BIOGRAFIE MARTINISTE
Di Vittorio
Vanni
GIOVANNI AMENDOLA
Giovanni Amendola nasce a Salerno il 15
aprile del 1882, da una famiglia della media borghesia salernitana, originaria
di Sarno. I fratelli del padre, Pietro
Paolo, erano riusciti ad uscire da una condizione mediocre di piccoli borghesi,
attraverso studi e notevoli sacrifici.
Pietro Paolo,
invece, abbandonò gli studi in giovane età, per arruolarsi nell'esercito
garibaldino: dopo il congedo, tramite uno dei suoi fratelli, Liberato,
segretario alla direzione delle Belle Arti, presso il ministero alla Pubblica
Istruzione, a Roma, gli procurò un impiego d'usciere in questo stesso
ministero.
Le difficoltà
economiche della famiglia, composta da cinque tra fratelli e sorelle, non
impedirono lo stesso a Giovanni di esser mantenuto agli studi, con gran fatica,
alle scuole tecniche, completando poi i suoi studi con la laurea in matematica.
Nonostante la
sua formazione scientifica, Amendola aveva una grand'attrazione per la
filosofia e gli studi classici, imparando come autodidatta greco e latino,
altre al francese, l'inglese, il tedesco.
La sua passione
per la filosofia lo portava a passare tutto il suo tempo libero alla Biblioteca
Nazionale romana, dove s'impadronì del pensiero dei filosofi tedeschi, in
particolare di Kant e Shopenhauer.
Diplomato a
diciotto anni all'istituto tecnico superiore, non senza aver vinto un primo
premio ad un concorso della scuola per l'italiano, il brillante studente, che
non apparteneva, come i suoi compagni, alla borghesia agiata romana, aveva
molti dubbi ed inquietudini sul suo futuro.
S'iscrisse alla
facoltà di matematica. Dopo la laurea, i suoi interessi filosofici lo portarono
ad assumere poi una libera docenza in filosofia teoretica, all'Università di
Pisa. La sua tesi, pubblicata, aveva il titolo La Categoria, Appunti critici sullo svolgimento della critica delle
Categorie da Kant a noi, Bologna.
Chiamato
dall'amico Mario Missiroli, iniziò la carriera giornalistica professionista
nella redazione romana del Resto del Carlino,
affiancandosi ad Errico De Marinis, sociologo e deputato social-riformista. Nel
contempo, collaborava con le riviste Leonardo
e La Voce di Papini e Prezzolini[1], da
cui fu contagiato per l'interesse per la politica teoretica.
La sua acuta
maturità nel giudizio politico, la sua esperienza logica maturata dalla
frequentazione dei circoli filosofici, lo portarono ben presto all'assiduità
con Luigi Albertini (1871-1941), la cui spiccata personalità era perfettamente
congeniale alle sue idealità di rigore morale ed alle sue convinzioni
politiche.
Il suo impegno
giornalistico aumentò quando accettò, auspice Luigi Albertini, la direzione
della redazione romana del Corriere della
Sera.
Conseguentemente
alle sue idealità, si dedicò alla vita politica attiva e fu eletto per tre
legislature alla Camera dei Deputati nel collegio della sua natia Salerno. La
sua prima adesione in Parlamento fu al gruppo della democrazia liberale, su
posizioni antitetiche al pragmatismo ed al cinismo giolittiano.
Fautore della
moralizzazione della politica e degli interessi popolari, si oppose ad ogni
estremismo (sia di destra, sia di sinistra). L'inizio della Grande Guerra del
1914 fu l'inizio di uno spartiacque delle coscienze, prima che politico, che
furono divise, in maniera traversale, in ogni schieramento.
Una parte della
destra parlamentare voleva ancora riferirsi alla Triplice Alleanza ed al
mantenimento del patto con
La sinistra di
divise ancor più ferocemente. I socialisti massimalisti (in particolare) prima
rifiutarono l'intervento e poi predicarono la diserzione, in quanto giudicavano
la guerra come dettata da interessi capitalistici e nazionalistici, in estremo
contrasto con gli interessi popolari.
Ma importanti
frange della sinistra, compresa quell'anarchica, giudicarono la guerra come
l'inizio del riscatto delle masse e della rivoluzione sociale.
Giovanni
Amendola, nel 1914, si schierò a favore dell’intervento nella Prima Guerra
Mondiale a fianco dell’Intesa, per la definitiva unificazione nazionale,
divenendo uno dei maggiori protagonisti dell'Interventismo democratico che vedeva nella Guerra europea
Fu a capo dei
gruppi nazional-liberali interventisti e, con estrema coerenza, partecipò come
volontario alla guerra dove raggiunse il grado di capitano d’artiglieria e fu
decorato con una medaglia al valore.
Dopo la
vittoria, sostenne le posizioni democratiche del Presidente statunitense W.
Wilson ed auspicò il riavvicinamento, nel 1918, con gli slavi (Patto di Roma)
contro la monarchia austro-ungarica. Al ritorno della pace, alternò l'impegno
parlamentare con l'attività giornalistica assumendo la direzione della
redazione romana del Resto del Carlino.
