SAINT – MARTIN

Il Filosofo Incognito

Jacques Matter

(a cura di Rino Follien)

La sua vita ed i suoi scritti

Il suo maestro Martinez ed i loro gruppi

 

  

Louis Claude de Saint-Martin

Detto il Filosofo Incognito

 

 

da documenti inediti di Jacques Matter

Consigliere onorario dell’Università di Francia

Già Ispettore Generale delle Biblioteche Pubbliche, ecc.

Parigi 1862

 

Traduzioni di Rino Follien

Aosta 1997

 

PREFAZIONE

 

 

Dopo i brillanti apprezzamenti su Saint-Martin di Chateaubriand e Madame de Stahl, di J. de Maistre e di Cousin, nulla occorre aggiungere sull'importanza del ruolo avuto dal "Filosofo Incognito" nella storia del pensiero alla fine del secolo scorso ed all'inizio del nostro.

Se fosse rimasto ancora qualche dubbio, il dotto commento di De Baader, le considerazioni critiche di Moreau, l'eloquente tesi di Caro ed il delizioso profilo di Sainte-Beuve l'avrebbe sicuramente risolto.

Ciononostante, Saint-Martin non ha ancora avuto nella storia della letteratura moderna il posto che gli spetta, e si può affermare senza esagerazione, è rimasto per il mondo come si è autodefinito: il Filosofo Incognito.

Senza dubbio la sua dottrina è esposta nei suoi numerosi volumi, ma non lo è interamente, c'è dell'altro; e non lo è neppure chiaramente, c'è di più.

Alcuni dei suoi scritti, recentemente pubblicati, ed altri ancora inediti (ndt: siamo nel 1862), sono indecifrati, se non indecifrabili; e, nella sua corrispondenza intima, si percepisce ovunque l'esistenza di particolari della dottrina riservati, anche nei confronti del più avanzato dei suoi discepoli.

Ciò che rimaneva totalmente oscuro finora, erano le origini reali della dottrina di Saint-Martin, e ciò che era impossibile stabilire era il punto di demarcazione tra il suo insegnamento e quello del suo maestro Martinez de Pasqualis, di cui non una sola pagina era conosciuta ai profani.

Si ignorava dunque, circa in eguale misura, i primi passi e gli ultimi risultati di tutto quel vasto insieme di speculazioni, le une di pura filosofia, le altre di morale e di politica, altre ancora di misticismo e di teosofia, speculazioni che un po' ambiziosamente per Saint-Martin, si potrebbe chiamare il suo sistema.

La vita del personaggio era velata come i misteri del suo pensiero. Non avevamo che l'edizione mutilata del "Portrait", l'enfatico elogio di Tourlet ed il commento un po' più sviluppato e temperato di Gence: le informazioni raccolte dal Caro e quelle che Saint-Beuve pubblicò nelle sue belle pagine dedicate al teosofo secondo il manoscritto autografo del "Portrait", ne richiedevano di più complete.

Ebbene, se la dottrina di Saint-Martin, che politicamente non è una semplice teocrazia, né filosoficamente un semplice misticismo, ma che è un'autentica teosofia per quanto attiene le cose divine ed umane, può offrire, oggi, un interesse del tutto speciale, ciò è ancor più vero per la sua vita.

Altri nostri contemporanei - in quanto Saint-Martin è del nostro secolo e dei nostri - hanno svolto indubbiamente nell'insegnamento, nello Stato ed in ogni tipo di carriera, un ruolo ben più considerevole, più eclatante e più facile da testimoniare di quello di un semplice ufficiale di fanteria, di un semplice allievo delle scuole "normali", autore e caposcuola, senza dubbio, ma più rivolto nella direzione spirituale, per sua natura poco apprezzata, che in altre. Ma dal punto di vista degli ideali e delle aspirazioni morali non conosco, per quanto in alto lo cerchi, un comportamento di vita superiore al suo, per quanto non scevro da manchevolezze.

Aggiungerò che proprio questo mi ha spronato in questo lavoro e mi è parso maggiormente meritare un po' di attenzione; è questa esistenza così pura e serena nel mezzo di tanti sconvolgimenti, così distaccata dagli imperiosi interessi del tempo; quando intorno a lui ogni cosa è, o passione, o violenza, o persecuzione, o paura, Saint-Martin è calmo, amabile, sicuro, disinteressato: il saggio in persona. E lo è, non per sua natura ma per volontà e ragione.

Ecco cosa mi ha avvinto; e cosa mi ha fatto ritenere che qualche pagina su Saint-Martin poteva essere gradita e di qualche utilità.

Vi sono delle ragioni speciali se ho scritto queste pagine. Per un raro colpo di fortuna mi sono trovato tra le mani, durante un viaggio all'estero, i due piccoli volumi manoscritti del trattato di Martinez, "De la Réintégration", di cui non conosco che due esemplari, uno in Francia, l'altro nella Svizzera francese. Ho potuto quindi confrontare le due migliori copie esistenti di questa reliquia, diventata così rara.

L'attuale proprietario dei manoscritti di Saint-Martin, legati da questi a Gilbert, da Gilbert a Chauvin, è un mio amico che, acquistatili recentemente, molto gentilmente li ha messi a mia disposizione.

Ho potuto inoltre consultare due copie della famosa corrispondenza, per lo più ancora inedita, di Saint-Martin con l'erudito patrizio di Berna. Ed ho potuto aggiungere a queste lettere così istruttive, quelle, anch'esse inedite, del conte di Divonne che mi ha messo in comunicazione con il barone De Stenglin, oltre a quelle di Maubach e di Madame De Boecklin, la più celebre tra le amiche di Saint-Martin, e che mi hanno messo in comunicazione con le persone della Svizzera e della Francia che le possiedono.

Senza essere propriamente del gruppo di Saint-Martin, se ne era formato uno, in Svizzera, attorno al suo amico di Berna, il barone De Liebisdorf, gruppo composto principalmente dal Consigliere d'Eckartshausen, dalla signorina Lavater e dalla signorina Sarazin; poi un altro in Germania, attorno a Young-Stilling, dove spiccava, dopo il granduca regnante, di cui era l'amico, la baronessa De Krudener, la cui vita ebbe fasi così alterne. Ho letto le lettere dell'uno e dell'altro di questi due gruppi, ed ho trovato nelle notevoli comunicazioni fra gli stessi, la corrispondenza più illuminante al riguardo di Saint-Martin: si tratta di quella di Young-Stilling e di Salzmann, che è in mio possesso.

E per finire, Taschereau ha, con squisita e rara cortesia, messo a mia disposizione una copia del manoscritto autografo del "Portrait" che possiede e vi ho attinto a piene mani.

Ma se ho potuto, grazie a questi aiuti, redigere una biografia piuttosto completa di un eminente pensatore, mi è sovente occorso di incontrare ancor più enigmi e nuove zone d'ombra di quante ne riuscii a dissipare di vecchie. Alle più vive espressioni della mia riconoscenza per i ricchi contributi che mi sono stati gentilmente dati, devo aggiungere un accorato appello a tutti coloro che hanno qualche notizia sui numerosi ed importanti personaggi con cui Saint-Martin ha avuto rapporti: per onorare la sua memoria e nell'interesse della scienza, li prego di volermene far parte presso il mio editore.

Non vi è aggiunta o rettifica che non sia pronto ad accogliere con la massima gratitudine, concedendomi di approfittarne con tutta l'indipendenza che ho messo nel giudizio sia della dottrina che della vita dell'eminente pensatore.

                                                                                                                                             Matter

Parigi, 1° maggio 1862.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo I

   

L'infanzia di Saint-Martin - Il collegio - Le prime letture edificanti - La scuola di diritto - Le prime letture di filosofia - La Magistratura a Tours - Le prevenzioni

__________

 

Il destino dell'albero non è interamente nella natura o nel suolo che occupa; è anche nel clima che lo avviluppa e nell'atmosfera che respira; è anche ed essenzialmente, nella maniera in cui è stato piantato e come è formato. Lo stesso dicasi del destino dell'uomo.

Quello di Saint-Martin, essenzialmente dovuto alla sua natura delicata ed al suo fragile organismo, fu modificato dalla sua iniziale educazione e profondamente influenzato dalle sue prime letture.

Nato il 18 gennaio 1743 da una pia famiglia di Amboise, Louis-Claude de Saint-Martin fu allevato dal padre con la severità educativa propria del tempo; da sua suocera - essendo la madre morta poco dopo averlo dato alla luce - con attenzioni e tenerezze la cui impressione fu decisiva per tutti i suoi affetti e che gli fecero amare Dio e gli uomini in un modo singolarmente tenero; questi ricordi influenzarono il filosofo in tutte le fasi della sua vita: sempre una donna santamente amata vi svolge un ruolo.

Con il cuore così disposto ed intriso d'amore, ricevette dalle prime letture fatte un'impronta e delle tendenze ancora più decisive, più interiori e più mistiche. Il libro di Abbadie, "L'Art de se connaitre soi-meme", (L'Arte di conoscere se stesso), l'iniziò a quell'insieme di studi di sé e di meditazioni sul modello divino di ogni perfezione che divenne lo scopo della sua vita.

I dettagli sull'infanzia e gli anni di collegio del futuro teosofo non ci sono noti. Nelle Memorie o Note autobiografiche sulla sua vita che ha intitolato "Mon portrait historique et philosophique", egli stesso non ci fornisce che una sorta di leggenda sul suo sviluppo fisico. Ha cambiato pelle sette volte a balia, ci dice. Ma né il fatto in sé, né il numero sacro che usa devono essere presi alla lettera. Il pensiero che ha dettato l'uno e l'altra si svela in queste parole: "Non so se è a questo fatto che devo l'avere così poco astrale". E' un pensiero molto delicato, ma tuttavia molto privilegiato, che ci vuole indicare attraverso questo cambiamento di pelle rinnovato per sette volte. E tale era in effetti costituzionalmente; lo vedremo tra breve, come il senso della parola astrale o siderale, parola che predilige nel suo stile mistico, ma che non è di sua coniazione, che attinge dai suoi maestri più cari.

Dal Collegio passò alla scuola di diritto, quella di Orléans, suppongo, che non nomina mai. Su questo periodo discreto e sugli studi che vi fece non conosciamo che un fatto: "più che alle regole della giurisprudenza - che detestava - si dedicò ai fondamenti naturali della giustizia". Ce lo dice uno dei suoi biografi, il Gence, e ciò è comprensibile, data l'epoca. E Saint-Martin, senza volerlo, ci rivela il segreto delle sue antipatie, che condividerà d'altronde con numerosi altri studenti del tempo che preferivano sognare sui banchi di scuola ai futuri splendori del poeta, del guerriero, dello scrittore, del filosofo o dell'uomo di Stato piuttosto che applicare la loro attenzione nelle scienze austere. La scienza austera non è, dopotutto, seppur nelle sue forme più ributtanti, - ammesso che meritino questo epiteto - se non quella delle leggi morali del mondo, vale a dire delle basi naturali della giustizia. Ma lo strumento attraverso il quale le parole accademiche talvolta la presentano, può farla misconoscere da giovani un po' viziati dall'educazione ricevuta o dalle letture fatte. Saint-Martin era fra questi. Egli stesso afferma che, sin dall'età di diciotto anni, aveva letto i filosofi di moda. Ecco perché si capiscono chiaramente le sue antipatie di studente. Intorno al 1760, gli scrittori in voga si chiamavano Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Avvezzi ad ascoltare sulle leggi e sui costumi maestri di quella levatura, è più che naturale che si ascoltassero con una certa freddezza semplici professori di giurisprudenza. Da parte di Saint-Martin è ancora più spiegabile avendo egli preso, sin dal collegio, il gusto alle letture filosofiche. E' infatti evidente che un uomo che ha letto, a diciotto anni, i filosofi in voga, ne avesse iniziato la lettura sin da molto giovane. Saint-Martin, abbordandoli, era non solo molto giovane ma sicuramente troppo giovane. Ce lo dimostra quanto dirà più tardi: un pensatore così profondo e così lucido come lui non sparla dei filosofi senza averli letti con la propria immaginazione piuttosto che con la ragione.

Basterebbe questo per spiegare un certo allontanamento dallo studio della giurisprudenza nell'epoca in cui  lo Spirito delle leggi di un grande scrittore faceva trascurare la lettera del Codice e le tradizioni degli Usi, e in un'epoca in cui si preferiva prendere il volo su questioni di alta politica che seguire quietamente una mera soluzione di diritto. A queste, un'altra ragione veniva ad aggiungersi nella vita di Saint-Martin: era lo scarso interesse di un ragazzo di estrazione militare per la toga di magistrato che gli si voleva affibbiare.

Infatti suo padre desiderava vivamente che entrasse in magistratura, carriera per niente gradita al giovane studente. Ciononostante, con rispetto filiale, Saint-Martin ultimò i suoi studi e si fece accreditare come avvocato del Re nella sede di Tours. La sua tesi di ammissione, come egli stesso racconta, non fu molto brillante. Vi versò un cappello pieno di lacrime, ci dice; ci dà così un'idea generale del suo modo di esprimersi e del suo stile troppo ricco di figure molto azzardate. Il modo in cui esplicò le sue funzioni per sei mesi confermò purtroppo questi inizi. Il tutto lo umiliò a tal punto che sollecitò vivamente il permesso di abbandonare una carriera che avrebbe potuto fare un protetto del Duca di Choiseul ad ottenere, dandosi un po' da fare, la successione di uno zio Consigliere di Stato. La sua insistenza era legittima. "Non ho mai capito, in questi sei mesi, - ci dice - chi, in una causa passata in giudicato, aveva vinto o perso il processo, e ciò dopo aver ascoltato patrocini, deliberazioni e pronunciamenti del presidente".

Siamo qui di fronte a della poesia più che alla realtà storica, ma anche questo attesta che Saint-Martin non aveva ambizioni di carriera, i suoi interessi erano altrove.

Dove erano rivolti i suoi interessi?

Intraprese la carriera militare; ma non fu per raggiungere una posizione di rilievo o per distinguersi in modo eclatante. Detestava la guerra in nome di tutti i suoi principi. Si lasciò nominare ufficiale per continuare i suoi studi preferiti: la religione e la filosofia. Conosceva in modo ancora parziale entrambe queste due scienze superiori. I loro testi fondamentali, che non ha mai molto approfondito; la loro storia, dove un giorno avrebbe occupato, senza saperlo, un posto, li ignorava malgrado le sue letture. Ma ne misurava la portata e ne subiva il fascino. Aspirava alle loro austere bellezze, ma più per gli slanci della sua devozione che per quelli del suo talento; svolge peraltro nei loro testi un ruolo considerevole più per l'arditezza delle sue soluzioni che per il lustro delle sue scoperte. Ciononostante nessuno contesta né la potenza della sua ragione, né la purezza dei suoi intendimenti. Un intrecciarsi di forza e di debolezza, oserei dire di audacia e d'insufficienza, crea, nello stesso tempo, l'imperfezione della sua dottrina e la gloria della sua vita. In quanto nessuno, con studi meno intensi e meno estesi, ha mai affrontato i problemi con maggiore energia e offerto soluzioni con maggiore buonafede; aggiungerei anche autorità, poiché la buonafede ne conferisce una grande.

Il suo punto di partenza in filosofia deve essere ben puntualizzato. Nulla di più istruttivo. Prova diffidenza per la filosofia. Aveva sette anni quando Palissot fece rappresentare la sua commedia. "Philosophes", e ci si chiede se il pensiero di questa triste e violenta incriminazione, pensiero allora molto apprezzato in certi ambienti, non sia riuscito a dominare il suo con una qualche influenza. Parla dei grandi uomini del suo tempo con ammirazione sincera, e desiderava vivamente conoscere Voltaire, Rousseau soprattutto; ma, in generale, le dottrine degli scrittori che il diciottesimo secolo qualificava come filosofi, l'irritano o gli ispirano sdegno. Considerava anche molto poco quelle scienze così positive, e ordinariamente così esatte in virtù dei loro metodi, che gli spiriti più severi per la filosofia speculativa omettono di censurare. Era l'effetto di uno spiritualismo eccessivo. Non capisce, dice, come gli uomini che conoscono le dolcezze della ragione e dello spirito possano occuparsi per un momento della materia.

Come si può vedere, ciò che allarma la sua anima tenera e devota, non è lo studio serio, è il grossolano culto della materia, sono le dottrine materialiste del tempo. Queste lo riempiono di indignazione; lo appassionano allo spiritualismo sotto ogni forma. E questa passione generosa, unita alle sante impressioni della sua giovinezza, decide della sua vera carriera, di quella che segue come un fuoco interiore in seno a quella delle armi.

Lo vedremo inizialmente approfittare del tempo libero che questa gli lascia per fare studi più costanti su tutte le cose che gli interessano, poi consacrarsi interamente a ciò che ben presto chiamerà le "sue cose".

Capitolo II

   

La carriera militare - La guarnigione di Bordeaux - L'Iniziazione alla scuola di Martinez de Pasquallys - La dottrina segreta di Martinez - Il suo trattato inedito - La caduta e la reintegrazione - Le operazioni teurgiche e l'utilizzo degli spiriti superiori - Una discussione tra Martinez e Saint-Martin - Apprezzamento degli Illuminati di Francia di Joseph de Maistre.  

(1 7 6 6  -  1 7 7 1)

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Dalla magistratura, Saint-Martin era passato alla carriera militare senza alcuna preparazione né transizione. Il duca di Choiseul, per riguardo alla sua famiglia, gli aveva fatto assegnare, come si usava a quei tempi, un brevetto di ufficiale nel reggimento di Foix, come ad altri aveva fatto attribuire brevetti di ciambellano.

Si ignora se il giovane luogotenente improvvisato, assegnato al suo reparto che aveva guarnigione a Bordeaux, si dedicò allo studio della scienza militare o si limitò semplicemente ad espletare i normali doveri del suo grado. Nelle sue note non ho trovato nulla a questo proposito. Ciò che spiega parzialmente, nella vita di Saint-Martin, l'assenza di ogni preoccupazione militare, è che il Trattato di Versailles, mettendo fine alla guerra dei sette anni, aveva assicurato all'Europa una condizione di pace alla quale l'opinione generale attribuiva una lunga durata e che l'America non venne a turbare, peraltro oltre oceano, se non quando il giovane ufficiale ormai non era più in servizio. D'altronde, tutte le potenzialità della sua anima e del suo pensiero erano assorbite altrove e le sue vive aspirazioni verso le due scienze che prediligeva trovarono a Bordeaux un alimento pieno di seduzione. Vi incontrò uno di quegli uomini straordinari, grande jerofante di iniziazioni segrete che, per trasmettere i loro misteri, usano la massima discrezione: Martinez de Pasquallys, portoghese, a cui nessuno può rimproverare di aver ricercato, con la scusa della sua scienza segreta, sia la fama che il denaro. Di razza orientale e di origine israelita, ma diventato cristiano come lo diventavano gli gnostici dei primi secoli, dom Martinez iniziava dal 1754, in molte città della Francia, soprattutto a Parigi, a Bordeaux, a Lione ed altrove, adepti di cui nessuno interamente depositario, in possesso cioè di tutti i suoi segreti ma di cui molti non cessarono di professare per lui ammirazione e rispetto. Saint-Martin, che doveva essere il più illustre dei suoi discepoli, ci dice che il maestro non li trovò sufficientemente avanzati per poter loro trasmettere i suoi insegnamenti supremi.

Quando Saint-Martin gli fu presentato dagli ufficiali suoi commilitoni, vi giunse con le migliori predisposizioni.

In che modo, con quali dottrine, quali talenti, quali cerimonie, quali mezzi esterni, questo iniziatore ai misteri, dal linguaggio sgrammaticato, riuscì ad attrarre giovani di buona famiglia, soprattutto un filosofo di una così tenera devozione, di un cattolicesimo apparentemente così fermo e di età già matura? In quanto sin d'allora, Saint-Martin, a cui mi riferisco, era filosofo ed aveva il diritto di essere un discepolo difficile da accontentare. Aveva seguito molti altri maestri al Collegio ed alla scuola di diritto, occupato per sei mesi in un tribunale come avvocato del Re, letto tutti i filosofi in voga e fatto uno studio approfondito su Burlamaqui.

Le dottrine di Martinez de Pasquallys e le sue pratiche erano dunque molto seducenti.

In assenza di documenti, ci si è ridotti finora ad induzioni o a congetture. Sia le une che le altre si sono formulate facilmente, ed una volta proclamate, sono diventate dei fatti. Si è detto che le opinioni del maestro dovevano trovarsi negli scritti del discepolo, soprattutto in quelli che Saint-Martin ha pubblicato per primi e prima di aver fatto quella conoscenza di Jacob Boehme che segnò un'epoca della sua vita. In poche parole, si riteneva per certo che l'opera "Degli errori e della verità" era scritta secondo i principi e le idee di Martinez de Pasquallys.

Questa via, d'altronde la sola possibile prima di conoscere i manoscritti lasciati da Dom Martinez, era peraltro poco sicura. Ognuno lo percepisce, in quanto ognuno sa quale idea ci si farebbe della dottrina di Socrate seguendo gli scritti di Platone, o della dottrina di Platone seguendo gli scritti di Aristotele, o di Aristotele non consultando che quelli di Teofrasto. E, per rimanere più vicini a noi, ognuno sa anche quale Descartes si avrebbe ascoltando Malebranche o Spinoza, e quale Kant attingendo a Fichte, quale Fichte attingendo da Schelling. E' la stessa cosa per Saint-Martin ed il suo maestro: non si avrebbe una giusta idea di quest'ultimo consultando solo Saint-Martin, benché lui stesso insinui che, nei suoi primi scritti, seguiva le idee di Martinez.

Abbiamo in verità l'opera di un altro discepolo del fondatore della scuola di Bordeaux, l'abate Fournié; ma non lo si conoscerebbe meglio ascoltandolo. Eppure ci dice ancora più espressamente che espone le idee del suo maestro, ma si differenzia da Saint-Martin, per riprendere un esempio citato e comprensibile a tutti, nello stesso modo in cui i due celebri discepoli di Socrate, Senofonte e Platone, differiscono tra loro. Si deve dunque fare una profonda distinzione tra il maestro di Bordeaux ed i suoi due allievi, come tra i due allievi stessi.

Qual è stata la vera dottrina del caposcuola?

La scienza segreta di Martinez è stata definita una mescolanza di gnosticismo e di giudaismo, entrambi permeati dalla Kabalah. Questo non è completamente falso. Avendo gli gnostici professato o consultato tutti i sistemi della Grecia e dell'Oriente, compresi i testi giudei e cristiani, vi è naturalmente dello gnosticismo in tutte le speculazioni teosofiche, e non vi è giudeo erudito, per quanto cristiano sia diventato attraverso i suoi studi, che non abbia una certa qual dimestichezza con i contenuti della Kabalah.

Ci si è potuti accontentare di queste generalizzazioni finché si è ignorata l'esistenza o disdegnato lo studio di un resoconto dell'insegnamento di Martinez tracciato da lui stesso; ma consultando questo documento che ho tra le mani, il trattato così raro della Reintegrazione, non ho alcuna ragione di credere che Dom Martinez possa essere riallacciato alle antiche scuole degli gnostici o dei cabalisti. Dei loro antichi maestri non ne cita alcuno e non conosce realmente né i loro testi né i loro sistemi, non più di quelli dei filosofi greci o quelli dei dottori della Chiesa. Non cita nemmeno i pensatori giudei o cristiani del Medio Evo e dei tempi moderni. La sua dottrina è senza dubbio nient'altro che un singolare eclettismo, ma non rassomiglia ad alcunché di quanto è conosciuto nella storia della filosofia. Prende i testi sacri come guida, ma ne fa scaturire degli insegnamenti che gli autori dei testi stessi rigetterebbero con forza.

Il trattato manoscritto di Martinez di cui parlo e che ho avuto la fortuna di incontrare molto inopinatamente, si distingue già per l'arditezza della sua concezione. Porta questo titolo: "Trattato sulla Reintegrazione degli esseri nelle loro prime proprietà, virtù e potenze spirituali e divine", e si compone di diverse parti, formanti circa 355 pagine in 4°, di una scrittura molto stretta. Lo si direbbe scritto tutto d'un fiato, tanto il ritmo e la natura delle idee si concatenano.

Ha per oggetto, non lo stato attuale delle cose ma il ristabilimento del loro stato primordiale, quello dell'uomo e quello degli esseri in generale. E, lungi dall'offrire una discussione o una qualsiasi esitazione, espone magistralmente il pensiero del suo autore. Nessun dubbio né difficoltà su nulla; rivelazioni, mistero, ombre ovunque.

Il suo punto di partenza sono i nostri primi testi sacri, ma più che un commento è una nuova rivelazione, quantomeno una dogmatica che si sostituisce ad un'altra. Tutto il Pentateuco, tutta la storia del popolo di Dio vi è a questo punto modificata e cambiata, in modo che nelle persone di Adamo ed Eva, nei patriarchi, nel legislatore degli Ebrei o dei loro Re, l'uomo si discosta dai modelli conosciuti, così pure gli angeli, i demoni e Dio stesso differiscono dai modelli biblici. In breve, il destino di tutti gli esseri appare diverso da tutto ciò che la storia o le tradizioni consacrate ci insegnano circa questi grandi soggetti.

Il trattato, nei due manoscritti che ho potuto consultare e che sono i soli di cui mi è nota l'esistenza, è diviso in cinque parti in uno ed in due parti nell'altro. Ma non è stato completato ed alla fine trovo questa nota: "L'autore non è andato più lontano in questo trattato che doveva essere molto più lungo. E' soprattutto sulla venuta  del Cristo che doveva vertere, secondo quanto lui stesso ha detto ai suoi amici".

Ciò è comprensibile. Se continuato con lo stesso sistema, questo trattato diventava molto lungo. Il suo autore, quando ha smesso di scrivere, non è arrivato che a Saul e, se avesse dato ai discorsi dei profeti, a quelli di Gesù-Cristo ed a quelli dei suoi apostoli lo stesso spazio che a quelli di Mosé e dei suoi successori, ci avrebbe lasciato un'intera biblioteca. Si sarebbe identificato forse con le idee che si trovano nelle conversazioni degli apostoli con il loro Maestro così come li troviamo nella "Pistis Sophia", che è spesso attribuita allo gnostico Valentino, ma le avrebbe certamente molto più ampliate.

Credo di poter affermare che, a mio avviso, Martinez nulla avrebbe aggiunto al suo insegnamento terminando la sua opera e che avrebbe forse perso molti dei suoi adepti.

In effetti, il suo uditorio cristiano poteva ascoltare con una certa qual curiosità le interpretazioni di Martinez su Adamo, Noé, Mosé o la pitonessa di Endor; ma non avrebbe accettato analoghe argomentazioni su Gesù, San Giovanni o San Paolo. Si darebbero a nomi così venerati valori superiori od uguali, se ciò non fosse impossibile, alle loro parole autentiche, che non soddisferebbero le delicate e severe esigenze del pensiero cristiano. Quelle parole che Martinez presta con tanta noncuranza ai personaggi che ci presenta sono piuttosto deboli. Testimoniano, da parte di un uomo di razza orientale, un'assenza stupefacente di gusto e di sentimento riguardo ad uno stile maestoso. Dell'eloquenza ardita, impetuosa e sublime, dei testi mosaici, non resta traccia nelle dissertazioni a volte astratte, a volte prosaiche che ci offre. Che il linguaggio di un ebreo portoghese, seppur convertito, non sia molto "francese", è comprensibile, e lungi dallo scioccare i suoi ascoltatori, poteva giovare al prestigio col quale sapeva affascinarli. Ma che giovani militari del secolo scorso, appartenenti alle famiglie-bene del paese, tra cui uno spirituale magistrato che si era familiarizzato sin dai tempi del collegio con i filosofi moderni, lo abbiano accettato come razionale, evangelico ed equivalente o persino superiore al cristianesimo di Fénelon e di Malebranche, di Bossuet e di Leibnitz, proprio non si capisce. Che contemporanei di Voltaire e di Rousseau non abbiano posto una sola volta questa domanda che naturalmente si presentava alle loro labbra; di quale autorità accreditate i discorsi che ci citate letteralmente e che voi soli sembrate conoscere? Anche questo non è facilmente comprensibile. Così non ammetto che questo trattato dia lezioni fatte da Martinez all'insieme dei suoi ascoltatori. Penso, al contrario, che non contenga che quanto doveva essere dato agli iniziati, agli autentici adepti, cioè la dottrina esoterica, quella in effetti che ci interessa di più. Poco ci interessa, invero, ciò che ha potuto dire ai profani.

Se lo scritto fornisce il pensiero intimo del famoso mistagogo, lo fornisce nella sua interezza? Martinez era un cristiano sincero o un ebreo dissimulato? Un leale figlio della Chiesa o un abile discepolo della Kabalah?.

Martinez de Pasquallys non fu niente di tutto questo. Teosofo molto misterioso, fu al più alto livello ciò che gli umili ed i modesti della sua razza sono ad un livello più basso, entusiasta cioè della sua "scienza" e molto geloso dei suoi doni naturali. Forse lo fu ancor di più dei suoi rapporti reali o immaginari con il mondo superiore e le sue Virtù o i suoi Agenti, da cui otteneva, a sentire i suoi discepoli, comunicazioni, lumi, visioni e forze straordinarie, grazie alle pratiche segrete ed ai mezzi magici che sapeva usare per assicurarsene il possesso. E' noto che ogni mistico che esce dai limiti segnati dalla ragione, ed ogni teosofo che travalica il Vangelo per mettersi in comunicazione con il mondo degli spiriti, vi perviene sia attraverso una teurgia speciale, sia attraverso un metodo di contemplazione diretta o di qualsivoglia abitudine di preghiera o di estasi.

Ma Dom Martinez fu contemplativo, estatico o teurgo?

Fu un po' tutto questo, se non forse qualcosa di più ancora e di meno sublime.

Il suo trattato non espone che la prima metà del suo sistema, ma non ne è la meno interessante poiché ne è la più franca, quella sulla quale nella sua qualità di cristiano "insicuro" poteva spiegarsi al meglio. Infatti vi indugia con compiacenza sulla teoria della caduta degli esseri e sulle conseguenze di questo grande evento, mentre non abborda realmente la reintegrazione ed il suo seguito che dovevano essere il vero scopo del suo lavoro. Ciò che sembra l'abbia fermato nel suo cammino, è che avrebbe dovuto, trattando della reintegrazione, accettare la persona del Cristo secondo i testi sacri o mascherarla seguendo le sue tradizioni segrete, scelta, per lui, ugualmente difficile.

In quanto alla caduta, le sue rivelazioni, se così possiamo chiamarle, sono ambiziose, come sono imponenti gli argomenti che toccano. Non è soltanto della terra o di un popolo, foss'anche quello di Dio, che tratta, è dell'universo, di tutti gli esseri, del mondo divino come di quello umano. E non è lui, l'uomo del diciottesimo secolo che parla, è il più grande dei profeti del popolo di Dio, è Mosé. Dom Martinez non ne è che il relatore, il cancelliere.

Il punto di partenza della Reintegrazione, è la caduta, ed è un'idea cara a numerosi  mistici molto trascendenti, che i più puri ed i più santi tra i mortali, gli eletti, devono sacrificarsi ed immolarsi per placare le collere divine generate dallo stato di imperfezione in cui giace il mondo decaduto.

"Ascolta Israele, grida Mosé, in verità ti dico che così come è nel mondo divino, così è degli abitanti spirituali del mondo generale terrestre. Non essere stupito se ti insegno che gli abitanti del mondo divino patiscono ancora della prima prevaricazione e ne patiranno sino alla fine dei tempi, dove la loro azione cesserà di partecipare al temporale, che non è il loro vero compito, e per il quale non hanno affatto emanato (sic)... Così come gli abitanti spirituali della terra pagano tributo alla giustizia dell'Eterno per la prevaricazione del primo minore, commessa al centro dell'universo temporale, così gli abitanti del mondo divino pagano tributo alla giustizia del Creatore per l'espiazione del crimine dei primi spiriti".

Come si vede, d'altronde, con dom Martinez, non si è terra terra in quanto a concezioni o a interrogativi. Non si è terra terra neppure in quanto ad autorità: la scienza che insegna è suprema. Ricorda un po' quella di Filone, che commenta anche lui la Bibbia alla sua maniera, la prende cioè come punto di partenza delle sue elucubrazioni, ma che la spiega, la modifica e l'amplifica, pure lui, sia in funzione dei suoi studi filosofici che in nome delle sue illuminazioni divine. Filone tuttavia non osa, nella sua erudita Alessandria, prestare altrettanti discorsi apocrifi ai suoi personaggi sacri quanto ne presti dom Martinez a Bordeaux, troppo audace nella patria di Montesquieu. Fu senza dubbio questa audacia, unitamente all'elevatezza dei problemi, che affascinò adepti come l'abate Fournié e Saint-Martin, già sedotti a metà, l'uno dalle aspirazioni appassionate di un'anima tenera e pia, l'altro dalle miserie e dalle sofferenze di un spirito che tormentava lo scetticismo dei saggi o la negazione degli increduli del tempo.

E' stato testimoniato nel corso dei secoli che ovunque il sensualismo porta con sé i suoi due grossolani compagni, l'ateismo ed il materialismo, il razionalismo e lo spiritualismo, suoi legittimi avversari, si gettano allarmati nelle braccia del misticismo e della teosofia, che li trascinano rapidamente, nei periodi oscuri, in regioni che in giorni più felici non avvicinerebbero che con circospezione e timore.

Verso la fine dello scorso secolo, questi contrasti si produssero in modo eclatante in Francia come nel resto dell'Europa; fiorirono allora molte associazioni misteriose in seguito giudicate severamente.

Nella società segreta dove Saint-Martin fu di colpo introdotto a Bordeaux, vi era allora, come altrove, ben più che un semplice insegnamento antisensualista o spiritualista. Martinez offriva un insieme di simboli e di lezioni che si completavano con pratiche od operazioni teurgiche corrispondenti. A questa vasta teoria di una caduta avvenuta nei cieli come sulla terra, a questo insegnamento di un tributo solidale pagato alla giustizia divina dagli abitanti del mondo divino e da quelli del mondo terrestre, si aggiungevano atti, operazioni, preghiere, una sorta di culto. Tra gli spiriti terrestri e gli spiriti celesti, la comunanza dei destini eterni e delle alte aspirazioni garantiva agli occhi di dom Martinez la convergenza nell'opera di reintegrazione imposta a tutti ed occorreva di conseguenza, per ottenere lo scopo, la comunione di intenti. L'assistenza dei maggiori o degli spiriti superiori era dunque assicurata ai minori, se questi ultimi sapevano interessare i primi al loro destino e conquistarne la benevolenza con adeguate pratiche.

Alla scuola di dom Martinez, queste operazioni giocavano un grande ruolo. Ciò che mi porta a credere che le si considerava come una sorta di culto, è che questo termine è rimasto caro a Saint-Martin, che, per una singolare contraddizione, non amava affatto queste operazioni ed adottava la parola operare per designare la celebrazione della santa Cena e del battesimo.

Dire cosa fossero realmente le operazioni della scuola di Bordeaux è difficile. Non ci viene spiegato. Si trattava forse di cerimonie segrete che si praticavano per mettersi in contatto con le potenze superiori, allo scopo di pervenire a realizzazioni o ad opere sovrannaturali con o senza il loro concorso?

Troviamo qui l'antica pretesa della teurgia, della scienza di Giamblico e di altri neoplatonici, della scienza di Basilide e di altri gnostici, della scienza di molti fautori o di maestri delle arti occulte attraverso tutti i secoli ed in tutti i paesi. In effetti, tra la teurgia e la magia, l'affinità è sempre intima. Se la linea di demarcazione che le separa è facile da tracciare in teoria, nella pratica è spesso e volentieri varcata; le operazioni delle due arti si confondono.

