quello che si nasconde sotto il suo mantello.
Farà qualcosa di importante con i suoi risultati?
Saint-Martin si rimette alla Provvidenza. Prega, osserva, si
prepara alla battaglia. Non segue un corso di filosofia così come gli sarebbe doveroso
fare e così come poi effettivamente fece a quella scuola. Non riceve che lezioni di
ideologia, Condillac corretto, non da Destutt de Tracy e Laromiguière, ma da Garat. Non
ne approfitta che per esercitarsi a combattere; ed invece di studiare Cartesio o
Malebranche e Leibnitz, che sembra ignorare, si dedica più che mai allo spiritualismo
teosofico di Boehme. Cerca fra i suoi compagni quelli che sanno il tedesco e li consulta
sulle difficoltà che gli procurano i testi della sua guida, felicitandosi di ricavare
almeno questo frutto dai suoi sacrifici.
"Approfitto del loro aiuto (quello dei suoi compagni di
Strasburgo), scrive, per farmi spiegare le parole del nostro amico Boehme che non capisco.
Sarà sempre un beneficio che avrò tratto dal mio viaggio".
Su questo punto, fortunatamente si sbagliava. Non fu
soltanto una parola in tedesco ben capita che ricavò alla Scuola normale; vi diventò un
filosofo migliore di quanto pensasse. Avendo letto in gioventù Cartesio, Bacone e
Burlamaqui, era agevolato negli studi speculativi. Aveva seguito durante gli anni belli
della sua vita, da sincero ammiratore, le pagine più deliziose di Voltaire e tutti gli
scritti dell'uomo eloquente la cui politica ispirava le generazioni rivoluzionarie, come
la sua morale e la sua pedagogia avevano affascinato le generazioni precedenti.
Saint-Martin era al corrente dei maggiori dibattiti dell'epoca. Quando aveva a che fare
con il mondo esterno, chiamava filosofia quello che la gente così chiama, qualche idea
sulla libertà di coscienza o di pensiero, e quell'insieme di credenze molto temperate che
l'ultimo secolo propalava a tutte le religioni e che indichiamo con la parola deismo. Con
i rappresentanti della scienza seria, Saint-Martin capiva molto bene la vastità e la
gravità dei problemi del pensiero umano. L'arte della meditazione alta e sicura,
dell'investigazione feconda e degna di fede, grazie alle regole infallibili di un
infallibile metodo, aveva tutta la sua considerazione. Ma la storia di questa scienza gli
era estranea e non so se devo dirlo molto francamente, che questo atteggiamento accomuna
tutti gli uomini che credono di avere troppo spirito essi stessi per aver bisogno di
chiederne ad altri, siano essi Platone o Leibnitz.
Insomma, Saint-Martin non imparò a fondo la scienza
dell'insegnamento serio, ma alla Scuola normale intravide almeno il modo di acquisirla.
Acquisì un tale gusto alla discussione metodica che il
collegio gli aveva insegnato, che vi si cimentò ogni qual volta gli era possibile ed in
seguito con molta disinvoltura e forse con troppa premura. La filosofia non era professata
da un filosofo: Garat, spirito distinto, lucido e lineare, abbastanza eloquente e troppo
pieno di sé, troppo imitatore di Condillac e dei professori di Edimburgo, riduceva il suo
sapere allo studio dell'intelletto umano, sul quale si pubblicavano trattati su trattati
dall'inizio del secolo. Il titolo stesso della cattedra di Garat non richiedeva che
quello, ed il vecchio ministro insegnava, non una scarna psicologia, ma una molto scarna
teoria dell'intelligenza. Faceva astrazione dagli altri poteri dell'anima, della sua vera
natura e dei suoi rapporti con gli esseri della stessa classe o analoghi, inferiori o
superiori, come della sua origine e dei suoi fini, dei suoi destini presenti e futuri. Era
l'errore del tempo. La Germania stessa aveva visto Kant compiere nel suo seno una
singolare rivoluzione, e dimostrarle che la critica della ragion pura era tutta la
filosofia. Infatti, quella critica non autorizzava né una seria teologia né una
psicologia speculativa, gli argomenti contro l'esistenza di Dio e l'immortalità
dell'anima avendo esattamente lo stesso peso degli argomenti
pro. Kant, è vero, ricostruiva con cura, in un secondo studio sempre di grande
profondità, nella sua Critica della ragion pratica, ciò che aveva demolito
sistematicamente nella sua Critica della ragion pura. Ma in quell'epoca, l'isolamento
delle scuole e dei popoli era ancora forte. Non traducevamo che i pensatori inglesi; e,
molti anni dopo, il principe di Pontecorvo, occupando l'Hannover, non concesse che una
paginetta a Charles de Villers, per l'esposto del sistema di Kant. Non era meglio, a dire
il vero, con Condillac. Tutte le facoltà dell'anima non si riducevano più, nel 1795, a
quella di sentire, tutte le sue operazioni, a delle sensazioni trasformate. La scienza
dell'intelletto non si limitava allo studio della sensazione, ma si compiaceva a mettere
in evidenza questa facoltà.
Ad ogni lezione di filosofia, il Robinson della
spiritualità -Saint-Martin si considerava tale- si trovò in presenza di un insegnamento
la cui grettezza feriva proprio quella delle facoltà della sua anima che contestava
maggiormente. L'ideologia sensualista aveva infatti questo svantaggio, che più si
sforzava di correggere il sensualismo puro e netto di Condillac, più ne scopriva
l'insufficienza, i difetti, le lacune. Un bel giorno la lingua di Saint-Martin si sciolse
ed approfittò del suo turno per attaccare direttamente la dottrina del maestro. Era un
giorno di conferenza ed in quelle sedute gli ascoltatori non solo erano autorizzati, ma
invitati a presentare le loro osservazioni. Nulla di straordinario dunque nel
comportamento di Saint-Martin. La composizione della Scuola era, peraltro, eccezionale e
per capire ciò che fece di un po' speciale ingaggiando un dibattito sulla sostanza e
sullo spirito generale dell'insegnamento, cosa che nessuno dei suoi compagni fece, bisogna
considerare che Saint-Martin, alla Scuola, era più anziano del suo professore; che era un
vecchio ufficiale, cavaliere di Saint-Louis, scrittore ammirato in molti paesi d'Europa ed
un beniamino della vecchia società. In più, in quella seduta, o meglio in quella
conferenza tenuta nei giorni in cui gli allievi prendevano la parola per chiedere
delucidazioni e presentare dubbi ed obiezioni, Saint-Martin non chiese che la modifica di
qualche locuzione esagerata, tipo queste: Fare le nostre idee o creare le nostre idee,
queste parole implicando un potere che riservava ad una facoltà naturale ma interamente
interiore.
Per essere più sicuro nella esposizione, Saint-Martin aveva
scritto le sue obiezioni, ma non aveva potuto terminarne la lettura. In un'altra
conferenza, quella del 9 ventoso 1795, ne presentò il seguito in una nota scritta sotto
forma di lettera. Lesse questa volta con maggior determinazione e chiese tre nuove
modifiche:
1) - Volle un riconoscimento formale del senso morale, con
una collocazione distinta nella descrizione degli elementi essenziali della natura umana;
2) - Segnalò la necessità di una parola prima data
all'uomo sin dalla creazione, citando in appoggio alla sua opinione questa frase di
Rousseau: La parola è stata una condizione indispensabile per l'instaurazione stessa
della parola;
3) - Insistette sull'opportunità di collocare la materia
non pensante al suo giusto posto.
In questa seconda seduta, fu ascoltato meglio che nella
prima e possiamo dire che ebbe successo. In ogni caso ed a prescindere dal risultato, non
si può che ammirarne il coraggio se si considerano sia il talento del professore di cui
si fece avversario che l'elevata posizione
assunta nell'opinione come ministro della giustizia, presidente del consiglio esecutivo,
ministro dell'interno e commissario generale della pubblica istruzione.
Garat non era un pensatore, ma era uno dei più abili
scrittori del suo tempo. Oratore brillante, abbagliò più che soddisfare l'uditorio con
le soluzioni che gli offriva sui problemi dibattuti e le modifiche richieste. Nel
resoconto di quella seduta, diede alla sua replica, come capita spesso, un po' più di
spazio di quanto non ne avesse in realtà avuto. Allora Saint-Martin fece con compiacenza
quello che il suo maestro aveva chiesto sin dall'inizio, entrò cioè più ampiamente
nella materia e redasse una lettera molto meditata ed ancora degna di essere letta. Non si
saprebbe adeguatamente evidenziare, nella storia della nostra filosofia, il merito di
questo piccolo lavoro ed il vivo impulso verso lo spiritualismo che ne ricevette il
pensiero francese. Saint-Martin vi ricusa l'idea fondamentale di Condillac, la sua teoria
dell'intelletto ridotta a quella della sensazione, la smisurata estensione data a questa,
l'ipotesi così facile e così strana della statua. Evidenzia ancora meglio la
superiorità di Bacone sul discepolo degenerato di Locke e segnala la superiorità più
importante dello spiritualismo sull'ideologia.
Garat, non volendo continuare una polemica dove non contava
di prevalere e non volendo fare concessioni, lasciò cadere il dibattito, se dibattito fu.
Il fatto è che non si trattò di discussione o di argomentazione nella sostanza e le due
conferenze dove gli avversari esposero le loro opinioni non sembrano neppure aver generato
quella specie di animazione che ogni giorno offrono le discussioni di tesi alla Sorbonne.
Se i contemporanei definirono il tutto come la bataille Garat (vds. il resoconto nel vol.
III dei Débats de l'école normale), è che tutto si ridusse ad uno dei volti della
Francia. Perlomeno si era inviato alla Scuola quanto di meglio si era trovato nei vari
distretti da avviare all'insegnamento, alcuni
già un po' formati dalle prove della vita, altri impazienti di entrare in lizza. I loro
professori erano i personaggi più eminenti della scienza e della letteratura; gli
spettatori della lotta, se si vuol usare questa parola ambiziosa, erano chiamati, dal
decreto stesso che creava l'istituzione, a riportare in ogni angolo della repubblica le
lezioni ricevute. I corsi della Scuola ricevevano da questa duplice circostanza una
parvenza di dignità che l'insegnamento, cosa molto grave, non sempre ha.
In definitiva, si trattava per i due o tremila partecipanti
che iniziavano la professione, di sapere a quale dottrina dare la preferenza. La filosofia
non è mai un terreno neutro, è sempre lo scontro tra l'errore e la verità. E' lo
scontro peraltro più decisivo. Si trattava dei titoli del materialismo e del sensualismo
proclamati di fronte a quelli dello spiritualismo; si trattava di quelli del razionalismo
e del naturalismo proclamati di fronte alla religione rivelata. E non vi era una filosofia
di Stato più di quanto non vi fosse una religione di Stato. Avendo la volontà monarchica
lasciato il posto alla sovranità repubblicana, ognuno ormai era chiamato a parlare solo
in nome della verità, della coscienza e della ragione restituite ai loro diritti.
Forse non era esattamente questo il pensiero dei sovrani del
1793; ma già la morte violenta degli uomini di violenza aveva permesso di proclamare dei
bei principi, ed il pensiero, per un momento calpestato con audacia, era restituito, se
non a tutta quella libertà che lo inorgoglisce, a quel sentimento della sua dignità che
ne fa la grandezza. I due interlocutori, ugualmente animati da queste nobili emozioni,
parlarono con grande energia e conquistarono una profonda attenzione. Forse non esistevano
due campi prima del dibattito, ma dopo ci furono due partiti che li consideravano i loro
campioni. Perlomeno si commentò l'accaduto con tutto il calore che comportava una lotta
dove si trovavano impegnate tutta la filosofia e la morale come la religione.
Va da sé che ognuno dei due campioni si sia attribuita la
vittoria e se Saint-Martin ci riferisce che i maggiori successi non furono per il
professore, non bisogna concludere che i complimenti facessero difetto al vecchio
ministro, al futuro ambasciatore, al futuro presidente della sezione delle scienze morali
e politiche dell'Istituto. Forse non ne meritò molti per le sue lezioni sull'analisi
dell'intelletto consegnate ai verbali della Scuola, ne ottenne di molto sinceri per
l'onestà del suo comportamento in quella occasione.
In quanto a Saint-Martin, che amava le proprie idee ed i
propri lavori, in funzione della purezza del suo pensiero e dell'energia delle sue
convinzioni, trovò persino nella sua piccola statura e nella elevata posizione del suo
antagonista, un parallelo biblico fatto su misura di cui si appropriò: "Sono stato
un ciottolo di fronte ad uno dei Golia della
nostra Scuola normale in piena assemblea e si rise alle sue spalle, per quanto professore
egli sia". (Lettera del 19 marzo 1795).
Occorrevano delle distrazioni e delle consolazioni a quel
genere di studioso scolaro che si recava così regolarmente, da qualche mese, dalla via
Tournon al Jardin des Plantes dove si svolgevano i corsi della sua Scuola. Era poco
edificato dalle sue lezioni. Sin dall'inizio non aveva creduto in questa operazione e
continuava a predirne la caduta. Allontanandosi sempre più dal suo fine semplice e serio,
non poteva sopravvivere.
Già il 9 floreale, scrive al suo amico: "Le nostre
scuole normali sono alla fine, verranno sotterrate il 30 di questo mese. Tornerò a casa,
a meno che non mi installi nei dintorni di Parigi, cosa che ho sempre desiderato. Ma nella
confusione in cui ancora ci troviamo, è possibile fare qualche progetto?".
Saint-Martin, che non doveva trovare una sistemazione
definitiva nei dintorni di Parigi se non otto anni più tardi e per sempre, partì al più
presto per Amboise. Non fu per rimanervi in quanto Amboise era sempre il suo inferno di
ghiaccio; non vi aveva alcun legame nel suo genere, mentre ne aveva di dolci a Parigi. Non
voleva dunque recarsi nel suo paese che per sbrigarvi qualche incombenza e ritornare poi a
Parigi dove "uno dei suoi amici gli ha proposto una sistemazione che può rendere la
sua esistenza un po' più piacevole di quella avuta negli ultimi cinque mesi e che lo
avrebbe distolto meno dal suo lavoro".
Gli sarebbe piaciuto accogliere l'invito di Liebisdorf ed
andare ad abitare in Svizzera ma "le nostre finanze, gli dice, nello stato in cui
sono, mal si addicono ad un piccolo reddituario come me e, a dire il vero, dovrei forse
vendere tutti i miei beni per poter vivere uno o due anni in paesi stranieri".
Capitolo XVII
L'uscita dalla Scuola normale. - Il progetto di
insegnamento: la cattedra di storia a Tours. - Amboise. - Lettera sulla rivoluzione
francese. - Saint-Martin precursore di Joseph de Maistre come pubblicista. - La teocrazia.
- Babel. - M. de Witt.
(1795 - 1796)
____________
Nessuno era entrato nella Scuola normale con più illusioni
e con i migliori propositi di Saint-Martin; nessuno, credo, ne uscì con maggiore
tristezza. Tutta quella prospettiva di un corpo insegnante da due a tremila persone di
età matura, traenti dallo stesso centro le stesse luci e diffondendole con lo stesso
ardore; quell'altra prospettiva meno elevata, ma forse più gratificante, di occupare lui
stesso in questo corpo un ruolo utile ad una santa causa; la speranza infine, per quanto
prosaica, di istruirsi un po' seriamente, tutto questo era perduto: bisognava rinunciarvi.
Cosa fare, e dove cercare delle compensazioni?
Per un momento Saint-Martin ebbe l'idea di chiedere una
cattedra di storia in quella stessa città di Tours dove aveva esercitato una magistratura
così sterile e fugace. Si trattava, di tutte le cattedre che poteva occupare, di quella
per la quale provava maggiore predisposizione; ma non si sentiva sufficientemente
preparato per dare al suo progetto tutto il seguito che meritava.
Crearsi delle compensazioni alle speranze svanite è sempre
difficile cosa; ma Saint-Martin trovò grandi consolazioni nella sua corrispondenza e
presso i suoi amici. Il suo spirito era d'altronde troppo attivo per non dedicarsi
immediatamente a qualche lavoro utile. Operò così bene che seguendolo nel momento stesso
in cui usciva dalla Scuola con l'animo rattristato, il corpo provato dalla fatica e dalle
privazioni, giungiamo, se non ai giorni migliori della sua carriera, quantomeno al periodo
del maggiore sviluppo del suo pensiero.
Infatti, il teosofo, senza rinunciare ai suoi studi
preferiti, di colpo ne riprese altri che aveva già abbordato nel 1784 e si dedicò a
problemi di politica, di governo, di organizzazione sociale. Nell'età matura dove era
arrivato e grazie alle circostanze in cui si era trovato, nonché agli avvenimenti che
avevano maturato il suo spirito, trattò quei problemi così delicati, ma anche così
seducenti, con una sicurezza tutta nuova.
Ho detto che essendo stata chiusa la Scuola normale il 30
floreale anno IV, si recò ad Amboise sin dal mese di pratile. Appena giunto, fece come a
Parigi, vi adempì i suoi doveri di cittadino. Nominato membro dell'assemblea degli
elettori del dipartimento, sin dal mese di vendemmiaio, dai suoi concittadini altrettanto
soddisfatti del ruolo che aveva rivestito a Parigi che per la sua sollecitudine a
ritornare fra loro, accettò la sua missione nonostante l'impegno profuso, per naturale
modestia, per evitare i loro suffragi. Una volta ricevutili, li accolse deferente con
grande docilità.
Si sarebbe comportato allo stesso modo se gli elettori lo
avessero portato alla deputazione? Non ne dubito.
"Essere elettore, non è essere deputato e non sarei
occupato che per otto o dieci giorni", dice al suo amico di Berna. Questo prova che
apprezzava il tempo ma non che si sarebbe rifiutato di darlo al suo paese.
Ma poiché le prove di fiducia che gli accordarono incaricandolo della classificazione dei
libri del distretto, designandolo per la Scuola normale e portandolo nel corpo elettorale,
indicano che con un po' d'impegno poteva diventare il collega di Garat alle Camere,
perché non ce lo mise?
Per la sola ragione che lasciava soltanto a Dio disporre di
lui. Non era certo l'ambizione a difettargli e neppure la dedizione. Se andava alla
rappresentanza nazionale, molto facilmente poteva diventare il collega del suo professore
dell'Accademia delle scienze morali e politiche; malgrado le prevenzioni che ispiravano le
sue tendenze, il suo merito personale lo portava infallibilmente all'areopago delle
scienze speculative. Ne era consapevole, ma rispettò il suo principio.
Vedendolo di colpo occuparsi di problemi politici e
pubblicare le sue riflessioni sui problemi più gravi, i più dibattuti fra quelli
dell'epoca, si direbbe che ambisse seriamente le due più alte posizioni dove poteva
essere chiamato il suo talento. E certamente non bisogna dire il contrario al solo scopo
di non comprometterlo. Ai suoi occhi, come ai nostri, ogni cittadino è onorato di
offrirsi alla patria per le funzioni dove lo portano il suo patriottismo ed i suoi talenti
ed ogni pubblicista può aspirare a sedersi tra i pensatori del paese che hanno il compito
di spiegare la scienza dei costumi o l'incarico di votare le migliori leggi richieste dal
paese. L'arte di migliorare le une e gli altri con i soli mezzi forniti dalla ragione, è
la migliore tra tutte le opere umane. Ma per quanto Saint-Martin ben comprendesse questa
ambizione, non fu per arrivare al Corpo legislativo o all'Istituto che si occupò di
politica al termine della Scuola normale, poiché se ne era occupato sin dal 1784. Ebbene,
sin d'allora, invece di seguire il programma dell'Accademia di Berlino, aveva seguito il
suo. Fu con gli stessi sentimenti di indipendenza e di dignità personale che se ne
occupò nel 1795: infatti, non fu secondo l'ordine di idee corrente, né per assicurarsi i
suffragi del suo distretto, fu secondo le ispirazioni della sua coscienza e per far cadere
sui dibattiti dell'epoca qualcuna di quelle verità eterne che sono la fiaccola di tutte
le altre. Gettare nel mezzo di quelle utopie prettamente terrestri che non hanno come fine
che la prosperità materiale e per stimolo che quel benessere che non saprebbe dare la
felicità, gettare in mezzo ad esse delle teorie morali e religiose atte ad indicare che
lo scopo della vita e la salute del corpo sociale sono nelle vie spirituali, ecco
l'ambizione che lo animò.
Aveva soprattutto quella di indicare il rimedio che riteneva
più adatto per rivelare l'origine del male che travagliava la società, male che, secondo
lui, la travaglierà fin quando non avrà preso la legge divina come regola suprema di
tutte le leggi umane. Questo fu il vero scopo della sua Lettera ad un amico sulla
Rivoluzione francese.
Saint-Martin non descrive una scienza sociale molto facile,
di diretta applicazione, immediata. Ma c'è allo stesso livello, nella teoria come nella
pratica. Il suo punto di vista è il supremo. E' tutto rimesso a Dio da cui tutto proviene
ed a cui tutto deve andare. Gli uomini, re o preti, non sono né re né preti, non sono
né autorità né luci se non sono su questa via che è per lui la sola vera.
Troviamo qui della teocrazia, e della più caratterizzata,
senza dubbio. Tuttavia la teocrazia di Saint-Martin è come il suo spiritualismo, sui
generis. Lo si è ritenuto il vero precursore della teocrazia contemporanea, di quella di
Joseph de Maistre e dei suoi discepoli, che hanno preso da lui più di quanto sembri.
Questo può essere sostenuto come si è sostenuto che Saint-Martin fu il vero precursore
dello spiritualismo di Royer-Collard. E' stato nella via dove quei due eminenti uomini
sono entrati con tanta autorità e sono emersi con tanto clamore. Ma se è stato nella
stessa via del celebre capo della scuola spiritualista, prima di lui, non si trova
tuttavia alcuna traccia di un'influenza esercitata dall'uno sull'altro. Maine de Biran
può aver letto Saint-Martin, ma ignoro se Royer-Collard ha potuto leggerlo con qualche
simpatia. I loro principi erano opposti almeno su questo punto, che Saint-Martin rigettava
ciò che era generalmente accettato, mentre Royer-Collard lo adottava più volentieri. Da
qui l'eclettismo dell'uno ed il misticismo dell'altro. In quanto a de Maistre, la sua
politica è teocrazia oltramontana e non soltanto sacerdotale, ma essenzialmente
pontificale, mentre quella di Saint-Martin non ha niente in comune con Roma, con il Papa,
con il sacerdozio. E' la politica del cristianesimo, non dico il più puro e ricercato, ma
intendo il più esagerato, portato agli estremi. Infatti, questa politica, è il regno di
Dio trasportato dal cielo sulla terra, è il governo dell'uomo attraverso la legge divina,
è il ristabilimento del rapporto primitivo tra Dio e l'uomo. Orbene, seguendo il Vangelo,
è davvero questo il regno di Dio e la sua monarchia celeste, ma non è la monarchia
terrestre, o il regno delle leggi umane.
Se dunque si è stati ingiusti verso Saint-Martin non
rivendicandogli le teorie alle quali de Maistre non ha fatto, si dice, che mettere
l'impronta del suo genio, si è stati ancora più ingiusti attribuendogli le idee
sacerdotali dell'illustre autore dell'opera del Papa.
Senza dubbio vi sono certe analogie di fede e di tendenze
morali tra il teosofo ed il diplomatico di San-Pietroburgo, ma limitate a cose secondarie,
senza alcuna reale importanza, e per apprezzare la politica del primo occorre distinguerlo
nettamente dal secondo.
La prima delle pubblicazioni politiche di Saint-Martin, la
Lettera ad un amico sulla Rivoluzione francese, non è un'opera; è soltanto un opuscolo.
Non lo pubblicò che nel 1795, ma fu scritto prima della sua entrata nella Scuola normale,
stampato ed in parte distribuito prima della sua uscita. E lungi dall'essere stato
ispirato da ambizione, era stato richiesto da alcuni amici dell'autore. Si tratta, per un
argomento così importante, di una ben modesta pubblicazione, molto imperfetta, ma il
problema vi è trattato "alle sue radici e nei suoi fondamenti".
"Per condurre la rivoluzione, questa grande crisi della
società, ai suoi veri fini, occorre farne una rigenerazione dell'umanità al suo stato
primitivo, al suo punto di partenza. Occorre dunque cominciare coll'esaminare la vera
origine di ogni società. Ebbene, a questo proposito le nostre teorie sono completamente
false e affinché le nazioni si rinnovino, occorre innanzitutto che la scienza stessa si
corregga".
Si tratta, in verità, della grande e semplice pretesa di
Saint-Martin di correggere le idee che gli scrittori più ammirati dell'epoca, Condorcet,
Rousseau e Montesquieu stesso, avevano divulgato circa le condizioni primitive dell'uomo.
Dallo stato di natura, dalla vita selvaggia di caccia e pesca, l'uomo è passato, secondo
loro, alla vita pastorale ed agricola, nutrendosi del latte delle greggi e dei frutti dei
campi. Di queste ipotesi puntellate da qualche tradizione ed abbellite da ogni genere di
finzione, da tutti i fascini del talento, Saint-Martin era l'avversario dichiarato. Ma il
primo tra quelli che, da quel momento, sono entrati nella tenzone con maggiore slancio,
cadde combattendo un grande errore con un altro non meno grande. Quello che combatteva non
era che un errore storico; quello che sostenne fu un errore filosofico: fu di confondere
la religione e la politica, di credere che lo scopo dell'organizzazione sociale sia
essenzialmente morale. Senza dubbio le leggi etiche sovrintendono a tutto il mondo morale,
ma in questo mondo ogni scienza ha il suo dominio. Quella che è la missione essenziale
della religione non è la missione essenziale della politica. Il vero fine
dell'associazione umana, dice Saint-Martin, non può essere altro che il punto stesso da
cui è caduta per non importa quale alterazione. La massima sembra grandiosa, ma non
riesce a sostenere l'analisi. Cos'è il punto da cui l'associazione umana è caduta? Vi è
stata sulla terra una nazione primitiva? Adamo, prima della sua caduta, ne fu una? E' di
un'alterazione della società o di un'alterazione della natura umana che parlano i nostri
testi sacri?
Evidentemente della seconda. Ed evidentemente anche, spetta
alla religione e non alla politica di ristabilire l'uomo nella sua primitiva condizione e
nella sua relazione originale con il suo principio.
Ma spiegandosi in maniera più netta, indicando il vero
ruolo della politica, Saint-Martin rientrava nel vero. La politica può aiutare la
religione. Attraverso le sue istituzioni deve proteggerla, servirla; attraverso le sue
leggi deve tendere verso quelle del mondo morale. E' dunque utile che le conosca e le
pratichi, che si elevi a tutte le altezze della filosofia stessa. Si potrà giustamente
affermare, dice la Lettera sulla Rivoluzione francese, che questa rivoluzione non
riuscirà che in relazione a quanto più saprà cogliere i principi ed attenervisi con
tutte le sue forze.
Fu così, mettendo su questa via, malgrado le sue
esagerazioni ed il tono un po' declamatorio dell'epoca, che Saint-Martin meritò molto,
non dalla repubblica che non lo ascoltò, ma dalla scienza. E non vi è nulla di più
religioso né di più elevato delle sue vedute sui principi della società umana, le sue
mete o i suoi fini. E' senza dubbio a questa fonte che J. de Maistre ha preso alcune delle
più belle idee che ha presentato con tutto il fascino del suo stile e sviluppato in modo
da formare una solida teoria nei suoi scritti, sia le Considerazioni, sia il Principio
generatore delle costituzioni politiche. E più quelle vedute così religiose addolciscono
e modificano felicemente la forma così rigorosa della politica della santa Scrittura,
meglio avrebbero dovuto preservare Saint-Martin, parlando del clero e dell'influenza che
ha perso sulle generazioni del tempo, da qualcuna di quelle durezze che sfuggono al suo
dolore. Prima o poi, molto più tardi, la storia poteva mostrarsi
severa per certe aberrazioni; ma il momento in cui il clero usciva dalle sue prove più
crudeli, era mal scelto per dirgli "che la Provvidenza saprà far nascere una
religione dal cuore dell'uomo... che non sarà più suscettibile ad essere infettata dalle
mene del sacerdote e dal soffio dell'impostura, come quella che abbiamo appena visto
eclissarsi con i ministri che l'avevano disonorata".
Non sta forse lui, il fiero gentiluomo, prodigando a quei
ministri, nel gergo corrente, la metafora più ardita che
trova e qualificarli accaparratori delle sostanze dell'anima?
Invero, non è questo il linguaggio abituale di
Saint-Martin, è quello dei suoi momenti neri; e parlando delle sue note sui più
terribili avvenimenti della rivoluzione, ho già abbondantemente segnalato la tendenza che
ha la sua penna di adattarsi allo stile del momento, per soffermarvici ancora. Ciò che
spiega, in parte, l'impetuosità che bisogna rimproverargli, è il suo dolore nel vedere
la religione stessa proscritta, dice, a causa dei suoi ministri, ed il Governo di Francia,
invece di camminare sotto l'egida della preghiera, costretto dalla sua certezza a rompere
ogni specie di rapporto con questa preghiera, ad essere così il solo governo
dell'universo che non la annoveri più tra i suoi elementi.
Non occorre neppure far notare che nel suo dolore
Saint-Martin si confuta da solo. Se, come dice, la Francia soltanto fu costretta a
rompere, non era dunque colpa della religione, che continuava ovunque altrove i suoi
rapporti con la politica, ma tutt'al più del clero che la rappresentava in Francia. Ma,
in questo caso, non c'era necessità di una nuova religione; non occorreva che un clero
epurato dalle prove dell'epoca. Il crogiolo da cui usciva quello della Francia poteva
sembrare sufficiente agli occhi dei più esigenti.
Se questo getta un'ombra sulla Lettera sulla Rivoluzione
francese, nulla toglie all'elevatezza dei principi. Questi sono altrettanto puri,
altrettanto eterni di come sono elevati. Ciò che vuole Saint-Martin, è ciò che vuole la
ragione, la filosofia più netta: il regno della legge divina, lo stabilirsi dell'ordine
divinamente voluto nel mondo, o il suo ristabilirsi, se ha cessato di esistere, ed ovunque
dove cessa di essere, soprattutto nei rapporti dell'uomo con il suo principio.
Ecco la teocrazia di Saint-Martin. La qualifica come divina
e la oppone alla teocrazia infernale. Ci si è ingannati su questa parola, la si è
applicata alla teocrazia sacerdotale o pontificale. Si rivolge "alla Chiesa ed alla
sua immutabile autorità", si è detto. E' un errore che mi sento in dovere di
rilevare. Per Saint-Martin vi sono due ordini di cose: l'uno divino, dove regna la legge
di colui che è il principio della luce; l'altro, infernale, dove regna quello che è il
principio delle tenebre. E' questo impero che chiama la teocrazia infernale.
Questo deve modificare singolarmente, totalmente, i giudizi
eccessivi che si sono portati su alcuni dei suoi. Ciò che è il vero oggetto del suo
lavoro, è il destino dell'umanità sulla terra, molto più che una semplice rivoluzione
nel suo seno.
"Non crediate che la nostra rivoluzione francese, dice
l'autore al suo amico, sia una cosa poco importante sulla terra; la vedo come la
rivoluzione del genere umano, così come noterete nel mio opuscolo. E' una miniatura del
giudizio ultimo, ma che ne deve indicare tutti i tratti, a questo vicino per il fatto che
le cose non devono accadervi che successivamente, mentre alla fine tutto avverrà
istantaneamente. La Francia è stata visitata per prima, e lo è stata molto severamente,
perché è stata molto colpevole. Quei paesi che non valgono più di lei non saranno
maggiormente risparmiati quando il tempo della loro visita sarà arrivato".
"Credo più che mai che Babele sarà perseguitata e
rovesciata progressivamente in tutto il globo, cosa che non impedirà che sorga poi un
nuovo germoglio che sarà sradicato nel giudizio finale; in quanto, nell'epoca attuale,
non sarà visitata fino al suo centro". (Lettera di Saint-Martin a Liebisdorf, del 30
pratile anno III).
Qual è questa Babele?
E' quanto Saint-Martin non ha bisogno di dire al suo
corrispondente di Berna e che non si preoccupa di dire nel suo opuscolo. Non possiamo che
approvarlo per una riservatezza di buon gusto. Forse i mistici, che amano essere profeti,
capire i segni del presente e decifrarvi i segni dell'avvenire, faranno molto meglio a
rinunciare a tutti quegli oracoli che non si stancano, ma si discreditano a predire quella
fine che non viene mai, compresa quella del mondo, così spesso annunciata da diciotto
secoli e sempre aggiornata di generazione in generazione.
Saint-Martin, non parlando che come politico, fu al
contrario davvero profeta e lo fu con uno stile magnifico quando esclamò: "La marcia
imponente della nostra maestosa rivoluzione ed i fatti eclatanti che la distinguono ad
ogni istante non permettono che agli insensati o agli uomini in cattiva fede di non
vedervi scritta a caratteri di fuoco l'esecuzione di un decreto formale della
Provvidenza".
Quale sensazione ha provocato questo scritto? Quale
influenza ha esercitato?
Gli amici dell'autore, madame de Boecklin in testa,
accolsero l'opuscolo con i più sinceri elogi e l'autore, che aveva dedicato diversi anni
a concepirlo, fu fondamentalmente d'accordo con loro. Ma, come i suoi amici, bisognò
rassegnarsi a vedere i problemi contingenti assorbire l'attenzione del pubblico.
Saint-Martin si accorse ben presto che non bisognava contare su un grande successo in
Francia; ma sperava di meglio dalla Germania e chiese al suo erudito amico di Berna cosa
si sarebbe aspettato da una traduzione. A spiegare questa idea è una proposta fattagli
dal suo amico. Infatti, Kirchberger, che seguiva da vicino i lavori ed i progressi del
razionalismo tedesco e l'attività un po' febbrile dei suoi esaltati partigiani, gli
illuminatori, aveva parlato in diverse sue lettere degli intrighi ai quali si lasciavano
andare a questo proposito. Aveva pregato Saint-Martin di ragguagliare su questo stato di
cose i suoi amici di Parigi, di invitarli a riflettere sui mezzi per combatterli, o
quantomeno per rallentare il cammino degli avversari della fede. Saint-Martin, che non
conosceva la Germania, aveva dapprima declinato la sua competenza e quella dei suoi amici;
ma cambiò parere e pensò che il suo lavoro avrebbe potuto fare qualcosa di buono anche
sulla riva destra del Reno. Da ciò la proposta a Liebisdorf, di farlo tradurre in
tedesco.
De Witt, ambasciatore degli stati generali presso i cantoni,
fu incaricato, dal suo collega svedese, della consegna al barone di due esemplari
dell'opuscolo.
Questi lo apprezzò con
entusiasmo maggiore di quanto l'avesse impazientemente atteso e lo dichiara, non un
opuscolo, ma piuttosto l'opera più perfetta che sia apparsa sulla Rivoluzione francese.
"Una pagina di questo libro contiene più verità che seimila volumi sfornati dalla
stampa su questo avvenimento. Avete fornito la soluzione alle maggiori difficoltà nella
teoria dell'ordine sociale...". Questo consola l'autore di certa freddezza incontrata
a Parigi. Tuttavia ed in quanto all'essenziale, Liebisdorf aggiunse lui stesso: "Ma
dopo maturata e solida riflessione, non potrei in alcun modo consigliarvi di scegliere il
periodo attuale per farlo tradurre in tedesco".
Come si può vedere, il barone sapeva pagare il suo tributo
alla verità della situazione, come lo pagava all'amicizia. Conosceva l'amor proprio di
autore e sapeva che se quello di Saint-Martin non era da meno di tutti gli altri, la
serenità della sua anima non aveva eguali.
Il filosofo infatti, accolse nella sua coscienza i suffragi
che non aveva trovato nel suo paese.
"In quanto al mio scritto sulla politica, scrive, non
ha ancora mai ricevuto tutti quegli onori che gli fate; appena gli si è dato uno sguardo
nel mio paese. La mia nazione non è più matura di altre per le nozioni profonde: così
non le ho esposte che per accontentare un amico che mi sollecitava a scrivere; ma ero
consapevole che spingendo in avanti la pietra d'angolo, bisognava che fosse respinta.
Credo tuttavia di aver fatto un'opera di cui il gran maestro si ricorderà e questo mi
basta".
Capitolo XVIII
La scienza dei numeri. - Le scoperte del mistico
Eckarthausen. - L'opera postuma di Saint-Martin, Dei Numeri. - Una teoria sui medium,
abbozzata nel 1795. - L'ottavo pianeta. - L'invio dei dieci luigi. - Lo scambio dei
ritratti.
(1 7 9 5)
___________
Niente di più interessante di quelle testimonianze così
sincere di un autore e di quelle simpatie così ingegnose del più tenero dei suoi amici.
Il Bernese a quelle di una donna. Per i due amici, la politica era peraltro una cosa molto
secondaria, e la loro corrispondenza rimase essenzialmente consacrata ai loro oggetti
prediletti. Il barone raccoglieva da ogni parte, a Londra, in Germania, a San-Pietroburgo
ed in Svizzera, le buone notizie e le buone pubblicazioni che potevano interessare al
teosofo e Saint-Martin, che si rimetteva in salute in campagna, vicino a Tours, riprendeva
quelle notizie come base, aggiustava le esagerazioni del suo amico su certi punti, andava
talvolta oltre su altri ed incantava la sua immaginazione come quella del suo amico sui
meravigliosi risultati ottenuti per mezzo della scienza dei numeri. Altre volte, riceveva
con la docilità di un allievo, le lezioni del suo discepolo; ad esempio quando questi gli
comunicava le sue idee sui misteri che d'Eckarthausen non cessava di scoprire.
Questo mistico era oggetto di una sorta di culto per
Liebisdorf. Saint-Martin non aveva ancora lasciato Parigi ed i corsi della Scuola normale
quando il barone gli espresse il desiderio di metterlo in contatto con il suo amico di
Monaco. (Lettera del 12 aprile 1795).
Lo mise a conoscenza, in questa occasione, di un fatto che
doveva molto solleticare la sua curiosità: che il teosofo della Baviera, "dopo molto
lavoro e sofferenze, era giunto al termine". Ma, che non si cada in errore, non era
giunto al termine dei suoi giorni, ma soltanto al termine dei suoi desideri più elevati
in questo mondo:
"Era stato gratificato di una notevole
manifestazione".
Sfortunatamente ignoriamo la natura di questa
manifestazione. Su richiesta del barone, il fortunato "epopte" lo ragguaglia sul
modo in cui vi è pervenuto ma non nomina che il suo amore per il Verbo e stende un velo
sul resto. L'autore del Nuage sur le Sanctuaire si era aperto molti santuari e forse ne
aveva creati una buona parte, ma più di ogni altro sapeva coprirli di nuvole. Cosa aveva
visto? Non si sarebbe accontentato dell'apparizione di qualche defunto, di qualche angelo
o di qualche apostolo, foss'anche San Giovanni. Come la Scuola del Nord, avrebbe mirato
più in alto. Ha forse visto, come lei, la Causa attiva ed intelligente, o il Figlio di
Dio, come dice tranquillamente l'abate Fournié? Ha forse, come il generale Gichtel,
celebrato il sacro fidanzamento con la Saggezza celeste e goduto delle ineffabili gioie
della sua presenza sensibile? La sua anima, liberata dai legami del corpo, si è forse
innalzata nelle regioni divine come quella del suo amico Divonne? Ha ricevuto, circa il
mezzo di elevarsi in quelle regioni senza pericolo, qualche comunicazione straordinaria?
Oppure è riuscito, per finire, a far parlare i numeri? No: "Dal 15 marzo ha ricevuto
dall'alto diverse istruzioni; ma non può spiegare come gli arrivano, non esistendo nella
lingua parlata le parole necessarie". (Lettera al barone del 19 marzo 1795). Il suo
grande segreto, non lo dice all'amico ma gli parla sovente delle sue scoperte nei regni
che riguardano le nostre due ultime domande, e dell'ascensione dello spirito nella regione
pura, d'Eckarthausen scrive molto chiaramente questo:
"Nello spazio che separa questo mondo dal mondo
celeste, vi è il mondo mediano, che è il più pericoloso perché la maggior parte degli
uomini che cercano di elevarsi al mondo superiore devono necessariamente attraversarlo ed
ignorano che è pieno di trappole e di seduzioni".
E' esattamente quello che insegnavano gli gnostici ed è per
questo che si impressero nella memoria una serie di preghiere e di suppliche da fare agli
spiriti che governano quelle regioni, al fine di ottenerne il libero passaggio. Abbiamo
dato queste formule nella nostra Histoire du Gnosticisme e non ci soffermeremo qui per
segnalare le analogie della teurgia antica con la teosofia moderna. Ci limitiamo a citare:
"L'uomo (o l'anima) che non ha con sé una guida fedele
e preparata che gli indichi la strada più sicura per attraversare ed impedirgli di
restare troppo a lungo in questo luogo di illusioni, può perdervisi in quanto si trova
tra il bene ed il male.... Il mondo ha i suoi miracoli, le sue visioni e le sue
particolari meraviglie. E' pieno di ispirati e di illuminati che sono sui confini (in
finibus) del principe delle tenebre che si presenta come angelo di luce, tanto che gli
stessi eletti ne verrebbero sedotti se non fossero ben equipaggiati". (Lettera a
K...).
In quanto alla scienza dei numeri, l'illustre teosofo di
Monaco possedeva realmente l'arte di farli parlare, se facciamo credito al suo amico.
"Considera ed impiega i numeri come scalini per salire
più in alto; mi è parso che siano tra le sue mani uno strumento intermediario per
comunicare con le Virtù; li indica nel suo libro per risolvere ogni genere di problema.
Credo persino che per mezzo di essi riceva risposte articolate (?) che successivamente
traduce nella nostra lingua volgare. Non è che di tanto in tanto non fruisca, a quanto mi
è sembrato, di qualche favore più immediato e che non veda direttamente, nel mondo pneumatico, quello che corrisponde al
secondo principio del nostro amico Boehme. Chiama questo, in una delle sue lettere,
"l'Etoile levée". Allora le idee e la lingua non assomigliano più alle nostre
idee ed alla nostra lingua volgare".
Per dare a Saint-Martin un'idea più vera della fortunata
manifestazione di Eckarthausen giunto al termine, Liebisdorf gli aveva inviato, senza
tradurla, la stessa lettera che aveva ricevuto da Monaco, pregandolo di fornirgli il suo
parere. Saint-Martin rispose (il 30 pratile anno III) in modo molto appropriato. Ma non
condivide l'entusiasmo di Liebisdorf sul modo in cui Eckarthausen fa parlare i numeri.
Più tardi declinerà l'offerta del suo amico di mettere a sua disposizione i due volumi
in-8 dove questa scienza è esposta in tutti i suoi dettagli e persino compatì un po', lo
dico con dolore, il teosofo tedesco per non aver seguito sugli arcani dei numeri che un
metodo molto imperfetto, quello dell'addizione, mentre il solo veramente completo, era
quello della moltiplicazione che lui stesso seguiva. (2 fruttidoro 1795).