Corrispondente
del Corriere della Sera e del New York Herald, nel 1922 fu tra i
fondatori del Mondo, che fu un
caposaldo giornalistico per la difesa e la diffusione delle idee
liberal-democratiche. Il Mondo
nasceva però nell’anno in cui il fascismo conquistava il potere e non potette
avere che una vita breve.
Dopo l’omicidio
(1924) del deputato socialista riformista Giacomo Matteotti divenne il capo
dell’opposizione demo-liberale al nascente regime fascista. Convinto
sostenitore dell'astensione e della secessione dai lavori parlamentari detta
"dell'Aventino" colpiva, con la sua penna e la sua parola,
l'acquiescenza alla dittatura da parte della monarchia, della chiesa e delle
forze politiche moderate.
La sua azione
politica d'intransigente e diretta opposizione provocò la reazione violenta dei
fascisti, che lo aggredirono e lo percossero prima a Roma e, successivamente,
(21 luglio 1925) lo sequestrarono all'Hotel La Pace di Montecatini. In una
località fra Monsummano e Serravalle, Amendola fu percosso e subì gravi lesioni
traumatiche.
A seguito delle
sue condizioni di salute, prodotte dalle lesioni del pestaggio, abbandonò la
vita politica attiva riparando in Francia dove, in una clinica di Cannes, morì
il 12 aprile 1926. Nella libera Francia, ospitale ai fuoriusciti
dell'antifascismo, moriva uno dei più illustri martiri dell'ideale, un
coraggioso ed intransigente difensore dei valori liberali e democratici, che
furono lo scopo principale della sua intransigente attività politica.
Paradossalmente,
la più bella commemorazione d’Amendola fu pronunciata proprio da Mussolini,
dopo che l'On. Casertano, ipocritamente, aveva annunciato al Parlamento la sua
morte a causa di "un male incurabile". Mussolini così si espresse:
" Amendola era il più forte
avversario che il Paese potesse proporci… Egli, il più apparentemente pacifico
dei liberali, era il solo realistico combattente della libertà"
GIOVANNI AMENDOLA.
IL MASSONE, IL MARTINISTA, L'ESOTERISTA
I corsi e
ricorsi storici vichiani portarono, negli ultimi decenni del XIX secolo, molte
menti acute ed inquiete ad interrogarsi sul rifiuto della metafisica e del
misticismo che l'illuminismo prima. ed il positivismo poi, avevano inserito
nella storia del pensiero europeo.
Molti videro in
questa concezione, una barriera alla comprensione ed alla conoscenza globale
dell'uomo e dell'universo e reagirono, riportando in luce le filosofie
esoteriche.
L'influenza
della madre Adelaide Bianchi, anticlericale come il marito, ma profondamente
religiosa, sul giovane Giovanni lo portò a profonde meditazioni sul significato
e sugli scopi dell'esistenza umana. Uno degli interessanti saggi su Amendola,
quello del Capone[2], rende noto che i suoi
interessi esoterici iniziarono in giovanissima età, anche attraverso la lettura
di teologi e mistici, come Santa Teresa e Sant'Agostino, e filosofi come
Giordano Bruno, Kant e Shopenhauer[3].
Il suo stesso
primo radicalismo socialista e rivoluzionario, vicino a quello di Cavallotti e
Colajanni, poteva provenirgli dalla frequentazione di circoli comunitaristi
pitagorici vicini ai Riti Massonici "egizi", in una sintesi fra
utopia e realtà sociale che considerava " un nuovo socialismo spiritualistico ispirato non già ai dogmi del
positivismo o del socialismo ufficiale, bensì ad un'etica umanitaria e
anarchica alla Merlino o religiosa alla Tolstoi "[4]
A diciassette anni (1899) iniziò la
collaborazione con
Gli articoli
dell'Amendola nella La Capitale
rivelano i suoi primi interessi, rivolti a tematiche metafisiche, ed alieni da
qualsiasi riferimento politico.
Nel 1900
s'iscrisse alla Loggia Teosofica romana[5].
Frequentò, assieme alla fidanzata,
L'adesione di
Giovanni Amendola alla Massoneria, essendo posteriore al suo primo
avvicinamento al mondo esoterico, ne fu evidentemente la conseguenza.
Gli ultimi
decenni del XIX° secolo videro la rinascita dello spiritualismo, visto come un
movimento capace di opporsi sia al razionalismo, allo scientismo ed al
positivismo, sia allo sfruttamento della fede religiosa e della superstizione
popolare da parte del clericalismo.
Pur contrastata
da eminenti tradizionalisti per la sua componente occultistica,
Questa, nata
dall'Illuminismo, n'aveva prevaricato e degenerato i concetti base, ideati per
la necessaria distruzione di un vecchio mondo per la riedificazione del nuovo.
Già Helena
Petrovna Blavatsky, nei suoi studi compartivi sull'origine del rituale
massonico, si era avvicinata alla latomistica ma fu, in particolare Annie
Besant, che le era succeduta alla guida della Società, che cercò di stabilire
contatti con la Massoneria, ma la sua creazione di massonerie irregolari e
miste non
Forse, fu
proprio la volgarizzazione delle tematiche metafisiche prodotta dalla Teosofia
(come oggi il New-Age), che provocò il suo successo mondiale.