A dispetto di qualsiasi tipo di documento autentico, è impossibile determinare come si distinguevano nella scuola di Bordeaux. Pare fosse interdetto, nella società di dom Martinez, rivelare in cosa consistevano quelle cerimonie che scioccavano un po' Saint-Martin. L'allievo discreto lascia ben trasparire, nella sua corrispondenza con il barone di Liebisdorf, che esclamò più di una volta, lui partigiano di uno spiritualismo più puro ed evangelico: "Suvvia, maestro, occorrono tutte queste cose per pregare Dio?". Ma si guarda bene dal lasciarci intravedere quali erano tutte queste cose. Inoltre, benché siano trascorsi venticinque anni dal lancio di questo grido, non vuole entrare in alcun dettaglio. Ha l'aria di rapportarsi con una certa noncuranza alla risposta che gli diede Martinez; ma non mi fido molto della sua memoria in questo scritto e, se è vero, sono certo che il maestro e l'allievo non si sono capiti e non hanno voluto capirsi. Credo che il maestro sia stato un po' scosso dalla domanda ed il discepolo troppo pronto ad accontentarsi della risposta. Saint-Martin dice che il mistagogo gli rispose: "Bisogna pur accontentarsi di ciò che si ha". Ritiene che Martinez non vedeva in queste operazioni o in queste formule che un surrogato. Credo però che avesse torto. Non è delle formule e delle operazioni che il suo maestro ha potuto dire "che bisognava accontentarsi". Ammettere che non si hanno che formule teurgiche, sarebbe fare una singolare ammissione. E, in realtà, è tutt'altra cosa ciò che fa dom Martinez. Saint-Martin non avrebbe dovuto farsi trarre in inganno e vale la pena di fare chiarezza per giungere a cognizioni precise, non solo su Martinez e su Saint-Martin, ma su tutta quella teurgia contemporanea di Rousseau e di Voltaire. In quanto il racconto di Saint-Martin ha questa portata ed abbiamo qui una professione di fede curiosa raccolta dalle labbra di uno dei grandi ammiratori di Rousseau, confidandosi ad un vecchio corrispondente del filosofo di Ginevra: "Credo, dice Saint-Martin al suo amico di Berna, credo come voi che la saggezza divina si serve di Agenti e di Virtù per far sentire il suo Verbo nel nostro interiore". (lettera del 12 luglio 1792).

Tale è dunque la sua dottrina venticinque anni dopo la sua iniziazione alla scuola di Martinez.

Ha fatto grandi passi nell'intervallo ed il suo pensiero sul sistema del suo maestro è molto cambiato. Anche la sua pratica si è profondamente modificata; si è ancorata di più al centro, all'interiore, meno alla circonferenza, all'esteriore, come si compiace di insegnarci. Ciononostante, crede che, per fare la cosa più importante in questo interiore, per farvi sentire il Verbo, la saggezza divina si serve di Agenti e di Virtù.

Questi Agenti e queste Virtù, non sono, secondo Saint-Martin, né le nostre idee, né idee qualunque; né i nostri sentimenti, né sentimenti qualunque. Al riguardo, non vi è alcun dubbio. Sono potenze intermediarie tra Dio e l'uomo; Liebisdorf lo diceva espressamente nella sua lettera del 30 giugno: "Per facilitarci, per quanto possibile, la nostra unione con gli Agenti intermediari che sono nostri amici, nostro aiuto e nostre guide, credo occorra una grande purezza del corpo e dell'immaginazione".

Ciò è evidente. Si tratta di spiriti superiori o, per usare il linguaggio di dom Martinez, di quei maggiori che vengono ad assistere il minore, l'uomo. Tale è, nel trattato della Reintegrazione degli esseri, la dottrina intima del misterioso portoghese. E' dunque l'assistenza dei maggiori che vuole assicurarsi attraverso le operazioni e le formule che opprimono l'impazienza del giovane e pio francese; e quando quest'ultimo sembra ribellarsi: "Bisogna pur accontentarsi di ciò che si ha", gli dice il maestro. Cioè, in altri termini, bisogna accontentarsi delle Virtù e degli Agenti intermediari perché possiamo disporre di loro, mentre non possiamo, per mezzo dei nostri arcani, disporre di Dio o del suo Verbo.

Ecco il senso della parola surrogato. Surrettizie non sono le operazioni; sono le potenze stesse messe in gioco dalla teurgia e, se ci si accontenta di questi Agenti, è perché non abbiamo niente di meglio. Ma si aspira ad altro. Si sarà ben diversamente forti, e sarà tutt'altra cosa quando sarà compiuto il ciclo completo e quando sarà ultimata l'intera opera della reintegrazione degli esseri nelle loro forme e potenze primitive.

Ecco la dottrina di quelli tra i teosofi ed i mistici che si spingono fino alla teurgia. E tale è la dottrina costante di Saint-Martin stesso.

Tutto ciò va molto oltre le più alte ambizioni dello spiritualismo attuale. Queste ultime si limitano a trafficare con i defunti; le altre riconducono l'uomo alla sua primitiva grandezza, lo fanno simile a Dio.

Tale è la portata reale del sistema di Saint-Martin. Tale è la sua dottrina intima, non soltanto a Bordeaux, a Parigi e a Lione, alla scuola cioè di dom Martinez e nei suoi primi scritti, ma anche dopo il suo soggiorno a Strasburgo e dopo l'adesione alla scuola di Boehme, molto tempo dopo la morte di Martinez.

Per quanto attiene la vera teurgia, non soltanto professa la sua fede negli Agenti nel 1792, come abbiamo visto, ma distingue classi diverse di Agenti e traccia delle regole di prudenza nei rapporti dell'anima con essi. "Dobbiamo raccogliere con cura, dice al barone di Liebisdorf, al riguardo di questi Agenti, dobbiamo raccogliere tutto ciò che si dice in noi. Voi credete che è soprattutto sui nostri corpi che agiscono - il barone, per spiegarsi con una similitudine, aveva parlato in termini chimici dell'unione di due corpi antitetici per mezzo di un terzo - mentre riguarda anche la parte esteriore di noi stessi. Ma la loro opera si ferma là e deve limitarsi alla preservazione ed al mantenimento della forma in buono stato, cosa per la quale li aiutiamo molto con un regime di saggezza fisica e morale".

La missione di questi Agenti, secondo Saint-Martin, è dunque a questo punto importante e principale, in quanto appartiene essenzialmente a loro di preservare il nostro organismo e, in questa opera, non siamo che loro aiutanti. Noi possiamo aiutarli molto.

Così stando le cose, il nostro ruolo sarebbe abbastanza facile, non era una circostanza grave. Intendo l'esistenza di un'altra classe di Agenti, vicini ai primi, ma molto meno degni di essi della nostra fiducia, più propensi di fruirne, e questo senz'altro per abusarne. E' questo che rende difficile il nostro compito, in quanto è necessario che vegliamo noi stessi  su quanto fanno i primi e non confidare troppo sulla loro sollecitudine per noi. "Stiamo in guardia, dice Saint-Martin al suo amico, di non adagiarci troppo su di essi. Hanno dei vicini che pure agiscono allo stesso livello e che non chiedono di meglio che impadronirsi della nostra fiducia, cosa che siamo piuttosto disposti ad accordare loro, in funzione degli aiuti esteriori che ci procurano, o che, molto sovente, si limitano a prometterci".

Come si vede, la fede di Saint-Martin nella teoria degli Agenti ed in quella dei vicini pericolosi permane intera, anche dopo il suo soggiorno a Lione, a Parigi ed a Strasburgo. Tuttavia, la sua pratica, l'uso che fa della sua fede, si è modificata profondamente in questo intervallo, e propende più che mai al secondo punto, alla reintegrazione nella nostra natura primordiale ed al nostro ritorno verso l'unione con Dio.

Saint-Martin ci fa sapere lui stesso a che punto era a Bordeaux nel 1766 e dove è arrivato venticinque anni più tardi.

"Non vedo, dice nel 1792, in tutto ciò che attiene a queste vie esteriori (si riferisce alle operazioni teurgiche per assicurarsi l'assistenza degli Agenti per quanto concerne il corpo) che  preludi della nostra opera. In quanto il nostro essere essendo centrale - nella teoria di Martinez, tutti gli esseri sono emanati dal centro o, per assumere il suo stile, il centro di tutto ha emanato tutti gli esseri dal suo seno, - il nostro essere essendo centrale deve trovare nel centro da dove è nato tutti gli aiuti necessari alla sua esistenza".  Questo nel 1792.

"Non vi nascondo che ho percorso un tempo questa via secondaria ed esteriore, che è quella attraverso la quale mi è stata aperta la porta della mia carriera". Questo nel 1766.

Saint-Martin non osa più dire che bisogna necessariamente passare attraverso questa porta, attraverso gli Agenti. Ma siccome sono molto potenti e siccome la saggezza divina si serve di essi per far sentire il Verbo nel nostro interiore, è alquanto prudente, anche nel sistema del 1792, passare attraverso questa porta. Ascoltiamolo.

"Colui che mi ci introdusse (Martinez) era in possesso di Virtù molto attive".

Qui, Saint-Martin evita la parola agenti, ma aggiunge un fatto che non lascia dubbi sul senso: "La maggior parte di coloro che lo seguivano con me ne ha tratto delle conferme che potevano essere utili alla nostra istruzione ed al nostro sviluppo. Malgrado ciò, da sempre mi sono  sentito portato per la via interiore e segreta, e questa via esteriore (l'uso degli Agenti) non mi ha sedotto, neppure nella mia prima gioventù, in quanto è all'età di ventitré anni che mi è stato tutto rivelato a questo riguardo".

In effetti, è perché prendeva così poco gusto a "queste cose così attraenti per altri" - in quanto Saint-Martin non dice di aver ricevuto pure lui delle conferme - che nel bel mezzo degli strumenti, delle formule e di ogni sorta di preparativi a cui "eravamo sottoposti", si spazientì e lanciò al maestro quelle parole di censura o di opposizione: "Occorrono dunque tante cose per pregare Dio?".

Ciononostante, nell'allontanarsi in questo modo dalle operazioni teurgiche con una sorta di antipatia, Saint-Martin non aveva fatto che obbedire ad antichi istinti di spiritualità, e per quanto grandi si concepiscano i passi che ha fatto dal 1766 al 1792, la sua teoria è rimasta la stessa. Ce ne convinceremo. "Senza voler sminuire, scrive al suo discepolo Liebisdorf, gli aiuti che tutto ciò che ci circonda può procurarci, ciascuno nel suo genere, vi esorto soltanto a classificare le Potestà e le Virtù. Ognuna di esse ha il proprio campo d'azione. Non vi è che la Virtù centrale che si estenda in tutto l'impero".

Si accolla l'onere di mettere il suo amico sulla buona via, lo impegna a conoscere bene a chi si rivolge. Ma non lo distoglie dai buoni Agenti, da quelli che ci fanno sentire il Verbo all'interno. Classificare le Potestà e rapportarsi al centro per l'opera della Reintegrazione, tale era la sostanza stessa della dottrina di Martinez de Pasqualis, e più si studia Saint-Martin, il trattato del suo maestro Della Reintegrazione a portata di mano, più si sente in tutta la sua profondità l'influenza del teurgo del Portogallo sul più celebre dei suoi allievi di Bordeaux.

Aggiungiamo, sin d'ora, che lo spiritualismo di Jacob Boehme, aleggiandovi sopra, darà alle idee di Saint-Martin una singolare elevazione e l'impressione di fare nella sua pneumatologia una metamorfosi completa. Apparentemente, cambierà gli Agenti e le Virtù del mondo spirituale in altrettanti poteri del mondo materiale, secondo il punto di vista del poeta che dice all'Eterno: "Dei tuoi servitori fai dei venti e dei tuoi messaggeri delle fiamme". Ma si tratta qui di un'apparenza piuttosto che di una realtà. In effetti, vedremo a tempo debito che Saint-Martin, declassando le pratiche piene di attrattiva per altri e che non aveva mai amato, conservò le idee di colui che gli "aveva aperto la carriera per tutto ciò" e che aveva Virtù molto attive, ci dice ancora vent'anni dopo.

Non abbiamo altro su Saint-Martin, alla scuola di Bordeaux, che questa lettera di Liebisdorf in fondo così poco esplicita ed alla quale abbiamo strappato qualche notizia più o meno sicura. Il trattato di dom Martinez stesso non chiarisce questo documento che per quanto concerne la sua dottrina. Non da spiegazioni sulle operazioni preferite del suo autore. Nessun altro ufficiale del reggimento di Foix, che seguirono con l'ex magistrato del presidio di Tours le assemblee così piene di attrattive per la maggior parte di essi, ne ha parlato. Nessuno di essi ha voluto fornire dei dettagli sui quali il più celebre fra loro si è imposto se non il silenzio,  quantomeno una grande discrezione.

Ciò che prova quanto queste pratiche fossero diventate care, anche a quello fra tutti che sembra averle amate di meno, è che pare averne ripreso il gusto a Parigi ed esservisi dedicato nelle ore più solenni della notte, se dobbiamo riferirci ad una tradizione esoterica che ci pare degna di fiducia. La dobbiamo ad uno dei più sinceri ammiratori di Saint-Martin. Ed è comprensibile. Dal momento che Saint-Martin era convinto che il suo maestro aveva Virtù molto attive, che i suoi compagni avevano avuto delle conferme importanti ed istruttive, era abbastanza naturale che cercasse, anche lui, queste conferme e queste virtù. I risultati che altri avevano ottenuto, doveva sperarli a sua volta.

Joseph de Maistre, che parla di Saint-Martin con tanta benevolenza, mi pare avere in mente e caratterizzare molto bene i martinezisti ed i martinisti quando dice all'erudito interlocutore che si dà: "Poiché mi chiedete formalmente di dirvi che cos'è un illuminato, poche persone forse sono più di me in grado di soddisfarvi. Innanzi tutto, non dico che ogni illuminato sia massone: dico soltanto che tutti quelli che ho conosciuto, soprattutto in Francia, lo erano. Il loro dogma fondamentale è che il cristianesimo, così come lo conosciamo oggi, non è che un'autentica loggia azzurra fatta per i profani; ma che dipende dall' Uomo di desiderio di elevarsi di grado in grado fino alle conoscenze sublimi, quelle che possedevano i primi cristiani che erano dei veri iniziati. Si tratta di ciò che alcuni Tedeschi hanno chiamato il cristianesimo trascendentale. Questa dottrina è un miscuglio di platonismo, di origenianesimo e di filosofia ermetica, su base cristiana. Le conoscenze soprannaturali sono il grande scopo dei loro lavori e delle loro speranze; non dubitano affatto che non sia possibile all'uomo di mettersi in comunicazione con il mondo spirituale, di avere rapporti con gli spiriti e di scoprire così i più nascosti misteri. La loro costante abitudine è di dare nomi straordinari alle cose più note sotto nomi consacrati: così un uomo per loro è un minore, e la sua nascita, emanazione. Il peccato originale si chiama crimine positivo; gli atti della potenza divina o dei suoi agenti nell'universo si chiamano benedizioni, e le pene inflitte ai colpevoli, patimenti. Sovente, li ho considerati io stesso come patimenti quando mi capitava di sostenere che tutto ciò che dicevano di vero non era che il catechismo mascherato di parole strane. Ho avuto occasione di convincermi, da oltre trent'anni, in una grande città della Francia, che una certa categoria di questi illuminati aveva dei gradi superiori sconosciuti agli iniziati ammessi alle loro assemblee ordinarie; che avevano persino un culto e dei sacerdoti che chiamavano con il nome ebreo di cohen. Non è detto peraltro che non possano esserci e che effettivamente non vi siano nelle loro opere delle cose vere, ragionevoli e toccanti, ma che sono troppo permeate da quanto vi hanno mescolato di falso e di pericoloso, soprattutto per la loro avversione per ogni autorità e gerarchia sacerdotale. Questa caratteristica è generale tra loro; mai vi ho riscontrato valide eccezioni tra i numerosi adepti che ho conosciuto. Il più erudito, il più saggio ed il più elegante dei teosofi moderni, Saint-Martin, le cui opere furono il codice degli uomini di cui parlo, condivideva comunque questa caratteristica generale". (Soirées de Saint-Pétersbourg).

Salvo il punto di vista e la retorica propria di J. de Maistre, questi apprezzamenti, che sono in parte dei ragguagli, meritano piena fiducia. L'autore stesso ci dice che non gli si rimprovererà di parlare degli illuminati senza conoscerli. "Li ho parecchio frequentati; ho copiato i loro scritti a mano. Questi uomini fra i quali ho avuto degli amici mi hanno spesso edificato, spesso mi hanno divertito e spesso anche... Ma non voglio affatto ricordarmi di certe cose".

E' veramente spiacevole che, fra tutti coloro che hanno preso parte ai lavori della scuola, l'abate Fournié e Saint-Martin siano i soli ad avere scritto; e stranamente che degli altri preti formati a Bordeaux o a Parigi, nessuno abbia lasciato una pagina seria sulla tradizione segreta in nome della quale il loro comune maestro li aveva iniziati, deve essere il risultato di una sorta di convenzione.

Non classifico tra le pagine serie, degne dell'attenzione della storia, alcuni di quei dialoghi tra iniziatori ed aspiranti all'iniziazione, né di quei discorsi così pieni di promesse di rivelazioni che non si realizzano mai, che ho avuto sotto gli occhi, e che si fa risalire sia a discepoli di dom Martinez, sia a questo maestro stesso. Non farò menzione, di queste oscure elucubrazioni, ed a titolo di eccezione, che del sedicente commento sulle Lamentazioni di Geremia; ed occorre appena aggiungere che l'opera pubblicata, in due volumi, da uno scrittore tedesco sulle Analogie che presentano i misteriologi antichi e moderni, non offre maggior interesse. Per quanto attiene la scuola di Bordeaux e Saint-Martin, l'autore non ha consultato che il libro Degli Errori e della Verità.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Capitolo III

   

Dom Martinez e Saint-Martin a Parigi ed a Lione - I principali martinezisti - L'abate Fournié alla scuola di Martinez, a Parigi - Il suo soggiorno a Londra.

(1771-  1778)

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Tutta la vita di Martinez de Pasquallys è avviluppata di misteri. Arriva in una città non si sa da dove né perché. La lascia non si sa né quando né come.

Sappiamo che dom Martinez finì i suoi giorni nel 1779 a Santo-Domingo, a Port-au-Prince, cosa che sovente l'ha fatto ritenere spagnolo. Dove si è ritrovato con Saint-Martin dopo la loro separazione, dopo la partenza da Bordeaux?

Gence, che era martinezista e peraltro molto addentro e preso dai fatti e gesti della sua scuola, dice che in quel periodo essa fu trasferita a Lione. Ma già prima di allora era riuscita a farsi degli adepti a Parigi e tentato di guadagnarne altri. Saint-Martin, che si recò successivamente a Parigi ed a Lione, dopo aver lasciato il reggimento, trovò degli iniziati in entrambe le città. Si aggregò dapprima a quelli di Lione più che a quelli di Parigi, forse per il fatto che trovò tra essi riconoscimenti e facilità d'insegnamento che la prima città del regno non gli offriva in eguale misura.

Comunque sia, il suo soggiorno a Lione segna nella sua educazione spiritualista un'epoca non meno decisiva del suo soggiorno a Bordeaux.

Negli anni dal 1768 al 1778, il fondatore della scuola teurgica di Bordeaux, dopo aver lasciato questa città ed il suo santuario, lo si trova talvolta a Parigi, talaltra a Lione, ma sarebbe impossibile fornire ulteriori precisazioni. Tutto ciò che si può dire è che era la sua politica di non logorarsi nello stesso luogo, di sapersi ritirare in tempo, di scomparire e riapparire al momento opportuno. Ciò gli era agevole in quanto, soddisfatto di essere un capo scuola e maestro di grandi misteri, non cercava né il denaro né la celebrità.

Saint-Martin, che desiderava al contrario parlare in pubblico ed influire sulle masse, lasciò la città di Bordeaux circa nello stesso periodo del suo maestro. Non era ancora libero, e non fu per scrivere, fu per raggiungere successivamente le guarnigioni di Lorient e di Longwy. La separazione fu totale o addolcita dalla corrispondenza? Lo ignoro,  ma non trovo alcuna traccia di lettere scambiate tra l'adepto ed il suo iniziatore. Da parte di dom Martinez, che era troppo misterioso per svelarsi in scritti confidati all'alea dei pubblici corrieri, è comprensibile; da parte di Saint-Martin, no. Le lettere erano, al contrario, uno dei mezzi di comunicazione che prediligeva. Aveva d'altronde mille cose da chiedere ancora ed in ogni caso mille cose da dire a sua volta. In realtà, la sua tendenza al proselitismo deve essersi rivelata molto presto; esplode in tutto ciò che scrive, nella sua corrispondenza e nelle note sulla sua vita, come nelle sue prime opere. Parlare al pubblico, è il suo santo mandato dall'alto, come agire in nome dei suoi principi è il suo vero compito nel mondo.

Sia per il desiderio di raggiungere il suo maestro, sia per l'antipatia pronunciata per una carriera che non gli andava a genio, lasciò il reggimento nel 1771.

E' stato per consacrarsi interamente ai suoi studi preferiti o piuttosto per fare meglio del proselitismo?

Ciò che è fuor di dubbio, è che la risoluzione di non più dipendere che da se stesso e di consacrare la sua vita al suo grande disegno, nella duplice forma della ricerca e del proselitismo, può da sola spiegare un cambiamento di carriera che né suo padre, né il duca di Choiseul devono aver molto apprezzato. Si trattava in effetti, da parte di un uomo così giovane e di così pochi mezzi, di una decisione molto grave. Non ne derivò tuttavia alcun serio raffreddamento tra padre e figlio, né alcun rimpianto per quest'ultimo, che aveva bisogno, anche nell'interesse dei suoi principi, di una indipendenza più completa di quella che gli poteva dare la vita militare. Per vedere sin d'ora nella giusta luce le sue idee e la sua condotta politica sovente così poco apprezzata, si deve notare che il suo congedo dal servizio coincise con la destituzione dei quattordici parlamenti del regno da parte del ministero Maupeau. Se questi due fatti sembrano non avere alcuna attinenza a prima vista, occorre constatare tuttavia, che a partire da questo momento il pensiero e la condotta di Saint-Martin cessarono di essere dinastici e si palesarono nazionali in ogni pur grave circostanza.

Dove si recò lasciando il reggimento? Ad Amboise, a Lione o a Parigi?

Deduco da un passaggio del suo Portrait che inizialmente fu a Parigi. Quantomeno vi ebbe dei legami sin dal 1771. E ben presto questi legami furono numerosi. Martinez vi aveva dei discepoli: il conte d'Hauterive, l'abate Fournié, Cazotte, la marchesa di Lacroix. Alcuni degli adepti del maestro diventarono amici dell'allievo. La marchesa de Lacroix ed il conte d'Hauterive si annoverano fra i primi amici di Saint-Martin. Ma se ne conquistò parecchi altri; ne ebbe più del suo maestro; li ebbe in un mondo diverso e ne ebbe soprattutto fra le donne. Aggiungiamo subito che ne ebbe troppe e troppo vivaci.

Ma seguiamo per cominciare, e per un istante, il maestro stesso. Cosa fece a Parigi?

Il metodo ed i comportamenti generali di un fondatore di scuole segrete variano necessariamente a seconda del luogo e delle circostanze dove si trova. Abbiamo appena espresso il rimpianto di non avere che un solo testo, quello di Saint-Martin, per apprezzare le pratiche di Martinez a Bordeaux, ed un testo tra l'altro che non fornisce dettagli, per quanto ricco per noi di induzioni generali. Ci troviamo nella stessa situazione per quanto concerne le Operazioni di Martinez a Parigi, per servirci di un termine che predilige. Uno solo dei suoi discepoli ci fornisce qualcosa, e le sue informazioni sono curiose, molto specifiche per quanto riguarda l'allievo stesso, ma molto generali relativamente al maestro, e nulla sulle operazioni. Sto parlando dell'abate Fournié.

L'abate Fournié, che era, credo, della diocesi di Lione e che aveva forse inizialmente incontrato il misterioso Portoghese sulle rive del Rodano, prima di seguirlo a Parigi, aderì alle sue dottrine spiritualiste con tutta la forza della sua fede, conciliandole per quanto possibile, con le sue convinzioni rigidamente cattoliche. Aveva il più sincero desiderio di non derogare a quest'ultime, ma era attratto dalle altre. Rifugiato a Londra durante le tempeste della rivoluzione, vi proseguì i suoi studi teosofici e vi pubblicò, nel 1801, sotto il titolo, "Ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che diventeremo" un volume diventato molto raro, e che è tanto più prezioso in quanto il suo autore vi espone, secondo il suo punto di vista, o crede fermamente di esporvi la dottrina stessa di Martinez de Pasquallys.

Questa opera, attraverso il titolo stesso, ricorda il trattato della Reintegrazione di cui ho appena parlato, entra immediatamente in argomento, senza parlare prima né del suo autore né del suo disegno, né della fonte a cui attinge, e dà, apparentemente in nome della fede cristiana e cattolica, teorie pneumatologiche che, in realtà, vanno ben oltre. Queste non hanno per origine e garanzia che il pensiero personale dell'autore, o meglio l'insegnamento che ha tradizionalmente ricevuto dal suo maestro portoghese. Come questi, nel suo trattato diventato così raro, l'abate Fournié fornisce nel suo, pure raro, lunghi discorsi di Adamo, di Lucifero, il padrone delle nazioni o dei pagani, ed arringhe non meno lunghe di angeli o di apostoli. Vi aggiunge calcoli o combinazioni di numeri apocalittici ed oracoli che non può aver attinto che dal suo maestro, dalla sua immaginazione o da illuminazioni superiori, ma sui quali non sente un solo istante la necessità di spiegarsi, non più di quanto faccia dom Martinez in analoghe circostanze.

Il dogma che attinge a queste fonti è oscuro ed ambizioso più di quanto si convenga ad un teosofo. Non è il sistema puro del capo della Scuola, la sua intima dottrina; ma è il sistema così come  voleva fosse capito da un prete, da un cattolico molto convinto, la cui intelligenza e la cui scienza erano molto limitate. Eccolo formulato dall'abate Fournié stesso.

"Secondo quanto ci è insegnato dai libri del cristianesimo, Dio essendosi fatto uomo o creatore di se stesso, dopo la nostra prevaricazione originale, avendo fatto come uomo la volontà di Dio e, così, dominato tutto lo spirito di Satana attraverso il quale Adamo si era lasciato dominare, ricevette lo Spirito di Dio, nacque da Dio Uomo-Dio in unione con Dio, e si trovò diventato una stessa cosa con Dio, secondo quanto ha detto lui stesso l'anno 4000 in questi termini: Il Padre ed io siamo una stessa cosa... Chi mi vede, vede Colui che mi ha inviato... Il Padre è in me ed io sono in Lui. Poiché quest'Uomo, Gesù-Cristo, è nato da Dio Uomo-Dio, per aver fatto la volontà di Dio (non mi soffermo a far notare il non-senso; nato da Dio per aver fatto la volontà di Dio), dobbiamo concludere che se, come i santi libri ci raccomandano, facciamo anche noi la volontà di Dio, nasceremo noi stessi ugualmente da Dio Uomo-Dio ed entreremo nell'unione eterna di Dio. In effetti, in proporzione a quanto faremo la volontà di Dio, riceveremo il suo Spirito, in quanto riceviamo sempre lo spirito della cosa nei cui insegnamenti camminiamo. E nella misura che riceveremo così lo Spirito di Dio, ci svuoteremo da quello di Satana, che abbiamo originariamente accolto. In modo che se faremo con perseveranza la volontà di Dio, ricevendo insensibilmente sin d'allora tutta la porzione del suo Spirito infinito che ci dà originariamente in ricezione per essere uno come egli è uno, ed essere consumati nella sua unità eterna, ci svuoteremo completamente dello spirito di Satana, ci sottrarremo dall'ignoranza che ci priva dell'intera conoscenza di Dio, ed entreremo nella sua conoscenza perfetta. Diventeremo alfine uno come Dio è uno, e saremo consumati nell'unità eterna di Dio Padre, di Dio Figlio e di Dio Spirito-Santo, conseguentemente consumati nel godimento delle delizie eterne e divine".

Abbiamo qui, sotto sembianze cristiane, un sistema che snatura i testi volendone forzare la lettera. C'è di più, sotto apparenze ultra-cattoliche, l'abate Fournié assegna alla Vergine Maria, a scapito del suo Divin Figliolo e Maestro, un ruolo che la religione disapprova e la reale dottrina che dà, sotto ingannevoli assicurazioni, non è altro che il panteismo stesso con la sua morale naturale, panteismo che a torto si è rimproverato a Saint-Martin, ma che sicuramente si è potuto cogliere alla scuola di dom Martinez.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo IV

   

Il proselitismo praticato da dom Martinez. - Gli inizi dell'abate Fournié. - Le sue visioni. - I suoi scritti. - I suoi rapporti con Saint-Martin. - Le loro divergenze.

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Nei testi che abbiamo visto, il sistema o la dottrina di Fournié non è, in effetti, che il panteismo di Martinez tradotto da un sacerdote, il panteismo meno la teoria dell'emanazione, sua legittima fonte. E ciò dimostra che il maestro si adattava ai suoi allievi in maniera tale che, nelle diverse località, non insegnava che ciò che meglio si addiceva al suo uditorio.

D'Hauterive e Cazotte, che furono anche suoi discepoli a Parigi, non avrebbero forse neppure accettato certi insegnamenti che non poté o non volle dare a Fournié, soprattutto il secondo, di cui si conosce così poco il vero pensiero.

Arguisco la stessa cosa per quanto concerne le pratiche o le operazioni. Si insegnava senz'altro agli iniziati di Parigi la scienza e l'arte di diventare sacerdoti o epopti con minori formule ed operazioni teurgiche di quanto non ammettevano i giovani ufficiali della guarnigione di Bordeaux. Quanto meno, Fournié, che assume nel suo libro il titolo di chierico con tonsura, non fu colpito da alcunché di questo genere. In una città del nord, travagliata dallo scetticismo, si è per natura più freddi che in una città meridionale dove regna ancora la fede. E' anche possibile che Fournié, nelle indicazioni che ci dà, ci tratti un po' come Martinez de Pasquallys trattava i suoi allievi e non ci dica che ciò che vuole. Ma il suo racconto sul modo in cui fu attratto, reclutato ed iniziato, è lineare, senza remore e non settario. Si colloca naturalmente come un teosofo che è contemporaneamente un teurgo del livello che abbiamo visto, e magari anche di più,  che è emulo di Swedenborg nel campo delle visioni. Ecco il suo racconto.

"Quanto a me, debole strumento di Dio, scrivendo questo Trattato di cui pubblico oggi la prima parte, confesso senza dissimulare, a sua maggiore gloria e per la salvezza di noi tutti, uomini passati, presenti e futuri, che per la grazia di Dio, non ho alcuna conoscenza delle scienze umane, senza peraltro essere contrario alla loro cultura; che non ho mai fatto studi e che non ho letto altri libri che le sante Scritture, l'Imitazione del nostro divino Maestro Gesù Cristo ed il piccolo libro di preghiere in uso tra i cattolici sotto il titolo di "Piccolo Parrocchiano". A questo devo aggiungere che ho letto da circa un anno due o tre volumi delle opere dell'umile serva di Dio, Madame Guyon.

"Dopo aver trascorso la mia giovinezza in modo tranquillo ed oscuro, piacque a Dio di ispirarmi un desiderio ardente affinché la vita futura fosse una realtà, e che tutto ciò che sentivo dire riguardo a Dio, Gesù Cristo ed i suoi apostoli, diventassero ugualmente delle realtà. Circa diciotto mesi trascorsero nell'agitazione che causavano questi desideri, ed allora Dio mi accordò la grazia di incontrare un uomo che mi disse familiarmente: "Dovrebbe venire a trovarci, siamo brava gente. Aprirà un libro, guarderà sulla prima pagina, al centro ed alla fine, leggendo soltanto qualche parola, e saprà tutto ciò che contiene. Lei vede ogni genere di persone camminare nella strada; ebbene, queste persone non sanno perché camminano, ma lei, lo saprà".

"Quest'uomo, il cui approccio con me può sembrare straordinario, si chiamava dom Martinez de Pasquallys. Inizialmente fui assalito dall'idea che l'uomo che mi aveva parlato fosse uno stregone, o persino il diavolo in persona. A questa prima idea ne seguì ben presto un'altra sulla quale mi attestai: "Se quest'uomo è il diavolo, mi dicevo interiormente, dunque c'è un Dio reale, ed è soltanto a Dio che voglio andare; e siccome non desidero che andare a Dio, farò altrettanta strada verso Dio di quanta il diavolo crederà di farmene fare verso di lui". E fu così che andai dal sig. de Pasquallys, e mi annoverò nel numero di coloro che lo seguivano.

"Le sue istruzioni giornaliere erano: di procedere senza tregua verso Dio, di crescere di virtù in virtù e di lavorare per il bene generale. Assomigliavano esattamente a quelle che pare, nel Vangelo, Gesù Cristo dava a coloro che lo seguivano, senza mai forzare alcuno a credervi con minacce di dannazione, senza imporre altri comandamenti che quelli di Dio, senza imputare altre colpe se non quelle espressamente contrarie alla legge di Dio, e lasciandoci molto spesso nel dubbio, se fosse vero o falso, buono o malvagio, angelo di luce o demone. Questa incertezza mi bruciava così forte dentro che, notte e giorno, gridavo verso Dio, affinché, se esisteva realmente, venisse a soccorrermi. Ma più mi appellavo a Dio, più mi trovavo rinchiuso nell'abisso, e per tutta risposta interiore non sentivo che queste idee desolanti: non vi è alcun Dio, non vi è nessun'altra vita; non vi è che morte ed annientamento. Non trovandomi attorniato che da queste idee, che mi bruciavano con sempre maggior forza, gridavo ancora più ardentemente verso Dio, senza fermarmi, non dormendo quasi più, e leggendo le Scritture con grande attenzione, senza mai tentare di interpretarle a modo mio. Di tanto in tanto accadeva di ricevere dall'alto qualche luce e raggi di comprensione; ma tutto ciò scompariva con la velocità di un lampo. Altre volte, ma raramente, avevo delle visioni e credevo che de Pasquallys avesse qualche segreto per far scorrere queste visioni davanti a me, che peraltro si realizzavano pochi giorni dopo, così come le avevo viste".

L'Iniziazione aveva dunque dato al semplice chierico delle luci dall'alto o dei raggi di comprensione sin dall'inizio. Successivamente era giunto sino alle visioni. Dapprima queste visioni non meritavano  veramente questo nome: non erano che dei flash. Passavano rapidamente, troppo rapidamente per il suo gusto. Avrebbe desiderato conservarle più a lungo, ma non ne aveva il potere. Quanto prima si presentarono più nitide, talmente nitide da imbarazzarlo. Provò persino il desiderio che il maestro lo liberasse di questa cosa. Eppure si trattava di veri avvertimenti poiché si realizzavano dopo pochi giorni.

Non si è peraltro più ragionevoli di quanto non lo fosse il fortunato visionario. Era fermamente deciso a non andare troppo lontano in quel mondo sconosciuto dove è difficile prender piede. Non voleva inoltrarvisi che con estrema cautela per essere in grado di potersi ritirare nel caso in cui dovesse fare inquietanti incontri. Ma non poté o non volle comunque impedire al suo maestro di spingerlo in avanti e, invece di avere delle semplici visioni su quanto doveva accadere, l'abate Fournié ebbe ben presto delle apparizioni. Cosa avvenne?