"In quanto ai suoi numeri, che considera (Eckarthausen)
a ragione come una scala, credo che se non li manipola che con l'addizione, li priva della
loro più grande virtù, che si trova nella moltiplicazione....
"Ogni numero esprime una legge divina, sia spirituale
(buona o cattiva), sia elementare, come potete osservarlo nel libro delle dieci foglie,
ecc.". Segue una lunga ed oscura spiegazione che ometto. Si può vedere peraltro il
Libro dei Numeri, opera postuma di Saint-Martin, autografato a cura di Léon Chauvin nel
1842 e stampato nel 1861 a cura di Schauer. E se si consulta la prefazione di questa
stessa pubblicazione, si vedrà che il libro così ermetico dei Numeri non è neppure il
testo tra i più indecifrabili del teosofo.
Questa doppia risposta così sincera che confuta o passa
sotto silenzio la lettera troppo celebrata da Liebisdorf, non raffredda l'entusiasmo di
quest'ultimo per le qualità superiori del suo amico di Monaco; ma gli sciolse la lingua
sulla scienza dei numeri e sui due volumi dove l'esponeva. Confessa a Saint-Martin che non
si sente per niente portato allo studio di quei numeri di cui parlano a Monaco. Era troppo
corretto per aggiungere, o ad Amboise. In quanto l'eccellente barone, anche allorquando
faceva un po' l'erudito, osservava peraltro la forma. La sua lettera ci fa vedere allo
stesso tempo che, sin dal 1795, la teoria dei medium era ben abbozzata.
"Vi confesso volentieri, dice (Lettera del 9 settembre
di quell'anno), che non mi sento nient'affatto attratto per lo studio dei suoi numeri.
Supponiamo per un momento, secondo il suo modo di considerare le cose, che la conoscenza
dei segni primitivi l'abbia condotto a delle forme, a degli ambienti; che uno di quegli
ambienti (medium) gli abbia procurato una manifestazione. Sia, ma il nemico non ha anche
lui un medium? Questo medium non è lo spirito del mondo? E quest'ultimo non si unisce
molto volentieri al medium dell'operatore?, ecc., ecc.? Ecco le mie congetture,
correggetemi se sbaglio! Oltre al fatto che
queste strade danno abitualmente anche quello che non si chiede e di cui non si sa che
fare, so che vi sono anche delle persone che lavorano in maniera estremamente elementare.
Lasciando cadere un raggio di sole su dieci bicchieri di cristallo misteriosamente
disposti, ottengono attraverso la rifrazione di questo raggio, a quanto dicono, la
manifestazione delle verità e delle virtù immutabili. Avete sentito parlare di questa
via?
"Quindici anni fa una simile esperienza avrebbe
eccitato tutta la mia curiosità; ora, non so perché, eccita tutta la mia
indifferenza".
Ecco appunto, e sui numeri, una lezione data al maestro
dall'allievo. Non è la sola e neppure la più forte. Eccone un'altra.
Saint-Martin è un po' contrariato dalla scoperta di Urano.
Un ottavo pianeta sconvolge molte delle sue idee, disturbando un numero sacro, pieno di
mistero ed in uso da molti secoli. Il barone non ne è colpito in egual misura.
"Che Urano appartenga al nostro sistema planetario ed a
nessun altro, si affretta a rispondere, ciò che non è ancora molto chiaro, ebbene! sarà
un pianeta in più! Le sante Scritture parlavano secondo ciò che colpiva i sensi e non
secondo gli scienziati".
Qui stava la verità. Ma ciò che dimostra quanta strada si
sia fatta in settant'anni, in quella direzione, è che a quell'epoca questo non era
affatto accettato.
Nel mezzo di queste notizie scientifiche, il desiderio dei
due amici di vedersi, desiderio che non doveva mai realizzarsi se non in effigie, cresceva
sempre più. Saint-Martin aspirava alla calma della Svizzera, a giorni di pace trascorsi a
Morat dove si trovava la terra del suo amico. Vi accompagnerebbe, "del poco che gli
resta della sua forza sul violino, la figlia del barone, il cui pianoforte è la delizia
delle serate d'autunno". Saint-Martin vorrebbe anche vedere il teosofo di Monaco che
ha saputo scrivere i due volumi sui numeri. Non sarebbe neanche dispiaciuto di salutare a
Zurigo Lavater a cui "destinerebbe volentieri un esemplare della sua Lettera sulla
Rivoluzione".
Ma quando l'amico di Berna, con tutto il calore della sua
tenerezza e la vivacità del suo carattere, "pregò Saint-Martin di mettersi in
viaggio, si soprassedette. Il momento non era ancora venuto perché fosse prudente
lasciare, anche per poche settimane, il suolo della Francia". Al barone fu giocoforza
arrendersi a queste ragioni, malgrado tutto l'ardore delle sue aspirazioni di adepto e dei
suoi sentimenti di amicizia. La sua anima generosa seppe crearsi una compensazione.
Informò il suo amico che, "l'oro essendo così raro in Francia, ha fatto un
tentativo per fargli avere dieci luigi in una lettera a parte". E come per farsi
perdonare per questo gesto che potrebbe ferire, aggiunge di aver dato l'opuscolo sulla
Rivoluzione ad un magistrato di Berna, in grado di apprezzarlo. Ma confessa di non averlo
dato a Lavater, e questo per una ragione inspiegabile. E' noto quanto Lavater professasse
simpatie per i principi della rivoluzione, quale lettera scrisse a tale proposito e quanto
gradisse, lui ministro di Dio, il poeta ed oratore sacro, interessarsi alla politica del
suo paese. Ebbene! Liebisdorf non gli ha dato l'opuscolo, visto che "il Zurichese non
vi capiva niente". Il giudizio è tanto fuori luogo quanto duro. La "Lettera di
Lavater alla grande nazione" non è certo quella di un grande giornalista, ma il
celebre scrittore amava singolarmente e capiva molto bene le vedute religiose che
Saint-Martin presentava come le vere basi di una politica seria. Per apprezzare il
bizzarro giudizio di Liebisdorf, bisogna sapere che nella stessa misura in cui il degno
Bernese provava affetto per la signorina Lavater, il cui spirito era così elevato e
l'anima così pia, altrettanto era glaciale, lui l'entusiasta, nei confronti
dell'entusiasta Lavater.
Non era possibile offrire un po' di denaro ad un amico con delicatezza maggiore di quella del gentiluomo di
Morat. Sarebbe stato anche impossibile accettarlo con maggior riserva e fierezza da parte
del gentiluomo di Amboise. "Più abituato a donare che a ricevere, scrisse questi,
non respinge il dono; innanzitutto un po' per non ostentare una fierezza che in occasione
di un dono simile ha biasimato in J.J. Rousseau; ma soprattutto per non privare un amico
dei dolci piaceri derivanti da una buona azione".
Nello stesso tempo inviò per la somma "di cui era
sicuro di non aver bisogno, tramite uno dei suoi fittavoli, una ricevuta che sperava di
poter ritirare di persona, riprendendo un pegno così prezioso della loro amicizia".
Segnaliamo questa lettera, che è dell'8 nevoso anno IV, a
tutti quelli che amano Saint-Martin, e soprattutto a quelli che hanno dei pregiudizi a
questo proposito.
Non si trovano molte anime più belle sulla terra. La sua è
economa e prodiga, fiera e umile, delicata e forte. E' l'armonia delle virtù che sembrano
contrapporsi. Profondamente toccato dal modo di procedere così delicato e dal sentimento
così tenero del suo amico, gli dette una testimonianza di attaccamento di cui non era
prodigo, il suo ritratto.
Abbiamo visto a quali amicizie lo aveva accordato, otto anni
prima, strappandosi, per ordine del padre, dai mistici allettamenti della città di
Strasburgo.
Il ritratto svolgeva in quel periodo un ruolo di
un'importanza che è andata completamente perduta nei nostri costumi. Figurava spesso
nella prima pagina dei volumi più cari dei loro autori. e ne aumentava, se non il valore,
quantomeno il prezzo. Si scambiava il ritratto con quelli ai quali si chiedeva un posto
nei ricordi più cari.
L'amico di Saint-Martin fu così colpito, a sua volta, dal
regalo ricevuto e per l'accoglienza fatta al suo modesto dono, "che non è stato che
un primo tentativo", che ne parlò con effusione. Pregò "il suo caro
fratello" di vederlo come il suo fittavolo, "i proprietari della Francia che
fruiscono da venti a trentamila lire di rendita, ma non sono coltivatori essi stessi, non
avendo nelle circostanze di che provvedersi del necessario". Nella sua riconoscenza
per un ritratto così graziosamente donato, l'amabile Bernese aveva fatto tratteggiare il
suo in gran fretta, e si affrettò ad offrirlo in cambio di quello che aveva ricevuto.
Dove trovare ai giorni nostri dei comportamenti così
delicati e solleciti? Siamo veramente lontani dal diciottesimo secolo, persino dalla sua
fine.
Capitolo XIX
La scienza completa di Saint-Martin. - Un ritorno verso la
scuola di Martinez. - Un nuovo scritto politico: l'Eclair sur l'association humaine. -
Progetti di abboccamento con il barone di Liebisdorf, d'Eckarthausen, Young-Stilling. - Le
Stances ed il romanzo. - Escursioni a Petit-Bourg, Champlâtreux, Sombreuil e Montargis. -
Incontro con Cadet de Gassicourt.
(1795 1797)
______________
Per quanto affascinanti, questi episodi nella vita di
Saint-Martin, non furono che degli episodi. Il suo grande progetto era sempre lo stesso,
studiare la via spirituale dell'uomo preso nella sua perfezione ideale o piuttosto nella
sua natura primitiva, coglierlo nei rapporti puri dell'anima con il principio stesso del
mondo spirituale ed insegnare a quelli che hanno orecchie per intendere l'arte di condurli
a quella perfezione.
Era questo, per lui, di tutti gli studi, il solo che
meritasse di occupare seriamente l'uomo; e siccome il suo grande amico Boehme era ai suoi
occhi il miglior professore in questa scienza, ritornava sempre ai suoi scritti, ammesso
che li abbia mai tralasciati. Ed a sentirlo, questo lavoro non era davvero per lui tempo
perso. Boehme, ci dice in una sorta di enumerazione forse un po' più oratoria di quanto
non ci si attenda da parte sua in una cosa così intima e così grave, Boehme gli aveva
dato, sin d'allora, "la natura della sostanza stessa di tutte le operazioni divine,
spirituali, naturali, temporali; di tutti i testamenti dello Spirito di Dio, di tutte le
Chiese spirituali, antiche e moderne; della storia dell'uomo in tutti i suoi stadi
primitivi, attuali e futuri; del potente nemico che, attraverso l'astrale, si è reso il
re del mondo". (Lettera del 29 messidoro 1795).
Bisogna riconoscerlo, non si può essere più dotti; sembra
che appena Dio stesso possa esserlo un po' di più. E se il felice discepolo dell'oscuro
Boehme conobbe la sostanza stessa di tutte le operazioni divine; se conobbe la storia
dell'uomo in tutti gli stadi della sua esistenza, anche futura, il suo fortunato maestro
era davvero il più abile dei mortali. Pertanto, è facile capire che ad una tale scuola
Saint-Martin dimenticasse completamente il suo primo iniziatore; ed è con legittima
sorpresa che ci si accorge d'un tratto che ne è sempre legato.
"Ho notato ieri, con estremo piacere, che Boehme
appoggiava il punto della dottrina ammesso nella mia prima scuola, sulla possibilità
della resipiscenza del demonio nel corso della formazione del mondo e dell'emanazione del
primo uomo". Singolare preoccupazione da parte di Saint-Martin in questo momento! Ma
singolare anche il fascino che il grande teurgo di Bordeaux esercitava ancora sul più
preparato dei suoi adepti dopo vent'anni! Infatti Saint-Martin, di cui abbiamo costatato
l'allontanamento da ciò che attirava così poco le sue simpatie, si dice felice dopo
tutto questo tempo, di vedere una delle opinioni meno importanti di dom Martinez approvata
e persino autorizzata dal teosofo di Goerlitz. Giunge al punto di riprendere il suo antico
culto per quel personaggio da cui si era staccato con tanta consapevolezza e ragione!
Infatti, ecco ciò che confessa in questa stessa lettera (11
luglio 1796):
"La nostra prima scuola (quella di Bordeaux) ha dei
contenuti preziosi. Sono persino tentato di credere che Pasquallys, di cui mi parlate e
che, occorre dirlo, era il nostro maestro, aveva la chiave attiva (?) di tutto ciò che il
nostro caro Boehme espone nelle sue teorie, ma che non ci credeva ancora in grado di
portare quelle alte verità. C'erano anche dei punti che il nostro amico o non aveva
conosciuti, o non aveva voluto mostrare, quali la resipiscenza dell'essere perverso alla
quale il primo uomo sarebbe stato incaricato di lavorare, idea che mi parrebbe degna del
piano universale, ma sulla quale tuttavia non ho ancora alcuna dimostrazione positiva, se
non intellettualmente".
Si noti l'ultima parola. L'intelletto dava quel dogma a
Saint-Martin, ma quell'autorità non gli bastava per ammettere una dottrina molto più
antica di Martinez o di Boehme, poiché risale ad Origene, così come ho detto altrove
(Filosofia della Religione, t. II, verso la fine). Per essere convinto, aspettava che avesse parlato un'altra autorità.
"In quanto a Sophia ed al re del mondo, (dom Martinez)
non ci ha svelato niente, ci ha lasciati sulle nozioni ordinarie di Maria e del demonio.
Ma non affermerei, per questo, che non ne avesse la conoscenza e sono persuaso che avremmo
finito per arrivarci se l'avessimo conservato più a lungo; ma avevamo appena iniziato a
procedere insieme che la morte ce lo ha portato via".
Qui i ricordi di Saint-Martin si confondono. Quando Martinez
lasciò la Francia per andare a morire a Santo-Domingo, Saint-Martin, dopo averlo seguito
per numerosi anni, si era stranamente allontanato da lui.
"Da tutto questo deriva che sarebbe stato un eccellente
matrimonio quello tra la nostra prima scuola ed il nostro amico Boehme. E' a questa cosa
che lavoro e vi confesso francamente che trovo i due sposi ben affiatati, che non vedo
niente di più compiuto. Attingiamone quindi quanto più possibile; vi aiuterò con tutti
i mezzi".
Nulla di più strano di questo ritorno del dotto teosofo
sulle orme di un teurgo sviato. In generale, si vede da questa corrispondenza che esiste,
in fondo, un altro Saint-Martin molto più mistico di quello che si è fatto conoscere
negli scritti dati al pubblico; molto più incline alle dottrine esoteriche ed anche ai
contatti con gli spiriti, che è il fine pratico, lo scopo essenziale di quelle dottrine.
Tuttavia, il patriottismo terrestre del teosofo lo condusse
ancora una volta su quel gusto della patria celeste, e le più belle soluzioni che poté
trovare nei suoi studi speciali, e si premurò di offrirli ancora una volta come il grande
rimedio al male del tempo, allo stato di prove e di incertezze in cui vedeva il suo paese.
Questo stato doveva pervenire ad una fine gloriosa: tale era la sua più ferma convinzione
e questa dolce prospettiva consolava tutte le sue pene. Le crisi in cui si dibatteva la
Francia avevano gettato il filosofo nella povertà e le finanze disastrate della
repubblica minacciavano anche il patrimonio del suo amico che aveva investito i suoi averi
nei nostri fondi pubblici. Saint-Martin ne era rattristato, ma i principi non venivano
inficiati. La sua fedeltà a questi fu incrollabile.
"Non ne credo meno assicurata, dice, la riuscita della
nostra rivoluzione, che si fonda, come ho già esposto nel mio opuscolo, su basi
sconosciute a quelli che, in questo grande dramma, sono stati passivi o attivi".
Era un guardare le cose dall'alto, ma giudicare con un certo
disprezzo tanti spiriti distinti che erano stati protagonisti nel dramma dal 1789.
Quantomeno occorreva indicare più chiaramente quelle basi sconosciute. Nel suo primo
opuscolo, la Lettera sulla Rivoluzione francese, non ne aveva dato che un primo abbozzo.
Nel bel mezzo dei suoi lavori di missionario, confinato nel suo paese natale dove non
espletò che di tanto in tanto il suo mestiere di filosofo, dove non ebbe che ad
intervalli "qualche pollastro che veniva a chiedergli l'imbeccata", la sua
fortuna fu soprattutto di occuparsi dello stato morale e politico della Francia. Senza
trascurare tuttavia l'umanità in generale. Gli sembrava che i popoli fossero più che mai
da compiangere ed i governi da illuminare. Si occupò di fare l'uno e l'altro nel suo
nuovo opuscolo, esprimendosi con più chiarezza che nel primo e maggiore dolcezza di
quanto facesse nelle sue lettere all'amico. In effetti, per cogliere tutto il suo
pensiero, occorre comparare le lettere con l'opuscolo. Nell'intimità il suo pensiero è
piuttosto severo. Osserva le potenze temporali come "manichini del demonio".
Ecco quanto scrive a Liebisdorf mentre componeva le pagine del suo Eclair sur
l'association humaine.
"Come non mi feliciterei io stesso se le circostanze mi
permettessero di andare condividere qualche momento del vostro tempo. Ma il re di questo
mondo (si tratta del demonio), che non ha che uno scettro di ferro, non si occupa che di
frantumare i suoi sottoposti, o piuttosto quelli che non vogliono esserlo e siamo
continuamente costretti a rifugiarci in un regno
diverso dal suo per trovare la pace e la libertà anche in mezzo a tutte le privazioni. Le
nostre potenze personali, che non sono che i suoi manichini, non mi sembrano pronte a
conciliarsi. Mi persuado che non credono nella gloria di smetterla coi loro brigantaggi
prima di dissanguarsi e la pace mi pare a priori impossibile, a meno che i nostri ultimi
successi in Italia non li faccia riflettere".
Da parte di uno scrittore così pacifico e misurato, questo
ci sembra forte e poco equo oggi. Ma bisogna considerare questo stile in linea con le
emozioni del tempo e soprattutto sapere che è alle potenze straniere e nient'affatto a quelle che guidavano allora la
Francia che si riferiva il linguaggio di Saint-Martin. Non smise dall'aspettarsi molto
dalla rivoluzione francese. La repubblica non lo turbava e non scosse per un istante la
sua fiducia, l'ho detto: ne amava i principi, ne perdonava gli eccessi e ne scontava le
vittorie nell'interesse dell'umanità. Dalle sue vittorie, sperava la pace; dai suoi
principi, il trionfo delle sue dottrine più care. I suoi eccessi erano dei castighi, o
voluti dalla Provvidenza o da lei permessi. L'articolista aveva degli amici colpiti dalle
prove di questo giudizio di Dio; ma i suoi interessi, le sue relazioni, i suo affetti più
teneri non smossero mai il suo pensiero politico al punto da portarvi turbamento o
incostanza. Il suocero della sua più illustre amica, il principe di Condé, fu per lui
ciò che era per la Francia, un nemico. Liebisdorf ha voluto un giorno rassicurarlo sul
progetto di una prossima invasione della Francia del principe. Gli faceva notare che
Condé era incapace di pensarvi senza esservi autorizzato dall'Austria che l'Austria non
vi era disposta. Desiderava che, di bocca in bocca, quelle notizie, date da Berna,
giungessero al governo che credeva preoccupato. E fu sbalordito quando ricevette da
Saint-Martin, che doveva servire da portavoce in questa comunicazione ufficiosa, queste
fiere parole: "Non sono mai stato preoccupato circa l'esercito di Condé... Lo vedo
come una figura di cui si vorrebbe fare uno spauracchio".
Lungi dal lasciarsi emozionare da considerazioni di questo
genere, sia per il suo paese che per se stesso, Saint-Martin voleva in quello stesso
periodo andare a godersi la calma dei campi, in Svizzera, a Morat, dal suo amico. Già
aveva concertato con il suo caro corrispondente la forma ed il tenore del suo passaporto;
già aveva preso l'impegno di visitare di passaggio "la rispettabile prigioniera (la
duchessa di Bourbon)", quando cambiò improvvisamente idea ed aggiornò il suo
viaggio alla primavera del 1797. Allora avrebbe iniziato il suo giro da Strasburgo,
"dove aveva, dice, un intimo legame". Nell'attesa, si metteva continuamente in
viaggio per visitare qualche amico e trascorrere l'inverno con loro.
Significava sottomettere la tenerezza di Liebisdorf ad una
prova piuttosto rude. Per rabbonirlo un po', Saint-Martin gli inviò uno dei suoi scritti
in versi che faceva tanto facilmente quanto irregolarmente, le sue Stances sull'origine ed
il destino dell'uomo, composizione tutta didattica che offre poca poesia ma delle vedute
molto elevate. Già pubblicata, ben quindici anni prima, quest'opera era ritoccata con
qualche cura, come meritava un soggetto così grande; ma così come l'autore la inviò e
così come è rimasta, non fa che sfiorare il problema. Senza avere la pretesa di
sviscerarlo, Saint-Martin poteva facilmente mettervi più idee, più poesia e soprattutto
più novità.
In linea di massima si è sorpresi, nel mezzo di una
corrispondenza così seria ed in un periodo così grave, nel vedere cotanto teosofo
offrire a cotanto mistico una lettura così leggera. Ma non si è, con questo, al termine
delle sorprese che ci riservano nelle loro lettere. Da parte sua, il filosofo di Morat si
occupava di un romanzo. Voleva mettervi il suo misticismo, come Fénelon aveva messo nel
Telemaco la sua politica. Era proprio questo modello che agitava il suo pensiero, fattosi
così modesto davanti al capolavoro dell'arcivescovo di Cambrai, ed umile al punto di
riferirsi al Voyage du jeune Anacharsis, per evitare un confronto troppo temibile.
E' uno degli atteggiamenti dominanti del saggio Bernese,
come di molti altri, fare piani d'opera. Ma è anche sua abitudine dedicarvisi
inizialmente con singolare entusiasmo e
distaccarsene poi con freddezza, mentre è uno dei tratti distintivi del carattere del suo
amico di scrivere i suoi libri senza parlarne molto, di valutarne a lungo le difficoltà
ed i mezzi di esecuzione, di dedicarvisi con ammirevole costanza ed attaccarvisi
fortemente. Eccezion fatta per i suoi versi a cui dava poco peso.
Vi sono, in genere, pochi uomini inflessibili con la propria
vita come lui e se modifica uno dei suoi disegni, è scientemente. Mai si è saputo meglio
di lui subordinare le cose secondarie alle principali.
Mentre organizzava i suoi progetti di viaggio in Svizzera
passando attraverso l'Alsazia o per Marsiglia e procedeva, con il pensiero, con visite
fatte ai suoi amici nelle loro tenute di campagna, scriveva e limava quel Eclair sur
l'association humaine, che doveva completare la sua Lettre sur la Révolution française e
diventare la migliore delle sue opere politiche. Ma tanta fu la cura e la lentezza usate
che quando tutto fu pronto e volle raccogliere i suoi fogli per portarli in tipografia, si
era già in ottobre. E allora, "E' troppo tardi, dice al suo adepto, per
viaggiare".
Infatti, i suoi amici lasciavano la campagna per Parigi.
Fece altrettanto e mise in corso di stampa, abbandonando il suo intimo legame di
Strasburgo, la rispettabile prigioniera di Marsiglia ed il suo eccellente amico di Berna.
Accrescere la sua grande missione a Parigi era meglio che
fruire della calma di Morat. Lo stato morale di Parigi reclamava il teosofo e si aveva
bisogno di lui più che in Alsazia o in Provenza. Parigi era una "altra Babilonia
perduta".
Tuttavia Saint-Martin vi trovò tanti amici e lavori che ve
lo trattennero, che gemette del fardello e della molteplicità dei suoi impegni, come
farebbe un ministro nello Stato più costituzionale del mondo.
Chi erano i suoi veri amici di Parigi? Era già Gilbert, il
medico militare, a cui si legò più tardi al punto di lasciargli (in testamento) i suoi
libri? Era anche Gombault, il vecchio magistrato al consiglio degli aiuti, di cui cita
sovente il nome? Erano vecchi compagni, condiscepoli di Bordeaux o dei discepoli?
Nessuno più di lui aveva relazioni serie e meno esclusive.
Tuttavia non erano più tutte quelle gran dame di una volta ad occupare il suo pensiero.
E' vero che l'illustre prigioniera di Marsiglia, "la principessa che poco
prima cercava ancora un asilo come una colomba smarrita", finì quello stesso anno
per ritrovare castelli e terre in attesa dei palazzi, ma in quel momento risiedeva
oscuramente a Petit-Bourg. Altre, come l'incomparabile Charlotte de Boecklin, che abitava
sempre nel paese di Bade la sua capanna di Diersbourg, non erano ancora rientrate in
Francia. In questo periodo della sua vita non troviamo dunque amicizie femminili di
qualche rilievo; si nota, al contrario, una sorta di ritorno verso i rapporti virili.
Riallaccia le sue relazioni con il conte di Divonne, vagante in Svizzera, in Germania ed
in Inghilterra, tutto devoto agli scritti mistici di Law, ma felice di apprendere da
Saint-Martin che la duchessa di Bourbon e la contessa Julie de S. gli riservano ancora tutta
la loro vecchia amicizia; più felice ancora, per via dei suoi studi diventati così seri,
della tenerezza che Saint-Martin gli dimostra e che non aveva meritato fino a quel punto.
Saint-Martin si legò anche a due illustri stranieri che non aveva mai visto ma di cui il
barone e madame de Boecklin gli avevano sovente parlato, il consigliere d'Eckarthausen ed
il professore Young-Stilling. Fece loro avere i suoi scritti ed espresse la sua
ammirazione per i loro lavori nonché il desiderio di conoscerli personalmente. Ritorna
così frequentemente nelle sue lettere a questi due nomi, come a quello di Lavater, che si
deve segnalare nelle sue amicizie una vera trasformazione: maggiore semplicità ed uno
spessore scevro da coinvolgimenti.
In quanto alle occupazioni di Saint-Martin in questo
periodo, queste furono altrettanto semplici e proficue delle sue relazioni. Scriveva le
sue lettere al barone e a madame de Boecklin e correggeva le bozze del suo secondo
opuscolo. Era questo lavoro sulla politica attuale il grande impegno del filosofo; si sa
che dava molta importanza a queste pubblicazioni.
"Vi confesserò, scrive il 1° novembre 1796 al barone che desiderava vedesse il barone di
Gleichen (il famoso imitatore del conte di Saint-Germain) che ha lasciato delle memorie
così curiose e di cui abbiamo già parlato in un capitolo precedente come di un uomo che
Saint-Martin amava poco: "Vi confesserò che sarò ancora qui per qualche tempo e che
ho probabilmente il tempo di ricevervi vostre notizie. Mi sono venute idee piuttosto nuove
sul nocciolo radicale dell'associazione umana, per cui non ho potuto resistere dal
metterle per iscritto. Gli amici mi hanno poi sollecitato a pubblicarle ed ho ceduto ai
loro desideri. Si è dunque attualmente occupati a stampare questo scritto che sarà più
o meno voluminoso come la mia Lettera ad un amico sulla Rivoluzione francese. Ma non
abbraccia tanti argomenti come questa lettera, che ne abbracciava forse troppi. Ci sarà
forse un altro inconveniente, quello di non colpire sufficientemente l'attenzione dei
volgari. Del resto, non scrivo quest'opera che per liberare la mia coscienza che si sente
portata a propagare al meglio il regno e la sovranità di Dio e qualunque sia l'opinione
degli uomini ed i frutti che trarranno dai miei deboli sforzi, avrò adempiuto al mio
compito che mi compiaccio di credere sarà tenuto in giusto conto dal nostro sovrano
Maestro. Questo basta ad incoraggiarmi ed accettare con pazienza gli eventi, quali essi
siano".
A questi motivi che lo trattenevano a Parigi durante gli
ultimi mesi del 1796, se ne aggiunsero altri che ve lo trattennero durante i primi mesi
dell'anno seguente. Aveva appena terminato di correggere il suo Eclair, che si dedicò ad
un altro lavoro, più considerevole, che doveva portare il titolo di Rivelazioni.
A sentirlo, fu per lanciare il primo e redigere il secondo
che aggiornava continuamente l'impazienza di vederlo che gli manifestava il suo amico di
Berna.
"Per intanto, nell'intento di dirvi di cosa mi sto
occupando, vi confesserò, gli scrive il 30 aprile 1796, che ho intrapreso, un po' per me,
un po' su sollecitazione dei miei amici, un'opera che ha per titolo: Rivelazioni
naturali... Secondo quelli a cui ne ho fatto parte (letto dei frammenti), vi si trova già
qualche acqua salutare per rinfrescare l'ardore della sete...".
"Quando sarà terminata, se lo si riterrà degno di
essere stampato e gli impegni pecuniari saranno rientrati, la pubblicherò...". Ed
ora, nuovamente, uno sguardo verso il grande mistico di cui abbiamo appena parlato.
"Il vostro amico Young è ben gentile nell'accordarmi
la sua benevolenza per il mio semplice desiderio di leggere il suo compatriota
Boehme...".
Young, il celebre teosofo, l'amico di Goethe e di Lavater,
era con Frédéric de Meyer, H. de Schubert, François de Baader e Justinus Kerner
(l'autore della Visionaria di Prévost), uno dei più sinceri ammiratori di Saint-Martin
in Germania. Non seguì molto il consiglio del teosofo di leggere Boehme. Le sue
predilezioni lo portarono, prima verso Saint-Georges de Marsay; poi verso Swedenborg ed
infine verso la sola Bibbia.
"In quanto alla sua sorpresa che abbia potuto occuparmi
in questo modo durante i tremendi temporali che hanno dilaniato la mia patria per otto
anni, questa cesserebbe se avesse, come me, visto le cose da vicino; se sapesse che ci
sono stati degli angoli della Francia che a malapena si sono accorti del temporale e che
il mio paese natale è stato fra quelli. Tuttavia non posso negare l'occhio particolare
della Provvidenza al mio riguardo in quei periodi disastrosi".
Il mezzo di troppo sollecitare ed attirare in Svizzera, suo
malgrado, un uomo che la Provvidenza si incaricava essa stessa di ben guidare! Il suo
amico lo avvertì. Peraltro, Liebisdorf fu così incantato dal nuovo scritto di
Saint-Martin che si rassegnò ancora una volta e calmò come poté la sua impazienza. Ma
ne attendeva l'autore con tanta più vivacità di quanto sperasse vedere il suo entusiasmo
per lo scrittore più condiviso.
Lo fu in Svizzera e nel Nord più che in Francia, e a Lione
ed a Strasburgo più che a Parigi. Saint-Martin stesso lasciò trasparire questa cosa
nella stessa lettera.
"La mia opera (l'Eclair) non incontra alcun interesse,
se non presso qualche anima buona come la vostra. Gli altri arrossirebbero nel dedicarle
uno sguardo. Vi sono tuttavia alcuni giornali che ne parlano bene. Ma è una debole
raccomandazione. Del resto, lo avevo previsto; ho scritto quest'opera per conto del mio
interiore e non per quello del mio esteriore e sono ben contento del mio tornaconto.
"Ve ne invio tre esemplari: uno per voi, uno per il
vostro amico Divonne e l'altro per chi vorrete".
L'Eclair meritava, non un destino più brillante ma un esame
più serio. C'erano talmente tante anime sofferenti e ferite dalle disgrazie dei tempi,
dalle persecuzioni, dai supplizi, dall'esilio, dalla vergogna, dalla povertà,
dall'assenza della più efficace delle consolazioni; c'erano talmente tanti spiriti
elevati, scrittori coraggiosi, poco soddisfatti di una letteratura dove la religione era
appena menzionata ad memoriam, quando non era del tutto bandita, che non si capisce bene
come pagine così belle come quelle di Saint-Martin siano potute passare quasi
inosservate. Senz'altro erano ancora in molti a contestare la religione e la Chiesa,
contro le quali era ancora un po' di moda e tradizione ergersi.; ma già tutto si stava
affievolendo: E se, nei loro imprudenti ardori, qualche ministro del culto si era troppo
immischiato negli affari temporali, perché non approfittare della luce del giorno per rimettere le cose a posto? D'altronde
Saint-Martin, che non era molto predisposto a favore del clero, che anzi ne contestava le
idee, avrebbe potuto piacere sotto questo punto di vista. Egli partiva nella religione
come nella politica dal punto di vista umano, dal punto di vista psicologico, che sin
d'allora sembrava essere preferito e che si è poi definitivamente preferito nella morale
ed in generale in tutte le filosofie. Ed era eloquente. Come non ascoltare un uomo che vi
dice:
"Sarà sempre l'anima umana a fungermi da fiaccola e,
con questa lampada in mano, oserò camminare davanti all'uomo in quegli oscuri sotterranei
dove tante guide, sia ingannate che ingannatrici lo hanno sviato, abbagliandolo con
luccichii fantastici e cullandolo fino all'ultimo con racconti menzogneri, mille volte
più perniciosi per lui dell'ignoranza dei suoi primi anni. I pubblicisti non hanno
scritto che con idee in una materia dove non avrebbero dovuto scrivere che con dei
singulti, senza preoccuparsi di sapere se l'uomo sonnecchiava oppure no nel suo abisso.
Hanno ritenuto le agitazioni convulse della sua dolorosa situazione per dei movimenti
naturali di un corpo sano e fruente liberamente di tutti i principi della sua vita; ed è
con questi elementi caduchi e tarati che hanno voluto formare l'associazione umana e
comporre l'ordine politico... Sono il primo ad aver portato l'aratro in questo terreno,
antico e nuovo allo stesso tempo, dove la coltura è così faticosa, considerati i rovi
che lo ricoprono e le radici che si sono aggrovigliate in profondità".
L'abbiamo già detto, per dare peso a delle vedute allora
così rare e così elevate, c'è voluto lo stile di J. de Maistre, l'ascendente della sua
posizione ed il favore delle circostanze, la Restaurazione.
In quanto alla nuova opera che doveva seguire all'Eclair e
che impediva a Saint-Martin di arrendersi ai desideri dell'amico all'epoca convenuta, non
era più uno scritto politico, era un trattato di filosofia religiosa. Saint-Martin,
sollecitato circa il suo contenuto dall'amico che viveva di ognuno dei suoi pensieri,
evitò di spiegarsi sulla natura del suo lavoro, ma rispose con grande sincerità sul tipo
di successo che poteva sperare. "Non si illudeva più di essere ascoltato nel suo
paese. Vi si predicava nel deserto chiedendo che la politica non fosse separata dalla
morale ma, su richiesta dei suoi amici ed in nome della sua missione, avrebbe fatto del
suo meglio". Non fornendo alcuna precisa indicazione, sorprese sicuramente Liebisdorf
pregandolo di conservare per sé quanto gli comunicava. Niente dipinge meglio il suo
pensiero discreto ed il suo spirito di riserva.
Quest'opera molto futura non era neppure la vera ragione che
gli impediva di effettuare il viaggio tanto promesso. In nessun altro luogo delle
ombreggiate rive del placido lago di Neufchâtel avrebbe potuto meglio meditarlo. Dal modo
stesso in cui procrastina continuamente si vede che è dibattuto tra il desiderio che
vuole dimostrare e gli ostacoli che non vuole né dire né lasciare intravedere. Ottenuto
il passaporto, aveva cominciato con il trovare la stagione troppo avanti; venuta la
primavera, aveva dovuto distribuire l'Eclair. Terminata questa distribuzione, era libero.
Se non partì, appare evidente che aveva altre ragioni, la nuova composizione, i doveri
dell'amicizia o i bisogni morali di Parigi, e ragioni che non poteva dire. L'affabile
barone le indovinò: dopo aver risposto a tutti i pretesti del suo amico, lo supplicò che
le spese fossero a suo carico. Da quel momento, Saint-Martin fu costretto ad abbandonare
ogni pretesto. Ma nulla poté piegare la sua generosa indipendenza, e lungi dall'accettare
l'offerta più sincera del mondo, messo alle strette attribuì le sue esitazioni ad un
motivo non soggetto a repliche: l'assenza di una sufficiente chiarezza. Tra mistici, non
v'era a questo alcuna risposta possibile. Il barone si arrese con tutta la sua pia e
sincera generosità. "Andrà a trovare Saint-Martin in Francia, senza rinunciare alla
speranza di vederlo in Svizzera".
Questa promessa, non venne mantenuta come il gentiluomo
francese non mantenne la sua; ma la dolce prospettiva, così ingegnosamente aperta ad
entrambi, mitigò la tristezza che il tempo diffondeva sempre più sui giorni dell'uno e
dell'altro.
Nel frattempo, Saint-Martin consolò i suoi rimpianti al
meglio con qualche viaggio più facile e realmente interessante per la sua missione.
Eccone due di cui relaziona nelle sue note:
"Ho rivisto Petit-Bourg nel giugno 1797, vi ho
trascorso cinque giorni con la signora del luogo, la sua amica Julie e l'amico
Maubach".
La spirituale contessa Julie de Sérent, che è anche amica
del conte di Divonne, e Maubach ci sono noti.
"Vi ho assaporato dolci ricordi passeggiando in
quell'incantevole parco dove ho ricevuto un tempo deliziose intuizioni ed impressioni
interiori che non dimenticherò mai".
Si noti l'uso modesto della parola intuizioni; altri
avrebbero arditamente scritto rivelazioni.
"Andandovi con le carrozze di Essonne, fummo sorpresi
da un terribile temporale; i cavalli, atterriti, stavano per gettarci in un fossato. Si
ritenne di aver corso un grandissimo pericolo. Da parte mia non ne vidi alcuno e sono
abituato a non credere al pericolo ovunque mi trovi, tanti segnali ho ricevuto della
bontà che risiede in alto".
E' uno dei pensieri preferiti di Saint-Martin: ovunque si
trovi, non c'è pericolo per nessuno.
"Dopo cinque giorni, andai a trascorrerne altri cinque
a Champlâtreux_ , dove trovai tutti gentili come sempre". (Portr., 759).
Il nome di madame Molé non è pronunciato in questa nota
per la stessa ragione per la quale non lo è quello della duchessa di Bourbon:
scaturiscono dal nome dei luoghi che ha visitato.
Il sollievo ricavato da queste visite, a scapito, si fa per
dire, del suo amico, gli pesa quasi come un rimorso e si premura di ripagarlo con una
delle sue lettere più lunghe, più istruttive e più sagge. La citeremo più avanti in
quanto risponde ad una serie di domande di grande interesse e tratta in particolare della
teurgia e della comunicazione con gli spiriti, al cui posto Saint-Martin consiglia di
mettere la comunione o l'unione con Dio.
Ma, per quanto fosse bella, questa lettera non sostituiva un
colloquio con l'autore, non consolò il rammarico del suo amico nel vedere Saint-Martin,
lasciata la campagna, prendere prima la strada per Parigi, poi quella per Amboise, invece
di quella per Berna. Si è rattristati nel vedere un uomo così saggio nell'amministrare
le sue entrate e le sue elargizioni, ridotto a non potersi pagare un posto nella
diligenza. L'idea di accettare le offerte del suo amico avrebbe fatto arrossire la sua
delicatezza e quella di fare debiti l'avrebbe coperto di confusione. Questo disordine, di
cui illustri contemporanei davano ampi esempi, sarebbe stato ai suoi occhi una sorta di
abdicazione. Liebisdorf capisce i suoi principi.
"Mi sottometto, gli scrive, caro fratello, al mezzo
perentorio che impiegate nella vostra ultima lettera, quello della chiarezza direttrice.
Che sia fatta la sua volontà. Se non è in questo mondo, spero di vedervi in un altro per
ringraziarvi degli eccellenti consigli che mi avete comunicato nel corso della nostra
corrispondenza".
Subito dopo si convinse che non poteva più contare sul
viaggio tanto promesso in quanto il suo amico, che non aveva mai voluto utilizzare i dieci
luigi d'oro ricevuti e che li aveva tenuti rinchiusi in uno scrigno, anche nei giorni più
difficili, lo pregò di indicargli la persona
di Parigi attraverso la quale avrebbe potuto restituirglieli.
Un secondo viaggio che Saint-Martin fece da Amboise a
Parigi, nell'autunno dello stesso anno, aveva lo stesso significato per il barone.
Saint-Martin non rivela né nelle sue note né nelle sue lettere lo scopo o l'oggetto di
quel viaggio, ma ne indica qualche avvenimento che lo ha colpito, avvenimenti di cui i
più significativi, il soggiorno nella terra di Sombreuil ed il suo incontro con Cadet de
Gassicourt, sono come immersi in altri piuttosto frivoli che riferirò per caratterizzare
il narratore:
"Ritornando a Parigi, nell'ottobre del 1797, sono
passato per Sombreuil, per Montargis, per Châteauneuf, per Lorris, ecc. I cugini e la
cugina di Sombreuil mi hanno colmato di gentilezze. Ho incontrato dalle loro parti una
giovane che ha teneri rapporti con il fratello di madame de Fitzherbert, moglie del
principe di Galles.
"Ho incontrato da loro la buona Mérance, che è piena
di religiosità. Le mie gratificazioni sono state improntate là, non sull'orgoglio ma
sull'amicizia.
"A Montargis, sono stato trattato molto bene presso
madame Delatour, e ritornando ho fatto conoscenza in una carrozza pubblica con Gassicourt,
uomo di spirito, devoto ai sistemi del barone di Holbach ed altri materialisti ma più per
orgoglio e per diffidenza che per convinzione. Ha scritto contro di me in qualche opera,
ma spero che durante la nostra conversazione non abbia neppure lontanamente dubitato che
vi abbia dato la minima importanza".
Tutti fecero molto presto come Saint-Martin. Ed ecco cosa
diventano, dopo poco tempo, tutte quelle critiche che occupano tanto spazio ed incidono in
modo tanto doloroso nella vita degli scrittori più eminenti. Si è persino sorpresi nel
vedere Saint-Martin dare tanta importanza ai giudizi del suo compagno di viaggio. E' vero
che Cadet de Gassicourt era un uomo di merito, dell'Accademia delle scienze e
dell'Enciclopedia ma quale peso potevano avere le sue opinioni nelle cose trattate da Saint-Martin? Cadet de
Gassicourt, nella sua qualità di vecchio capo farmacista
dell'esercito, avrà avuto rapporti con Gilbert, l'amico più intimo di
Saint-Martin dopo la morte di Liebisdorf? E quei rapporti potrebbero spiegare l'attenzione
che lo spiritualista accordava al materialista a scapito di se stesso?
Del resto, i materialisti non dovevano restare i soli a
combatterlo e vedremo negli anni seguenti procurargli delle censure che potranno
sorprenderlo ancor più.