All'interno della Società Teosofica vi era un
circolo riservato,
Oltre alle
motivazioni filosofiche della scelta d'Amendola, vi erano certamente delle
affinità politiche[6] con la Besant, che era
stata una stretta collaboratrice d'Eveling, genero di Karl Marx, e che
coniugava il radicalismo politico socialista con alcune visioni messianiche
della storia.[7]
In alcuni
articoli per La Capitale, Amendola
presentò il bramino indiano Roy Chatterji (La
filosofia indiana a Roma e Un'intervista
con Roy Chatterji), ma prese poi le distanze dall'eccessiva pretesa
dell'induista di presentare la tradizione orientale come la sola possibile.
Forse fu questa
la motivazione dell'avvicinamento d'Amendola alla Massoneria, che rappresenta
la permanenza, nell'era attuale, della tradizione occidentale.
Amendola fu
iniziato alla Massoneria di Palazzo Giustiniani il 24 maggio del 1905, nella
Loggia Giandomenico Romagnosi
all'Oriente di Roma. L'amicizia con Arturo Reghini ed Amedeo Armentano, la
frequentazione degli ambiti esoterici del Martinismo e del Rito di Memphis,[8] ne
formarono, o ne confermarono, la posizione spirituale.
In quest'ambito
Giovanni si aprì ad una visione più laica e pagana della religiosità, quella
stessa di Arturo Reghini il cui anticlericalismo derivava, più che da beghe
temporali, da motivazioni storiche, filosofiche, metafisiche.
Ma la posizione
d'Amendola, eminentemente tradizionale, risulta dalla polemica con Enrico
Ferri, che su l'Avanti (15 febbraio
1900) aveva affermato l'incompatibilità fra l'esoterismo, visto come
spiritualità avulsa dal sociale, dallo scientifico e dal razionale, e l'impegno
politico socialista, con la stessa visione ottusa degli pseudo e neo-positivisti
d'oggi.
Amendola nel
suo articolo Il misticismo contemporaneo,
rispondeva che nello spiritualismo non era presente alcuna forma di
conservazione, o, peggio, di reazione, ma come movimento moderno,
indispensabilmente portato alla libertà ed alla liberazione dei popoli, non
poteva in alcun modo contrastare con un'impegno politico liberal-democratico o
socialista.
Amendola
affermava che: "Il socialismo non è
una dottrina ma una tendenza, un complesso di sentimenti ed idee che agitano
gli animi, mutano i costumi e te tendono a mutare in meglio, cioè a rendere più
eque le relazioni fra gli uomini. Il socialismo non è una cosa di là da venire,
ma è lo stesso processo di trasformazione morale e materiale che si compie in
noi individui e nella società; è un fatto, non è un'idea; è il giusto salario
(vale a dire una ricompensa proporzionale alle fatiche ed adeguata ai bisogni)
che chiede chi lavora; è la terra da coltivare che chiedono i contadini;
l'emancipazione cui agogna la donna;
L'assonnamento
di Giovanni Amendola dalla Massoneria, che rappresentò solo una breve parentesi
della sua vita, e le sue posizioni critiche su di essa, fu chiaramente espressa
nella sua risposta al questionario sulla Massoneria che la rivista dei
nazionalisti, l'Idea Nazionale, propose
nel 1912.
Secondo
Amendola, la Massoneria italiana era "…ridotta
ad una specie di "clearing house" nella quale si affettuano le
compensazioni fra i partiti della democrazia" anche se " …in altri paesi avviene che le condizioni
della vita pubblica siano diverse dalle nostre; o che la Massoneria abbia
carattere non già politico, come da noi, ma filantropico, sociale, e mistico:
in quei casi il giudizio deve adattarsi alle varie circostanze"
Le motivazioni
della presa di distanza d'Amendola dalla massoneria consistevano in quella
mescolanza fra affarismo e politica che aborriva, e nella relativa pratica di
un segreto che non aveva niente a che vedere con quel' iniziatico.
Il suo rigore
morale si espresse bene nel convegno nazionalista di Firenze, nel 1910[9], in
cui si scagliava contro la degerazione morale della vita pubblica: " Un più alto concetto della vita e della
moralità individuale, ci spinge a disprezzare tutta questa caterva di uomini
posti in alto o in basso, che non sentendo in alcun grado la terribile serietà
di ogni atto individuale, ogni scelta, giocano spensieratamente con la vita -
si che l'inerzia, il deficiente senso di responsabilità, la scarsa energia
fattiva, e costruttiva, e l'indecorosa e disonesta condotta, ci appariscono (sic) come conseguenze già incluse in un male ben
più profondo, ch'è la fiacca ed arretrata vita morale dell'individuo. Un più
alto concetto dei fini propri della convivenza sociale in genere che si chiama
l'Italia, ci fa disprezzare e compiangere vari decenni di vita politica ed
amministrativa del Regno, che hanno tradotto in fatti, talora irrimediabili di
vita pubblica, la pochezza morale, la povertà fattiva ed intellettuale della
classe dirigente. E constatiamo con impazienza e con sdegno quale immane peso
poi dovremmo poi rimuovere dal nostro cammino di popolo, prima di poter
intraprendere una vita nazionale corrispondente all'attuale realtà dei nostri
ideali e dei nostri bisogni".
