dAL lEVIATANO AL bEHEMOOT- Il miracolo dei simboli

 

di Vittorio Vanni

      “l’immagine non può essere studiata che attraverso l’immagine,

                                                                               sognando le immagini così come si associano nelle fantasticherie…”

Gaston Bachelard La politique de la rêverie pg.46

 

Premessa

 

Ben pochi, all’alba del terzo millennio dell’era cristiana, credono ancora ai miracoli ed ai prodigi, alla natura vivente ed operante dei simboli. Fra questi, paradossalmente, non vi  è la maggioranza dei clerici, ma molti di quei laici non materialisti che siano lettori e cultori delle steganografie Tritemie, delle analogie cosmiche d’Agrippa, del pensiero magico-primitivo del De Martino, delle nevrotiche ed eleganti analisi Freudiane, dell’universo sincronico di Jung

            Questi, epigoni di un rinnovato platonismo ed avanguardie di una gnosi futura, sempre malinconicamente sognanti della reintegrazione in un perduto ed illuminato candore, ammirano i composti e tenaci misticismi archetipali delle tetragoni stirpi contadine del Veneto e le focosità religiose delle popolazioni meridionali, con le loro Pizie, Sibille e tarantolate, con le loro Saruzze e Natuzze, serpentari e flagellanti, battuti scalzi e penitenti incappucciati.

Ma quest’ammirazione è   forse più rivolta al loro ruspante e prorompente paganesimo di fondo che a quel labile velo di religiosità cattolica la cui trasparenza ben poco nasconde.

            Il popolo, la cui fede non deriva dal sentimento, dalla ragione o dalla gnosi, ma da un’istintualità profonda e pagana, non teme il miracolo dei simboli ma lo cerca e lo ama, come una sua propria manifestazione, e come una liberazione anche violenta dalla teologia e dalla morale delle religioni dominanti, poco comprese ed ancor più, nascostamente, meno amate.

             Un’altra categoria, che non teme gli archetipi ed i loro i miracoli,  è quella. acculturata sin dalla fine dello scorso secolo, sugli esperimenti di Charcot sulle manifestazioni isteriche delle ricoverate alla Salpetriére, a Parigi.

             Questa categoria non contesta affatto la verità delle stimmate, delle estasi e dei deliqui, delle infinite manifestazioni della psiche sul soma e sulla materia vivente ed inerte; i miracoli, quotidianità dell’uomo nell’eternità del divino, non li meravigliano né li entusiasmano, ma li stupiscono le rozze ciarlatanerie dei vari maghi anubi, ed ancor più l’immensa stupidità dei loro clienti.

            Un’ulteriore categoria di credenti del miracolo, meno numerosa, ma più pragmatistica, è  quella dei parroci campestri e periferici, che vedono aumentare il fervore dei fedeli e con esso la speranza di maggiori prebende, ad ammolcire l’amarezza delle scomparse sinecure, trasmutate, aimè, in vere sicumere.

            Caratteristica, invece, la disdegnosa neutralità delle alte gerarchie ecclesiali, cui il miracolo è  sempre fastidioso, così come i santi di troppo immensa (e quindi eterodossa) statura, cui si preferisce quelli di minore e non eroica indole; quelli domestici, allevati in batteria nelle curie, miti ed arrendevoli alle necessità delle gerarchie ecclesiali

            A queste necessità, certi miracoli poco finalizzati potrebbero intralciare i minuetti, gli inchini, le graziette ed i baciamano con gli imperatori di turno, che considerano il sacro solo in funzione dell’utilità politica e sociale e la religione l’oppio dei popoli altrui.

            Dal punto di vista degli eterni Prìncipi, è ben più pericoloso il fervore anarchico ed entusiasta delle plebi più povere di fronte ai miracoli che tutta la teologia della liberazione.

            I semplici, pur intasando di fogli da cento euro le immagini dei venerati santi protettori, non versano il prezioso otto per mille sul reddito. E’ quindi preferibile, a lor signori illustrissimi, non conturbare lo scetticismo agnostico dei moltissimi tiepidi borghesi, cattolici e scristianizzati assieme, i cui attuali costumi scandalizzerebbero il più libertino degli illuministi.