Capitolo XX
Soggiorno prolungato a Parigi. - Restituzione dei dieci
luigi. - L'offerta di tre pezzi di argenteria. - M. Barthélémy. - Lakanal. - Un
programma di Garat, a nome dell'Istituto. - Il concorso sui segni del pensiero. - M. de
Gérando. - Un poema satirico, il Crocodile.
(1796 1797)
____________
Saint-Martin, che non cessava di tessere l'elogio di
Strasburgo e la critica di Parigi, lasciata Strasburgo, ritornava sempre con sollecitudine
a Parigi, vi incontrava molta gente, vi impiegava molto bene il tempo che credeva di
perdervi e non se ne andava che con dispiacere, e quando doveva.
L'atmosfera morale di Parigi lo soffocava, ma vi vedeva una
missione da compiere. Vi restò tutto l'anno 1797 ed anche una parte del seguente. Povero
ovunque, e sempre generoso, vi visse parecchi mesi in grande mestizia.
"Si deliberò, ci dice, un nuovo decreto di bando per
la vecchia casta. Se il decreto diventa esecutivo, non avrò un pezzo di pane nel mio
esilio".
E' d'altronde il minore dei suoi problemi ed infatti colse
questo momento per ritornare i dieci luigi che il barone gli aveva a suo tempo inviato con
una delicatezza tanto ingegnosa quanto rara. Voleva persino allegarvi le spese di porto e
lo spirituale patrizio di Berna riuscì ad impedirglielo soltanto affermando che non vi
erano spese grazie alla cortesia dell'amministrazione postale! In materia di denaro,
Saint-Martin non capiva la finezza e si accontentò di una replica di Liebisdorf in cui
questi diceva che, fin quando ci sarà un pezzo di pane per due, lo avrebbero diviso
insieme. Il ricco barone, in seguito all'entrata delle nostre truppe in Svizzera, entrata
che fu ciò che la guerra è sempre quand'anche non vi si ravvisi una ruberia, era colpito
lui stesso nei suoi interessi materiali e più inquieto sul suo futuro di quanto non
ammettesse. Ma questa volta, Saint-Martin lo indovinò e prese la sua rivincita. Non gli
offriva del denaro, - "essendo ridotto a vivere alla giornata" - ma "due o
tre pezzi di argenteria che gli restavano".
A questi scambi di una viva e tenera, ma malinconica
simpatia, i due amici aggiunsero le virili consolazioni dei loro santi studi. Liebisdorf,
benché desiderasse riabbracciare il suo illustre amico e maestro, assicurò, come
desiderava credere, che il terribile decreto non sarebbe stato approvato e Saint-Martin
fece da parte sua, tramite il personaggio della Francia più influente in Svizzera,
l'ambasciatore Barthélémy, quanto poté affinché Liebisdorf fosse protetto in questi
tempi difficili. Mai le loro lettere, sovente così curiose anche dove tradiscono i limiti
del loro sapere e le distrazioni della loro logica, hanno potuto offrire loro maggior
interesse che in questi momenti. Impregnate di tutta la solennità delle sciagure, senza
mai tradire alcuna delle debolezze né degli scoraggiamenti che la ragione non perdona al filosofo più di quanto non lo faccia il Vangelo
al cristiano, mostrano sempre, al contrario, quei due valenti atleti della fede, vecchi
soldati diventati filosofi, onorare contemporaneamente la fede e la filosofia ed occuparsi
con costanza, con ardore della meditazione dei misteri dell'una e dell'altra, sempre
traducendo il loro "carissimo" teosofo.
Il barone lavora ad un riassunto generale del filosofo
teutonico; ne traduce le Lettere e le sottomette al suo amico che prontamente gliele
ritorna corrette o ripulite e lo stimola a continuare il suo duplice lavoro, benché
informato da madame de Boecklin che esiste già un riassunto di Boehme in quanto la sua
corrispondenza con questa amica unica è stata ripresa dopo che il comitato rivoluzionario
ha smesso le sue offensive indiscrezioni. L'altro, Saint-Martin, traduce l'Aurora e le
Quarante Questions de l'âme, e senza tregua chiede al barone, sui termini difficili e le
frasi oscure, dei chiarimenti che gli vengono dati immediatamente con abbondanza e con
chiarezza. Sono inframmezzati da indicazioni sulle traduzioni o i riassunti degli stessi
testi, fatti dal pio Law, come sulle traduzioni ed i riassunti che il conte di Divonne,
loro comune amico, fa a sua volta dei testi di Law.
Ma non è tutto. Più i due amici, "soffocavano
nell'atmosfera morale e politica" dei loro rispettivi paesi, più amarono rifugiarsi
insieme nel mondo mistico e dedicarsi, interrogarsi sulla sete di notizie dei loro
fratelli e concittadini di quella patria. Saint-Martin, in una delle più toccanti delle
sue lettere e nel cuore delle sue confidenze più dolorose, scuote di colpo la sua forte
anima ed esclama: "Ma è molto tempo che non mi parlate del vostro amico di Marbourg
(Young-Stilling), né del vostro amico di Monaco (M. d'Eckarthausen), né della vostra
Zurichese (la signorina Lavater)".
A questo il barone rispose con interessanti notizie e
pressanti inviti. Ma Saint-Martin era incatenato da onerosi lavori e dalla consapevolezza
che si trattava di doveri della sua missione. Sin dall'anno 1796 (l'anno V), il corso di
scienze morali e politiche dell'Istituto (ristabilito o piuttosto stabilito l'anno III,
per un eccellente rapporto di Lakanal, di cui abbiamo visto gli anni di calma senza averne
conosciuto gli anni di tempesta) aveva aperto, con un programma ben fatto, il suo celebre
concorso sui Signes de la pensée.
Questo argomento di filosofia pura era lontano dall'avere
per il pubblico attuale l'importanza di uno di quegli argomenti di morale o di politica
che attirano l'interesse di tutti in ogni tempo, ma fu forse il più curioso di tutti in
quel momento. Saint-Martin, che amava particolarmente meditare sui rapporti dell'uomo
interiore con l'esterno e che, lungi dal voler spiegare l'uomo attraverso la natura,
spiegava la natura attraverso l'uomo, Saint-Martin, dicevamo, la cui finezza di
osservazione si compiaceva soprattutto nello studio del gioco del pensiero e che,
prendendolo nei suoi primitivi elementi, seguendolo con amore nei suoi più svariati
progressi e nelle sue incessanti trasformazioni, si illuminava soprattutto dei mezzi
venuti dall'alto, trattò questo argomento con maggior cura e profondità di quanto non ne
avesse dedicate al suo primo lavoro presentato all'Istituto. Il suo amor proprio si
sentiva più impegnato in questo secondo. Anche per il primo avrebbe potuto desiderare a
Parigi un trionfo che consolasse il suo vecchio insuccesso a Berlino; ma qui c'era di
più: si trattava, in certo qual modo, di dare un seguito ai dibattiti, così importanti
ai suoi occhi, della Scuola normale. Garat era del corso delle scienze morali e della sua
prima sezione, di quella che si occupava dell'analisi delle sensazioni e delle idee. Dopo
una tregua di quattro anni, si trattava dunque di riprendere la battaglia del sensualismo
e dello spiritualismo ingaggiata all'anfiteatro del Jardin des Plantes e condurre per la
stessa causa una nuova battaglia. Una vittoria più eclatante poteva vedersi su di un
altro terreno. L'Istituto aveva pubblicato quel programma, fatto con cura secondo il punto
di vista e dalla mano di Garat.
"E' proprio vero che le sensazioni non possono
trasformarsi in idee che per mezzo di segni? Oppure, allo stesso modo, i nostri primi
pensieri suppongono essenzialmente dei segni?
"L'arte di pensare sarebbe perfetta se l'arte dei segni
fosse portata alla sua perfezione?
"Nelle scienze dove la verità è accolta senza
contestazione, non è alla perfezione dei segni che si è debitori?
"Nelle scienze che forniscono un elemento eterno alle
dispute, la diversità delle opinioni non è un effetto necessario dell'inesattezza dei
segni?
"Esiste un modo di correggere i segni mal fatti e
rendere tutte le scienze ugualmente suscettibili di dimostrazione?".
Si vede, a colpo d'occhio, la magnifica portata
dell'argomento e la tendenza ristretta del redattore. Agli occhi di questi, non si tratta
che di perfezionare il linguaggio, di correggere i segni, per portare le verità della
metafisica, della religione, della morale e della politica allo stesso grado di perfezione
o di certezza di quelle dell'aritmetica, dell'algebra e della geometria, scienze che hanno
segni perfetti e sulle quali, per questa stessa ragione, non si discute. Tutto questo
riposa sul famoso assioma: la scienza non è che una lingua ben fatta. Che magnifico
soggetto per un dibattito accademico, nella situazione in cui si trovavano le nostre
dottrine e le nostre scuole! Mai una situazione migliore si era creata per uno
spiritualista come Saint-Martin. Si direbbe che Garat, scrivendo il suo programma, non
desiderasse che fornire al suo brillante avversario l'occasione migliore per esporre a tutti l'intera sua dottrina.
Ha capito Saint-Martin il suo pensiero? Questa volta si
applicò seriamente per evitare gli errori del suo concorso di Berlino ma forse ne fece
altri. Volle essere più semplice e più chiaro, e aveva ragione, ma utilizzò per
giungervi un mezzo che gli fu fatale: rinunciò completamente, come dice lui stesso, agli
aiuti che potevano offrirgli le letterature straniere dove, già allora, l'argomento era
ampiamente trattato. "Non ho fatto ricorso, per il mio saggio sui segni, alle memorie
di Soulzer, e neppure ai diversi passaggi di Boehme che contengono, a questo proposito,
delle meraviglie". Rinunciare anche a quanto indicato dal suo autore preferito, era
evidentemente andare troppo oltre.
Ma non è tutto; Saint-Martin ci dice con disarmante
ingenuità che riteneva i membri del secondo corso dell'Istituto troppo poco iniziati ai
grandi problemi per metterli in imbarazzo.
"Non ho avuto in mente che i nostri semplici dottori
accademici e non è il caso di farli uscire troppo dalla loro sfera: non mi
capirebbero".
Questo non appare strano, ma soltanto altezzoso. Che non ci
si inganni peraltro, Saint-Martin non intende dire che l'istituto non avesse allora dei
metafisici per le cose superiori, vuole soltanto dire che si è astenuto dall'esporre loro
i grandi principi del suo spiritualismo mistico. Comunque gli accademici del momento non
si sarebbero prestati al suo punto di vista; dal momento che aveva la missione di dirlo, e
tale era la sua fede sovente professata, non bisognava esitare ad esporla. L'Istituto non
è un circolo completamente illuminato se non in quanto è aperto a tutti i raggi di luce
che scendono sulla terra, da qualunque parte vengano.
E' vero che lo spiritualismo mistico, che non ha mai regnato
in alcuna Accademia, non godeva a quei tempi di grandi favori all'Istituto, ma se
Saint-Martin, ponendosi scientemente da un altro punto di vista di quello dei suoi
giudici, era perfettamente nel suo diritto, non lo fu più mettendosi anche da un punto di
vista diverso da quello della scienza pura. E' scegliendo quest'ultimo che il giovane
soldato che vinse il concorso dimostrò il suo intuito. Così si aprì con questo lavoro,
seguito da altri più considerevoli, le porte dell'Istituto, quelle della Scuola di
diritto, quelle del Consiglio di Stato, quelle della Camera dei pari e molte altre. M. de
Gérando, ovunque amato per il suo buon intelletto ammirevolmente sostenuto da un cuore
buono, aggiungerei anche dalle sue buone opere, fu ben presto amato e stimato da
Saint-Martin, che aveva battuto, come da tutti. Si può essere dispiaciuti che il giovane
laureato si sia limitato, peraltro senza nessuno sforzo, nel semplice empirismo di Locke e
di Condillac, per la soluzione di un argomento così bello e che rappresenta quasi tutta
la filosofia; ma ben presto, è risaputo, de Gérando si accomunò con Royer Collard,
Maine de Biran e Saint-Martin stesso, senza parlare di un illustre vivente che, più
giovane di lui, non potendolo guidare che attraverso critiche serie, gliele prodigò e
l'aiutò a diventare uno degli spiritualisti più sinceri.
Diciamo, peraltro, che Saint-Martin non fu geloso della
corona messa su una nobile testa, trattò egli stesso il soggetto con notevole
profondità, con grande ricchezza di spunti poco comuni e talvolta con felici espressioni.
Sin dall'inizio ed a proposito della giusta distinzione dei
segni del pensiero in naturali ed artificiali, o convenzionali, segnala con fermezza il
privilegio dell'uomo d'imporre a suo piacimento un senso ed una idea a qualunque oggetto.
"Si tratta, dice, di uno dei nostri diritti eminenti.
C'è una molteplicità di segni tra diverse classi di animali ma i loro segni sono di
natura molto servile e la loro pratica è molto limitata. Noi stessi non possiamo
esercitare il nostro privilegio che verso esseri intelligenti: gli animali che addestriamo
non fanno altro che risponderci. Mai avrebbero provocato qualcosa nell'ordine così
limitato in cui ci rinchiudiamo con loro. Quando uomini molto celebri hanno voluto
perorare la causa degli animali ed hanno preteso che la loro privazione in questo genere
non dipende che dalla loro organizzazione e dall'essere diversamente conformati, non si
troverebbe alcuna differenza con noi, tutto ciò che sono riusciti a dire in proposito è,
in ultima analisi, che se l'uomo fosse un animale, non sarebbe un uomo e che se l'animale
fosse un uomo, non sarebbe un animale".
Malauguratamente, e come se anche questa volta volesse
impedire ai suoi giudici di simpatizzare con lui, l'autore lancia all'Istituto alcune di
quelle parole di critica che non scusano sufficientemente né l'età matura di un
concorrente né la libertà di ogni tempo.
"E' dopo aver subordinato le idee a quei segni fittizi
e fragili, dice, che ci siamo sentiti di ritenere che non avevano altre basi e che di
conseguenza l'arte di quei segni fittizi doveva essere il principale oggetto dei nostri
studi; che doveva essere la nostra regola sovrana e che se fossimo riusciti a
perfezionarla, ci saremmo talmente impadroniti del dominio delle idee che regneremmo
sovranamente su di esse e che il loro modo, il loro carattere e la loro formazione
sarebbero interamente alle nostre dipendenze, come lo sono le sostanze di ogni specie che
sottomettiamo quotidianamente al meccanismo delle nostre manipolazioni. In poche parole,
è ciò che ha generato l'argomento dell'Istituto nazionale: Determinare l'influenza dei
segni sulla formazione delle idee; mentre avrebbe posto un quesito altrettanto appropriato
a fornire utili e solidi sviluppi se avesse proposto di determinare l'influenza delle idee
sulla formazione dei segni".
"In quanto, la fonte dei segni essendo il desiderio,
poiché tale è anche quella delle idee, sarebbe stato naturale presumere una maggiore
influenza da parte del principio generatore sulla sua produzione di quella della
produzione sul suo principio generatore".
Intanto, questo non è esatto o almeno non lo è che in
parte in quanto il desiderio non è l'origine di tutte le nostre idee e dire che lo è di
tutte è subordinare l'intelligenza al sentimento, è negargli ogni spontaneità, è
avvicinarsi alla sensazione esclusiva attraverso il sentimento aspirante a diventare
esclusivo. Foss'anche il desiderio la fonte di tutte le idee, non sarebbe ancora per
questo quella di tutti i segni, poiché l'intelligenza, una volta munitasi delle idee,
avrebbe ben di meglio che il desiderio: avrebbe il potere di creare i segni.
In secondo luogo, ciò che si è appena affermato sarebbe la
verità che non era il caso di evidenziare ai
suoi giudici così direttamente e seccamente.
Eppure, se tutta la dissertazione di Saint-Martin era
scritta con quella autorità nel tono e quella fermezza di stile, l'Accademia avrebbe
potuto dividere il premio tra i due concorrenti. Ma vi sono, nelle poche pagine di
Saint-Martin, grandi difformità di pensiero ed altri difetti, mentre il lavoro premiato,
più completo e nello stesso tempo più omogeneo, rimane costantemente su quel tono
accademico che è quello di casa e che è opportuno non offendere quando vi si vuole
entrare. La vera originalità, quella che caratterizza un pensatore e gli assegna un posto
indiscutibile nella posterità, è talvolta dalla parte del teosofo piuttosto che da quella del suo concorrente. La sua
osservazione, "che in quanto a segni si tratta meno della formazione delle idee,
parola poco esatta, che dello sviluppo di queste idee; che, se non troviamo nei nostri
simili dei germi idonei a ricevere la fecondazione, cosa analoga all'idea che vogliamo
fargli capire, mai potremo formarne in essi la minima traccia", questa osservazione,
dicevo, è così convincente che si è sorpresi di non trovarla che nel volume dimenticato
dove è nata da oltre sessant'anni. In quanto non si cita più questo lavoro ma è un gran
peccato, e nessuno deve scrivere su questa cosa a meno di essere ben documentato.
Per una di quelle bizzarrie alle quali non sempre sfuggono gli uomini più ponderati, l'autore ha dapprima
inoltrato il suo scritto in una allegoria di lungo respiro, piena di molte recriminazioni
contro gli intellettuali e le loro congreghe. Questo romanzo è sconosciuto oggi, come
molti altri del genere ed esito a parlarne. In quanto chi legge il Crocodile ai giorni
nostri e chi si preoccupa anche soltanto di sapere ciò che si potrebbe cercarvi?
Eppure è una di quelle creazioni che attestano una rara
fecondità di immaginazione ed un meraviglioso senso della lingua. Soltanto la severa
ragione ed il buongusto, così imperiosamente preteso dall'attitudine nazionale in tutte
le opere che devono restarle care, non dominano qui nel giusto grado. Eppoi Saint-Martin
ha lasciato pagine troppo belle perché gli si possa perdonare volentieri quelle che non
lo sono e perché si acquisisca il piacere di trovarne qualcuna in più attraverso lo
studio di quel caos che ricorda, in un gran numero di eccentricità, che il suo autore fu
compatriota di Rabelais.
Ma il suo trattato sui segni, inserito come traccia di
finzione profetica nel corpo di questa lunga allegoria, è una vera perla estratta da una
pietra greve ed opaca. Saint-Martin lo avvertì lui stesso e lo fece stampare a parte
l'anno VII, con un'epigrafe tratta da Orazio e che ben rende il suo pensiero: Nascuntur
ideæ, fiunt signa.
Il Crocodile, avendo potuto essere stampato
contemporaneamente con il trattato dei segni, era dunque stato scritto negli anni
precedenti: ma come Saint-Martin ha potuto trovare in quel periodo il tempo e le
disposizioni di spirito richiesti da una tale opera?
E' quanto i seri pensieri che l'autore vi espone con
modalità che stupiscono e la singolare forza d'animo che manifestò nel bel mezzo di
tutti i tumulti esterni, possono da soli farci capire. E' certo che in seno a tutte le
violenze, non fu mai raggiunto da alcunché, che nessun pericolo poté scuotere il suo
coraggio, nessun timore scalfire la sua serenità, né alcuna delusione farlo disperare
della salvezza del suo paese.
Per lui tutto era regolato e tutto era diretto. Ed occorre
dirlo ad onore dei suoi principi: i suoi principi fecero l'incanto della sua vita.
Capitolo XXI
Il concorso sulle istituzioni politiche ed una nuova opera
di Saint-Martin. - Sentenza dell'inquisizione spagnola. - Il cinquantacinquesimo anno del
teosofo. - Una disputa tra amici. - La morte di Liebisdorf.
(1797 1798)
_______________
Se Saint-Martin fu forte nelle avversità e calmo nel mezzo
delle tempeste, è perché ebbe fede nel suo destino come in Dio; è che non vi furono
avversità per lui, nessuna tempesta. Lungi dal disperare nel risanamento di
quell'atmosfera in cui soffocava, tendeva alla salvezza di tutti con i migliori intelletti
del paese, l'Istituto in testa. Infatti, il corso di scienze morali e politiche avendo
posto questo programma: "Quali sono le istituzioni più idonee a fondare la morale di
un popolo", scrisse un memoriale e lo pubblicò dopo il primo concorso, in un
opuscolo intitolato: Riflessioni di un osservatore sul quesito proposto dall'Istituto,
ecc. (Parigi, 1797).
Il soggetto era di un'importanza così seria per quei giorni
ancora nefasti che avrebbe meritato un'opera completa. Saint-Martin aveva fatto, come
studente di diritto, uno studio speciale delle leggi sociali riguardo alla legge naturale
e, più tardi, uno studio più approfondito di Burlamaqui e di Rousseau, senza parlare di
Bacone e Montesquieu. Era dunque chiamato a trattare una questione di questa importanza in
maniera forte ed ampia e, di primo acchito, si fatica un po' a capire come abbia voluto
sfiorarla piuttosto che approfondirla. Eppure, Saint-Martin, che conosceva così
ammirevolmente il problema, non fece che questo, sapendo quel che faceva. Inviò questo
scritto al suo amico di Berna un anno dopo, dicendogli che non aveva voluto parlargliene
prima, "perché era davvero poca cosa". Si capisce in questo che si giudica bene
e che, tuttavia, vorrebbe effettuare una svolta e cercare di darla altrove.
Come spiegare il fatto? Vedendo il male meglio di qualunque
altro, considerandolo con più calma e maggiore fiducia nel regno di Dio, avendo non
soltanto applaudito alle prime aspirazioni della Rivoluzione ma resistito in nome della
sua fede alle più grandi crisi del Terrore; avendo giudicato con indulgenza le violenze
eccessive che aveva commesse vedendosi combattuta con una violenza calcolata, avendo
perdonato le sue più grandi iniquità in vista del suo trionfo finale, Saint-Martin, più
di ogni altro, aveva il diritto di sondare tutte le piaghe del paese ed il dovere di
proporgli tutti i rimedi che si richiedevano. Ed invece di parlargli la sola lingua che
fosse in grado di capire, si limita ad offrirgli un mercuriale che non poteva apprezzare.
Occorre dare una spiegazione, ed una sola sarà la buona. Quello che manca, Saint-Martin
lo sa come ogni altro: è la moralità assisa sui suoi veri fondamenti, le istituzioni
religiose. Ma questa soluzione, ritiene che non sarà accettata. E' suo dovere indicarla e
scriverà; ma saranno poche pagine. Dio farà il resto quando vorrà.
Con questo spirito, che è la sua fede, senza riguardo per
le circostanze ed a prescindere dei giudici, tratta il suo soggetto come ha trattato la
questione per l'Accademia di Berlino sin dal 1784. Gli alti insegnamenti che dodici anni
di rivoluzioni sanguinose, di immensi dibattiti, di vive discussioni, impetuose ed
appassionate, hanno arricchito il pensiero dell'osservatore, hanno particolarmente
maturato le sue vecchie meditazioni. Ma la sua anima è rimasta la stessa. Devoto alla sua
patria, pieno di tenerezza per i suoi fratelli, sa parlare alla sua nazione, presentare le
verità più semplici e rivestirle, quando ci si mette, di straordinario garbo; ma scelse
la sua ora e lungi dall'utilizzare un simile linguaggio alle anime stanche di tante
delusioni, e lungi dall'essere un po' accondiscendente con le loro scusabili debolezze,
fu, nel suo opuscolo, dogmatico come con degli scolari, altezzoso come con dei nemici ed
esclusivo come un uomo di partito. Questo fu tanto più spiacevole in quanto non ebbe
questa volta un Ancillon che trattasse la questione riprodotta l'anno seguente. Infatti
l'Istituto, che non poteva davvero considerare così poco il lavoro di Saint-Martin nel
1797, dopo che l'Accademia di Berlino aveva potuto incoronare quello del 1784, ebbe la
sfortuna di non ricevere memoriali seri né l'anno VI, né l'anno VII, né l'anno IX, sul
più grande quesito del giorno.
Fu troppo esigente o troppo esclusivo?
Si è talvolta parlato del rigore delle Accademie, più
sovente dei loro capricci. A sentire gli uni, è sufficiente urtare un pregiudizio per
essere congedati; secondo altri, è sufficiente assecondarne uno per essere accettati.
Dove i fatti parlano, le supposizioni sono quantomeno gratuite e se è vero che poche
giurie avrebbero incoronato il discorso illustrato contemporaneamente dall'Accademia di
Dijon e da Rousseau, è vero anche che le eccezioni confermano la regola. Ciò che è
certo, è che qualsiasi Accademia si onora incoronando il merito, l'eloquenza, il
pensiero, la novità della scoperta, l'autorità dimostrata della ragione misconosciuta e
della legge violata, sotto qualunque bandiera. Ora, tutte le società non perdono più dei
singoli individui l'occasione per darsi lustro. Pertanto bisogna dispiacersi, in questo
concorso, che Saint-Martin non abbia creduto all'Accademia, né seriamente aspirato ai
suoi riconoscimenti.
Ciò che è bello rilevare nella vita di un pensatore che ha
subito uno smacco come scrittore o come teorico, è che sia al di sopra di una disfatta.
Saint-Martin era veramente filosofo. Se altri sono al di sotto delle loro teorie, per lui
valeva il suo sistema, e quel che è sempre il carattere di un pensatore sincero, la sua
vita fu la fedele espressione della sua dottrina, la sua professione di fede messa in
pratica. Alla fine del capitolo precedente, abbiamo visto la sua semplice e profonda
bontà dominare tutti gli altri sentimenti. Se si comportò da saggio nei suoi rapporti
con un avversario, un materialista che aveva scritto contro di lui, si dimostrò ancora
filosofo nella pratica l'anno seguente in una occasione più grave.
Colpito dal fatto più sensibile che possa capitare ad
un'anima religiosa, lo sopportò con tutta la moderazione di una ragione ferma, tutta la
calma di una coscienza sicura di se stessa. Ascoltiamolo:
"Il 18 gennaio 1798, giorno in cui ho compiuto il mio
cinquantesimo anno, ho appreso che il mio libro degli Errori e della Verità era stato
condannato in Spagna dall'inquisizione, come attentato alla Divinità ed alla stabilità
dei governi".
Non sono riuscito a procurarmi la sentenza del gran
tribunale di Spagna, né vedere come la prima opera del teosofo fosse giudicata dai
giudici spagnoli come un attentato al governo di Dio ed a quello degli uomini. Non sono
dunque in grado di valutare correttamente l'impressione che ha potuto produrre sul
pensatore così profondamente religioso che ne era l'oggetto.
Si può dire che amando poco la Chiesa ed il sacerdozio, ha
potuto sopportare facilmente ciò che avrebbe turbato molti altri, e Cartesio stesso con
il quale si compiace talvolta mettersi in parallelo; ma è togliergli una virtù
attribuirgli dei pensieri che la sua fede disapprova. Ciò che combatte non è la Chiesa
ed il sacerdozio, sono le imperfezioni della Chiesa e del sacerdozio, sentimento comune
con i più grandi dottori di ogni tempo. E' dunque più giusto lasciargli sia la virtù
del saggio che la fede del fedele.
In Francia non sembra si sia tenuto in gran conto questa
sentenza che spiega lo spirito del tempo come spiega l'accoglienza ottenuta al di qua dei
Pirenei, dove il fatto stesso sarebbe ignorato se l'autore colpito non ne parlava. Non ne
parleremo noi stessi che per lodare i giudici per la loro saggia lentezza in quanto il
libro era pubblicato da vent'anni quando lo condannarono, e felicitare l'autore per la sua
moderazione in quanto riferisce il fatto senza una parola di apologia o di risentimento.
Saint-Martin era uomo come tanti altri. Questo fatto non lo
turbò più di tanto. Più si donava ai suoi scritti, più li amava. Li amava a tal punto
da portarli sempre nel suo pensiero come nel suo cuore. Si succedevano, sotto la sua
penna, e si sostenevano fraternamente; testimone ognuna delle sue pubblicazioni: ognuna
riproduce, continua, perfeziona la precedente. Neppure la più sconfessabile egli non ama.
Eppure non si irrita mai per una critica e mai se la prende con chi lo colpisce: non vi
vede che uno strumento del male, della cattiva dottrina, del sistema che lo porta a
colpire. Questo significa dimostrarsi filosofo nella pratica come nella teoria, e più
l'armonia tra il pensiero e la vita è rara, questo completo dominio di sé che si
contrappone così bene all'inebriante possesso della scienza, è un'eccezione nel mondo
dei filosofi, più deve essere evidenziata.
Per Saint-Martin era peraltro il momento di essere saggio.
Aveva cinquantacinque anni e gliene restavano pochi altri da vivere. Pertanto entrò in
quest'ultimo periodo con tutta la solennità di un grave presentimento. "Ho
assaporato, dice, in questo cinquantacinquesimo periodo della mia vita, una profonda e
vasta impressione su questo nuovo passo che facevo nella carriera; mi è parso di entrare
in una nuova e sublime regione che mi separava quasi completamente da ciò che occupa, diverte ed illude sulla terra un così gran
numero di miei simili".
I suoi ultimi anni furono per lui ciò che gli ultimi anni
sono per tutti, ciò che il più magnifico dei re di Gerusalemme diceva dei suoi, tremila
anni orsono, quando esclamò: "Non mi piacciono affatto".
Ogni giorno la vita pareva oscurarsi sempre più per questo
nobile spirito che non l'aveva mai tanto amata. Aveva da molto tempo il male del paese; e
meglio di tutti capiva quella santa nostalgia che aveva appena ispirato il libro
pubblicato dal mistico professore di Marbourg, Young-Stilling, di cui avrebbe così
vivamente desiderato fare la conoscenza personale, il Heimweh. Dopo aver visto i suoi
amici più illustri ed i migliori dispersi in ogni dove, chi nel Nord, chi nel
Mezzogiorno, era diventato a sua volta "la colomba che non sa dove posare il
piede". Da Morat, si cercava senza tregua di tentarlo, ma anno dopo anno, nuove
ragioni per astenersi si erano presentate e la clarté directrice che aspettava sempre per
potervi andare, non gli giunse mai. Quanto prima la ragione stessa per andarvi veniva a
mancare come l'esistenza di quello che lo avrebbe accolto nella sua terra con tanta gioia.
Infatti, l'ultimo anno del secolo doveva apportare la più dolorosa sanzione a quel
pensiero così paradossale in apparenza che Saint-Martin amava ripetere: "quanto gli
uomini sono ciechi nel credersi vivi!". Questo fu l'anno in cui perse l'incomparabile
amico che era per lui più di un fratello e di un discepolo, un vero figlio spirituale. E
cosa più triste da dire, lo perse nel momento più adatto ad acuire il suo dolore: si
erano appena disputati con tutta l'asprezza consentita dalla più sincera amicizia.
Ecco quale era stata l'origine di quella disputa così
sorprendente, seguita peraltro dal più toccante riavvicinamento.
Il vecchio barone, che lavorava molto e non pubblicava
niente, apprezzava molto la corrispondenza coi grandi mistici tedeschi, Boehme, Gichtel e
Upfeld, e preparava una traduzione francese delle Lettres del primo, oltre ad un Précis
della sua dottrina. Aveva rinunciato al suo Télémaque teosofico, ma credeva ancora nel
suo Précis. Ne inviò la prefazione a Saint-Martin tramite un amico comune, Maubach.
Saint-Martin, che diceva il suo pensiero alla sua maniera ed a tutti, alle principesse
come all'Istituto ed ai suoi amici come ai suoi nemici, aveva talvolta parlato a
Liebisdorf con più schiettezza di quanto forse sarebbe stato opportuno, considerata la
perfetta educazione del patrizio di Berna. Sempre le sue osservazioni erano state bene
accette. Leggendo la loro corrispondenza, ci si stupisce persino della squisita docilità
di un discepolo più abituato al comando che alla sottomissione, un po' più colonnello da
parata che da combattimento, è vero, ma sempre colonnello ed in ogni caso membro di una
decina di commissioni più o meno sovrane, altrettanto viziato dai più recenti suffragi
come dai vecchi elogi di Rousseau. Nel 1798, il suo umore si è rabbuiato, ne abbiamo
dette le ragioni, e prende molto male anche buoni consigli. Ecco quanto gli si era
scritto: "In quanto al vostro disegno, apprezzo molto la buona intenzione ma più
leggo il nostro autore, più lo trovo difficile da abbreviare". Agli occhi di
Saint-Martin, la parola abbreviato sta per Précis. Questo indispone il barone. Ma
Saint-Martin aggiunge, parlando di quello che vorrebbe fare lui stesso: "D'altronde,
valuto (considero) un po' l'indole della mia nazione. Gliene frega assai che la consideri
matura per un simile nutrimento. Boehme non sarebbe letto, a meno di un rifacimento
generale ed è questo rifacimento che non ho né il tempo né la forza di fare... Per
ritornare al vostro Précis, vi dirò che il tono pio e credente che assumete può ancora
andar bene per i vostri climi; non per i nostri dove facciamo su questo tabula rasa
(l'evidenziazione è mia). Malgrado questo, vi sono ancora anime buone che lo capiscono ed
a cui si conviene, e per quanto mi riguarda sarei felice di vedere la vostra opera".
Nulla di più leale e di più garbato di questo modo di
esprimersi, tanto che lo svizzero risponde inizialmente con una lettera molto affettuosa.
L'amico Divonne gli fa, dice, le stesse osservazioni ma lo liquida con queste parole:
"Divonne non conosce Boehme". Saint-Martin, che neppure immagina di aver ferito
il suo amico, gli sottolinea ancora molto semplicemente, nella sua lettera del 4 novembre
1798, una notizia che deve interessarlo. Madame de Boecklin, che già gli aveva scritto
che esisteva in tedesco un Riassunto di Boehme, gli ha fatto sapere, in più, che esiste
un secondo Boehme più chiaro del primo, il mistico Sperber. E' su questo e su
un'impalcatura di ipotesi create dall'amor proprio di un degno vegliardo che scoppia la
guerra. Ma come, si dice il Bernese, non solo la Francia non vuol saperne del mio Précis,
ma, per tagliargli l'erba sotto i piedi, si inventa ora un altro Boehme, che si proclama
più semplice e più chiaro del primo? Davvero esistono amici, ma amici su cui contare,
no.
E niente di più penoso da leggere della lettera di
Liebisdorf del 10 novembre, dove vi sfoga il suo dolore. Saint-Martin gli risponde nel
modo migliore il 10 dicembre ma, lungi dall'intendere ragioni, il suo amico replica il 18
con raddoppiata irritazione. Saint-Martin, per mitigare la sua pena, aveva lodato ciò che
aveva potuto, il tono e le intenzioni. Invano. Ecco il grido che quelle concessioni
strappano dal cuore prima sanguinante, ora ulcerato, del fedele e riconoscente ma afflitto
discepolo: "Si ritiene che abbia assunto un tono pio e credente; non avrò mai altro
tono di quello ch'è nel mio animo... Arrossirei della mia bassezza e della mia
pusillanimità se fossi capace di parlare o di scrivere in modo diverso...". E come
se Saint-Martin gli avesse consigliato di farlo, il buon Liebisdorf aggiunge:
"Permettetemi di darvi il consiglio che altre volte mi avete dato: vegliate e
pregate". La stessa madame de Boecklin viene trattata male. Ella ha offerto degli
Estratti. Era un suo piacere farne, di tutto e per tutti. Ne ho di considerevoli sotto gli
occhi. Ebbene! non vuole che si prenda la briga di farne per lui. Il 31, nuove affettuose
spiegazioni da parte di Saint-Martin e degne di lui. Per calmare un uomo che si compiace
ad eccitarsi, si compiace ad accusarsi; chiede scusa di offese immaginarie; sollecita con
toccante umiltà tutte le osservazioni che la carità fraterna vorrà fargli avere. Questa
lettera è sublime in buoni sentimenti e vera tenerezza. Madame de Sévigné è più
civettuola con sua figlia, non è più affettuosa con lei di quanto Saint-Martin non lo
sia con il suo figliolo spirituale. Niente da fare; e il 13 gennaio, questo figlio, che ha
già dichiarato che non pubblicherà il suo Précis in francese, - e che non lo
pubblicherà nemmeno in tedesco, qualunque cosa dica - scrive ancora una lettera
all'inizio piena di amarezza. Non desidero soffermarmi di più su questo ma mi premuro di
dire, al contrario, che dopo aver lanciato i suoi dardi più strazianti, si addolcisce un
po', quasi consapevole di essere andato oltre. Tuttavia conserva ancora un po' di fiele
nel suo cuore buono e con malcelata ironia ringrazia l'amico per aver impedito una
pubblicazione dove si sarebbe gettato il proprio olio alle vergini folli!
A questo punto Saint-Martin, che non ha impedito proprio
niente, si accorge di essere giunto sino al limite in cui la ragione lo autorizza a
fermarsi e dove la dignità glielo ordina. Risponde, il 28 gennaio, che tutto questo
imbroglio è nato da una distrazione del suo amico che invece di consigliargli sia la
bassezza che la pusillanimità, gli aveva soltanto detto che la professione di fede della
sua prefazione, eccellente in se stessa,
colpirebbe poco la Francia. Del resto, gli dice chiaramente che, in quanto a lui, ha fatto
di tutto ed anche troppo per calmarlo, non avendo fatto niente per irritarlo.
"Avendovi trovato così affettato, gli dice, ho cercato, con le espressioni più
dolci che ho potuto trovare, di gettare acqua sul fuoco e, al contrario, non ho fatto che
alimentarlo maggiormente...".
E tuttavia continua a versarvi un'acqua ancora ben dolce e
balsamica. Non attribuisce tutte quelle emozioni così accese che alla sensibilità del
suo amico per tutto ciò che può essere in relazione alla gloria del loro comune maestro.
Potreste credere, dopo questo, che tutto è stato detto;
affatto. Nella sua lettera del 7 febbraio, l'irascibile barone non è più amaro, ma
recrimina un po'. Per giustificare la professione di fede della sua futura prefazione,
copia per il suo amico la preghiera che un filosofo francese ha messo nella sua. "Un
filosofo, ed un filosofo francese, ha potuto mettere nella sua prefazione una preghiera, e
non avrei potuto, pure io, mettere nella mia qualche parola pia!". C'è di più, un
post-scriptum sulla bassezza e la pusillanimità ritorna sul nocciolo stesso della
questione.
Di cosa trattò quello scambio epistolare dal 7 febbraio
1799 al 24 dicembre dello stesso anno?
Lo ignoro. Le lettere di quei nove mesi mancano dalle due
copie che posseggo di questa corrispondenza. All'ultima delle due date che ho appena
indicato, Saint-Martin aveva perso il migliore dei suoi amici. M. d'Effinger, nipote e
genero di Liebisdorf, gli ha partecipato la morte improvvisa dello zio. Saint-Martin gli
invia una lettera che prova come si fossero ristabiliti i migliori e teneri rapporti e
come il suo dotto amico avesse continuato i suoi lavori su Boehme fino alla fine dei suoi
giorni. Inoltre Saint-Martin non ha che due cose da chiedere: prega il suo erede di
terminare la traduzione delle Lettere del celebre teosofo, nonché quelle dei suoi
discepoli, e di cedergli, se non ci tiene, alcune opere mistiche che ha lasciato il
defunto.
Non gli chiese, cosa che sarebbe stato felice di possedere,
tutti i libri del genere che il barone lasciava; le sue condizioni economiche non gli
consentivano di acquistarli e quelle dei suoi occhi il desiderio di leggerli. Ma dava
grande importanza a quei volumi di Boehme che il suo amico aveva tanto apprezzato.
L'eredità di Liebisdorf offriva qualcosa di più prezioso: le lettere che gli erano state
scritte. Saint-Martin, apprezzando lui stesso tutta l'importanza di quelle reliquie,
chiese che gli venissero rispedite, dicendo che non erano nate che per colui che le aveva
provocate. Era suo diritto esigerle. M. d'Effinger e sua moglie gli risposero dapprima con
sollecitudine e si misero, in certo qual modo, con grande cortesia sotto la sua direzione
spirituale; ma tosto gli comunicarono che le sue lettere erano comprese in raccoglitori
che si esitava a disfare e che ci tenevano, per amore filiale, alle edizioni dei volumi
che il suo amico aveva tanto amato. Saint-Martin, sempre troppo generoso, si accontentò
sfortunatamente di chiedere che gli si facessero almeno degli estratti delle sue lettere,
e sempre troppo fiducioso, lasciò agli eredi la cura di scegliere a loro piacimento.
Quelli che conoscono la storia di questi documenti, gli estratti che ne sono stati fatti,
le copie che sono circolate, le alterazioni che
stravolgono il tutto, rimpiangeranno che ai rifiuti molto interessati, ma poco dissimulati
di Effinger, sia seguita la troppo sincera acquiescenza di Saint-Martin.
Questo piccolo epilogo di una grande corrispondenza, sulla
quale ritorneremo più volte, fu peraltro tenero ed intimo ogni volta che la figlia di
Liebisdorf vi si trovò impegnata.
Capitolo XXII
Le relazioni di Saint-Martin con Gilbert, Gombaut, Maubach,
il conte di Divonne, dopo la morte di Liebisdorf. - I suoi rapporti con d'Effinger. -
Saint-Martin, editore e libraio. - I suoi ultimi scritti originali. - De l'esprit des
choses. - Le ministère de l'Homme-Esprit. - I progressi dello stile. - I rapporti con M.
de Gérando.
(1798 1801)
_____________
Raramente è esistito tra due uomini che non si sono mai
visti, relazione più bella di quella di Saint-Martin con il patrizio di Berna.
La morte di quest'ultimo lasciò nell'animo del suo maestro
e del suo amico un vuoto che niente fu in grado di colmare. Esaurita la loro
corrispondenza, niente eccitò più allo stesso modo quell'anima così tenera, niente la
nutrì e la elevò più in eguale misura. Il barone non era soltanto un discepolo molto
istruito, ma anche curioso e singolare interlocutore, ed altrettanto disponibile al
silenzio quanto riconoscente per una soluzione. Era così ingegnosamente educato e così
accortamente attento al minimo imbarazzo che procurava al suo iniziatore con le sue
incessanti sollecitazioni, che la sua corrispondenza offriva nello stesso tempo un vivo
interesse dal punto di vista dello sviluppo mistico e grandi soddisfazioni dal punto di
vista di un ragionevole amor proprio. Saint-Martin certamente non trovava nelle lettere
degli altri suoi amici nulla che presentasse allo stesso grado quei vantaggi. Quelle della
duchessa di Bourbon e quelle di madame de Boecklin avevano senz'altro altre attrattive, e
forse più care al cuore del teosofo ma, a giudicare dai documenti che ho sotto gli occhi,
quelle lettere non davano lo stesso alimento al suo spirito. Quelle dei coniugi
d'Effinger, che costituivano una sorta di seguito alla sua corrispondenza essenziale,
cessarono altrettanto bruscamente di come erano cessate quelle di Salzmann. Da allora
nessuno intrattenne più Saint-Martin né su Young-Stilling, né su Lavater, né sulla
figlia del celebre ministro, né sul tanto mistico d'Eckarthausen, "che ha letto fino
a venti volte il vostro ultimo opuscolo", gli aveva riferito un giorno il barone, e
che assicurava lui stesso a quest'ultimo, di aver letto più di cinquanta volte gli
scritti anteriori del teosofo di Amboise.