Nel manifesto del gruppo
nazional-liberale di Roma (dicembre 1914), Amendola rigettava le manipolazioni
fra vita pubblica e vita privata che a quei tempi, ma non solo in quelli, la
Massoneria impostava a regola di comportamento, ed auspicava la chiarezza delle
opinioni e delle testimonianze che una deplorevole consuetudine, non tradizionale,
d'alcune componenti massoniche invocavano come segreto, volto più a nascondere
l'ambivalenza dei comportamenti che l'ineffabilità di una vita iniziatica: "…Vogliamo uno Stato forte, capace
anche, se occorra di opporre una ferma resistenza alle convulsioni faziose. E
vogliamo che la forza di questo Stato sia nella giustizia e non sul privilegio;
nella severità amministrativa e non nella corruzione dei favori. Vogliamo che
le classi dirigenti mostrino di meritare la direzione politica del governo italiano,
incamminandosi decisamente verso una soluzione dei problemi tributari e
doganali che giovi all'interesse dei più, e sottraendo la difesa di questo
interesse alla faziosa e talvolta mendace protezione del socialismo. Avversi ai maneggi ed alle sette segrete,
intendiamo però riprendere, con quella maggiore energia che le nuove esperienze
richiedono, la politica ecclesiastica della Destra: pronti a riconoscere nei
cattolici il diritto di essere o di divenire buoni italiani, decisi, pur senza
ricadere in vieti pregiudizi giacobini e ispirandoci solo al concetto dello
stato moderno, a smascherare l'equivoco che, per comodità parlamentari ed
affaristiche, costringe tanta parte del cosiddetto liberalismo a subire i patti
di un clericalismo internazionale e per ciò anche, in momenti decisivi,
antinazionale…. (omissis) … Dichiararsi
parimenti alieni dalla massoneria e dal clericalesimo, parimenti avversi
alle alte camorre ed all'usura cooperativistica, all'antimilitarismo ed allo
"snob" leggittimista, propugnare una politica estera espansionista,
non è certo questo il nostro scopo…"
Così come l'adesione d'Amendola alla Massoneria fu dettata da motivi di
ordine filosofico e metafisico, ugualmente il suo assonnamento non fu dettato
dal rifiuto successivo delle sue idealità, ma dalla degerazione della
Massoneria, che dall'unità d'Italia in poi si era resa complice e partecipe di
speculazioni partitiche ed economiche lontane dalla sua intima essenzialità e
spiritualità.
Testimonianze orali dei discendenti d'Eduardo Frosini, peraltro non
dimostrabili, affermano comunque che Giovanni Amendola, fino al 1923, fu vicino
al Rito Filosofico Italiano d'Arturo Reghini, al quale forse aveva aderito in
forma riservata.
GIOVANNI
AMENDOLA, IL FILOSOFO
I giovanili studi di Kant e Shopenhauer
formarono certamente Amendola nella sua ideazione filosofica. Kant avrebbe,
secondo la nota formulazione di Colorni, generato il positivismo, l'idealismo e
l'irrazionalismo, ma in Giovanni nacque ben presto una propensione per quest'ultimo,
pur rispettando sia l'idealismo ed il positivismo, di cui criticava però le
limitazioni gnoseologiche. La sua etica considerava in special modo il
contrasto dialettico fra la "personalità psichica" e
l"inibizione". La prima è colma di: "contenuti pratici i quali si estrinsecano in innumeri e sempre
rinascenti tendenze all'azione…al di fuori dell'Io". L'Io interviene,
attraverso la volontà, solo quando è chiamato a "pesare la compatibilità parziale delle varie tendenze e a reprimerle
per quel tratto che si rivela incompatibile con complesso delle altre".
In questa concezione amendoliana dell'etica, in cui l'Io è deputato ad
affermare il principio di realtà attraverso l'inibizione volontaria e conscia,
si induce il rifiuto di ogni teoria della storia da cui si possa ipotizzare una
politica e quello di ogni filosofia militante conseguente. Da ciò deriva
inoltre il rifiuto di ogni distinzione pragmatistica fra morale e politica, fra
morale ed economia, in quanto tra volizione dell'individuale e volizione
dell'universale non può esservi distinzione pratica in quanto necessariamente
coincidenti. L'azione politica rigida ed intransigente d'Amendola è
l'affermazione stessa di questa proiesi, applicata conseguentemente alla
prassi. La sua testimonianza filosofica non è discindibile da quella politica,
pregne di valori che i Massoni devono condividere per la loro stessa esistenza
sul piano spirituale e su quello storico: l'impegno per far prevalere
l'universale sul particolare, la scelta democratica, la fede nella libertà, e
soprattutto la coerenza piena, interiore ed esteriore, con ciò che si afferma.
GIOVANNI
AMENDOLA: IL POLITICO
La prematura morte di Giovanni Amendola,
che pur ha dimostrato maturità di teorizzazione filosofica e politica, non ci
ha lasciato opere che esprimano, completamente, il suo pensiero in una forma
definitivamente matura, completa ed organica.