            Se le immaginette kitsch di un’altissimo Principio oggi piangano, così come piangevano, sorridevano od assentivano le immagini degli dei falsi e bugiardi, il prodigio, come sempre,  è nell’uomo e nelle sue facoltà meravigliose, ed ancora poco conosciute, di esprimere sempre e comunque una incomprensibile volontà superiore o, a volte, di truffare i gonzi ed i semplici,

            “Todo modo per buscàr la voluntad divina” diceva Ignazio di Loyola e nella sua frase, certo plurisignificante, vi è  tutta la saggezza e la malizia assieme di ogni religione mai professata.

            Ma la volontà divina abbaglia i ciechi e non si rivela in quegli infinitesimali frammenti di specchio della verità che sono le religioni, intermediazione troppo umana e quindi imperfetta fra l’uomo, l’universo e Dio, i cui rapporti reali sono e devono essere sempre liberi, diretti e personali.

            Non saremo certamente noi laici a negare che lo spirito soffia dove vuole e quando vuole ma, quasi sempre, fuori dalle aule del potere e della contraffazione.

            Che ben ritornino quindi, in quest’inizio di millennio, i prodigi e gli arcani; che dai labirinti e dalle grotte rispuntino i grifoni e le manticore, le sirene e le chimere; che le statue si animino, che le Pizie s’invasino, che le Sibille profetizzino; finché la Stella del Mattino, simbolo dello spirito libero, riporti ancora nel volgere delle ere e delle età, l’ordine divino nel caos dei sentimenti e dei pensieri dell’umanità.

            Il simbolo è l’unico linguaggio possibile del sacro, in quanto trasforma è rende accessibile, a qualsiasi livello intelligente, delle realtà spirituali altrimenti discorsivamente indefinibili.

Il simbolo è la purificazione del linguaggio, un Logos muto ma intellelligibile.

Anche per i cristiani Dio è: “ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile[1]. Tommaso d’Aquino ricorda come solo l’analogia può indurre l’anagogia che assimila al divino per assimilazione ed unificazione:

 noi non possiamo cogliere di Dio ciò che Egli è, ma solamente ciò che Egli non , e come gli altri esseri si pongono in rapporto con lui.”[2]

            Ma anche i metafisici moderni affermano che:

il simbolismo attua la facoltà permanente dell’uomo con la sacralità[3]. René Guènon, platonicamente, afferma la “necessità” del simbolo: “ Esso è il solo mezzo per trasmettere tutto quell’inesprimibile, che costituisce il dominio proprio di una conoscenza spirituale effettiva ma trascendente, o piuttosto per deporre in germe le concezioni di tale ordine nell’intelletto di chi aspira a siffatta conoscenza[4]

            Da sempre, gli animali sono considerati modelli e simboli, dell’agire e del pensare umano nel mondo metafisico. Dalla preistoria ai Bestiari medioevali, l’animale è stato, assieme a tutte le manifestazioni naturali e cosmiche, l’unica forma visibile “aliena” a ciò che è umano, e descriveva sensibilmente le energie indifferenziate dell’universo.

Queste forme, effettive e letterali per il popolo, virtuali per i sapienti, rappresentarono per essi un mezzo di interpretazione e conoscenza delle cause iperfisiche delle leggi fisiche.

Per visibilia ad invisibilia” (Roma, I,20), così Paolo interpretava l’analogia platonica comune, ai suoi tempi, con tutte le concezioni religiose e misteriche del Basso Impero.

 Questa metodica di ordinare ciò che appartiene al mondo della natura, per analogizzare fattori prima morali e poi spirituali, è lo stesso procedimento usato per la scrittura e per l’arte.

Dai pittogrammi ai pittogrammi, dal figurativo all’astratto, dal sensibile all’intelligibile, il procedimento verte sempre di più alla sublimazione della materia o, meglio, alla sua spiritualizzazione.

Nella preistoria gli animali raffigurati nelle caverne hanno valenza globale di nutrimento,. calore, vita, che si attira prima con pratiche di magia simpatica, ma si ottiene poi con la fatica ed il rischio della caccia.

Ma i primitivi animali del bestiario simbolico diventano, nel tempo, non soltanto l’augurio e la speranza della sopravvivenza, ma l’espressione stessa delle forze che la sospingono e la sostengono.



[1] Liturgia di S.Giovanni Crisostomo, Anafora”

[2] Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, I,30.

[3]  Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Boringhieri ,Torino, 1976,pg.464

[4] René Guenon, Sull’insegnamento tradizionale e sul senso dei simboli, in “Arthos” n.° 6, maggio-agosto 1974.