Fu soltanto Gilbert ad ereditare tutti gli affetti così
abbandonati, come doveva poi ereditare i manoscritti ed i libri del suo amico?
Sicuramente no. Gli affetti non si sostituiscono gli uni
agli altri nella vita di un uomo, ed il vuoto dei sentimenti terrestri si fa poco a poco
nel cuore, nella misura in cui occorre uno spazio agli altri, ai sentimenti celesti.
Saint-Martin traeva grande giovamento dalle sue passeggiate, pressoché giornaliere, con
Gilbert; ma come Maubach e Gombaud o Divonne e d'Hauterive, Gilbert non figurò mai che in
secondo piano nei suoi affetti. Saint-Martin tornò a Parigi per vedervi il conte di
Divonne, sperando, dice, che questo eccellente amico lo avrebbe consolato per la perdita
di Kirchberger. D'Hauterive, il cui sviluppo spirituale era andato così lontano, o era
morto, o occupava poco il cuore di Saint-Martin in quanto non viene più nominato nelle
sue note; ma l'ammirazione del teosofo per Boehme si accrebbe con gli anni, come
un'eredità che, da due teste, si è concentrata in una sola. Boehme fu per il
sopravvissuto più che un'amicizia, fu un culto e redazioni giornaliere che si ispiravano
a quella lettura diventarono per Saint-Martin una sorta di corrispondenza con il suo
pubblico. Il suo pubblico era limitato, ma devoto come una famiglia di iniziati. Ce lo
rivela in occasione della sua opera su l'Esprit des Choses, di cui aveva inizialmente
parlato a Liebisdorf, sotto il titolo di Révélations, e sulla quale intrattenne i suoi
amici di una volta, il genero e la figlia del barone, in una interessante lettera. Essa ci
rivela una bella povertà, bella per la pia serenità che la decora.
"Troverete forse, dice loro, qualche lampo di luce su
questo punto in un'opera che ho appena pubblicato e della quale bisogna che vi parli. E'
intitolata l'Esprit des Choses, è composta da due volumi in-8 di 675 pagine a piccoli
caratteri. Non si tratta, si fa per dire, che di schizzi, in quanto abbraccia
l'universalità delle cose, tanto fisiche, scientifiche che spirituali e divine, e di cui
mi sarebbe stato impossibile approfondire ogni soggetto in così poco spazio. Peraltro,
non è che un'introduzione preparatoria alle opere di J. Boehme, se le circostanze mi
permetteranno di pubblicare ciò che ne ho tradotto. E dopo una simile luce, non mi sarei
accinto a voler calpestare le sue orme, e sarà lui ad illuminare ciò che non faccio che
indicare. Infine, non è che una specie di mietitura che ho fatto tra i numerosi materiali
di cui i miei portafogli sono pieni, avendo l'abitudine di scrivere tutto ciò che sinora
mi è venuto in mente. Ma siccome ho sempre scritto senza propormi di redigere un'opera e
sempre su argomenti staccati, ho dovuto comporre del mio meglio quei diversi pezzi ed è
dedicandomi a questo che ho trascorso il mio inverno, al di là delle mie normali
occupazioni. Se credete di poter contribuire a diffondere quest'opera, che ritengo utile
soprattutto per quelli che hanno dei pregiudizi contro la santa Scrittura, non avete che
da esternare le vostre intenzioni a qualcuno che avete già incontrato a Berna (Maubach),
e che mi sostituirà durante un breve viaggio che farò forse molto spesso. Sarà
incaricato, durante la mia assenza, di effettuare gli invii che gli chiederete, sia per
vostra conoscenza che per i librai. L'opera viene venduta, in Francia, 7 liv. 10 s., con
una provvigione ai librai di 20 s. a Parigi, e di 30 s. fuori Parigi ed all'estero".
I tempi duri fecero dunque dell'eminente teosofo una sorta
di commerciante di libri e dei suoi amici dei venditori. Questo è così vero che, il 5
termidoro, anno VIII (1799), scrive loro nuovamente sullo stesso tema, una lettera ancora
più esplicita ed i cui dettagli mi paiono ben evidenziare la situazione in cui i tempi lo
avevano costretto. Non esito dunque a produrre questi dettagli, tutt'altro.
"Vi parlai di un'opera che avevo appena pubblicato e
che è intitolata: Esprit des Choses, 2 vol. in-8. E' una raccolta di numerose note da me
scritte in tempi diversi e su soggetti diversi, come ho sempre fatto. Non sono istruzioni
paragonabili a quelle dei grandi maestri, ma possono preparare le vie e servire da
introduzione. Il mio scopo principale è di sgombrare i sentieri della verità, in quanto
non mi considero che lo spazzino del tempio. Non ho provveduto ad inviarvi quest'opera: 1)
- perché non ne avete bisogno; 2) - perché la vendo, mentre le precedenti le ho quasi
tutte regalate ed a lucrarne sono stati i librai. In quanto a questo, lo vendo perché ne
destino il ricavo alla pubblicazione della mia traduzione della prima opera di J. Boehme
che, come sapete, è l'Aurora. Non potendo dunque né offrirvi l'Esprit des Choses, né
sollecitarvi ad acquistarlo, mi limito ad informarvi della sua esistenza ed a dirvi che,
se ne desiderate un esemplare, potete inviare da me, al mattino, qualche persona di vostra
conoscenza (se ne avete in questo paese), e gli consegnerò l'esemplare contro versamento
di 7 liv. 10 s. Benché sia ancora lontano dall'essere rientrato dalle spese, non per
questo rinuncio all'Aurora, e tra pochi giorni darò le prime pagine alla stampa. Credo
che sarò costretto a vendere anche questo, sia per non dare totalmente fondo ai miei
mezzi pecuniari, che la Rivoluzione ha ridotto a ben poca cosa, che per mettermi in
condizione di pubblicare le altre traduzioni che ho fatto di qualche altra opera dello
stesso autore, ma il prezzo non è ancora definito. Aggiungo che mi sottometto con pena a
questi espedienti che mi ripugnano, ma questo genere di opere sono talmente al di fuori
delle idee comuni che non posso contare sulle vendite; pertanto non vi è che qualche
amatore ed amici miei che possano in parte farmi rientrare dalle spese, il pubblico è da
considerare assente in questo genere. Ecco perché ne faccio stampare un piccolissimo
numero di esemplari".
L'opera che raccomanda così, l'Esprit des Choses, non è
una delle sue migliori composizioni. Ciò che ne dice lui stesso è fin troppo vero:
"Non è un libro, sono articoli cuciti insieme". L'impegno che profonde in una
piccola introduzione intitolata, Idea del piano di quest'opera, per farne convergere tutti
i raggi verso un solo e stesso centro, dimostra che sente, stampando, il bisogno di
incastonare tutto nello stesso anello. Ma tutte le sue cure nulla cambiano alla
sconnessione dei due volumi; non si fa un libro con pezzi staccati, per quanto eccellenti
essi siano.
Il punto di vista che domina quelli di Saint-Martin è
peraltro un'idea profonda. "L'uomo, dice, vuole dare una ragione a tutto quel che fa,
e non trovarne una a tutto ciò che vuole... Gli occorre una chiarezza totale che niente
possa velare... Questo desiderio da solo prova che l'uomo ha in sé degli spunti di
verità e che la presentisce, benché imbarazzato nel rendersene conto".
Questa facoltà superiore ed anteriore a tutte le altre è
raramente indicata in modo così netto, eppure ha maggiore importanza ancora per la
questione dell'origine che per quella della portata del nostro spirito.
Pertanto niente di più elevato che il punto di partenza.
Direi di più, niente di più concatenato di tutta questa introduzione. Ma escluso questo
pezzo svaniscono il metodo, l'ordine e l'armonia di pensiero e tosto si susseguono una
lunga serie di piuttosto brevi riflessioni su ogni genere di argomento: l'ateismo, un
pensiero accordato agli animali, l'organizzazione degli esseri e la fonte delle loro
proprietà, ecc. In poche parole, il resto non offre altro legame che quelle deboli
analogie che con un po' di intelletto si trovano ovunque. Ad una nozione sull'amore
universale ne segue un'altra sullo spirito
degli specchi divini, o la ragione per la quale Dio ha prodotto milioni di esseri-spiriti
dove si specchia ed impara a conoscersi. In quanto non si riconosce che nel suo prodotto:
il suo centro è eternamente avvolto nel suo ineffabile incanto".
Si noti questa teoria così strana. Ne ho segnalato altrove
la singolare analogia con la dottrina di Schelling, che ha potuto attingerla, come
Saint-Martin, nelle concezioni troppo panteiste di Boehme.
E' impossibile farsi, senza averlo letto, un'idea di un
libro dove si tratta di tutto, ed impossibile darne una senza copiarlo. Ma è anche
impossibile evidenziare sufficientemente tutta la ricchezza e tutta la profondità degli
spunti che l'autore vi semina con mano tanto abile quanto energica.
L'anno seguente, l'autore pubblicò la sua ultima opera
originale, il Ministère del l'Homme-Esprit, che non offre nulla di nuovo, nulla che non
sia stato indicato o abbozzato negli scritti precedenti, ma che porta tuttavia un'impronta
di raccoglimento e di chiarezza che nessun'altra presenta allo stesso grado. E' il canto
del cigno del teosofo di Amboise.
Vi insegna il vero ministero che l'uomo deve esercitare
sulla terra: rigenerare se stesso e gli altri, ripetere cioè nella sua persona l'opera
che il Cristo ha compiuto nell'umanità. E' quello che chiama, in formula teosofica,
restituire il Logos o il Verbo all'uomo ed alla natura: in quanto la natura, che ha perso
la sua gloria primitiva per la caduta dell'uomo, aspetta la sua reintegrazione, la sua
palingenesi, come diceva Charles Bonnet, di quella dell'uomo. Se si tratta di un sogno,
almeno è sublime. Si conosce il ruolo che Saint-Martin non cessa di assegnare all'uomo.
In seno all'universo, spiega la natura delle cose; non è questa a spiegare l'uomo.
Come ho detto, dopo tanti scritti consacrati alla questione
religiosa ed alla missione morale dell'uomo sulla terra, non ci si aspetta che l'autore
venga a darci, in una composizione suprema, delle soluzioni inattese o delle nuove
dottrine. Ma si nota in questo scritto un grande passo avanti nella lingua e nello stile.
E' sempre Jacob Boehme che ispira il pensiero del suo discepolo o lo feconda; si
percepisce sempre che due stranieri, un Portoghese ed un Tedesco hanno un po' formato
l'intelligenza così lucida di Saint-Martin, ma si sente anche che nessuno dei due dirige
più la sua penna. Il suo linguaggio è qui meno strano che in qualunque altro suo scritto
e quest'opera è, per così dire, in francese di Francia, quello stesso Précis che i suoi
buoni consigli avevano impedito a Liebisdorf di pubblicare in francese di Berna. La
franchezza di Saint-Martin, dopo aver distolto il suo amico da un lavoro al di sopra delle
sue forze, ha nobilmente riparato il torto che avrebbe potuto fare ai lettori francesi:
potranno leggere il Ministère de l'Homme-Esprit meglio del Précis.
Tuttavia Saint-Martin è lontano dall'intendere il suo libro
un riassunto di Boehme, ed ha ragione: è la sua opera più ben fatta. L'oggetto ne è il
suo grande scopo, la sua missione: vuole fermare gli sguardi della famiglia umana sulla
fonte dei suoi mali e su quelli che deve far cessare sulla terra in quanto, essendo
l'immagine del principio supremo, deve farvi ciò che il suo modello fa nell'universo.
Come si vede, questo soggetto è troppo vago a forza di
essere tanto vasto. Di fatto, lo restringe al solo punto di vista morale, e lo tratta da
maestro, con stile spesso ammirevole. Semplice moralista, tralasciando quello che era
essenzialmente l'oggetto della sua maggiore ambizione e della sua alta passione, la
metafisica ed in particolare la pneumatologia, Saint-Martin occupava uno dei primi posti
tra gli scrittori della sua epoca. Finora l'ho seguito in quello che ha fatto il suo amore
ed il suo lavoro. Ho poco insistito sul suo stile, che trascurava come particolare
esteriore e secondario; ma è necessario, parlando di questo volume, accorgerci un po' dei
progressi del suo discorrere. Dopo averlo ascoltato così sovente su dei soggetti
astratti, seguiamolo un momento mentre abbozza una scena della natura, scena sulla quale
non si trattiene e che non è per lui che un mezzo per far capire il suo pensiero, ma
scena che getta in un angolo della sua tela con la magica abilità di un pittore che abbia
passato la sua vita ad abbozzare il paesaggio.
"Nelle Alpi, osservate quel cacciatore che talvolta è
sorpreso ed avvolto improvvisamente da un mare di densi vapori dove non riesce neppure ad
intravedere i suoi piedi e le sue mani e dove è costretto a fermarsi là dove si trova
nel timore di fare un passo falso. Ciò che a quel cacciatore non capita che per caso e ad
intervalli, all'uomo accade continuamente e senza tregua. I suoi giorni terrestri sono
essi stessi questo mare di vapori tenebrosi che gli sottraggono la luce del suo sole e lo
costringono a rimanere in una penosa inazione, se non vuole al minimo movimento
schiantarsi e cadere in precipizi".
Che bella idea e che bella immagine! Ecco il vero moralista,
ingegnoso e commovente.
Come ho già detto, la forza di Saint-Martin non risiede né
nel suo talento di scrittore né nel suo pensiero metafisico, si trova nei suoi doni di
moralista, in quelli cioè in cui meno si riconosceva; è debole, al contrario, proprio in
quelli che apprezzava maggiormente: i doni dell'alta speculazione nella scienza che
riteneva aver meglio curato, intendo la metafisica.
Ascoltiamo, tuttavia, lui stesso a questo proposito. Bisogna
che ci confessi di persona le sue illusioni perché si possa ammettere che siano potute
giungere così lontano e fino a quel grado di confronto con il più grande dei nostri
pensatori.
"Cartesio ha reso un servizio essenziale alle scienze
naturali, applicando l'algebra alla geometria materiale. Non so se avrò reso un
altrettanto grande servizio al pensiero, applicando l'uomo, come ho fatto in tutti i miei
scritti, a quella specie di geometria viva e divina che abbraccia tutto, e da cui guardo
l'uomo-spirito come la vera algebra e l'universale strumento analitico. Sarebbe per me una
soddisfazione che non oserei sperare, benché mi permetta di desiderarla. Ma un tale
accostamento con quel celebre geometra nell'uso delle nostre facoltà, sarebbe un'analogia
in più da aggiungere a quelle che abbiamo già, lui ed io, in un ordine meno importante,
e fra le quali non ne citerò che una sola, che è di essere nati l'uno e l'altro nella
bella regione conosciuta come il giardino
della Francia.
Appoggiamo arditamente questa aureola immaginaria.
Saint-Martin ne ha una migliore: l'aureola etica che eclissa tutte le altre.
Per quanto questo nuovo scritto del teosofo fosse superiore
a quelli sinora pubblicati, il Ministère de l'Homme-Esprit ebbe un grave torto: apparve
in tempi inopportuni come opera di religione e come opera di stile. Sotto i due punti di
vista, fu eclissato dal Genio del Cristianesimo, che piacesse o no a Saint-Martin come a
tanti altri, impadronendosi sia di tutti i lettori che di tutti gli scritti pubblici.
L'autore si rassegnò con il buonumore di un ragazzino.
"Verso la fine del 1802, ho pubblicato il Ministère de
l'Homme-Esprit. Benché quest'opera sia più chiara delle altre, è troppo lontana dalle
idee umane per contare sul suo successo. Ho avvertito sovente, scrivendolo, che era come
se andassi a suonare con il mio violino dei valzer e delle controdanze nel cimitero di
Montmartre, dove avrei un bel da far scorrere il mio archetto, i cadaveri che vi si
trovano non sentirebbero alcuno dei miei suoni e non ballerebbero affatto". (Portr.,
1090).
Nobili simpatie per l'umanità sofferente ed estro
inesauribile.
Per le anime belle, le tenerezze spirituali aumentano con
gli anni. Saint-Martin comunicava in quel periodo più volentieri che mai, in quanto nelle
sue aspirazioni verso il cielo non interveniva alcuno scontento, alcuna impressione di
delusione venuta dalla terra. Non si lamentava di nessuno, né del governo del suo paese,
né della condotta dell'Europa. La sua fede nella Rivoluzione non aveva mai vacillato;
riceveva continuamente, e dagli eventi più notevoli, la sua legittima ricompensa. Tutto
si ristabiliva in Francia, rinnovandosi ed ingrandendosi incessantemente; il consolato
diffondeva ovunque il suo senso di sana restaurazione; il suo spirito di ambiziosa
saggezza, di ragione e di moderazione, la più bella candidatura all'autorità suprema.
Era anche il più abile decreto di richiamo degli esiliati. Già Fontanes e Châteaubriand
erano rientrati, salutando con eguale felicità la nuova era ed il suolo natale;
celebrando l'ordine pubblico riposto sulle sue basi eterne, la religione e la legge, e
reclamando la loro parte nelle cariche ed ai benefici di un governo che dava tante
garanzie per l'avvenire. I vecchi amici di Saint-Martin, la duchessa di Bourbon in testa,
rientravano a Parigi, seguiti da molti di quegli emigrati convertiti dalle disgrazie,
dagli allettamenti della patria, dai posti e dagli onori che la riacquisizione o il
riscatto delle loro proprietà potrebbe seguire a breve. Alle sue vecchie conoscenze, il
filosofo religioso, così a lungo rimasto solo e privato dei suoi amici elitari, ne
aggiunse delle nuove. Si legò con l'eccellente de Gérando, già suo vincitore
all'Istituto e che andò diritto al suo cuore nella maniera più toccante, presentandosi
davanti a lui per abbracciarlo teneramente nel momento in cui il teosofo entrava in un
salone, all'oscuro della sua presenza. Saint-Martin dice che amava in lui il membro
dell'Istituto e il dotto; ma apprezzava come tutti quell'anima affettuosa e caritatevole
che assommava grandi luci filosofiche a solide pratiche cristiane, l'uomo maggiormente
deputato a fare di Saint-Martin proprio quel tipo di elogio che ha fatto di lui. Infatti,
de Gérando fece conoscere, nella Décade philosophique, la più bella e la più costante
delle sue virtù, la sua carità ed il suo modo di fare. Lo fece da degno emulo del suo
amico, raccontandoci che il Filosofo Incognito, che amava lo spettacolo, si avviava
talvolta per assistervi, e prendeva sempre, negli ultimi quindici anni della sua vita, per
procurarsi un piacere ancor più vivo e più delicato, la strada verso l'abitazione di una
famiglia nel bisogno, per offrirle la modesta somma che avrebbe speso per il biglietto
d'entrata al teatro.
A quell'epoca, de Gérando non era ancora lo scrittore
religioso ed il pensatore spiritualista così avanzato che abbiamo conosciuto in seguito.
Per Saint-Martin, non era che un profano; ma per legarsi, Saint-Martin non chiedeva ai
profani ciò che chiedeva agli iniziati. Ovunque c'era qualcosa di serio nelle
aspirazioni, fossero esse poetiche o metafisiche, fossero esse critiche o letterarie, egli
vedeva l'impronta del Creatore e vi riconosceva un fratello o una sorella.
Capitolo XXIII
Gli ultimi lavori di Saint-Martin: le traduzioni. - Maine de
Biran. - Le nuove relazioni degli ultimi anni: la contessa d'Albany, la baronessa de
Krudener. - L'incontro di Saint-Martin con Châteaubriand. - La sua conferenza con de
Rossel. - La sua morte, ad Aunay, presso il conte Lenoir-Laroche. - Le sue ultime parole
raccolte da M. Gence.
(1802 1803)
________________
Saint-Martin fece apparire ancora, nel 1802, la sua
traduzione dei Trois Principes de l'essence divine in due volumi in-8, e diede l'ultimo
ritocco, nel 1803, alla sua traduzione delle Quarante Questions sur l'âme ed a quella
della Triple Vie de l'homme, che non doveva apparire se non dopo la sua morte, nel 1807 e
nel 1809.
Queste diverse traduzioni, come quella dell'Aurore nascente,
le aveva fatte con la massima cura, con una costanza a tutta prova ed un amore crescente
per l'autore. Le accompagnò con prefazioni molto esplicative. In quella dei Tre Principi,
segnalò quest'opera come la più importante tra quelle di Boehme, come un quadro completo
di tutta la sua dottrina.
La Francia, l'ultima venuta in questa serie di versioni,
poté così ascoltare il più grande metafisico tra i mistici cristiani come la Germania,
l'Olanda e l'Inghilterra, che avevano commentato o tradotto Boehme sin dal diciassettesimo
e dal diciottesimo secolo. Ma l'epoca in cui le opere del filosofo teutonico apparvero in
francese non era favorevole a quegli studi di lusso. L'attenzione era assorbita dalle
conquiste della guerra e della pace, dalla creazione dell'ordine e dal governo regolare.
Gli alti studi rinascevano, è vero, ma era veramente l'era delle scienze esatte. L'arte
di fabbricare il salnitro prevaleva ancora su quella di esaminare un sillogismo e
l'artiglieria primeggiava sulla metafisica.
Le scienze non proiettano mai il loro splendore - e quello
dell'epoca fu grande - senza che la filosofia se ne illumini per prima, comunque non è
lei che accende la fiaccola, e ben presto la filosofia celebrò la propria rinascita; ma
fu verso il più necessario che si orientò, verso la logica, che è in ogni tempo e
sempre la stessa finché l'umanità non cambia. Si passò poi alla psicologia, che offre
sempre lo stesso interesse, perché riguarda noi stessi, e di noi quali ci sentiamo
abbastanza facilmente con un po' di attenzione. Si procedeva in fretta, ma non si era
ancora giunti al bisogno del lusso filosofico, a quella alta speculazione che è
l'aristocrazia degli studi morali e che, cosa per pochi, richiede un raccoglimento che le
epoche di crisi non comportano.
Così, venute un po' prematuramente, le opere di Boehme,
tradotte da Saint-Martin , non ebbero entratura da noi. E, come per giustificare
Saint-Martin preconizzante al suo amico di Berna lo scarso interesse che avrebbe trovato
in Francia il suo Précis, così generosamente progettato, passarono pressoché
inosservate. Scarsamente accolte al loro primo apparire, non si sono risollevate in
seguito. Anche presso i professori d'elite, non hanno potuto vincere quella specie di
apparente indifferenza, se non di reale antipatia, che hanno incontrato presso i nostri
maestri sin dall'inizio. Peraltro mal scritte, piene di omissioni, di espressioni
improprie, comuni o perfino grottesche, abbondanti in fastidiose ripetizioni, sono
antipatiche al nostro gusto. Il nostro gusto, non lo si dimentichi, siamo noi stessi. Ma
cariche di una vera ricchezza di idee e pregne di un'elevazione naturale e di una
grandezza originale, quelle opere incatenano chiunque non si lasci scoraggiare dalle loro
forme carenti e dalle loro impenetrabili oscurità. La loro attrattiva risiede nelle
singolari arditezze dello stile e del pensiero. Nessun altro libro dell'epoca attrae nello
stesso modo. Se si ama la natura umana piena del sentimento della sua spontaneità, della
sua libertà e della sua più completa indipendenza, questa natura, la si ritrova qui in
forma unica. In quanto si dice sottomessa alla fede del Vangelo nella maniera più
assoluta e si crede ispirata fino in un ordine di idee che abitualmente non appartengono
che al dominio dell'osservazione scientifica: infatti, Boehme assicura che non scrive
niente, se non secondo le luci, le ingiunzioni del cielo. A sentirlo, non obbedisce che a
malincuore a quei dettami dello spirito divino, e li mette per iscritto soltanto per
obbedienza.
E' in questo senso che affronta con tono da maestro, con
santa umiltà e tuttavia con ferma certezza, i più alti problemi della teologia
speculativa, quelli della pneumatologia trascendente e quelli della cosmologia metafisica.
Normalmente oscuro, di un'oscurità mistica o piuttosto teosofica, è in altri momenti
preceduto da un lampo, e si sente allora, leggendo l'antico pastore di Goerlitz, il
precursore di Cartesio, di Malebranche e di Spinosa. Quantomeno si capisce, leggendo i Tre
Principi, tutta l'ammirazione che due illustri contemporanei di Saint-Martin, Joseph de
Schelling e François de Baader, hanno sommamente professato per il loro singolare
predecessore.
Considerando il capitolo che voglio particolarmente
segnalare alla nostra epoca, quello dell'Expansion ou Génération infinie, multiple,
innombrable de l'éternelle nature, si capirà in particolare la viva simpatia con la
quale gli amici del panteismo moderno hanno salutato e salutano ancora quelle
pubblicazioni, spesso così strane ed anche risplendenti di lampi di quelle del neo
platonismo e dello gnosticismo.
Un giovane contemporaneo di Saint-Martin che sarei sorpreso
di non incontrare maggiormente sul sentiero del teosofo, se fosse nato qualche anno prima,
Maine de Biran, parlando della tripla vita dell'uomo, sembra aver adottato alcune delle
vedute del libro di Boehme. Di quest'opera, essendo stata tradotta da Saint-Martin sin dal
1793 pur non essendo apparsa che nel 1809, Maine de Biran avrebbe potuto prendere
conoscenza in questa versione. Non trovo peraltro traccia di relazioni tra i due
scrittori, e se le aspirazioni morali del filosofo di Bergerac furono profondamente
dominate dalle sue idee religiose; se ha potuto sentirsi in qualche modo portato per le
tendenze etiche di Saint-Martin, occorre tuttavia dire che il suo spirito così netto e
così positivo, così essenzialmente osservatore, ha dovuto rifiutarsi di seguirlo nelle
questioni così ardue come quelle di Boehme, che non indietreggia davanti a niente.
Infatti osa trattare molto arditamente la questione dell'Origine de la vie et de
l'éternelle génération de l'essence divine.
E bisogna ammetterlo, per quanto siano stimabili le
traduzioni di Saint-Martin, per la generosità dell'impresa, per la dedizione che vi mise
ed i sacrifici che gli costarono, esse non sono buone. Né fedeli, né eleganti, non
potevano che scontentare il lettore, prescindendo dalle temerarietà dell'autore tradotto,
di un autore che si credeva ispirato e che abusava volentieri del diritto di mettere tutto
in conto all'ispirazione. Passi ancora per i suoi testi originali. Ma come, in fatto di
stile, ed anche in una traduzione, non allontanarsi involontariamente da pagine che
trattano dell'eterna procreatrice? E come Saint-Martin, che rimproverava a se stesso le
nebulosità del suo linguaggio, che aveva peraltro il senso molto letterario, non ha fatto
un passo in avanti in quanto ad ardire e tradotto il suo autore preferito completamente in
francese? Anche in filosofia, diciamo soprattutto in filosofia, la forma ha la sua
importanza. Così, in quelle pagine che abbiamo appena citate, quelle che trattano
dell'eterna procreatrice, non si tratta in fondo che di quelle stesse idee fondamentali
che la mitologia speculativa della Grecia presentava in modo così attraente sotto le
personificazioni di Eros e di Pothos. Tant'è vero che un buon pensiero non richiede che
un bello stile per farsi ammirare. Senza dubbio lo stile non è niente senza il pensiero;
ma il pensiero, per quanto sia profondo, senza lo stile è la cosa più triste. E' più
che disconosciuto, viene abbandonato.
Boehme così tradotto fu tanto freddamente accolto in
Francia che Saint-Martin, malgrado tutto l'impegno profuso e tutti i sacrifici fatti, non
riuscì a far stampare da vivo il libro della Tripla Vita. Il libro delle Quarante
Questions sur l'âme stesso non trovò lettori al di fuori della cerchia degli intimi o
degli iniziati. E' vero che si aveva allora lo spirito molto teso, completamente assorbito
da altre cose: la riorganizzazione del governo, il serio ristabilimento del consolato che
stava scaturendo dalle vittorie, la riorganizzazione dell'insegnamento che sorgeva
naturalmente dalle conquiste della scienza; la riorganizzazione della Chiesa e la
creazione di tutto ciò che la religione richiedeva in nuove istituzioni. Sotto
quest'ultimo punto di vista, Saint-Martin giungeva apparentemente nel momento più
opportuno. Si ritornava alla fede. Questo è vero. Ma ciò che si richiedeva non era della
speculazione, non erano delle teorie. Non si gustava il misticismo più del deismo. Quello
che più si desiderava era un cattolicesimo sufficientemente rivestito di arte e di poesia
per soffocare con le sue attrattive tutte le obiezioni dei suoi vecchi avversari e tutti i
dubbi che potevano essere sorti precedentemente. Ma questo era fornito da un'altra mano,
come abbiamo detto. Il misticismo di Saint-Martin non aveva che un solo motivo di
seduzione, un'audace novità. Normalmente amiamo l'audacia nelle grandi questioni. Niente
era timido nelle sue teorie; esse non possedevano affatto quella riserva che regna nelle
nostre. D'altronde le soluzioni di Boehme offrivano di che soddisfare i più ambiziosi. Vi
si abbordavano problemi magnifici. Quello Da dove è provenuta l'anima all'inizio del
mondo, non era più stato posto da molto tempo. Altri non lo erano mai stati, quello ad
esempio: Che cos'è l'anima del Messia e del Cristo?
Come si vede, non potevano esserci domande più difficili;
ve n'erano un buon numero di altrettanto alte e tutte ricevevano una qualche soluzione.
Saint-Martin era cosciente di quanto donava alla Francia, e
contando sul futuro, era poco interessato al successo immediato. Era sua ferma convinzione
che la nostra filosofia, intendo quella del suo tempo, richiedesse degli elementi
religiosi e cristiani e, soldato fedele alla sua missione, intraprese arditamente la
traduzione del trattato più metafisico di Boehme, quello dell'Incarnazione. Ma non lo
terminò ed era demandato ad uno stimato dotto di Losanna, M. Bury, di pubblicarne ai
nostri giorni una versione solida, chiara e francese per quanto possa esserlo il calco
scrupoloso di uno scritto tedesco.
Mettendo mano a questi ultimi lavori, Saint-Martin avvertì
che doveva affrettarsi. Lungi dal rattristarlo, le prospettive che si apriva ogni giorno
con una fede più viva, gli erano care al di là di tutto ciò che poteva legarlo al
mondo. Ma seppur pronto a lasciarlo, non lo abbandonava vilmente. Al contrario, più
vedeva avvicinarsi il termine, più metteva a profitto i giorni che gli erano contati. Era
sufficientemente attaccato a Dio per non aver bisogno di staccarsi da niente. Alle sue
vecchie relazioni ne aggiunse di nuove. Ovunque si manifestava una bella idea, una bella
opera, una buona fama, vedeva il soffio dello spirito divino. Abbiamo visto che ricercò
Voltaire e Rousseau come Martinez e Law, e venerava Young-Stilling come Lavater. Il Génie
du Christianisme lo fece trasalire di gioia, pur affliggendosi dell'idea dominante di
quelle pagine ammirate, e che ai suoi occhi, il considerare la religione come una fonte di
poesia e di eloquenza, come la musa augusta della letteratura e delle arti, fosse come
misconoscerla. Rilevò questo errore con vivacità, ma cercò Châteaubriand con premura,
e fu felice di un incontro che il suo amico, M. Neveu, il pittore che abitava le soffitte
del palazzo Bourbon adibito alla Scuola politecnica, gli procurò con l'illustre amico di
Fontanes.
Saint-Martin ci relaziona circa questo incontro, come del
resto Châteaubriand da parte sua.
Ciò che offrirebbe grande interesse, sarebbe una relazione
semplice e fedele delle ore che trascorsero insieme. Questa relazione ci manca. Furono
l'inno e l'epigramma a trovarsi di fronte, sono l'inno e l'epigramma a render conto
dell'incontro.
Ascoltiamo prima l'epigramma, cioè Châteaubriand, il cui
spirito vide essenzialmente dell'esagerazione in ogni cosa ed anche quando un pranzo è il
principale soggetto di un quadro che la sua penna ci schizza. "Arrivai
all'appuntamento alle sei; il filosofo del cielo era già sul posto... Il signor de
Saint-Martin, che peraltro aveva delle ottime maniere, non pronunciava che brevi parole da
oracolo. Neveu rispondeva con esclamazioni...: non dissi parola... Il Signor de
Saint-Martin, scaldandosi un po', si mise a parlare alla maniera di un arcangelo; più
parlava, più il suo linguaggio diventava tenebroso... Dopo sei mortali ore, ascoltavo e
non scoprivo niente. A mezzanotte, l'uomo delle visioni si alza di colpo; ho creduto che
lo Spirito scendesse, ma il signor de Saint-Martin dichiarò che era sfinito; prese il suo
cappello e se ne andò".
Tale è l'epigramma.
L'inno, che echeggiò nella penna di Saint-Martin, esagera a
sua volta:
"Il 27 gennaio 1803, ho avuto un incontro con il signor
de Châteaubriand, in un pranzo predisposto per questo, dal Signor Neveu, alla Scuola
politecnica. Avrei tratto molto profitto nel conoscerlo prima. E' il solo uomo di lettere
onesto che abbia personalmente incontrato da quando esisto. E non ho goduto della sua
conversazione che durante il pasto in quanto subito dopo giunse una visita che lo rese
muto per il resto della seduta, e non so quando si ripresenterà l'occasione perché il Re
di questo mondo ha molta cura di mettere dei bastoni tra le ruote del mio barroccio. Del
resto, di cosa necessito, a parte Dio?".
Non trovare che Dio per consolarsi della prospettiva di non
più rivedere Châteaubriand, c'è qualcosa di più esaltato? Châteaubriand non è di
questo parere. Nulla di più bello di queste righe agli occhi di un vanitoso uomo
d'ingegno. Ne è commosso. Prova rimorso alla lettura di una tale ammirazione, il cui
sentore gli giunge d'oltretomba, nel 1807, quando colui che le ha scritte dorme vicino
alla Val-aux-Loups da quattro anni. Vi risponde allora con delle belle righe.
"Mi viene un rimorso: ho parlato del Signor de
Saint-Martin con un po' di scherno; me ne pento. Il signor de Saint-Martin era, in ultima
analisi, un uomo di gran merito, di nobile carattere ed indipendente. Quando le sue idee
erano spiegabili, erano elevate e di natura superiore. Non esiterei a cancellare le due
pagine precedenti se quello che dico potesse minimamente nuocere ad una seria
considerazione di Saint-Martin ed alla stima che sempre accompagnerà la sua
memoria".
Ecco la verità in uno stile degno di lei e tale come
bisognava scriverla all'indomani del 27 gennaio 1803. Era meglio dirla dieci mesi prima
della sua morte che quattro anni dopo.
Il più rude ed il più valente apologista della religione
ristabilita dalla legge del paese era all'epoca un illustre professore di letteratura,
Laharpe. Saint-Martin lo stimava in funzione delle sue serie inclinazioni; il suo coraggio
un po' rumoroso ed il suo tono sempre appassionato non
erano graditi ai gusti semplici ed alle nobili abitudini del teosofo, questo è vero, ma
era un avversario del materialismo ed avrebbe desiderato incontrarlo. Accarezzava persino
l'idea che un giorno avrebbero potuto andare d'accordo; ma anche in questo caso avvenne
come per Voltaire e Rousseau. Saint-Martin consolò i suoi rimpianti in conformità al suo
costante pensiero sul valore degli uomini.
"La morte di Laharpe, dice, avvenuta all'inizio del
1803, è una perdita per la letteratura. La sua fine è stata molto edificante. Non ho mai
avuto legami con lui ma non ho mai dubitato della sincerità della sua conversazione,
benché non la creda rivolta verso le vere vie luminose. La morte di questo uomo celebre
è anche una perdita per la causa religiosa perché era uno spauracchio per quelli che la
disprezzano. Credo che avremmo finito con l'intenderci, lui ed io, se avessimo avuto il
tempo di vederci. Madame D.T. ci ha dipinti l'uno e l'altro in modo piuttosto
significativo dicendo che mordeva fino all'osso gli avversari della verità, ed io, che
dimostravo con l'evidenza che avevano torto".
Saint-Martin fece lo stesso anno alcune conoscenze che non
danneggiavano il suo cuore amorevole per le perdite che non cessava di avere. Ebbe qualche
relazione con la contessa di Albany la vedova del pretendente d'Inghilterra che venne a
Parigi in quell'occasione senza ottenere il permesso di restarvi. Ne ebbe con la baronessa
de Krudener che non doveva tardare dal passare da una vita troppo agitata dalle passioni
più mondane ad una fase più bella e più solida, grazie a delle prove ed a delle lezioni
profonde. Si legò anche con madame de Lahouse, che mi è sconosciuta, ma che deve aver
avuto qualche merito poiché Saint-Martin l'assimila alle due distinte donne che ho appena
nominato e lo fa con queste parole: "Tutte e tre erano interessanti, ognuna in modo
diverso".
Non più delle sue vecchie amiche, madame de Bourbon e
madame de Boecklin, le nuove poterono sostituire nel suo spirito l'incomparabile fratello
che aveva perso. Lungi dal lamentarsi della sua sorte o di gemere per qualsiasi
privazione, conservava un'ammirevole serenità di pensiero.
"Uno dei prodigi più inesplicabili per me, è che la
Divinità mi colmi di tanta dolcezza e di consolazioni, e che peraltro ci sia in me così
poco che possa attirare i suoi sguardi".
Sentiva avvicinarsi la fine senza turbarsi. Un nemico fisico
che aveva condotto suo padre alla tomba, lo avvertiva sin dall'estate del 1803. Lungi
dall'affliggersi per l'avvertimento, Saint-Martin scrive: "Giungo ad un'età ed in un
periodo in cui non si può più essere amici che con quelli che hanno la mia
malattia". Intendeva la nostalgia, lo spleen legittimo dell'uomo. "Questo spleen
è un po' diverso, dice, di quello degli Inglesi in quanto quello degli Inglesi li rende
scuri e tristi, ed il mio mi rende esteriormente ed interiormente tutto color rosa".
Non si sentiva né stanco né oppresso dalla vita e la
tempra del valente soldato non venne meno: il suo coraggio rimase inalterato. Avrebbe
desiderato porre mano un'ultima volta a quanto lo
aveva così a lungo occupato e sostenuto, voleva soprattutto lasciare qualcosa "di un
po' più avanzato sui Numeri".
De Rossel si prestava, su interposizione di Gence, ad una
collaborazione su questa materia, la vigilia stessa della morte di Saint-Martin. Questi ne
fu così riconoscente che congedandosi dal dotto interlocutore, con il presentimento della
sua prossima fine, gli dice queste belle parole: "Ringrazio il cielo di avermi
accordato l'ultimo favore che gli chiedevo".
Saint-Martin morì il giorno dopo, 13 ottobre 1803, alla
sera, nella casa di campagna che il suo amico senatore Lenoir-Laroche possedeva ad Aunay,
quel grazioso eremo che il poderoso pensatore aveva tanto amato e così spesso visitato.
Fu un colpo apoplettico a dare una dolce fine a quella dolce
esistenza, lasciando al pio filosofo qualche istante per pregare ed indirizzare parole
toccanti ai suoi amici accorsi. Li sollecitò a vivere nell'unione fraterna e nella
fiducia in Dio. E' pronunciando queste parole, religiosamente raccolte da Gence e pregne
di un certo marchio di mistica fraternità che si addormentò l'eminente uomo che J. de
Maistre definisce il più istruito, il più saggio ed il più elegante dei teosofi. La sua
carriera poteva chiudersi. Aveva visto le più grandi cose che si potessero vedere in ogni
tempo; aveva attraversato, anima forte e serena, rudi prove e compiuto notevoli lavori.
Né la gloria né la ricchezza avevano accompagnato la sua vita ma aveva assaporato le
più dolci e le più profonde delle gioie: amato da Dio e dagli uomini, aveva molto amato
lui stesso e sperato molto più dall'avvenire che dal presente.
"Non è all'udienza, dice, che i difensori ufficiali
ricevono il salario per le cause che perorano, è al di fuori dell'udienza e dopo che è
terminata. Tale è la mia storia e tale è anche la mia rassegnazione per non essere stato
pagato in questo basso mondo".
E' una delle belle immagini della sua fede di aver amato la
sua opera per se stessa. Non ha contato su nulla in questo mondo. Si sapeva talmente unito
a Dio che la sua ricompensa era altrove. Nella sua ultima nota sulla sua vita, che deve
essere stata scritta pochi giorni prima della sua morte, dice, a proposito dei fratelli
Moraves, sui quali gli era stato inviato un appunto (era di Salzmann):
"L'unità non si trova affatto nelle associazioni; non
la si trova che nel nostro congiungimento individuale con Dio".
Ed ora che abbiamo terminato questa esposizione, in cui si
è parlato soprattutto della vita esteriore di quest'uomo eminente, dei suoi studi, delle
sue ricerche, delle sue aspirazioni, delle sue esperienze, dei suoi lavori, delle sue
relazioni e dei suoi affetti, ci resta ancora da tentare una prova più delicata: una
ricerca sulla sua vita interiore, più importante della vita nel mondo o dell'opera di un
uomo, chiunque esso sia.
Infatti, ciò che è per noi stessi di interesse essenziale
ed il grande insegnamento di questa vita, non sono quei pochi fatti biografici che siamo
riusciti a raccogliere o a coordinare, è quanto essa fornisce ad una soluzione netta e
precisa di questo interrogativo, che è complesso: Qual è il valore reale dei doni e la
legittimità positiva dei mezzi straordinari che il misticismo offre all'educazione etica
dell'uomo e qual è il valore reale della speculazione trascendente: è una risorsa od un
ostacolo nella vita del mistico?
E' nello sviluppo morale a cui è giunto che si trova la
grande lezione che ci offre ancora oggi la vita di Claude de Saint-Martin, e che ci
offrirà fintanto che ci sarà in questo mondo un essere intelligente che farà,
dell'ideale purezza del sentimento e del pensiero, la seria ragione della propria
esistenza.
Capitolo XXIV
La vita interiore di Saint-Martin. - La sua lotta tra la
filosofia critica e la speculazione mistica. - Le grandi ambizioni del misticismo e della
teosofia: le luci e le rivelazioni straordinarie.
_______________
Saint-Martin non è semplicemente uno dei modelli di
quell'alta moralità che è la grande aspirazione come il grande dovere della specie
umana, è uno dei modelli della moralità più ambiziosa che si trovi nella storia: aspira
alla santità, in nome della filosofia come in nome della religione.
"Da quando esisto e penso, ci dice nel suo Portrait
(1050), non ho avuto che una sola idea, ed il mio proponimento è di conservarla fino alla
tomba; da cui deriva che la mia ultima ora è il più ardente dei miei desideri e la più
dolce delle mie speranze".