"Vissi così per più di cinque anni tra faticose incertezze inframmezzate da grandi agitazioni, desiderando sempre che Dio fosse e di sfuggire al nulla, ma sempre sprofondato in un abisso tenebroso, e non vedendomi attorniato che dall'opposto della realtà dell'esistenza di Dio e conseguentemente dell'altra vita; in modo tale da essere tormentato all'estremo e come bruciato dal mio desiderio di Dio e dalla contraddizione di questo desiderio.

"Infine, un giorno che ero prosternato nella mia camera gridando a Dio di soccorrermi, verso le dieci della sera, intesi all'improvviso la voce di de Pasquallys, la mia guida, che era corporalmente morto da più di due anni, e che parlava distintamente al di fuori della mia camera, la cui porta era chiusa come le finestre e le persiane. Guardo verso il lato da cui proveniva la voce, dal lato cioè di un grande giardino prospiciente la casa, ed improvvisamente vedo con i miei occhi de Pasquallys che comincia a parlarmi, e con lui mio padre e mia madre, anch'essi entrambi corporalmente morti. Dio sa che terribile notte passai! Fui, tra l'altro, leggermente colpito sulla mia anima da una mano che la colpì attraverso il mio corpo, lasciandomi un'impressione di dolore che il linguaggio umano non può esprimere, e che mi parve meno appartenere al tempo che all'eternità. O mio Dio! se è la vostra volontà, fate che non sia mai più colpito in questo modo! In quanto questo colpo è stato così terribile che, benché siano ormai trascorsi venticinque anni, darei volentieri tutto l'universo, tutti i suoi piaceri e tutta la sua gloria, con l'assicurazione di fruirne per una vita di mille miliardi di anni, per evitare di essere così colpito una sola volta ancora.

"Vidi dunque nella mia camera de Pasquallys, la mia guida, con mio padre e mia madre, parlarmi ed io parlando loro come normalmente gli uomini si parlano fra loro. C'erano, inoltre, una delle mie sorelle, anch'essa corporalmente morta da vent'anni, ed un altro essere che non apparteneva al genere umano.

"Pochi giorni dopo, vidi distintamente passare davanti e vicino a me il nostro divin Maestro Gesù-Cristo, crocifisso sull'albero della croce. Poi, dopo qualche giorno, questo divino Maestro mi apparve ancora e venne a me nello stato in cui si trovava quando uscì vivo dal sepolcro dove era stato inumato il suo corpo morto.    

"Infine, dopo un altro intervallo di pochi giorni, il nostro divin Maestro Gesù-Cristo mi apparve per la terza volta, pieno di gloria e trionfatore del mondo, di satana e delle sue pompe, mentre camminava davanti a me con la beata Vergine Maria, sua madre, e seguito da diverse persone.

"Ecco quanto ho visto coi miei occhi corporali, più di venticinque anni fa, e che pubblico ora in quanto vero e certo. Fu immediatamente dopo essere stato beneficiato di queste visioni o apparizioni del nostro divin Maestro Gesù-Cristo nei suoi tre differenti stati, che Dio mi accordò la grazia di scrivere, con una rapidità straordinaria, il trattato di cui abbiamo appena letto la prima parte. Ne consegue che lo scrissi parecchi anni prima che si sapesse in Francia che c'era uno Swedenborg sulla terra e prima che si conoscesse l'esistenza del magnetismo".

Si può rilevare che Fournié ci teneva in particolar modo a non essere preso per un imitatore dei visionari o dei magnetizzatori del suo tempo.

Non si trovano, in tutto ciò che Saint-Martin ha scritto sulla scuola martinezista, pagine più istruttive e più nette di queste, e Martinez non ebbe allievo meno ardente, più circospetto di quanto non lo fu Fournié, malgrado la sua docilità e la sua sottomissione. Egli prega per avanzare, ma non fa un passo da solo.

E' dom Martinez in persona il suo iniziatore ed il suo maestro. E' lui che lo conduce e lo fa passare lentamente attraverso tutti i gradi: istruzione; luci dall'alto che fuggono come lampi; visioni che si realizzano; apparizioni graduate ed infine ispirazione.

Nell'ordine delle apparizioni, è Martinez stesso che, dopo la sua morte, gli appare per primo.

Seguono poi i genitori dell'allievo e sua sorella, con un essere superiore, tutti condotti dal maestro.

E' infine Gesù-Cristo stesso nei suoi tre stati più salienti.

In materia di apparizioni, non si è più avvantaggiati di quanto non lo fu il giovane chierico, né più discreto. Di questo essere superiore, che non fu né un trapassato, né il Cristo, non dice una parola.

Il grado sul quale ci dà maggiori dettagli dopo quello delle apparizioni, è quello dell'ispirazione. "Scrisse allora, per la grazia che Dio gli accordò, la prima parte del suo trattato con una rapidità estrema". Questa rapidità è l'effetto di un potere superiore che, tuttavia, non detta ma suggerisce ciò che si deve scrivere, e con una vivacità tale da far trascurare la forma.

Questo si spiega, a mio parere, con il desiderio dell'autore di consegnare quanto ha visto e sentito mentre la sua memoria ne è ancora la sua pura e sicura depositaria. Ma ciò che si capisce meno, è che egli abbia, più tardi, fatto apportare delle correzioni allo stile ed alla sintassi  alla prima parte del suo trattato, invece di lasciargli la sua naturale rudezza e la sua pura originalità. Sembra che la prima redazione fosse così difettosa al punto di essere inintelligibile.

"Avendo annunciato la mia completa ignoranza sulle scienze umane, ci dice l'autore, si giudicherà che il trattato, per quanto ancora imperfetto sintatticamente, era, quando lo scrissi, molto differente, ma soltanto stilisticamente, di quello che è oggi. Per renderlo intelligibile, mi occorse trovare ed ho trovato, con la grazia di Dio, un uomo che si è assoggettato a rendere esattamente il senso delle mie parole e le idee così come sono state enunciate nel mio primo scritto, non modificando che certe espressioni assolutamente artificiose ed i giri di parole che urtavano troppo apertamente con le regole del linguaggio più in uso tra gli uomini".

In una nota scritta sul mio esemplare del raro scritto di Fournié, dalla mano di M. d'Herbort di Berna, l'amico di uno dei più cari corrispondenti di Saint-Martin, ho letto questa curiosa informazione:

"Secondo una relazione che ho avuto dall'abate Fournié, attraverso M. de V..., che è stato a Londra nel giugno del 1819, dove l'ha visto parecchie volte, non ha giudicato opportuno far uscire il secondo volume, considerato che conteneva molte cose che non si possono pubblicare".

Cos'erano queste cose?

Erano il raro privilegio, ma la comune pretesa di tutta la Scuola, di avere ricevuto delle comunicazioni o piuttosto delle manifestazioni che non era permesso rendere pubbliche.

L'abate Fournié aveva avuto, per essere tenuto al silenzio, di più che visioni ed apparizioni.

Oppure vuole forse parlare di quei dettagli sulle operazioni teurgiche di cui rimpiangiamo l'assenza; di quelle indicazioni sulle virtù e le potenze invocate che le avrebbe messe alla portata dei profani?

Comunque sia, vogliano tutti coloro che hanno avuto delle relazioni con gli eredi dell'abate Fournié spendere un po' del proprio tempo nella ricerca del suo manoscritto. Deve esistere. Questa seconda parte del suo libro era evidentemente redatta, poiché conteneva, secondo la dichiarazione dell'autore, cose che non si possono pubblicare.

Ciò che mi fa propendere verso l'opinione che le cose censurate dallo stesso autore non fossero né delle pratiche né delle teorie, ma bensì dei resoconti di visioni con rivelazioni, è che in queste cose l'abate Fournié, più sobrio del troppo prodigo Swedenborg, indietreggiava di fronte ai dettagli, quanto invece era coraggioso sui fatti generali. Ecco a tal proposito una delle sue interessanti confidenze.

"Aggiungo a quanto ho già detto a proposito della prima visione che ebbi del sig. de Pasquallys, mia guida, di mio padre e di mia madre, che non li ho visti soltanto una volta, come ho riportato, o soltanto una settimana, o un mese o un anno; ma che da quel primo momento li ho veduti per anni interi e costantemente, camminando insieme ad essi, in casa, fuori, di notte, di giorno, solo o in compagnia, come insieme ad un altro essere che non è del genere degli uomini, parlandoci tutti vicendevolmente e come gli uomini si parlano tra di loro.

"Non posso né devo alcunché qui riportare di ciò che si è fatto, detto ed è avvenuto nelle mie diverse visioni, dal primo momento fino ad oggi. Purtroppo, ci si prende gioco nel mondo di tutte queste cose; se ne nega la realtà, e si scherza o si mostra sufficienza verso quelli che le attestano, come se fossero dei pazzi incurabili. Sembrerebbe dunque che dal modo in cui gli uomini hanno ricevuto un tempo e ricevono ancora quelli che hanno delle visioni, a cominciare dai patriarchi e dai profeti, non avrei dovuto parlare delle mie; ma la volontà e la verità di Dio devono sempre averla vinta su tutto ciò che gli uomini potranno dire".

Come si può vedere, l'abate Fournié è un veggente completo; è un essere privilegiato. Nella sua vita, non si tratta di qualche visione o di qualche apparizione isolate, si tratta di uno stato permanente, di un rapporto intimo con gli spiriti, di una comunione di pensieri continua con essi per svariati anni. Fra tutti gli allievi di dom Martinez, non v'è un secondo che ci dica di aver fruito di un tale privilegio; e solo fra tutti, il bravo ecclesiastico della diocesi di Lione si colloca al livello di quello stesso Swedenborg che dichiara così energicamente di non aver imitato. Secolo singolare il diciottesimo, dove la prima metà si tuffa con amore in ogni genere di criticismo, e la seconda, diventata completamente scettica, ci offre William Law di fronte a Hume, Swedenborg di fronte a Kant, Saint-Germain, Cagliostro e Martinez de Pasquallys di fronte a Diderot, Voltaire e Rousseau!

Sia che consideri la vita, sia che esamini le teorie dell'abate Fournié, lo trovo, dopo Saint-Martin, di cui non ha il genio, l'uomo più considerevole della Scuola ed incontestabilmente merita, non il secondo posto negli annali di un'opera che fin qui l'ha appena menzionato, ma la metà della prima. Si capisce Saint-Martin senza di lui, ma non si capiscono senza di lui né la Scuola né il suo fondatore. La sua scarsa istruzione gli fa torto ma tutto sommato aggiunge fascino all'interesse che ispira l'esposizione della sua dottrina.

Aggiungo, per completare quanto avevo da dire sul suo conto, che nel 1819, aveva ottantuno anni. Era dunque nato verso il 1738 ed aveva sessantatré anni, l'età della piena maturità, quando pubblicò il suo trattato nel 1801. L'aveva redatto almeno vent'anni prima, all'età di quarantatré anni. Dice egli stesso: venticinque anni orsono. Ma commette un piccolo errore. Poco prima, fornisce la vera data, allacciandosi ad un fatto molto facile da determinare, la morte di dom Martinez, sopravvenuta, dice, da più di due anni. Questo indicherebbe gli anni 1780 o 1781, l'epoca in cui il suo discepolo Saint-Martin scriveva il suo Tableau naturel. Questo scritto apparve l'anno 1782 ma, occorre dirlo, le teorie del loro comune maestro sono molto più trasparenti nel trattato dell'abate Fournié che in quello del suo condiscepolo.

In cosa consistono queste differenze e come spiegarle? Forse che sempre la diversità dei sistemi esce dallo stesso insegnamento? Forse che sempre dei pensatori così distanti gli uni dagli altri come Platone e Senofonte nascono dalle lezioni date dallo stesso Socrate? Oppure il gentiluomo di Amboise ed il sacerdote della diocesi di Lione sono stati istruiti da dom Martinez in due epoche differenti?

Al contrario, allievi entrambi e nella stessa epoca del medico portoghese, Saint-Martin e l'abate Fournié si incontrarono senza dubbio alle stesse riunioni. Ma è altrettanto vero che non si conobbero in quelle di Bordeaux. Non si videro che a Parigi, quando già Saint-Martin seguiva la sua strada. Pertanto le loro relazioni non furono mai strette. E' comprensibile, le opinioni di un prete poco istruito erano troppo positive ed il suo orizzonte troppo limitato per l'ambizioso filosofo. Forse le visioni e le apparizioni swedenborgiane, che ebbe precocemente e che a loro volta dovevano sembrare troppo ambiziose agli occhi di Saint-Martin, finirono per separarli. Al sacerdote non mancava peraltro un certo senso critico. L'abbiamo visto. Ma aveva contrariamente al filosofo queste due tendenze: di sopravalutare il misticismo della Guyon e di non essere più attento al riguardo della regione dove Swedenborg aveva i suoi incontri con gli angeli. In effetti, la miglior riprova della distanza che li separava e ciò che avrebbe ferito Saint-Martin, se ne fosse venuto a conoscenza, è il giudizio di Fournié sul celebre veggente di Stoccolma, da cui Saint-Martin si allontana nettamente e che Fournié non esita a collocare al di sopra di tutti i mistici di cui parla.

"Dio ha benevolmente voluto, dice, di tanto in tanto e fino ad oggi inviarci uomini straordinari che chiamiamo mistici, nel cui novero troviamo quelli di cui ho già parlato e cioè Jacob Behmen, la signora Guyon e Swedenborg, che hanno anche compiuto innumerevoli conversioni tra i perduti tra noi. Posso dire in tutta verità che, nel mio peregrinare e senza andare più lontano, ho visto, in Svizzera e qui a Londra, una grande quantità di persone convertite dagli scritti di questi mistici, che vengono diffamati solo perché non li si legge con maggiore attenzione e cristianamente, ma soltanto per curiosità e con lo scopo di ridicolizzarli. E tra queste persone, troviamo quelle universalmente riconosciute come versate nelle scienze umane, che mi hanno riferito come fino ad allora non avevano mai pensato che ci fosse un Dio e conseguentemente un'altra vita oltre all'attuale. Aggiungo, con lo stesso spirito di verità che avendo sentito leggere di quando in quando brevi frammenti degli scritti di Jacob Behmen, tutto ciò che ho potuto intuire mi è parso straordinariamente profondo nelle vie di Dio, buono in sé, ma astratto per dei profani. E purtroppo accade che spesso ci si creda avanzati mentre si è appena agli inizi. Gli estratti ragionati che ne ha dato William Law sono un po' più chiari, a quanto mi hanno detto persone già convertite nell'anima, che mi hanno in più assicurato di aver tratto un grande aiuto spirituale dalle opere del Law. Il poco che ho letto su quelli della signora Guyon, mi è parso scritto dallo spirito di Gesù-Cristo e molto utile per tutte le persone di qualsiasi rango e stato.

"D'altro canto, secondo quanto mi è stato letto e riferito delle opere di Swedenborg, penso, e la personale esperienza mi persuade che ha realmente visto e che gli è stato realmente detto nel mondo degli spiriti tutto quello che assicura aver visto e sentito. Ma sembra aver ricevuto dagli uomini corporalmente morti, sia cattivi che buoni, come dai buoni e cattivi angeli, tutto quello che riferisce secondo loro, e senza averne fatto sufficiente discernimento. Si può dunque ritenere che Swedenborg è stato con questi spiriti, che li ha visti e che ha conversato familiarmente con loro. Avendolo Dio permesso affinché fosse in grado di istruirci scrivendo la loro storia fisica e morale, per staccarci in questo modo dai nostri pensieri materiali e terrestri dove abbiamo indegnamente assorbito i nostri spiriti e le nostre affezioni, e per richiamarci così a poco a poco alle idee spirituali, le sole degne di occupare il nostro essere spirituale di vita eterna.

"Ebbene, non dobbiamo faticare a concepire che Swedenborg è davvero stato fra gli spiriti buoni e cattivi, e che ha riferito quanto ha inteso conversando con essi, in quanto è esattamente nello stesso modo che faremmo tra di noi se d'un tratto Dio venisse a scorporizzarci. Vale a dire che essendo così decorporizzati, concepiamo che essendo esseri di vita eterna, potremmo continuare a vederci gli uni gli altri ed a parlare delle verità eterne e divine come ciascuno di noi le osserva, le crede, le vede e ne parla attualmente".

Mai Saint-Martin avrebbe sottoscritto tali apprezzamenti. Ciononostante, per quanto differenti fossero le vedute dei due più illustri discepoli di dom Martinez, queste combaciavano in alcuni punti. C'era da una parte e dall'altra, su due strade parallele, la stessa e seria ambizione di uscire dal sensualismo o dal materialismo uscendo dal terrestre. Soltanto che il chierico tonsurato veniva da più lontano del vecchio ufficiale.

Infatti, durante gli anni in cui i due aspiranti teosofi si incontravano alle riunioni di dom Martinez, sia che fosse a Parigi o a Lione, Fournié non era soltanto uno scettico, come tanti altri, egli era un incredulo, proprio quello che Saint-Martin, che non aveva mai dubitato, capiva di meno e detestava di più. Mentre il suo grido di battaglia era, c'è un Dio ed ho un'anima, il grido di battaglia che risuonava nel pensiero del prete fuorviato si formulava audacemente così: "Non vi è alcun Dio; non vi è un'altra vita; non ci sono che io ed il nulla". Cosa c'era in questo per attirare il giovane entusiasta di Amboise, avido di espandere l'esuberanza della sua fede, impaziente di conquistare, in anime nobili, vive simpatie alla grande causa per la quale aveva appena lasciato l'uniforme?

Saint-Martin non ebbe rapporti stretti neppure con un altro membro del gruppo parigino di Martinez, Cazotte, che dovrà un giorno essere visto, nella storia della teosofia, sotto una luce diversa e più favorevole di quanto non sia stato fatto finora.

Il degnissimo ed eccellentissimo Cazotte, talvolta ritenuto un sempliciotto molto credulone, talaltra una sorta di indovino o di profeta, a seconda che si ascoltino sul suo conto le invenzioni di uno spiritualista mistificatore o le banalità di una raccolta di aneddoti, Cazotte, diciamolo, era un uomo eminente.

Capitolo V

   

Continuazione dei martinezisti. - Cazotte, la sua conversione, la sua propaganda, le sue profezie. La Marchesa de la Croix e le sue manifestazioni. - Saint-Martin ed il conte di Hauterive. - Loro conferenze a Lione. - Le estasi e le assenze del conte.

(1771 – 1778)

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Già amministratore molto apprezzato, scrittore ricco di spirito e di talento, soprattutto fecondo, e uomo di rara purezza di principi, Cazotte aveva parlato una sera con una certa gravità dell'avvenire della Francia nel mezzo di una riunione mondana. Aveva disseminato il suo discorso di previsioni più o meno verosimili. Ad avvenimenti accaduti, un ascoltatore molto noto gli mise in bocca terribili oracoli, con i nomi e le circostanze fornite dalla storia stessa. Ed ecco Cazotte diventare profeta, senza volerlo. (Saint-Martin non parla di Cazotte che una o due volte con amicizia, ma senza dargli l'importanza che avrebbe meritato. Gli rimprovera di avere misconosciuto e maltrattato la dottrina).

E lo resterà per molta gente, in Francia come all'estero, dove i suoi oracoli sono citati con estrema fiducia. Benché tra noi molti autori ne conoscano perfettamente l'origine, si dà sempre l'impressione di credervi, e presso i nostri vicini la loro autenticità serve come argomento per teorie tanto azzardate quanto sublimi, testimoni una delle opere più citate del mistico Young o meglio Jung Stilling, per il quale Saint-Martin espresse più volte gli stessi sentimenti di stima che a Goethe e Lavater.

Cazotte era molto credente nel bel mezzo di gente che professava il dubbio o affettava incredulità. Lo si chiamò sempliciotto e credulone, due degli epiteti più crudeli da noi. Ma storicamente non lo fu per niente.

Cazotte educato a Digione e a Parigi dai più abili insegnanti, si distinse come commissario della marina in Martinica. Qui si era legato, per via dei suoi gusti letterari, con il procuratore generale dei Gesuiti, Padre Lavalette. Rovinato dalla bancarotta di questo audace speculatore e costretto ad intentargli quel famoso processo che diventò quello di un celebre ordine, Cazotte patrocinò con tutto l'ardore del suo diritto, ma anche con tutta la riconoscenza dovuta ai cari maestri della sua gioventù, e si conquistò grande considerazione all'epoca. Una eredità, un matrimonio, scritti ricercati, che tutti conoscono, gli procurarono, grazie ai suoi gusti modesti, una gradevolissima esistenza. Si divideva tra Parigi e la sua campagna di Pierry, vicino ad Epernay. Un allievo di Martinez de Pasquallys attirato a lui da una delle più belle composizioni che avesse pubblicato (la Diable amoureux, il Diavolo innamorato), credendolo molto versato nella scienza dei demoni, l'intrattenne sulla pneumatologia del suo maestro e gli ispirò il desiderio di studiarla. Cazotte ne approfittò in modo ammirevole, in quanto si invaghì dello spiritualismo dei testi cristiani, per i Vangeli e soprattutto per la morale che insegnano. Dedicò alle sante leggi del Cristo un culto sincero. Questo culto affascinò il suo pensiero e la sua vita, ed avrebbe ancor maggiormente abbellito l'una e l'altro, se il Cazotte più filosofo vi avesse apportato uno spirito meno minuzioso e se avesse meglio capito che un'epoca così scettica richiedeva minore espansività. La sua rasentando l'imprudenza gli valse quei due epiteti, credulone e sempliciotto.

A settant'anni, il sempliciotto, sulla base di qualche testo che gli traduceva un monaco, scriveva le sue Contes arabes (Racconti arabi); vi faceva entrare le sue idee di spiritualità in modo da dar loro il massimo di attrattiva, tutto ciò di cui poteva rivestirle una brillante immaginazione ed uno spirito delizioso. Nello stesso periodo, Cazotte componeva un racconto originale, la Brunette anglaise, che si attribuì a Voltaire, e che gli piacque a tal punto che il grande scrittore fece all'autore la malignità di non sconfessarlo. Questo tiro ispirò all'anziano spiritualista, parlo di Cazotte, un poema dove giocò al principale poeta del tempo lo scherzo di mistificarlo egli stesso prestandogli la sua opera. Fu quella infatti l'origine del preteso settimo canto della Guerre de Genève di cui Voltaire non scrisse né il quinto né il sesto.

Così era Cazotte quando scoppiò quella rivoluzione dell'89 i cui principi puri erano i suoi, i cui errori ed eccessi generarono  i suoi più vivi timori ed i cui risultati gli fecero immaginare, per combatterli, mille modi che con la stessa esuberanza che adoperava nel suo proselitismo religioso, comunicava a chiunque incontrasse ed ovunque. Li evidenziava in particolare nella corrispondenza con un segretario della lista civica, Ponteau. Le sue lettere, sequestrate il 10 agosto, lo strapparono da Pierry e condurre con sua figlia, che era la sua segretaria, nella prigione dell'Abbaye. Invano questa eroica figlia di vent'anni, gli salvò la vita il 2 settembre, avvolgendolo con le sue braccia e gridando agli uccisori queste sublimi parole: "Non arriverete al cuore di mio padre che dopo aver trafitto il mio". Invano, questo urlo dell'anima unitamente alla vista del venerabile vegliardo fece riportare il padre e la figlia in trionfo a casa loro. Reclamato dal tribunale istituito per giudicare i crimini del 10 agosto, Cazotte, separato dalla figlia, fu condannato a morte, dopo un interrogatorio che sostenne per trentasei ore, e malgrado gli elogi che il pubblico accusatore ed il giudice si compiacquero di elargire ai suoi settantadue anni di virtù, definendolo buon figlio, buon padre e buon marito. "Questo non è sufficiente, afferma il presidente, occorre anche essere un buon cittadino". Con un po' di giustizia, si sarebbe potuto lasciargli il tempo di diventarlo. Non lo si volle sottoporre a questa prova e Cazotte morì il 25 settembre 1792, quello stesso anno che vedremo Saint-Martin trascorrere così tristemente ad Amboise.

Di tutti i discepoli di Martinez de Pasquallys, lo spirituale Cazotte fu, con l'abate Fournié, quello che lo onora maggiormente come vedremo.

Si sono spesso avuti dei sospetti circa le convinzioni religiose del celebre portoghese. Si è detto che a dispetto delle sue concessioni linguistiche, fosse rimasto ebreo. Abbiamo visto, parlando di Fournié, che questa opinione non è da sostenere. A sua volta, Cazotte diventa cristiano sincero sotto la direzione di Pasquallys e non va oltre, il Vangelo gli basta. Il maestro avrebbe forse desiderato condurlo più lontano, l'allievo non si prestò e la condotta dell'uno e dell'altro, quella dell'allievo che si ferma dove vuole la sua coscienza, e quella del maestro che rispetta la sua riserva, è una bellissima cosa. In ogni caso la testimonianza di Fournié che ci rivela come Martinez si sforzasse senza tregua per condurre a Dio, al Dio dei cristiani, singolarmente acquista valore grazie alla vita di Cazotte, una vita a questo punto dedicata alla morale evangelica che pratica minuziosamente, e di cui rispetta le delicate severità, anche nelle composizioni più gioiose. Cazotte, a dire il vero, non è un martinezista caratterizzato nelle sue pubblicazioni; ma vi è sempre spiritualista, e lo è grazie al suo maestro, di cui diffonde l'insegnamento secondo il suo punto di vista, perfino nei suoi Racconti arabi. Ho detto che il suo Diavolo innamorato, che presenta una pneumatologia così pungente, è una creazione di pura fantasia ed anteriore alla sua iniziazione.

Cazotte meritò ed incontrò qualche simpatia da parte di Saint-Martin. Ma la sua riserva sui grandi oggetti del teosofo non piacevano a quest'ultimo; non corrispondeva né allo slancio delle sue aspirazioni né alla vivacità delle sue inclinazioni trascendenti.

D'altra parte, i modi arditi del proselitismo da salotto di Cazotte non erano conformi alle sue abitudini. Tutto questo sapeva di profanazione.

Sotto questo duplice punto di vista, il conte d'Hauterive e la marchesa de la Croix, che appartenevano al mondo aristocratico, meglio si adattavano sia alle sue vedute che ai suoi gusti.

La marchesa de la Croix aveva delle attitudini mistiche che si svilupparono al punto di metterla frequentemente in uno stato a metà strada tra la visione e l'estasi, ciò che oggi si chiamerebbe uno stato di comunicazione molto familiare con gli spiriti. Saint-Martin stesso racconta che aveva "delle manifestazioni sensibili". Questo significa che lei vedeva degli spiriti o li sentiva e parlava loro. Aveva con essi dei rapporti a tal punto involontari che la si vedeva interrompere la conversazione per queste udienze estemporanee. Da un lato, tutto questo affascinava singolarmente il giovane entusiasta e lo colpiva, dall'altro il suo spirito, inquadrato dalle letture di Bacone e di Cartesio, trovava le prove della realtà di queste manifestazioni "negative piuttosto che positive".

Tuttavia, l'affinità delle aspirazioni generò una intimità di frequentazioni tra Saint-Martin e la de la Croix, che ritroveremo nella sua vita ancora diverse volte.

Il suo legame con il conte di Hauterive fu ugualmente intimo, soprattutto a Lione.

Sin dal 1774, e molto probabilmente anche prima, Saint-Martin si era recato a Lione, una delle grandi sedi del suo maestro. In quel periodo, le Logge erano considerate dagli uni come una sorta di santuari di misticità, da altri come un mezzo di oneste distrazioni, mezzo un po' qualificato dalla beneficenza. Molte Logge si fregiavano di questo nome, nome abbastanza recentemente creato e sostituito al nome carità che si riteneva troppo poco filosofico. Saint-Martin tenne alla Loggia Beneficente di Lione un corso di cui qualche lezione o meglio qualche frammento è stato pubblicato nelle sue opere postume (Tours, 1807). Queste non sono interessanti che per le idee morali; non vi si trova nulla di rilevante come dottrina.

Negli anni che seguirono quelli che abbiamo appena citati, Saint-Martin si dedicò, in questa stessa città, con il conte di Hauterive ad una serie di esperienze di cui esistono dei processi verbali ancora inediti, redatti da Saint-Martin in uno stile a tal punto laconico che non si vede facilmente quale ne fosse l'oggetto, esperienze mesmeriane o studi teurgici. La laconicità voluta dei processi verbali, che molto spesso si riducevano a due righe insignificanti oppure a formule enunciative di qualche verità generale, non permette alcuna induzione positiva. Le conferenze continuarono durante gli anni 1774, 1775 e 1776. In quel periodo il mesmerismo era ancora nelle sue prime fasi, ai fluidi terapeutici ed al magnetismo minerale. Ma cominciava a trasformarsi. Si imponevano le mani dal 1773. Mesmer non fondò che nel 1778 la società dei magnetizzatori di Parigi e le succursali di Lione, di Ostenda e di Strasburgo non vennero aperte che più tardi; tuttavia già si ricercava la chiaroveggenza. Tuttavia essa limitava le sue pretese alla ricerca dello stato fisico dei malati. Di questa altra illuminazione, di quelle visioni soprannaturali e di quelle percezioni lontane che furono l'ambizione e la passione delle fasi seguenti, non se ne parlava neppure. Nessuno si slanciava ancora in quelle regioni superiori dove altri hanno visto, in seguito, tante meraviglie, e nessuno divulgava quelle peregrinazioni celesti in cui si vede Goethe fare il catechismo e Socrate presiedere il culto. Tuttavia, l'attenzione dei curiosi ha potuto essere attratta sin d'allora allo studio di quei fenomeni, che erano rivolti a tutti nella loro novità. Saint-Martin aveva del personaggio Mesmer un'opinione poco favorevole; era ai suoi occhi "un materialista, ma che disponeva di una grande forza". Si capisce dunque l'importanza per degli spiritualisti quali Saint-Martin e d'Hauterive, di accertarsi direttamente del valore di una scoperta che riguardava tutta l'Europa. Ancora oggi sentiamo la necessità di renderci conto, personalmente, di ciò che questi fenomeni hanno di illusione o di realtà. Anche a rischio di comprometterci un po' agli occhi della critica a partito preso e della negazione dell'inesplicabile quale esso sia, ognuno vuole, in un secolo di investigazione metodica, se l'occasione è buona, rendersi conto da se stesso di fatti molto più meravigliosi e di maggiore portata di quelli del magnetismo terapeutico o estatico. Questo è giusto, e quando scoppia in qualsiasi luogo del mondo civilizzato, in qualsiasi classe della società, un movimento di un'ambizione più alta ancora di quella del cosmografo armato delle sue lenti ed alla ricerca degli spazi infiniti, l'indifferenza sarebbe una debolezza altrettanto grave che la credulità. Quando l'astronomia ha, con i suoi telescopi maggiorati, tanto allargato gli spazi e moltiplicato le sfere, è naturale che la pneumatologia tenti a sua volta di popolarli; è anche naturale che lo spirito umano tenti di far procedere di pari passo i suoi progressi nel mondo spirituale con i suoi progressi nel mondo materiale.

Ho motivo di credere che i due giovani curiosi, lungi dal limitare le loro esperienze a delle ricerche terapeutiche, mirassero alle più alte scoperte pneumatologiche. La fisiologia empirica razionale non era ai loro occhi che uno studio profano. Facevano parte di una scuola teurgica, ed il vero scopo dei teurghi è in minor misura la scienza dell'anima di quella degli spiriti. Saint-Martin era a questo proposito di un'esigenza mitica. Trovava Swedenborg stesso, questo grande investigatore del mondo spirituale,  più ferrato nella scienza delle anime che in quella degli spiriti. Quando conferiva a Lione con d'Hauterive, si era ancora lontani dalle rivelazioni che si sono annunciate sotto i nostri occhi, all'America ed al mondo moderno attraverso la famiglia Foster; si era lontani dalla varietà dei procedimenti di comunicazione inventati dagli uni, perfezionati da altri, resi poi inutili dalla generosa impazienza degli spiriti, dai loro dettati, dalle loro scritture dirette. Tuttavia, ci si persuade forse con troppa compiacenza che si è oggi molto al di là dell'antica conoscenza del mondo spirituale. All'inizio, la compagnia degli spiriti è sempre stata la passione dell'uomo. In seguito, l'antica teurgia ha sullo spiritismo moderno una superiorità incontestabile. Questi, ridotto nelle sue comunicazioni alle individualità della specie umana, a parenti e ad amici, si rivolge a personaggi eminenti, senza dubbio, ma comunque a semplici creature che hanno appartenuto alla sfera terrestre. La teurgia antica, molto più ambiziosa, si metteva arditamente in contatto con gli esseri più elevati della grande ed universale famiglia dei cieli.

E' a queste alte regioni che si elevavano le aspirazioni dei due teurghi che ci hanno lasciato dei processi verbali troppo discreti delle loro sedute di Lione. Non giungo a queste induzioni positive dalle loro note così laconiche che ho sotto gli occhi, ma rilevo nella loro corrispondenza che andavano veramente fino alla ricerca di rapporti con degli spiriti superiori all'umanità. Era la pretesa della Scuola di Pasquallys. Fournié afferma che vedeva il suo maestro, i suoi genitori e sua sorella, tutti defunti, e qualcuno che non apparteneva a questo ciclo puramente terrestre. Vedeva anche il figlio di Dio.

Saint-Martin e d'Hauterive non dicono ciò che videro; ma, più discreti, non furono meno ambiziosi di Fournié. Le lettere di Saint-Martin non lasciano alcun dubbio a questo proposito per quel che lo riguarda. In quanto al conte di Hauterive, si tirava così poco indietro che Saint-Martin si vide costretto a rettificare la tradizione che diceva come il suo amico, non solo conversava con il mondo spirituale, ma andava troppo oltre quando si elevava.

L'ambizione dell'uno e dell'altro era alta, in effetti, e facevano entrambi molto poco caso agli Agenti intermediari, alle Potenze subalterne, della regione astrale. Una persona degna di fiducia che incontrò il conte d'Hauterive emigrato a Londra, verso il 1790, riferì ad un corrispondente di Saint-Martin che citeremo più volte, che il conte perveniva, a seguito di molte operazioni, alla "conoscenza fisica della causa attiva ed intelligente". Vale a dire all'intuizione o alla vista di Gesù-Cristo, in quanto è così, è attraverso le parole causa attiva ed intelligente, che questa scuola teurgica designava il Verbo, la Parola o il Figlio di Dio. Questo sembra anche accordarsi perfettamente con le visioni dell'abate Fournié e stabilire fermamente che tali erano le pretese della scuola di dom Martinez. Ma in più si attribuiva al conte d'Hauterive la facoltà o il privilegio di spogliarsi del proprio corpo al punto di lasciarlo là durante le sue ascensioni mistiche. Si aggiungeva anche che questa separazione aveva l'inconveniente di esporre il corpo a pericolose influenze. Saint-Martin, a cui il suo corrispondente di Berna ne scrisse con il desiderio di conoscerne la verità, smentì formalmente queste voci, per quanto riguardava la scorporizzazione, ma passò sotto silenzio il nocciolo della domanda, come vedremo a suo tempo. Questa circostanza, collegata alla tenuta dei processi verbali dei due amici, non mi lascia alcun dubbio sulla natura delle loro aspirazioni e sulle loro idee all'epoca.

Non penso, tuttavia, che abbiano aspirato a vedere il Figlio di Dio che, in questa veste, non figura nella dottrina e negli scritti di Saint-Martin come nel volume di Fournié. E' per principio?, è per riservatezza? Non deciderò in questo momento in quanto questa questione ritornerà a galla e sarà facilmente risolvibile quando saremo più avanti nei nostri studi su Saint-Martin, sulla sua vita e sui suoi scritti.