La raccolta dei
suoi scritti e discorsi politici, a cura d'Antonio Cerioti, In difesa dell'Italia liberale,[10]
assieme ad altre biografie, come quella esemplare, inserita nella presentazione
di Renzo De Felice del testo La crisi
dello stato liberale - Scritti politici dalla guerra di Libia all'opposizione
al fascismo,[11] rivela comunque una sua
originalità che esula dall'asse Croce-Gramsci, e che lo rivela inoltre, assieme
a Gobetti, come un'ispiratore del movimento del movimento Libertà e Giustizia dei F.lli Rosselli e degli azionisti
dell'Italia del primo dopoguerra.
L'attribuzione
di "centrista", nel caso d'Amendola non deriva da una sua semplice
moderazione ideologia: il suo pensiero, d'altro canto, ha caratteri di
riformismo rivoluzionario, ma con la coscienza che l'azione violenta nella
storia provoca reazioni incontrollabili e negative, così come, ad esempio,
Apparentemente
l'ideologia politica di Giovanni Amendola, con la vittoria dell'idea
repubblicana e democratica, potrebbe sembrare ormai storicizzata.
Ma l'evoluzione
storica non procede ininterrottamente e linearmente, ma comporta sempre
ricadute ed imperfezioni.
Lo studio di
questo filosofo, quasi dimenticato, potrebbe dare indicazioni e suggerimenti
anche per l'attuale momento storico, in particolare per la formazione massonica
di una nuova linea di tendenza all'impegno, ed alla testimonianza diretta della
propria essenzialità di creatrice d'evoluzione storica, di progresso civile e
sociale.
Proprio questo
dovrebbe essere l'impegno di un'Officina che prende il proprio nome distintivo
dal Giovanni Amendola.
L'imprigionamento
d'Amendola nello schema Gramsci-Croce, nasce dalla preoccupazione storico
politica di erodere la consistenza e l’autonomia culturale della corrente
liberal-democratica. In questa visione, Albertini ed Amendola, si vogliono
assegnati oggettivamente ad un’area fortemente conservatrice. L’ala sinistra,
Gobetti, viene assegnata, altrettanto oggettivamente, ad un comunismo vagamente
ed impossibilmente democratico.
Un’analisi
storica dell’etica filosofica e politica amendoliana mostrano come sia errato e
strumentale quel tentativo, e come, nell’opera giornalistica, nella docetica e
nell’azione politica di Amendola emergano caratteri autonomi e specifici del
suo pensiero.
La sua presa di
distanza da un preteso conservatorismo, emerge dalla sua opposizione a quanti
tolleravano il fascismo come una sorta di rozzo e provvisorio estremismo
nazionalista nato dalla Destra storica, ed in grado di battere il liberalismo
democratico: “Se ci sono liberali –
scriveva sulle colonne de il Mondo il
24 settembre 1922 – che hanno così fragile sensibilità morale da plaudire a
coloro che affermano senza equivoci la fine inonorata del liberalismo, ci sono
democratici che non si sentono di imitarli” In questa frase si riassume
l'azione politica di Amendola negli anni successivi la Marcia su Roma, il voler
rappresentare, fino ad un sacrificio forse annunciato e cosciente, l'anima di
un'opposizione democratica che appariva, ed era, ambigua e tollerante verso
l'intolleranza altrui.
Amendola fu deputato di centro, in una
circoscrizione campana, negli ultimi gabinetti Facta, e fu testimone e
compartecipe indignato della farsa fra Governo e monarchia sul decreto
dichiarante lo stato d’assedio alla vigilia della marcia su Roma.
I fatti
successivi lo videro intransigente oppositore di Mussolini, anima della
secessione Aventiniana; alcuni storici considerano quest'azione politica come
un grave errore. Ma la compromissione crescente di molti deputati di ogni
partito con il nascente regime imponeva uno spartiacque che definisse senza
ambiguità ogni posizione politica personale.
Ma al di là dell'azione coerentemente
oppositiva di Amendola, qual’era in realtà la sua posizione politica? Amendola
riteneva che solo l'assunzione rigida di una posizione di centro avrebbe potuto
salvare lo stato liberal-democratico dai congiunti, e sinergici, attacchi del
bolscevismo da sinistra e dal fascismo da destra.
Ma la posizione
di centro amendoliana si differenziava profondamente dall’area centrista degli
anni dopo la prima guerra mondiale per diverse motivazioni..
La prima e la maggiore è quella che
Amendola volle connotare la sua posizione con un solido aggancio ai principi
della democrazia popolare, garante di un’espressione efficace del voto, e della
corretta dialettica tra le classi sociali, in un’ottica di mediazione dei
conflitti da parte dello Stato.
L'interventismo,
di cui Amendola fu tenace assertore, nasceva dalla preoccupazione della maggior
parte del liberalismo italiano di poter compiere il Risorgimento italiano
attraverso la ricostruzione di un'unità nazionale persa nei lunghi anni di
malgoverno e di corruzione politica che ebbero il suo acme nel
"decennio" giolittiano.
Per quanto il
governo piemontese avesse avuto modo, anche se maldestramente, di cavalcare
l'opposizione fra le classi e di gestire in qualche modo lo scontro
economico-sociale relativo alla trasformazione ed alla modernizzazione dello
stato, la stasi politica italiana fra '800 e '900 produceva la rivolta delle
classi meno privilegiate, i cui prodromi si videro nei moti del 1908 e nella
conseguente repressione di Bava Beccaris.