Non bisogna prendere questa bella prosa per poesia, si
tratta di idealità, è vero, ma di idealità seria. Ed è questa idealità a dare alla
vita di Saint-Martin un'impronta che non passa, che vi si troverà sempre, che non si
cancellerà mai e che non si incontra a questo grado in nessun altro contemporaneo.
Quest'impronta, occorre dirlo, riguarda essenzialmente il
misticismo, la teosofia, la stessa teurgia. Bisogna dunque, per rendercene conto,
esaminare questa vita sotto il punto di vista di quelle aspirazioni e di quelle tendenze,
di tutto quell'insieme di vantaggi, di doni spirituali e di mezzi straordinari che non
sono che pretese per lo scettico, ma che sono le più grandi delle realtà, se non le
sole, per l'iniziato ed anche per il semplice adepto.
Non è pensabile di giudicare, riguardo alla vita di un
singolo, tutto il misticismo, tutta la teosofia e tutta la teurgia. Il mio solo intento è
di apprezzare il ruolo che queste tre virtù hanno giocato in quella vita, per quanto me
lo permetterà la variabilità del pensiero di colui che mi occupa, pensiero umano senza
dubbio, molto imperfetto e molto personale, ma pensiero ardito, generoso e puro, pensiero
che amo ed a cui non misuro il mio rispetto alle severe esigenze di una critica assoluta,
ben sapendo che non si è mai abbastanza giusti, anche per il migliore degli uomini,
quando non si è troppo benevoli.
Il misticismo che va al di là della scienza positiva e
della speculazione razionale, ha altrettante diverse forme di quanti siano i mistici
eminenti. Ma sotto qualsiasi forma vi sono due ambizioni che sono le stesse: quella di
giungere con i propri studi metafisici fino all'intuizione, e nelle proprie pratiche
morali fino alla perfezione. La scienza e la moralità più elevate, ecco in due parole
ciò che cerca, ciò che ha la ferma volontà di conquistare e la pretesa, se non di
insegnare, in quanto le sue conquiste non si possono insegnare, almeno di lasciarci
intravedere.
Né l'una né l'altra di queste pretese deve peraltro
sorprenderci; i mistici non riconoscono le leggi ordinarie della critica, né i limiti in
cui queste rinchiudono la ragione.
La prima delle due, l'ambizione della scienza più elevata,
non è soltanto nella natura dell'uomo, è la sua stessa natura. E' vecchia come lui e
sarà anche eterna come lui.
La seconda, la pretesa di pervenire alla moralità più
elevata, non è la natura dell'uomo, ma è evidentemente nella sua natura. Gli ripugna e
lo spaventa, questo è vero, ma è peraltro fatta per lui, sia che sia stata la sua
condizione originaria, come vogliono quasi tutte le religioni della terra, e la più
perfetta di tutte con maggiore insistenza di ogni altra; sia che debba essere la sua
condizione ultima, come vogliono tutte le filosofie che meritano la nostra considerazione.
Nulla di più naturale quindi che l'una e l'altra di queste
ambizioni nelle aspirazioni del misticismo: il misticismo riceve queste due idealità
dall'umanità stessa e l'umanità da chi tutto contiene.
Ma, in altri termini, non significa questo che quelle due
ambizioni sono tutto ciò che vi è di più legittimo e che esse sole, o piuttosto che
soltanto i mistici sono nel vero?
No, in quanto è doveroso distinguere un'aspirazione
naturale e regolarmente praticata da un'esaltazione soprannaturale o illogicamente
sviluppata.
Infatti, ogni mistico si distingue dall'uomo che non lo è,
da quello in cui la scienza e la moralità seguono le regole comuni della religione e le
leggi universali della ragione, a tal punto che si può affermare nettamente che è un
altro uomo. Se non ha altre tendenze, né un altro scopo, ha altri doni, si crea altri
rapporti, vive in un'altra regione ed appartiene ad un altro ordine di cose. Come
l'iniziato dei tempi antichi si distingueva dal profano, così il filosofo mistico si
distingue dal filosofo critico.
Ma non è tutto. Il mistico si confonde facilmente con il
teosofo, il teosofo talvolta con il teurgo, e tutti e tre fraternizzano volentieri con
l'ispirato, con il profeta, con il chiaroveggente, con il taumaturgo. Senza dubbio
etimologicamente, cioè nella semplice definizione dei termini, o in teoria, quando si
tratta di elucidazioni filosofiche, le diverse categorie di questi privilegiati si
differenziano, ma in pratica le loro sfumature si confondono. E quand'anche non vi siano
linee di demarcazione tra le alte regioni alle quali mi limito qui, tutto è promiscuità
nelle regioni basse alle quali è mio fermo intento non riferirmi. Nei diversi gruppi del
mio sforzo i privilegiati si accomunano così facilmente che quasi tutti sono d'accordo
sulle credenze e sulle tradizioni fondamentali seguenti:
1) - Luci o rivelazioni straordinarie;
2) - Comunicazione con esseri superiori, manifestazione da
parte di questi sotto svariate forme e con nomi diversi;
3) - Protezioni ordinarie e straordinarie; stati d'estasi e
di rapimento;
4) - Doni miracolosi di profezia, di chiaroveggenza e di
guarigione;
5) - Sviluppo straordinario delle facoltà fisiche;
6) - Identico sviluppo delle facoltà intellettuali e
morali.
Come si vede, questo ricco insieme, se l'acquisizione ne
fosse assicurata ai mistici, formerebbe un gruppo di doni e di privilegi reali, li
costituirebbe in una classe di esseri o in
un'umanità a parte e lungi dal contestare uno solo di quei doni con la minima
ostinazione, certamente sarebbe allora il caso di correre, le mani giunte, verso i
santuari dove si nasconde il deposito di tutti.
Ma come stanno le cose in realtà?
Troncare la questione con una negazione od una affermazione,
non sarebbe né saggio né utile e tale non è qui il nostro compito. Non abbiamo che
quello di esaminare il ruolo che quei doni straordinari giocano nella vita e nel pensiero
del più illustre dei mistici moderni. Ebbene, quest'opera non è né difficile né
ingrata. Saint-Martin è senza dubbio molto riservato, come si conviene su argomenti così
importanti, ma è molto leale e se è molto mistico è anche molto sincero.
Generalmente accade questo: meno il mistico, il teosofo o
l'ispirato, in poche parole il privilegiato, ha valore personale, più affetta pretensioni
e mette impalcature, cioè dei veli, al suo discorso, mentre al contrario più ha luci,
consistenza e ragione, più è semplice, umile e retto.
Generalmente accade anche che il numero dei fenomeni che si
allegano in appoggio alle più grandi ambizioni è immenso, ma che vi è per la sana
critica, la critica più imparziale e meglio disposta a riconoscere ciò che deve essere
accettato, estrema difficoltà a cogliere i fatti nella loro originaria semplicità e nel
loro lato positivo.
Esiste un altro atteggiamento generale: i mistici sinceri ed
i teosofi eminenti danno poco peso a tutto ciò che è fenomeno esteriore, per quanto
straordinario, e non mirano, almeno i più avanzati, che ad una cosa sola. E questa sola
cosa, è quello che la filosofia chiama il perfezionamento morale, quello che la religione
chiama l'opera della santificazione e quello che abitualmente chiamano la rigenerazione o
la reintegrazione dell'uomo nel suo stato primitivo.
Saint-Martin, quello fra tutti che aveva contemporaneamente
le più alte pretese in metafisica e la più alta ambizione in morale, è anche quello fra
tutti a far meno caso ai fenomeni tradizionali. Eppure la sua intera vita interiore è
dominata dalla teosofia tradizionale, dalle più forti credenze e dalle più ferventi
aspirazioni del misticismo. Tra lui e Fénelon, che rimane il più aderente possibile al
Vangelo, c'è un abisso. Così gran parte dell'interesse che riguarda la sua vita è
dovuto alla lotta che non cessa di apparirvi, quasi suo malgrado, tra il suo pensiero
filosofico ed il suo pensiero mistico, poi tra il suo pensiero mistico ed il suo pensiero
teosofico. Se vi è un uomo nelle testimonianze del quale sia interessante seguire una ad
una, prima le pretese di una misticità che vuole restare nei giusti limiti, poi le
pretese di una teosofia che si inebria alla vista della grandezza divina e che spinge
questo sentimento fino all'esaltazione, questo è lui. Se dunque, a conti fatti, dalle sue
nobili testimonianze e dalle sue aspirazioni energiche, costanti e sovente perfettamente
illuminate, non giungiamo ad una soluzione del problema che presenta la generale pretesa
dei mistici e dei teosofi a degli stati privilegiati, grazie alla precisa opinione che
nutre Saint-Martin su quegli stati, la soluzione del problema sarà, se non impossibile,
quantomeno molto difficile. E mi sembra che dovrà essere aggiornata per molto tempo
ancora in quanto i secoli sono poco prodighi di questi rari spiriti, così credenti,
lucidi e retti di cui Saint-Martin è un modello compiuto.
Infatti, se c'è per me una cosa evidente, è che
Saint-Martin non vedeva molto più chiaro in se stesso di quanto non vi vediamo dopo le
sue confidenze.
Degno di ogni sorta di dono, il teosofo non se ne
attribuisce chiaramente nessuno. Ed allora chi, più di lui, era chiamato, per tutte
quelle qualità, al primo dei favori di cui i mistici ci assicurano che l'umanità non
cessa di essere in possesso e di fruire, intendo le rivelazioni straordinarie?
Saint-Martin tuttavia non fa mostra di rivelazioni di questo
genere. Era troppo religioso per attribuirsi, sia l'ispirazione profetica che
l'ispirazione apostolica.
E se si pensasse che apparteneva troppo poco alla sua
Chiesa, troppo filosofo per volersi attribuire rivelazioni simili a quelle di santa
Brigitte o santa Teresa; che bisogna considerarlo di più nel suo campo, e che ha potuto
lusingarsi di essere uno dei favoriti nella categoria dei mistici che amano nutrirsi delle
più alte rivelazioni metafisiche, ci si sbaglierebbe ancora. Sotto questo punto di vista
era ancora troppo filosofo e troppo del suo tempo per volersi assimilare a Jane Leade ed a
Jacob Boehme che scrivono, per così dire, sotto dettatura del cielo. Infatti, se la prima
ha riempito tutta una serie di volumi delle visioni, delle ispirazioni e delle rivelazioni
che erano venute ad imporsi al suo spirito e se il secondo si è creduto, non proprio in
uno stato di illuminazione permanente, ma chiamato di tanto in tanto a mettere per
iscritto quello che gli era ispirato (il suo trattato dell'Incarnazione, ad esempio), mai
Saint-Martin ebbe minimamente l'idea di imitarli in questo. Tutt'altro, i suoi amici
Inglesi e Svizzeri avevano un bel parlargli delle rivelazioni di Jane Leade, mai volle
occuparsene; e nonostante tutto il culto che ebbe per Jacob Boehme, mai volle seriamente
ammettere le sue pretese di ispirazione.
Questo atteggiamento preso riguardo ai quattro ordini di
rivelazione che sembrano esaurire le sfumature della teopneustia eccezionale, è quello di
un critico razionalista?
No. Saint-Martin non si attribuì mai né rivelazioni né
ispirazioni, eppure si sentiva fruitore di doni molto simili.
Ciò che sentiva, era forse quella rivelazione naturale o
quella ispirazione comune a tutte le intelligenze inferiori che sono illuminate
dall'intelligenza suprema, come i globi del sistema solare sono illuminati da quello che
è il loro comune centro di attrazione e che ne è il fuoco, la luce, la fonte di vita,
essendo quella del loro movimento e della loro animazione?
Quel tipo di rivelazione, poteva ammetterla come
razionalista puro in quanto riconoscibile da ogni filosofo. Avviene in ogni spirito umano
una serie permanente di intuizioni, interne od esterne; si presentano continuamente idee e
si operano dei dibattiti secondo leggi che non abbiamo fatte. Ci sono date delle verità
di cui non siamo i creatori e che vengono da una fonte di cui non conosciamo l'origine.
Ebbene, questa fonte, queste verità e queste leggi essendo universali, assolute, supreme,
è evidente che non possono giungerci che dal supremo. Ecco dunque l'induzione più
legittima possibile, essendo obbligata, che, così come nel mondo materiale ogni luce
giunge al nostro occhio dal sole centrale e di conseguenza è una, allo stesso modo nel
mondo spirituale ogni verità è una e giunge al nostro spirito dallo spirito supremo. Da
ciò deriva evidentemente anche che ogni intelligenza normale è in uno stato di
ispirazione o di rivelazione permanente, in uno stato a questo punto meraviglioso o
inconcepibile che chiunque chieda un miracolo più grande non sa ciò che dice, e che
chiunque rifiuti di credervi non sa ciò che fa.
E' questo che ammette Saint-Martin? E' questa rivelazione
naturale?
Senza alcun dubbio, ma vi aggiunge qualcosa in più, di
molto particolare, del tutto personale in quanto nessuno si è mai creduto il favorito di
Dio ad un grado più alto del suo. Comunque non andiamo più lontano di quanto non lo
abbia fatto lui stesso.
Così, si è detto che la sua teologia riposava su una
rivelazione personale, che non vi è un dogma di religione rivelata o naturale che questo
spirito ardito non abbia toccato alla sua maniera. La seconda di queste affermazioni è
fondata. Ma in questo Saint-Martin non esercitava che un diritto comune, diritto se non di
fede, almeno di ragione. In quanto alla prima di queste affermazioni, di maggior portata,
non ne trovo delle prove. Saint-Martin si assimila ai profeti ed agli apostoli, questo è
vero, ed è fuor di dubbio, ma è solo per le opere che si lancia in questo parallelo; non
per la teopneustia. Si attribuisce delle luci speciali su ogni dogma, anche questo è
vero, ma è dai suoi maestri o dalla benedizione divina che trae quelle luci, ci dice. Non
affetta pretese ad una teopneustia miracolosa che avrebbe come fine sviluppare o
modificare antichi dogmi, ed ancor meno quello di stabilirne di nuovi.
Tuttavia, Saint-Martin è ben convinto che una voce
dall'alto, "venuta dal Verbo geloso delle attenzioni che gli sono dovute, delle
attenzioni esclusive di Saint-Martin", si incarica di istruirlo sui suoi disegni e
sui suoi sentimenti. Questa voce lo ferma nel momento in cui, a Tolosa, sta per contrarre
un'alleanza con qualcosa di terreno, questo è vero, ma non si tratta che di un
matrimonio, non di un dogma; è un
avvertimento e non una rivelazione che gli viene data. Ne passa da questa prova di affetto
venuta dall'alto ad una illuminazione; un orientamento non è un insegnamento.
Tuttavia, niente più di questo saprebbe chiaramente
indicarne l'intimità dei rapporti, la consuetudine alla comunicazione e l'elevazione
dello stato. E' a tutto questo che dà importanza Saint-Martin, ed in questo campo dove il
sentimento mistico è il solo giudice ascoltato, non bisogna neppure tentare una
confutazione. Non esistono a questo proposito argomenti possibili, non v'è acciaio che
possa scalfire questo porfido.
Saint-Martin mira ancora più in alto.
Capitolo XXV
Le comunicazioni con gli esseri superiori. (la teurgia). -
Le manifestazioni, le apparizioni e le visioni. - (La scuola di Copenaghen e la scuola di
Bordeaux. - La contessa di Reventlow. - Le signorine Lavater e Sarasin. - Herbort e
Salzmann. - Il misticismo cristiano ed il misticismo di Saint-Martin).
______________
Ammettere comunicazioni diverse e straordinarie con il mondo
spirituale è la caratteristica comune a tutti i mistici ed è l'ambizione di tutti i
teosofi di averne personalmente. Il razionalista, anche lui, non chiederebbe di meglio che
trovarsi in collegamento con intelligenze più elevate dell'uomo. Ma questo che non è per
lui che un'idea, una aspirazione e tutt'al più una teoria, per il vero mistico è una
sorta di dogma e per il vero teosofo una incontestabile realtà. E' possibile, quando si
è mistici, non pervenirvi, ma ci si crede. Se ci sono dei mistici che non vi giungono, è
perché impediti dalle loro imperfezioni personali, oppure perché si lasciano prendere,
senza volerlo e senza rendersene ben conto, dal contagio del razionalismo e dalla paura
del ridicolo. Così tutti si mettono in guardia riguardo alla divulgazione, e non si
trovano a loro agio che tra iniziati di accertata discrezione.
Saint-Martin, benché iniziato in rapporto con iniziati, con
il suo adepto di Berna ad esempio, è a questo proposito di una tale riservatezza che si
sarebbe sovente tentati di annoverarlo, se non tra gli esclusi, quantomeno fra quelli che
si tengono per prudenza a mezza strada al fine di potersi ritirare su un terreno sicuro in
caso di necessità. Ma se si concentra con cura, crede con fermezza. Ammette
tranquillamente potestà o Virtù che ci assistono; sceglie le sue e si mette in guardia
contro i loro vicini che non sono né altrettanto puri e benevoli. Diffida molto di certe
regioni del mondo spirituale e di certe categorie di spiriti che vi intravede; ma crede
talmente al loro potere che ne è allarmato e sfugge il loro contatto con una sorta di
orrore. Non si tratta di scetticismo, ma di vigilanza.
In più, la sua fede non si limita a delle influenze
invisibili, occulte. Crede a comunicazioni sensibili e molto diverse, tanto diverse che
ammette delle categorie o degli ordini più numerosi, degli ordini che si combattono o
quantomeno si disputano l'influenza che esercitano sugli uomini.
Ecco la sua teoria.
Per la nostra origine siamo, o quantomeno in origine eravamo
superiori alla regione del firmamento, alla regione astrale ed agli spiriti che la
governano. Non lo siamo più. Dopo la caduta del primo uomo siamo diventati inferiori a
queste regioni e siamo caduti sotto l'influenza di quelli che la dominano.
Non mi soffermo a dire quanto questa teoria sia differente
dall'idea fondamentale dello gnosticismo con la quale si tende a confonderla. Secondo la
scienza segreta degli gnostici, non essendo l'uomo che l'opera, la creatura degli spiriti
che l'hanno fatto ad insaputa del Dio supremo, è
loro subordinato dalla sua stessa origine e se ha mille ragioni per volersi affrancare dal
loro regno, non ha, quantomeno, quella di aspirarvi in nome dei suoi rapporti primitivi.
La teoria di Saint-Martin è diversa: più gratificante per l'uomo, gli dà il diritto di
disdegnare le pratiche della teurgia.
Quelli che si trovano bene nello stato in cui l'anima è
caduta, dice, e che non conoscono la strada della sfera superiore alla quale apparteniamo
per diritto primitivo, accettano l'impero delle intelligenze astrali e si mettono in
rapporto con esse. E' la grande aberrazione di coloro che praticano la magia, la teurgia,
la necromanzia ed il magnetismo artificiale. Non tutto è errore o menzogna in queste
pratiche, ma bisogna diffidare di tutto in quanto tutto avviene in una regione dove il
bene ed il male sono mescolati e confusi.
Ascoltiamo a questo proposito una bella lettera scritta nel
1797, al ritorno di Saint-Martin da un soggiorno a Petit-Bourg ed a Champlâtreux,
attestante le profonde modificazioni avvenute nelle convinzioni del teosofo. Avendolo il
suo poco discreto adepto nuovamente assalito con tutta una serie di pressanti domande, gli
dice:
"Vi risponderò sui diversi punti che mi impegnate a
chiarire nei miei nuovi scritti. La maggior parte di questi punti concernono
essenzialmente quelle iniziazioni attraverso le quali sono passato nella mia prima scuola
e che ho abbandonato da molto tempo per dedicarmi alla sola iniziazione che sia veramente
secondo il mio cuore.
"Se ho parlato di questi punti nei miei vecchi scritti,
è stato in gioventù e per il dominio che aveva preso su di me l'abitudine giornaliera di
vederli trattare ed esaltare dai miei maestri e dai miei compagni; ma oggi non potrei
spingere nessuno verso quelle letture, visto che me ne sono allontanato sempre più.
Inoltre, sarebbe di scarsa utilità per il pubblico che, in effetti, da semplici scritti,
non potrebbe ricevere su questo lumi sufficienti...
"Questo genere di lumi devono appartenere a quelli che
sono chiamati direttamente a farne uso, per ordine di Dio e per la manifestazione della
sua gloria. E quando sono in questo modo chiamati, non bisogna inquietarsi per la loro
preparazione, in quanto ricevono allora, in tutta chiarezza, mille volte più nozioni, e
nozioni mille volte più sicure di quelle che un semplice amatore come me potrebbe dar
loro. (Saint-Martin intende parlare qui dei fondatori di religioni, dei profeti e degli
apostoli).
"Volerne parlare ad altri, e soprattutto al pubblico,
è volere inutilmente stimolare una vana curiosità e lavorare più per la gloria dello
scrittore che per l'utilità del lettore. Se ho avuto dei torti a questo proposito nei
miei (vecchi) scritti, ne avrei di più se volessi persistere su questa strada. Pertanto,
i miei nuovi scritti parleranno molto di quella iniziazione centrale che, attraverso la
nostra unione con Dio, può insegnarci tutto ciò che dobbiamo sapere, e molto poco
dell'anatomia descrittiva di quei punti delicati sui quali desiderereste portare la mia
attenzione.
"Circa il mezzo per la più rapida unione della nostra
volontà con Dio, vi dirò che questa unione è un'opera che non si può fare se non con
la ferma e costante risoluzione di quelli che la desiderano; che non vi è altro mezzo
dell'uso perseverante di una volontà pura nutrita dalle opere e dalla pratica di tutte le
virtù, oliata (sic) dalla preghiera affinché la grazia divina venga a soccorrere la
nostra debolezza e condurci al termine della nostra rigenerazione.
"Su questo argomento, potete costatare che ciò che
potrei dire al pubblico non avrebbe sicuramente maggior credito di quanto ne abbia avuta
la parola divina.
"Circa l'unione del modello alla copia, vi dirò che
nelle operazioni spirituali di ogni genere, questo risultato deve apparirvi naturale e
possibile, poiché avendo le immagini dei rapporti con i loro modelli, devono sempre
tendere ad avvicinarvisi. E' questo il percorso di tutte le operazioni teurgiche dove si
usano i nomi degli spiriti, i loro segni, i loro caratteri; ogni cosa che può essere data
attraverso loro, può avere dei rapporti tra loro".
Si vede ancora una volta, da ciò che precede e da ciò che
segue, che Saint-Martin non condanna la teurgia in generale, che è la sua, e che non
condanna se non quella che si rivolge alle Potestà della regione astrale.
"In quanto alla vostra domanda sull'aspetto della luce
o della fiamma elementare per ottenere le virtù che gli servono da modello, dovete capire
che rientra assolutamente nella teurgia, soprattutto nella teurgia che impiega la natura
elementare e come tale la ritengo inutile ed estranea alla
nostra vera teurgia, dove non occorre altra fiamma che quella del nostro desiderio,
altra luce che quella della nostra purezza.
"Questo non esclude comunque le conoscenze molto
profonde che potete attingere in Boehme, sul fuoco e le sue corrispondenze. Vi trovate di
che ripagarvi delle vostre speculazioni".
Quale fermezza e quale ragione! Non dirò quale sublime
disprezzo, dirò quale graziosa indulgenza! In un uomo, d'altronde così credente, è
piacevole vedere un giudizio tanto netto ed una pazienza tanto caritatevole.
Questo spiega perfettamente perché Saint-Martin non pratica
alcuna di quelle operazioni teurgiche così apprezzate nella scuola di Bordeaux. Senza
condannarle tutte, per tutte dà prova di una sincera ripugnanza, e senza separarsi da
quelli che vi si dedicano, raccomanda senza tregua ai suoi amici ed ai suoi discepoli di
stare in guardia. Li sollecita ad andare più in alto, nella regione pura, quella del
Verbo, dei suoi Agenti e delle sue Virtù. Tutto quello che avviene nell'ordine sensibile
o fisico lo emoziona penosamente e scuote la sua ragione. Spiritualista in tutto, non è
materialista sotto nessun punto di vista. Il materialismo non lo vuole neppure come
lustrascarpe.
Tra il suo rapporto con il mondo spirituale e quello e
quello che si affacciava o si praticava con entusiasmo altrove, c'era un vero abisso. Il
rapporto con le anime dei trapassati trattenute nelle regioni astrali non è oggetto
soltanto delle sue paure, lo è del suo disprezzo. E' nella sfera superiore che si porta e
si muove; e se in ultima analisi è così scontento di Swedenborg, è proprio per il fatto
che il fiducioso visionario possiede la scienza delle anime invece di quella degli
spiriti.
Non credo che parlerebbe meglio delle visioni del suo
condiscepolo Fournié, se ne parlasse, ed ho già fatto notare quanto sia mediocre
partigiano delle manifestazioni di una delle sue migliori amiche, la marchesa de la Croix.
Allontana molto espressamente la duchessa di Bourbon, piuttosto attratta, da tutto ciò
che attiene al fenomeno sensibile. Non nega né le manifestazioni né le visioni in
generale; ma si erge contro la credula confusione delle une con le altre. Tutt'altro, le
classifica e le distingue. Il barone di Liebisdorf, che è come tutti gli altri, che
vorrebbe vedere e che aspira sempre a qualcosa di nuovo per una conoscenza fisica di Dio
stesso, ha un bel ritornare alla carica per strappargli una concessione che permetta al
suo materialismo di sperare qualcosa di simile, Saint-Martin non cede. Sa che la
tradizione mistica vuole sin dai neoplatonici, Plotino in testa, che si sia veduto Dio. E
dato che non si ritiene per niente un capo eminente o favorito, come non si ritiene degno
di legare i lacci delle scarpe di Boehme, che si attribuisce tre grandi visioni nella sua
vita, egli non nega nulla a questo proposito. Ma se si astiene, non è che esita. Al
contrario, è da parte sua pieno di rispetto per quella santa parola più volte ripetuta
nel Pentateuco: "Nessuno può vedere Dio e vivere". Respinge su questo argomento
ogni nuova domanda, e non senza qualche impazienza, in termini tali da metter fine a tutte
quelle richieste indiscrete che rivelano più ignoranza che curiosità. Ribadisce al suo
amico che è spiritualmente e non fisicamente che bisogna godere dei rapimenti della
presenza di Dio.
Il barone gli ha citato le manifestazioni ottenute alla
scuola del Nord. Ho già riferito, parlando del viaggio a Londra, la scarsa considerazione
di Saint-Martin per questa scuola. Mostrerò ora come la combatte.
"Io credo, scrive (lettera del 26 gennaio 1794), che
chi riceve delle comunicazioni esterne e gratuite come a Copenaghen, può benissimo non
essere ingannato, ma non ho alcun mezzo per accertare la cosa. Quelli di Copenaghen non mi
paiono avere prove sufficienti per giustificare la loro fiducia:
"1) - Non li credo eletti al primo grado su questo,
altrimenti non avrebbero incertezze e non avrebbero bisogno di fare domande;
2) - Li vedo passivi nel loro lavoro, li vedo operati e non
operanti; e così non aventi l'attiva virtualità necessaria per vincolare il forte, al
fine di saccheggiare la casa del forte e metterla in uno stato di pulizia confacente per
non alloggiarvi che persone oneste;
3) - Le risposte che ricevono quando chiedono: Sei la causa
attiva ed intelligente, non provano niente in
quanto il nemico può imitare tutto, fino alle nostre preghiere, come ho detto nell'Homme
de désir, ed è al discernimento di quelle terribili imitazioni che portano l'uso e la
pratica delle vere operazioni teurgiche, quando non ci si porti subito all'interiore che
insegna tutto e preserva da tutto;
4) - Insomma, non vedo affatto in quegli eletti di
Copenaghen i segni indicati nel Vangelo per caratterizzare i veri missionari dello
spirito: "Guariranno i malati, scacceranno i demoni, trangugeranno veleni senza
conseguenze".
"E poi non so se la mia estrema prudenza contro
l'esterno ed il mio gusto sempre crescente per l'interiore, non mi impedirebbe perfino di
avvicinare queste cose, a meno di essere spinto da un ordine diverso da quello del mio
desiderio o della mia curiosità.
"Devo aggiungere che, la potestà cattiva può tutto
imitare, la potestà buona intermediaria parla sovente come la stessa potestà suprema. E'
quanto si è visto sul Sinaï, dove i semplici Elohim hanno parlato al popolo come fossero
il solo Dio, il Dio geloso (quest'idea è di Martinez): motivo in più per stare in
guardia contro le conclusioni che si traggono dalla risposta si.
"Se tutte queste riflessioni possono aiutare
l'interessata figlia di Lavater ad avere qualche punto fermo su questo, potete fargliele
pervenire; vi sarei inoltre grato se voleste continuare a comunicarmi quanto apprenderete
al riguardo.
"Ho ottenuto anche del fisico, dice Saint-Martin, ma in
minore abbondanza (dopo Bordeaux) che nella scuola di Martinez; ed inoltre, nel corso di
quelle operazioni (quando vi partecipava a Bordeaux), ricevevo meno fisico della maggior
parte dei miei compagni. Mi è stato facile riconoscere che la mia parte è stata più in
comprensione che in operazione. Questo fisico non attira più del resto la mia attenzione
né la mia fiducia che il resto.
"D'altronde, ve l'ho detto mille volte, ciò che non
proviene dal vostro lavoro personale è una perdita di tempo per voi".
Saint-Martin fu davvero più fortunato di quanto pensasse,
ed il suo adepto più docile di quanto sperasse. Sin dal 25 luglio 1795, il barone gli
scrive una lettera in cui risulta staccato dalla scuola del Nord come se non ne fosse mai
stato invaghito. La signorina Lavater è sempre " dentro i migliori principi".
La signorina Sarasin di Basilea (dove c'era una specie di succursale della scuola del
Nord) è pure lei entrata sperimentalmente sulla buona via. "Oltre a questo,
continua, mi ha inviato una notizia che mi ha fatto piacere e che serve a confermare
quello che abbiamo già congetturato a priori sulla scuola del Nord. Ecco cosa mi scrive:
"Una signora di Copenaghen, la contessa di Reventlow,
discepola della scuola del Nord, così come Lavater, aveva comunicato a quest'ultimo che,
disgustata delle contraddizioni che si trovavano in quella scuola, aveva abbandonato
tutto; che si riteneva molto fortunata di aver cercato e trovato una via più
semplice".
Cos'è il fisico che Saint-Martin ha avuto, anche lui e sin
dalla scuola di Martinez?
E' evidentemente quello che ci si vantava di aver avuto alla
scuola del Nord, cioè delle apparizioni o delle manifestazioni sensibili.
E perché ne ha avute meno dei suoi compagni?
Lo dice: "Mi è stato facile riconoscere che la mia
parte è stata più intellettiva". Ecco perché consiglia all'amico di non cercare
per niente del fisico. Egli vuole la sostanza; se non disprezza la forma, non stima ciò
che dà. Ricordiamoci "l'iniziazione di Versailles attraverso le forme".
In linea generale, Saint-Martin restò freddo verso quel
sistema di volgarizzazione che pretende mettere l'intero mondo dei viventi in contatto con
il mondo dei morti. Dopo la sua morte e quella del discepolo Liebisdorf, un allievo di
quest'ultimo, M. de Herbort di Berna, aveva ammesso a questo proposito la tradizione
comune, quella che Saint-Martin non solo vedeva familiarmente gli spiriti, ma che apriva
la vista o dava la facoltà di vederli ai suoi adepti. Ne scrisse a Salzmann come un fatto
positivo. Ecco ora ciò che Salzmann gli rispose il 10 agosto 1810.
"In quanto all'affermazione contenuta verso la fine
della vostra lettera circa il dono che possedeva Saint-Martin di aprire la vista o lo
sguardo sul mondo degli spiriti, la metto fortemente in dubbio. Ho conosciuto Saint-Martin
sin dal 1777 (sic). Dimorò a Strasburgo per due (sic) anni, e non lasciò questa città
che all'inizio della rivoluzione. E' qui che è stata stampata, sotto la mia direzione, la
prima edizione dell'Homme de désir. Conosco molto bene i suoi lavori. Egli non operava
sul mondo degli spiriti nel senso ordinario, e non apriva gli occhi agli altri per
guardarvi. Si tratta senza dubbio di un malinteso. Saint-Martin era peraltro molto
riservato e non parlava di certe cose che con degli iniziati".
E' a tutt'altro risultato che un insieme di fenomeni
meravigliosi che mira Saint-Martin, ed è ad altre condizioni di quelle dubbie operazioni,
è a delle condizioni morali che fissa il successo. Non vuole avere rapporti che con
l'aristocrazia dei cieli, e non vuole pervenirvi che attraverso i più alti gradi di
identificazione morale con Dio che sia concesso all'uomo di raggiungere.
Tutto è personale, dice, nel rapporti dell'anima, nello
sviluppo delle sue potestà, nella rigenerazione di cui hanno bisogno e nell'elevazione
che assumono in quest'opera di palingenesi. Ecco la sua dottrina, e così depurata è ben
degna di attenzione.
E' cosa diversa dalla dottrina cristiana?
Questa si limita a dire che la rigenerazione morale
dell'uomo è opera dello Spirito divino, e che producendo in noi un uomo nuovo,
trasformando il vecchio uomo in un altro, questa rigenerazione ci porta alla
santificazione e modifica completamente il ruolo delle nostre facoltà etiche: fa in modo
che non siamo più noi a governarci, ma che è la perfezione ideale che si è rivelata al
genere umano, il Cristo vivente in noi, che regna su di noi. Ecco il misticismo cristiano.
La dottrina mistica di Saint-Martin non si ferma qui; va
molto più lontano, se questo non è nelle sue idee, almeno nel suo linguaggio, che è
sempre tutto suo, sempre molto ricco di immagini. Al posto del Cristo mette la causa
attiva ed intelligente e fa svolgere allo Spirito divino ed alla Sophia celeste, che
chiama il corpo di Cristo, un ruolo che ci sorprende tanto quanto ha estasiato il generale
Gichtel. Vi aggiunge le sue Virtù, le sue Potestà ed i suoi Agenti che sono in qualche
modo gli aiutanti della saggezza suprema. Lo fa con la riservatezza e la discrezione che
gli sono abituali. L'entusiasmo molto oratorio e figurato di alcuni eminenti mistici che
portavano troppo lontano il linguaggio e le idee, lo urta particolarmente. Quegli sfoggi
di fraseologia, li reprime con cura nella sua corrispondenza, in particolare per quel che
concerne la Sophia, la Vergine divina, nella sua unione con la Vergine Maria. Ma d'altro
canto, non vuole sacrificare il dogma con il lusso dello stile, né bandire la verità con
l'errore. Tutt'altro, è molto più mistico di quanto non appaia nelle sue opere
pubblicate, e dice chiaramente nella sua corrispondenza che, se volesse parlare
dell'unione mistica con Sophia la divina, non avrebbe che da consultare la sua esperienza
personale, e che questa lo metterebbe in condizione di confermare, in fatto di nozze,
quello che Liebisdorf gli ha inviato su quelle di Gichtel.
Non è troppo dire?
La Sophia divina aveva svolto un ruolo considerevole e molto
forte nella vita del generale: "E' venuta ella stessa dopo la morte del suo Sposo, ad
ordinare, dirigere la scelta e la messa a punto delle sue Lettere postume. Aveva
modificato diversi passaggi che non erano indicati che parzialmente nelle minute che aveva
lasciato al suo amico Uberfeld, e man mano che quest'ultimo lavorava a questa redazione,
Sophia lo guidava di persona. Con questo scopo è venuta a trovare Uberfeld a più
riprese; una volta vi è rimasta per sei settimane. Era un festino continuo durante il
quale ha comunicato al redattore ed a qualche fedele discepolo del defunto, gli sviluppi
della sua santa economia, che oltrepassava di gran lunga tutto ciò che il mondo abbia mai
potuto immaginarsi".
Ecco il riassunto che Liebisdorf presenta al suo amico. La
Sophia celeste, la saggezza divina personificata, ha svolto un ruolo simile nella vita di
Saint-Martin?
Gli ha dato delle prove della sua potenza e delle sue
simpatie, è vero, ma ha lavorato per le sue Lettere come per quelle del generale? No. Ma
quand'anche i favori della Sophia fossero stati ben lontani dal tipo di quelli che gli
vengono citati, avrebbe eliminato dal suo pensiero come dalla sua penna qualsiasi
dettaglio un po' scabroso.
Tutto quel lirismo epitalamico così vivo, così prodigato
in ogni tempo sia in Occidente che in Oriente, dai mistici cristiani come dai mistici
buddisti o musulmani, Saint-Martin lo bandisce dal suo pensiero come dalle sue pagine, sia
in nome del buon gusto come in nome della verità. Ciò che cattura nella sua teoria sulla
saggezza eterna, è il ruolo che (la Sophia) riveste nell'universo, nella vita di quelli
che capiscono il ministero che l'uomo è chiamato a compiere. La liberazione della natura
in lutto ed in attesa della sua palingenesi diventata necessaria per la caduta dell'uomo,
ecco il grande scopo per cui illumina, anima e dirige quelli che sono fatti per
intenderla. In quanto l'uomo, risollevandosi dalla sua caduta, deve risollevare l'universo
dalla sua, e "restituire al sole sacro la sua amata sposa", l'eterna Sophia da
cui è separato.
Come si può vedere, questo misticismo scavalca di molto il
dogma cristiano, ma almeno, con tali vedute, tutto, nei nostri sforzi e nelle nostri
aspirazioni, si concentra in Dio, tutto conduce a Dio. La sua più alta manifestazione
accordata alla terra, il Cristo, regna in noi. Questa saggezza personificata, e per dirla
grossolanamente sfigurata dall'estasi, non è dopotutto che la saggezza divina, e non
aspirando Saint-Martin essenzialmente che a lei, non poteva che attribuire scarsa
importanza alle manifestazioni secondarie, a qualsiasi genere possibile di apparizioni o
di visioni, ispirando grande diffidenza alla sua lucida ragione tutto quanto concerneva la
regione astrale.
Capitolo XXVI
I favori permanenti ed i favori eccezionali. - Gli stati
straordinari: le estasi ed i rapimenti. - I doni straordinari: la chiaroveggenza, la
seconda vista, gli oracoli ed i profeti. - La medianità. - L'illuminazione e le luci.
____________
Ciò che è l'oggetto di tutte le convinzioni e di tutte le
ambizioni religiose, è l'amore di Dio in cambio del loro amore. I mistici non si
differenziano da tutti gli altri se non per il fatto che pretendono questo amore in misura
superiore, eccezionale. Infatti si attribuiscono o ricercano da parte di Dio una
benevolenza intima, particolare e permanente, che ne fanno una vera amicizia, ma con
sfumature prettamente individuali, personali. Sono tutti la madre dei figli di Zebedeo,
con la sola differenza che prendono per loro quello che lei chiedeva per i suoi figli: i
primi posti, ed alla destra piuttosto che alla sinistra del Signore dei cieli e della
terra. Senza dubbio la maggior parte parla di interruzioni nel sentimento o
nell'ineffabile godimento che hanno da questa benevolenza; ma ne soffrono come di una
privazione, ed è soltanto nel loro godimento, non nelle affezioni divine che ammettono
queste intermittenze. Queste non sono che prove destinate ad elevarli maggiormente. Loro
cambiano, ma Dio non cambia. Hanno bisogno di queste privazioni che sono mezzi di
avanzamento, ed è proprio l'amore di Dio ad inviarle. Questi stessi invii sono la
testimonianza della sua tenerezza: le prove sono la dimostrazione della sua gelosia.
Saint-Martin è un modello di questo stato, da cui una delle sue abituali locuzioni: Dio
è geloso di me, oppure, Dio vuole che non sia che suo.
Questo non soddisfa le sante ambizioni dei grandi mistici ed
aggiungono ai favori di una benevolenza permanente favori straordinari, giorni ed ore in
cui si sentono più di altri i privilegiati di Dio, con maggior fiducia e gioia i suoi
figli prediletti. Ricevendo dal suo amore delle luci, degli oracoli, delle visioni
profetiche, delle rare soluzioni, delle testimonianze più sensibili, più incontestabili,
delle emozioni più vive, delle esperienze più nette, ottengono anche relativamente alla
rassegnazione ed all'umiltà delle consolazioni e delle prospettive che sono per loro
delle certezze.
Troviamo qui un insieme di fenomeni in apparenza più
modesti dei precedenti. Ma, in fondo, queste tenerezze divine ed intime sono ben superiori
alle rivelazioni, alle ispirazioni, a tutte le manifestazioni esterne ed alle visioni
stesse. Sono forse dei doni meno straordinari, ma più decisivi e più costanti.
Ve ne sono altri che non sono contraddistinti che da favori,
ma che sembrano andare ancora al di là di quelli che abbiamo appena indicato, o
quantomeno aggiungervi un nuovo grado di vivacità e di splendore.
Infatti, dalla semplice ed abituale meditazione che li eleva
verso Dio, i grandi mistici passano talvolta alla contemplazione della sua maestà con un
reale allenamento, e dalla contemplazione stessa si sentono portati, se si esprimono bene,
fino all'intuizione della sua persona a tal punto che la loro vi si assorbe e vi si perde
interamente. E soltanto allora, in questo stato di estasi, si sentono ormai nel loro stato
normale, nella loro vera patria, nella loro vita naturale. Lontani da lì sono in esilio e
più si immergono nel proscrivere le amarezze della terra, più nelle loro ineffabili
aspirazioni si legano agli ineffabili rapimenti che hanno intravisto.
Per quanto appaia loro dolce il sentimento della benevolenza
particolare e permanente, ma ordinaria, di Dio, e per quanto lusinghiere possano sembrar
loro le manifestazioni sensibili, sono gli stati straordinari, lo si capisce, ad essere
l'oggetto dei loro più ferventi voti. Fanno di questi stati la legittima condizione
dell'anima. Questa si trova in una situazione anomala quando ne è privata; dal momento in
cui vi è pervenuta, si trova nella sua situazione primitiva, la sola normale.
Saint-Martin, ha conosciuto i diversi stati di estasi?
Per la critica, l'estasi è poesia. Per i mistici, appare
chiaro nel loro linguaggio, l'estasi è una situazione eccezionale, non creata né dalla
loro ragione né dalla loro immaginazione, che neppure loro concepiscono né devono
tentare di far capire agli altri. Essendo la maggior parte di loro mediocremente
psicologi, è una bella fortuna per la scienza incontrare alla loro testa dei pensatori
così acuti e così profondi come Saint-Martin, dei pensatori nello stesso tempo così
avanzati in questa via e così sinceri sui suoi fenomeni. Se c'è qualcuno in grado di
meritare la nostra fiducia in questo campo, deve essere un giudice altrettanto retto ed
esperto.
E non v'è nulla di più brillante della vita e della
dottrina di Saint-Martin, sotto questo aspetto.
Saint-Martin non si attribuisce un'estasi od un rapimento
che l'abbia trasportato fuori dal mondo sensibile e l'abbia posto di fronte a Dio, più di
quanto non si vanti di un'apparizione, di una visione o di una manifestazione che gli sia
giunta da parte di uno spirito qualunque abitante il mondo superiore. Ma tra la sua
discrezione e la negazione di questi fatti, esiste per lui uno spazio infinito.