In quanto alle conferenze dei due amici, a Lione, una cosa mi stupisce. E' che il loro comune maestro, dom Martinez, che fu spesso con loro in questa città, non vi sia affatto menzionato. Saint-Martin,  che non aveva gustato le sue operazioni teurgiche a Bordeaux, non si preoccupava più di mettersi in contatto con lui? Oppure i due giovanotti erano ben lieti di tentare quelle vie temerarie per conto loro, di sperimentare con un esame di pensiero più libero, di applicare una critica più indipendente e idee più distaccate dalla tradizione, dalla cabala e dal panteismo del loro maestro?.

Lo penso.

In generale non rilevo più, dopo Bordeaux, alcuna ulteriore intimità tra dom Martinez e Saint-Martin. Vedo in quest'ultimo un procedere vieppiù autonomo. La sua libertà, riguardo alle tradizioni di Bordeaux, non è ancora sufficiente, ma già molto sensibile, e ci si farebbe della vita che conduceva, sia a Lione che a Parigi, una idea molto incompleta, se lo si credesse sempre dedito alla ricerca di qualche società segreta o limitato al solo rapporto con il mondo spirituale e con i personaggi misteriosi che ne strappavano i veli. Il mondo con cui aveva maggiori contatti era ben altro del mondo dei teosofi o dei mistici. Ce ne convinceremo seguendolo un po' nelle sue più intime relazioni.

 

 

 

 


 

Capitolo VI

   

La vita sociale. - La prima opera: Degli errori e della verità. La scuola del Nord. - I martinisti ed i martinezisti. - Ultimi rapporti di Saint-Martin con Martinez de Pasquallys. - I Filaleti ed i Grandi-Professi. - L'opera di Saint-Martin. - I suo rapporti con la marchesa de Lusignan e la maréchale de Noailles, i Flavigny, i Montulé, i Montaigu, ecc. ecc....

(1771  -  1778)

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All'avvicinarsi del suo trentesimo anno di età, Saint-Martin si trovò molto ben piazzato nella società. Un viso espressivo e buone maniere da gentiluomo, un aspetto di grande distinzione e di molta riservatezza, lo favorirono. I suoi modi, evocando nello stesso tempo il desiderio di piacere e quello di dare qualche cosa, furono ben presto noti e ricercato ovunque con interesse. Non tratteremo che i suoi legami essenziali, ma avvertiamo che, in quella società così variopinta, così poco seria anche là dove lo era ancora un po', così mondana ovunque, il ruolo del gentiluomo di modesto casato e di non grandi mezzi fu considerevole sin dall'inizio. Calato nel mondo ed amandolo, sempre spirituale ed allegro quando gli conveniva esserlo; abitualmente serio teosofo, umile con l'aria da ispirato, godeva di tutta la deferenza che questo atteggiamento genera negli ambienti femminili. Piacque anche in quelli che l'elevata misticità sempre seduce. Nei circoli che non professavano che l'amore per quella filosofia un po' superficiale che dominava il secolo, nei circoli dove si era amico di facili luci e favorevole ai doveri professati con aria di superiorità e di bon ton, il titolo di Filosofo Incognito che si attribuì fu forse il migliore. Saint-Martin, per giustificarlo in parte, esponeva una dottrina tanto più in grado di colpire gli spiriti quanto più era opposta a quella contemporanea e meglio preparata per controbatterne le frivole aberrazioni. Nel frangente le irritava contraddicendole con pari violenza ed amarezza.

Nel bel mezzo di quelle relazioni così variegate dove il giovane ufficiale, in quanto si è sempre uomo d'arme quando lo si è stato, si sentì impegnato, mise in esecuzione il frutto dei suoi precedenti studi e delle sue nuove meditazioni sul più grave dei problemi, la Verità. Appena si sentì pronto, nel 1775, stampò il suo lavoro a Lione, sotto questo titolo, Degli errori e della verità, da parte di un Filosofo Incognito, Edimburgo, 2 vol. in-8.

Un trattato sul grande interrogativo della natura dei nostri errori e della loro causa deve necessariamente essere anche un trattato sulla natura e sulle origini del vero, indicare i mezzi e le vie che vi conducono. Vale a dire che un'opera completa su questo vasto soggetto non sarebbe nient'altro che un sistema filosofico, una teoria dell'intelligenza umana, un'analisi completa delle sue facoltà ed una ricerca seria dell'uso migliore che conviene farne. Ecco cosa richiamava il titolo della prima opera di Saint-Martin.

Tuttavia, non è affatto in questo senso né a questa elevazione che il trentenne teosofo prende il suo soggetto. Si allaccia essenzialmente al punto di vista religioso. Ha letto un libro molto mediocre, quello di Boulanger, l'Antichità svelata, dove l'autore sviluppa l'antico errore, che la paura è la madre di tutte le religioni e che le catastrofi naturali hanno avuto la parte maggiore in queste paure. Disgustato da questa teoria, pubblica la sua opera per fare giustizia. Una confutazione seria diventava un'apologia del cristianesimo, ma richiedeva una conoscenza dell'antichità, della sua filosofia e delle sue religioni che Saint-Martin non possedeva.

Nella sua opera essenzialmente aggressiva, sorvola. Il suo punto di vista è un altro. Confuta le teorie del materialismo e dimostra che la grande potenza che si manifesta nell'universo e che lo muove, sua causa attiva, è la Parola divina, il Logos o il Verbo. Questo punto di vista è implicito nel titolo stesso del suo lavoro. E' attraverso il Verbo, è attraverso il Figlio di Dio che il mondo materiale è stato creato, come pure il mondo spirituale. Il Verbo è l'unità di tutte le forze morali o fisiche. E' attraverso lui, se non è da lui, che è stato emanato, che è sorto tutto ciò che è.

Fermiamoci un istante per chiarire il significato di questo esordio. E' la dottrina apostolica, che tutto ciò che è, è stato fatto attraverso il Figlio di Dio, che attraverso lui è stata realizzata la creazione dell'universo, nato dalla parola di Dio o dal Logos. Così è riportato nei testi di San Giovanni ed in quelli di San Paolo, che tutti conoscono perfettamente.

Nulla di più legittimo, di più apostolico di questa dottrina da parte di un filosofo che professa per le Scritture un culto così assoluto come Saint-Martin. Ma nulla di più strano, di più ardito della libertà con la quale mescola al dogma cristiano della creazione, sconosciuto alla filosofia greca, l'elemento favorito della filosofia orientale, l'emanazione, sconosciuta al cristianesimo. Ora, emanazione e emanato, sono le due parole preferite di Saint-Martin, come lo erano del suo maestro Pasquallys. Non considerando che la sua terminologia, l'emanazione, questa antica teoria spiritualista, oggi così fortemente recuperata in nome ed a beneficio del materialismo, sarà dunque il sistema di Saint-Martin. C'è di più, con la teoria madre, il teosofo avrebbe adottato il suo inevitabile figlio, il panteismo. Gli si è rimproverato spesso questa deduzione. Il rimprovero non è fondato. Il panteismo di Saint-Martin non è maggiore di quello degli altri noti panteisti di quanto la sua teocrazia non lo sia dei divulgatori più conosciuti del diritto divino. Ma la sua teoria dell'emanazione fornisce chiari lumi sulla sua teoria degli Agenti del mondo spirituale. Emanati dal Verbo, gli Agenti sparsi negli spazi creano e vivificano, regolano e conducono tutti gli esseri morali, comunicando loro la scintilla di vita che il Verbo stesso ha preso nel seno di Dio. Talvolta sembra proprio che ci troviamo, in questi due volumi, in pieno gnosticismo e Saint-Martin vi appare un discepolo d'Oriente più di quanto lui stesso non  creda.

Così gli avversari che Saint-Martin citava nei suoi volumi, Voltaire in testa, lo trattarono con astio. I suoi amici, al contrario, vedendo in lui un ardito e capace campione di quello spiritualismo che il secolo sembrava considerare come definitivamente perduto, si contarono e si raggrupparono intorno a lui con grande deferenza. Martinez viveva ancora in mezzo a loro, ma non pubblicava nulla, ed il pubblico vero, il grande pubblico, ignorava persino la sua esistenza. Il debutto di Saint-Martin, al contrario, sembrava rivelare uno scrittore e rappresentava quantomeno una bandiera.

E' il caso di attribuire all'influenza esercitata da questa opera la fondazione di una scuola di Martinisti, che ebbe seguaci se non molto numerosi, almeno molto ambiziosi in Germania ed in diversi paesi del Nord?

Non lo credo. E' molto vero che numerosi scrittori hanno collegato l'origine di questa specie di setta a Saint-Martin. Ma l'insieme dei santuari o delle logge che questa fondò o che ne adottarono le dottrine più o meno segrete si riallacciava a Martinez de Pasquallys piuttosto che al suo discepolo.

Altri ancora hanno preteso che i martinisti ed i martinezisti si sono confusi in un'unica e medesima scuola. Non lo penso. I seguaci del maestro e quelli del discepolo hanno potuto incontrarsi su diversi punti ed accordarsi sulle idee e le tendenze generali; ma il fatto è che Saint-Martin non ha affatto fondato sette di alcun genere. Ed ho buone ragioni di credere che in generale, si è esagerata l'importanza di quella dei martinezisti, in quanto è così che occorre chiamare i discepoli di dom Martinez per distinguerli da quelli di Saint-Martin.

Per quanto riguarda la Francia, senza dubbio gli adepti di dom Martinez costituirono delle società segrete in diverse città della Francia, e Saint-Martin ne fu membro lui stesso a Bordeaux ed a Lione. Ma ebbe quella di Parigi una reale importanza? Fu sufficientemente numerosa per meritare il nome di setta mentre Martinez era ancora vivo? Fu la madre e divenne il centro comune di quelle note sotto il nome di scuola del Nord e che, tra i loro seguaci, annoverò un principe di Hesse, un conte di Bernstorf, una contessa di Reventlow ed il celebre Lavater? Credo di no, in quanto Saint-Martin ne ignorava quasi le caratteristiche.

In quanto a quella di Parigi, si separò e si fuse in due altre alla morte di Martinez: in quella dei Grandi-Professi ed in quella dei Filaleti.

Gence, che era perfettamente informato, ci dice che Saint-Martin rifiutò di entrare sia in una che nell'altra di queste ultime; e non penso che appartenesse seriamente alla società madre. Ecco le mie ragioni.

Già a Bordeaux, come ho detto, c'era un distacco da parte del discepolo per le pratiche, le operazioni esteriori, del maestro. Tanto quanto la dottrina, il fine e gli orientamenti del misterioso iniziatore attiravano l'adepto, così certi mezzi, le cerimonie teurgiche o magiche, ripugnavano alla sua sensibilità diritta e pia. Molto presto l'allievo sembra averle abbandonate, se non per sempre, almeno per un certo periodo. Non dico che non vi si sia più riavvicinato, abbiamo motivo di credere il contrario; ma è certo che in questo periodo ai suoi gusti di spiritualità non si confacevano; seguì degli studi ed allacciò relazioni di tutt'altro genere rispetto a quelle del suo maestro. Quest'ultimo cadde talmente nell'ombra che a mala pena ci si accorse della sua partenza per Santo-Domingo. Saint-Martin scrisse, per la verità, nove anni dopo, che la morte glielo tolse quando appena avevano cominciato a camminare insieme; ma si tratta di una delle sue numerose distrazioni. Il fatto è che erano più d'accordo all'inizio che alla fine; e più fossero rimasti insieme, meno si sarebbero riavvicinati. Il discepolo era fondamentalmente diverso dal maestro. Lungi dal volere, a sua imitazione, nascondere la sua vita e vegetare in misteriose assemblee, il Filosofo Incognito aspirava, in realtà, ad essere il filosofo conosciuto. E meritava di esserlo, sapendo ammirevolmente unire le due cose più rare e più lodevoli per un uomo dotto, quella di pensatore profondo e quella di uomo di mondo molto noto. Ricevuto ovunque con la premura che meritavano queste due qualità, e prestandosi a queste premure senza che l'uno dei suoi due meriti che lo fecero ricercare nuocesse all'altro, Saint-Martin era fatto per la società tanto quanto per la seria filosofia che aspirava di diffondervi.

In effetti, Saint-Martin, che seguiva la società, dove ebbe sue relazioni proprie e suoi orientamenti indipendenti sin dall'inizio, lo attirava suo malgrado. Vi si trovava a suo agio praticamente da sempre e, per quanto differenti fossero le sue vedute e le sue aspirazioni da quelle che vi dominavano, si interessava a tutto. Per dare un'idea un po' intuitiva di come stavano le cose, riporterò una pagina piuttosto curiosa del suo Portrait, una pagina che l'editore maldestro del 1807 ha soppresso nella sua pubblicazione. E' una pagina del 1787; ma si riferisce al 1771, e ce lo rivela molto attaccato a quell'epoca, per quanto incoerente ne sia la forma.

"Devo almeno un riferimento alla casa di Lusignan, che mi ha colmato di cortesie, sia a Parigi che nella loro terra di Chételier en Berry;  alla nostra corrispondenza intima di un anno senza esserci visti. Il nostro primo approccio al castello, dove fu furiosa (si vede che per Saint-Martin la casa dei Lusignan è essenzialmente la signora di Lusignan) di avermi parlato come ad un vecchio, mentre non avevo che ventotto anni. La nostra società di Parigi, per metà spirituale, per metà umana (mondana?): i Modène, i Lauran, i Turpin, i Montulé, i Suffren, i Choiseul, i Ruffé, la rispettabile vecchia madre Lusignan, morta in tre ore senza essere stata mai malata...., i Puymaudan (senza dubbio gli avi del marchese di Pimodan, morto a Castelfidardo), i Nieul (conservo l'ortografia e non metto che la necessaria punteggiatura), i Dulau, di cui il nome della figlia fa epoca nel mio spirito; i Bélabre, l'abate de Dampierre, il giovane Clermont, ucciso a Parigi il 10 agosto 1792; il vecchio buonuomo la Rivière, i signori di Worms e di Majelai, Duvivier d'Argenton, l'abate Daubez, il signor de Thiange, cordone rosso e maestro del guardaroba di monsignor d'Artois....; i Crillon, il chimico Sage, il geneologo Chérin, bravo in storia; i Culan, i la Cote, il signor Rissi, luogotenente degli invalidi del castello; i des Ecottais, la maréchale de Noailles...; i Flavigny, i Tésan, i Montaigu...; per finire la famosissima famiglia Ricé de Dombez. Senza parlare delle due lettere che conserverò fino alla tomba, dell'apprendimento della scrittura, del viaggio a Bordeaux, delle riflessioni dello spogliatoio, ecc. Tutto il sufficiente perché il ricordo di questo casato non scompaia dalla mia memoria".

Mi fermo nella citazione di un appunto così fortemente impregnato di tutto il disordine che hanno gettato nella stesura ricordi così vivi e numerosi, di un appunto scritto nel momento in cui l'autore si preparava ad un viaggio che minacciava di cancellare quelle impressioni così dolci; - mi fermo, dicevo, nella citazione per diverse ragioni.

Innanzitutto, in ciò che ho riportato, tutto appare chiaro circa le numerose relazioni di Saint-Martin in questo periodo. In effetti, è evidente che si tratta di autentiche relazioni; che non siamo di fronte ad incontri casuali e privi di interesse avvenuti una o due volte; si tratta, al contrario, di legami avuti con persone di cui si vuole conservare il ricordo.

Non sono poi sicuro, ed è l'ultima delle mie ragioni, di ben comprendere il seguito.

Ed ecco quello che sono sicuro di non capire affatto: "Ne ho fatto la conoscenza a Chambéry, dove lei si era messa in salvo con la famiglia presso la quale abitava dalla separazione da Nion, per le funeste conseguenze del suo secondo matrimonio". Di cosa si tratta?

Forse di tutta questa rispettabile famiglia, forse della signora di Lusignan o di un'altra persona?

Evidentemente di una persona che si era fatta una seconda famiglia e si era rifugiata presso degli amici in seguito ad un secondo matrimonio, un matrimonio sfortunato. Ma chi è questa persona? Si tratta forse della signora di Lusignan? Si è sposata una seconda volta? E' diventata la signora di Nyon? Ma, in questo caso, come Saint-Martin può aggiungere quanto segue: "I Lusignan sono stati i primi ad espatriare", poiché, in ogni caso, non è a Chambéry e nel periodo dell'emigrazione che ne ha fatto la conoscenza, in quanto non è emigrato e questa conoscenza datava dal 1771?

In effetti, non aveva che ventotto anni al momento del primo incontro con la signora di Lusignan, circostanza che ne colloca l'epoca al congedo dal reggimento di Foix.[1]

Come si può vedere, vi sono molti lati oscuri, ma ammesso che ne valga la pena, non dubito che si possa trovare, nella famiglia stessa che fu oggetto di tanto attaccamento da parte del filosofo, qualcuno che vorrà prendersi la cura di chiarirli.

Al di là tuttavia dei lati oscuri che abbondano in ogni biografia, soprattutto in biografie che non sono che un "portrait", ciò che rimane assodato, è che in questo periodo le relazioni di Saint-Martin erano molto numerose ed eccellenti; frequentava la migliore società e godeva di quella intimità così propizia ad attirare gli spiriti migliori.

   

   

   

   

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo VII

 

Rapporti di Saint-Martin con la marchesa di Clermont-Tonnerre, le signore di Openoi e di Bezon, il generale Duval, i Pontcarré, d'Etterville, Lalande, la marchesa de La Croix, il duca d'Orléans, il cavaliere de Boufflers, il curato Tersac, il maresciallo di Richelieu. Le sue apparizioni a Brailly, a Abbeville, a Etalonde. Il suo primo viaggio in Italia.

(1 7 7 1   -   1 7 7 8)

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Saint-Martin si trovava bene in società e vi era apprezzato. Legava facilmente; tuttavia conservava la sua caratteristica di filosofo molto religioso, molto spirituale, conseguendo altrettanti lusinghieri risultati sia trattando gli spiriti che gli uomini. Cosa che non si vede affatto nelle relazioni che ha appena menzionato, ma i nomi citati non esauriscono, peraltro, la lista dei suoi amici.

Bisogna, per cominciare, aggiungervi il nome della marchesa di Clermont-Tonnerre, che lo cercò proprio per fruire dei suoi studi mistici, e da cui si lasciò premurosamente trovare per via di quello che lui stesso chiamava il suo grande progetto.

Per quanto sia riservato nelle sue note su quest'ultimo punto, e per quanto sia discreto al riguardo il solo dei suoi biografi al corrente dei suoi intimi lavori, risulta comunque dal poco che riportano, che a seguito dei loro studi, il suo grande progetto, era la sua opera di missionario. Cerca molto poco di nasconderlo, anzi, al contrario, lo fa ben capire, di quando in quando, che la sua missione è di comunicare, se non l'insieme delle sue idee, di ciò che oggi chiamiamo il suo sistema, la sua teosofia o il suo misticismo, per lo meno i grandi principi della sua opera, quello che egli stesso chiama i suoi oggetti. Pieno di ardore, ricco di forti convinzioni, beneficiando con prudenza dei vantaggi di una gioventù bene amministrata, eccitato dal successo e bene accolto anche dove non otteneva quanto chiedeva, vale a dire la direzione dell'anima, il suo proselitismo fu soprattutto attivo nel ceto alto.

Lo confessa con gioia in caso di successo; con dolore nel caso contrario.

Prestiamo attenzione a certe confidenze delle sue note. In una di quelle redazioni così aride che lascia senza data e senza stile, relativamente a quest'epoca dice: "A Brailly, ad Abbeville, a Etalonde vicino alla città di Eu, ho stabilito legami interessanti con le signore di Openoi, di Bezon; con i signori Duval, Frémicourt, Félix, i Dumaisniel".

"Frémicourt è uno di quelli che è stato più lontano nell'ordine operativo".

Vale a dire nell'ordine di quelle operazioni teurgiche alle quali Saint-Martin aveva rimproverato al suo maestro di dare troppa importanza, e che felicita Frémicourt di avere abbandonate, in quanto aggiunge:

"Ma se ne è ritirato per merito di un'azione benevola che lo ha illuminato.

"Non ero affatto abbastanza avanzato in questo genere né in alcun altro genere attivo, per assumere un grande ruolo in questa eccellente società; ma si è talmente buoni da ricoprirmi di gentilezze.

"Duval era un incredulo che aveva resistito a tutti i dottori ed a tutti i teologi. Venne a trovarmi a Parigi, e Dio permise che in due o tre conferenze, gli facessi fare mezzo giro completo a destra; a tal punto che è diventato molto più esemplare di quanto non lo fosse in precedenza. L'ho rivisto nel 1792 quando venne nominato colonnello dei dragoni. Le sue qualità mi incantarono e non ho potuto definirlo altrimenti che dicendo che è un corpo di ferro, un cuore di fuoco ed un'anima di latte. Le sue conoscenze non mi paiono eguagliare le sue qualità; ma cosa ha da rimpiangere in questo? E' diventato luogotenente generale".

Si operava dunque in queste società. Inoltre il genere delle operazioni dove Saint-Martin non era forte e non voleva esserlo, c'erano altri generi attivi. Quelli, li apprezzava; al punto che rimpianse di non esservi sufficientemente avanzato. Non lo era abbastanza in nessun genere attivo. Non voglio tentare di sollevare, su questi generi, il velo che vi pone la sua discrezione, ma voglio constatare che si attribuisce con piacere un ruolo più marcato nel genere dell'insegnamento. Di un incredulo, del futuro colonnello Duval, egli fa in due conferenze un credente, di cui quindici anni dopo le qualità lo incantano.

In questo periodo di primo fervore, davanti alla sua missione morale o religiosa, ogni altra cosa scompariva agli occhi di Saint-Martin. Le cose più sorprendenti per il profano lo emozionavano poco o punto. Lungi dal causargli sensazioni dolorose, lo spettacolo della morte non è per lui che quello di un progresso nella via interiore; è per l'anima il segnale di una vera elevazione. Andare alla morte per la via del sacrificio rappresenta vera e gloriosa forza.

"Il casato di Pontcarré a Parigi, dice, mi ha offerto il grande esempio di una donna forte. Era la figlia del signore de la Tour, primo presidente d'Aix, e della signorina d'Aligre. Si è immolata a quello che credeva essere il suo dovere verso i suoi genitori ed ha visto la sua fine (la fine dei suoi giorni terrestri) con la calma di un eroe.

"Suo marito ha avuto una qualche parte nei miei oggetti, attraverso  comunicazioni fattegli da Hauterive, e ne aveva tratto buoni frutti. (Conosciamo già il conte d'Hauterive, quell'amico di Saint-Martin di cui la tradizione raccontava cose così meravigliose e la cui anima, diceva, lasciava il corpo per elevarsi nelle regioni supreme).

"Alla morte di sua moglie, lo seguii nella sua casa di campagna, nel cui cimitero aveva voluto essere seppellita. Ero stato freddo vedendo il corteo partire da Parigi; rimasi freddo vedendo la sua fossa. Non so perché i morti non mi rattristano più di tanto. Forse perché sovente penso alla morte come ad una promozione.

"Le cerimonie religiose che accompagnano i funerali mi colpiscono molto di più.

"Ho rivisto, dopo, il signor di Pontcarré a Rouen, e presso il signor d'Etteville vicino a Gaillon, dove fui molto dispiaciuto di non poter restare che tre giorni, in quanto speravo di dissodarvi utilmente qualche terreno".

La evidenziazione è nostra per far notare ciò che preoccupa Saint-Martin nella vita sociale, sia essa a Parigi od in campagna.

Per compiere con maggior successo quello che chiamava il suo grande affare, Saint-Martin cercò anche relazioni con i più eminenti uomini di scienza. Contattò soprattutto l'astronomo Lalande. Gli astri rivestono un ruolo importante nella teurgia, e Saint-Martin aveva preso gusto a quelle misteriose elucubrazioni sui numeri che ancora allora preoccupavano dom Martinez, il suo maestro, e sulle quali uno dei più distinti mistici tedeschi dell'epoca, d'Eckartshausen, doveva lasciare due volumi pieni delle cose più strane. Ma Saint-Martin non poté intrattenere l'illustre astronomo che sul sistema del mondo, e Lalande non volle ascoltare la minima osservazione su quello che il teosofo chiama le sue puerilità: ci si separò poco soddisfatti l'uno dell'altro, e per sempre.

Respinto in questo settore, Saint-Martin ricercò contatti con distinti letterati nonché con tutti coloro che esercitavano una grande influenza nella società per la loro intelligenza o per il loro sangue. Scartava peraltro senza tanti complimenti tutti quelli che non corrispondevano al suo pensiero, come fece con il maresciallo di Richelieu. Fu così che incontrò anche, senza legarvisi, il duca di Orléans, non ancora diventato celebre negli annali della rivoluzione, ma già uomo di spicco ed altolocato fautore delle opinioni e dei principi che stavano cambiando il volto della Francia. Il cavaliere di Boufflers, la cui brillante intelligenza conquistava tutti, non gli andò maggiormente a genio.

Saint-Martin vide con maggiore costanza il marchese di Lusignan, la cui moglie era una delle sue migliori amiche e la più costante delle sue relazioni.

Mi limito a questi nomi in quanto sufficienti ad indicare il posto che il giovane teosofo ricercava nella società. Aggiungo soltanto che, sin da allora e per tutta la sua vita, ebbe pochi rapporti con il clero. Eccettuato il curato di Saint-Sulpice e qualche altro prete di rango altrettanto secondario, non frequentava sacerdoti. Peraltro non trovo nelle sue pagine confidenziali una sola menzione di un qualche interesse al riguardo. Amava troppo, in quel periodo e sempre, la discussione libera da qualsiasi autorità per sottomettere le sue idee alla più assoluta ed alla più impersonale di tutte.

In quanto alla discussione, la più severa delle prove, lontano dall'evitarla, la ricercava, per una ragione che si deve ascoltare dalla sua bocca, in quanto desidera ammettere che lo fortificava nelle sue convinzioni.

"Benché le mie idee trovino sempre da svilupparsi, ci dice, e ad assorbire da tutte le persone che mi fanno l'onore di volersi intrattenere con me, quelle idee non sono mai cambiate nel confronto, e sovente si sono ancor maggiormente confermate. Devo molto in questo campo, in particolare al marchese di Lusignan, al curato di Saint-Sulpice Tersac, al maresciallo di Richelieu, al duca d'Orléans, al dottor Brunet, al cavaliere di Boufflers, al signor Thomé, ecc...., tutte conoscenze che non sono durate che un momento e non sono state che un passaggio". (Portrait).

Si è sempre pronti ad ammettere che amiamo discutere, ma che non si cambia opinione. Inoltre, la frase porta il biografo un po' oltre la verità in senso stretto. Il marchese di Lusignan, che pone tra i suoi passaggi, non vi fu compreso; Saint-Martin conservò per lui, come per la signora di Lusignan, un lungo e profondo attaccamento.

Sin d'allora, Saint-Martin, conteso da più parti, lo fu anche fuori dalla Francia, e senza che né lui né altri ce ne dicano il vero motivo.

In effetti, già nel 1775, fece un viaggio in Italia di cui parla poco, non nominando che due o tre città visitate. Credo che si trattò di un viaggio di ricerca o ricognitivo, un tentativo di proselitismo. I timori che agitarono il viaggiatore sembrano provarlo. Quali altri motivi se non i suoi disegni ed i suoi progetti poteva avere per preoccuparsi, ad esempio, dell'inquisizione? La sua prima opera, o non era ancora nota, o, se pubblicata, non lo comprometteva agli occhi del sant'uffizio. Eppure fu piuttosto cauto. Ascoltiamone l'ammissione.

"Nel 1775, feci un viaggio in cui mi imbarcai da Nizza a Genova. C'era sulla feluca un inquisitore di Torino con cui allacciai conversazione ed al quale parlai forse un po' troppo francamente di certe cose e di certe persone. Durante il viaggio, gli chiesi quanta distanza ci fosse tra il luogo dove ci trovavamo ed una città che vedevamo davanti a noi; mi rispose in francese, ma con accento italiano: Vi sono dieci leghe. Quando giungemmo vicino a Genova, mi impegnò per andarlo a trovare a Torino, dove dovevo recarmi. Al mio rifiuto, mi sollecitò  a dirne il motivo; accampai ragioni di affari e di opportunità. In seguito, riflettendo sulle nostre conversazioni e sui pericoli che avrei potuto correre ad avvicinarmi troppo a questa santa persona, mi venne in mente che avrei potuto rispondergli: Vi sono dieci ragioni".

Saint-Martin era molto aperto con certe persone pur ritenendosi molto poco ortodosso su certi argomenti. Teme e nasconde i suoi timori trattandoli come un gioco. Ma i suoi timori erano esagerati. E' vero che negli Stati pontifici la pena di morte pendeva sulla testa degli adepti di qualsiasi società segreta ed in particolare sulla testa dei massoni; è vero che questa legge, così anacronistica verso la fine del diciottesimo secolo, veniva realmente applicata solo di tanto in tanto; ma queste aberrazioni della giustizia erano rare. Non si procedeva con rigore che in circostanze straordinarie e quando l'opinione, scossa da fatti straordinari, vi costringeva le autorità. Il processo di un uomo troppo famoso e la cui vita è ancora avvolta nel fiabesco, il processo di Cagliostro, che fu una di quelle eccezioni sul finire del secolo, non deve indurci in errore a questo proposito. Saint-Martin, che non poteva fare alla corte di Roma la minima ombra, non aveva alcun motivo di temere l'inquisizione di Roma, ed ancor meno il suo compagno di viaggio, l'inquisitore di Torino. Roma e Torino non erano Madrid.

Questo viaggio non fu d'altronde che un'escursione di breve durata. Saint-Martin continuò a Lione le sue sedute misteriose con il conte d'Hauterive, dal 1774 al 1776, senza che si notino apprezzabili interruzioni nei processi verbali che conosciamo. Neppure si notano dei risultati da questo breve affacciarsi al di là dei monti.

Tutt'altro discorso per un secondo viaggio in Italia, un po' più lungo, fatto in compagnia di due uomini noti per le loro pie aspirazioni e la cui influenza su Saint-Martin ha lasciato dei segni  nella sua vita


 

Capitolo VIII

 

Soggiorno di Saint-Martin a Tolosa. - I suoi rapporti in questa città. - I suoi progetti di matrimonio. I suoi progetti di abboccamenti con Voltaire e Rousseau. Il suo soggiorno a Versailles, i suoi rapporti con Gence, ecc.... - La marchesa di Chabanais.

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Saint-Martin entrava nel suo trentacinquesimo anno di vita. Si sentiva ancora giovane ma stava cessando di esserlo. Già più di una volta, tutto preso dalla sua missione, dal suo proselitismo spirituale, in numerose relazioni e trascinato dalle predilezioni femminili cui non si sottraeva, il suo cuore si era infiammato; la frequenza nel negarlo ne attestano suo malgrado la verità. Aveva più di una ragione per non pensare ad una sistemazione, la sua missione stessa, i grandi problemi esistenziali, la libertà che il celibato gli dava per i suoi frequenti spostamenti e le relazioni di ogni genere, la sua modesta ricchezza, lo stato di dipendenza in cui si trovava, a questo titolo, riguardo al padre. Eppure, durante il suo soggiorno a Tolosa, verso il 1778, fu per due volte sul punto di impegnarsi. Non approdò a nulla benché fossero meno fugaci di altre, le considerò ben presto come delle prove sulle quali fu di una discrezione estrema, come su tutto ciò che riguardava i suoi affetti intimi. Non ne trasse che una lezione: gli dimostrarono "una volta di più che non era nato per una cosa sola della terra (nemmeno una sola), e che invano la sorte tenterebbe di legarvelo". Queste sono le sue espressioni e non si potrebbe meglio accettare il fatto compiuto né raccontarle in modo più naturale.

"Ho fruito, ci dice, a Tolosa di un privilegiato rapporto con una famiglia squisita, i Dubourg. Ed ho avuto l'occasione di incontrarvi i sigg. Villenouvet, Rochemontès, Quellus, Labadeus, Marade, uomo di grande intelligenza. _ Le incantevoli passeggiate di Rochemontès rimarranno a lungo nella mia memoria. Mi trovo magnificamente. Sono stato colpito dalla bontà delle anime pure che ho incontrato nella deliziosa famiglia Dubourg. C'è stata una qualche velleità di matrimonio per me, dapprima con la maggiore delle Dubourg e poi con una inglese chiamata signorina Rian. Ma tutti questi progetti si sono dissolti come tutti quelli relativi soltanto a questo basso mondo. In quanto mille esperienze mi hanno insegnato che invano la sorte tenterebbe di legarmi a lei e che non ero nato che per una cosa sola. Beato, beato se le circostanze non avessero lasciato la mia debolezza così sovente a se stessa e non mi avessero così esposto a scendere anziché a salire come avrei dovuto fare senza tregua! 1778". (Portrait).

Malgrado il doppio rapporto che Saint-Martin ebbe il tempo di intrecciare a Tolosa - ed i suoi innamoramenti non fossero di quelli che nascono e passano come meteore - non credo che il suo soggiorno si sia prolungato al di là di qualche mese. Se ritengo questo, non è per il fatto che non trovo gruppi da lui fondati secondo la sua missione; questo non proverebbe niente non avendone fondati neppure a Parigi e che in generale amava poco questi gruppi; - se ritengo questo, è perché non trovo alcun discepolo che egli abbia formato, né relazioni permanenti che vi avesse contratto. Mentre questo era nei suoi desideri come si rileva dai suoi soggiorni a Lione, a Strasburgo, a Parigi ed a Versailles. D'altronde, lo ritroviamo ben presto a Parigi che frequentava volentieri come fa la maggior parte delle persone che non vi abitano, chiamandola il suo purgatorio, ma lasciandola sempre con rimpianto e ritornandovi sempre con sollecitudine: in quanto tutta la sua vita dimostra ciò che dimostra quella di molti altri, una volta che si è vissuto a Parigi, non si è propriamente di Parigi, ma non si è più a casa propria lontano da Parigi.

Nella sua qualità di giovane scrittore anelante ad una grande influenza e peraltro portato ad ogni genere di entusiasmi, ammirando tutti gli uomini superiori, desiderava vivamente, in quel momento, entrare in relazione con il più grande ed il più universale spirito del secolo, con colui che non dirò lo governasse, nessuno governa un secolo, se non è quello che li governa tutti, ma il primo fra tutti gli scrittori, colui che aveva un'influenza preponderante. Il maresciallo di Richelieu, che contava in società e che lo proteggeva con serietà maggiore di quella che era la frivolezza delle sue ordinarie abitudini, aveva parlato a Voltaire della prima opera del suo protetto per ben disporlo all'incontro desiderato da Saint-Martin. Lo spirituale vegliardo, che nulla rifiutava al maresciallo, suo grande amico e collega all'Accademia, Voltaire, che gradiva peraltro ogni genere di riconoscimento, aveva immediatamente risposto alla sua maniera: "Il libro (Degli errori e della verità) che avete letto per intero, non lo conosco; ma se è buono, deve contenere cinquanta volumi in-folio nella prima parte e mezza pagina nella seconda". Quando ebbe letto quel grosso volume che contraddiceva le sue idee e condannava tutta la sua opera, lo criticò con sdegno, brutalmente; ma si guardò bene dall'esternare il suo pensiero al maresciallo di Richelieu. Fu in una lettera a d'Alembert (22 ottobre 1777) che sfogò la sua irritazione. Ciononostante non si sottrasse all'incontro nuovamente richiestogli da Richelieu. D'altronde, sei mesi erano trascorsi dalla lettura che aveva fatto del volume di Saint-Martin, e la sua morte (10 maggio 1778) lo dispensò dalla visita all'Illuminato, nel momento in cui doveva avvenire.

E' un peccato non poter avere, vergate dalla penna di ognuno di essi, qualche parola di apprezzamento reciproco da comparare ai racconti della conferenza Ch(teaubriand.