La guerra
avrebbe prodotto, oltre il compimento geografico dello stato unitario,
un'omogeneizzazione fra le classi sociali, non più attraverso la politica o la
diplomazia, ma da una rinascita morale profonda nata dal sacrificio di un
intero popolo.
La stessa
questione sociale si sarebbe risolta attraverso una catarsi morale che avrebbe
abbattuto gli egoismi ed i particolarismi, in una visione forse utopistica, ma
comunque veggente di una nuova ed auspicata Italia.
Infatti,
l'interventismo fu un movimento politico ed ideale che vide l'adesione
traversale di gruppi dalle origini più disparate e spesso divergenti. Nazionalisti,
socialisti, anarchici, liberali, sognarono assieme una nuova Italia ed una
nuova Roma.
Il primitivo
appoggio della Massoneria italiana ed internazionale al nascente movimento
fascista, l'adesione della maggior parte dei Fratelli a questa scheggia
impazzita della sinistra che si sarebbe fatalmente unita alla reazione di
destra, l'identificazione accentuata fra i Massoni e la gerarchia delle squadre
fasciste, non può e non deve sorprenderci.
Nel '19 il
movimento fascista era repubblicano e socializzante, rivoluzionario ed
anticlericale. Il pragmatismo e l'ambizione di Mussolini, e la successiva
"ragion di stato" produssero il connubio tra fascismo ed agrari,
nascenti capitalisti, clericali e reazionari, fino alla soppressione d'ogni
libertà ed al Concordato.
Non molti
furono coloro che videro chiaramente la successione logica di questi
avvenimenti storici. Solo alcuni fratelli, che aderirono al fascismo fin dai
suoi inizi, se ne distaccarono presto. Fra questi indimenticabili, Arturo
Reghini e il Gen. Cappello. Ma pochissimi, come Amendola, che pure ne
condivideva alcune istanze, ne intravidero fin dagli inizi la degenerazione
della sua natura nazionale, sociale e rivoluzionaria in termini di reazione e
conservazione.
BREVE ANTOLOGIA DEGLI SCRITTI
POLITICI
DI AMENDOLA
Tratto da: Giovanni Amendola La crisi dello stato liberale - Scritti
politici dalla guerra di Libia all'opposizione al fascismo a cura di Elio
d'Auria, presentazione di Renzo De Felice, Roma, Newton Compton, 1974
NECESSITA' PER
Dal Corriere
della Sera, 12 dicembre 1916
Il voto politico, col quale si chiuse la
scorsa settimana parlamentare, non toglie valore ai giudizi ripetutamente
formulati in queste colonne intorno alla persistente passività della Camera di
fronte alle manifestazioni dei socialisti, Il voto, non v'ha dubbio, ha
confermato ancora una volta che la grandissima maggioranza della Camera
sostiene, col Ministero Boselli, la politica della guerra, né poteva essere
diversamente, perché la Camera non poteva trovarsi in contrasto col sentimento
del Paese, che essa deve riflettere ed interpretare. E dal maggio 1915 fino ad
oggi (nessuno potrà disconoscerlo) la Camera ha sempre cercato di uniformare i
suoi atteggiamenti alle esigenze, in vario modo manifeste, della coscienza
nazionale. Oggi il Paese vuole la politica della guerra per l'intuito finissimo
che esso ha della situazione internazionale si stringe perciò, disciplinato, al
suo Governo, presieduto dall'Onorevole Boselli - e la Camera si atteggia in
conformità alla volontà del Paese, compresa come è della necessità di mantenere
inalterata quell'armonia che fu causata dagli eventi alla vigilia del nostro
intervento. Tutto ciò non si discute: è un fatto. È anzi, il fatto su cui riposa
l'azione politico-militare dell'Italia attraverso la grande guerra. Se non che
il riconoscimento di quel fatto che non ci vieta di riconoscere e di denunciare
il pericolo inerente all'attitudine tenuta dalla Camera di fronte ai
socialisti. Una situazione che non è qualche cosa di statico e di immobile; ma
è invece qualcosa di dinamico, di variabile. E noi vogliamo scrutarla e
valutarla non solo nella sua realtà attuale, ma altresì in tutte le sue
possibilità e in tutte le sue ripercussioni prossime e remote. Solo il passato
ha termini fissi e immutabili: il presente e l'avvenire sono opera dell'uomo; e
noi abbiamo bisogno dell'assoluta certezza che i nostri uomini politici e le
opere loro siano all'altezza dei compiti che la grande situazione internazionale
impone all'Italia. Quei compiti si riassumono nella partecipazione più intensa
e meglio organizzata al grande sforzo che la Quadruplice si appresta a
compiere, mediante organi più semplici e più adatti, per risollevare le sorti
della guerra. Mentre questa è la necessità che urge - necessità animosamente
accettata dai nostri Alleati - noi assistiamo qui da noi allo spettacolo di un
partito politico e di un gruppo parlamentare, i quali freddamente si sono
accinti all'attuazione di questo premeditato programma: fiaccare la volontà
degli italiani quando più occorre tenderla; insinuare
Che i socialisti tentino la loro azione
può essere un fatto che riguarda loro; che la maggioranza liberale della Camera
li lasci dire senza opporre un limite all'opera loro, è assolutamente
ingiustificabile. Intendono o non intendono i deputati che col loro voto hanno
sostenuto la guerra, dove i socialisti si propongono di arrivare?