Fin dove si è portato il suo pensiero? Dove si è fermato?
E' quello che non dice. Costretto all'angolo dal suo
impetuoso adepto, si limita a dire: "Ho avuto anche del fisico", cioè delle
manifestazioni o delle visioni. In un'altra occasione, quando lo stesso gli enumera gli
ineffabili godimenti di un mistico Tedesco, si limita a dire che anche lui ha conosciuto
quelli di un'unione celeste. Come teoria, non espone niente, predica la moderazione e la
critica ma si guarda dal negare i fatti. Tutt'altro, la base della sua dottrina è proprio
quella teoria della reintegrazione dell'universo e di tutti gli esseri che ha ricevuto da
dom Martinez, di cui trasmette ai suoi discepoli i ricchi sviluppi con una eloquenza così
fervida, e che deve ricondurci nell'unione intima, nella comunicazione sensibile con il
mondo spirituale. Questa reintegrazione, è il mandato della sua missione, l'opera della
sua vita. E' il ministero di ogni uomo-spirito e per compierlo ogni uomo-spirito deve
farsi istruire, cioè iniziare alla dottrina della scuola. Ebbene, non è per non fruire
dei suoi frutti che si deve passare attraverso l'opera della reintegrazione. Al contrario,
quei frutti ci sono assicurati dall'unione con Dio attraverso il Verbo ed il suo corpo
celeste, la divina vergine Sophia. In quanto questa unione, anche agli occhi di
Saint-Martin, è una fonte di santi rapimenti e di ineffabili estasi. Solo che, per lui
quegli stati non hanno niente di fisico, niente di materiale, e questa fonte di gioie
spirituali è essenzialmente permanente. Non vi è niente di miracoloso in questo, niente
di straordinario; tutto è normale; tutto è nell'ordine eterno delle cose interiori. La
modifica che Saint-Martin vuole nel misticismo volgare è profonda. Nulla di più
esplicito a questo proposito del modo in cui riprende la credula impetuosità del suo
amico Liebisdorf. Era stato detto a quest'ultimo che il conte di Hauterive lasciava il suo
involucro terrestre per elevarsi nelle regioni celesti e godervi la presenza del Verbo.
Vuole saperne di più e scrive a Saint-Martin:
"Supponendo che la persona che mi ha parlato del
procedimento di Hauterive, mi abbia detto il vero, quel procedimento con cui si spoglia
del suo involucro corporale per godere della presenza fisica della Causa attiva ed
intelligente, non potrebbe essere un'opera simbolica che indicherebbe la necessità di una
spoliazione interiore per pervenire a fruire della presenza dell'Increato nel nostro
centro?"
Ecco la risposta del saggio di Amboise:
"La vostra domanda su d'Hauterive mi costringe a dirvi
che c'è qualcosa di esagerato nel racconto che vi è stato fatto. Non ci si spoglia del
suo involucro corporale; tutti quelli che, come lui, hanno più o meno beneficiato dei
favori che vi sono stati riferiti su di lui, non ne sono altrettanto usciti".
Appare chiaro
che le parole tutti quelli rivelano chiaramente che l'autore della lettera è anche uno di
quei privilegiati.
"L'anima non esce dal corpo che alla morte, ma durante
la vita le sue facoltà possono espandersi fuori da lui e comunicare con le loro
corrispondenze esteriori, senza cessare di essere unite al loro centro, come i nostri
occhi corporali e tutti i nostri organi corrispondono a tutti gli oggetti che ci
circondano senza cessare di essere legati al loro principio animale, crogiolo di tutte le
nostre operazioni fisiche.
"Non è meno vero che se i fatti di d'Hauterive sono
dell'ordine secondario, non sono che simbolici relativamente alla grande opera interiore
di cui parliamo e se sono dell'ordine superiore, sono la grande opera stessa.
"Ordunque, è un quesito che non risolverò affatto, in
quanto non vi servirebbe a niente"
E' far capire con tutta la chiarezza possibile per un uomo
naturalmente umile e discreto, che potrebbe fornire molte soluzioni se lo giudicasse
utile.
"Credo di rendervi un miglior servizio orientando il
vostro sguardo sui principi piuttosto che intrattenervi sui dettagli di fatti degli
altri".
In generale, di tutto ciò che maggiormente sorprende nella
vita di certi mistici e suscita tanto lo scandalo degli avversari come l'ammirazione dei
fautori, Saint-Martin produce dei fenomeni della grande opera interiore, di quella
santificazione e di quella trasformazione morale che porta a tutte le sue conseguenze
naturali.
Queste conseguenze sono peraltro le cose più legittime del
mondo se la prima di tutte è quello stato di rettitudine intellettuale, di elevazione di
pensiero e di purezza di affetti che ricercano
tutti i mistici sinceri. In quanto consistono proprio in questo gli atteggiamenti che
adottano anche tutti i moralisti seri; poiché sono quelli fra tutti che danno alla vita
dell'anima il suo più vivo slancio, e che imprimono anche a quella del corpo la sua più
potente regolarità.
Si tratta, in effetti, di uno dei tratti più essenziali
della vita di Saint-Martin di essere pudicamente mistico quanto lo vogliono i gusti
castigati della sua epoca e la delicatezza ombrosa della sua educazione. Come tutti i
mistici, senz'altro, ama il mistero, il segreto, le associazioni intime, gli uomini che vi
si muovono, i libri che ne trattano. Sempre come tutti i mistici, predilige lo stile
figurato, l'espressione simbolica, il linguaggio che vela il pensiero piuttosto che
svelarlo. Ed ancora senza dubbio la sua parola come la sua vita è sempre improntata da
queste tendenze ad un grado che spesso spazientisce un po' il lettore e che altre volte lo
scoraggia. Tuttavia, se si lascia spesso andare a questi difetti, spesso li nasconde.
Rifugge dalle associazioni segrete per averle troppo amate; sgrida i suoi amici che gli
chiedono la sua opinione su una scuola od una loggia ai loro occhi famosa: si tratta di
una cupola, secondo lui. Lega più volentieri con il bel mondo che con i grandi adepti;
rinnega i suoi amori mistici per la Biblioteca nazionale, dileggiandosi per primo per un
libro che vi fa ricercare, ed aggiunge al merito di questo pudore quello di
rimproverarselo come un tradimento. Se si concede talvolta lo stile un po' lirico ed
epitalamico che il misticismo orientale ha legato al misticismo occidentale, stile
peraltro adottato dai più grandi santi e dalle più caste vergini della Chiesa, il suo
gusto, generalmente più puro, rifiuta le eccentricità del linguaggio come quelle del
pensiero. Ma mai sacrifica la sostanza alla forma e talvolta questa sfugge alla sua penna
più in conformità dell'uso generale che della sua particolare riservatezza.
Questa riservatezza non è per calcolo; è la sua vita, il
suo pensiero, la sua educazione, il suo temperamento. Tutto in lui è delicato, corpo ed
anima; e se è sempre teosofo, sempre mistico, non cessa mai di essere se stesso: nato
gentiluomo, vive e muore gentiluomo, per quanto faccia poco caso ai privilegi di nascita.
Fu soprattutto sul fatto più nuovo e più discusso del suo
tempo che si pronunciò con maggiore delicatezza, intendo i doni straordinari di ogni
genere che si presentano allora agli orizzonti mistici, i doni di guarigione attraverso il
magnetismo animale, le pratiche così diverse e così varie dei seguaci di Mesmer e quelle
ancora più strabilianti di Cagliostro o dei suoi adepti. Nell'apprezzamento di questi
fenomeni essenzialmente terapeutici, usò la stessa misura accordata al giudizio delle
operazioni teurgiche o magiche di dom Martinez. Benché fosse lontano dal professare per i
due taumaturghi venuti dall'Austria e dalla Sicilia gli stessi sentimenti di rispetto e di
deferenza che nutriva per il mistagogo venuto dal Portogallo, voleva tuttavia, da
autentico filosofo, che si facessero delle esperienze. Senza mai stimare le chiaroveggenze
della medianità, difese presso de Bailly la causa del magnetismo animale. Osservatore
imparziale, accettò tutti i fatti incontestabili; ma per quanto il suo pensiero fosse
avido di prodigi e di misteri, non si mise mai contro quello che i fatti sembravano dare.
Fece lui stesso delle esperienze, ma non tentò mai un miracolo, non si vantò di una
guarigione, non ebbe una chiaroveggenza soprannaturale, una visione profetica, una seconda
vista.
La chiaroveggenza medianica non era allora ciò che è
diventata in seguito. Si limitava a costatare lo stato più o meno normale del corpo o
dell'anima umana. Non andava ancora molto lontano in questo campo. Tanto meno visitava le
lontane contrade della terra e non si sognava nemmeno di passeggiare nelle alte sfere del
cielo. Ma già avanzava delle pretese che non è ancora arrivata a giustificare, ed ecco a
questo proposito, per comparazione tra le luci della teosofia e quelle della medianità,
il giudizio molto netto e definitivo che Saint-Martin emette. Parlando, dapprima, del
teosofo per eccellenza, del suo maestro Boehme, dice: "E' una delle più magnifiche
leggi che lo spirito umano possa contemplare quella che espone sulla vegetazione... Ecco
il segno evidente della sua divina intelligenza e della sua gloriosa elezione. Tali passi
sono sufficienti per condurre un uomo non solo in capo al mondo, ma in capo a tutti i
mondi. Amen!".
Ecco ora quanto aggiunge, in seguito, sulla portata della
medianità e dei chiaroveggenti:
"Non ho le opere dell'abate Rozier per conoscere ciò
che pensavate un tempo sulla vegetazione; ma apprenderete in proposito che quell'abate
Rozier è morto nell'ultima sede di Lyon. Una sera si offre a Dio in sacrificio,
rassegnandosi a restare sulla terra, se occorre, ma chiedendo che lo si prenda se non può
esservi utile. Poi si mette a letto. Di notte, durante il sonno, una bomba scende fin sul
suo letto e taglia il suo corpo in due. In quanto a tutti i dettagli magnetici e medianici
che mi inviate, ve ne parlo poco, perché questi fatti sono stati così comuni e così
molteplici da noi, da ritenere che in nessun altro luogo del mondo abbiano avuto maggiore
singolarità e varietà; e dato che l'astrale gioca un grande ruolo in questo, non sarei
stupito se ne fosse scaturita qualche scintilla nella nostra rivoluzione, cosa che ha
potuto influire sulla complicazione e la rapidità dei movimenti".
Collegare questi fenomeni all'astrale, è affermare che
tutti appartengono ad un ordine di cose molto inferiore e molto sospetto al teosofo.
I doni profetici non provano ai suoi occhi nient'altro che
si è nelle stato normale, quello della reintegrazione. Gli oracoli possono essere emessi
da organi impuri, ne è testimone il mago Balaam, che compare nei testi sacri. Ai suoi
occhi, i demoni e la regione astrale non meritano alcuna fiducia. Se ne allontanava in
nome di queste belle parole apostoliche: "Esaminate gli spiriti". Senz'altro San
Paolo aveva pronunciato queste parole in tutt'altro senso, ma si prestavano bene a quello
di Saint-Martin, e con quella libertà che tutti i mistici si prendono in caso di bisogno
riguardo ai testi sacri, le adattava alle esigenze della sua teoria.
Vedere così chiaro su di una chiaroveggenza così dubbiosa,
era un grande merito da parte di un mistico così credente.
Qualche mistico dell'ordine più elevato, il più puritano,
si vanta di una chiaroveggenza più diretta, indipendente dal magnetismo e dalla
medianità; e quelli di Strasburgo, soprattutto i due iniziatori di Saint-Martin alla
scienza di Boehme, gli citavano dei fatti così positivi che, su loro consiglio, incontrò
lui stesso una delle più celebri di queste veggenti. Ne sorride ben un po', ma in fondo
rimase soddisfatto da quanto gli disse. E tuttavia, su questo fatto come su tutti gli
altri della stessa natura, non uscì mai dalla sua naturale riservatezza. Ignoro come il
suo pensiero si sarebbe modificato se avesse potuto essere personale testimone di qualche
fenomeno posteriore al suo soggiorno in quella stessa città, e che rispettabili
tradizioni presentano come al di sopra di ogni sospetto, ma ho motivo di credere che le
sue parole non sarebbero cambiate.
Il merito di un apprezzamento così sereno colpisce tanto
più che Saint-Martin ammetteva, per conto suo e per il suo avanzamento personale, doni di
comprensione e di lumi di concezione straordinaria.
Infatti, parlando di una di quelle scoperte che fa scaturire
così facilmente in seno ai suoi membri, dice a Liebisdorf, che lo sollecita un po' al
riguardo, come è sua abitudine, una cosa da notare:
"Non ne ho trovato alcuna traccia in Boehme e confesso
che è una luce che mi è stata data personalmente nel corso delle operazioni che facevo a
Lione, vent'anni fa".
Era dunque dal 1782 che riceveva delle luci, e dal 1767 che
aveva del fisico. Si è spesso qualificato Saint-Martin come illuminato e, invero, in
questo testo, come in infiniti altri, ammette un'illuminazione dall'alto; ma intanto,
nello stato in cui è pervenuto, è un fatto del tutto naturale; poi, ancora qui,
Saint-Martin rimane ben al di sotto di Filone e di molti altri, che attribuiscono ad
illuminazioni straordinarie visioni o soluzioni che hanno ottenute, e attribuiscono questo
onore anche a delle induzioni la cui origine è certamente molto più semplice di quanto
non facciano credere le loro parole.
Mi piace dirlo, ci furono sempre nella vita di Saint-Martin
due lati molto distinti: il lato essoterico o la parola che comunicava, ed il lato
esoterico o il pensiero che conservava. Questo era contemporaneamente molto credente e
molto ardito, ma essenzialmente portato verso il soprannaturale, ultra-cosmico, e nemico
della materia come si conviene al Robinson della Spiritualità.
E' sempre così che si rivela e si manifesta soprattutto in
alcune delle sue lettere, nel suo trattato sui Numeri e negli scritti ancora inediti che
chiedono di essere trattati con delicata intelligenza. La sua parola, al contrario, molto
razionale nel suo portamento, e logica come si conviene ad un discepolo di Cartesio e di
Bacone, si mantiene per quanto possibile costantemente nei limiti della semplice
filosofia, molto credente, in verità, ma essenzialmente rispettosa dei diritti di una
sana critica.
Ne risulta un'antitesi che non si deve voler negare ed è
certo che non è nella parola destinata a tutti, che è al contrario, nel pensiero
nascosto che bisogna saper cogliere il segreto del teosofo; in quanto se la forma della
sua dottrina appartiene alla filosofia, la sostanza appartiene al misticismo ed alla
teosofia. Saint-Martin dice più di una volta al suo amico più intimo che, nella
questione più alta, in quella dei nostri rapporti con Dio e della nostra comunione con
Lui, tutto è personale; nessuno può dare né insegnare alcunché ad alcuno.
Abbiamo qui non più soltanto il vero misticismo, è la vera
teosofia, ne è la sostanza.
Capitolo XXVII
Sviluppo straordinario delle facoltà organiche o fisiche. -
La potenza magica di certi nomi. - L'invocazione e l'evocazione. - Il grande nome.
______________
Esistono per il teosofo doni che abbiano un'importanza
ancora maggiore di quelli precedenti, di quelle illuminazioni straordinariamente
accordate, di quelle visioni o di quelle chiaroveggenze sovente ottenute, di quelle estasi
e di quelle intuizioni che formano i privilegi del misticismo?
Esiste al di sopra di questi fenomeni transitori, che non
sono che grazie eccezionali, dei favori insomma, un altro ordine di fenomeni che siano
costanti come una conquista meritata, una sorta di proprietà motivata su di un lavoro
compiuto, ad esempio una seria elevazione delle nostre migliori facoltà od anche una
metamorfosi di tutto il nostro essere?
Avremmo qui degli effetti degni di ricerca ed attestanti una
vera iniziazione.
Ogni vera scienza ci modifica: cambia il nostro pensiero e
di conseguenza trasforma per suo mezzo tutto quello che la ragione governa in noi.
Inoltre, ogni buona pratica perfeziona le nostre facoltà e migliora il nostro essere.
Ognuno sa cosa esercitano su di noi la logica, l'estetica e soprattutto la morale:
trasformano il ruolo di tre ordini delle nostre facoltà a tal punto che si può
seriamente affermare che sopraggiungendo in noi quegli studi, ci elevano al di sopra di
quello che eravamo senza di loro. Tuttavia ciò che ci procurano non è che una
trasformazione. E' uno sviluppo che ci perfeziona, è vero, ed assicura una maggior
portata alle nostre facoltà, ma non ci dà nuove facoltà. Quegli studi e le pratiche che
illustrano ci fanno valere più di quanto non valessimo prima; non ci fanno diversi da
ciò che eravamo. La teosofia e le sue pratiche fanno di più? Fanno e danno ciò che non
fa e non dà nessun'altra scienza al mondo? Producono nel nostro stesso essere una tale
trasformazione ed una tale elevazione che, nel vero e sincero mistico, la natura umana sia
diversa e dotata non solo di facoltà più perfette che in quello che non lo è, ma
facoltà più numerose ed altre?
In caso negativo, il misticismo non è che una delle forme
di perfezionamento tra le quali si può scegliere; in caso affermativo, è la forma che
bisogna preferire e la sola che un uomo di buon senso possa seguire. E non essendo tutte
le altre che delle forme elementari, fatte per il volgo, queste non devono interessare
alcun uomo illuminato.
Tale è proprio l'opinione di quelli tra i mistici ed i
teosofi che si gloriano di non essere filosofi e che, senza rendersi conto delle loro vie,
vi si inoltrano con tanta più temerarietà di quanto vi cerchino degli abbagliamenti. E'
anche quella di Saint-Martin?
Il più saggio ed il più erudito dei mistici moderni, il
mistico ed il teosofo per eccellenza, deve essere su questo punto ascoltato con grande
attenzione in quanto quello che ci dirà, sarà con evidenza la vera dottrina del
misticismo e della teosofia.
Ebbene! non esito a rispondere affermativamente, in suo
nome, al quesito posto.
Senza alcun dubbio, ai suoi occhi, il misticismo prima e la
teosofia poi, la scienza unica che formano, è un'iniziazione ad un ordine di cose tale da
apportare nell'uomo la trasformazione radicale di tutto il suo essere, dare all'insieme di
tutte le sue facoltà, non solo una meravigliosa regolarità, ma una straordinaria
facilità, una capacità e potenzialità sconosciute ai profani. I profani non fruiscono
né delle stesse luci, né delle stesse forze, né dello stesso punto di vista che
illuminano l'iniziato in ogni cosa. Non partecipano nella stessa misura dell'assistenza
dall'alto. Appartengono ad una categoria inferiore per la scienza, ad una categoria
inferiore per la pratica e vivono in una regione dove sono incatenate le facoltà più
essenziali dell'uomo. Saint-Martin ci dirà tra poco che l'iniziato, quello che è
rientrato nei suoi rapporti primitivi con il suo Principio, grazie al ristabilimento di
quei rapporti attraverso il Figlio di Dio ed all'identificazione della sua volontà con la
volontà divina, partecipa alla potenza di Dio e collabora con Dio!
C'è di più, l'organismo stesso del mistico si trasforma,
se già non è altro, di nascita e di predestinazione.
Saint-Martin, anche sotto questo profilo, si sapeva favorito
e lo diceva sovente e ad alta voce. Era venuto al mondo per gentile concessione; era nato
con poco astrale o pochi di quegli elementi organici della sfera siderale che governano le
potenze inferiori. Se tutti i mistici non pretendono di avere, come lui, goduto di
privilegi di nascita, tutti aspirano a privilegi di educazione e di adozione, tutti ne
ammettono con fiducia, tutti si promettono una trasformazione molto sensibile, ed anche
nel loro organismo. Attraverso la consacrazione del corpo alla Causa attiva ed
intelligente, ed attraverso il risiedere permanente del Verbo in questo tempio che gli è
assegnato, succede che non è più il vecchio
uomo, l'uomo profano, ma l'uomo nuovo che vive in loro. Sono ancora loro, ma non sono più
che una sorta di santuario. E' il Verbo, il Cristo, che è il loro pensiero, la loro
passione, la loro vita: tutto viene così divinamente trasformato in loro. Saint-Martin,
che attribuisce questa condizione modificata al proprio stato, e lo dice chiaramente al
barone di Liebisdorf riguardo al conte di Hauterive, è sotto questo profilo il modello
dell'iniziato; non è un'eccezione, un'edizione a parte, non è che un bell'esemplare.
Tuttavia, che non si cada in errore; in questo misticismo
così perfezionato, così raffinato, tutto è
da prendere spiritualmente. Non è il corpo dell'uomo, è l'uomo che è il tempio di Dio.
Se l'uomo è il modello dell'universo, è soprattutto "lo spirito dell'uomo ad
esserlo; è più del mondo intero, poiché è il tempio del vero Dio, e persino il solo
vero tempio dove si possa esercitare convenientemente il culto di Dio, che è il culto
della Parola". (Lettera del 29 messidoro 1795).
Prendendo certe locuzioni alla lettera ed a prima vista, si
direbbe proprio che l'organismo stesso ottenga, attraverso l'iniziazione e le sue
pratiche, delle nuove facoltà. Ma, non ci si illuda: nella maggior parte dei casi si
tratta di mezzi che l'uomo possiede naturalmente, che sono molto grandi, ma che omette
normalmente di far valere. C'è di più. Quando Saint-Martin ci dice che il potere di
certi nomi pronunciati dalla nostra bocca è "enorme", non è al nostro organo
che attribuisce questo potere: è ai nomi pronunciati o proclamati, cioè a certi nomi
invocati o, se si vuole, evocati.
Diciamo meglio, in quanto non è ancora a questi nomi che
compete il potere esercitato dalla pronuncia di certi nomi: è all'ordine stabilito nei
due mondi. ai rapporti voluti dal potere supremo tra il mondo spirituale ed il mondo
materiale.
Ora ci verrà naturalmente chiesto quello che non abbiamo
smesso di chiedere a Saint-Martin stesso, a tutte le pagine più misteriose, vale a dire,
quali sono questi nomi ai quali viene attribuito un potere così immenso.
Saint-Martin, dicendoceli, servirebbe forse meglio la sua
causa di missionario di quella di filosofo, ma ci tiene a questa. Egli è, d'altronde, il
padrone del suo segreto ed il solo arbitro della riservatezza che mantiene. Ama il suo
modo di agire, gli è fedele, e non ci dice che uno solo di quei bei nomi. I suoi maestri,
ed in genere quelli fra i teurghi che non sono filosofi, ne hanno e ne nominano molti. In
quanto a lui, non ne enuncia che uno solo, il grande nome, quello che si invoca. Non si
degna di pronunciarne alcuno di quelli che si evocano.
In quanto al grande nome, egli ama parlarne. Tuttavia,
quando Liebisdorf, suo discepolo, vuole conoscerne la pronuncia, l'amore, l'abitudine al
mistero lo riprende, e risponde che non gli piace che si dia tanto peso a quello che altri
possono insegnarvi al riguardo. "La parola si è sempre rivelata direttamente ai suoi
interpreti", dice. Vale a dire, "se vuole avervi come interprete, vi parlerà e
saprete come pronunciare il suo nome; se non vuole parlarvi, che necessità avete di
sapere ciò che chiedete?" Ma non è facile aver ragione di un tale corrispondente e
si lascia trascinare a discutere molto misteriosamente sul gran nome. E' per lui quello di
Jehovah. Il suo amico di Berna lo aspettava al varco in quanto questo non è il suo parere
e, forte dell'appoggio di d'Eckarthausen, gli dimostra che il gran nome è Gesù-Cristo.
Ai testi mosaici oppone i testi apostolici. E niente di più curioso, per quelli che sono
in grado di seguire l'esegesi dei testi, che vederli tutti e tre perdersi a gara, cercando
grandi segreti, cose sconosciute al profano, nella sostanza di un semplice ebraismo, molto
familiare all'oriente, molto conosciuto dai filologi. Il vero senso di questo ebraismo è
peraltro alla portata di tutti e per poco che si sappia dei testi sacri, ognuno sa che
quelle formule, "il nome di Jehovah o il nome di Gesù-Cristo", non significano
altro che Jehovah o Gesù-Cristo. Devono la loro origine ad un sentimento di culto e di
rispetto che spiegano fin troppo la santità e la maestà delle persone, perché sia
necessario cercarne la ragione. Così, quando san Pietro, nel suo celebre discorso
pronunciato a Gerusalemme con un seguito così stupefacente, dice del Figlio di Dio:
Questi è diventato la pietra angolare (dell'edificio), e né in cielo né in terra, è
dato agli uomini altro nome per essere salvato", è evidente, per coloro che
conoscono le lingue, che il nome significa qui
la persona. E questo è evidente anche per quelli che non lo sanno; in quanto, solo in
questo senso, la dottrina di san Pietro è la dottrina evangelica. E' la stessa cosa per i
testi mosaici e quelli profetici. Ma di questo insegnamento semplice e comune a tutti i
fedeli, i tre mistici non saprebbero accontentarsi; ed imitando molti loro predecessori,
vi trovano delle cose così meravigliose che sono completamente rapiti da scoperte che la
scienza esatta purtroppo non vi constata affatto. Da parte mia, se non dessi retta che al
mio gusto o a quello del normale lettore, mi fermerei là; ma, poiché si tratta di
misticismo da una parte e di critica o di una scienza pura dall'altra, può darsi che
qualcuno mi sarà grato di essere un po' più completo. Terminiamo dunque questo
dibattito.
Tutti ben capiscono che non si tratta in tutto questo di
teologia. Ciò che vi è di straordinario nella persona di Gesù-Cristo non è neanche in
discussione. E' del suo nome che si tratta, e neppure realmente del suo nome, ma soltanto
della pronuncia di questo nome, di una modalità di pronuncia che sarebbe andato perso e
che sarebbe importante ritrovare. La scienza degli angeli stessi non avrebbe affatto,
sembra, il mezzo, sia di constatare la perdita, sia di ripararla, cioè di soddisfare i
tre amici su tutto ciò che rimpiangono e cercano. Così non ne vengono a capo e non
riescono a mettersi d'accordo, la verità da sola non essendo loro sufficiente. Ciò che
è tuttavia ammirevole, è l'armonia finale delle loro pie tendenze e delle loro nobili
predilezioni. Eckarthausen trova molto bello quello che Saint-Martin ha detto su questo
mistero nel suo Tableau naturel. Lo corregge (t. II, p. 98, 143), in quanto la sua
scoperta è proprio che il gran nome non è la parola J H V H (h w h y - Jehovah) o il
tetragrammaton, ma che è al contrario quello di Gesù-Cristo; ma l'ammira. Liebisdorf,
che non l'ammira di meno, lo corregge a sua volta in nome della scoperta del suo amico di
Monaco. Saint-Martin, che aveva piuttosto vivacemente sostenuto il tetragrammaton e detto
cose così appropriate nel senso della sua prima ipotesi, si rassegna con una inimitabile
buona grazia. Non discute, ma si rinchiude nella sua scienza e si avvolge nel suo pallio
di teosofo con tutta la dignità di uno stoico. "Quando si considera, dice, con quale
saggezza questo grande nome si modula da solo nelle diverse operazioni, si deve sentire
quanto saremmo imprudenti a non abbandonarci ciecamente alla sua amministrazione".
Come si vede, questo non è rivolto che agli iniziati, se il
mistico si arrende sulla semplice questione di filologia, rimane definitivamente se stesso
nell'interpretazione della natura e della potenza dei nomi pronunciati. Solamente lo fa
con riservatezza e con l'umiltà di un discepolo, mette la sua opinione sotto la bandiera
del suo maestro Boehme.
Liebisdorf si impadronisce di questo stesso mezzo ed edifica
una teoria completa, ma singolarmente azzardata. (Lettera del 29 luglio 1795).
"Mi sembra che la dottrina del nostro amico B... è che
ogni parola pronunciata diventa sostanziale, agisce come sostanza e cessa di essere
soltanto l'espressione del nostro pensiero".
Non c'è nulla di più accorto di questa dottrina, se
non il procedimento che l'ha determinata. Se ha un'ombra di apparenze, non ha un'ombra di
solidità. Si vede facilmente tutto ciò che vi è di falso. Infatti, come si può dire
che ogni parola pronunciata diventa sostanziale? Vale a dire che ne risulta una sostanza?
L'emissione delle nostre idee tradotte in movimenti che colpiscono l'aria vi genera delle
vibrazioni, le vibrazioni producono dei suoni, i suoni delle idee, le idee dei sentimenti,
i sentimenti delle volizioni, le volizioni delle opere, le opere sono talora delle
creazioni, talaltra delle trasformazioni. Troviamo qui, senza dubbio, tutta una serie di
cose, le une materiali, le altre morali; le une, le opere materiali, delle vere sostanze;
le altre, le opere morali, altrettanto potenti o più potenti ancora delle sostanze
fisiche. E tutte sono nate dalle nostre idee o dalle nostre parole pronunciate. Questo è
vero ma non è per le parole pronunciate da noi che quelle sostanze sono diventate ciò
che sono; in quanto se tutte le parole pronunciate nell'universo vi diventassero
sostanziali e vi agissero come delle sostanze, di quali sostanze sarebbe pieno il mondo! E
di quali opere quelle sostanze sarebbero la causa!.
Così Saint-Martin, anche qui, e benché sia come il
principale promotore di questa singolare teoria, si affretta a pronunciarsi nettamente,
nei limiti della correttezza, contro ogni specie di credulità esagerata riguardo alle
meraviglie operate da un tale o talaltro modo di pronunciare certi nomi, ed in particolare
il grande nome.
Che sia ben chiara la portata del dibattito. Non è
prettamente speculativo, é, al contrario, essenzialmente pratico. Infatti si tratta di
due forme di una pratica molto misteriosa, dell'evocazione e dell'invocazione, dove la
prima richiede un'apparizione come persona, la seconda un'assistenza straordinaria.
Saint-Martin, in apparenza, combatteva l'evocazione,
accompagnata da certe cerimonie.
Ha egli proscritto ogni invocazione come ogni evocazione?
Apparentemente e nel suo pensiero esterno, si, per via degli
abusi che temeva ma nel suo pensiero intimo ha potuto regnare o albergare qualcos'altro.
Ha anche evitato, nel suo pensiero intimo, ogni esagerazione
riguardo alla trasformazione dell'organismo attraverso i privilegi relativi alla vita
mistica? Sarebbe altrettanto temerario voler risolvere questa questione in funzione ai
suoi scritti quanto in funzione delle tradizioni esoteriche della sua scuola. "Era
molto riservato, molto segreto in tutto", dice Salzmann. Lo è nella sua parola
scritta, nei suoi volumi stampati, nella sua corrispondenza inedita. Discepoli entusiasti
quanto lui ed il suo amico hanno potuto sperare, se non insegnare, l'imitazione di Boehme
e di Gichtel, delle potenti influenze da parte del mondo spirituale persino sul corpo,
delle modifiche considerevoli nelle facoltà fisiche. Hanno dovuto, per essere conseguenti
con se stessi, attribuire all'unione dell'anima con la celeste Sophia, ed alla presenza
costante in noi del Verbo divino di cui ella è come il corpo spirituale, degli effetti
corrispondenti a questa unione sull'intera persona dell'uomo. Ci si deve opporre,
tuttavia, ad ogni induzione di questo genere, per quanto appaiano autorizzate, di fronte
alle dichiarazioni così precise che si trovano nelle lettere di Saint-Martin e di
Liebisdorf. Per il primo, è molto semplice, la sua natura è essenzialmente
spiritualista; per il secondo, la cosa è più notevole. Con la sua tendenza a tutto
materializzare, con il suo desiderio di vedere e con le sue aspirazioni al godimento del
sensibile visibile, Liebisdorf era un adepto difficile da convertire allo spiritualismo
vero. Eppure gli è stato giocoforza arrendersi. Non si arrese che per disperazione e solo
dopo aver difeso colpo su colpo il suo punto di vista. Ma si arrese così bene che sulle
orme del suo maestro finì per dare poco peso, anche lui, alle cose esteriori, alle
comunicazioni ricevute da altri, alle tradizioni trasmesse, a tutto ciò che ha tanto
valore agli occhi del volgo.
Nella loro dottrina finale, diventata infine comune a tutti
e due, è Dio a produrre in noi tutte le vere manifestazioni. "Niente può veramente
esserci trasmesso da alcun mezzo umano, se non si creano in noi lo Spirito, la Parola (il
Logos) ed il Padre. Ecco una verità fondamentale".
Questo è il loro Credo supremo formulato in una delle più
belle lettere di Saint-Martin. Ma, adepto e maestro, prima di giungere a questo livello,
ne hanno dovuti superare molti altri; e se giammai questo interiore si fosse svelato per
intero allo sguardo di un biografo, vi avrebbe trovato, sicuramente, delle grandi lezioni.
Capitolo XXVIII
Meraviglioso sviluppo delle facoltà. - La corona. - Il
grande problema della scienza dei costumi: Saint-Martin, modello di perfezionamento
morale. - Le tre regole di Cartesio e le cinque regole di Saint-Martin. - Le idealità
ambiziose: l'unione con Dio e la partecipazione alla potenza divina.
______________
Ciò che caratterizza le anime deboli, le intelligenze
limitate o mediocri in ogni cosa, in filosofia come in religione, è l'amore per lo
straordinario, il gusto del meraviglioso e la credula propensione per i fenomeni
eccezionali. Esattamente il contrario delle ragioni potenti, delle forti intelligenze, che
ovunque si elevano alla legge regolatrice, alla causa determinante. Saint-Martin si
mantiene a questo proposito nella via naturale del suo spirito, la saggia via di mezzo.
Crede nello straordinario in generale, ne diffida nel dettaglio. Ed in quel meraviglioso
insieme che la tradizione mistica porta nel suo seno, è sempre allo sviluppo delle
facoltà intellettuali e morali che fa riferimento, alla loro elevazione ed alla loro
trasformazione attraverso le luci della scienza e della grazia.
Ma dentro questi limiti si concede ampio spazio. Ha questo
duplice principio, che non si pervenga alle alte conoscenze della teosofia che con un
certo grado di intelligenza, e che questi studi danno alle nostre facoltà di conoscere
un'apertura straordinaria. Non crede che uno spirito limitato vi si avventuri, né che un
profano vi sia portato. Tale è la sua sollecitudine al riguardo che scrive al suo amico
che si serve di un segretario: "Avete la misura dell'intelligenza di questa mano
estranea per adoperarla...? E ritenete privo di inconvenienti farla partecipare alle
meraviglie che ci occupano?"
Le loro occupazioni ed i loro studi comuni erano dunque
delle meraviglie, anche ai suoi occhi!
Lo pensava, in effetti. La scienza divina, quella che ha
ricevuto attraverso gli scritti di Boehme, gli ha dato, dice, "non solamente ciò che
dona lo studio mistico dei numeri, cioè l'etichetta della scatola, ma la sostanza stessa
di tutte le operazioni divine, di tutti i testamenti dello Spirito di Dio, della storia
dell'uomo in tutti i suoi livelli primitivi, attuali e futuri". (Lettera del 29
messidoro 1795).
Non si tratta forse di una scienza molto vasta, immensa e
realmente meravigliosa? e non è forse necessario che il misticismo dia alle facoltà
intellettuali uno sviluppo straordinario, al di sopra delle righe, perché possano
pervenire a questo grado di illuminazione? Chi non si farebbe iniziare, se l'iniziazione
potesse dare ad ognuno ciò che Saint-Martin possedeva così bene e ciò che attribuisce a
Boehme? In quanto, sia ben chiaro, ai suoi occhi qui non si tratta più delle luci di
un'intelligenza umana: dichiara l'intelligenza del suo maestro divina. Non è dunque ad un
semplice e naturale sviluppo del suo spirito attraverso un maestro grande conoscitore
dell'ordine umano, sia pure del grado più elevato, che attribuisce il suo stato di
illuminazione, è ad una autentica elevazione al di sopra di questo livello; e se non è
una completa trasformazione delle sue facoltà, è quantomeno un insegnamento dato da un
maestro divino. In più riconosce che ognuno vedrebbe negli scritti di quel maestro solo
ciò che gli è stato dato di trovarvi.
In quanto, attenzione!, vi è là più di quanto un uomo dia
ad un altro uomo, e vi troviamo un punto essenziale della dottrina. Nessun uomo può darci
qualcosa, l'iniziazione non dà niente: perché gli uomini non si danno niente. Tutto
viene da Dio, e niente è forzato o strappato da noi, tutto ci è dato. La Saggezza,
Sophia, Dio stesso, non vengono ad albergare in noi che nella misura in cui siamo degni di
essere la loro dimora e di avere la loro presenza, ma la loro presenza è una pura grazia.
E', se non mi sbaglio, a questa presenza che è vita, forza
e luce divina, che Saint-Martin dà i nomi più dolci e più magnifici: la chiama il
sensibile interiore, fintanto che ne siamo all'inizio, ed il segno della nostra regalità
o la corona, quando ne siamo in pieno possesso.
Sull'ultimo termine ci si deve soffermare un istante.
Saint-Martin parla, in una delle sue lettere a Liebisdorf, di una persona, che lascia
facilmente indovinare, che è pervenuta alla corona. A queste parole, il suo discepolo,
che a sua volta vantava molto i godimenti, o meglio, le delizie che gli dava il sensibile
visibile (in quanto non si è maggiormente inclini al sensualismo di questo adepto, l'ho
già fatto notare), a queste parole, dicevo, il discepolo parte subito all'assalto del
maestro con diverse domande.
"Parlatemi sovente, vi prego, di questa persona e del
suo stato; il sensibile interiore è stato inizialmente, e sin dagli anni del suo primo
sviluppo, accompagnato dal sensibile visibile? Ditemi anche, per favore, come questa
persona è giunta a questa corona. L'origine era senz'altro l'annientamento. Questo nulla,
non è stato portato nella rappresentazione del piacere legato alla vista interiore? Da
questa rappresentazione, non c'è che un passo al voler fruire di questo piacere; questo
volere avrà prodotto dei desideri, ed i desideri avranno prodotto delle forme. Tutto
questo merita l'attenzione non solo di quelli che riflettono su questa materia, ma anche
il riconoscimento della persona che gode di questo favore".
Le risposte più sensate e soprattutto quelle che sono
legittimamente evasive, non riducono l'interrogante al silenzio e neppure alla
discrezione. Ritorna sullo stesso argomento il 10 ottobre dello stesso anno.
"Ciò che mi avete inviato sulla corona ha lasciato
delle tracce in me e mi ha fatto nascere il desiderio di sapere attraverso quale strada la
persona di cui mi parlate è pervenuta al possesso di questo tesoro. Era la volontà ferma
e permanente di ottenere questo favore, o l'abbandono senza volontà specifica che glielo
ha procurato?"
Questa volta Saint-Martin risponde categoricamente:
"Ritornate sull'origine della corona. Non è la ferma
volontà di ottenere, in quanto certamente la persona neppure sapeva che questa corona
esistesse; non direi neppure che sia attraverso l'abbandono senza volontà specifica, in
quanto per tutta la sua vita questa persona ha avuto un profondo desiderio di
interiorizzazione, e ha sempre posto Dio al di sopra di tutto; ma vi rinvio alla prima
pagina della mia lettera, e vi ricordo che è una fruttificazione naturale. In questa
persona il sensibile interiore è stato presente molto prima del sensibile invisibile; ma
poi è cresciuto, e per lei si accresce ogni giorno. Lei spera prima di morire in uno
sviluppo ancora più considerevole. Sia fatta la volontà di Dio. Amen".
E' dunque nella conquista di questa corona che poggiano la
scienza e la gloria di Saint-Martin; è il grande segreto, tutto il segreto della sua vita
interiore.
E come ha ottenuto la sua corona? Senza dubbio attraverso
una grazia; ma questa grazia non è venuta ad incoronare che ciò che era degno di
esserlo, ciò che era pronto a riceverla. Ebbene, la preparazione si è fatta attraverso
tutto quell'insieme di studi e di lavori, di aspirazioni e di sentimenti, di amore per le
cose supreme e le opere incessanti, che la filosofia chiama il perfezionamento morale, che
la religione cristiana chiama la vita in Dio, ma che la teosofia, con un po' di
affettazione, chiama la vita di Dio in noi.
E' questa che Saint-Martin chiama la vera vita, la sola che
meriti la nostra attenzione. E sotto questo punto di vista Saint-Martin è uno dei modelli
più curiosi da studiare. Egli è quantomeno il più curioso, se non è il solo completo
fra tutti quelli che la storia contemporanea ci offre. Contemporaneo di tre pensatori più
eminenti di lui, tutti e tre molto ragguardevoli sulla via del perfezionamento morale,
tutti e tre seriamente dediti e sinceramente attenti alla vita interiore, intendo parlare
di Maine de Biran, Royer-Collard e de Gérando, si è messo al di sopra di tutti e tre ad
un livello che lo colloca a parte. Senz'altro ognuno di questi eminenti uomini ha avuto
maggior lustro di lui; ma sia nella speculazione metafisica che nella conoscenza dei
sistemi, le loro idealità etiche erano molto inferiori alle sue, voglio dire molto meno
ambiziose. Pertanto sotto questo aspetto non si può confrontare alcuno di loro con
Saint-Martin, e dato che non vi è nei tempi moderni una vita comparabile alla sua, che ha
il marchio di un modello, non si deve tralasciare di trarne tutto ciò che dà come
insegnamenti ed anche come soluzioni. Certamente, non voglio sollevare in proposito, e
nella sua completezza, il difficile problema che è: Da cosa deriva che la nostra morale,
quella della specie umana, è così bella, e la moralità così imperfetta; ma voglio,
quantomeno, lasciar cadere su questo problema, il più alto della filosofia dei costumi,
tutti i raggi che presenta la vita dell'illustre mistico. Quando un pensatore così
brillante e così sincero ha consacrato la sua esistenza alla soluzione pratica di un
problema; quando ha avuto cura lui stesso di indicarci, in note scritte con rara
rettitudine, il lavoro che ha fatto ed i mezzi che ha messo in gioco, schizzato i suoi
più grandi progetti e confessato i suoi più grandi insuccessi, proclamato tutte le sue
idealità e fatto appassire tutte le sue
imperfezioni, il minimo che si debba fare è di impadronirsi di un tale esempio e di
prenderlo, se non in tutta la sua ricchezza ed in tutta la sua profondità, almeno nelle
sue grandi aspirazioni. Questo è il nostro disegno.
C'è un punto che domina questa vita che si deve ben
stabilire all'inizio, come si deve ritornarvi al termine; è il punto luminoso della vita
umana, stella del mattino, sole del giorno e fiaccola della sera: è quella verità umile
ed allo stesso tempo sublime, che la scienza non è un fine, che non è che un mezzo.