Da parte di Saint-Martin, il desiderio di incontrare l'autore delle Lettres philosophiques scaturiva  da una sincera ammirazione. Non si può non condividere il pensiero di Saint-Martin per uno scrittore che urtava tutte le sue tendenze e condannava a sua volta tutto il suo pensiero: "E' impossibile, dice, non ammirare quest'uomo straordinario, che è un monumento dello spirito umano....

"Ma, l'uomo non essendo perfetto, è forse quel gusto così elevato, così delicato, così perfetto, che è stato il merito dominante di Voltaire e che fa premio sugli altri doni, quali l'elevazione e l'inventiva, che sono molto vicine l'una all'altra."

Attiro un po' l'attenzione su questa nota così sottile e così profondamente vera:

"Non posso perdonargli di aver trattato Rousseau come ha fatto. Voltaire non era né ateo né materialista. Era troppo intelligente per esserlo; ma non aveva abbastanza genio né illuminazione per credere a qualcosa in più".

Ecco ancora una volta l'osservazione di un eccellente osservatore. Le pagine di Saint-Martin, in linea generale, sono disseminate di questi punti luminosi che fanno l'effetto di perle gettate su di uno sfondo un po' opaco e troppo sovente oscuro.

Saint-Martin desiderava ancor più di fare una conoscenza personale con lo scrittore che abbiamo sentito controbattere agli attacchi di Voltaire. J.J. Rousseau gli ispirava reali simpatie per la levatura delle sue tendenze riformatrici e per la fermezza delle sue dottrine spiritualiste. Studente del diritto, le sue predilezioni per la legge naturale lo avevano portato verso un illustre scrittore di Ginevra, Burlamaqui, il cui miglior lavoro, i Principi del diritto naturale e politico, era apparso durante il suo periodo scolastico. L'Emile ed il Contratto sociale, pubblicati quasi nello stesso periodo, circa un anno dopo rispetto al libro di Burlamaqui, offrivano a Saint-Martin, con uno stile avvincente, lo sviluppo filosofico delle nobili teorie che lo incantavano nelle opere dell'erudito professore. Le Confessioni, che apparvero durante gli ultimi periodi di guarnigione del giovane ufficiale, negli anni dal 1766 al 1770, finirono per riempirlo di entusiasmo per un osservatore così geniale della vita interiore, senza abbagliarlo sulla lacuna che si notava nelle aspirazioni morali di Rousseau. In tutti quei volumi, scritti con uno stile ispirato dove gli slanci dell'anima sembravano prevalere su quelli della speculazione astratta, si ritrovava con gioia. Si trattava del ritratto fedele di quella stessa lotta morale, di quegli stessi conflitti, di quelle stesse sconfitte, di tutte quelle alternanze di piacere e di confusione, di eccessi di indulgenza e di eccessi di severità per se stesso, che costituivano la sua vita. Saint-Martin vedeva nell'anima di Rousseau quel raggio dall'alto che forma la vera vita di ogni uomo per il quale la cosa più importante è il serio perfezionamento di se stesso.

"Alla lettura delle confessioni di J.J. Rousseau, ci dice, sono stato colpito da tutte le affinità che mi sono ritrovato in lui, sia nei nostri modi affettati  presi in prestito dalle donne - la donna si incontra volentieri sotto la penna di Saint-Martin - che nel nostro gusto per la ragione e per l'ingenuità infantile, nonché per la facilità con cui siamo stati giudicati sciocchi nella società, quando non avevamo una totale libertà per svilupparci.

"La nostra esistenza temporale ha avuto qualche similitudine, considerate le nostre diverse posizioni in questo mondo; ma sicuramente, se si fosse trovato al mio posto con i suoi mezzi ed il mio temporale, sarebbe diventato un uomo diverso da me.

"Rousseau era migliore di me, l'ho riconosciuto senza difficoltà. Egli tendeva al bene con il cuore, io vi tendevo con lo spirito, le luci e le conoscenze. E' questo che ci caratterizza. Lascio comunque alle persone intelligenti discernere ciò che chiamo le vere luci e le vere conoscenze, ed a non confonderle con le scienze umane che non generano che degli orgogliosi e degli ignoranti".

Che magnifico giudizio, quale umiltà! E quale indulgenza per l'uomo, per quanto siano distanti lo scrittore dalla dottrina del giudice! Un incontro tra due personaggi così impregnati di giustizia e di tolleranza, entrambi così originali, raccontato dall'uno e dall'altro, avrebbe offerto ai contemporanei ed ai posteri un ben grande interesse. Ma questo incontro doveva fallire come il precedente e per la stessa ragione.

Il largo tributo pagato ai due più grandi scrittori del secolo ed i più illustri rappresentanti delle tendenze religiose che Saint-Martin doveva combattere, non arrestò affatto la sua seria attività nella lotta. Da parte sua, la guerra fu sempre tanto misurata nella forma che fervente nella sostanza.

Si recò, all'incirca in questo periodo, a Versailles e vi ebbe un soggiorno sul quale non ci dà, ancora una volta, nelle sue note, che brevissime indicazioni, che non permettono di sollevare che una parte del velo.

"Durante il breve soggiorno nella città di Versailles, dice, ho conosciuto i sigg. Roger, Boisroger, Mallet, Jance (Gence?), Mouet (Monet?). Ma la maggior parte di queste persone era stata iniziata pro-forma. Pertanto i miei interessi si discostavano da loro; Mouet era uno di quelli maggiormente in grado di coglierli".

Tutto questo è a prima vista piuttosto conciso ed oscuro. Sappiamo tuttavia quale missione intendeva svolgere Saint-Martin a Versailles, ce lo fa capire bene. Poche parole metteranno bene in chiaro questa missione. La città di Versailles era un focolare di movimenti teosofici e probabilmente già di operazioni teurgiche. Un po' più tardi ebbe due Logge e due associazioni di adepti che prendevano, come gli autentici martinezisti, il titolo di Cohen, che abbiamo descritto, o quello di Filaleti, cioè di amici della verità. Analogamente a Saint-Martin, si riallacciavano direttamente a dom Martinez de Pasquallys. Questo risulta dai frammenti di processi-verbali che ho sotto gli occhi. Si erano innestate su Logge massoniche o erano composte da membri provenienti da queste Logge? Non saprei dirlo. Rilevo in questi frammenti una sorta di terminologia abituale alle Logge, ma vi trovo qualcosa in più e soprattutto idee di pneumatologia di cui le Logge non si occupano. I martinezisti, autentici o degenerati di Versailles, andavano più lontano delle Logge sotto un altro aspetto. Gence ci dice che, per molti di essi, non era la scienza del mondo spirituale, era la ricerca della pietra filosofale che interessava loro e che questa aberrazione allontanò Saint-Martin dal loro gruppo. Volle evidentemente mettersi in rapporto con essi; ma da questo momento non fu più soddisfatto dallo spirito che li animava. Vi furono peraltro nel loro gruppo delle persone i cui nomi gli sono rimasti cari. Gli si legò Gence che doveva poi diventare il suo biografo ed il suo apologista, come di un filosofo molto meno celebre, seppur interessante, Antoine Lasalle, le cui opere sono così poco citate oggi, per quanto impregnate di originalità. Saint-Martin rilevò con rammarico che la maggior parte degli adepti di Versailles non erano stati iniziati che pro-forma, cioè con cerimonie esteriori, cerimonie forse troppo analoghe a quelle delle Logge, che lo soddisfacevano così poco. In effetti, benché avesse lui stesso professato in quelle di Lione per un periodo, si teneva generalmente lontano dalla massoneria, nonostante il ruolo che rivestiva ai suoi tempi, malgrado il ruolo che rivestiva nella scuola di dom Martinez e quello che rivestiva nella vita di Cagliostro, forse proprio a causa di questo ruolo. Fatto sta che, in certi periodi della sua vita, lo vedremo assumere atteggiamenti di insofferenza quando gli si parlerà di Logge. Si intravede già questo suo porsi nel commento sui martinezisti di Versailles che descrive iniziati pro-forma. Vi aggiunge d'altronde una frase in più per stigmatizzare la distanza che li separa da lui: "I miei concetti erano lontani da loro".

E' poco per indicarci, ma molto per lasciarci intravedere cosa era venuto a fare in mezzo a loro. Saint-Martin, dopo la morte di Martinez o la partenza dalla Francia del suo vecchio maestro, era se non il successore riconosciuto di quest'ultimo, quantomeno il principale iniziatore alla dottrina della Scuola. La trasmissione dei suoi concetti ed il relegare in secondo piano le forme o le cerimonie costituivano, lo si vede, i due punti più essenziali della sua missione. Ciò che ben caratterizza l'era in cui Saint-Martin entra da quando è separato dal suo maestro, è che dà maggior valenza ed applica tutte le sue facoltà a questa iniziazione superiore, a questa opera epurata dove le forme fanno spazio al raccoglimento, le cerimonie e le operazioni esteriori alla meditazione, all'elevazione verso Dio ed all'unione con lui. Non vuole più assoggettamenti alle Potestà ed alle Virtù della regione astrale.

A questo apostolato nelle vie interiori consacra la sua esistenza e dedica tutta la sua ambizione. Vuole riuscirvi. Se vuole piacere, non è per la sua persona; è per i suoi disegni di conquista, di vita spirituale, che ricerca la vita sociale, i grandi scrittori, gli uomini di scienza come gli intellettuali. Non si agita. Solo Dio è la sua passione, ma è anche la passione di Dio. Lo dice in quanto non ha una cattiva opinione della propria persona. Al contrario. Pensa, ad esempio, che la sua viva voce attirerà le anime più di ogni altro mezzo.

Ma non è né vanesio né presuntuoso. E' umile, tanto umile che ne è intimidito. Non ignora che ha bisogno, per valere tutto ciò che è, che lo si incoraggi, che lo si faccia, per così dire, uscire da se stesso. Questo fu ai suoi occhi il grande merito di una delle sue migliori amiche, la marchesa di Chabanais, di farlo uscire da se stesso. E' questo il motivo che lo legò così profondamente a questa donna eminente, una delle persone a cui portava maggior riconoscenza per gli aiuti che dava al suo spirito attraverso gli slanci che essa gli imprimeva. Tutti quelli che sono vissuti nell'ambito spirituale delle donne apprezzano, come lui, l'influenza di quelle che sanno distinguere tra una bella intelligenza e le alte ispirazioni di una sincera devozione. Ma nessuno ha potuto essere più fortunato, sotto questo aspetto, di Saint-Martin. Eppure non è che metta molta riconoscenza nei suoi apprezzamenti per la donna, credo che proprio queste riserve tradiscano una sorta diffidenza al riguardo della sua sensibilità.

In effetti, la tiene in uno stato di suspicione e la incatena, per paura che scappi ed oltrepassi i limiti, proprio come gli capita quando parla di quella, fra tutte le donne, che ha maggiormente amato.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo IX

 

Relazioni di Saint-Martin con la marchesa di Chabanais, la duchessa di Bourbon e la signora di B. - Un incontro con la maréchale di Noailles. - Un soggiorno presso il duca di Bouillon. - La seconda pubblicazione: il Tableau naturel.

(1777 – 1778)

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Due donne hanno il raro privilegio di non ricevere dalla penna di Saint-Martin che elogi, la signora di Chabanais e la signora di B. E pare che entrambe abbiano esercitato sul suo pensiero una molto benefica influenza; che lo abbiano per così dire ispirato, che lo abbiano cioè fatto pensare e fatto parlare con una elevazione ed una facilità per lui ordinariamente non abituale. Il fatto non è né straordinario e neppure molto raro; ma il modo in cui Saint-Martin ne parla merita attenzione.

Ecco cosa ci dice di madame de Chabanais, una delle più eminenti delle sue amiche spirituali, ma tuttavia non la preferita:

"Le persone a cui non sono andato a genio sono state normalmente quelle che non mi hanno conosciuto di persona, ma attraverso le opinioni e le dottrine degli altri, le proprie passioni ed i propri pregiudizi".

E' un po' maltrattarle o un'eccessiva considerazione di sé, sembrerebbe.

"Quelle che mi hanno permesso di rivelarmi come sono non mi hanno respinto, e al contrario, mi hanno aiutato a rivelarmi ancor di più. Tra quelle che maggiormente mi hanno stimolato, devo annoverare la marchesa de Chabanais. Fermo restando che la mia B. è prima di tutti".

La più eminente di tutte le persone che l'hanno maggiormente aiutato a rivelarsi, è dunque madame de B., che abbreviando Saint-Martin nomina molto semplicemente la mia B.

Chi è questa persona così eminente? Chi è la mia B.?

E' quanto diremo più avanti, e con tutta la dovizia richiesta dalla domanda; ma, poiché, così pare, i rapporti di Saint-Martin con la duchessa di Bourbon risalgono a quest'epoca, scartiamo immediatamente anche la sola interpretazione fin qui data e che è completamente falsa. Mi riferisco a quella che pretendeva di riconoscere sotto quelle iniziali la stessa duchessa di Bourbon. Saint-Martin era un gentiluomo, di modesto casato, è vero, ma convenientemente educato, e mai chiamò una principessa di sangue la mia B. Fu amico intimo della duchessa di Bourbon; ne fu in qualche modo il direttore spirituale; ma ne parla sempre con il riguardo dovuto al suo rango di principessa e secondo i dettami della propria educazione. E più la sorella del duca di Orléans, la moglie separata del duca di Bourbon, la madre del duca di Enghien, di cui fu l'amico ed il protetto, di cui ebbe l'onore di essere l'ospite abituale quando si trovava a Parigi, e di cui rimase intimo consigliere tutta la vita, ovunque si trovasse, più questa pia principessa, dicevo, collezionava disgrazie, più il linguaggio di Saint-Martin diventava rispettoso.

Questa relazione risaliva ai primi anni di indipendenza di Saint-Martin, cioè all'epoca stessa in cui lasciò il servizio? Penso di no. Precedente ai viaggi di Saint-Martin ed al suo soggiorno a Strasburgo, fu posteriore, credo, alla grande familiarità del teosofo con madame de Lusignan e madame de La Croix. E' presso queste due dame, soprattutto presso la prima, al Lussemburgo, e non presso la principessa, al palazzo Bourbon, che scrisse la seconda delle sue opere, il Tableau Naturel, di cui parleremo tra poco. Ebbene, sarebbe avvenuto il contrario se il suo legame con la duchessa di Bourbon fosse stato più antico. Comunque sia, due altre relazioni di Saint-Martin devono qui essere ricordate per avere un'idea più completa dell'ambiente che allora frequentava.

Conosceva ormai da diversi anni, come abbiamo visto nel capitolo VI, madame la maréchale de Noailles. E' in questi ultimi anni, verso il 1780, che questa conoscenza diventò più intima. Saint-Martin ebbe il dominio del pensiero mistico della sua nobile amica, apportandovi quel grado di discreta familiarità che si conviene nelle amicizie totalmente spirituali. Ci informa lui stesso che madame de Noailles, che non era erudita, fu quasi troppo curiosa. Stava studiando il libro Degli errori e della verità, e nel suo impaziente ardore di voler capire, un giorno andò a cercarlo al Lussemburgo dove pranzava.

"Arrivò, dice Saint-Martin, il libro sotto il braccio e riempito di foglietti per annotazioni. So che non entravo molto in argomento con lei e che perfino le spiegavo le lettere F.M. (Franc-Masonnerie) in maniera faceta e ridicola, che poi mi sono rimproverato".

Nella seconda delle sue buone relazioni durante quegli anni, Saint-Martin trovò, al contrario, una notevole capacità per le cose astratte e, sotto questo punto di vista, quei rapporti lo interessarono vivamente, in virtù del rango della persona e del suo entourage. La conoscenza fu anche intima e sin dall'inizio.

"Il duca di Bouillon, scrive, presso il quale passai quindici giorni nella sua proprietà di Navarre, nel 1780, è uno di quelli in cui ho trovato la miglior predisposizione di spirito ad afferrare le cose astratte.

"Vidi presso di lui madame Dubarry e notai con quale affettazione e riguardo si parlasse in sua presenza. Nonostante il suo regno fosse passato da diversi anni, la si trattava sempre da principessa e da favorita.

"Macdonald, mio vecchio compagno, era stato accolto dal duca, di cui era parente. Ne era trattato bene perché il duca era effettivamente un uomo eccellente, ed aveva soprattutto una grande sensibilità. Vidi in lui un contrasto rimarchevole: pativa soltanto nel vedere sgozzare un pollo; ma ha assistito dall'inizio alla fine al supplizio di Damiens, perché questo Damiens era l'assassino del suo intimo amico".

Si trattò veramente, in quel caso, di stoicismo, in quanto è risaputo quale fu questo supplizio e quale valanga di barbare proposizioni il crimine di Damiens ed il dibattito sulla modalità della sua punizione provocarono da ogni parte.

Il duca accentra tutta l'attenzione del teosofo nella conversazione; e le sue eccellenti disposizioni per le cose astratte lo attraggono a tal punto che, ad eccezione di uno solo e troppo famoso personaggio, menziona appena il resto della  compagnia.

Non occorre dire che le cose astratte che il duca di Bouillon afferrava così bene sono le cose del mondo superiore, le grandi cose del teosofo. Era più che naturale che quest'ultimo fosse felice di vedere il suo pensiero così ben accolto dall'amico intimo di Luigi XV, visto che il duca di Bouillon godeva di questo raro favore con grande dignità. E' risaputo che Luigi XV legava con poche persone, per quanto di rango molto elevato.

Sotto il punto di vista dell'opera, se non sotto quello degli studi, questo periodo è, in generale, uno dei più belli della vita di Saint-Martin. Ed è meraviglioso vedere un gentiluomo di estrazione e mezzi modesti, un semplice ufficiale, indubbiamente intelligente ma ancora poco preparato, filosofo poco riconosciuto come tale e scrittore senza lustro, rivestire, soltanto in nome delle sue alte ispirazioni e di principi poco maturi, un ruolo così considerevole in tante delle prime o delle migliori casate del paese. La sua sfera di attività ha dei limiti piuttosto stretti; la sua influenza vi è limitata e per quanto sia ricercato in società, non ne è favorito, non vi è capito. Le donne, che lo accolgono così bene, abbassano il suo spirito, dice, e salvo rare eccezioni, gli uomini lo ascoltano e lo considerano come un tipo singolare. Nella letteratura, non c'è per lui alcuno degli scrittori così numerosi, così brillanti, così ascoltati di questa generazione talora scettica, talaltro incredula, qui e là materialista, ovunque sensualista. Al contrario, di quelli che tutti leggono, ognuno combatte le opinioni e le tendenze. In questo secolo così incantevole, tutti bramano senz'altro la luce, ma tutti la vogliono dolce e piacevole. La si respinge non appena si presenta formalmente austera o difficile da capire; ci si allontana da lei se si presenta un po' nebulosa o mistica. Ebbene quella che apporta Saint-Martin nella sua prima opera è precisamente questo. Essa è d'altronde così antica che la si credeva defunta.

Non è senz'altro il duca di Tarente, che aveva vent'anni meno di Saint-Martin, e che fece la sua prima campagna all'età di diciannove anni, nel reggimento irlandese di Dillon.

Tutto questo è vero, e malgrado tutto questo Saint-Martin, in questa epoca e nel mezzo di questo mondo frivolo, fu ricercato da quegli stessi che maggiormente erano decisi a non seguirlo. Ci si lamentava senz'altro dell'oscurità della sua dottrina, e con ragione: ma sono abituali quei veli un po' voluti e calcolati da parte dell'autore che piccano maggiormente la curiosità aristocratica. Quando si è nel numero degli eletti, ci si dispiacerebbe se la dottrina fosse più chiara; a questo punto non sarebbe più un privilegio; accessibile alla moltitudine indiscreta, non varrebbe più il merito della ricerca.

Tuttavia, il piccolo numero degli eletti, i veri iniziati dello spiritualismo di Saint-Martin e tutti quelli che aspirano a diventarlo a loro volta volevano un insegnamento più netto e più diretto. Finora, non aveva esposto la sua dottrina che con un linguaggio che ne oscurava la pronta e facile comprensione, in modo tale che il grande critico del secolo, aveva potuto, in punto di morte, non troppo ingiustamente, colpire sia la forma che il fondo della stessa botte. Interessava che il pensiero del maestro fosse esposto meglio, con maggiore chiarezza, con minori termini teologici e soprattutto teurgici. Glielo dicevano gli stessi amici del teosofo come le sue amiche. La signora de La Croix e la signora de Lusignan erano esse stesse alla testa di quest'ultime. Comunque fu presso di loro, in parte presso la prima, in parte presso la seconda, che si mise a redigere una nuova opera, sempre nella stessa direzione della prima, a parte la forma, ma non contenente fondamentalmente che lo sviluppo e la conferma della prima.

Vi apportò e sviluppò quell'idea fondamentale, che bisogna spiegare le cose attraverso l'uomo e non l'uomo attraverso le cose.

A prima vista, non si tratta che di un paradosso ambizioso; in quanto è l'universo dove siamo impegnati, l'universo dove non siamo che atomi che ci spiega; non è l'atomo, non è l'uomo che spiega l'universo. Ma per principio Saint-Martin disdegna realmente il paradosso, per quanto in apparenza sembri amarlo e, ancor più, non lesinarlo. Il suo pensiero non è sempre vero ma non vi è nulla di più serio e di più sincero del suo pensiero. Poi, quello che forma il fondamento del suo nuovo lavoro si presta realmente al migliore insegnamento del mondo per mezzo di una semplice spiegazione.

In effetti, le nostre facoltà interne e nascoste, dice Saint-Martin, sono le vere cause delle nostre opere esterne. Ciò è facilmente dimostrato. Ebbene, allo stesso modo nell'universo intero sono le potenze interne ad essere le vere cause. La causa primitiva dei fenomeni esterni è una potenza interna, ed è facile vedere che lo studio dell'uomo dà la chiave della scienza delle cose. E' che, lungi dal volerci nascondere la verità, quantomeno le verità feconde e luminose che sono l'alimento dell'intelligenza umana, lungi dal volerle sottrarre ai nostri sguardi, Dio le ha scritte in tutto ciò che ci circonda. Le ha scritte nella forza vivente degli elementi, nell'ordine e l'armonia di tutti i fenomeni del mondo. Ma le ha scritte molto più chiaramente in ciò che forma il carattere distintivo dell'uomo. Ebbene, se ha così tanto moltiplicato ai nostri occhi i raggi della sua propria luce, non è certamente per vietarcene la conoscenza. Al contrario. Così, studiare la vera natura dell'uomo e trarre dai risultati che dà questo studio la scienza dell'insieme delle cose, apprezzarle ai raggi della luce più pura: questo è il grande obiettivo del filosofo.

E tale fu quello dei volumi che Saint-Martin fece pubblicare a Lione, nel 1782, sotto questo titolo: Tableau naturel des rapports qui existent entre Dieu, l'homme et l'univers. Edimburgo, 2 vol. in -8.

Questa nuova pubblicazione, molto più lucida della prima, non lo fu abbastanza e non corrispose al grande desiderio dei suoi amici, né al bisogno di costante chiarezza comune a tutti i lettori, né a quelle abitudini di semplicità elegante ed un po' popolare, comune, che era il gusto dell'epoca. Agli occhi del pubblico come a quelli delle amiche spirituali dell'autore, la seconda opera di Saint-Martin presenta ancora troppo la tendenza a quelle singolarità troppo care al suo autore, e si poté sin d'allora prevedere che si trattava non di un modo, ma di una sorta di forma naturale del suo pensiero da cui non si correggerà mai totalmente.

Vi si trovano delle prese di posizione, delle locuzioni preferite alle quali difficilmente rinunciava. Così Dio viene indicato talora il premier mobile, talora la causa prima, talora la vita. Le forze della natura sono qualificate come potenze superiori; i fenomeni come azioni. Saint-Martin ha altri idiotismi. Così, per penetrare nel santuario delle facoltà divine, occorrerebbe conoscere alcuni dei numeri che le costituiscono. I numeri sono delle virtù; il Verbo è il tipo del simbolismo universale e la natura è l'opera universale di quelle facoltà invisibili. Questo si avvicinava singolarmente, e come per anticipazione, a quello che l'autore doveva più tardi trovare in Jacob Boehme sui principi e l'essenza delle cose. Non ci soffermiamo su altre singolarità che sono peraltro forse più inspiegabili. Ed è così che il nome di Lione è ancora una volta soppresso sul titolo del volume e rimpiazzato con quello di Edimburgo. E, in un avviso che nessuno sicuramente chiedeva loro sotto questa forma, gli editori dichiarano: 1) che hanno avuto da una persona sconosciuta il manoscritto di questa opera; 2) che i margini sono zeppi di aggiunte con grafia diversa da quella dell'autore, e 3) che queste sono indicate tra virgolette "affinché fosse possibile distinguerle dal lavoro stesso, nel caso in cui provenissero (sic) da una persona alla quale l'autore aveva prestato il suo manoscritto".

Ecco, per uno scrittore che ha debuttato con un volume molto importante e molto filosofico sugli errori e la verità, parole atte a far nascere molti errori.

In sovrappiù, quelle abitudini alla pseudonomia affettata, che non sono più nei nostri gusti e che non hanno più ragione di essere per nessuno, non devono essere giudicate che sotto il punto di vista delle vecchie leggi e dei vecchi costumi. Il fatto è che non hanno mai avuto motivi sufficientemente seri per Saint-Martin, il cui pensiero fu sempre così riservato ed il rispetto per le cose sante così profondo. Quale interesse aveva a dirottare il lettore circa il luogo di stampa della sua opera in un epoca in cui i cattivi libri avevano soltanto bisogno della bandiera di Amsterdam, di Londra e di Losanna?

Era dunque secondo un altro ordine di idee che esibiva il suo Edimburgo o altri nomi fittizi, sui quali non vogliamo insistere; si trattava forse di un qualche resto delle sue abitudini massoniche che in altri momenti amava poco.

Per una timidezza fuori luogo o per un'affettazione di profondità ancor più fuori luogo, questi nuovi veli sciuparono una gran quantità di pagine e, oscurità volute o no, ne paralizzarono un po' il successo. Tuttavia, sotto il profilo della sostanza e della composizione come sotto quello dello stile, vi è in questi volumi un progresso molto sensibile. Vi si scoprono delle vedute veramente ammirevoli, a testimonianza quelle che scoprono nell'universo stesso "la prova evidente dell'esistenza delle potenze fisiche superiori alla natura". Senza dubbio, di primo acchito, questa asserzione è più piccante che vera; e ci si chiede con sorpresa se c'è davvero nella natura qualcosa di superiore alla natura. In quale senso può dunque essere detto che le potenze fisiche, cioè naturali, sono superiori all'universo? Ebbene, la soluzione che Saint-Martin sa darci del problema che pone così arditamente, piace sia alla ragione per la sostanza delle idee che al gusto per le attrattive dello stile.

"Qualunque sia il centro delle rivoluzioni degli astri erranti, dice, la loro legge dà a tutti loro una tendenza a questo centro comune, dal quale sono ugualmente attirati".

Questo è detto nel senso dell'antica astronomia, che non ammetteva che un solo centro; ma questo è ancor vero nella nuova che, a sua volta, ipotizza un centro comune al di là della pluralità dei centri, benché questo centro non sia più Alcione. Ma continuiamo ad ascoltare Saint-Martin.

"Tuttavia li vediamo (gli astri) conservare la loro distanza da questo centro, avvicinarvisi talvolta di più, talvolta di meno, secondo le leggi stabilite e mai toccarlo né unirsi a lui.

"Invano si oppone la mutua attrazione di questi astri planetari, che fa sì che, bilanciandosi gli uni con gli altri, si sostengono mutuamente, e resistono così all'attrazione centrale; resterebbe sempre da chiedersi perché la mutua e particolare attrazione di questi centri non li unisce dapprima gli uni agli altri, per precipitarli poi tutti verso il centro comune della loro attrazione generale. In quanto, se il loro bilanciamento ed il loro sostegno dipende dai loro diversi aspetti e dalla rispettiva posizione, è certo che, attraverso i loro movimenti giornalieri, questa posizione varia e che così, da molto tempo, la loro legge di attrazione avrebbe dovuto essere alterata, nello stesso modo del fenomeno di permanenza che si attribuisce loro.

"Si potrebbe far ricorso alle stelle fisse che, malgrado l'enorme distanza che le separa dagli altri astri, possono influire su di essi, attirarli come questi attirano il loro centro comune, e sostenerli così nei loro movimenti.

" Questa idea parrebbe grande, saggia; sembrerebbe entrare naturalmente nelle leggi semplici della sana fisica. Ma, in verità, non farebbe che accantonare il problema.

"Per quanto le stelle fisse sembrino conservare la stessa posizione, siamo talmente distanti da loro che su questo punto non possiamo formulare che congetture.

"In secondo luogo, qualora fosse vero che sono fisse come sembra, non si potrebbe negare che in diversi punti del cielo non siano apparse nuove stelle che, successivamente, abbiano cessato di mostrarsi e non cito che quella osservata da diversi astronomi nel 1572, nella costellazione di Cassiopea. Essa uguagliò inizialmente in grandezza la luminosità della Lira, poi di Sirio, e divenne quasi altrettanto grande di Venere Perigea, tanto che la si vedeva ad occhio nudo in pieno mezzogiorno. Ma avendo perso a poco a poco la sua luce, non la si è più rivista. Secondo altre osservazioni, si è presunto che avesse fatto altre apparizioni in precedenza, che il suo ciclo potrebbe essere di trecento e qualche anno, e che così potrebbe riapparire verso la fine del diciannovesimo secolo.

"Se osserviamo cotanti rivoluzioni, cotanti cambiamenti fra le stelle fisse, non si può dubitare che alcune di esse abbiano un movimento. E' anche certo che la variazione di una sola di queste stelle deve influire nello spazio a cui appartiene e quindi disturbare l'armonia locale.

"Se l'armonia locale può guastarsi in una delle regioni delle stelle fisse, questo turbamento può estendersi a tutte le regioni. Potrebbero dunque cessare di conservare costantemente la loro rispettiva posizione e cedere alla forza dell'attrazione generale che, riunendole come tutti gli altri astri ad un centro comune, annienterebbe successivamente il sistema dell'universo.

"Non appaiono visibili simili disastri e se la natura si altera, è in modo lento, che lascia sempre un ordine apparente regnare davanti ai nostri occhi. Vi è dunque una forza fisica invisibile, superiore alle stelle fisse, come queste lo sono ai pianeti e che le sostiene nel loro spazio, come esse sostengono tutti gli esseri sensibili racchiusi nella loro circonferenza. Unendo quindi questa prova alle ragioni di analogia che abbiamo già stabilite, ripetiamo che l'universo non esiste che attraverso delle facoltà creatrici invisibili alla natura, come i fatti materiali dell'uomo non possono essere prodotti che da queste facoltà invisibili; che al contrario le facoltà creatrici dell'universo, come le nostre facoltà invisibili, esistono necessariamente ed indipendentemente dalle nostre opere materiali".

Non troviamo qui un insieme di idee atte a mettere la cosmologia nella giusta via e tenere in debito conto i due ordini di fenomeni, gli uni costretti dalle leggi inerenti alla natura, gli altri non costretti e dipendenti da quell'ordine supremo che è, dopo tutto, la vera legge del mondo e spiega il funzionamento finale di tutto? In quanto se la causa primitiva, diciamo più semplicemente, se Dio non ha abdicato, il suo regno sussiste. Dal momento che non si riconoscono più nell'universo che movimenti forzati, a che cosa la nostra ragione relega il regno della ragione suprema? Mi sia consentito di non insistere qui su di un ordine di idee che ho un po' sviluppato in altra sede (Philosophie de la religion, 2ème vol.), ma anche di felicitarmi di un incontro così imprevisto delle mie pagine con un testo così ragguardevole del teosofo che mi occupa.

In effetti questo testo si presta a poderose induzioni a favore di una cosmologia essenzialmente teista, essenzialmente correttiva di una cosmologia puramente materialista.

E' per fini un po' differenti, ma pur sempre molto elevati, che il teosofo presenta la bella serie di idee che abbiamo appena visto e si premura di passare ad una teoria che gli sta molto a cuore, quella delle potenze o esseri superiori che governano le potenze o le forze materiali del mondo come la nostra anima governa il nostro corpo. E' per lui una teoria prediletta, che possiamo lasciargli, ma una teoria molto antica e che è alla base di tutta la sua dottrina.

Ecco come presenta le sue induzioni a favore dell'esistenza delle potenze superiori così necessarie nel suo sistema.

"Da tutti questi fatti risulta che se le opere materiali dell'uomo hanno dimostrato in lui delle facoltà invisibili ed immateriali, anteriori e necessarie alla produzione di queste opere e che, per la stessa ragione, l'opera materiale universale dove la natura sensibile ci abbia dimostrato delle facoltà creatrici, invisibili ed immateriali, esteriori a questa natura ed attraverso le quali è stata generata, allo stesso modo le facoltà intellettuali dell'uomo sono una prova incontestabile che ne esistono anche di un ordine ben superiore alle sue ed a quelle che creano tutti i fatti materiali della natura. Vale a dire che indipendentemente dalle facoltà creatrici universali e della natura sensibile, esistono anche al di fuori dell'uomo delle facoltà intellettuali e pensanti, analoghe al suo essere e che producono in lui i pensieri in quanto, gli impulsi del suo pensiero non essendo di sua pertinenza, non può trovare quegli impulsi che in  una fonte intelligente che abbia dei rapporti con il suo essere; senza questo, non avendo quegli impulsi alcuna azione su di lui, il germe del suo pensiero resterebbe senza reazione e di conseguenza senza effetto".

Ho detto che gli si può lasciare questa teoria e farne astrazione. E in effetti la corregge con quella che vuole la ragione e che professa con molta chiarezza: il governo assoluto di una sola volontà, di una legge unica, di un principio supremo.

"Il principio supremo, dice, fonte di tutte le potenze, sia di quelle che vivificano il pensiero nell'uomo, sia di quelle che generano le opere visibili della natura materiale; questo essere necessario a tutti gli esseri, germe di tutte le azioni, da cui emanano (parola fatale, penna che tradisce) continuamente tutte le esistenze; questo fine ultimo verso il quale tendono, come per uno sforzo irresistibile, perché tutte cercano la vita; questo essere, dicevo, è quello che gli uomini chiamano comunemente Dio".

Tali sono le considerazioni fondamentali con le quali Saint-Martin prova che è proprio l'uomo e ciò che è in lui a spiegare l'universo o la natura delle cose, che non è questa a spiegare l'uomo. L'uomo è superiore alla natura, crede nelle potenze superiori e più essenzialmente nel principio supremo, da cui emanano continuamente tutte le esistenze.

Tale è in sostanza tutta la teoria di Saint-Martin circa il rapporto dell'uomo con Dio e con l'universo, teoria presa dall'alto e che sarebbe in fondo molto accettabile se ci fosse stata presentata in altri termini. E' in accordo ad una teoria sulle potenze spirituali che non dà importanza al principio e che non se ne può separare. E' fondata su di un'idea non soltanto contestabile, ma talmente contestata che nessuna filosofia osa più sostenerla, l'emanazione. Questo è vero. Ma è puntellata da alcune di quelle grandi ipotesi che oggigiorno ogni filosofia è un po' tentata di professare entro certi limiti. Scritta da una penna allo stesso tempo più libera e più netta di quella di un teosofo, professata ad esempio dall'uomo del suo tempo che Saint-Martin ammirava maggiormente, da Jean Jacques Rousseau, che sapeva contemporaneamente biasimare l'incredulità del suo secolo e parlare a questo secolo il linguaggio della ragione più austera e più pura, questa teoria di uno spiritualismo molto sottile e nello stesso tempo molto profondo, che pone l'uomo così in alto a dispetto del dogma della caduta e lo presenta chiamato ad un ruolo così eminente malgrado la sua impotenza, rispondeva al più ambizioso razionalismo del tempo. L'uomo ama talmente fare Dio a sua immagine che fa volentieri lo stesso per l'universo. Gli è sempre piaciuto qualificarsi come piccolo mondo; un passo in più, e diventava il tipo del grande.