L'inverno, nonostante i seri tentativi
che saranno compiuti dai Governi dell'Intesa, trascorrerà probabilmente senza
che la situazione militare abbia a mutare in senso più favorevole all'Intesa
stessa. È evidente che i socialisti si propongono di impiegare questa
situazione militare (alla quale si aggiunge quella economica, con l'inevitabile
limitazione dei consumi ai fini della loro propaganda. Essi vogliono, avvilendo
gli spiriti, creare in Italia l'animo della pace. Nel paese questi loro
propositi, non appena riconosciuti, hanno suscitato una vivace resistenza: ed è
certo, in ogni caso, che in ogni caso, che i socialisti non troveranno la via
libera. È possibile che la Camera mostri di intendere meno del Paese la
necessità della resistenza? Che la Camera non intenda la necessità di superare
l'invemo, nel raccoglimento di un'intensa preparazione e col sistema di
un'incrollabile serietà morale e politica, per condurre l'organismo della
Nazione, senza scosse e senza tentennamenti, fino al giorno della ripresa
militare: quando le sorti della guerra si piegheranno alle volontà compiute dei
popoli dell'intesa, e la situazione militare subirà ancora una volta una
radicale trasformazione? Spetta alla Camera di chiarire la propria situazione,
e di dissipare ogni possibilità di interpretazioni svantaggiose dei suoi
atteggiamenti. I voti non esauriscono tutta la vita parlamentare, la quale non
è soltanto statistica di mutevoli atteggiamenti individuali, ma è giuoco
complesso di forze morali e politiche.
Risolleveranno i socialisti la questione
politica a proposito dell'esercito provvisorio? Sarà per la Camera un'ottima
occasione per chiarire. Non soltanto col voto, ma con più significativa
manifestazione di pensiero e di volontà, quello che nella settimana scorsa non
è stato ancora chiarito.
Giovanni Amendola L'Aventino contro il fascismo - Scritti politici (1924- 1926) a
cura di Sabato Visco, Napoli-Roma, Ricciardi Editore, 1976.
Discorso alla Camera del 10 Gennaio 1924
L'Italia vive giornate decisive per la
sua maturità civile. La coscienza del paese insorge risolutamente contro
l'ignominiosa realtà, che si puntella della vigliaccheria altrui e della
violenza propria. Moltissimi uomini di fede, che hanno dormito a lungo, si
rivegliano finalmente, e chiedono conto a se stessi, prima che agli altri,
delle condizioni in cui versa lo Stato italiano dopo oltre due anni di avventura
fascista. E, se non andiamo errati, anche per moltissimi - a proposito dei
quali non è il caso di incomodare la buona fede - che hanno considerato quella
avventura dal punto di vista di un'arcigna difesa conservatrice, è giunta l'ora
di fare, un po' sul serio, i conti con la propria coscienza, ed anche con il
proprio interesse. Quello a cui assistiamo in questi giorni è la crisi della
concezione cinica, bassamente utilitaria e pseudomachiavellica della vita dello
Stato. Vi è stata, nel nostro paese, una così detta classe dirigente la quale
ha mostrato di credere che sia possibile mantenere in vita uno Stato, ed in
ordine una società, fuori delle leggi della morale: oppure che vi sia una
morale che va bene quando si tratta di difendere certi interessi contro certi
pericoli, ma va malissimo, invece, quando si tratta di infrenare certi egoismi,
e di porre un limite al più feroce tornaconto individuale nell'interesse
generale della società, che è rappresentato dalla legge. Vi sono stati e vi
sono in Italia taluni «benpensanti» abbastanza sciocchi e canaglie per credere
che sia possibile tenere in piedi un codice penale che serva a mandare in
galera il delinquente ordinario - sovente misero naufrago di una lotta sociale
piena di asprezze e di dolore - per far presentare le armi al delinquente
privilegiato che uccide in nome della Patria e dello Stato: e che uccide
bestemmiando sinistramente. Vi sono stati e vi sono tra noi uomini politici
abbastanza ciechi ed inetti, per credere che sia possibile ottenere da milioni
di uomini l'accettazione di limiti e di vincoli che hanno il loro fondamento
nella legge morale e nel senso della solidarietà sociale, per poi erigere su
questo fondamento, la negazione di ogni legge morale e sociale, a totale
beneficio di una ristretta categoria di profittatori cinici e violenti, decisi
a far vivere l'immoralità propria sulla moralità altrui. Tutto questo, e molte
altre cose ancora, rappresentano un monumento di stupidità e di iniquità che ha
disonorato la nostra vita pubblica al conspetto del mondo. Occorreranno molti
anni e molte prove per lavarci da questa macchia; occorrerà una lunga e tenace
pazienza per rieducare una generazione deviata ed illusa; occorrerà una
risoluta energia fondata sulla nobiltà di purissime idealità etiche ed umane,
per ridare al popolo la fiducia nella moralità dello Stato, per disperdere
dinanzi ai suoi occhi la suggestione dell'incubo infame, per persuaderlo che
tutta l'organizzazione dello Stato e della società umana non è un'imboscata
vergognosa e selvaggia preparata alla grande maggioranza degli uomini, per
indurli, attraverso le illusioni della moralità, a servire l'arbitrio,
l'egoismo ed anche il delitto di una piccola aristocrazia criminosa,
asserragliata sui fastigi della vita sociale.