Quella verità, nessuno l'ha presa per guida meglio di Saint-Martin. Tutta la sua scienza,
tutta la sua teosofia non sono che il mezzo della sua vita morale, e la vita morale stessa
che la preparazione all'illuminazione divina. La saggezza si trova alla sola scuola del
perfezionamento etico, e nessuno ha delle luci se non le cerca là: nessuno sa una parola
vera sulla vita umana se non ha messo la sua al servizio del suo autore; nessuno ha
niente, se non ha Dio, e nessuno ha Dio, se non serve
a Dio.
Ecco i principi di tutto ciò che pensa e vuole
Saint-Martin, l'inizio e la fine delle sue aspirazioni.
Saint-Martin non è moralista di professione e, mi sia
consentito, direi che si è occupato della morale come tanti altri pensatori molto
religiosi: ha considerato quella che chiamiamo la scienza dei costumi come una cosa molto
semplice, data dalla religione, non avente né principi propri né conseguenze
indipendenti dal dogma. Ha seminato un gran numero di bei pensieri e formulato qualche
santa massima; ma non si è sognato più di Maine de Biran, Royer-Collard o de Gérando,
di schizzare una dottrina. Dalla sua opinione, che la morale è fatta dalla religione, che non è che la religione
applicata, è risultato che le massime formulate nel suo orizzonte limitato non offrono
che quel carattere di limitatezza o di dipendenza che ci meraviglia a giusto titolo nelle
famose regole di Cartesio. Tuttavia grande è la differenza tra le formule dei due
ufficiali di fanteria filosofeggianti nel tempo libero del servizio a centocinquant'anni
di distanza. Le tre massime del Discours de la Méthode sono del 1637; le regole di
Saint-Martin devono essere del 1771-1775. Cartesio, che è assillato da altri oggetti di
meditazione, e che vuole farsi la sua morale a tempo e luogo, esaminare gli elementi della
scienza e non accettare che quello che avrà subito la prova della ragione, adotta delle
massime provvisorie e di semplice buon senso. Saint-Martin
non è né altrettanto ambizioso per l'avvenire, né altrettanto modesto per il
presente. Non ha a che fare con un provvisorio e con un esame; sin dall'inizio, egli ha
trovato o piuttosto ha ricevuto.
"Sin dai primi passi che ho compiuto sulla via, che mi
ha completamente assorbito, ci dice, mi sono detto, o avrò la cosa alla grande, o non
l'avrò affatto; e da quel momento ho avuto diverse ragioni per credere che questa scelta
non era sbagliata". (Portr., 32)
Questo è chiaro; e se le massime del teosofo gli ispirano
una fiducia assoluta, è per la ragione stessa che non sono opera sua, che gli sono state
date dalla "buona via". Ne ha costatata così bene l'eccellenza che non le
avrebbe mai dimenticate, ci dice. E queste, in effetti, sono belle e serie; solamente che,
di primo acchito, le une sembrano un po' strane, un po' comuni le altre, e tutte
presentate senza metodo.
La prima è così formulata: "Se in presenza di un uomo
onesto gli assenti sono oltraggiati, l'uomo onesto diventa di diritto il loro
rappresentante".
La seconda: "Comportati bene; questo ti ammaestrerà di
più nella saggezza e nella morale di tutti i libri che ne trattano, in quanto la saggezza
e la morale sono cose attive", sembra offrire una specie di incoerenza chiedendo che
ci si comporti bene prima di aver imparato l'arte di ben comportarsi.
La terza cita: "Sarebbe un grande servizio reso agli
uomini vietare universalmente loro la parola, in quanto è attraverso questa via che
l'abominio li inebria e li inghiotte vivi".
La quarta sembra un dogma di amministrazione provvidenziale
più che un precetto di morale: "La strada della vita umana è disseminata di
tribolazioni che si susseguono di stazione in stazione, e dove ognuna non ci lascia che
dopo averci portati alla stazione seguente, per esservi aggiogata da una nuova
tribolazione".
L'ultima infine, è certo un precetto di condotta, ma di
condotta in alta misticità ed un po' al di sopra della portata del volgo: "Non
bisogna andare nel deserto, a meno che non sia lo spirito a spingerci, altrimenti non è
obbligato a difenderci dalle tentazioni"; vale a dire, non bisogna ritirarsi dal
mondo fin quando vi si tiene e non si è sotto la disciplina di uno spirito diverso da
quello del mondo.
A prima vista, queste cinque proposte, dove nessuna sembra
riferirsi ai principi, sono altrettanto improprie a guidare l'uomo delle regole
provvisorie di Cartesio, che hanno così scarsa portata tanto da sembrare strano di
riceverle da una tale bocca; ma, viste da vicino e prese nel loro autentico significato,
rivelano un pensatore tanto metodico quanto elevato.
Infatti, ecco come lui stesso ci insegna a tradurre il suo
piccolo codice:
1) - Tu sei uomo, non dimenticare mai che rappresenti la
dignità umana; rispetta e fanne sempre rispettare la nobiltà: è la tua missione più
naturale e la più alta sulla terra.
2) - E' in te, nella luce che brilla nel tuo essere,
immagine di Dio, non è nei libri, che non sono che le immagini dell'uomo, che si trova la
regola della tua vita.
3) - Veglia su questa luce, e non soffre se si dissipa in
vane parole. Chi vigila severamente sulla propria parola, vigila sul proprio pensiero; chi
vigila sul suo pensiero, vigila sui suoi affetti; e chi vigila in questo modo, amministra
bene la propria persona.
4) - Chi si amministra bene, si lascia condurre da Colui che
conduce tutto e che conduce la nostra anima purificandola nella sofferenza di quello che
ha di impuro, fortificandola nelle sue debolezze con l'esercizio di incessanti lotte,
spingendoci di stazione in stazione fin quando il percorso delle prove non sia compiuto.
5) - Ci fa trionfare nello stesso seno delle tentazioni e
attraverso loro; esse sono il più valido dei suoi mezzi in questo mondo dove si trovano
in presenza di due ordini di cose e due ordini di allettamenti. Soccombiamo alle seduzioni
del male quando seguiamo i nostri impulsi, che sono egoisti e sensuali; facciamo una
scelta diversa e siamo vincitori quando è lo Spirito divino a condurci.
Questo codice è essenzialmente mistico. Non ci si può
sbagliare, né sulla sua elevata portata, né sul valore che vi attribuisce il teosofo.
Molto diverso in questo da Cartesio, l'emulo di Rousseau ritorna senza tregua sulle regole
"che gli sono state date, che ha ricevute dalla buona via". Le mette in evidenza
sotto mille nuove forme e, sia per chiarirle, sia per imprimere loro il sigillo di una
incontestabile autorità, aggiunge la sua vita alla sua parola. Il suo celebre
compatriota, che amava citare come tale e come creatore di dottrine, non sviluppò le sue
massime di morale con altrettanta cura; in quanto, qualunque cosa pensi Cartesio stesso,
le tre règles pour s'assurer le contentement, che dà alla principessa Elisabeth nel
1645, non hanno che un solo punto in comune con le massime provvisorie del Discours de la
méthode. "Cercare di sapere ciò che si deve fare; fare ciò che vuole la ragione;
non desiderare i beni che non si possono avere", ecco quelle che raccomanda alla
principessa. "Conformarsi alle leggi, alla religione ed alle opinioni ricevute;
essere fermi nelle proprie risoluzioni, anche seguendo opinioni dubbie; cercare di vincere
se stessi piuttosto che la sorte", ecco quelle della Méthode, che apparve nel 1637.
E' concesso dirlo; primo, quei consigli si assomigliano un po'; secondo, sono dei luoghi
comuni ai quali il loro autore non ha mai potuto attribuire un serio valore. A provarlo,
è "che gli sembrava prudente allinearsi a
quelli coi quali amava vivere, benché tra i Persiani ed i Cinesi potrebbero essercene di
più sensati".
Non è possibile farsi una morale più comoda e nello stesso
tempo più modesta. Quella di Saint-Martin, al contrario, è molto elevata, e direi
volentieri molto ambiziosa. I mistici, che Maine de Biran segue su questo punto,
distinguono nella natura umana una triplice vita: la vita animale, la vita psichica, la
vita divina. E' a questa, che è lontana dal limitarsi alla morale sociale, all'opinione
dei benpensanti su ciò che è bene o male, che si riferisce Saint-Martin. Diciamolo, sta
qui la verità; in quanto per tutti è così, non è altrove per nessuno. Per lui, questa
morale celeste è la figlia legittima della sua metafisica. "Dove Dio c'è, deve
regnare. (Vedere il Tableau naturel). Ora, c'è ancor più nell'uomo di quanto non lo sia
nella natura. E' naturalmente anche in questa, e tutto quello che proviene da un Principio
superiore riflette quel principio, e ne offre l'immagine come uno specchio; ma il mondo
offre del suo principio un'immagine meno perfetta di quanto non faccia l'uomo. E con
grande fortuna per questo in quanto senza quello, non avendo ragione di essere, non
esisterebbe. La sua ragione di essere, è la sua missione di rivelare completamente il suo
principio. Tale è anche il suo privilegio. Contenendo Dio meglio di quanto non lo
contenga il mondo, non deve chiederlo a questo. Ed è per questo che nessun argomento
tratto dalla natura ha il potere di dimostrare Dio all'uomo. Così, di una dimostrazione
così esterna, l'uomo non sa che farsene; la migliore di tutte, la porta nel suo seno: è
l'impronta di Dio da cui è emanato".
In effetti Saint-Martin insegna, un po' come Malebranche,
che ha troppo l'aria di ignorare, la presenza o l'immanenza del pensiero divino nel
pensiero umano; ma non arriva, con il panteismo della Germania, fino all'identificazione
della coscienza divina con la coscienza umana. Ho già detto che Saint-Martin ha talvolta
degli stupefacenti punti d'incontro con Shelling, ma non si tratta di prestiti fatti
dall'uno dei pensatori contemporanei all'altro. Il teosofo francese avrebbe potuto
conoscere gli scritti pubblicati nel periodo panteista dal filosofo tedesco, in quanto
questo periodo coincideva con quello in cui Saint-Martin imparava il tedesco a Strasburgo,
ma queste parvenze di analogia si spiegano in altro modo: o dalle fonti comuni dove i due
pensatori hanno attinto, gli scritti di J. Boehme, per i quali Schelling finì con il
condividere l'entusiasmo di Saint-Martin, o per quella comunione di idee che forma, per
così dire, l'atmosfera spirituale di certe epoche dell'umanità.
Comunque sia, Saint-Martin non è panteista. Non ammette nel
pensiero umano che una presenza molto debole del pensiero divino e se è saggio non
lasciarsi portare altrove da artifizi di linguaggio, è anche qui saggio non lasciarsi
andare a goffaggini di stile. Saint-Martin ha di queste goffaggini, sono rare; e quando
vigila, distingue così bene tra i due pensieri, quello di Dio e quello dell'uomo, che
dice quello di Dio poco sensibile nell'uomo, e questi molto incline a cercarlo nel mondo
materiale. E la motivazione che ne dà, è che il rapporto primitivo tra Dio e l'uomo si
è alterato. E' tale questa alterazione, dice, che prendiamo volentieri il mondo materiale
per il solo reale. Tuttavia, il mondo spirituale non ci è completamente precluso.
Tutt'altro, perché l'armonia primitiva si ristabilisca tra Dio e l'uomo, non dobbiamo che
entrare nelle vie della rigenerazione che ci sono aperte dalla manifestazione della vita
divina nella persona di quello che, Figlio di Dio, è diventato il modello supremo
dell'umanità. Rendere la nostra vita conforme a questo modello e, relativamente a certe
opere, andare persino oltre in virtù di certi doni; in ogni caso, rientrare attraverso la
rinascita spirituale in possesso della nostra grandezza primitiva; ecco l'ideale morale a
cui ognuno deve aspirare. Ed ognuno può pervenirvi. Nonostante la sua caduta, la
grandezza che resta nell'uomo è attestata dal fatto che ha ancora uno spirito. Pertanto
non avrà che da rientrare nel suo normale rapporto con il suo principio per elevarsi in
alto, molto in alto: per vedere Dio spiritualmente e per rivedere la natura intera nella
giusta prospettiva. Ma non è tutto. Conoscere il proprio principio porta all'unione con
esso e l'unione conduce all'azione comune. E' inevitabile per l'uomo giungere a questo.
Per essere in grado di agire come il suo principio, non deve che desiderare, ottenere
attraverso i suoi desideri e le sue aspirazioni, che sono delle grandi forze, questo punto
essenziale, che la volontà divina - che è la potenza divina - si unisca alla sua
volontà. Ed essa lo farà ed egli parteciperà alle opere ed alle forze, se non agli
attributi supremi. Nella misura in cui la volontà divina opera nell'uomo, immagine di
Dio, egli è giustamente autorizzato a dire che questa volontà lo fa partecipare alla sua
potenza.
Sta tutta qui l'antropologia di Saint-Martin: l'uomo è come
un albero di cui Dio è la linfa e la vita.
Questa parola può essere discutibile ma è una di quelle
immagini che si annoverano tra le più ammirate tra i mistici. E' anche vero che la si
incontra presso alcuni autori fra i più inclini al panteismo. Sotto la penna di
Saint-Martin non è invero che una parola molto ambiziosa, e non rivela che un ideale
esagerato: vuole unirsi a Dio e lasciare il pensiero divino regnare nel suo, come
nell'alberello regna la linfa che lo vivifica. Ecco la sua metafora, fedele espressione
della metafisica, ma espressione innocente in quanto nonostante la grande ambizione che la
caratterizza, Saint-Martin vuole tanto poco essere Dio quanto, al contrario, essere di
Dio. Vuole essere uno dei suoi santi, niente più che una legittima aspirazione, poiché
deve essere quella di tutti.
Ma, in quanto a quella, la professa ad alta voce, la mette
in mostra. Teme di non essere che un semi-eletto, ma vuole essere un santo, e questo senza
passare da sciocco. "La gente crede che non si possa essere un santo senza essere uno
sciocco. Non sa, al contrario, che il solo e vero modo per non essere uno sciocco, è di
essere un santo" (Portr., 980). Solo il santo è nel vero; invece di dover cercare
Dio, senza peraltro la certezza di trovarlo, può star sicuro che è Dio che lo cerca , e
Lui, saprà trovarlo.
Saint-Martin ha avuto la fortuna di essere stato trovato ed
accolto. "Dio è geloso dell'uomo, dice: mi sono accorto che lo era di me come di
tutti i miei simili, e che aspettava, per fare un'alleanza completa con me, che avessi
rotto con tutti i rivali che occupavano ancora la mia anima, il mio cuore ed il mio
spirito".
Completiamo questo bel pensiero nel senso del nobile
pensatore.
Se Dio è geloso di noi, è che ci ha fatti per lui ed ha
bisogno di noi, non soltanto per essere amato, adorato e glorificato nell'universo, ma
anche e soprattutto per esservi aiutato da noi, aiutato nella realizzazione dei suoi
supremi disegni in quanto è poca cosa servire Dio, bisogna servire a Dio, avendoci scelti
per essere suoi strumenti. Noi siamo gli operai del suo pensiero nella porzione di mondo
dove ha stabilito la nostra dimora, ed in seno alle creature immortali che ci dà per
compagne.
"Sento sovente parlare tra la gente di servire Dio,
dice Saint-Martin, ma non vi sento mai parlare di servire a Dio; in quanto sono pochi a
sapere cosa significhi questo".
Ma come potrebbe servire a Dio?
Un modello ci è dato nella grande manifestazione del Figlio
di Dio; ma questa manifestazione non è unica? Senza dubbio, solo che, grazie ad essa,
l'identificazione della nostra volontà con quella di Dio e la nostra partecipazione alla
sua potenza sono così intime e così meravigliose che "ogni uomo, dalla venuta del
Cristo, può, nella dote che gli è propria, andare più lontano del Cristo".
(Portr., 1123).
In appoggio a questa dottrina, di un'arditezza troppo
evidente, Saint-Martin cita un testo sacro che non lo autorizza, ma che non discuto,
volendomi limitare a sottolineare la singolare idealità che il filosofo religioso vuole
realizzare nella sua vita. E' veramente troppo bella, la magnifica missione che
attribuisce all'uomo nell'universo, in quanto la pone meno vicino a Dio o al servizio di
Dio che con Dio.
Non è possibile andare oltre.
Ma come la vita dell'uomo ha seguito la concezione del
pensatore?
La sua moralità è stata all'unisono con la sua morale?
Capitolo XXIX
La realizzazione delle idee etiche di Saint-Martin. - Le
ombre della sua vita. - I suoi falsi culti.
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Per essere obiettivi apprezzando questa vita, bisogna
restare entro limiti ragionevoli e rimanere sul piano dell'umanità; e per capire
veramente un uomo che si lanciava così arditamente nel più alto e nel più lontano,
bisogna cominciare con il conoscerlo bene nella sua interezza, con le sue attitudini
naturali, con i suoi mezzi reali. Non vi è uomo che non abbia bisogno di essere
conosciuto dal suo giudice meglio di quanto non si conosca lui stesso.
In quanto a Saint-Martin bisogna soprattutto applicare alle
sue facoltà ed all'uso che ne ha fatto un diapason più temperato, più diminuito
rispetto a quello che si compiaceva di attribuirsi lui stesso. Esagerava i propri mezzi
come la sua opera, con delicatezza e con un senso scrupoloso dei suoi doveri, ma con un
raro compiacimento per l'elevatezza delle sue visioni e per l'importanza del suo ruolo.
Tuttavia, la moralità, quell'insieme di vittorie acquisite
a caro prezzo, si giudica come tutti i trionfi, non sulla grandezza dello scopo prescelto,
ma su quella dello scopo raggiunto e su quella delle difficoltà superate in rapporto ai
mezzi del vincitore. Anche l'argomento dei mezzi di Saint-Martin offre uno studio fra i
più curiosi. Dice lui stesso che la natura non gli aveva dato che un progetto di corpo.
Questa affermazione, accostata ad un'altra dove ci dice che suonava male il violino a
causa della debolezza del suo organismo, sembra indicare che la natura lo aveva trattato
sotto il profilo organico da vero maestro. Ma non è affatto così che vuole lo si
intenda. Saint-Martin, il cui aspetto era più che piacevole, vedeva nella sua
costituzione fisica, per quanto debole, un grande segno del favore divino. Non occorre che
ascoltarlo per capire la gioia o l'orgoglio che ne ricava: "La Divinità mi ha
rifiutato tanto astrale, dice, perché voleva essere la mia sola forza motrice, il mio
elemento ed il mio limite universale". (Portr., 24).
Non si è più felicemente strutturato, più moralmente
costituito di così; non si è chiamati più direttamente e più imperiosamente, sembra,
ad un alto grado di purezza. In quanto questa stessa costituzione indicava per quale
regione Saint-Martin era fatto, a quale ordine di idee e di aspirazioni era destinato, per
quale fine e per quali opere si trovava installato sulla terra. E' quanto il giovane
lettore dell'Art de se connaître soi-même intravide molto presto, così come la
consapevolezza della sua nascita privilegiata gli diede quanto prima quella di tutta la
sua dignità, e sentire la propria dignità, è sempre sentire per sé una vera stima.
Così, sin d'allora, e attraverso tutte le fasi della sua vita che si succedettero sempre
più mistiche e più ambiziose di elevata moralità, Saint-Martin non ebbe più che una
sola idea fissa ed uno scopo in questo mondo, quello di vincerlo in nome di un altro e di
appartenere interamente a quest'altro. "Mettere il mondo così come è diventato ai
suoi piedi, per dedicarsi alla più gloriosa conquista dell'uomo, il riappropriarsi della
sua grandezza primitiva, quel rapporto morale dell'uomo con Dio dove partecipiamo alla
potenza come alla volontà divine": Ecco la sua etica, così come gli è dettata
dalla sua metafisica. E sa mai un uomo è stato chiamato ad un alto livello di moralità dalle sue innate disposizioni e dalla sua
educazione, dai suoi principi etici e dalla sua dottrina speculativa, da tutta la sua
persona e da tutte le circostanze della sua vita, questo fu Claude de Saint-Martin.
Se dunque, per essere equi nell'apprezzarlo, bisogna restare
sul piano dell'umanità, sarebbe tuttavia non fargli cosa gradita nel non seguirlo anche
nelle sue trascendenze sovra-terrestri. Non applicargli che il giudizio comune, sarebbe
rifiutare di ammettere le credenziali, quelle che la Provvidenza, "dandogli un
semplice progetto di corpo e facendolo nascere con così poco astrale", gli aveva
rilasciate per un mondo superiore: nato uomo eccezionale, Saint-Martin reclama un esame
eccezionale.
Ma la sua gloria, che è meno nella sua dottrina di alta
misticità che nella sua vita di alta e mistica moralità, ne guadagnerà dalla
distinzione un po' ambiziosa che reclama in tutto ciò che dice sul suo conto? E,
attribuendogli delle esigenze troppo elevate, con corriamo il rischio di trovarlo al di
sotto della nostra venerazione?
Non lo temo. Non vi è mortale che sopporti costantemente
l'applicazione di un giudizio troppo lusinghiero, e Saint-Martin non fa eccezione alla
regola; ma se, seguendolo da vicino, non lo si trova sempre all'altezza ideale che ci si
è fatta di lui, non si rimpiange di avergliela accordata, e per finire ci si felicita per
averlo fatto costantemente e sinceramente.
Tale è il mio pensiero, e ne non ho esitato nel dettaglio,
non esiterò un istante neppure nel mio apprezzamento generale. E persino evidenzierò con
tanta più forza le ombre che si trovano in questa bella vita delle luci che ne
scaturiscono più eclatanti. In uno studio così interiore e così serio, analizzando
un'anima nello stesso tempo così energica e così tenera, sempre sincera, anche nei suoi
più grandi errori, non bisogna cercare che il vero. Cercare degli effetti, sarebbe creare
un falso Saint-Martin; ed un teosofo adulato, un mistico imbellettato e mielato sarebbe
intollerabile. L'immagine vera di questa vita è più bella con le ombre che la velano un
po', di quanto non lo sarebbe con una luce uniforme. E' tanto più bella in quanto più
istruttiva, ed è istruttiva soprattutto per le sue ombre.
Non allarmiamoci comunque per queste ombre; per quanto siano
forti, non tolgono nulla in quanto non degradano.
La prima di tutte, e quella che maggiormente bisogna
segnalare, come la grande fonte della maggior parte delle sue aberrazioni e dei suoi
sbagli, non è che un errore. E' la concezione stessa del suo ideale etico, è
l'esagerazione che vi apporta, è l'oscurità piena di illusioni che ne nasce nel suo
pensiero. E' grave. In quanto questa concezione-madre falsa la sua teoria su Dio,
sull'uomo, sul mondo, e sul bene stesso. Falsa il suo pensiero su Dio in quanto
sostituisce Dio nell'uomo all'uomo stesso. La falsa sull'uomo in quanto gli toglie la sua
linfa e la sua vita stesse per darle a Dio l'una e l'altra. La falsa sul mondo in quanto
confonde il mondo con il male (Portr., 651), di cui il mondo non è né l'autore, né
l'opera, nemmeno il teatro esclusivo, visto che il bene vi occupa un posto. E per finire
questo errore falsa il suo pensiero fin sul bene stesso, in quanto lo snatura
singolarmente, poiché sostituisce al bene la legge, ed all'amore del bene concepito in se
stesso l'amore della legge divina. Vale a dire che impone la sottomissione della volontà
umana ad un'altra volontà. Ebbene, questo comporta ed implica, che si sia d'accordo o
meno, l'abdicazione del libero arbitrio, che è l'unico fondamento di ogni moralità e la
sua sola possibile garanzia.
Non è certamente che con la sua concezione fondamentale il
pensatore mistico voglia scientemente abbassare l'uomo. Se lo priva così di ciò che fa
la sua gloria e la sua dignità, sacrificando la propria volontà a quella di Dio, è al
contrario che vuole elevarla troppo. Ecco cosa lo svia. Moralista sublime, ma sfortunato,
si perde come il suo più illustre contemporaneo, Kant. Solo che il teosofo ed il filosofo
peccano in senso contrario: l'uno sottomette la ragione ad una legge che non è la sua,
l'altro la fa contemporaneamente creatrice della sua e di quella dell'intero mondo morale.
Saint-Martin si abbandona ad una serie di errori non meno
gravi, si lascia cioè coinvolgere da tutto un insieme di falsi culti, tutti
fondamentalmente rispettabili, ma pieni di pericoli nel loro sviluppo eccessivo.
Il primo di questi falsi culti, è la sua esagerata
deferenza per due dei suoi maestri, idolatria che gli ispira il disprezzo per tutti gli
altri e della scienza stessa, cosa che altera persino l'ideale delle sue aspirazioni
etiche.
Saint-Martin, il filosofo come attestano le belle pagine dei
suoi scritti e la sua polemica con il suo professore di analisi, il pensatore originale
fatto per diffondere le più vive luci sui problemi dell'etica, come su quelli della
metafisica, doveva forse sbagliarsi su questo serio soggetto meno di ogni altro. Cristiano
piamente educato in quelle verità eterne che sono servite da guida e da giudici a tanti
spiriti altrove delusi, aveva il gusto e l'amore delle sacre Scritture. Non ci dice lui
stesso: "Tutti i miei scritti hanno lo scopo di provare che non potevamo avere una
qualche fiducia nelle nostre dottrine che nella misura in cui avevamo messo il nostro
spirito in albergo nelle sacre Scritture". Ma tutti quei privilegi, luci della
scienza, facoltà del suo spirito, indipendenza del suo pensiero, li abdica, talora nelle
mani di Martinez de Pasqualis, talaltra in quelle di Jacob Boehme, al punto di rompere
sovente nella stessa misura con l'autorità della ragione e con quella della rivelazione,
velando il suo sguardo, qui davanti ai
bagliori della teurgia, là davanti a quelli della teosofia, e cadendo così in quelle
esagerazioni di linguaggio panteista che colpiscono egualmente la sana teologia e la
filosofia un po' severa. Né le scienze esatte né le scienze naturali gli sono estranee;
ma professa per la scienza delle cose o dei rapporti terrestri una tale antipatia, che
assume gli accenti, ora del disprezzo, ora del fanatismo. Sin dalla sua gioventù si è
detto: "Correre appresso alla materia è masticare a vuoto. Ho visto le false scienze
del mondo, ed ho visto perché non può capire niente della verità: non mettono in gioco
che le facoltà inferiori. Per le scienze umane non occorre che dell'intelletto: non
richiedono anima; mentre per le scienze divine non serve intelletto, in quanto l'anima le
genera tutte". Cosa significa? Non c'è del divino che nell'anima? non ve n'è
nell'intelletto? Lo spirito non sarebbe immortale? solo l'anima lo sarebbe? Sulla bocca di
un teurgo che unisce Dio e l'uomo a tal punto che la creazione di quest'ultimo non è una
separazione, questa distinzione appare strana. Se la creazione dell'uomo non è una
separazione da Dio, perché dividere in modo così assoluto la scienza umana e la scienza
divina, assegnare l'una allo spirito e l'altra all'anima? Senza dubbio si può distinguere
l'anima dallo spirito, cioè dall'attività intellettuale del pensiero; è quanto fanno
tutti; ma l'intelletto o lo spirito è cosa diversa dall'anima pensante? Certamente no. Un
filosofo moderno che ha teorie di un'originalità tale da rasentare talvolta troppo da
vicino il materialismo, ma che non è materialista, associa questa attività
intellettuale, il pensiero o lo spirito, al suo organo il cervello, al punto da farli
vivere e morire insieme. Secondo lui, l'anima è il Divino che appare in noi quanto in
ogni parte dell'universo. Questo divino, unendosi alla nostra esistenza individuale,
agisce in noi e vi costituisce ciò che è eterno. E questo non appartiene né ad una
dottrina molto pura, né ad una dottrina molto solida, ma ha il merito di essere molto
schietto; soltanto che, se non è il panteismo, è una sfumatura di questa temibile
ipotesi che rinasce senza tregua sotto una forma o sotto un'altra; e se non voglio dire
che la teoria di Huschke sia stata quella di Saint-Martin, quantomeno mi sia concesso
citare quella del filosofo tedesco per dimostrare dove sfociano quelle speculazioni che la
ragione disapprova. Ciò che desidera Saint-Martin, è di far vedere il ruolo che gioca il
sentimento in materia di fede; è quanto ha così ben insegnato un ingegnoso pensatore di
Berlino, Schleiermacher. Ma se è lecito a tutti di distinguere lo spirito considerato
come intelligenza dall'anima presa come sentimento, nessuno può insinuare che l'anima da
sola senza l'intelligenza generi da se stessa le scienze divine. Separata dallo spirito
così definito, cioè dall'intelligenza, l'anima non genera alcuna scienza, e le scienze
divine meno di qualsiasi altra. La sola cosa vera, è che tutte le scienze non mettono in
gioco allo stesso grado le facoltà dell'anima, e che la religione ama incontrarne un
certo ordine che sviluppa, e che a loro volta la servono in modo meraviglioso. Sta qui il
privilegio di certe anime, ad esclusione di tutte le altre? No, in quanto se appare
evidente che nessuna anima umana genera da se stessa le scienze divine, appare anche
evidente che non vi è alcuno spirito umano che non sia fatto per coglierne gli elementi
essenziali. La giustizia, questa legge suprema delle cose divine ed umane, lo vuole; e se
ci fosse una sola intelligenza che, allo stato normale, fosse incapace di avere la sua
parte dell'eredità comune a tutti, vi sarebbe vizio organico nell'ordine morale del
mondo. Anche qui Saint-Martin si smarrisce. Invece di ammettere questa comunione di doni e
questa fraternità suprema di tutti gli uomini che
è insita nella natura stessa del loro essere, stabilisce dei privilegi; e, senza riguardo
per la rivelazione come per la ragione, lungi dal contentarsi con il più esigente degli
apostoli di un progresso che vada crescendo in noi fino a farci raggiungere la perfetta
statura del Cristo, ne sogna uno che vada anche oltre. Ebbene, ogni eccesso si vendica: se
lo scettico si inganna sterilizzando le sue reali facoltà, il mistico si perde
attribuendosene di immaginarie. Ed è così che il teosofo, in tutti i tempi, a furia di
esaltare i poteri dell'anima ed il suo rapporto primitivo con il suo principio, falsa la
natura dell'uomo, la sua grandezza e la sua dignità. A furia di disdegnare su queste
questioni fondamentali le luci della fede come quelle dello spirito, Saint-Martin abdica
insieme la scienza umana e la scienza divina a favore di una teoria chimerica.
E non è alla sua metafisica che terminano le sue
aberrazioni, esse toccano la sua morale stessa, vale a dire ciò che è più importante da
preservare da errore. Infatti, mirando troppo alto portandosi con uno slancio di
trascendenza temeraria al di sopra dell'orizzonte illuminato dalla scienza, Saint-Martin
altera lui stesso la purezza dell'ideale che aveva così generosamente stabilito alle sue
aspirazioni etiche: si tuffa in nubi dove il suo occhio non vede più con sufficiente
chiarezza.
Questa prima aberrazione diventa la madre di una serie di
altre e determina una direzione falsa alle sue opere come alle sue predilezioni; proietta
sulla sua vita delle ombre che destano stupore in un corso così puro, ed affliggono le
simpatie che ottengono ovunque. Costituiscono forse il maggiore interesse di tutto lo
studio sulla sua vita e, in ogni caso, lo speciale tormento della nostra.
Ma, se non vi è vita umana dove l'affinità delle virtù e
dei vizi e la facile nascita delle une dagli altri, si vedono meglio che in quella di
Saint-Martin, se ne trovano poche che siano più istruttive dal punto di vista del dominio
di sé, la più bella e più alta di tutte le lezioni che le varie generazioni che si
susseguono su questo globo siano chiamate a darsi le une alle altre. La scoperta degli
errori del nostro teosofo è facile, e niente è più evidente delle sue virtù. E'
vissuto sessant'anni ed è morto bambino. Tutta la sua vita è stata una rappresentazione;
tutti i suoi errori derivano da uno solo, e tutti non sono che un grande errore, dovuto a
quel disdegno per la scienza che ha sedotto il suo pensiero in nome della religione. Sono
peraltro gravi. Il disprezzo delle luci si vendica profondamente in un uomo di alta
meditazione, dotato di un così vivo ardore, di un amor proprio così ingenuo, di
un'immaginazione così potente.
In effetti, tutti gli errori di Saint-Martin derivano da uno
solo che, per quanto grave, non è che un colpo di sfortuna. Avido di istruzione ed avendo
inizialmente cercato nei migliori scritti, quelli di Abbadie, di Bacone, di Cartesio, i
principali tra i filosofi, viene improvvisamente trascinato in una associazione segreta
che lo pone su una strada opposta. Ed ormai non vuole più attingere la scienza dalle
opere o dalle parole degli uomini che la offrono a tutti; adorando il mistero, la cerca
presso coloro che la danno sotto titoli ambiziosi, sotto il velo ed il simbolo. Predilige
i sistemi, le dottrine, le opinioni che si celano. Agli occhi di uno spirito della più
lucida natura, è il loro merito di non essere accolte nel mondo. Da qui, nella sua anima
così retta ed elevata, così avida delle scienze divine e così particolarmente chiamata
a coltivarle, quella ricerca così affannosa di tutte le dottrine teosofiche o mistiche, e
quella deferenza così prolungata e così strana per delle operazioni teurgiche o magiche
alle quali partecipa a dispetto delle sue avversioni; da qui quegli studi sonnambolici e
magnetici che insegue a Lione, e di cui perora la causa contro Bailly e Franklin; da qui
quelle combinazioni di numeri e di geroglifici astrologici ai quali si dedica con tanta
ostinazione anche dopo l'età matura e fino alla vigilia della sua morte, a dispetto dello
scarso interesse dimostrato per gli analoghi lavori di Eckarthausen; da qui anche alcune
delle sue peregrinazioni che vela con tanta cura; da qui, ancora, nell'intelligenza
naturalmente così pura del pio filosofo, quel culto così idolatra per il mistagogo della
sua gioventù al quale, vent'anni dopo, attribuisce la sua entrata nelle verità
superiori, come se non avesse trovato alcuna di quelle verità nella religione dei suoi
padri; e da qui infine quel culto più idolatra per il filosofo teutonico di cui dice di
non essere degno di annodare i lacci delle scarpe, i cui scritti trascurati sono ai suoi
occhi la più grande condanna dell'umanità.
"In effetti, dice, l'uomo deve essere diventato pietra
o demonio per non aver approfittato più di quanto abbia fatto di questo tesoro inviato al
mondo ottant'anni fa". (Portr., 334).
Il culto per due iniziatori così diversi ne portò un terzo
molto biasimevole nell'uomo in generale ma più biasimevole in Saint-Martin che in ogni
altro. Dall'ammirazione per i suoi maestri, Saint-Martin, senza rendersene conto, passa a
quella del loro comune discepolo. La transizione non era che troppo facile. A forza di
vivere nell'intuizione mistica e nelle verità superiori, nelle cose dei loro profeti, si
finisce per venerare in se stessi uno dei suoi oracoli più fedeli; si finisce per avere,
forse meno per la propria persona che per il proprio pensiero, esattamente quella stessa
venerazione che si rimprovera al razionalista di avere per la propria ragione. Si critica
il culto di questa, che è fallibile, ma si professa con orgoglio la deferenza
legittimamente dovuta all'illuminazione divina: questa non potrebbe né ingannare né
ingannarsi. Saint-Martin, senza parlare del culto della propria persona e del privilegio
che si attribuisce nel bel mezzo degli eccessi del Terrore, "in cui nessuno poteva
raggiungere il luogo in cui si trovava, personalmente", Saint-Martin, occorre dirlo,
esagera l'idolatria del proprio pensiero al punto da offrirsi come modello di rara
ingenuità. Che si definisca, senza cerimonie, l'unico rappresentante, il Robinson della
spiritualità del suo tempo, passi (Portr., 458) ma che opponga seriamente la sua
autorità in fatto di filosofia o di dottrina a quella di tutti, questo non è
concepibile; questo non era bene né pensarlo né dirlo. Egli lo fa con un'ammirevole
semplicità.
Questo periodo, è vero, era quello degli ideologi e dei
sensualisti, di Destutt de Tracy e di Garat; dei materialisti e degli atei, di Sylvain
Maréchal e di Lamettrie: ma era anche l'epoca di Laharpe e di Châteaubriand; quella di
molti dei principi dello spiritualismo mistico, di Young-Stilling, di Eckarthausen, e
quella di Lavater stesso, di cui Saint-Martin riconosce le così eminenti qualità morali
e che non ottiene tuttavia da lui, in fin dei conti, un attestato altrettanto modesto di
Laharpe e Châteaubriand. "Era stato fatto per capire tutto, se avesse avuto delle
guide", dice.
Che dal suo punto di vista Saint-Martin manifestasse scarsa
considerazione per certe categorie di filosofi (Portr., 931) o di ministri della
religione, questo è comprensibile; ma che li condanni in massa, gli uni come gli altri,
(Portr., 340, 399), senza proporzionare il suo sdegno alla natura delle aberrazioni che
rimprovera loro, questo non si capisce. In generale, niente, nemmeno l'amore così ardente
che porta a Dio, sembra scusare la freddezza che affetta per tutti. Del mondo distingue
tre categorie: i pazzi, i bambini ed i malvagi. (Portr., 1012). Delle due leggi sacre:
Amerai il tuo Dio con tutta la tua anima, ed il prossimo tuo come te stesso,
sistematicamente non vuole accettare che la prima. "La mia anima dice talvolta a Dio:
Sii talmente mio, che non ci sia assolutamente che tu ad essere con me". (Portr.,
241). Dio, egli ritiene, non vuole che faccia amicizia con altri che con lui "per la
comunicazione e la fiducia". (Portr., 154). E con chi fare amicizia? "Gli
uomini, per Saint-Martin, sono quasi tutti allo stato di insetti racchiusi nel vischio o
nel lattice, ed in quei fossili trasparenti che si incontrano nella terra". (Portr.,
191). "Il mondo, non avendo inclinazione che per la cattiveria, non concepisce che si
possa essere buoni senza essere idioti". (Portr., 242).
Questa franca battuta non attesta, peraltro, la potenza e la
profondità di una reale benevolenza?
Saint-Martin sa rimproverarsi un poco di non aver amato come
avrebbe dovuto; ma sa "che è stato costretto a rendere gretto il suo cuore al punto
di dubitare di averne uno". D'altronde, come darlo a della gente " che non
l'avrebbe preso che per seppellirlo nella loro ignoranza, nelle loro debolezze e nelle
loro turpitudini"? (Portr., 313).
Per quanto possano essere giuste queste critiche, forse era
meglio confinarle nel proprio cuore; quantomeno, da parte di un'anima così delicata, si
è feriti, anche in nome del gusto, nel vedere che anche le donne sono comprese in questo
severo giudizio. "La materia della donna è anche più degenerata e più temibile di
quella dell'uomo", dice Saint-Martin. E si sente fortunato per il fatto che una voce
interiore gli dica, nel profondo al suo essere, che appartiene ad un luogo dove non ci
sono donne. (Portr., 468). La sua antipatia per questa "materia degenerata"
giunge fino all'epigramma: "Bisogna essere molto saggi per amare la donna che si
sposa, e molto temerari per sposare la donna che si ama".
Come si vede, tutto questo si dà per certo. A quella sorta
di culto per due maestri di cui esagera il merito, il sapere come il genio, ma che
considera come strumenti di Dio, attribuisce quella sorta di culto per il loro discepolo
che considera come un oggetto di predilezione da parte di Dio. Ed alla venerazione per la
propria persona e per il suo pensiero che lo
separa dal mondo intero, in particolare dalle donne da cui si sente così lontano, ma che
svolgono un così grande ruolo nella sua vita, corrisponde perfettamente il culto di
Saint-Martin per la sua missione.
Questa è molto alta: deve richiamare l'umanità diventata
pietra o demonio, per le sue deviazioni dalle verità superiori. Così è vicino, se non
è al di sopra, di uno dei più grandi profeti dell'ispirazione ebraica, che Saint-Martin
si vede condotto a mettere la sua opera. "Non è soltanto il Geremia di Gerusalemme,
è quello dell'universalità". (Portr., 979).
Saint-Martin ha, della sua influenza, la stessa opinione che
ha della sua missione. In un altro paragone, scopre con eguale schiettezza quella cattiva
piccola traditrice, quella amicizia per sé stesso che molti altri nascondono così male.
Châteaubriand, che la sa lunga, dice che "di tutte le vanità sarebbe la più
ridicola se non fosse la più stupida". Essa abbaglia Saint-Martin, al punto di
mettere tranquillamente l'effetto che aspetta dai suoi libri in contrapposizione con
quello che possono avere tutti gli altri. "Non ha scritto i suoi che per insegnare ai
suoi lettori di lasciare da parte tutti i libri". Se aggiunge, perfino i miei, questo
è di buon gusto, ma nulla cambia al giudizio. Poco importa, peraltro, che veda o non
veda, da vivo, l'effetto che si aspetta dai suoi scritti. "Il mio compito, dice, è
buono ed unico; non porterà tutti i suoi frutti che dopo la mia morte". (Portr.,
1135). l'effetto non gli riguarda, riguarda Dio. Se vi sono dei difetti nelle sue opere,
non è lui, è Dio che li ha voluti: è per sviare gli occhi dei profani. (Portr., 1116).
Normalmente, quelli che hanno lavorato al meglio, si
accorgono al termine della loro vita che il loro compito non è compiuto. Saint-Martin è
maggiormente favorito; il suo cammino lo ha percorso interamente. Lo dice con grande
disinvoltura: "Ciò che mi ha dato tanta gioia nel mio percorso - e la gioia è un
fattore benvenuto nella vita di un Geremia - è di percepire che, grazie a Dio, ero come
arrivato prima di partire, mentre ve ne sono molti che non sono partiti dopo essere
arrivati". (Portr., 1033).
Non vi è niente di più nobile nella vita di un uomo, di
questa elevazione al di sopra degli interessi volgari e delle preoccupazioni sociali che
gli permette di andare diritto allo scopo, di dedicare liberamente alle cose morali tutte
le facoltà della propria anima; ma arrivare troppo presto, è arrivare troppo facilmente
e forse dopo aver gettato le armi del combattimento. Nulla è più contrario ad un'alta
moralità di questo distacco, reale o fittizio, di questo disdegno mistico per le cose di
questo mondo, che non vuole occuparsi che di quelle dell'altro. La saggezza assegna a
queste ed a quelle il loro vero valore, e l'umana virtù consiste proprio nell'impegnarsi
nelle cose del tempo per elevarsi a quelle dell'eternità. Lungi dal chiedere
l'immolazione delle une alle altre, serve queste in nome di quelle. La partecipazione alle
cose superiori è in funzione della partecipazione alle cose inferiori. Ecco la vera
legge; ed in regola, chi arriva troppo presto arriva mal preparato.