Chi sa? scritta da uno di quei dittatori dell'intelligenza che hanno tanti privilegi, questa teoria generava negli spiriti una di quelle rivoluzioni che cambiano il corso delle idee, fondano una scuola, illustrano una pagina della storia e si annoverano tra i grandi fatti nel pensiero dell'umanità. Essa anticipava il libro di un filosofo che, sotto i nostri occhi, ci presenta il mondo come una volontà, di quello strano Schopenhauer, che ha appena concluso una carriera cui non ha fatto difetto la celebrità, per quanto eccentrica sia stata la sua condotta.

Si è detto di Saint-Martin che la sua filosofia della natura era l'idealismo. Sia, ma si trattò del suo ed il suo idealismo non assomiglia a quello di nessun altro. E' come il suo panteismo: ci si scontra ovunque ma sempre si giunge all'idea di un Dio personale; è come la sua teocrazia dove domina sempre l'idea che il vero sacerdozio è quello del vero teosofo, ma che la Chiesa deve stare estranea alle cose di questo mondo. In effetti ama distinguerla sempre dalla religione e per lui la Chiesa è lo spirituale nel temporale.

Più questa pubblicazione rompeva con quelle dell'epoca in cui apparve, più poteva far rumore e sollevare critiche. Niente di tutto questo! Nel mondo dei letterati, nessuno volle contestarlo, nessuno osò farne l'elogio. Tutt'altro discorso nella sfera degli intimi o degli iniziati. Tale fu, agli occhi dei martinezisti, l'importanza di questa pubblicazione da mettere il suo autore su di un piedistallo e, nel 1784, la Società dei Filaleti di Parigi, considerando Saint-Martin come il successore naturale di Martinez, lo invitò ad unirsi a lei per il completamento dell'opera comune. I lavori di questa Società avevano come oggetto apparente la conciliazione delle idee di Swedenborg, che vedeva con tanta familiarità gli spiriti, e quelle di Martinez, che non disponeva delle loro potenze che attraverso certe operazioni. Ma questi lavori erano in realtà meno studi di pneumatologia che ricerche per la scoperta di qualcuno di quei grandi misteri di cui si occupano così volentieri certe associazioni più o meno segrete. Il fine reale dei filaleti era, a detta di Gence, che abbiamo già conosciuto, la ricerca della grande opera. Le pagine che ho sotto gli occhi, pagine salvate dai diversi naufragi di questa Società, non giustificano questa asserzione ma poiché questo genere di cose non si scrivono, è evidente che il silenzio non prova niente. Sotto il punto di vista dei suoi studi, delle sue simpatie e della sua missione tutta spirituale, l'appello dei filaleti non poteva affatto lusingare Saint-Martin e rifiutò di andarvi. Le sue vedute erano, allo stesso tempo, diverse rispetto a quelle di dom Martinez, a quelle di Swedenborg e perfino a quelle dei conciliatori dell'uno e dell'altro. Appare, attraverso il suo Tableau naturel, lo spessore e la portata dei suoi studi e si capisce che se Swedenborg stesso, che era uomo di alta scienza, cessava di soddisfarlo, benché lo studiasse ancora, ormai non poteva più ricordare le operazioni della scuola di Bordeaux che con qualche antipatia, né prendere minimamente parte a quelle della scuola di Parigi. Se non disprezzava assolutamente le ricerche alchemiche, le metteva quantomeno molto al di sotto delle operazioni teurgiche che già lo intimidivano e gli ripugnavano in gioventù. Nel periodo che stiamo trattando, non rompeva ancora con gli amici delle scienze occulte ma non era nei loro ranghi che cercava i suoi fautori, e qualunque successo le sue pubblicazioni abbiano trovato in quell'ambiente, lo adularono poco. Si rivolgeva invece a quelli del mondo che frequentava ed a quelli, tra gli estranei, che vedeva con dolore seguire i suoi avversari.

Avversari è la parola; in quanto considerando se stesso come il principale rappresentante della spiritualità, guardava gli increduli come suoi nemici personali.

Perciò, ben lungi dal volersi sottrarre al grande pubblico mettendosi in mezzo ad associazioni segrete ed opere misteriose di persona e con le sue conoscenze, con quelle a cui aspirava così seriamente, nelle scienze matematiche come nelle scienze morali, lungi dal fuggire da queste, dicevamo, cercava spazi più ampi e seguiva i lavori di più illustri compagnie. Per soddisfare la sua più ardente ambizione, quella di trovare la chiave di tutti gli studi umani, sentiva il bisogno di abbracciarne, di esaminarne almeno le sommità ed improvvisamente tentò molto risolutamente di abbordare il mondo della scienza i cui scopi erano i soli ad ispirargli un serio interesse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo X

 

Un programma politico dell'Accademia di Berlino. - Saint-Martin pubblicista. - Il suo concorrente Louis Ancillon. - Suo colloquio con Bailly. - Studi sul magnetismo. - Suo nuovo soggiorno a Lione, nel 1785. - L'agente di Lione.

(1778  -  1787)

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Abbiamo visto Saint-Martin fare il suo proselitismo nell'aristocrazia ma ricercare nello stesso tempo gli uomini di lettere e gli scienziati più illustri. Sapeva che non si domina che dall'alto e puntava in alto. La pretesa di camminare sia alla testa degli scrittori popolari, sia alla testa degli scienziati o dei pensatori, non l'aveva; ma ben sapendo che non si può agire sull'opinione comune senza di essi, mentre la si governa realmente loro tramite, desiderava arrivare al pubblico tramite loro.

Un corpo illustre fra tutti sembrava allora camminare in testa al movimento filosofico, giudice più equo di altri nelle gravi questioni di attualità, un po' influenzato forse da quelli che venivano allora chiamati i liberi pensatori d'Inghilterra, i filosofi francesi ed i fari della Germania, ma ancora abbastanza indipendente per conservare un sano giudizio e poter assegnare un'approvazione onorevole: era l'Accademia di Berlino di cui Mendelsohn, Bailly e Kant avevano animato i concorsi con i loro scritti. Un quesito molto grave aveva proposto, nel 1779, su richiesta di Federico il Grande stesso, quello di sapere se era utile al popolo di essere ingannato. L'Accademia aveva diviso il premio, con rara imparzialità, tra due concorrenti che davano due soluzioni opposte, dove l'una sosteneva arditamente che è utile talvolta lasciare il popolo nell'errore. Il clamore di questo dibattito fu immenso.

Saint-Martin forse sognava una analoga pubblicità. Una semplice Accademia di provincia ne aveva data una più eclatante ancora al brillante ma serio discorso di J.J.Rousseau, il suo modello ammirato. Così subitanea fu la sua presa di posizione quando il suo sguardo cadde su questo quesito posto dall'Accademia di Berlino: "Qual è il modo migliore di richiamare alla ragione le nazioni, sia selvagge che di polizia, che sono in balia degli errori e delle superstizioni di ogni genere?"

Si criticò questa domanda come si era criticata quella di Federico II, di cui fu come una sorta di corollario. In effetti sarebbe molto suscettibile di critica se fosse stata formulata come riportato da un recente storico dell'Accademia, in quanto mette le nazioni che si sono abbandonate agli errori ed alle superstizioni. Ebbene, non vi è alcun selvaggio o civilizzato che si abbandoni a queste tristi aberrazioni deliberatamente. Si fecero contro la domanda delle obiezioni di altro genere; la si trovò troppo ampia e contemporaneamente troppo limitata. Troppo limitata, in quanto la si credette, da una parte, ispirata da quella tendenza a tutto razionalizzare che rappresentava allora a Berlino un partito potente, di cui il libraio Nicola( , direttore di una pubblicazione diventata celebre, era l'organo più ardente; troppo vasta, in quanto si pensò che era, se non impossibile razionalizzare persino i selvaggi, quantomeno molto bizzarro sperarvi. E' facile, quando ci si vuol lasciare ingannare sul senso o sulla portata di un quesito, concedersi la soddisfazione di giudicare i giudici. Ma, osservando da vicino, Saint-Martin non si fece ingannare. Apprezzando la bellezza di un tale quesito e la sua utilità, decise di trattare l'argomento. In un'epoca in cui lo spirito generale era occupato dal desiderio di disfarsi di ogni sorta di errori, gli parve molto opportuno attaccare quello di quegli errori che, ai suoi occhi, era il più grave: la sostituzione della ragione umana alla ragione divina. Tutto non gli andava in questo programma, ma questo programma si prestava a ciò che maggiormente lo occupava.

L'Accademia di Berlino, in virtù della sua stessa istituzione, doveva seguire tutto il movimento del pensiero, richiamare l'attenzione sul più grande problema di tutti i tempi ed occuparsi in particolare dell'opera delle missioni cristiane. Aveva come patente il diritto di mescolare alla filosofia i più grandi quesiti della religione ed il suo programma, pur mantenendosi nei limiti del suo legittimo settore, rientrava perfettamente in quello di Saint-Martin. Senza dubbio non è l'oggetto essenziale del cristianesimo richiamare i popoli alla ragione, ma è, così sembra, l'effetto, certo, completo ed universale del suo trionfo. Ebbene, nulla più di questa verità rispondeva al pensiero più caro al cuore di Saint-Martin.

Dedicandosi a questa bella domanda posta da un illustre interlocutore, Saint-Martin la trattò con tutta la  profondità e tutta l'importanza che gli davano il suo punto di vista di illuminato. Non abdicò nelle sue pagine ad alcuna delle sue idee religiose, delle sue vedute fondamentali in materia di filosofia; le espose, al contrario, molto apertamente e le proclamò a gran voce. Il fatto che forse non sarebbe stato molto apprezzato, non lo fermò un attimo. Non erano riconoscimenti che voleva, voleva dei giudici, della pubblicità, voleva cioè dei seguaci e dei collaboratori della sua opera. Questo era talmente nei suoi voti che appena fu fondata in Francia una istituzione ancora più idonea dell'Accademia di Berlino a servire la sua propaganda, intendo la sezione delle scienze morali e politiche dell'Istituto Nazionale, vi collegò più che possibile le grandi tendenze della sua anima, i suoi lavori e le sue esperienze. Perché se si può dire che il "Filosofo Incognito" sfuggiva la società e se lo diceva volentieri lui stesso, non era che in questo senso che non gli si concedeva e non vi si faceva inghiottire. Il fatto è che seguiva con grande attenzione quello che vi avveniva ma che non vi transigeva per quanto possibile, fedele ai suoi principi. La sua opera Degli errori e della verità era ai suoi occhi un programma al quale non doveva derogare e benché conoscesse perfettamente il pensiero dell'Accademia di Berlino, non solo era ben deciso a non velare il suo ma anche ad abbondare nel suo senso. Tutto il suo disegno era non di farsi incoronare, ma di introdurre nel mondo la dottrina che gli premeva, la dottrina della profonda rottura che teneva l'umanità lontana dai suoi rapporti primitivi con il suo autore.

La dissertazione che inviò al concorso esordì col dare una buona definizione della ragione, ad indicare che per sottomettervi gli uomini, bisogna ricondurli alla condizione ed alla scienza primitiva della specie umana. Questa scienza fu a lungo segretamente trasmessa da santuario a santuario, da scuola a scuola, e stabiliva con forza quella spiritualità che distingue l'uomo dalla bestia e che così bene ha proclamato "Rousseau de Genève". L'autore cercava poi di dire "quel che manca all'uomo quando arriva sulla terra per completare la legge comune alla sua specie". Si tratta, secondo lui, della conoscenza "di un legame soccorrevole che unisca l'uomo e la sua origine attraverso rapporti evidenti e positivi". Egli cita ancora il "filosofo di Ginevra" in appoggio a questa tesi e conclude "che luci certe sulle nostre relazioni primitive sono le sole conoscenze che abbiano su di noi dei diritti assicurati". Ebbene, è in noi stessi che troviamo la chiave di questa scienza, sono i raggi della luce divina che illuminano il nostro interiore. Fate riconoscere questo divino irraggiamento, questo rapporto primitivo dell'uomo con Dio ed avrete risolto il problema, avrete bandito dal seno dell'universo gli errori che gli velano il vero e ricondotto alla ragione i popoli che si sono abbandonati alle superstizioni. Ma per fare questo, occorre che coloro che li devono guidare si illuminino per primi. "Fintanto che considererete, esclama, la natura e l'uomo come esseri isolati, facendo astrazione dal solo principio che li vivifica entrambi, non farete che vieppiù travisarli ed ingannare quelli a cui vi accingete a dipingerli". Inoltre, quando il punto di vista di Saint-Martin sarà stato adottato, non bisogna pensare che un uomo abbia il potere di fare molto per il bene di un altro. "Allo stesso modo che un albero non ha bisogno di un altro albero per crescere e fruttificare, ma che porti in sé tutto quel che occorre per questa bisogna, allo stesso modo ogni uomo porta in sé il necessario per compiere la sua legge senza nulla attingere da un altro uomo".

L'autore termina con questa invettiva ai suoi giudici: "Se l'uomo non risale lui stesso fino a questa chiave universale (che è stata indicata), nessuno sulla terra verrà a depositarla nella vostra mano e supporrei di avervi risposto a sufficienza se vi ho persuasi che l'uomo non può rispondervi".

In sostanza era impossibile dare una risposta più originale ma più lontana dalla domanda.

Questa relazione, Saint-Martin se ne rendeva conto, fu dunque tutt'altra cosa che una soluzione e dice a voce alta che sarebbe stato riduttivo per lui presentarne una in linea con il razionalismo dominante. Quello che offriva era un manifesto. Fu quello di uno spiritualismo ben antico ma aspirante ad un ascendente sotto forme rigenerate. Si trattò dunque di una dichiarazione di profondo dissidio con l'Accademia. E' comprensibile che non abbia voluto assegnare il premio ad un lavoro che gli faceva la morale anziché sollecitarne le simpatie e che dichiarava, con il tono di cavalleresca sfida che, per quanto eloquente potesse essere l'opera dell'autore e per quanto superiore a quelle dei suoi concorrenti, l'Accademia non dovrebbe ricompensarlo "giacché non le avrebbe apportato il segreto più importante, quello di unire alla scienza del precetto la scienza dell'applicazione; segreto difficile da comunicare vista l'impossibilità in cui si trova l'uomo di essere utile all'umanità quando è ridotto a se stesso".

Non conosco, di quest'epoca, pagine più strane, più originali, più pungenti di queste. Esse sorpresero singolarmente l'Accademia che rimise tutta la questione al concorso ed incoronò, un anno più tardi, un elaborato di Louis Ancillon. Si trattava del padre, credo, del nostro illustre contemporaneo che iniziò la sua brillante carriera di pubblicista e di uomo di Stato anche con discorsi e trattati di morale. Louis Ancillon non conquistò con i suoi  che un posto all'Accademia. Suo figlio Frédéric che morì, nel 1837, presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri, era come un secondo tipo più marcato di quella rara unione di una scienza elevata e di una alta religiosità che aveva distinto il padre.

Semplice pastore della parrocchia francese di Berlino, ma filosofo erudito, quest'ultimo aveva attinto alle fonti migliori, e soprattutto in Platone, delle soluzioni accettabili tanto dall'ambiente politico che da quello intellettuale. E per quanto ragguardevole fosse il lavoro del suo concorrente, sia per la severità ingegnosa delle sue vedute che per l'austera lealtà del suo linguaggio, si deve convenire che l'argomento fu da lui trattato con maggior metodo di quanto avesse fatto il suo concorrente spirituale. Tuttavia Saint-Martin, che ama ripetere quanto poco consideri i libri ed il sapere che vi si attinge, ci dice a questo proposito che non dà alcun credito ai successi dovuti all'erudizione ed in nome delle sue tendenze e delle sue abitudini, ha ragione. Ma dicendo di Ancillon: "Ha preso i suoi principi e le sue soluzioni nei libri", occorre aggiungere: "Sono poco geloso del suo trionfo?" Più si dicono queste cose, meno persuadono, anche se sono vere, come in questo caso.

Il giudizio sul lavoro di Saint-Martin non era ancora stato riportato dall'Accademia di Berlino, quando l'Accademia delle Scienze di Parigi fu solleticata da un quesito che presentava al mondo civilizzato un argomento di polemica molto più vivo, la questione del magnetismo animale. Gli amici di Mesmer, con la regina Maria Antonietta in testa, erano finalmente riusciti ad ottenere che l'Accademia esaminasse i fatti e desse un parere nel dibattito. Mesmer era dottore della Facoltà di Vienna ed aveva ottenuto, sia a questo titolo che per altri motivi, la protezione di una principessa che desiderava affrancarsi, all'occorrenza, da ogni sorta di stantii impedimenti. Bailly faceva parte della commissione incaricata del rapporto e Saint-Martin, se non entusiasta quantomeno sostenitore della scoperta di Mesmer, proseguita e passata dal campo patologico a quello pneumatologico, provava un grande interesse per il successo delle esperienze tentate. Considerava l'insieme dei fenomeni magnetici e sonnambolici come appartenenti ad un ordine di cose inferiori, ma ancora degni di successivi studi; ed incontrò Bailly per controbattere le prevenzioni che gli attribuiva. Bailly, che era stato uomo di lettere prima di essere uomo di scienza, lo documentò sulle principali obiezioni degli avversari. Insisteva sulla possibile complicità del soggetto magnetizzato con il magnetizzatore e sull'estrema difficoltà di fare un punto fermo tra i fatti che riguardavano l'uno o l'altro. Saint-Martin, per eliminare i suoi dubbi, citò i risultati ottenuti su dei cavalli trattati con il magnetismo che assolutamente non si potevano sospettare di complicità. Sorpreso del fatto, Bailly gli rispose, forse con più petulanza che serietà: "Eh! che ne sapete voi se i cavalli non pensano?". A questo punto Saint-Martin non riuscì a trattenersi dall'esclamare a sua volta: "Signore, siete piuttosto avanti per la vostra età!".

Questa replica, non sconsiderata ma inopportuna, mise naturalmente fine alla discussione. Saint-Martin aggiunge a suo svantaggio il fatto di riportarla lui stesso, non senza qualche compiacimento,  e quello di definire miserabile il resoconto dell'Accademia. (Portr., 122).

Bisogna apprezzare con equità questi due giudizi e ricordarsi che Bailly non era allora né l'uomo diventato illustre per le nomine cumulate delle tre Accademie che vollero associarselo, né il personaggio diventato successivamente così eminente, sia in seno ai nostri ambienti politici, sia a capo del comune di Parigi. Niente di tutto questo, era ancora il buon Bailly, "dai tratti tirati e spigolosi, dalla capigliatura lunga e folta che, secondo una testimonianza dell'epoca, sovraccaricava anziché ornare la sua testa; l'uomo che ascoltava condiscendente, parlava poco ed avanzava modestamente i suoi dubbi".

Questo spiega la possibilità dell'apostrofare importuno di Saint-Martin, ma non lo giustifica.

Poco dopo questi due insuccessi, subiti l'uno a Berlino e l'altro a Parigi e che non rimasero tuttavia sterili né l'uno né l'altro, Saint-Martin riprese la sua opera di alta spiritualità a Lione, una delle sue residenze abituali in quel periodo della sua vita. Si occupava di studi filosofici o religiosi, di esperienze magnetiche o di operazioni teurgiche? Non lo si capisce bene ma, in ogni caso, i suoi lavori erano essenzialmente mistici. Ci fa sapere che si trovava a Lione nel 1785, ma en passant lasciando appena trapelare la sua attività esprimendosi in modo da velare piuttosto che rivelare i suoi studi.

"Sono stato molto casto nella mia infanzia, dice (Portrait, 346), e l'agent de Lyon mi ha definito tale quando mi ha visto nella mia radice nel 1785".

Ma cosa significa vedere un uomo nella sua radice? Che cos'è l'agent de Lyon?

La parola agent, nelle lettere di Saint-Martin, designa sovente una intelligenza superiore, buona o cattiva. Se l'agent de Lyon ne era una, era del primo ordine? Si trattava di uno spirito richiamato con la teurgia?

In ogni caso la chiaroveggenza dell'agent e la fede di Saint-Martin sarebbero state entrambe molto grandi poiché la prima avrebbe visto il teosofo fin nelle sue radici e la seconda avrebbe anche nettamente accettato l'intuizione.

Ma mettiamo piuttosto un velo su queste parole enigmatiche nonché sul suo autore che si compiace, d'altronde, a velare tutto, anche la sua giovinezza, visto che la chiama la sua infanzia, e lasciamo questi fatti di una pneumatologia molto azzardata per allacciarci alle rivelazioni etiche molto positive che li seguirono, rivelazioni che mettono in luce l'opera morale, il dibattito intimo che si compie nell'anima di un grande spiritualista. In effetti, pare dedicarsi interamente alla sua opera esteriore, mettere nelle sue opere, nella sua corrispondenza, nella sua propaganda tutto l'ardore del suo zelo e tutte le forze della sua anima: ma in fondo tutto questo è poca cosa ed il vero scopo della sua vita non è questo. Le sue teorie, alle quali attribuisce peraltro grande importanza, non sono per lui che i mezzi, le guide delle sue reali aspirazioni ed il grande obiettivo della sua anima è nella pratica, nell'applicazione dei suoi principi a se stesso, nel proprio perfezionamento morale. Ecco in quale ottica inquadrare definitivamente Saint-Martin, e sotto questo punto di vista è un gran bel tipo.

Ascoltiamolo sin da quest'epoca, all'età di quarantadue anni.

"Sono stato molto casto nella mia infanzia e l'agent de Lyon mi definito tale quando mi ha visto nella mia radice nel 1785. Se quelli che dovevano vegliare su di me mi avessero seguito come avrei desiderato esserlo e come avrebbero dovuto, questa verità non mi avrebbe mai abbandonato e Dio sa quali frutti ne sarebbero derivati per l'opera alla quale ero chiamato! Le mie debolezze al riguardo mi sono state pregiudiziali al punto che ne gemo sovente e ne gemerei ancor più se non sentissi che col coraggio e la costanza possiamo ottenere che Dio rimedi a tutto in noi ..." (Portrait, 346).

E' una tradizione acquisita tra i martinisti più preparati - e sono numerosi - che Saint-Martin sia rimasto per tutta la vita estraneo agli errori che ci fa troppo spesso conoscere attraverso i ricordi che lo opprimevano. Ma se questa beata illusione deve cadere, quantomeno la lezione di moralità che scaturisce dalla caduta non ne è che più eloquente. Non getteremo, in una vita così bella sotto mille aspetti, punteggiata da tante lotte generose e dalle più nobili immolazioni, l'audace grido di gioia, felix culpa, non si può essere che dolorosamente commossi dalla testimonianza che queste righe rivelano; ma certamente è bello per l'uomo risollevarsi così da questo genere di cadute. Risollevarsene come ha fatto Saint-Martin, è liberarsene come si deve, in buona compagnia e con un nobile fine, attraverso Dio e per Dio, come lo vuole la morale alta e santa, come lo vuole il Vangelo. E, lo si capisce, apprezzati e restaurati da tali sentimenti, anche gli smarrimenti sono utili alle più ardenti aspirazioni verso la vera grandezza.

In una vita simile, le cadute portano all'emendamento. Al cattivo frutto dell'albero selvatico succede il buon frutto dell'innesto incisivo e le amarezze che hanno castigato la via colpevole consolidano i passi in quella buona. Se l'uomo provato è l'uomo forte, il moralista provato non è a sua volta il moralista valente, il moralista per eccellenza? E' quantomeno certo che la sua vita è la più istruttiva. Cosa si può imparare da chi non aspira a nulla, non si applica a nulla, non si rimprovera nulla e non si corregge di nulla? Cosa si può imparare da chi non maneggia che le sue teorie e non perfeziona mai la sua anima?

 

 


 

 

 

 

Capitolo XI

 

Viaggio d'Inghilterra. - William Law. - Il conte di Divonne. - La marchesa di Coislin. - L'aristocrazia russa. - Caterina II e i martinisti. - Corrispondenza con il principe Repnin. - Secondo viaggio in Italia. - Il principe Alexis Galitzin e Thieman. - La principessa di Wurtemberg. - Il conte di Kachelof e la visita al castello di Etupes. - Il viaggio in Germania.

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Si è spesso attribuito la determinazione di Saint-Martin di viaggiare all'estero al suo gusto esagerato per le cose segrete ed al suo amore per quelle misteriose tradizioni di cui molte rinomate associazioni pretendevano di esserne i depositari. Progettò di vedere il Nord sia a Lione che poco dopo aver fatto in questa città il soggiorno di cui abbiamo appena parlato e non penso che l'idea di visitare delle società segrete fosse estranea a questo progetto. Ma ci si sbaglierebbe cercando in questo il vero motivo dei suoi viaggi. Per provare che non vi pensò affatto, non voglio ricordare il suo distacco da questo genere di associazioni. Per ravvisare altrove le ragioni delle sue escursioni, non voglio richiamarmi alla sua legittima ammirazione per i lavori di Bacone, né spiegare il suo soggiorno a Londra con il suo amore per l'alta società e per la grande pubblicità. Credo, al contrario, che in un periodo in cui Lavater si recava a Copenaghen per visitare l' Ecole du Nord, un qualche pensiero di questa natura ha potuto motivare anche gli spostamenti di Saint-Martin; ma fu soprattutto il desiderio di estendere la sua sfera di attività e quello di ampliare il suo orizzonte che lo spinsero a viaggiare. Dopo i suoi due insuccessi accademici, doveva sentire più vivo che mai il bisogno di istruirsi maggiormente. Doveva anche pensare al modo di trovare nella sfera aristocratica una compensazione alle vie che gli facevano difetto nella sfera letteraria. Le sue note non fanno che rivelare ovunque questo pensiero. Menzionano numerose grandi famiglie ma non una sola visita alle società segrete. Ed andando da Londra a Roma, Saint-Martin non ebbe neppure l'idea di passare da Copenaghen, di seguire l'esempio di Lavater.

Daremo d'altronde di questi anni di quasi continue peregrinazioni, quel poco che sappiamo da lui stesso, lasciando a ciascuno la cura di interpretarlo secondo il proprio punto di vista ed il piacere di ricavarne le induzioni che lo autorizzino nel senso che più preferisce.

In quanto ai motivi che condussero il viaggiatore prima in Inghilterra, questi sono dovuti forse al fatto che conosceva l'inglese, mentre prima del suo soggiorno a Strasburgo ignorava ogni altra lingua del Nord.

A questa considerazione se ne aggiungevano di più forti. L'Inghilterra era allora in tutta l'Europa il paese dal pensiero più libero, dalle istituzioni più popolari, dai costumi più originali. Sin dall'inizio del secolo Voltaire l'aveva portata in auge con le sue Lettres philosophiques. Dopo la loro pubblicazione si imitava volentieri, sia nell'aristocrazia che nel mondo intellettuale, il viaggio un po' forzato e l'ammirazione sincera del maggior scrittore dell'epoca. Il fratello della duchessa di Bourbon, principessa che manifestava stima e benevolenza per Saint-Martin, il duca di Orléans, anche lui amico di Saint-Martin, era forse il panegirista più deciso dei costumi e delle istituzioni inglesi. Il filosofo, che già allora si interessava delle più alte questioni di morale e di politica, trovava dunque lo stimolo per visitare la nazione inglese in tutto ciò che vedeva ed ammirava maggiormente.

Oltre a queste attrattive, l'Inghilterra ne offriva altre a Saint-Martin: una notevole sequela di scrittori mistici, da Jane Leade, allieva contemporanea di J. Boehme e fondatrice di quella Société philadelphienne che ebbe affiliazioni in tutto il nord Europa, fino a William Law, traduttore del celebre filosofo teutonico, o piuttosto autore di una nuova edizione della traduzione inglese più antica delle sue opere.

William Law, ministro anglicano, a quest'epoca si faceva proprio notare per la tenerezza tutta mistica che traspariva dalle sue pubblicazioni morali e religiose; ed in un paese dove regnavano ancora una fede ardente ed una grande devozione nel bel mezzo dei rumorosi attacchi dei liberi pensatori, uno scrittore di così alta misticità dovette incontrare vive simpatie. Law fruì di questa opportunità. Animato da tutti quei sentimenti di fede penitente e di umiltà evangelica ai quali Saint-Martin stesso si dedicava nella sua qualità di missionario cristiano, l'attività di Law aveva in Inghilterra un successo eclatante. Era la stessa che Saint-Martin svolgeva in Francia. Ispirò il più vivo interesse dell'autore del libro des Erreurs et de la Vérité, e Saint-Martin avrebbe potuto sottoscrivere, se non l'Esprit del la prière, quantomeno l'Appel aux incrédules, di Law, come Law avrebbe potuto sottoscrivere le pagine di Saint-Martin. I due teosofi si legarono strettamente e se Law provò un tenero affetto per il suo nobile visitatore, Saint-Martin citò volentieri ai suoi amici il nome o gli scritti del suo fratello d'oltremanica.

Un amico di Saint-Martin, il conte di Divonne, non tardò a completare questa triade di fraternità mistica.

Fu senz'altro Law che condusse Saint-Martin da Best, quel profetico vegliardo che prodigava i testi sacri ai suoi visitatori e che pronunciò su Saint-Martin parole tali da far piacere al viaggiatore francese. "Ha gettato il mondo dietro a sé", esclamò Best. E Saint-Martin, che amava affermare che non era di questo mondo, che non vi era venuto che con dispensa, fu contentissimo di credere che ciò che ricercava ancora con tanto piacere, il mondo, lo aveva da allora vinto nel fondo del cuore. E' lui che ce lo dice. Il vegliardo aggiunse: "Rivolgetevi a me, e vi insegnerò delle cose grandi e sicure che non sapete". Ed il viaggiatore ci dice: Questo si verificò nella quindicina. Ma ci lascia al buio sulla natura speciale di questa profezia, come sul modo e sui dettagli del suo compiersi. Ebbe Saint-Martin delle rivelazioni straordinarie, sia nelle sue meditazioni che in qualche società che non nomina?

In quanto al mondo vinto, sentendo ancora un po' Saint-Martin, vediamo cosa accadeva realmente. Egli ci dice, infatti, che visse e si fece strada a Londra nell'alta società. Prima di entrarvi si era già trovato in relazione con la marchesa di Coislin, la moglie del nostro ambasciatore a Londra; e fu senza dubbio lei ad introdurlo, se non fu addirittura lei ad attirarlo in Inghilterra, oltre al paese in se stesso. L'intimità tra Saint-Martin e la marchesa di Coislin era piuttosto grande; e l'influenza che la nobildonna esercitò sul filosofo fu più forte di quanto lo stesso avrebbe voluto. "Essa avrebbe prosciugato il mio spirito", dice. E aggiunge nel suo stile  figurato, che diventa talvolta un po' bizzarro, " Lo raschiava dal di sotto e lo sradicava". Questo significa, senza alcun dubbio, che cercava di strapparlo al suolo celeste dove prendeva il suo nutrimento. Ma se questo era vero, la marchesa di Coislin neppure se lo immaginava e certamente non ne aveva l'intenzione; cercava soltanto di ben introdurre il suo ingrato protetto in società. Ci si può richiamare a quanto essa fece perché approfittasse del suo soggiorno a Londra nell'interesse della sua opera. E sembra esservi riuscita.

"Prima di andare in Inghilterra, ci dice, avevo fatto la conoscenza, a Parigi, presso la marchesa di Coislin, di milord Beauchamps, figlio di milord Erfort (Hereford), fino a poco tempo fa ambasciatore in Francia. Ho ricevuto da lui molte cortesie in Inghilterra. Andammo insieme a Windsor, dove vedemmo il famoso Herschell.

"Questo lord non mi cercava che in funzione delle mie cose. Ma non restai così a lungo da fargli compiere un grande cammino; d'altronde il terreno, per quanto buono, non era vivo.

"Sua moglie era molto bella; ma mi parve, come le altre inglesi, avere molta di paura di perdere il suo ......(?). Ho mangiato da loro con il signor di Lauzun, il signor Dutens ed il signor Horseley.

"Abitavo presso il principe Galitzin e Thieman, che furono talmente gentili con me da vergognarmene.

"Qualcuno da cui avrei ricavato, credo, maggiori vantaggi se ne avessi avuto il tempo, era il signor Woronsow, ambasciatore della Russia a Londra. Mi fece molte gentilezze e nei pochi dibattiti che avemmo insieme, trovai in lui un gran bell'intelletto.

"Avrei diverse cose da dire sui Russi in questa raccolta, nella quale il mio ritratto è un po' legato a quello degli altri".

Come si vede, in apparenza Saint-Martin portava le sue vedute di conquista nella sfera aristocratica e non vi apprezzava che una cosa sola, l'interesse che vi trovava per le sue cose.

 Tuttavia, in realtà, era molto meno esclusivo di quanto non si dipinga. All'occorrenza, ricercava più l'aristocrazia della scienza che quella di nascita. Poco gli importava infatti il rango elevato o ogni altra circostanza quando si trattava delle sue grandi cose. Per servire la sua causa, non disdegnava alcuna relazione né alcuna classe della società, fermamente deciso, come ci ha detto al riguardo del maresciallo di Richelieu, a non legarsi che a quelli che si legavano a lui ed all'oggetto delle sue predilezioni, trascurando gli altri, in Inghilterra come in Francia.

Ecco perché preferì, persino a Londra, i Russi agli Inglesi.

I Russi, come tutti i popoli di razza slava, si mostravano, a quanto pare, ciò che sono sempre, più naturalmente inclini di altri al misticismo, e non soltanto spiritualisti ma decisamente teosofi. Saint-Martin si affezionò soprattutto al principe Alexis Galitzin e ad un certo Thieman, che mette sullo stesso piano del principe.

Nelle sue note sull'Inghilterra, si riprometteva di ritornare sui Russi in generale; ma non intendeva occuparsi che di quelli attratti dalle sue grandi aspirazioni. Mantenne la parola e il suo Portrait contiene i nomi dei Russi più eminenti che aveva incontrato a Londra. Cita per primo quello stesso conte di Kachelof che rivide un anno dopo nel paese di Montbéliard e che fece con lui la deliziosa escursione di Etupes di cui parleremo ora. Ma chi era questo signore? Il nome di Kachelof, mi dice uno scrittore particolarmente autorevole, non si trova negli elenchi della nobiltà russa. Occorre leggere Kouchelof o Kochelof? Saint-Martin, che si sentiva autorizzato dalle abitudini del suo tempo di non indagare più di tanto, aggiunge a questo nome quelli di un Zinovief, di due Galitzin, di un Maskof, di un Stavronski, di un Vorontsof e di una contessa Rasoumoski.

Questo Maskof forse non è altri che il conte Markof che ha occupato, agli inizi di questo secolo, un ruolo considerevole a Parigi. Stavronski era ambasciatore o Ministro di Russia a Napoli. Quello dei Vorontsof o Woronzow che Saint-Martin conobbe e che credette molto degno di seguire nelle sue profondità speculative, si chiamava Simon Romanovitch. Era a Londra dopo aver lasciato Venezia, nel 1784, e vi si trovava ancora nel 1789, nel momento in cui scoppiarono i primi grandi eventi della rivoluzione francese. Occorre distinguerlo dal fratello Alexandre, il cancelliere, con il quale la Biographie universelle sembra confonderlo. Le loro due sorelle figurano prepotentemente nella cronaca di palazzo e nella storia delle grandi catastrofi di San-Pietroburgo: la maggiore, in quanto favorita di Pietro III e sul punto di diventare imperatrice; la minore, la principessa Daschkow, che ha lasciato delle memorie, in quanto favorita di Caterina II. Fu lei che consigliò alla sua padrona di sbarazzarsi del marito per evitare il ripudio ed osare di occupare da sola il trono imperiale.