Oggi questo monumento di stupidità e di
iniquità crolla; e noi viviamo nella polvere delle sue macerie. Tutto è da
rifare. Tutto è da fondare su solidissime basi. Bisogna parlare chiaro ed
onesto al popolo; bisogna dargli certezze salutari, non ombre insidiose; bisogna
prenderlo sotto braccio con mano ferma ed amica, e richiamarlo fuori della
selva funesta dell'inganno, della menzogna e del delitto, sul terreno solido su
cui la vita umana si è svolta da secoli; e sul quale soltanto la società può
vivere, e la cultura e lo spirito possono svolgersi nel loro indefinito
progresso.
Noi crediamo in quei valori fondamentali
che giustificano la morale sociale, e che assicurano una funzione allo Stato:
ma proclamiamo altresì che ogni ulteriore esitazione nel restaurare l'impero di
quei valori e di quella funzione al cospetto del popolo italiano può
rappresentare un tradimento di fronte all'avvenire del nostro paese. Nessuno
sia tanto sciocco da illudersi che quando un popolo ha aperto gli occhi - come
li ha aperti il popolo nostro - sull'orrenda verità, la truffa peccaminosa
possa durare più a lungo. Malvagia e sciagurata illusione! Essa sarebbe
foriera, nella nostra terra, di assai funesti risvegli. Quando un popolo si
sveglia e vede chiaro, in questioni di tanta gravità; quando esso vede chiaro
che è stato truffato ignominiosamente nella fiducia con la quale considerò Io
Stato e `e leggi come cosa sacra, non vi sono che due possibilità: o inchinarsi
o essere spazzati.
Tutto ciò va detto con assoluta chiarezza
in tempo debito. Noi non crediamo nella possibilità di mantenere in piedi una
società ordinata, e tanto meno uno Stato retto in questo o in quel modo, quando
al governo venga concessa franchigia, oppure vengano concesse speciali
facilitazioni - per il compimento del delitto e per la sua impunità. Se vi è
qualcuno che si senta di sostenere una diversa tesi, noi teniamo a
differenziarci da costui senza limite di conseguenze. Qui tocchiamo il fondo
della vita umana: le reazioni che ne derivano sono imperative e sacrosante. E la
rivolta morale del popolo che scaturisce da una zona così profonda ed immortale
della coscienza umana, rappresenta la suprema legge di fronte alla quale è
necessario inchinarsi - ed ubbidire.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Giovanni Amendola L'Aventino contro il fascismo. Scritti politici (1924-1926), a cura
di Sabato Visco, Milano-Napoli, Ricciardi, 1976
Giovanni Amendola La crisi dello stato liberale - Scritti politici dalla guerra di Libia
all'opposizione al fascismo, a cura di Elio D'Auria - Presentazione di
Renzo De Felice, Roma, Newton Compton, 1974.
Giorgio Amendola Intervista sull'antifascismo, Roma-Bari, Laterza, 1976
A.Capone Etica e politica in G.Amendola, Roma, 1976
A.Capone G.Amendola e la cultura italiana del novecento. Alle origini della
nuova democrazia, Roma, 1974
G.Carocci G.Amendola nella crisi dello stato italiano:(1911-1925) Milano,
1956
S.Colarizzi I democratici all'opposizione, G.Amendola e l'Unione Nazionale,
Bologna, 1973.
E. Kunn Amendola Vita con G. Amendola, Firenze 1960
S.Rogari Formazione e pensiero religioso di G.Amendola.
G.Spadolini Prolusione: sta in Atti del Convegno: Giovanni Amendola. una
battaglia persa per la democrazia.
[1] Giuseppe Prezzoli Amendola e la Voce, Firenze, Sansoni, 1973
[2] A.Capone Giovanni Amendola e la cultura italiana del Novecento (1899-1914) Elia, Roma 1974.
[3] A.Capone op.cit pag.23
[4] A,Capone op.cit.pag.23
[5] Cfr. R.F.C. Giovanni Battista Amendola - Una vita per la democrazia, Hiram, 5-6 dicembre 1982, Erasmo, Roma
[6] Cfr. G.Galli "Bolscevismo magico?" in La politica ed i maghi, Rizzoli, Milano, 1955
[7] Cfr. James H.Billington Con il fuoco nella mente- Le origini della fede rivoluzionaria, Il Mulino, Bologna 1986
[8] Nuova Enciclopedia Massonica a cura di Michele Moramarco, Cesas, Reggio Emilia, Vol.II,
pg.402
[9] G.Amendola, Il convegno nazionalista, "La Voce", 1 dicembre 1910.
[10] Giovanni Amendola In difesa dell'Italia liberale- Scritti e discorsi politici (1910-1925) A cura di Antonio Carioti. Liberal.
[11] Giovanni Amendola La crisi dello stato liberale - Scritti politici dalla guerra di Libia all'opposizione al fascismo, Roma, Newton Compton, 1974.