Troviamo qui, in una vita santamente concepita, alcune ombre
da rilevare, e che sembrano compromettere l'idea di far passare Claude de Saint-Martin per
un modello di alta moralità. Tuttavia, se le aberrazioni sono in apparenza gravi,
quantomeno non sono numerose: in realtà si rifanno tutte ad una sola, e questa
aberrazione è anch'essa in origine generosa. E' la madre di molte altre che in fondo non
sono, come lei, che esasperazioni di virtù. Questo è tanto vero che, viste dall'alto,
queste esasperazioni disarmano il critico; e se le ombre che proiettano su questa bella
esistenza non scompaiono completamente per trasformarsi in luci, succede quantomeno che
diventano molto trasparenti. Unite alle luci che comprendono, ci lasciano vedere nella
persona del "Filosofo Incognito" un grado di moralità che non raggiunge la
perfezione divina, ma che aspira con ammirevole sincerità e con tutte le illusioni che
dà, a quella che si può sensatamente chiamare la perfezione umana.
Capitolo XXX
La retta teoria della perfezione umana. - Le luci nella vita
di Saint-Martin. - La sua umiltà. - La sua franchezza. - Il suo distacco. - La passione
di Dio. - La nostalgia. - La pace.
____________
Per giungere ad un corretto apprezzamento d'insieme della
vita di Saint-Martin, dobbiamo spiegarci chiaramente
su di un punto molto delicato, la maggiore e la più singolare di tutte le nostre
aberrazioni, intendo riferirmi ad una falsa concezione della morale e della moralità.
E' una concezione doppiamente falsa della scienza dei
costumi, come dimostrano chiaramente un fatto universale ed un principio incontestabile.
Ecco il fatto:
Per quanto completo possa essere un giorno lo sviluppo delle
nostre facoltà, e per quanto perfetto il loro impiego in seno all'umanità, non vi si
vedrà mai l'uomo, non vi si vedrà che degli uomini, delle individualità infinitamente
varie, esprimenti ovunque un numero illimitato di sfumature, di cui nessuna rappresenterà
la perfezione, cioè lo stato di armonia perfetta con la legge prescritta all'umanità.
Abbiamo qui una delle più grandi meraviglie, ma anche uno
dei maggiori enigmi della vita.
Infatti, questo equivale alla dimostrazione
dell'impossibilità per la nostra moralità di raggiungere un giorno la morale nella sua
corsa, o di camminare di concerto con essa. Ebbene, una morale che non è fatta per essere
raggiunta e che ha tuttavia la pretesa di essere obbligatoria, non è essenzialmente una
concezione falsa?
Ecco ora il principio: la colpa è in funzione, non della
sola volontà, ma anche dei mezzi.
Ebbene, anche sotto questo punto di vista, la nostra morale,
così com'è normalmente concepita, sembra essere un grande errore, un errore in apparenza
senza dubbio ammirevole, ma in fondo altrettanto inammissibile per la nostra specie di
quanto è ambiziosa da parte sua.
Infatti, la specie umana si crede costretta in modo assoluto
ad una legge assoluta, che è quella dell'universo, per il fatto che non può esservene
che una, ma che, applicabile nella sua completezza agli esseri più privilegiati, non lo
è a tutti gli altri che in rapporto ai loro mezzi. Ebbene, l'insufficienza dei nostri
mezzi è dimostrata dall'impossibilità di osservare l'intera legge, e la sproporzione
delle facoltà di realizzazione con le nostre facoltà di concezione è certa.
Apparterebbe dunque contemporaneamente al nostro
dovere concepire l'idealità ed alla nostra ragione rassegnarci a rimanere al di qua? Se
è glorioso aspirare più in alto, è insensato pretendere di giungervi: nessun essere
deve voler uscire dal proprio ambito e pretendere la completa osservanza di una norma che
non è fatta per lui che in senso ristretto. Ebbene, vi sono buone ragioni per ammettere
che non siamo gli esseri morali più perfetti, e che ve ne sono di superiori all'uomo
nell'immensità dell'universo. E allora, quegli stessi esseri privilegiati non essendo
tenuti che alla legge universale, poiché non ve n'è un'altra, come mai noi, che siamo
loro inferiori, vi saremmo tenuti allo stesso grado? La colpa, nell'intero mondo morale,
essendo proporzionata ai mezzi - ed il contrario implicherebbe - come mai quella che grava
su di noi dovrebbe essere, da sola, un'eccezione e sarebbe superiore alle nostre forze?
Tale è tuttavia la pretesa della nostra morale.
E non è ancora il suo errore più grande in quanto, nelle
sue esagerazioni, non si limita ad assimilarci soltanto agli esseri superiori, ci
prescrive la perfezione divina. Ora volere, sotto qualunque punto di vista, eguagliare
l'uomo a Dio, è evidentemente confondere il finito con l'infinito.
Così stando le cose, si può legittimamente concludere:
1) - Che troppo a lungo la morale umana è stata utopistica?
2) - Che, non avendo mai potuto essere realmente praticata o
raggiunta dalla moralità nel suo volo ambizioso e nelle sue pure idealità, non potendo
esserlo in nessun tempo da nessun uomo, è venuto il momento per l'umanità di rinunciare
alle sue aspirazioni icariane?
3) - Che deve darsi finalmente delle teorie fatte a sua
misura o proporzionate ai suoi mezzi?
4) - Che a partire dal giorno in cui lo avrà fatto, o la
morale collettiva sarà eguale alla nostra morale, oppure ognuno di noi si sentirà
seriamente responsabile della differenza che la sua potrà presentare riguardo a quella
che è fatta per tutti?
Non lo penso, in quanto se è la verità stessa che parla
nei fatti e nelle considerazioni che abbiamo indicato per quanto concerne il grado di
perfezione che è bene esigere dall'uomo, non è più per niente lei che parla nelle
conclusioni che si pretende ricavare. Al contrario, invece di abbassare la morale, bisogna
accordarla con la moralità che ci è possibile conseguire, elevare cioè questa al
livello della morale concepita nei limiti concessi alle nostre facoltà e che, anche per
questo, esse indicano come volontariamente essere conseguite e come doverosamente esserlo.
Indubbiamente la perfezione di un essere finito non è per
niente quella dell'Essere infinito. Vi è una perfezione assoluta ed una perfezione
relativa. Nessuno di noi può, senza estrema incoerenza, aspirare a quella, né senza una
vile abdicazione rinunciare a questa; ma la perfezione relativa o umana è esigibile da
ognuno. Qualunque sia l'invalicabile distanza tra il finito e l'infinito, vi sono nel
mondo morale tre verità fondamentali che lo costituiscono e che sono delle evidenze: la
prima, è che c'è una legge; la seconda che non può non esservene che una; la terza, è
che, nella santità dell'Essere infinito, la moralità di tutti gli altri trova il suo
modello supremo. Ecco ciò che la ragione vuole, poiché ci dice che Dio è il Bene, e
ciò che la rivelazione, che è la ragione suprema, esige quando ci dice: Siate perfetti
come Dio stesso è perfetto. Certo, questo non significa, siate uguali a Dio; ma
significa: Dato che siete fatti ad immagine di Dio, prendete la sua immagine per modello
della vostra propria perfezione. E in effetti, la natura umana ha il suo modello nella
perfezione assoluta, ma ha la propria perfezione. Non è né quella di Dio né quella
degli angeli, è sui generis, è umana; ed in virtù della natura umana e dei suoi mezzi
è molto compatibile con delle qualità che possono essere imperfezioni reali dal punto di
vista dell'assoluto. Agli occhi della morale, l'uomo è perfetto da quando con luci anche
imperfette e mezzi limitati, in seno ad una civiltà deficitaria, ha fatto quello che ha
potuto. E nessuno, nemmeno l'utopista, ha il diritto di esigere da lui ciò che né Dio
né la ragione esigono, l'impossibile.
E' forse perché gli utopisti, chiedendo l'impossibile, ci
sviano, che il possibile non è praticato. Saint-Martin, ad esempio, non ha mancato la
perfezione umana, così come l'abbiamo definita, che per aver voluto la perfezione divina.
Sotto questo punto di vista pratico, il nostro giudizio sulla moralità del celebre
mistico sarà tutt'altro in quanto tutti gli errori che abbiamo evidenziato nella sua vita
derivano da un semplice errore dell'intelletto, da una concezione incompleta dell'ideale
etico. E questa è nata a sua volta dalla falsa direzione che il giovanotto ha lui stesso
impresso ai suoi studi a causa delle sue prevenzioni sulla scienza. La scienza dei
filosofi gli appare sospetta; non può dargli la verità di cui è avido, e volendola a
tutti i costi, la chiede, a ventidue anni, alla teosofia. Credendosi, attraverso essa, in
possesso di una scienza divina, quella scienza umana di cui si vanta di aver rigettato
molto presto le spiegazioni, non ottiene più che il suo compatimento, il suo sdegno.
Questa aberrazione, e quelle che ne scaturiscono, sono
gravi. Il disprezzo per le luci razionali, che sono le nostre guide più personali e le
più legittime, si punisce severamente nell'esistenza speculativa o pratica dell'anima; e
dobbiamo riconoscere questa vendetta suprema nel destino del filosofo. Avremmo torto nel
volerci dissimulare questo errore per una sorta di culto per Saint-Martin e le sue
inclinazioni. Se i nostri giudizi sono spesso severi per l'incredulità e l'ateismo, che
sospettiamo facilmente tradire la morale, non dimostriamoci aperti alla superstizione ed
alla credulità. Questi eccessi sono altrettanto pregni di violenta intolleranza e di
esclusiva barbarie gli uni quanto gli altri. Ma accreditiamo al giovane luogotenente di
fanteria il serio impegno che profonde nella ricerca delle cose superiori, ed onoriamo la
sollecita consacrazione di tutte le sue facoltà a questa grande ricerca.
Riconosciamogli soprattutto la buona volontà con cui ben
presto si allontana dalla teurgia e dalla magia, dalle operazioni e dai misteri delle
società segrete meno degne di incatenarlo; l'energica indipendenza con la quale passa
alla meditazione ed allo studio di opere ancora troppo mistiche, è vero, ma perlomeno
conosciute e confessabili. Oh! senza dubbio, vorremmo ancor più che invece di andare
soltanto da Martinez e da Swedenborg a Jacob Boehme, fosse ritornato a Cartesio ed a
Bacone, suoi primi amici, o almeno a Malebranche ed a Fénelon, guide più sicure di
quelle che cercò così lontano, e che avrebbero meglio continuato in lui l'opera iniziata
in collegio con Abbadie; ma non esigiamo da un mistico di non essere più se stesso, e non
neghiamo le serie attrattive che presentano l'elevazione e la profondità delle
speculazioni teologiche o cosmologiche di Boehme. Malgrado tutti gli errori di scienza e
di ragionamento, tutte le oscurità di pensiero e le stranezze di stile in cui le sue
speculazioni sono avviluppate, queste piacciono ancora ai giorni nostri alle più grandi
scuole della Germania, a quelle di Schelling, di Baader e di Feuerbach, vale a dire alle
più indipendenti che si possano concepire. E poiché uno dei più eruditi dei tre
filosofi che abbiamo appena citati, de Baader, arriva nel suo entusiasmo per il teosofo di
Goerlitz fino a commentare a sua volta gli scritti di Saint-Martin che lo commenta, il
teosofo di Amboise deve essere giustificato, anche agli occhi dei più delicati, per
essersi fatto traduttore di Boehme. Aggiungiamo, per i più difficili, che nella
situazione in cui si trovavano allora le nostre scuole e le nostre dottrine, un dogmatismo
così pieno di visioni originali ed invitanti a profonde meditazioni appariva tra noi come
una potenza salutare. Quando si considerano tutti i sacrifici che si impose il nobile
traduttore per poter stampare il suo lavoro nonostante i suoi modesti mezzi, non si
potrebbe sufficientemente ammirare questa rara dedizione ad una causa trascurata; e, lungi
dal contestarlo, è un merito reale da parte di Saint-Martin di averci offerto, in una
versione quantomeno più lucida dell'originale, le brillanti speculazioni del più grande
dei mistici moderni. La sua traduzione, è vero, non ebbe un gran successo; ma il successo
non conta, la moralità è altrove, e la prova che Boehme tradotto attirò l'attenzione di
alcuni dei nostri maestri in filosofia è nei testi di Maine de Biran, che è un genere di
moralità religiosa a sua volta, e che non esitò ad ammettere l'idea fondamentale della
tripla vita che Boehme distingue nella sua mistica antropologia.
Si può discutere da un punto di vista morale il culto
eccessivo che Saint-Martin professa per il mistico tedesco. E' quel rapporto così
esclusivo e così intimo con il celebre interprete dell'intuizione mistica, unito a quello
che Saint-Martin intratteneva lui stesso con il mondo in cui si trasportava, ad ispirargli
una sorta di culto per il suo pensiero. Umanamente parlando, si deve quantomeno tacciare
di orgoglio fuori misura l'apprezzamento che ne fa, o il sentimento che nutre a questo
proposito. Ma l'origine stessa di questo sentimento, di cui non abbiamo velato
l'inopportuno splendore, è fatta per spiegarci la vera natura, e per dare un senso molto
più dolce e più puro alle esagerazioni in apparenza così strane che abbiamo sentite da
parte del pio mistico.
Qual è a questo proposito la reale disposizione della sua
anima?
A sentire i suoi accenti lirici, ha ricevuto delle grazie
superiori e visto delle verità sublimi a tal punto da esserne umiliato e confuso davanti
a Dio.
Lungi dall'inorgoglirlo, questi divini favori pesano dunque
sul suo pensiero, ed al pensiero della responsabilità che gli impongono, preferirebbe
seppellirsi nell'amore di Dio piuttosto che portare il peso della sua giustizia. Non dice
lui stesso che, spesso, nel suo sentimento di rispetto per le sante verità che aveva
ricevuto, avrebbe preferito passare per un uomo vizioso invece di essere preso per un
essere giunto a quell'alto rango? (Portr., 603).
I favori divini, li afferma e li adora, ma non se ne
inorgoglisce. Ascoltiamolo; è strano ma è sincero: "Salomone dice di aver tutto
visto sotto il sole. Potrei citare qualcuno che non mentirebbe affatto qualora dicesse di
aver visto qualcosa in più, cioè quello che vi è al di sopra del sole e ciò che
qualcuno lassù è lontano dal glorificarsene".
La gloria di Saint-Martin, se bisogna usare questo termine
profano, non ha veramente niente in comune con la fama, con il lustro che deriva da quei
lavori che si possono chiamare le creazioni del genio. Assume, nella sua opinione, un
posto a parte: vi è un deposito sacro di grandi idee, di verità supreme ed una missione
straordinaria. Ma non è lui ad essere qualcosa, o che crea qualcosa; niente gli
appartiene e l'unico sentimento che gli convenga, "è di prosternarsi, dice, per
vergogna e riconoscenza per la mano misericordiosa che lo colma delle sue grazie e delle
sue misericordie, malgrado le sue ingratitudini e le sue indegnità".
Ecco il suo orgoglio.
Saint-Martin è peraltro cosciente del torto che ha avuto ad
esprimersi come talvolta ha fatto. E' consapevole che la gente ignora la sua umiltà e non
sospetta la confusione che prova in fondo al suo animo,
ma non se ne preoccupa. Le sue parole, piene di santa gratitudine, non possono
ingannare che persone che non conoscono nulla dei segreti dell'anima né del suo stato.
"Le stesse persone sono spesso disgustate dal mio
orgoglio, e nell'ammirazione della mia modestia, dice, ciò che sento è più bello del
mio orgoglio".
Appare evidente a tutti che l'uomo che si sentiva a tal
punto straniero sulla terra tanto da trovarvisi spiazzato, non poteva volervi ostentare il
fasto della sua importanza personale; e Saint-Martin è in buona fede quando ci dice che
la principale delle sue esigenze era di persuadere gli altri che non era che un povero
peccatore.
Tuttavia, se il suo orgoglio non è che un riconoscimento,
la sua dichiarazione usa parole stupefacenti e forme tutte sue. E' una posa. Quantomeno
aggiunge alle parole povero peccatore questo: "per me Dio aveva delle gentilezze
infinite". E' questo che prova il favorito. Ma è superiore a questi fatti;
Saint-Martin esercitava realmente nella vita quel genere di umiltà che professa, e
secondo tradizioni alle quali devo la più sincera deferenza, ne portava l'impronta su
tutta la sua persona. Fu questa inalterabile umiltà ad ispirare la più grande
ammirazione nella scettica amica a cui offrì il bel ritratto di cui ho parlato. Tuttavia
c'era in questo atteggiamento così modesto un qualcosa che richiamava "la spada nel
fianco" di Enrico IV; ma questa spada non era in lui che l'entusiasta riconoscenza
per le comunicazioni divine di cui si sentiva onorato: la sua umiltà pativa della sua
esaltazione mistica. Peraltro non occorrono testimonianze esterne a questo proposito
quando un uomo retto come lui scrive questo: "Senza il mio grande progetto, avrei
potuto diventare ancora più inutile e più cattivo degli altri uomini, essendo nato molto
più debole". (Portr., 666).
Chi fra noi direbbe di sé nelle sue memorie o nel suo
ritratto queste parole: "ancora più inutile e più cattivo?"
Questa severità per la propria persona, tanto più grande
in quanto ha della sua missione la più alta opinione, è anche ciò che getta una luce
più vera sulla sua severità per gli altri: non è freddezza
che gli ispirano, è una profonda compassione, una caritatevole tenerezza, attestata da
tutte le amarezze di un santo dolore. Quando il suo rigore si abbatte sugli uomini, non è
l'individuo ma l'umanità che strapazza. La sua penna sbaglia quando declama contro il
mondo. Non distingue le varie accezioni di questa parola. Il mondo che considera, è
quello che è sinonimo di male. E' il mondo del demonio, non è la società che
Saint-Martin odia. Il suo vero pensiero si rivela, malgrado la confusione dei termini, in
questa confessione: "Aborrisco lo spirito del mondo, e tuttavia amo il mondo e la
società". (Portr., 776).
Il mondo o la società che soprattutto ama, è il gran
mondo, è la società elegante, è quella amabile e spirituale compagnia che viene
chiamata la buona. Quando la buona compagnia è spiritualista, è la sua famiglia. Il
mondo che aborrisce è, come dice, lo spirito del mondo, vale a dire lo spirito umano
assorbito a tal punto nelle cose mondane o terrestri, che è inaccessibile agli altri; è,
in breve, quel deprimente insieme di tendenze e di aspirazioni egoiste, di vizi e di
passioni, quel tessuto di interessi e di godimenti volgari al quale il Vangelo dà per
capo l'emblema del vizio assoluto, il principe del mondo. Questo tipo di mondo,
Saint-Martin non solo lo aborrisce con tutta l'indignazione della sua bella anima, ma gli
è estraneo, lo ignora. Cosa che è ancora più piacevole che odiarlo.
Tuttavia questo ignorare, se lo rimprovera; gli ha impedito
di combattere degli uomini come avrebbe dovuto fare. "Se gli scritti ispirati dalla
mia tenerezza per gli uomini hanno dato così pochi frutti, è che ho conosciuto troppo
poco il loro modo di essere e la noncuranza in cui si lasciano stagnare".
In seguito conobbe meglio gli uomini, li trattò più
rudemente ed immaginò che ne fosse odiato: "Non c'è da stupirsi, dice, che il mio
mestiere di spazzino del tempio della verità mi abbia sollevato contro
l'immondizia". Le parole sono pungenti ed un po' ingiuste. Saint-Martin non ha mai
conosciuto né ispirato che avversioni astratte. Mai il suo pubblico, poco numeroso e
molto mistico, fu suo nemico. Si rimprovera una sorta di guerra generale che avrebbe fatto
a tutto il mondo. Sbaglia. Poiché era un riformatore, doveva pur esercitarne il mestiere.
La guerra che ha veramente fatto è la gloria della sua vita, attraverso i sentimenti che
gliela dettarono e le armi che vi impiegò. Qual è il mortale un po' eminente, filosofo,
moralista, pubblicista, o molto semplicemente onest'uomo, per il quale la vita non è
stata una guerra?
Inoltre, quella che il tenero mistico crede di aver fatto a
suo tempo non sarebbe stata che troppo legittima. Ma Saint-Martin stesso, forse in un
momento di disincanto, ci dice come stavano le cose: "Non ho che un solo lavoro da
svolgere nel mondo, quello di piangere". Ecco il ruolo al quale realmente si
rassegnava. Ma piangere non è combattere, e la sua opera non era bellicosa quanto
credesse. Ciò che era reale, era il suo dolore spirituale: è così che chiama la sua
grande compassione per gli uomini; ma c'è qui un sentimento tenero e dolce piuttosto che
violento ed amaro. E' una delle glorie della sua vita, in quanto ai suoi occhi è il più
vero ed il più prezioso dei tesori che Dio gli abbia donato. Pertanto voleva farlo valere
con tutti i mezzi, cosa che necessariamente presentava delle difficoltà. Ma se dovette
subire in questo lavoro "molte interruzioni, privazioni e persino tribolazioni",
come dice, non si trova tuttavia sul suo percorso nessuna di quelle vive polemiche che
sono come le naturali compagne di un grande talento, né alcuna di quelle infiammate
animosità che talvolta un carattere forte solleva. Se pianse molto, questo derivava dalla
sua costituzione molto delicata e molto femminile, quanto forse dalla sua missione.
D'altronde, quello che non ci dice, e lo apprezzo, è che
nessuno sulla terra ha assaporato più di lui i piaceri dell'amicizia e delle sue più
vive tenerezze. Pertanto non si scoraggiò che per momenti, avendo in Dio un potente
ausiliario: "La mia opera ha la sua base ed il suo corso nel divino", dice.
Aggiunge, in verità, che è come "un uomo caduto in mare", ma "tiene in
mano una corda attaccata al vascello, e sente che quanto prima vi risale, qualunque sia il
sommovimento dei flutti che lo inondano e quello delle onde che, sopra la sua testa,
minacciano di inghiottirlo". (Portr., 362).
Si è talvolta rimproverato a Saint-Martin di non avere un
corso ben definito in un epoca che richiedeva maggiore dedizione. Si è avuto doppiamente
torto. E' molto vero che la sua vita non offre una eclatante partecipazione ai grandi
dibattiti del suo tempo, alle grandi crisi del suo paese; ma innanzitutto teneva con tutte
le forze della sua anima ai quesiti attuali, a quelli che furono posti dalle corporazioni
erudite, a quelli che sollevarono gli avvenimenti del tempo; perseguiva poi senza tregua
la sua opera speciale, così come la concepiva in virtù di tutti i suoi principi.
La rigenerazione di tutti quelli che ci stanno intorno, come
la propria, ecco, secondo lui, l'opera dell'uomo. (Portr., 795).
Era la sua. (Portr., 353). E nessuno vi fu mai più fedele.
Vero teosofo, Saint-Martin non ha eluso né le domande, né
i suoi naturali avversari, né il mondo; ma bisogna dire che a tutto questo non dava molto
peso per principio. Tutte le sue passioni umane, le ha subordinate alle sue passioni
divine. (Portr., 31).
Tuttavia, nessuno sa amare gli uomini meglio di lui, né
moralmente né più intimamente. E' uno dei suoi crucci costanti di essersi mosso male
all'inizio per far loro prendere le vie giuste. (Portr., 613).
Richiediamo oggi e diamo nelle nostre relazioni con gli
uomini, una grande ampiezza. Questo ci riesce agevole con delle convinzioni a tal punto
addolcite, che se ne abbiamo ancora di forti, non vi apparirebbe affatto. Non era diverso
quando vi appariva molto. Ebbene, Saint-Martin era al nostro livello: seppe amare gli
uomini distinti di tutte le tendenze. Agli inizi dell'ultimo secolo si proclamava un po'
di tolleranza; la si praticava un po' verso la fine; ma che cos'è la tolleranza in quanto
fa Saint-Martin? Cattolico molto pio, non dice nemmeno una parola sulle sfumature che
differenziano le comunità cristiane; nella sua vita, come negli scritti, non vi sono che
due categorie di uomini: quelli che vogliono appartenere a Dio e quelli che non lo
vogliono.
I primi sono fratelli suoi, a qualunque nazione
appartengano; i secondi suoi nemici, qualunque nome portino. Ecco la sua teoria. Ma
ricerca Lalande e Voltaire. Proclama Rousseau molto migliore di lui. Ama tutti quelli che
incontra. E che affetti i suoi! L'amicizia è per lui di origine e di filiazione celeste,
è la comunione spirituale nata dalla "congiunzione individuale con Dio".
(Portr., 1137).
Ho indicato tra le ombre della sua vita le sue predilezioni
femminili. Non voglio dissipare quest'ombra in quanto si proietta sulla vita dei grandi
mistici di ogni tempo e di tutti i paesi, generata e spiegata ovunque dalla natura stessa
delle sante aspirazioni che riempiono la loro anima. Ma, per essere giusti nei confronti
di Saint-Martin, voglio costatare che se le sue nobili e sante amiche occupano un grande
posto nella sua vita, i suoi amici non ne occupano uno minore.
L'eguaglianza è proclamata in questa confidenza tutta
estatica: "Vi sono due persone, di cui una è una donna, alla cui presenza ho sentito
che Dio mi amava". (Portr., 7). Se una era una donna, l'altra era un uomo.
In linea generale, non pretendo di cancellare tutte le ombre
di questa vita. Per restare nel vero, bisogna lasciarvi quelle che il teosofo non ha
tolto; ma per rimanere nel vero, bisogna scartare quelle che un ingiusto pregiudizio vi ha
gettato. Si possono trovare d'altronde sufficienti luci perché tutte le ombre vengano
addolcite.
La moralità è il buon governo di se stessi, ed il mezzo
più sicuro per ben governarsi, è conoscersi
bene. Questo implica l'arte di osservarsi costantemente e di giudicarsi rettamente, di non
transigere, di nulla tollerare in sé che non sia rivolto alla vita, alla purezza ed
all'energia volute.
Questa arte completa, superiore a qualunque altra cosa possa
occupare la mente umana, Saint-Martin la praticava con una sincerità ed una costanza
degne di ammirazione. Osservatore profondo ed acuto, amava il bene e si rimproverava gli
errori, non per piangerli - cosa lodevole ma che non bisogna prolungare, in quanto non è
che un inizio - ma per non più ricadervi, ciò che rappresenta il riscatto ed il trionfo.
Per questo trionfo, Saint-Martin prende la via buona per ottenerlo. Per essere ben
governato, si dona a Dio, e si lascia governare da lui a tal punto che non è più l'uomo
che vive in Dio, ma Dio che vive nell'uomo. "Non trionfa che quello, dice, a cui Dio
dà la virtù e l'intuizione delle cose divine, e la cui virtù è condizione preliminare.
Notiamo la collocazione data alla virtù. Il moralista
razionale aspira a vincere il mondo; il moralista mistico ad essere vinto da Dio;
Saint-Martin confessa con sublime candore che ha avuto il coraggio di farsi vincere.
"Ho detto talvolta a Dio: Combatti contro di me, come
l'angelo contro Giacobbe, fin quando ti abbia benedetto". (Portr., 955).
Chi non percepisce che questo è il grido di un'anima
sincera, seria e realmente avanzata?
Una volta sottomesso e perfettamente vinto al governo del
suo divin Maestro, alla sua disciplina, Saint-Martin fu tutto suo, e si trovò così bene
che osò dire, con strana confidenza: "Ho detto talvolta che Dio era la mia passione;
avrei potuto dire, più giustamente, che io ero la sua". Questo grido di gioia, che
sarebbe una bestemmia se l'anima fosse in sé, non è che una di quelle sante temerarietà
che l'unione mistica autorizza. Seguiamola ancora un momento, in quanto non ne coglieremmo
il vero carattere se non andassimo fino in fondo. Egli aggiunge alle parole: "Ero io
ad essere la sua, queste altre: per le cure assidue che mi ha prodigate, e per la sua
pertinace benevolenza per me malgrado tutte le mie ingratitudini; in quanto se mi avesse
trattato come meritavo, non mi avrebbe neppure guardato". (Portr., 901).
Ed ecco un argomento che ben giustifica agli occhi di
Saint-Martin la convinzione che è Dio a condurre i suoi affari.
Un apostolo eminente ci ha lasciato questa testimonianza che
spesso non ha fatto il bene, ma fatto il male che non voleva. Saint-Martin, più
fortunato, loda Dio del contrario. "In quanto è una verità, dice, che la sua bontà
è stata talvolta così grande nei miei confronti dal farmi fare il bene quando volevo il
male". (Portr., 784).
Questo grado di perfezione non è comune, credo, nemmeno
nell'alta misticità, e credo che vi siano poche parole che caratterizzino l'autentica
moralità di Saint-Martin meglio di quelle che ci dice.
Bisogna aggiungere a questi tratti generali che la sua vita
offre ad un livello che non compare in tutti i secoli, le virtù singolari che fluiscono
come da sole, pure e vive, da una fonte così purificata e vivificata, da un'anima tutta
consacrata a Dio, e le cui belle facoltà, le grandi aspirazioni, disciplinate e
sottomesse all'azione divina, mirano tutte allo stesso scopo. Nulla di più imponente e
nello stesso tempo di più soave della vita un uomo così animato da una sorta di
irradiazione divina: tutto vi è temperanza e moderazione, calma e serenità; la vigilanza
è senza sforzo ed il raccoglimento pieno di dolcezze; l'austerità più seria non esclude
la gaiezza, talvolta anche canzonatoria e spesso epigrammatica; la parola, sempre
originale, spesso eloquente, serve costantemente sia la stessa causa che gli affetti ed il
pensiero; il pensiero, estraneo ai volgari interessi ed ai comuni pregiudizi, sempre alto,
esce facilmente sublime; gli affetti intimi, teneri e devoti, si concentrano tutti in uno
solo, che è supremo e li assorbe tutti; i pregiudizi di casta e le prevenzioni di
religione non trovano maggior accesso degli intrighi dell'ambizione o delle passioni del
disordine; l'entusiasmo che regna sempre non può esso stesso turbare quella pace costante
che l'opinione relega spesso nel paese delle chimere della filosofia. In poche parole, il
ritratto di Saint-Martin che ho sotto agli occhi mi sembra garantire, come la sua vita ed
i suoi scritti, la fedeltà di questo schizzo.
Una simile pace è rara come una simile vita; non tocca in
sorte, a questo livello, ai più religiosi contemporanei del filosofo, a quelli che il mio
pensiero ha spesso avvicinato a lui. Sotto questo aspetto, li ha sorpassati tutti. Se
aspirano, pure loro, allo stesso livello di fede o di certezza con tutti i lumi dati
all'umanità, nessuno di loro è pervenuto alla stessa sicurezza.
La sua sicurezza non è un inno di giubilazione, ma è un
vero Te Deum della pace.
"Mi sono sentito talmente nato per la pace e per la
felicità, ed ho avuto così frequenti esperienze che mi si aveva, già in questo mondo,
come attorniato di un ambiente tranquillo, che ho avuto la presunzione di credere che in
qualunque luogo avessi abitato, non mi sarebbero mai capitati né grandi turbamenti né
grandi disgrazie. Questo si è verificato per me non soltanto in svariate epoche della mia
gioventù, ma anche nell'età matura, nel corso delle rivoluzioni della Francia. Scrivo
questo nell'anno IV della libertà, il 25 luglio 1792. Sino ad ora, non sono stato
protagonista di alcuno dei disastri che hanno desolato la mia patria in quella
circostanza, pur non avendo voluto lasciare il regno, nonostante gli inviti che mi sono
stati fatti, in particolare da madame de Rosenberg, che voleva portarmi con lei a Venezia.
Ho attraversato inoltre per tre volte quasi tutto il regno durante quei periodi di
disordini, e la pace è stata presente ovunque mi trovassi (eccettuata l'avventura del
Campo di Marzo dell'estate del 1791, durante la quale mi trovavo a Parigi). Tutto questo
mi fa credere che, senza considerarmi come un parafulmine per il mio paese, questo sarà
comunque preservato da grandi mali e da disastri assoluti finché lo abiterò; non, come
ho appena detto che mi ritenga un parafulmine, ma perché credo che si voglia preservare
me stesso, considerato che si sa quanto la pace mi sia cara, e quanto desideri
l'avanzamento del regno del mio Dio".
Ciò che dava a Saint-Martin una pace così completa, era il
completo distacco da se stesso. Non si rimetteva che a Dio. E Dio, ci dice, aveva cura
della sua anima; "poteva prenderla quando gli fosse piaciuto, e questo non domani, ma
subito". (Portr., 821).
Non si può essere così pronti senza esserlo quasi troppo. Saint-Martin aveva nostalgia, ciò che è troppo anche in un
mistico, a tal punto che la visione della natura più bella, decorata da tutte le
attrattive e piena di raccoglimento, quella di Aunay ad esempio, gli procurava "dei
pianti come la vista del nuovo tempio ne procurava agli anziani di Israele che avevano
conosciuto il vecchio". (Portr., 1106).
Come non piangere dall'essere lontani da Dio, quando l'anima
è a tal punto unita a Dio e Dio unito all'anima che "non potrebbe rigettare senza
rigettare lui stesso?" (Portr., 232, 290).
Saint-Martin riteneva seriamente che Dio non poteva che
riceverlo bene, poiché, a conti fatti, avrebbe ancora trovato in lui di che consolarsi.
(Portr., 799).
La frase, diciamolo pure, sarebbe irriverente, sarebbe
intollerabile su un'altra bocca. E' perfettamente capita e molto sensata in quella di
Saint-Martin. Ma non leggetela malamente mettendo
accontentare al posto di consolare; infatti non ha la pretesa di accontentare Dio; ma ha
la certezza che, nonostante tutti i dolori che la sua vita ha potuto causare al suo divino
Maestro che ha pianto su Gerusalemme, resterà nondimeno in lui di che consolare le sue
paterne amarezze riguardo a tutte le infedeltà del suo figliolo.
Ecco, in sovrappiù, la traduzione fedele e regolare che
Saint-Martin fa lui stesso dell'espressione a prima vista così ardita dei suoi sentimenti
e delle sue speranze supreme:
"Il 18 gennaio 1803 completa la mia sessantina e mi
apre un nuovo mondo. Le mie speranze spirituali non vanno che accrescendosi, avanzo verso
i grandi godimenti... che devono mettere la corona alle gioie di cui la mia esistenza è
stata come costantemente accompagnata in questo mondo". (Portr., 1092).
Così la morte deve mettere la corona alle sue gioie!
Fortunato mortale, il mondo non è dunque stato per te la valle di lacrime dei poeti e dei
predicatori! I tuoi pianti sono stati di gioia. Sei stato spesso il Geremia delle lacrime,
mai quello della desolazione.
E questo fatto,
nulla di più fortunato che la vita di Saint-Martin, che poté felicitarsi verso la sua
fine di "non avere mai avuto che un solo pensiero, che un solo attaccamento, da cui
tutti gli altri ricevevano la loro autorizzazione ad esistere"; e che si applicava
letteralmente quelle belle parole: "A chiunque abbandona per me padre o madre, o
casa, ecc., gli sarà reso dieci volte tanto". Saint-Martin, ospite della duchessa di
Bourbon ed amico del principe di Montbarey, apportava alla promessa divina soltanto questa
spirituale variante, "che invece delle case lasciate per il servizio di Dio, gli era
stato concesso di abitare palazzi".
Bibliografia:
I) Des Erreurs e de la Vérité, ou les Hommes rappelés au
principe universel de la science, di un Ph.
Inc., 2 parti. Edimburgo, 1775. In-8.
Ristampato con lo stesso titolo, luogo e data, con una
Tavola delle materie dove si è omesso di cambiare la numerazione delle pagine fatta per
una delle prime edizioni. 8 t. in-8.
Tradotto in tedesco da Math. Claudius, con una buona
prefazione. Breslau, 1782.
Un antagonista di Saint-Martin ha pubblicato: Seguito del
libro degli errori e della Verità, di un Ph. Inc. Salmonopolis, 1784; un altro ha scritto
una Chiave degli Errori, ecc., sotto lo pseudonimo fabbro sconosciuto. E' una confutazione
di cui non si può dire che sia caduta nel dimenticatoio; non era stata notata.
II) Le Livre rouge. Molto raro, pressoché introvabile.
Tutti affermano che non è di Saint-Martin. Lui stesso dice il contrario.
III) Tableau naturel des rapports qui existent entre Dieu,
l'Homme et l'univers, di un Ph. Inc. 2 parti in 1 vol. in-8. Edimburgo, 1782. (Lione).
Tradotto in tedesco da un anonimo. Reval e Leipz., 1783 e
1785.
IV) L'Homme de désir, dell'autore degli Errori e della
Verità. Lione, 1790. In-8.
Risulta da una lettera di Salzmann a Herbort che è a
Strasburgo e sotto la direzione di Salzmann, che la prima edizione di quest'opera è stata
stampata. E' stata venduta a Lione presso Sulpice Grabit.
Una nota di fu Petillet, distinto libraio a Losanna, dice
che quest'opera è stata sovente ristampata. Apparve a Metz. 1812. 8 vol. in-12.
Tradotto in tedesco da Wagner. Leipzig, 1813. 2 vol.
V) Ecce Homo. Parigi, 1792. In-8. Stamperia del Cercle
social, rue du Théâtre-Français.
VI) Le Nouvel Homme. Parigi, 1792. Presso i direttori della
stamperia del Cercle social.
VII) Lettre à un ami,
ou Considérations philosophiques et religieuses sur la révolution française Parigi,
1796. (83 pagine). Presso Louvet,
Palais-Egalité.
Tradotto in tedesco da Varnhagen von Ense. Carlsruhe, 1818.
Varnhagen ha tradotto anche una scelta dei Pensieri di
Saint-Martin, che ha pubblicato con delle riflessioni.
VIII) Eclair sur l'Association humaine, dell'autore del
libro degli Erreurs et de la Vérité. Parigi, 1797. In-8. Presso
Marais, cours des Fontaines, au Palais-Royal.
IX) Le Crocodile ou la Guerre du Bien et du Mal, arrivée
sous le règne de Louis XV, poema epico-magico in 102 canti. Parigi, 1798. In-8. Stamperia
del Cercle social.
X) Riflessioni di un osservatore sull'argomento proposto
dall'Istituto: Quelles sont les Institutions
les plus propres à fonder la morale d'un peuple? Parigi, 1798.
XI) De l'influence des signes sur la pensée. (Inserito
inizialmente ne Le Crocodile). Parigi, 1799. 2a ediz., 1801.
XII) L'Esprit des
choses ou Coup d'il philosophique sur la nature des Etres et sur l'objet de leur
existence. Parigi, 1800. 2 vol. in-8. Presso
Debray, libraio al Palais-Egalité; e Fayolle, libraio, rue Honoré, presso il tempio del
Génie.
Tradotto in tedesco da Schubert. Leipz., 1811. 2 vol. in-12.
XIII) Le Ministère de l'Homme-Esprit. Parigi, 1802. In-8.
Tradotto in tedesco da Lutterbeck. Munster, 1845.
Altra traduzione di un anonimo sotto questo titolo: Der
Dienst des Geist-menschen. Munster, 1845.
XIV) Numerosi piccoli opuscoli:
Le cimitière d'Amboise, 16 pagine in-8. Parigi, 1801.
Le siècle nouveau ou l'Espoir des amis de la vérité, 4
pagine.
Réveil religieux, strofe e cantiche, ecc.
Union de Dieu et de l'homme; Avènement spirituel du Verbe,
discorsi pronunciati in un'assemblea religiosa il 2 febbraio 1798: 16 pagine.
Lettre au citoyen Garat, pubblicata nel t. III del Recueil
des séances de l'Ecole normale. 3 vol. in-8. Parigi, 1801.
XV) Traduzioni delle opere di J. Boehme.
1. L'aurore naissante ou la Racine de la philosophie, de
l'astrologie e de la théologie, opera tradotta dal tedesco, dall'edizione di Amsterdam
del 1682. 2 t. in-8. Parigi, 1800.
Des Trois Principes de l'Essence divine ou de l'Eternel
Engendrement sans origine de l'homme, d'où il a été créé et pour quelle fin. Tradotto
dall'edizione di Amsterdam del 1682.
Parigi, 1802, 2 vol. in-8.
Opere postume.
I) Traduzione delle Opere di J. Boehme:
1)
Quarante Questions sur l'origine, l'être, la nature et la propriété de l'âme, suivies
des Six Points. Parigi, 1807. 1 vol. in-8.
2) De la Triple vie de l'homme selon le mystère des trois principes de la
manifestation divine. Parigi, 1809. 1 vol. in-8.
II) Oeuvres posthumes
de Louis-Claude de Saint-Martin. Tours, 1807.
2 vol. in-8.
III) Traité des Nombres (litografato in cento esemplari),
da M.L(éon) Ch(auvin) nel 1844. Stampato
a cura di M. Schauer, con una prefazione di Matter, e munito di un ritratto inedito tratto
dallo studio di quest'ultimo.
Opere inedite.
I) Correspondance de
Saint-Martin avec Kirchberger, baron de Liebisdorf, des années 1792 à 1799. In tutto 131 Lettere che si trovano: quelle di Saint-Martin,
nelle mani di M. Bury, che le ha ricevute dagli eredi o dagli amici della famiglia del
patrizio di Berna; e quelle di Kirchberger, nelle mani del conte di O., che le ha avute
dagli eredi di M. Léon Chauvin a cui le aveva lasciate Gilbert, l'amico di Saint-Martin.
Esistono, di questa corrispondenza, diverse copie, di cui
due molto complete, a Losanna.
E' da quella di M. A. Tourguenief che Moreau ha
pubblicato un certo numero di quelle Lettere che ci hanno fornito, per il nostro lavoro,
il materiale più ricco, ma di cui la maggior parte necessiterebbe di un commento.
II) La corrispondenza di famiglia, che si compone di 63
lettere, e che è nelle mani di Tournyer, come molti scritti inediti.
III) Diversi Trattati inediti sulle conferenze di
Saint-Martin e del conte di Hauterive, a Lione; sull'astrologia, sul magnetismo e la
medianità, sui segni e le idee, sul principio e l'origine delle forme, sulle sacre
Scritture, ecc., ecc.
Opere progettate.
1) Le Nouveau Tobie, poema.
2) Una tragedia. (Portr., 316).
[1]
"ne
ho fatto la conoscenza". Conosceva la signora di Lusignan dal suo arrivo a Parigi,
dove venne poco dopo aver lasciato il suo reggimento a Lilles. Ho rivisto il manoscritto.
Vi sono delle parole cancellate e delle parole illeggibili, che il mio copista ha
decifrato quanto meglio ha potuto, ma che bisogna lasciare come sono, indecifrabili. Non
è la signora di Lusignan che ha contratto un secondo matrimonio e che ha sposato Nion, è
una persona di cui non si legge il nome. Al posto di Nion, leggete Mion. La signora di
Lusignan è emigrata con suo marito, che è morto di sifilide ritornando con lei da
Lubecca.