Questi Russi che fecero a Saint-Martin un'accoglienza così premurosa a Londra, erano dei martinisti o dei martinezisti? In altri termini, erano soltanto degli amici personali di Saint-Martin oppure degli adepti iniziati a quella che allora si chiamava la Scuola del Nord, cioè quella vasta affiliazione collegata a dom Martinez che contava nel Nord Logge o società diverse e un centro a Copenaghen?  E' quanto non ci è concesso di sapere. Tuttavia un fatto che Saint-Martin mette in risalto in questa occasione sembra provare trattarsi di amici o di settari di dom Martinez. Infatti aggiunge nei suoi appunti questo curioso dettaglio: "La loro imperatrice, Caterina II, ha ritenuto opportuno comporre due commedie contro i martinisti, che aveva in sospetto".

Appare evidente che Saint-Martin, in questa nota, non si riferisce ai suoi aderenti adoperando la parola martinisti. Non si vede toccato come capo di questa fazione. Considera dunque, sotto il nome di martinisti, ciò che allora tutti intendevano sotto questo nome, cioè i martinezisti. Non è che più tardi infatti che si sono confusi gli uni e gli altri sotto lo stesso appellativo, sotto quel nome mal fatto di martinisti, che induce all'errore.

Saint-Martin è peraltro ferito da questo fatto che rimprovera a Caterina II. Si vede personalmente inserito negli epigrammi dell'imperatrice ed aveva ragione di pensarlo visto che passava per martinezista a tal punto che, pochi anni dopo, scomparso Martinez, fu realmente ritenuto come il capo della setta. Amico della tolleranza, del più grande principio del suo secolo, aggiunge, forse con qualche piacere: "Queste commedie non fecero che accrescere la setta". Si trattava di un successo derivante da una aggressione e pertanto suscettibile di lusingare un amico della libertà".

Tuttavia quanto segue è scritto con un piacere ancora maggiore.

"Allora l'imperatrice incaricò Platon, vescovo di Mosca, di relazionarla sul libro Degli Errori e della Verità, che era per lei una pietra d'inciampo. Questi le fece un resoconto molto favorevole e tranquillizzante. Malgrado questo, qualunque richiesta mi sia stata fatta dalle mie conoscenze per recarmi nel loro paese, non vi andrò finché sarà viva l'attuale imperatrice. E poi sto raggiungendo un'età in cui simili viaggi non si fanno più senza serie riflessioni".

"Più l'uomo avanza negli anni, meno il tempo è di sua proprietà".

Troviamo qui uno di quei bei pensieri che il teosofo getta nelle sue pagine come i geni seminano le perle, un po' ovunque. Ma recarsi in Russia, dove trovava eccellenti predisposizioni non era, secondo il suo punto di vista, una bella missione da compiere?. E doveva sottrarsi all'invito in nome di quelle considerazioni personali che rasentano la grossolanità? Occorreva, rigettando i voti dell'aristocrazia russa, somigliare ad uno dei suoi più grandi avversari, a Diderot rifiutatosi di cedere a quelli della sovrana che proclamava la Semiramide del Nord? Eppure non si è meglio ispirati di quanto non lo fu Saint-Martin facendo resistenza ai suoi amici di Russia. In quanto gli stessi personaggi che, a Londra, incontravano così assiduamente il teosofo nell'intimità, non fruivano più della stessa libertà né a San-Pietroburgo, né a Mosca, né nelle loro terre.

I grandi riguardi del principe Alexis Galitzin, che fece con Saint-Martin, o piuttosto che gli fece fare a sue spese ed in sua compagnia un viaggio in Italia, non ne sono che più belli.; mostrano un attaccamento sincero per l'uomo di cui l'autocratica scherniva il maestro ed un raro grado di indipendenza nei confronti della sua sovrana.

Saint-Martin, non scrivendo sulla sua vita intima che rapide note, peraltro solo per se stesso, non ci dice fino a che punto ha trovato accesso per le sue idee speculative presso gli Inglesi stessi, Law e lord Hereford eccettuati. Non ci illustra inoltre né l'Inghilterra politica né l'Inghilterra ecclesiastica.

L'una o l'altra ha forse attirato la sua attenzione o le sue simpatie?

L'anglicanesimo o la Chiesa anglicana non poteva andargli bene. Nelle istituzioni del paese trovò con gioia la realizzazione di alcuni dei suoi principi; ma ne fu attratto molto meno di molti dei suoi amici. Sta di fatto che dopo qualche mese si lasciò facilmente trascinare dall'Inghilterra in Italia, a differenza del suo amico Divonne che non volle più separarsi da William Law, una volta conosciutolo. Fece il suo viaggio in Italia sin dal 1787 e quel soggiorno a Londra fu davvero troppo breve per le numerose relazioni che Saint-Martin vi allacciò, sia con le famiglie inglesi, dove i rapporti di intimità non si annodano che con il tempo, sia con le famiglie russe, più vicine alla mentalità francese. Per coltivare sufficientemente quei rapporti, avrebbe dovuto consacrarvi un tempo molto più lungo. Saint-Martin, ci dice invece lui stesso in una nota datata 1787, si trovava in Italia sin da quell'anno.

Ci fa sapere una cosa più strana: è che, sin dal 1787, vide a Chambéry una numerosa presenza di persone venute dalla Francia in seguito alla rivoluzione francese. L'emigrazione non risalendo così lontano, si è tentati di supporre un errore di data o ammettere un po' di confusione nei ricordi dei due diversi viaggi. Ma Saint-Martin non è ritornato in Italia dopo il 1787 e la difficoltà sussiste. L'ho già segnalato parlando delle sue relazioni con madame de Lusignan ed altre famiglie che dice avervi incontrato nell'emigrazione. E' d'altronde fuori dubbio che Saint-Martin passò a Parma l'anno suddetto. Annota, che lo fece senza vedere i Flavigny, che vi si trovavano e che già abbiamo aggiunto alla lunga lista delle sue relazioni.

Sta di fatto che si trovava a Roma sin dall'autunno del 1787.

Quali sono quei suoi amici del 1775 che rivide in Italia e quali attitudini per le sue cose vi trovò all'inizio della nuova era che si profilava allora, non soltanto per la Francia ma, tramite essa, per l'Europa?

Queste attitudini erano diverse, evidentemente, in quanto Saint-Martin osò questa volta recarsi a Roma dove non era stato dodici anni prima, non volendo neppure allora farsi vedere a Torino; ma conserva a questo proposito un silenzio assoluto. Parliamo soltanto delle attitudini religiose in quanto, riguardo alla politica, questa non c'entrava niente, a quanto mi sembra, nelle motivazioni di questo viaggio.

Già la monarchia francese era indebolita a tal punto che si credeva stritolata dall'importo dei suoi debiti, importo che oggi parrebbe risibile; già, nel presentimento della sua decadenza, gli uni dichiaravano la vecchia politica impotente a dare risposte alle esigenze del secolo come alle necessità dello Stato, mentre gli altri non trovavano vie di salvezza che nel mantenimento delle sue istituzioni e dei suoi principi. La Francia preoccupava l'opinione generale ed il governo stesso inquietava gli animi convocando a spron battuto l'assemblea dei notabili e quella degli stati generali senza alcun piano preciso o realizzabile. Ma di tutto questo i tre viaggiatori non si fanno alcun problema e Saint-Martin, che doveva di lì a poco scavare così profondamente il problema dell'organismo sociale, non ha l'aria di dubitare, in questo periodo, del ruolo di propagandista che l'attende.

Fece a Roma ciò che aveva fatto a Londra. Ricercò ciò che più lusingava i suoi gusti e meglio rispondeva alle sue aspirazioni ma, non trovandovi né teosofia, né misticismo, né teurgia, incontrò la gente, la gente che conta, salvo il papa, credo.

Con il principe Galitzin, o da solo, frequentò il principe del Lichtenstein, il conte di Tchernichef ed altri russi. Nel contesto francese, che era numeroso e distinto, vide il cardinale di Bernis, "il giovane Polignac", il conte di Vaudreuil, il commendatore Dolomieu, il signore e la signora di Joinville, il balivo della Brillane, ambasciatore di Malta, il conte e la contessa di Fortia, "il grande Narbonne e suo nipote", numerosi vescovi e l'abate di Bayanne. Nel contesto italiano vide i cardinali Aquaviva, Doria, Buoncompagno, la principessa di Santa-Croce, la principessa Borghese, il duca e la duchessa Braschi.

Gli sarebbe stato difficile incontrare gente migliore ed in maggior numero.

Ignoro, d'altronde, ogni dettaglio di qualche interesse sulla vita intima che condusse a Roma. Non annota nessuna di quelle conferenze che danno una fisionomia al suo viaggio a Londra. Il solo indizio della sua attività mistica si trova in una frase del principe Galitzin al conte di Fortia: "Non sono veramente un uomo che dopo aver conosciuto il signore di Saint-Martin". Detto a Roma ed al conte di Fortia, questa frase ha un suo senso e si può essere altrettanto certi di queste due cose, che un viaggio con il principe Galitzin e Thieman aveva per scopo essenziale le grandi cose dei tre teosofi e che non ebbero successi degni di nota.

Il soggiorno di Saint-Martin a Roma non si prolungò più di quello avvenuto a Londra e si deve vivamente rimpiangere che la sua penna non ci dipinga un po', dal suo punto di vista, com'era la gente che vi incontrava nel momento in cui si approssimava il processo a Cagliostro, 1790. Ma benché si trovasse ancora in Italia quando si illustrava davanti al sant'uffizio la vita del celebre taumaturgo, dubito che avrebbe scritto una nota in più su questo personaggio. Lo aveva incontrato a Lione ed il modo in cui descrive il suo operato in questa città ci prova che le antipatie per lui erano molto profonde.

Nel 1788 Saint-Martin si trova in una residenza estiva degli antichi principi di Montbéliard. Ecco come. Prima dei suoi viaggi in Inghilterra ed in Italia, era stato presentato, a Parigi, alla duchessa di Wurtemberg che aveva maritato sua figlia al Granduca Paul Pétrowitsch. Questa risiedeva abitualmente nel paese di Montbéliard. Si recò in questo piccolo principato per rendere alla sovrana titolare una visita il cui vero scopo non era certamente quello di ottemperare ad un dovere di cortesia, né un volgare mezzo per distrarsi, ma un interesse che siamo costretti ad ignorare completamente. Limita le sue note a qualche dettaglio che lasceremo raccontare dal viaggiatore stesso.

"Nel 1788, andai con un mio molto degno amico, Kachelof, a Montbéliard, dalla duchessa di Wurtemberg che avevo già conosciuto a Parigi. Ci trattò come aveva trattato il granduca di Russia, suo genero. Durante i due giorni che ci fermammo, non si smise di festeggiarci. Ricorderò per tutta la vita il pranzo che facemmo tutti e tre, nella grotta, al castello di Etupes. Vi provai un sentimento così puro ed una commozione così viva che non potei impedirmi di piangere".

Questo indica evidentemente un incontro sulle questioni predilette da Saint-Martin.

"Siccome non si possono avvicinare le altezze reali senza essere titolati, la duchessa mi gratificava ogni volta che mi parlava. Dicevo allora allegramente al mio compagno di viaggio: Dobbiamo sicuramente essere degli imperatori travestiti, visto come ci tratta".

Saint-Martin, che ama soffermarsi su questo genere di dettagli che dipinge brillantemente, ama anche glissare allo stesso modo sull'essenziale. Non una parola sul motivo di questa escursione, sulla conversazione nella grotta, così toccante per lui e dove non fu ammessa alcuna delle dame della principessa. Ma questa circostanza e la sua emozione lasciano indovinare una conferenza seria che il narratore non vuole indicare.

Saint-Martin non ci fa sapere dove ha lasciato il principe Galitzin e Thieman. Non ci dice neppure da dove viene andando a visitare Etupes con il suo amico russo Kachelof, né dove va lasciando la residenza estiva della duchessa di Wurtemberg, residenza in seguito completamente scomparsa non avendo saputo gli acquirenti del castello di Etupes convertirla né in una fabbrica né in una filatura.

Diversi scrittori parlano di un viaggio in Germania ed in Svizzera che Saint-Martin avrebbe fatto con il principe dopo o all'inizio del loro viaggio in Italia. Ma sono state attraversate la Germania e la Svizzera per varcare le Alpi? Ci si è fermati almeno un po' in questi luoghi? Lo ignoro. Ciò che mi colpisce è che Saint-Martin è andato a Roma passando per Genova nell'autunno del 1787 e che si ritrova, come abbiamo appena visto, nel paese di Montbéliard sin dal 1788, e nel mezzo della bella stagione, visto che vi si pranza in una grotta. Non vedo dunque, tra questa visita ed il viaggio in Italia, un intervallo sufficiente per un viaggio in Germania. Saint-Martin è forse andato in Germania prima di recarsi a Strasburgo? Non lo penso per una ragione molto semplice, considerato che non trovo alcuna di quelle tracce reali che un pur breve soggiorno in Germania avrebbe immancabilmente lasciato in lui. Mistici e teosofi celebri, Jung Stilling e d'Eckarthausen in testa, facevano all'epoca parlare di sé in tutte le contrade germaniche. Lavater riempiva la Svizzera con il rumore della sua fama. Saint-Martin, che avrebbe iniziato le sue visite attraverso essi, se aveva visto il loro paese, non imparò a conoscerli che a Strasburgo e più tardi attraverso la sua corrispondenza con il barone di Liebisdorf, uno dei suoi più intelligenti ammiratori. In effetti, non fu che a Strasburgo che gli si fece capire l'importanza che la lettura delle opere di Boehme in lingua tedesca darebbe ad un teosofo per il progresso dei suoi studi.

Tutto questo riduce il viaggio in Svizzera ed in Germania alla sua più semplice espressione, cioè ad una semplice traversata, ammesso che non si tratti di una supposizione del tutto gratuita.

Su queste peregrinazioni del teosofo non abbiamo, come ho già detto, che brevi indicazioni, liste di nomi e qualche riferimento aneddotico. Nessuna osservazione generale, niente di quella critica filosofica che risultava così facile ad una intelligenza tanto elevata di mettere per iscritto in un tale periodo. Era perfino difficile resistere a queste tentazioni quando l'Europa intera si sentiva travagliata da teorie che volevano fare scuola, quando era pervasa da aspirazioni che pretendevano varcare il focolare intimo, l'anima dei popoli, per installarsi nelle loro istituzioni.

Saint-Martin non era estraneo a questo movimento; stava per diventarne uno dei più eloquenti consiglieri; ma il suo momento non era venuto.

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

Capitolo XII

    

Il soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo. - Il suo incontro con la duchessa di Bourbon. - Le sue relazioni con gli uomini di scienza ed i mistici: Oberlin, madame de Boecklin, R. Salzmann, mesdames d'Oberkirch, de Frank, de Rosemberg, la contessa Potoka. - I suoi nuovi studi. - La sua conversione al misticismo di Boehme. - Il paradiso, l'inferno ed il purgatorio terrestre di Saint-Martin.

(1788  -  1791)

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I tre anni che Saint-Martin trascorse a Strasburgo furono i più decisivi sia per la sua dottrina che per i suoi ideali. Non si può dire la stessa cosa per i suoi affetti, cosa questa che peraltro si confonde con estrema naturalezza in un'anima mistica.

Trascorse veramente poco tempo tra il suo viaggio in Italia ed il suo arrivo a Strasburgo, di cui è facile determinare la data. Saint-Martin stesso ci dice che fu strappato da questa città da un ordine del padre, dopo un soggiorno di tre anni, nel mese di giugno del 1791, all'epoca della fuga da Varenne. Prese alla lettera, queste due indicazioni fissano il suo arrivo nel mese di giugno del 1788. Ebbene, considerando la visita a Etupes, ne deriva che non si trova alcun intervallo per un viaggio in Germania che avrebbe avuto luogo in quest'epoca e che mi pare difficile accettare, come ho già detto.

Saint-Martin non ci dice una parola sui motivi che l'hanno indotto a recarsi a Strasburgo lasciando Roma, ed a stabilirvisi malgrado antiche consuetudini che lo legavano a Lione nonostante le apparenze e nonostante la sua reale predilezione per Parigi. Ma è facile capire che aveva sentito parlare di Boehme dai suoi amici di Londra e che lo si era edotto a Etupes circa la facilità che avrebbe trovato a Strasburgo di fare conoscenza con illustri teosofi. Strasburgo era d'altronde uno dei principali teatri delle esperienze mesmeriane ed era appena stato quello delle iniziazioni così famose e delle guarigioni così straordinarie del conte Cagliostro. Alfieri aveva appena lasciato l'Alsazia dove aveva risieduto, come Voltaire e Goethe, e che Rousseau aveva voluto visitare prima di loro. Mai si era verificato un insieme di stimoli più seducenti per un così acceso ammiratore dei grandi scrittori del secolo e per un adepto di Martinez; e se la principessa di Wurtemberg stessa non lo ha messo al corrente delle attrattive letterarie e mistiche che vi avrebbe trovato, è forse alla baronessa di Oberkirch, che visitava sovente Etupes, che bisognerebbe attribuire il suo pellegrinaggio verso la vecchia città del Reno.

Secondo le sue note su Strasburgo, la casa della spirituale baronessa fu una di quelle che abitualmente frequentava.

Se non consultiamo che queste note, o ci limitiamo a consultarle un po' superficialmente, vi ricercò soprattutto il mondo aristocratico e qualche studioso. Ma con un po' più di attenzione si nota benissimo che ciò che realmente lo interessa è quello che altrove chiama le sue cose.

La sua prima impressione è peraltro piuttosto cupa ed il suo giudizio generale sulle persone con cui intrattiene rapporti a Strasburgo, un po' severo, non dico ingiusto.

"Ho visto degli uomini che non erano sgradevoli con nessuno ma di cui non si può neppure dire che fossero graditi; in quanto non avevano sufficienti mesures développées (termine prediletto da Saint-Martin) per essere presi da ciò che è vivo e vero, se scossi da ciò che è male e falso. E' a Strasburgo che ho osservato questo".

Parole dure. Devo anche far notare che se tali sono le prime righe del viaggiatore, niente mi autorizza veramente a dire che le opinioni che vi esprime non fossero che le sue prime impressioni.

Transitorie o permanenti che siano, cosa ha potuto determinarle?

Strasburgo, da sessant'anni e prima delle tre o quattro rivoluzioni essenziali che ne hanno fatto una città francese nei costumi come nella lingua e nella nazionalità, aveva conservato le sue caratteristiche di freddezza e di riserbo utili a spiegarci i rudi apprezzamenti dell'osservatore. Non voglio neppure ricordare, per giustificarla, la comune tendenza dei viaggiatori di generalizzare le loro affrettate osservazioni. Saint-Martin ha quindi potuto molto legittimamente formulare il suo giudizio, così come l'ha fatto in quanto, dopo tutto e a dire il vero, si adatta benissimo a tutte le città del mondo: è il ritratto del cuore umano preso in un momento di nebbia.

Dopo la sentenza morale arriva, come d'abitudine per Saint-Martin, l'elencazione dei personaggi principali, o meglio delle principali case che ha frequentato in quanto, per lui, è quasi sempre il casato l'essenziale, raramente il suo rappresentante.

"E qui, dice, devo ricordarmi almeno i nomi di diverse persone che mi hanno interessato o che vi ho visto (il nome della mia cara B...... fa parte di tutti questi nomi)".

Infatti, nomina le famiglie Franck, Turckheim, Oberkirch, Baltazar, Mouillesaux, Aumont, Klinglin, Lutzelbourg, Saint-Marcel, Lefort, Falkenheim, Delort ed alcune altre. Ma elenca tutti questi nomi soltanto per il bisogno di imprimerne il ricordo nella memoria; non vi aggiunge nulla o quasi nulla per noi.

Tra le persone nominate, ve ne sono di un qualche rilievo nella storia locale. La baronessa di Frank, alla guida della sua banca, fu a lungo una sorta di mecenate; il nome della baronessa di Oberkirch ha avuto un buon lustro attraverso le Memorie piene di spirito e di immaginazione pubblicate dal nipote, il conte di Montbrison; la famiglia di Klinglin ha avuto un ruolo in qualcuna delle più considerevoli rivoluzioni del paese; quella di Turckheim, che è apparsa in molte delle nostre assemblee legislative, ha fornito nella persona del barone Jean d'Altdorf un diplomatico ed uno storico stimato.

Da autentico militare, Saint-Martin cita fra gli ufficiali della guarnigione, quelli con un nome di una qualche importanza: Mercy, Murat (non si tratta del futuro re delle Due-Sicilie), Tersac, de Vogué, Chasseloup, d'Hauterive (non si tratta del vecchio condiscepolo, il mistico o l'estatico amico di Saint-Martin), Laborde, ecc....

Saint-Martin, la cui nota è troppo breve, non menziona tra gli uomini di scienza che ha incontrato, che l'antiquario Oberlin, il fratello del celebre apostolo del Ban de la Roche, Blessig, Hahhner, il P. Ildefonse, benedettino di Ettenheim ed un professore di astronomia e di matematica di cui non si ricorda più il nome.

Da vero appassionato di musica, in quanto suonava il violino, aggiunge a questi il nome di Pleyel con l'epiteto di famoso.

A questi nomi, che dà per la maggior parte alterati, che siano tedeschi o francesi, Saint-Martin aggiunge anche quelli di qualche estraneo più o meno illustre conosciuto a Strasburgo, quali il conte di Welsberg, già ministro a Vienna; M. Wittenkof (Wittinghof, de Courlande, parente della baronessa di Krudener).

A prima vista, si direbbe che Saint-Martin non è andato in Alsazia che per visitarne le famiglie più illustri e tutto quanto avrebbe fatto a Strasburgo sembrerebbe singolarmente a quanto aveva già fatto a Londra, a Roma, a Tolosa, a Lione o a Versailles.

Eppure è avvenuto qualcosa di più in quanto questa stessa nota, che inizia con un tono così spiacevole e poco lusinghiera, termina così:

"Devo dire che questa città di Strasburgo è una di quelle a cui il mio cuore è più legato sulla terra".

In questo periodo la gioventù russa, tedesca e scandinava della più alta aristocrazia vi si incontrava ai corsi di storia e di diplomazia di Koch, futuro legislatore e futuro tribuno, con i giovani aristocratici della Francia. Metternich vi viveva gomito a gomito con Galitzin e Narbonne. Una grande agiatezza, un'ampia e cordiale ospitalità, costumi forse più dolci e più puri che altrove regnavano ancora nelle più onorevoli famiglie della società. Un minimo di istituzioni elettive e deliberanti vigeva nell'antica città libera e imperiale. Tutto questo poteva piacere all'animo di Saint-Martin o prestarsi alle sue mire propagandistiche, se voleva riannodare le sue relazioni con la nobiltà russa che lo aveva ricolmato di onori a Londra e chiamato a San Pietroburgo. Ma tutto questo non è stato sufficiente per affascinarlo al punto in cui lo è stato.

Non si è maggiormente sulla buona strada quando si pensa che bisogna ricercare il suo segreto in una breve frase della sua nota che non ho ancora segnalata, e che indica, tra le persone che vedeva, la baronessa di Rosemberg, "che voleva portarmi a Venezia per sfuggire la rivoluzione della Francia; la bella contessa di Potoka, che aveva promesso di scrivermi e che non l'ha fatto".

Senza dubbio Saint-Martin amava la compagnia delle donne caratterizzate da alte aspirazioni di misticismo o di pietà. Vi si attaccava profondamente ed anche con entusiasmo: ce lo dirà e proverà tra breve. Ma diffidava molto di quelle che non pervenivano ad un serio progresso nella spiritualità, o che non vi si impegnavano. Non aveva alcun interesse per quelle che lo intralciavano nel proprio sviluppo, per quanto fossero sincere; d'altronde, della sua amicizia per loro, ne è testimone la duchessa di Bourbon stessa, della quale parla sempre con stima, mai con calore. Occorre anche rilevare che questa principessa si trovava a Strasburgo contemporaneamente a lui e che non la nomina neppure. Ebbene, se mai avesse meritato una menzione particolare, questo sarebbe stato il momento. Ella veniva da Etupes e si era stabilita sulle rive del Reno per ragioni di famiglia e politiche. Benché separata dal marito che emigrò di buon ora con suo padre, il principe di Condé e suo figlio il duca di Enghien, conservava con lui rapporti soddisfacenti. In sovrappiù, e senza alcun dubbio, il desiderio di trovare a Strasburgo le pie consolazioni di Saint-Martin di cui amava la guida, aveva pesato sulla bilancia per farle prendere la strada dell'Alsazia. Anche Saint-Martin, che provava per lei una di quelle amicizie che non si smentiscono mai, le sacrificava abitualmente a Strasburgo delle ore di raccoglimento che prediligeva, quelle della sera. La accompagnava volentieri a teatro, che amò sempre, pur privandosene sovente per piaceri più dolci al suo cuore caritatevole.

Ma malgrado questo affetto sincero, non fu la presenza della principessa a fare della città di Strasburgo il soggiorno preferito dal teosofo. Non si esprimano giudizi dalle sue belle confidenze sull'influenza che questa esercitava sul suo animo, confidenze che si riferiscono ai suoi principali interessi e confidenze che ci faranno ben capire, credo, l'amicizia così eccezionale che dedicò alla persona che nomina una sola volta per intero e che abitualmente designa con le parole, la mia B... o la mia carissima B...

Queste confidenze ci faranno allo stesso tempo vedere quello che dobbiamo veramente pensare al riguardo di tutte quelle predilezioni femminili che sembrano giocare un ruolo così considerevole nella vita del serio mistico.

"Parecchie persone sono state funeste al mio spirito, ma non allo stesso modo. La prima voleva assolutamente farlo morire d'inazione; la seconda, che era mia zia, non voleva nutrirlo che di vento; la terza, che è W...., operava su di lui come l'attrezzo per spegnere e conservare la brace; la quarta, che è madame de la Cr...., gli metteva i ceppi ai piedi ed alle mani; la quinta, che è madame de L...., gli sarebbe stato utile se non avesse voluto tagliarlo in due; la sesta, che è madame de Cosl...., lo scavava sotto e lo sradicava; la settima, che è madame de B..., gli metteva un cilicio aguzzo su tutto il corpo".

Questa valutazione, che è forse un po' più simbolica e soprattutto più epigrammatica di quanto occorra, è sottile, allo stesso tempo seria nella sostanza e canzonatoria nel tono.

Ad eccezione della terza di queste diverse ed acute individualità, e ad eccezione della prima, che non vuole neppure lasciar indovinare al suo lettore - in quanto le sue reticenze testimoniano che non scrive soltanto per se stesso - possiamo facilmente mettere il nome completo. E senza forse ben capire tutta la portata di questi epigrammi figurati, ci facciamo un'idea sufficiente circa la natura di quei rapporti mistici. Madame W... ci resta sconosciuta come il personaggio che non ci vuole per niente rivelare. Saint-Martin nomina un principe Woronzow, ma non nomina la principessa che d'altronde, in quanto straniera, non avrebbe potuto convenientemente fungere da attrezzo per soffocare la brace. Si riconosce immediatamente madame de la Croix, ma non si riesce proprio a capire come questa gran dama, che sapeva muoversi benissimo e dava così graziosamente udienza agli spiriti persino nel bel mezzo della compagnia da cui era attorniata, metteva ai ceppi lo spirito del suo amico. Forse quando redigeva da lei belle pagine del Tableau naturel? Non si capisce neppure come madame de Lusignan, presso la quale compose una parte della stessa opera, tagliasse il suo spirito in due. Era forse per trattenere sulla terra almeno uno dei due? Madame de Coislin, in quanto di lei si tratta al n° 6, a dispetto dell'ortografia, giocava un ruolo ancora più pericoloso per lo spirito di Saint-Martin: lo staccava dal mondo celeste dove aveva gettato le sue radici, scavando la terra sotto le radici stesse. La duchessa di Bourbon, nominata per ultima, si limitava quantomeno a far soffrire il suo spirito; ma lo faceva soffrire in quanto gli metteva un cilicio aguzzo su tutto il corpo, immagine un po' ardita per uno spirito ma che esprime il dolore che la principessa faceva provare al suo amico nel vederla nella sua credulità consultare dei sonnambuli ed altri praticoni di un ordine inferiore.

  In ogni caso, non era la persona che seguiva così male il teosofo nelle alte sfere della spiritualità ed intralciava così il libero sviluppo del suo spirito, non era la duchessa di Bourbon che, con la sua presenza, diffondeva nella città di Strasburgo quella magia che la fece definire paradiso. Quali altre attrattive o quali sviluppi inattesi, Saint-Martin, che non apprezzava le città, come le persone, che secondo il loro rango riguardo alle sue cose ed alle sue grandi aspirazioni, Strasburgo gli ha dunque presentato?

Non lo dice chiaramente, ma lo fa indovinare in molte occasioni, dove scoppia un sentimento unico nella sua anima, un sentimento che non confonde con nessun altro. Ha trovato a Strasburgo una fonte di spiritualità, non sconosciuta, ma inabbordabile fino ad allora: Jacob Boehme. Questa fonte, un teosofo molto preparato, Rodolfo Salzmann ed una donna molto gentile, madame de Boecklin, glie la aprirono iniziandolo allo studio di questo illuminato ed inducendolo ad imparare il tedesco, non potendo dargli, le vecchie traduzioni, francese o inglese, del filosofo teutonico  alcuna idea  completa del contenuto degli originali.

A questi due personaggi, di cui uno doveva occupare il primo posto negli affetti di Saint-Martin e l'altro lo stesso posto in quelli di Young Stilling, se ne aggiunsero diversi altri che non si nominano che marginalmente. Si tratta del maggiore Meyer, del barone di Razienried, di madame Westermann e di una persona che il viaggiatore non indica che con il nome della via dove abitava.

E' questo gruppo di sei personaggi molto diversi ma molto legati fra loro, ai quali sicuramente si associavano molti altri, che abbellì la vecchia e colta città agli occhi del teosofo. E tenterò di coordinare al meglio ciò che mi è stato possibile raccogliere su ognuno di essi, cominciando nell'ordine inverso della loro importanza per Saint-Martin.

La persona che non nomina, ma che figura nella corrispondenza di madame de Boecklin con la baronessa di Razenried, aveva un nome tedesco molto poetico, ma altrettanto difficile da scrivere come da pronunciare per un debuttante come Saint-Martin. Si chiamava signorina Schwing (ala), ed il suo spirito si innalzava facilmente nelle più alte regioni del mondo spirituale. Aveva delle visioni o delle apparizioni che somigliavano più a quelle di Swedenborg che a quelle dell'abate Fournié; vedeva, non come quest'ultimo, spiriti di un ordine superiore, ma quello dei trapassati; ne seguiva i progressi o l'elevazione successiva nell'altro mondo, con grande gioia delle loro famiglie e di quelli di questo mondo che si interessavano alla loro sorte.

La signora Westermann aveva quei doni di seconda vista o veggenza che erano un tempo così comuni in certe regioni della Germania, della Svezia e della Scozia. Vedeva, in spirito, secondo le tradizioni che consulto, gli avvenimenti che accadevano a grandi distanze e circolavano a questo proposito, nella cerchia degli intimi di Saint-Martin, resoconti veramente straordinari. Nelle sue note, il teosofo assume inizialmente un atteggiamento di riserva riguardo alla veggente. Le affibbia con un certo sdegno l'epiteto di calzolaia, strano in bocca ad un ammiratore entusiasta di Boehme, il calzolaio. Sembra mettere il credito che le accorda sotto lo stendardo di un altro, dicendo che essa godeva della fiducia di Salzmann. Sta di fatto che cambia subito di opinione, che non esita lui stesso a consultarla, su consiglio di madame de Boecklin, e che finì per costatare che gli si rispose assez juste, ma che non dice una parola su questo fatto.

Il terzo personaggio mistico che cita, il barone di Razenried, nobile straniero arrivato in Francia molto malato, all'epoca in cui si operavano a Strasburgo sotto le apparecchiature di Puységur le grandi cure magnetiche, aveva trovato in questa città un medico di viva chiaroveggenza, una giovane ragazza di rara bellezza, ed aveva finito per offrirle la sua mano ed il suo nome. Con gran gioia della famiglia, la giovane baronessa, di origine molto borghese, non aveva tardato ad assumere il tono e le maniere della sua nuova posizione sociale, il gusto per le lettere ed i buoni studi. Abbiamo sotto gli occhi delle Vues sur le ciel étoilé che deve avere scritto sotto ispirazione, come Jacob Boehme scriveva la maggior parte dei suoi trattati. Non vi troviamo né contenuti scientifici né rivelazioni, ma quando l'astronomia era meno avanzata, hanno goduto di un certo fascino nel cerchio intimo della bella baronessa. Se oggi non affascinano più nessuno per il loro valore scientifico, possono piacere a tutti per l'elevazione del pensiero ed anche per lo sfoggio di uno stile che madame de Razenried era ben lontana dal mettere nelle sue pagine ordinarie, nelle sue lettere familiari, ad esempio.

Il maggiore Meyer, che Saint-Martin pone in testa a tutti i suoi amici di Strasburgo, contestava queste Vues in nome dell'astronomia ufficiale. Accordava comunque loro, come agli esperimenti magnetici, un serio interesse. A differenza del nipote, Frédéric de Meyer, scrittore più noto, era di natura semi-scettica, semi-credente; ma nella sua corrispondenza, che ho sotto gli occhi, cita dei testi di Saint-Martin con la simpatia che suo nipote mette nelle sue lettere e nelle sue Feuilles périodiques pour la culture supérieure de l'intelligence.

Il personaggio che fu, credo, il principale iniziatore di Saint-Martin allo studio del filosofo teutonico, Rodolphe de Salzmann, come lo chiamavano i suoi corrispondenti della Germania dopo aver ricevuto dalla corte di Saxe-Meiningen titoli di nobiltà ed un brevetto di consigliere di legazione, titoli che non ha mai usato di sua iniziativa, Salzmann era un erudito avanzato nel misticismo ordinario e nell'alta teosofia. Occorre distinguerlo dal cugino Daniel Salzmann, l'amico di Goethe e di Herder, singolarmente celebrato dal primo e dai biografi del celebre poeta. Insistere qui sulle caratteristiche dei due Salzmann, nessuno dei quali ha caratterizzato il mondo letterario francese, benché uno dei due sia stato giornalista per quarant'anni, sarebbe del tutto inutile. Ci sia consentito soltanto di dire incidentalmente, nell'interesse della critica storica e per l'apprezzamento del valore reale di quella che viene chiamata l'autorità della testimonianza, che gli stessi concittadini e gli amici dei due li hanno così sovente confusi insieme che per finire li hanno identificati in un solo e stesso personaggio. L'eccellente Schubert, uno dei principali mistici del nostro tempo e lo stesso che si è fatto notare in Francia per una toccante biografia della duchessa di Orléans, racconta molto seriamente che ha fatto visita nel 1820 al mistico Salzmann, l'amico di Goethe. Ebbene, l'amico di Goethe era morto nel 1812 e Schubert non aveva mai avuto con lui alcun genere di rapporto; non ne conosceva il nome che attraverso le memorie così poetiche di Goethe ed era persuaso che il suo vero amico, Salzmann il mistico, che aveva realmente incontrato nel 1820, portasse ancora sulla sua nobile fisionomia d'aquila le tracce del genio che aveva affascinato il poeta. Ebbene, Rodolphe Salzmann non aveva mai avuto relazioni con Goethe.

Se Saint-Martin si recò a Strasburgo per studiarvi il misticismo tedesco, ed in particolare gli scritti di Boehme, tradotti in inglese dal suo amico Law, non poteva fare di meglio che rivolgersi a Rodolphe Salzmann. Proveniente da una di quelle vecchie famiglie della sua città la cui più alta ambizione era di ben figurare nel ministero evangelico, in una cattedra all'università o su di una sedia curule di un Quinze o di un Treize, il giovane teosofo, dopo robusti studi di diritto e di storia, aveva risieduto in Germania e frequentato le più illustri delle sue scuole, quella di Gottinga, con il suo allievo, il barone di Stein, in seguito celebre ministro di Prussia. Possedendo un patrimonio in grado di renderlo indipendente e dividendo i suoi interessi tra l'ambito religioso e politico, quando Saint-Martin lo cercò, dirigeva un giornale e scriveva volumi di alta religiosità, cioè di misticismo e di teosofia. Pubblicava molto senza mai mettere il suo nome in nessuna delle sue opere. Una corrispondenza abbastanza vasta, ma molto intima, con i mistici di Lione, di Ginevra, della Svizzera tedesca e della Germania in generale, gli permetteva di essere sempre aggiornato, tanto più che dirigeva lui stesso "la librairie académique".

Tutti questi studi gli avevano dato una completa familiarità, da una parte con i testi sacri, dall'altra con quelli di Jane Leade, di Pordage, di Law, di Swedenborg e di Jacob Boehme. Possedeva soprattutto gli interpreti degli scritti apocalittici e prediligeva in particolare gli interrogativi che giocano un ruolo così considerevole in quei testi. Niente di meglio per Saint-Martin. La scrupolosa esattezza dell'erudizione tedesca non lo turbava affatto. Grandi furono per un istante le simpatie tra i due teosofi. Ma vi erano delle divergenze su questioni essenziali, sia di teoria, sia di pratica, ed anche sul principio molto mistico della fuga dal mondo, fuga che Saint-Martin, uomo di mondo, voleva temperata e che Salzmann, uomo rigido, voleva assoluta; fuga che il primo amava di più in teoria, il secondo nella pratica. Da un altro lato, Salzmann voleva contenere il misticismo in quei limiti evangelici dove si muoveva l'anima allo stesso tempo tenera ed ambiziosa di Fénelon, un po' influenzato dalle estasi di madame Guyon; Saint-Martin, al contrario, non gradiva madame Guyon, parlava poco o niente di Fénelon ed aggiungeva volentieri alla portata legittima delle sante Scritture le tradizioni occulte del suo vecchio maestro, dom Martinez. Infine Salzmann, pur tenendo molto all'esistenza del mondo spirituale ed alla scienza dei nostri rapporti con lui, rigettava assolutamente la teurgia, nella sua operatività come nei suoi principi. Saint-Martin, al contrario, biasimando le operazioni, professava i principi dell'arte. D'altro canto la sincera religiosità e le serie aspirazioni che dovevano avvicinare i due teosofi, non li unirono. La stoica austerità dell'uno, per quanto fosse addolcita nelle sue forme e nel suo linguaggio, contrastava troppo con l'umile e gentile stato d'animo dell'altro, perché i loro rapporti prendessero caratteristiche di intimità e condizioni di durata. Al momento della separazione, non fu a Salzmann che Saint-Martin diede il suo ritratto, ma alla signora Salzmann, donna di gran carattere, di rara prudenza e più scettica che credente, ma piena di ammirazione per la seducente umiltà del mistico. Dopo la loro separazione, non si scambiarono che qualche lettera. Alla corrispondenza di Salzmann, Saint-Martin preferì quella del barone di Liebisdorf, che simpatizzava con i suoi principi teurgici e lo aiutava nelle sue traduzioni di Boehme; alla corrispondenza di Saint-Martin, Salzmann preferì quella del consigliere Young Stilling, che simpatizzava con le sue teorie millenarie e lo assisteva nei suoi studi pneumatologici.

Il primo, il più grande posto nelle affezioni spirituali di Saint-Martin, fu occupato da madame de Boecklin; è a lei che ama riferire l'avvenimento più fecondo della sua vita di studio, la conoscenza del teosofo di Goerlitz. E come mise il celebre filosofo teutonico al di sopra di tutti i suoi altri maestri, così mise madame de Boecklin al di sopra di tutte le altre sue amiche. Secondo le mie note, ha dato tre volte il suo ritratto, ed ho appena nominato quella delle tre persone che ha ricevuto dalle sue mani la graziosa tempera dai tratti fini ed ispirati che ho raccolto. Madame de Boecklin è la seconda; ma devo dire che nel pensiero di Saint-Martin non vi era possibile confronto tra lei e le altre due. Il posto che questa deliziosa tedesca occupava nella sua anima è, credo, unico anche nella storia del misticismo. Quantomeno non conosco altre Egerie che siano state oggetto, da parte di un teosofo, di sentimenti così elevati, resi con espressioni così vive come quelle di Saint-Martin parlando di madame de Boecklin. La celebra talora in maniera particolarmente ricercata, talaltro eroicamente familiare. E' lei ad essere la mia B.

Sin dall'inizio della sua nota su Strasburgo, dice circa i nomi che vuole fissare nella sua memoria: "Il nome della mia cara B. è a parte da tutti gli altri nomi". E sin dall'inizio del loro legame la sua amica B. è il suo oracolo. "La mia B. mi fece consultare la calzolaia Westermann, durante l'avventura romanesca". Queste due righe sono, per la verità, tutto ciò che madame de Boecklin ottiene da lui in questa nota. Ma se Strasburgo è per lui la città francese per eccellenza ed il suo paradiso, è grazie a madame de Boecklin. E se considera come una sventura, come una catastrofe, essere strappato da Strasburgo, è che deve separarsi da madame de Boecklin. Non si potrebbe dire meglio di come lo ha fatto.

"Uno dei tratti di quello che non ha cessato di combattermi (si vedrà chi), è quello che mi è successo a Strasburgo nel 1791. Da tre anni vedevo tutti i giorni la mia intima amica; da lungo tempo accarezzavamo il progetto di abitare insieme senza averlo potuto realizzare; infine lo realizzammo. Ma dopo due mesi dovetti lasciare il mio paradiso per andare a curare mio padre. Il subbuglio per la fuga del re mi fece ritornare da Lunéville a Strasburgo dove trascorsi ancora quindici giorni con la mia amica; ma dovemmo giungere alla separazione. Mi raccomandavo al magnifico Dio della mia vita per essere dispensato dal bere questa coppa; ma lessi chiaramente che, benché questo sacrificio fosse orribile, bisognava farlo, e lo feci versando un torrente di lacrime.

"L'anno seguente, a Pasqua, tutto era pronto per ritornare dalla mia amica, una nuova malattia di mio padre sopraggiunge sul più bello a fermare tutti i miei progetti...." (Port., 187).

Come qualificare e come spiegare questo linguaggio?

Si tratta forse di una pagina strappata da qualche romanzo sentimentale dell'ultimo secolo? Goethe, violentemente separato per ordine del padre da Federica Brion de Sessenheim, avrebbe dipinto diversamente la sua disperazione?

Ad ogni caso, Alfieri separandosi a Roma dalla contessa Albany, non gemette più pateticamente.

Forse si tratta di un accostamento temerario ma non potrebbe compromettere Saint-Martin in quanto non può esserci altro rapporto tra lui e Charlotte de Boecklin che un amore puramente platonico. In effetti, si ammetterebbe invano, per la più facile delle spiegazioni, la più semplice delle ipotesi, uno di quei sentimenti profani che tanto più facilmente si insinuano nelle anime mistiche quanto più sono disposte a pure tenerezze e meno diffidenti per la ragione stessa di una purezza che nessun smarrimento ha ancora potuto chiarire. Innanzitutto Saint-Martin non è un novizio. Si conosce in quanto a passioni. L'abbiamo visto, quelle della sua giovinezza, ancora troppo vive alla sua mente, sono uno dei dolori più amari della sua vita. Se le rimprovera e non ostenterebbe con tanto abbandono, non glorificherebbe in modo così evidente l'ultima delle sue debolezze, se assomigliasse alle più vecchie. Senza dubbio vi sono molte sfumature nell'amicizia ed è evidente che mai Saint-Martin ha avuto sentimenti e parole eguali per alcun uomo; ma ama i tratti forti e le figure ardite. La prova d'altronde che non si tratta che di una di quelle amicizie esaltate e di quelle tenerezze mistiche che si concepiscono facilmente nei rapporti tra anime spirituali, è che madame de Boecklin, nata lo stesso anno di Saint-Martin e che di conseguenza aveva quarantotto anni, era già madre  e nonna; che la primogenita delle sue figlie era sposata da qualche anno con M. de Montrichard, diventato poi luogotenente generale. Madame de Boecklin, anche da molto più giovane, non dette mai adito a certe supposizioni e quando fu più avanti negli anni, il suo raro merito spiega perfettamente lo stile del suo amico. Tedesca di buona estrazione, molto istruita, portando con onore e con disinvoltura, con il piglio del suo carattere un po' imperioso, uno dei bei nomi d'Alsazia, ancora bella, aggiungeva a questi vantaggi tutti gli attributi di una bontà amabile ed amorevole. Ma ella si guardò bene dal nutrire una passione di cui conosceva le violenze ed i patimenti attraverso la vita frivola del suo sposo da cui era separata e di cui otteneva il rispetto con la sua condotta. La sua posizione era difficile. Protestante di nascita e diventata cattolica per motivi di famiglia, seppe, con tutta la delicatezza di contegno che danno l'estrazione sociale, lo studio ed il suo sesso, conciliare i riguardi dovuti ai preti che la assistevano con le convinzioni evangeliche che conservava. Vedo dalle sue lettere che conciliava molto bene, con il gusto per il misticismo che aveva preso, l'attitudine ad una grande libertà di spirito. Si nutriva di Jacob Boehme e trattava il teosofo Salzmann come un maestro venerato. Faceva distinzione, amava Saint-Martin più di ogni altro ma nessun indizio prova che la sua esaltazione abbia mai eguagliato quella di Saint-Martin. In una corrispondenza intima, che iniziò soltanto quattro anni dopo la morte di Saint-Martin e che durò fino al 1818, con la sua migliore amica, la baronessa di Razenried, il nome di Saint-Martin non viene menzionato una sola volta. Parlava di lui con i rari amici della sua modesta vecchiaia, ma poco e senza che mai le sue parole permettessero di intravedere altro che un sincero attaccamento e metteva infinitamente al di sopra di lui il loro comune maestro, Jacob Boehme, di cui rimase la docile allieva.

Senza dubbio, per meglio apprezzare questi rapporti, è la sua corrispondenza con l'amico proseguita sino al 1803 che bisognerebbe poter consultare e spero proprio che non sia stata distrutta; ma, fino ad oggi, tutti gli sforzi fatti per ritrovarla sono stati inutili. E, a dire il vero, se quelli che la possiedono vogliono, nell'interesse di un curioso studio da fare e di una amicizia da svelare, consentire a farla conoscere, sono più che certo che non comprometterà nessuno. Un'amica di Saint-Martin amava dirgli che i suoi occhi erano foderati di anima e credo proprio che questa amica è quella di cui parliamo; ma la risposta stessa di Saint-Martin indica come l'osservazione di madame de Boecklin era pura. Questa aveva agli occhi del suo amico il grande merito di riprodurre sotto una forma accettabile le osservazioni troppo piccanti e troppo dirette che gli sguardi delle signore di Menou e della Musanchère gli avevano rivolto nella sua gioventù a Nantes. Non credo inoltre che la corrispondenza desiderata aggiungerebbe cose nuove alla fisionomia di quei rapporti, così come li conosciamo.

Del resto, a nessuno deve venire l'idea di discutere una questione di gusto, di sapere se madame de Boecklin, fra tutte le persone del suo sesso, aveva veramente quella superiorità che gli attribuisce un giudice eminente, educato al meglio e ricercato dalle donne più illustri del suo tempo. A mio parere, la corrispondenza di madame de Boecklin con madame de Razenried non spiega l'entusiasmo, ma giustifica moltissimo la persistenza dell'amicizia di Saint-Martin, amicizia di cui lui stesso fornisce i motivi e dipinge il carattere. Infatti, è il progresso che madame de Boecklin gli ha fatto fare nell'alta spiritualità, il raro dono che possedeva di elevarlo con la sua parola, se non con la sua sola presenza, nelle più alte sfere della misticità, dono che non sembra aver trovato allo stesso grado in nessun'altra delle sue amiche - ecco quello che la rendeva per lui impareggiabile, rapiva il suo spirito e faceva di Strasburgo un paradiso che gli rendeva insipido ogni altro luogo.

"Vi sono, ci dice nelle sue note, tre città in Francia di cui l'una è il mio paradiso, ed è Strasburgo; l'altra è il mio inferno (Amboise), e l'altra il mio purgatorio (Parigi).

"Nel mio paradiso potevo parlare e sentir parlare regolarmente delle verità che amo; nel mio inferno, non potevo né parlarne né sentirne parlare in quanto tutto ciò che concerneva lo spirito vi era inviso: era veramente un inferno di ghiaccio; nel mio purgatorio, non potevo affatto parlarne e non ne sentivo parlare che di straforo; ma tuttavia era meglio sentirne parlare di straforo o di rimbalzo che non sentirne parlare affatto: così rimanevo nel mio purgatorio quando non potevo andare nel mio paradiso". (Portr., 282).

Il grande mezzo impiegato dalla maga celebrata così solennemente per incantare e nello stesso tempo elevare lo spirito del suo amico, fu assolutamente quello di essere una cristiana convinta e severamente ammaestrata dalle prove; ella lo impiega anche nella corrispondenza con la sua amica: le parole dei testi sacri stampati nella sua memoria dall'educazione ricevuta in gioventù, parole che non cessava di leggere e che cita, diventata mistica e cattolica, come avrebbe potuto farlo la più biblica delle ugonotte del sedicesimo secolo. E' questo, senza alcun dubbio, ciò che spiega alcuni dei più belli e più enfatici elogi che il suo amico prodiga alle sante Scritture, ed il sincero amore che porta loro, per quanto le tralasci o le superi spesso e volentieri per le sue proprie dottrine. E' sensibile all'autorità di quei testi ma bisogna che sia la sua amica a citarglieli perché ne percepisca tutta la potenza nelle sue prove, le sue pene ed i suoi dolori. Ascoltiamolo, a questo proposito, relativamente ad uno degli anni più pesanti della sua vita:

"Verso la metà del mese di settembre dell'anno 1792, sono stato richiamato, dall'autorità di mio padre, dal mio quieto soggiorno di Petit-Bourg ad Amboise. Senza i potenti aiuti del mio amico Boehme e senza le lettere della mia carissima amica B:..., sarei stato annientato sin dai primi momenti che sono stato consegnato nella mia città paterna, tanto erano inconsistenti le cose che dovevo fare e gli aiuti che avevo per farli. Eppure, malgrado questi due sostegni, ho provato un tale senso del nulla che posso dire di aver imparato a conoscervi l'inferno di ghiaccio e di privazione. Comunque vi ho trovato anche qualche leggero sollievo e ne parlerò in articoli a parte; ma, ahimé! quanto questi sollievi sono deboli in confronto a ciò che mi occorrerebbe! Dio mio! Dio mio! sia fatta la tua volontà! La mia carissima amica mi invia a questo proposito il passo di San Paolo (I Cor., VII,20): Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Vi è un grande senso per me in questa citazione"; in quanto ero sotto questo stesso potere quando mi si è aperta la professione".

Confesso, da parte mia, che qui non capisco tutto. Saint-Martin si lamenta del senso del nulla che ha provato, in quanto ben poco aveva da dover render conto a suo padre e così poco aiuto da aspettarsi dalla gente di Amboise. La sensazione della sua inutilità e la repentina privazione di tutto quello che lo aveva incantato a Strasburgo, hanno potuto opprimerlo; ma saggio e religioso, avendo Boehme e le lettere della sua amica, come ha potuto lasciarsi andare a quello che chiama il senso del nulla? Di quali sensazioni si tratta? Sono ancora pensieri di morte, di abbagliamento dello spirito, di quelle aberrazioni del cuore che lo avevano leggermente scosso in altre occasioni? E' questo a spiegare il ricorso della sua amica alla voce dei testi sacri, a quelle solenni parole: Che ciascuno resti nella condizione in cui Dio l'ha chiamato? Oppure non si tratta che di portare il teosofo a rassegnarsi al ruolo che Dio gli assegna presso suo padre? Ma allora, cosa significano queste parole enigmatiche: "Ero sotto questo stesso potere quando mi si è aperta la professione"? Normalmente designa così l'epoca della sua iniziazione a Bordeaux. Aveva allora il senso del nulla? Ed a quale potere lo attribuiva?

Quanti misteri troviamo sempre nella vita dell'uomo, anche di quello che si presenta con più modestia e sincerità!

Si dirà forse che l'amore per le sante scritture e quel culto di Boehme che madame de Boecklin seppe ispirare al suo amico, non spiegano tutto questo; che gli stessi testi sacri citati al teosofo dal più eloquente dei sacerdoti o il più santo dei fedeli, da San Paolo stesso, non avrebbero suscitato in lui la stessa impressione che pervenendogli dalla penna di una donna di grande ascendente ed ancora bella. Ne convengo e aggiungerò che, secondo molte persone, la parola di questa donna aveva tutti quei rari vezzi di spirito e di dolcezza che sono il privilegio e la caratteristica del suo sesso. Ma non ammetto che questo chiarisca per niente il problema, in quanto Saint-Martin, che si lamenta così poeticamente dell'influenza funesta che le donne, ivi compresa madame de Bourbon, hanno esercitato sul suo spirito, non avrebbe mai reso omaggi così aperti a delle qualità essenzialmente femminili. E ci dice molto seriamente che madame de Boecklin non era donna.

"Sovente ho notato che le donne, e quelli tra gli uomini che si lasciano femminilizzare nel loro spirito, erano soggette a nazionalizzare i problemi, come il ministero inglese ha voluto nazionalizzare la guerra che ci ha fatto in questo stesso anno 1793. Tendono a coprire se stesse più che la verità e la giustizia. Escludo sempre da questo giudizio la mia deliziosa amica B...., che non è donna". (Portr., 348).

Questo stronca ogni ipotesi che volesse vedere delle debolezze dove non ci furono che affetti sublimi.

Insomma, appare evidente che fu una fortunata mortale questa madame de Boecklin de Boecklinsau, nata Charlotte de Roeder!

Ciononostante non fu solo lei e neppure soltanto gli studi che fece fare a Saint-Martin a portare nelle vedute del suo amico il progresso e la rivoluzione filosofica risalente a Strasburgo.

Fu inizialmente su consiglio di un personaggio, che non nomina neppure nelle sue note su questa città, che intraprese l'opera che vi scrisse. Furono poi alcune circostanze speciali a modificare profondamente il suo pensiero. E' dunque opportuno completare, con ogni sorta di indicazione, le sue note molto incomplete su parecchi rapporti.

In effetti Saint-Martin, giunto nella vecchia città sulle rive del Reno con delle vedute piuttosto ristrette in materia di scienza, di storia, di filosofia e di critica, ne uscì dopo tre anni con delle conoscenze generali che nessuna donna, per quanto notevole, né alcun uomo aveva potuto dargli, e non ha potuto ottenerle che dall'insieme delle idee e del movimento in seno al quale aveva vissuto, osservatore di uno spirito acuto, di un'anima suscettibile del più rapido e considerevole sviluppo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Capitolo XIII

   

Prosieguo del soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo. - Sue relazioni con il cavaliere Silferhielm. - Nuove opere di Saint-Martin: l'Homme de désir, il Nouvel Homme. - Saint-Martin e Schelling. - L'Ecce Homo scritto per la duchessa di Bourbon. - La trasformazione filosofica dell'autore.

(1788 – 1791)

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Il nipote di Swedenborg, attirato a sua volta dalla vecchia città imperiale del Reno diventata francese, ma accogliente con distinzione un gran numero di illustri stranieri, vi incontrò Saint-Martin ed ebbe su di lui un forte ascendente. Avvenne all'inizio del soggiorno di Saint-Martin a Strasburgo, epoca in cui era ancora preso dalle idee e dalle opere del teosofo scandinavo. Si legò dunque a Silferhielm nell'interesse dei suoi studi più cari e scrisse, dietro suo consiglio, la sua opera Le Nouvel Homme. In seguito, iniziato alla scienza di Boehme, avrebbe seguito nella stesura del suo scritto la direzione di quest'ultimo che si occupava di un mondo spirituale molto diverso da quello di Swedenborg.

Infatti, è con gli spiriti dei defunti che il saggio minerologo di Stoccolma si intratteneva più intimamente, mentre le aspirazioni di Boehme  andavano molto più lontano e le sue ispirazioni  provenivano da molto più in alto. Ma a quell'epoca, Swedenborg era ancora per Saint-Martin una guida molto più seguita che al momento stesso in cui si incontrava con il parente del celebre veggente; era appena stato pubblicata, se non la più completa, quantomeno la più facile delle Relazioni sulla sua dottrina che esista in francese, il Compendio delle opere di Emmanuel Swedenborg. Quest'opera, pubblicata a Stoccolma, stando al titolo che porta, mi sembra essere in realtà apparsa a Strasburgo, a giudicare da tutto l'aspetto tipografico.

C'era allora in questa città un forte interesse per lo straordinario. Erano trascorsi solo pochi anni da quando Strasburgo aveva accolto Cagliostro con un entusiasmo che offuscava tutte le manifestazioni più eclatanti di cui il celebre siciliano era stato oggetto altrove. Si capisce dunque con quale simpatia si accolse il viaggiatore svedese e l'ascendente che esercitò in certi circoli il nipote dell'uomo del secolo che condivideva ancora, anche dopo la sua morte, con Cagliostro e Lavater il rispetto che gli amici della scienza celeste prodigavano così generosamente a quelli che ritenevano ben iniziati ai misteri dell'eternità. Il cavaliere Silferhielm piaceva lui stesso, a prescindere da suo zio o dalle attrattive della sua dottrina. Le sue parole erano impregnate di  quella semplicità che caratterizza il volume che ho appena menzionato e che parla della vita dei cieli senza alcuna affettazione di mistero, né nelle idee né nel linguaggio. Ben lungi, è un singolare lasciar fluire che vi domina. Innanzitutto tutta questa dogmatica celeste è tratta dai testi di Swedenborg e, a dispetto di ogni saccente dimostrazione, appoggiata unicamente sulle visioni avute. Queste visioni, poi, non hanno niente di tanto misterioso né di molto strano. Si tratta da una parte della terra, delle sue abitudini, idee, costumi, del suo idioma e della sua scrittura, trasportate nei cieli o negli inferi. Sono d'altro canto gli inferi ed i cieli con i loro abitanti, le loro vedute e la loro lingua, trasportate sulla terra. Ne risulta che, lungi dal sentirsi troppo sorpresi, non ci si trovi piuttosto spaesati.

Ebbene, per niente tale il modo di procedere ordinario di Saint-Martin, né quello del suo maestro dom Martinez e dei suoi amici. Essi amano i termini astratti e misteriosi. Hanno uno stile di convenzione; considerano le parole astrale, centro, increato, causa attiva ed intelligente, numeri, misure ed altre nel loro senso. Nell'esposto della dottrina di Swedenborg, al contrario, ogni cosa è chiamata con il suo nome vero. Il mistero non vi è assente, ma è nel pensiero più che nella frase. Infatti Swedenborg dice espressamente: "Il senso spirituale è nascosto in tutti i termini ed in tutti i passaggi della Scrittura; ecco perché è santa e divinamente ispirata".

Si trovava dunque nel barone di Silferhielm e nella dottrina che professava, soprattutto in quei commentari che trasmettono la tradizione orale, una duplice attrattiva, il mistero nel pensiero e la semplicità nel linguaggio. Ecco l'ascendente che Saint-Martin subì quando compose, su richiesta del cavaliere, la sua quarta opera, il Nouvel Homme.

Questo volume non apparve che nel 1796, ma fu scritto a Strasburgo e ci mostra in quale situazione si trovava l'autore in quel periodo. Infatti, per merito di quella semplicità di linguaggio gradita dal cavaliere, vi si trovano pagine di assoluta chiarezza ed in un eccellente stile; ma riguardo alla dottrina, questa ne appare più alta e più bella più in apparenza che nella sostanza.

Eccone l'idea fondamentale.

L'anima dell'uomo è primigeniamente un pensiero di Dio; ma l'uomo non è più ciò che fu in principio. E' il vecchio uomo  e occorre che diventi il nuovo uomo, l'uomo primigenio; occorre quanto meno che diventi quello che ha voluto il pensiero creatore. Per rientrare nella sua vera natura, impari a pensare attraverso il suo vero principio. In questo pensiero è il suo rigenerarsi ed in questa rigenerazione la sua potenza, la sua gloria. Darà ai suoi sensi offuscati, imprigionati, l'apertura che manca loro. Darà al suo essere lo sboccio, che dico, l'esplosione che reclama. Lo renderà simile a Dio onnipotente, padrone dell'universo, in quanto in fondo, molto in fondo, l'uomo è il pensiero divino.

Questa dottrina non è né quella dei testi sacri né quella della pura ragione ma, è risaputo, nessun mistico si mantiene nei limiti dell'uno o dell'altro di questi due domini; al contrario, è nella natura stessa del misticismo scavalcare entrambi con la stessa disinvoltura. Ma il punto di partenza di quelle vedute essenzialmente metafisiche è essenzialmente biblico e razionale. Soltanto la portata di tutti gli elementi che ne forniscono il fondamento è forzata.

In effetti, l'uomo o la sua anima è davvero un'opera del pensiero divino; questo è buon cristianesimo e sana filosofia; ma non è un pensiero di Dio. Un pensiero di Dio è di Dio e resta a Dio. Non si altera; non diventa un uomo, né il vecchio uomo, né il nuovo uomo. Preso alla lettera, il linguaggio di Saint-Martin insegnerebbe in realtà quel panteismo mistico che si trova presso tutti quei teosofi orientali ed occidentali del medio evo e del nostro che, col voler glorificare a tutti i costi la Divinità in tutto, la confondono con tutto. Ma non è così che la pensa. L'uomo è per lui una creazione del pensiero divino e non un pensiero di Dio. Saint-Martin si slancia talvolta nelle vie dell'estasi, ma non giunge fino al panteismo; non professa né quello della Qabalah né quello della Gnosi, né quello di Xenofane né quello di Spinosa. Ben lungi, in questo stesso libro combatte lo spinosismo, che gli fa orrore come a Malebranche. Ai nostri giorni, cerchiamo di essere sobri nei giudizi, il passato ce ne dispensa, ha operato per due. Noi amiamo la precisione ma indulgendo sui termini, rispettiamo il pensiero. Sviluppando i nostri doni di investigazione sulla via del sospetto, finiremmo per vedere del panteismo in molti testi, anche nei più apostolici e credo veramente, tanto siamo diventati aggressivi, che non permetteremmo più a nessuno di parlare come San Paolo, che dice agli epicurei ed agli stoici di Atene, sulle alture dell'Areopago, sulla piazza del mercato: "E' in lui (Dio) che noi siamo e che ci muoviamo".

Saint-Martin dice invero delle cose strane, inaccettabili per gli spiriti critici. Egli afferma che Dio stesso non prende corpo che con il suo operare; che il Microthéos, l'uomo, il piccolo Dio, corrisponde al Macrothéos, al grande Dio; che l'uomo è spirito divino; che la creatura deve continuare, nel luogo suo proprio, il pensiero, la parola e l'opera di Dio. Non occorrerebbe che interpretarlo, in testi di questo genere, con un po' di buona volontà per trovarlo intieramente schellinghiano. Per esempio, egli dice addirittura: "Il primo momento della creazione è la distinzione della creatura dal Creatore. Il secondo momento è la riunione nella diversità". Questo darebbe a chi lo volesse assolutamente il principio stesso del sistema dell'identità. Ma, si sa, nulla resiste ad un interprete fermamente deciso a trovare in qualche testo, un po' forzatamente da una parte ed un po' aiutandosi dall'altra, ciò che vi cerca. Si è praticato questo sistema al riguardo di Schelling e di Saint-Martin, e si sono trovate tra i due pensatori stupefacenti analogie. Eppure Saint-Martin che ha potuto sfiorare la Germania come viandante e risiedere a Strasburgo quando Schelling pubblicava i suoi primi scritti, non ha mai letto una pagina né professato una qualunque teoria del suo illustre contemporaneo. E' vero che si trovano con Schelling notevoli analogie, ma sono facilmente spiegabili con la fonte comune dove entrambi attinsero con troppa disinvoltura, mi riferisco al filosofo teutonico.

Tuttavia, nel periodo in cui il Nouvel Homme fu scritto, Saint-Martin conosceva poco o punto le opere di Boehme e non fu lì che attinse le sue parvenze di panteismo. Le aveva prese alla scuola di Bordeaux.

In quanto al suo Nouvel Homme, ci dice che più tardi avrebbe fatto il suo libro diversamente. Questo non è molto chiaro. Concepì il suo progetto e l'abbozzò nei primi mesi del suo incontro con il nipote di Swedenborg, ma non lo terminò che nel periodo in cui seguiva con tanto ardore lo studio di Jacob Boehme. L'ascendente del celebre teosofo dovrebbe dunque farvisi sentire per il fatto che la novità delle impressioni o delle idee ne accresce l'influenza; e poiché non pubblicò l'opera che sei o sette anni dopo, aveva tutto il tempo di correggervi quanto non gli andava più nel 1796.

Due ragioni mi fanno ritenere, infatti, che nell'intervallo lo ritoccò più di quanto non dica.  Innanzitutto lo spirito dell'opera stessa considerata nelle sue affinità con il teosofo teutonico.     La dichiarazione poi dell'autore che avrebbe dovuto scriverlo diversamente per intero. Non si capisce a questo punto la necessità di questo correggere se non per cercare di farlo seriamente. D'altronde, perché avrebbe pubblicato nel 1796 un libro redatto nel 1789 che non esprimeva più la sua vera dottrina? Così, di fatto, non è stato. Al contrario, il Nouvel Homme è, a giusto titolo, il vero specchio di tutta la sua filosofia.

Tuttavia, un libro ispirato dal nipote di Swedenborg deve contenere qualche traccia della dottrina di quest'ultimo, e questa traccia appare realmente in alcuni punti di vista fondamentali. Così Saint-Martin ci dice che l'universo, l'universo temporale o sensibile, il piccolo mondo, è staccato dall'universo eterno, il grande mondo, e pertanto anche staccato dall'angelo di questo; ma che cesserà di esistere nella sua differenza nel momento in cui sarà completamente riempito dall'eternità. E' attraverso l'organo uomo, corrispondente all'organo Dio, che si compie questo magnifico processo. Il nostro rientro nel pensiero divino consegue alla venuta di questo nella nostra anima dove, per mantenere lo stile figurato dell'autore, la nostra resurrezione con Dio non può avvenire che attraverso il seppellimento di Dio in noi. La sua venuta in noi genera il nouvel homme. Noi abbiamo perso la filialità di Dio, il Figlio di Dio ce la restituisce; ci restituisce Dio riconducendoci a Dio.

Tutto questo risente delle teorie di Swedenborg ma il resto è prettamente di Saint-Martin, ed alcune delle visioni più essenziali dell'opera sono di un teosofo che va per la sua strada.

Saint-Martin abbozzò a Strasburgo una seconda opera che pubblicò più tardi ed ancora sotto un titolo biblico, Ecce Homo. Lo compose, non su richiesta, ma per le particolari necessità della duchessa di Bourbon e ci dice lui stesso, nella sua curiosa lettera a Kirchberger del 28 settembre 1792, il disegno che perseguiva. La religiosità un po' ristretta della principessa, la sua tendenza ad aiutarsi con qualsiasi mezzo, la sua fede esagerata per le meraviglie dei magnetizzatori e per gli oracoli dei sonnambuli, ricevevano troppe sollecitazioni nella città dove Cagliostro aveva fatto così facilmente tanti miracoli, e M. de Puységur tante cure. Le preoccupazioni e gli sconvolgimenti dell'epoca generavano una rara curiosità e singolari investigazioni sul futuro. La principessa, molto preoccupata della sua posizione personale dopo l'emigrazione di un marito uscito dalla Francia con suo padre e suo figlio, nutriva volentieri le sue predisposizioni naturali per ogni genere di credulità e questo preoccupò Saint-Martin. Ebbe di questo, ci dice, une vive notion. Significa questo che la sua amicizia gli fece vedere con grande chiarezza il suo dovere di illuminare la principessa? oppure ci vuol dire che la sua mente concepì molto chiaramente l'idea del mezzo che doveva impiegare? Esaminando l'opuscolo che scrisse, inclino per quest'ultima ipotesi.

Comunque sia, vi descrive con una eloquenza commossa e sovente molto felice, lo splendore di cui era rivestito l'uomo entrando nella creazione, le disgrazie in cui è caduto dando ascolto al principe del disordine che non cessa di fargli sentire la sua potenza, e la gloria alla quale è destinato a ritornare se si lascia ricondurre sulla retta via.

L'Ecce Homo è così il Nouvel Homme sotto una forma più popolare. E Saint-Martin è poderoso nel suo ruolo di pittore della decadenza umana. Nella veste di sincero Giovenale dell'umanità, è molto incisivo quando abborda le false missioni e le false manifestazioni del tempo. Le false missioni, sono le chiaroveggenze e le meravigliose cure del magnetismo; le false manifestazioni, sono tutte quelle apparizioni che spiriti della regione astrale fanno a quelli che, in qualche modo, sanno mettersi in contatto con essi. E' il principio delle tenebre che le ha sovente portate avanti e le porta sempre avanti a seconda della diversità dei tempi. "Uno dei segni particolari che deve metterci in guardia riguardo a queste missioni straordinarie, è che per lo più sono le donne ad essere scelte invece degli uomini per essere riempite di favori. Queste missioni ne promettono sempre ai loro agenti... Per qualche uomo che occupi un ruolo in molte di queste meraviglie e di queste manifestazioni, le donne vi si inseriscono a frotte e sono quasi ovunque impiegate per esserne gli organi e le missionarie. Con una abilità che ci getta in aberrazioni ben funeste, il principio delle tenebre fa sì che con semplici potenze spirituali, semplici potenze elementari o figurative, forse anche con potenze di riprovazione, ci crediamo rivestiti di potenze di Dio! E' così che questo perfido principe vela il nostro titolo umiliando l'Ecce Homo, che conserva in noi l'orgoglio e l'ambizione di voler brillare attraverso le nostre potenze. E' così che fece la Servante des Actes!"

Saint-Martin, in questo passaggio, allude alla pitonessa di Filippi, schiava che arricchiva i suoi padroni con predizioni che vendeva per denaro. Questo fatto calzava perfettamente coi disegni dell'autore. Stabiliva questi tre punti: che gli spiriti che comunicano questo dono scelgono come veicolo le donne; che sono, o possono essere tanto geni cattivi come buoni; che in questo caso, invece di cercare di conservarli ed invece di seguirli, bisogna scacciarli come fece San Paolo con lo spirito di Python.

La circostanza che una serva nutriva i suoi padroni con questo commercio, aggiungeva forza alla lezione deducibile da questo esempio.

Tuttavia Saint-Martin non vuole andare troppo oltre. Non vuole dire che non ci sono spiriti buoni che entrano in comunicazione con gli uomini; che bisogna rompere ogni contatto con il mondo spirituale; che tutti quelli che ne trasmettono gli oracoli sono degli impostori. Saint-Martin, che pensa il contrario, non vuole insegnare cose simili e verso la fine del suo opuscolo, come spaventato dal suo impeto, addolcisce gli atteggiamenti un po' infuocati che ha